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giovedì 17 ottobre 2019

Secondi pensieri - 398

zeulig


Gesù – È figura popolare nell’intellettualità asiatica, anche tra i non credenti. Come figura storica e come parte delle religioni asiatiche. Mentre perde terreno nell’intellettualità occidentale. È motore del “progresso”, della costruzione della storia?  V. Ian Johnson, “The Eastern Jesus”, in “The New York Review of Books”, 24 ottobre,
In India da lungo tempo nei commentatori religiosi – oltre che, va aggiunto, nella persistenza del culto nestoriano in Kerala di cui in Arundhati Roy, “Il Dio delle piccole cose”. .In Corea del Sud e in Giappone come adesione popolare al cristianesimo nella fase postbellica di occidentalizzazione. E ora soprattutto in Cina, proprio fra gli Han, i cinesi-cinesi, il 92 per cento della popolazione, purché entro i limiti posti dal regime: adesione al Partito, disciplina, patriottismo, eccetera.  Con adattamenti altrove della figura di Cristo. Specie in India, dove viene spogliato della nascita virginale, nonché di comportamenti non-etici, quali mangiare la carne e il pesce.
È il motore del “progresso”, della storia-che-si-fa, prometeica?
Contemporaneamente è figura che si perde - stinge, evapora, si dimentica – in Occidente. In quello che si considerava il suo Occidente. 
È questo dell’Occidente un affrancamento? Una involuzione? Stinge nell’intellettualità. Che per altro non brilla in questa fase in Occidente – ristagna, la mente come l’economia.

Masochismo - Il masochismo è la forma più dura di sadismo, inscalfibile. Un complesso di colpa che non ha complesso di colpa. O: dove il complesso di colpa si esprime – si esercita, infierisce -  liberamente, senza complessi, senza freni.

Nuovo – È il must di ogni bene intenzionato. Disfarsi del vecchio, pensare e agire “nuovo” – nuovo ha sostituto rivoluzione e rivoluzionario. Ma è approssimato, una mozione della volizione, senza più. Mentre resta vero che “pensare con chiarezza è il primo necessario passo verso la rigenerazione politica”, di G.Orwell, “La politica e la lingua inglese”.

Paternità – In desuetudine perché ingiusta? Nel rapporto padri-figli, secondo il detto notarile “le mort saisit le vif”, il morto entra in possesso del vivo, attraverso i beni che gli trasmette – e attraverso la memoria.
La maternità svolge questo ruolo in vita, con i figli maschi e – nell’antitesi – con le femmine.

Patriottismo – Non è reazionario: è argomentazione di Orwell in guerra, nel 1941, “Il leone e l’Unicorno”, ma con valenza più ampia. V. p.85. “Nessun rivoluzionario è mai stato un internazionalista”, scopre Orwell: l’internazionalismo della rivoluzione francese era imperialista. Lo stesso il bolscevismo, che sotto l’ombrello dell’internazionalismo schiavizzò mezza Europa. O del partito Comunista cinese, dal Tibet a Hong-Kong.
“Il patriottismo non ha niente a che fare col conservatorismo”, è l’argomento di Orwell: “è di fatto l’opposto del conservatorismo, poiché è la devozione a qualcosa che cambia in continuazione e tuttavia è sentito come misticamente lo stesso. È il ponte tra il futuro e il passato. Nessun rivoluzionario è mai stato internazionalista”.

Selfie – “Nevo narra Nevo, che romanzo!”, è entusiasta Piperno dell’ultimo libro del romanziere israeliano. La vita - presunta ovvio, propria o altrui , nel vecchio genere della biografia ora passato alle immagini (docufilm) – come romanzo. Narrazione. Storytelling. Parte dello “storione familiare” freudiano. Ma con una prospettiva accorciata, semplificata: Non l’occhio-memoria di uno su un  altro, ma su se stesso. Con un’accresciuta dunque implausibilità. La plausibilità è quella romanz-ata-esca, ma poi?
“Niente mi sembra danneggi per sempre il ricordo di un uomo più dell’autocompiaciemnto. Anche quando si presenta nelle vesti della modestia” è riflessione di Wittgenstein, “Movimenti del pensiero”, 39.

Storia – “La storiografia, seppur la confortino pergamene e decretali, brevi e brevetti, ceralacche e diplomi, è pur sempre una attività dello spirito: la pelle della pecora diplomatica, o il sasso della stele di Lione non impediscono Eràto di esser musa”, C.E.Gadda, “Divagazioni e garbuglio”, 101.
Ib.:”La storiografia presuppone una memoria, una percezione del nostro essere di genti o famiglie umane, che sia vasta e profonda al possibile. Dobbiamo vederci e sentirci consecuzione vivente di chi ha vissuto. E talora alcuno di nostra gente, quando si chiama Livio o Vergilio, rivive e risogna nell’attimo quella che è stata la tragica figurazione della storia”.
Id. p. 145: “Il senso del passato, inteso come necessario supporto della nostra efimera contribuzione  alla conoscenza, si manifesta operante negli spiriti più alti”: Platone, Virgilio, Dante, Michelangelo. Mentre “il verboso epinicio del futuro, per converso,  esplode come trombone in fiera e petardo dalla pseudo-epilessia  del dipoi accademico Filippo Tommaso Marinetti. Pim pùm pàm!” – “il futuro è garentito al limone”.
La storia è sedimentazione. Il futuro invece opinabile: tra il fuoco d’artificio e la trenodia – si è volentieri negromantici sul futuro. È una forma di scongiuro?

Tempo – C.E.Gadda ha “il ruminante tempo”, “Divagazioni e garbuglio”, 129.

Umanesimo – Si tende a farne, con intento celebrativo, un momento storico, meglio se italiano (nazionale), di cambiamento di ottica, dal celeste e soprannaturale, o religioso, al terreno e l’umano, ma altrettanto celestiale, dominato da impulsi di pace e di giustizia – dalla virtù. In identificazione con l’“Occidente”. In antitesi  con la modernizzazione benché anch’essa “occidentale” : il balzo in avanti, la tecnologia, l’indistinto o amorfo planetario, finanche di un postumano – di un Prometeo autodistruttivo. Mentre è un sostrato, il lievito attivo di ogni palingenesi, sia pure distruttiva – quanta distruzione nell’umanesimo classico, dei secoli successivi al Quattrocento, dell’umanesimo storico, fino a oggi, alle vecchie, vecchissime e sempre rinnovate guerre di religione.


zeulig@antiit.eu

Le visioni di Poe


Dei “Marginalia” che oggi farebbero una fama e una carriera. Diminutivi, come era nel carattere schivo di Poe – “il nonsense è il senso essenziale della Nota a margine”. Prose giornalistiche – recensioni e elzeviri - come note a margine, di una vasta biblioteca. Che Poe non possedeva, ma ne aveva la cultura.
Scriveva le note per bisogno, e anche per il piacere di “vedere con chiarezza il meccanismo di qualunque opera d’arte”. Con la chiave, forse, dei “terrori” narrativi per cui è famoso, quando spiega la sua capacità di memorizzare le “visioni” tra sonno e veglia, I sogni, la parte dei sogni, che si ricordano: “Sono in grado di passare di soprassalto da quel punto alla veglia – e di trasferire in tal modo il punto stesso nel regno della memoria – di trasmetterne le impressioni, o più esattamente le rimembranze, a una situazione ove io possa esaminarle con occhio analitico” – altrove annota: “Dal volume della Disperazione, rilegato in ferro”. 
Pasolini teneva un taccuino a portata di mano per segnare le “visioni” ai risvegli notturni. Lovecraft non mancava di segnarsi gli incubi. Poe riusciva a fissare le immagini che si accavvalano al punto del risveglio, del “sonno attivo o paradossale”, i cinque-quindici minuti della “fase Rem”, rapid eye movement.
È l’edizione Theoria del 1994, con la stessa traduzione, di Cristiana Mennella,  e con la sempre suggestiva “nota al margine” di Ottavio Fatica. Di cui in questo sito un suggerimento per la riedizione, due anni e mezzo fa:
Poe è letterato di sterminata erudizione e intuizione, in entrambe le “due culture”. È ben lui l’autore anche di “Eureka”, il poema in prosa che Valéry poteva dire ancipatore della teoria della relatività. A torto, ma a ragione era ben nel solco di quello che sarà il darwinismo, con annessa teoria del Big-Bang, del mondo che ha un iniziio e che è in evoluzione. Questi marginalia sono divaganti ma bien pondus.  
Edgar Allan Poe, Marginalia, Adelphi, pp.249 € 14

mercoledì 16 ottobre 2019

Problemi di base finali - 513

spock


“Perché gli uomini si aspettano in generale una fine del mondo” Kant?

“E, quand’anche si conceda loro questo, perché proprio una fine accompagnata (per la gran parte del genere umano) dal terrore”, Kant?”

Se la fine non ci fosse, sarebbe un dramma (teatro) senza senso, Kant?

Il terrore che accompagna questa certezza viene dall’opinione che la storia sia essa stessa senza senso, Kant?

È la storia senza senso?

Ma dove altro è il senso, se non glielo diamo noi?

La fine è sempre terribile, Kant?

Sperare è difficile, Kant?


spock@antiit.eu

Cronache dell’altro mondo (41)

Una serie di mostre si tiene a New York sul complottismo, quanto piace in America.
GoFundMe, il più grande sito di sottoscrizioni volontarie online, ha raccolto nel 2017, l’ultimo anno di cui dà i numeri, oltre 5 miliardi di dollari.  Attraverso sottoscrizioni molteplici, per ogni bisogno o evento, che in media non raccolgono duemila dollari ognuna. La richiesta di aiuto incontra mediamente la sottoscrizione di un paio di dozzine di donatori.
La maggiore raccolta singola di fondi su internet è stata per il muro al confine col Messico: 25 milioni a fine 2017.
Licking è il nuovo hashtag social. Farsi leccare in viso dal cane - come da sua ambizione, ambizione di tutti i cani - è stata la (pre)occupazione estiva del celebrato “New Yorker”, il settimanale degli americani intelligenti. Che l’ha risolta rovesciandola: se e perché non leccare il cane - dato che farsi leccare dal cane è considerato pericoloso per la salute - con i relativi benefici, e il nessun costo, non affettivo.
Trump che abbandona l’alleato curdo, d’accordo con la Turchia, per facilitarne l’aggressione, è il minor titolo di obbrobrio nei media americani, pure tanto determinati contro il presidente in carica.
I media americani all’unisono criticano e tampinano Trump dove i servizi segreti vogliono, sulla Russia e ora sull’Ucraina. Non su altre possibili colpe, o torti, pure più facili da indagare: affari, tasse, stalking.

Gadda filologo beffardo

A Roma “oggi, senza la macchina è difficile vivere, ed io vivo difficilmente”. È il tenore di queste prose “disperse” fra i giornali, qualcuna ancora nei cassetti: recensioni di libri per lo più, e articoli, appunti. Lepide a volte, tutte sapide. Senza macchina sarà un pretesto per farsi imbarcare dagli amici – Parise ci ha scritto sopra pagine lepidissime, sapidissime – gratis, sempre con i noti scongiuri per la velocità. Ma, certo, la macchina è un disturbo ai nervi, specie le serrande dei “garages” e “boxes”, nonché dei regolari, che partono invariabilmente alle cinque di mattina, Gadda dice alle tre, sbattendo lo sportello e dando rumorosamente gas – all’epoca non c’era l’accensione elettronica, bisognava calibrare lo starter.  
Un Gadda com’era, colto e goliardico. Di cultura robusta e approfondito uso di mondo, o esperienza, ma – per questo – leggero e giovanile, non il cumenda sulfureo, un po’ bolso, dei tardi agiografi. Un quarantenne che inizia una nuova vita, lontano dalla carriera di ingegnere e dalle cure familiari. Nel bisogno: lo pensa, lo reitera (collaborerà per questo nel dopoguerra, cinquantenne, anche col “Popolo”, il giornale della Dc, Leone Piccioni non potendogli proporre altro di “alimentare”). Con un’esperienza di mondi, di mondo, unitamente a quella della guerra al fronte e della prigionia, incomparabile con la domesticità dei nuovi compagni di merende ai caffè letterari. Per non dire della formazione, filosofica e letteraria oltre che tecnica e scientifica, nei suoi piani di gioventù, anch’essa al di sopra della media, molto.
L’unico che ha sensibilità per il quotidiano, il vissuto: il quartiere, il palazzo, il condominio, le pareti in foratino. S’impone anche, in parallelo sempre con Pasolini, ma qui da “secondo”, la conoscenza delle periferie romane, fin nelle borgate, in una lunghissima e attenta considerazione. Di affettuosa, benché lagnosa, attenzione, senza pari, per Roma: per i quartieri, la toponomastica, i modi di dire, i caratteristi. E di considerazione dubitosa, tra fervore nostalgico e ironie insopprimibili, per la sua Milano, dove non fu felice – e decide, in un paio di occasioni in cui considera l’opzione, soprattutto l’ultima, con l’età e le malattie, di non tornare. Non esclusa la sottile, non più scherzosa, paranoia che sempre lo accompagna dai quaranta, da quando a Firenze e altrove si fa personaggio pubblico.
I molteplici interessi di Gadda sono documentati: letterari, linguistici, e anche civili e politici. Una personalità speciale, tutto il contrario del carattere misantropico e misoneistico che gli è stato cucito addosso. E forte a molti tasti, resocontista professionale, documentato, ferrato, impegnato. Che tutti sa rendere interessanti. Un Gadda anche serioso, inventivo anche in questa veste, ingegnoso, propositivo. Sulla difesa del latino – lingua solida e durevole, esatta e quindi scientifica. Sulla ricerca dell’italiano – molti i contributi alla romana questione della lingua tra 1950 e 1960. Con Sinisgalli pedagogico e gnoseologico.

E uno perfino spensierato, negli anni 1960-1963, alla vetta degli onori e della sicurezza, col piccolo Nobel “Formentor”. Nella scrittura e nella corrispondenza, che la curatrice documenta in nota. Con “Il cetriolo del Crivelli” e altre prose divertite. A teatro si diverte senza vergogna, in tempi pure bui, aprile 1945. Alla “Cena delle beffe” inscenata dal duo Amedeo Nazzari-Rossano Brazzi alla Pergola di Firenze. Ai Satiri di Roma si avvicina con una buffa lettura della tonomstica, dai Giubbonari alla Pollarola e agli stessi Satiri – con Pompeo nel mezzo. O alle messinscene di “Luchino” (Visconti) – anche se a spese di Čechov: Gadda è difensore dell’ammodernamento scenico, dell’attualizzazione dei drammi e commedie. Notevole, oltreché al solito acuto, il riesame della “Mandragola”.
Un libro ponderoso. Testimone che le dure fatiche lamentate da Gadda non erano nevrosi. Dovette scrivere articoli, che lo angustiavano (gli prendevano una settimana e lo stremavano), per tutta la vita attiva in letteratura, dal 1927. Ma ben cosciente di sé, del capitale accumulato: “Il convoluto Eraclito di via San Simpliciano”, il domicilio milanese, si fa dire da Pasquali. E della propria debolezza: recensendo nel 1946 i “Pensieri” di Devoto s’illumina al § 6 del cap. “Antefatto”, “Capri espiatori”,  “di cui particolarmente ringrazio l’Autore”: “Lumeggia la psicosi dell’addebitamento di colpa, il meccanismo di formazione dei miti (erroneamente) punitivi in seno alla collettività stanca, delirante, malata”.  Ne dà conto, anche profuso, nella recensione di Berto, “Il male oscuro” – titolo e esergo Berto aveva mutuato dalla “Cognizione del dolore”: elaborata e concettosa, benché destinata alla lettura alla radio, sulle tante forme del mal di vivere. Senza privarsi di notare che spesso fa emergere il ridicolo.  
L’apologia manzoniana che apre la raccolta un po’ allontana: cerebrale, impositiva. Ma presto si riprende, già con le semplici recensioni gionalistiche, di Morand (“1900”), Arland (“Essais critiques”), il cugino Piero, Pierre Abaham, uno statistico di Balzac, pretesti al gaddismo puro – “Il modo dei modi è un mistero dei misteri, non meno che la causa delle cause”. Ironico e anzi beffardo volentieri, per la forza della logica – della cosa denudata, del dire senza già detto. Un volume perfino un po’ troppo denso.
Pieno di cose, naturalmente. Che riverberano sul fenomeno Gadda. C’è già nel 1932 la Brianza triste della “Cognizione del dolore”, nella recensione al cugino, eletto antifrastiscamente,  cioè ridotto, a cultore della Brianza (p.62): “Come specialista in fatto di Brianza intendo ed apprezzo quel pacato e malinconico lirismo gaddiano, che di là dai dolci pioppi d’Eupili avvolge il grigiore del Resegone”, con “la trombetta degli usseri nei chiari mattini” della caserma, “fragorosamente contrappuntato dalle campanone simplicianone”che interrompevano il sonno – “disciogliendosi ne’ loro sproloquî i bei sogni filosofici di mia primavera, fiorita di calcolo differenziale”.  Con una passione filologica dichiarata. Su Goethe e il “Faust”: Goethe è uno Shakespeare infelice nel “Faust”, enfatico, di testa, e Gadda lo mostra leggendo in parallelo l’“Amleto”. Della lirica e metrica di Catullo, di pregno o coltivatissimo sedimento filologico: nell’ambientazione politica, del poeta come anticesariano preveggente, nello studio ritmico, e “per la religiosa catarsi del carme 34 (che inspira il Carmen saeculare di Orazio)”.  Sulle traduzioni in genere, su quelle del “Faust" e su quella di Manacorda. Su simbolo e allegoria. Sul senso religioso.
Con giudizi anche affilati. Non umorali, Gadda è professionale anche nelle recensioni: avvedute e spiegate. Contro Foscolo, contro Carducci – smonta il “Ça ira” verso a verso. Di Quasimodo traduttore di Catullo in versi liberi, operazione che in privato dice “uno spasso!”, (p. 503), si limita a concludere: “Siamo grati al poeta del poetico esperimento”. Su Montale ritorna quattro o cinque volte, superelogiativo - ma Montale era riservato nei suoi confronti, nota Liliana Orlando, che ha curato la raccolta. Come su Bacchelli, incuriosito e forse irretito dal romanzo storico. Amichevole e lucido. Per “l’Aldo” soprattutto, Palazzeschi. Per Angioletti, suo nume tutelare in una lunga serie di occasioni, fino all’impiego provvidenziale, risolutivo, in Rai. Per Luigi Russo. E per Pasquali: amico e estimatore, l’autorevole filologo classico, che ama e apprezza la conversazione di Gadda come Gadda la sua, e lo conosce anche bene, se gli scrive, nel 1933: “Se una volta nella sua vita riuscisse a conseguire serenità e gioia, a esser meno malcontento almeno di sé”…”.
Saldo cristiano, con Rensi e il suo “umanesimo cristiano”, secondo dopoguerra. Anche ottimo reporter, minuzioso, inventivo: la visita di palazzo Braschi, nella lunga epifania dell’“Aldo” (Palazzeschi), è una sorpresa dietro l’altra. O la visita ai “Quartieri suburbani”, 1955, per la “Civiltà delle macchine”. Anche serioso: gli è capitato di fare il relatore a un premio di poesia, Le Grazie, nel 1949, assegnato a Parronchi – ne approfitta per l’ennesima filippica contro Foscolo, nel quale incarna il trombonismo ottocentesco, ma non si evita, qua e là, di apprezzarlo, per esempio come traduttore.
L’ultimo dei Quattro saggi che Gadda ha scritto su Belli, nel 1963, qui con il titolo “Canto, cantica, girone”, che tutti li riassume, è un manifesto di poetica. Con le parole di Vigolo, curatore nel 1953 dell’opera di Belli per i Classici Mondadori: “Il sarcasmo è in lui il virus antiretorico per eccellenza che agisce in profondità, rendendo impossibile una presa del falso sull’animo: è una «regola» spirituale che il Belli si dà ed è l’analogo perfetto, in sede psicologica, dell’altra regola che si era imposta nel linguaggio, escludendone ogni forma o modo che non fossero schiettamente di popolo”. Con la postilla, dopo aver riportato Belli a Porta: “Il dramma dell’espressione è nel Belli, come è nel Manzoni”. Rivendicandone, giulivo, “la dissonanza insistente – cupo pedale, dice Vigolo – tra la carcerata voce dell’io e il dorato coagulo del supersistema: aulico, accademico, instituzionale”. Con la conclusione, con parole proprie, programmatica: “La verità, la dialessi del Belli, comprende o comporta il mito plebeo della città e de’ suoi modi e delle sue genti: lo incorpora nel poema: e non solamente come antitesi… Col Belli, non meno che col Piranesi e col Pinelli, si finisce per amare la totalità di questo epos”.
Su Manzoni si commuove. L’“Apologia” è di testa, la critica al Manzoni di Moravia è invece veemente. “Ho letto dieci volte i P.S. da ragazzo fra i 9 e i 16”, premette scrivendone a Citati per un consiglio, “e sempre mi hanno incantato, pagina per pagina”. I Millenni Einaudi si erano affidati a Moravia per presentare la lussuosa edizione del romanzo, con tavole di Guttuso, e “Alberto” lo aveva fatto infuriare. La stroncatura della stroncatura di Moravia di rilegge come un capolavoro di filologia. E di storiografia, trattandosi di mondi e personaggi del Sei-Ottocento e di un romanzo storico: “Noi amiamo anche il passato, e leggiamo talora nel passato più veramente che nel futuro. Una storia ci può appassionare e incitare più che un’utopia”. Con una schematizzazione del romanzo che ne fa il primo caso di narrazione degli umili, e di denuncia dei poteri - il fine Ingegnere non dice che Moravia ha fatto il compitino sulla traccia di Gramsci nei quaderni del carcere, fa lui il vero trucimanno. La chiusa è al “volemose bbene”, tirata sul pettegolezzo che tutti unisce, ma la tirata è ben polemica. Salvo beccare qua e là il Manzoni purista e poeta, il “futuro proprietario della villa di Brusuglio”.
Scritti da definire noti, perché tutti già pubblicati. Ma in epoche e su veicoli remoti. Riuniti insieme fanno una sorta di monumento. Non celebrativo, non è il Gadda a cavallo o il mezzobusto, ma un personaggio vivace, dagli interessi poliedrici, e sempre con qualche soddisfazione (curiosità) per il lettore: uno scrittore solido, con tutte le sue ansie e le ubbie. Più Gadda si conosce e più si irrobustisce.
Liliana Orlando, che cura la raccolta, ne facilita la lettura - e un po’ anche la rianima – con nutrienti note di contestualizzazione, lavorando sulla corrispondenza, le testimonianze, gli appunti, per lo più inediti. Una sottile tessitura imbastendo, senza parere, di fonti, rinvii, riferimenti, retropensieri dell’arguto incontenibile Ingegnere. 
Carlo Emilio Gadda, Divagazioni e garbuglio, Adelphi, pp. 554 € 26

martedì 15 ottobre 2019

De Benedetti, il ritorno

De Benedetti che fa un’opa sull’azienda dei figli, l’editrice del gruppo La Repubblica-L’Espresso, merita la rilettura di un breve ritratto abbozzato su questo sito il 17 giugno 2011 - in parallelo con Berlusconi quando i due duellavano, due ex immobiliaristi. Anche per valutare i possibili sviluppi.

venerdì 17 giugno 2011
I due duellanti – De Benedetti vs. Berlusconi
La sfida continua nei media. Anche in politica, per la verità. Con identico schema, se ci si rifà alla cosiddetta Prima Repubblica, quando gli schieramenti avevano senso. Dc con appoggio socialista Berlusconi, Dc con appoggio comunista De Benedetti. Berlusconi tra Andreotti (tenne fermo il governo contro la dimissione di cinque o sei ministri demitiani contro Berlusconi…) e Forlani, De Benedetti con De Mita - che impose a Scalfari e Caracciolo, quanto di più penitenziale per i due high tories - e Prodi.
In politica in astratto non c’è gara, De Benedetti non corre. Non personalmente. Persegue però con determinazione, da almeno trent’anni, il disegno di fare un centro-sinistra a guida centrista, che, bisogna concedergli, non è facile. È stato aiutato da Prodi in affari, nelle dismissioni Iri, e ha aiutato Prodi nelle vittorie elettorali – con un contributo che lui ritiene determinante, e probabilmente lo è stato. Ma essendo fortemente prevenuto contro gli ex Pci, D’Alema soprattutto e alla fine anche Veltroni, si trova sempre a metà strada. Una rivincita è ora dietro l’angolo, con la candidatura di Prodi alla presidenza della Repubblica fra due anni, alla quale De Benedetti è attivamente impegnato e che lo sparigliamento di Fini e Casini rende possibile – ma gli resta da convincere Bossi e, sotto sotto, anche Di Pietro.
La sfida vera tra duellanti resta però nei media. Non tanto sulla questione della proprietà. La controversia Cir-Fininvest è stata riaperta dal giudice, De Benedetti ne è rimasto sorpreso quanto Berlusconi. Col lodo Mondadori, per il quale la giustizia lombarda ora gli fa regalare 745 milioni da Berlusconi, e la successiva quotazione di Repubblica-L’Espresso in Borsa, contro il parere di Scalfari, De Benedetti s’intascò 252 milioni che invece avrebbe dovuto dare al fisco. Che ora glieli contesta e ha ottenuto di riaverli indietro. 
In materia di affari i due non si fanno fregare. La gara è sull’idea: su chi è migliore notabile - editore, padrone occhiuto di giornali e giornalisti, innovatore, padre della patria.
Berlusconi si conferma nelle ultime due consultazioni elettorali, per i Comuni e i referendum, irrimediabilmente antimedia: non capisce nemmeno i segnali evidenti. Pur facendosi forte dei suoi sondaggi. Conferma cioè che è un fenomeno politico antimediatico, e questo potrebbe addurre a suo vantaggio: che è al di fuori dell’opinione pubblica, o populismo che dir si voglia. È padrone dei media, di una parte consistente di essi, ma non li usa o non li sa usare. Per fare soldi sì ma non per fare opinione. E quando l’opinione è netta non la cavalca: si potrebbe dirlo un uomo di principi invece che un opportunista.
Particolarmente significativa è l’insensibilità che Berlusconi esibisce sulla sconfitta di Milano, che è a tutti gli effetti una catastrofe. Anche perché il sindaco e la giunta sono stati i migliori degli ultimi vent’anni. Anche Napoli è una sconfitta, che era una città già conquistata e senza difese. Berlusconi ha capitalizzato sulla voglia di cambiare, di rompere con la morsa del compromesso, e degli interessi costituiti che il compromesso difende. Ma non ha saputo cambiare, e forse non poteva perché il paese non glielo consente – che ora se ne fa beffe. Il paese che è da vent’anni nient’altro che Milano, la sua città, l’establishment di Milano, la parte “migliore”, l’arcivescovado e le banche, che ora rincorrono scopertamente l’ipotesi neoguelfa, della nuova Dc. Il re dei media è il più grande Antipatico e Antipatizzante che sia stato dato vedere in tv – non fosse per l’aspetto burla che la sua maschera sottintende ma non è vero.
È pur vero che Berlusconi re dei media lo è: lui lo pensa, lo vuole. La verità è dunque doppia. E ha un doppio fondo nascosto. Uno è che Berlusconi non fa l’opinione, ma si lascia fare dall’opinione – non fa l’agenda ma la recepisce. L’altro è che si lascia fare da un’opinione contraria – apparentemente contraria? È l’opposizione, non il supposto re dei media, che fa l’agenda in Italia. Quasi ogni giorno con rinnovata verve, e sempre ultimativa: il Grande Centro di Fini e Casini, quello di Montezemolo e Della Valle, quello di Tabacci e Montezemolo, la sfiducia, Zappadu, le minorenni, le escort, il lodo Mondadori, la Carfagna, la Mussolini, e i tanti ministri che gli fanno le scarpe, Alfano, Tremonti, Gianni Letta. Quasi mai un tema è imposto da Berlusconi. Che al contrario non se ne fa scappare nessuno dell’opposizione.
Volendo razionalizzare, questa opinione gli è contraria solo in apparenza: gli consente cioè di governare non governando. Che nel suo caso vuol dire impedire la funzione di governo: catturarlo, farselo prigioniero, per impedirne il funzionamento. Ci sono delle cose che vanno, che sono sempre andate nei suoi due governi – il primo gli fu impedito da Scalfaro. L’adeguamento dei conti pubblici ai parametri dell’euro, per esempio, della stabilità monetaria. La lotta alla mafia, condotta con freddezza, come un dover essere, come deve uno Stato. Il contrasto dell’immigrazione clandestina, che è un malaffare prima che un’opera di carità come dicono i monsignori. Qualcuno (per esempio D’Alema, Napolitano) potrebbe aggiungervi le guerre, la risposta pronta agli appelli degli Stati uniti. Anche la legge Biagi, ma già suo malgrado, e forse senza nemmeno sapere di che si trattava (di stabilizzare il lavoro precario). Ma tutte le cose di cui l’Italia aveva e ha bisogno, che sempre promette, non le ha mai avviate: la giustizia, una delle massime diseconomie dell’Italia; un fisco almeno semplificato, dato che non si può ridurlo; una legge sulla concorrenza che apra un po’ il mercato, alla legalità e gli investimenti esteri; le opere pubbliche (la Milano-Lione, l’Alta Velocità con la Svizzera, il Ponte sullo Stretto, la variante di valico); le leggi sulla bioetica.
Ma sui media come business, la televisione, i giornali, i libri, Berlusconi non ha sbagliato mai un colpo. Mentre è sui media che De Benedetti più soffre di stare indietro a Berlusconi. Senza gelosia: ha offerto a Berlusconi di fare parte dell’ambizioso progetto CdbWebTech, e Berlusconi si lasciò sedurre dall’idea di fare soldi con la rete – salvo defilarsi saggiamente al momento di metterci i soldi veri (fece al rivale un elegante portage pubblicitario). Berlusconi è riuscito in tutto, sa fare perfino i periodici, che per De Benedetti e gli altri editori sono zavorra. Ma soprattutto ha avuto la sua idea: la pubblicità. Un mercato che ha “creato” (trent’anni fa lo portò in pochi mesi da mille a diecimila miliardi l’anno), facendolo fruttare sugli “spazi” gratuiti delle frequenze e dell’Auditel.
De Benedetti, che poteva aver trovato la sua idea nella telefonia mobile, viste le applicazioni che essa oggi consente, anche nel mercato pubblicitario, non ha resistito alla tentazione del superguadagno immediato. Poi, sono ormai una dozzina d’anni, ha puntato sul web. S’informa, anticipa, investe (poco), dapprima con Kataweb, di cui voleva fare una delle famose start-up dot.com, ma non ci riuscì, poi con CdbWebtech, anch’essa virtualmente fallita, ora con “Repubblica” online. Con i tanti progetti di far pagare la lettura, ma coi soli (magri) introiti della pubblicità. E una serie di stati di crisi che hanno minacciato l’integrità patrimoniale dell’Inpgi, l’istituto di previdenza dei giornalisti.
È attesa ad horas – è in ritardo già di un paio di mesi – la decisione della Corte d’appello di Milano sul processo Cir-Fininvest per la Mondadori. Si sa già che la sentenza non sarà decisiva, e che la partita sarà decisa in Cassazione, quindi fuori di Milano. Come si sa che la Corte d’Appello non darà ragione alla Fininvest, pur riducendo la penale rispetto al primo grado, quando il giudice monocratico le comminò un’ammenda di 745 milioni di euro – alla corte d’Appello è stato “autorevolmente” suggerito (la giustizia a Milano e in Italia si fa così) di ridurre la penale di 250 milioni. Non sarà dunque l’ultimo atto, e probabilmente nemmeno il penultimo, di un “mano a mano” come si diceva nelle corride, di una sfida di bravura fra Berlusconi (Fininvest) e De Benedetti (Cir). Che si rispettano personalmente, ma se le danno senza esclusione di colpi da cinquant’anni, non appena possono. Con De Benedetti, bisogna dire, che rincorre Berlusconi, finora più bravo e più fortunato – più ricco non si sa, essendo De Benedetti da tempo residente fiscalmente in Svizzera.
Sembrano diversi, ma molto hanno in comune. La ripubblicazione recente di Mandeville, “La favola delle api”, il teorico dei “vizi privati pubbliche virtù”, con prefazione di Carlo De Benedetti, meglio sarebbe attagliata, si è detto, a Silvio Berlusconi. Coetanei, De Benedetti del 1934, Berlusconi del 1936, figli di famiglie di media fortuna, l’hanno tentata in proprio comprando e vendendo immobili, la tappa tradizionale per chi ha talento ma non capitali, negli anni del boom. Con pari successo. Poi però Berlusconi le ha indovinate tutte o quasi, De Benedetti le ha fallite tutte o quasi.
Berlusconi s’è fatto imprenditore, prima nell’edilizia, poi nella pubblicità, infine nell’editoria, tre settori dove ha sempre guadagnato – non ha mai licenziato nessuno (il che, nelle logiche milanesi, è un caso unico e forse un miracolo). Carlo De Benedetti pure è partito con l’immobiliare – comprare la mattina a dieci e rivendere nel pomeriggio a cento. Nel 1972 col fratello Franco rilevò l’immobiliare Gilardini, che fu trasformata in holding, di attività soprattutto automotive. Fu un successo, che portò Carlo alla guida degli industriali piemontesi nel 1975 e nel 1976 in Fiat, con una quota in cambio del gruppo Gilardini, e l’incarico di amministratore delegato – i rapporti erano buoni con gli Agnelli, di cui i De Benedetti erano stati inquilini a lungo, e per l’amicizia di Carlo col coetaneo Umberto, compagni di scuola al ginnasio. Poi passò alla finanza, con esiti alterni.
Ha fallito la scalata a Société Générale, alla Sme e a Mondadori, nonché alla Fiat, l’episodio forse più increscioso, dove già in novanta giorni era riuscito a operare contro gli Agnelli che l’avevano nominato amministratore delegato – e per questo era stato licenziato bruscamente. Più sul ridicolo l’operazione Société Générale: si recò un lunedì mattina dei primi del 1987 dal presidente Étienne Dauvignon a dire l’acquisto già fatto, con un vassoietto di marrons glacés, da vincitore benevolo, ma i potenti soci del grande gruppo laico franco-belga lo lasciarono fuori della porta.
Dove è riuscito c’è l’ombra dell’usura: nel Banco Ambrosiano di Calvi, e nell’acquisto del gruppo L’Espresso-Repubblica, con evizione di Scalfari. O della speculazione: l’acquisto-vendita di Buitoni, e l’acquisto-vendita di Omnitel-Vodafone - qui a ottimo prezzo, con un guadagno netto in pochi mesi di tredicimila miliardi di lire del 1996, ma la licenza Omnitel aveva avuto con una serie d’incontri, anche conviviali, con Berlusconi e i suoi collaboratori a palazzo Chigi sul finire del 1994, qualche giorno prima di “segarlo” con i suoi giornali. Dappertutto De Benedetti ha seminato licenziamenti, e quando ha tentato l’imprenditoria, alla Olivetti, è finito addirittura in un fallimento.

Come Berlusconi ha anche sfiorato in più punti la giustizia. Alla Olivetti per le forniture alla pubblica amministrazione e le morti sospette in fabbrica. Nell’affare Sme per avere avuto da Prodi, allora presidente dell’Iri, un gruppo da 5 mila miliardi a gratis. Anzi con un attivo di trenta miliardi, su un prestito a titolo gratuito di 300 miliardi da parte dello stesso Iri. L’operazione, svelata dai quotidiani “Reporter” e “Il Manifesto”, non andò in porto. Ma fu l’inizio delle guerre con Berlusconi, che promosse una cordata alternativa di acquirenti con Barilla e Ferrero. Anche questa vinta sul piano giudiziario: lo scandalo dell’accordo con Prodi fu rapidamente insabbiato dalla Procura di Milano, che invece inquisì e processò a lungo, con dispiego di mezzi, specie la giudice Boccassini, Berlusconi.



Ombre - 483

De Benedetti dopo Caprotti, Luciano Benetton, Del Vecchio: i (vecchi) padri si riprendono le  aziende che avevano legato ai figli.Troppi casi per essere “casi”: l’Italia è un paese bloccato, anche generazionalmente. Non per colpa dei vecchi, dato che al ritorno sono meglio dei giovani.
È un mutamento culturale, di specie?

Putin che interviene in Siria, “al posto degli americani”, per salvare i Curdi da Erdogan dice tutto su America First e sulla Nato.  Che si tiene salda con la Turchia e quindi con una dittatura. Anche in questa guerra di aggressione, pura, senza alcuna giustificazione.

L’Occidente fa ancora gruppo con le sanzioni, a carico di Putin, di questo e di quello, ma in nome di che?

S’impone all’emozione popolare un atleta kenyano che ha corso la maratona sotto le due ore. Una corsa spettacolo, nulla di sportivo, con squadre di “lepri” alternate, disposte ad ali davanti al maratoneta, per tagliargli l’aria, con pause e accelerazioni cronometrate in anticipo. Organizzata da una ditta mediatica, a fini promozionali – abbondantemente pagata dalla pubblicità.

Si fanno festival, meeting, met-up e sit-in come assise politiche, di partito. Del dibattito come comizio, imbonitore. È la modernità del mercato, del commercio – della politica come qualcosa d a vendere. Ma senza dichiarazioni di conformità, valori nutrizionali, indicazioni di provenienza, con fatturazioni e Iva pagata: un commercio fraudolento.

A difesa di Bibbiano, del “sistema” degli affidi forzosi, Michele Sera porta “la notizia che il Tribunale dei minori di Bologna, dopo un’indagine interna, ha accertato di avere respinto in 85 casi su 100 la richiesta di affido avanzata dagli assistenti sociali della Val d’Esa”. Cioè, ha confermato che il sistema esisteva.

Erdogan usa in Siria, contro i curdi siriani, i ribelli a Assad. La democrazia è difficile in Medio Oriente.

Il sunnita Erdogan mobilita in Siria i “ribelli” sunniti contro il regime alauita-sciita. Il Medio Oriente è anche semplice, basta non parlare di democrazia. Le guerre vi sono tribali. Come dice Trump.

In un paese candidato alla Unione Europa, la Trchia, il regime del popolo dà la caccia al curdo, carcera i giornalisti, impone il velo alle donne, che non lo usavano da tre generazioni. Sarà pure un governo democratico, cioè eletto. Ma di una concezione democratica aliena.

“Materassi in chiesa per 250 migranti, L’accoglienza secondo don Biancalani”, il parroco di Pistoia. Per il quale il problema dell’accoglienza sono i materassi.
La chiesa, che sa tutto dell’Africa e dei migranti, nonché del business dell’accoglienza, non potrebbe contribuire a un po’ di verità?

Coi letti a castello in chiesa, “molti parrocchiani”, dice don Biancalani, “se ne sono andati”. Forse era stanco di confessare. Sempre le solite turpitudini – avrà voluto cambiare campana.

Saldo il governo giallorosso appena varato a Roma, che si autocelebra. Eccetto che nel Lazio, dove c’è Roma, e i 5 Stell

e vorrebbero sfiduciare Zingaretti, il segretario del Pd che è anche presidente della Regione e non ha maggioranza.

Una Marystella Polanco, che dopo aver prosperato sul babbeo Berlusconi prospera con la Procura di Milano, a corto di argomenti spiega che anche Putin era parte delle “cene eleganti” di Arcore. La Procura di Milano come la signora Polanco, questa sì è giustizia.

Non si può celebrare Leonardo a Parigi: i giudici del Veneto stabiliscono che non si può prestare al Louvre un disegno di Leonardo, in cambio l’anno venturo del prestito di un Raffaello. Sono giudici autarchici.
Che c’entrano i giudici con Leonardo?

Si è “scoperto” infine, grazie alle Iene, quello che a Roma tutti sanno da un paio d’anni, che gli appaltatori della raccolta dell’immondizia non raccolgono l’immondizia. I media romani, che ci tengono informati su ogni nuovo carretto dei Tredicine, nn se n’erano accorti.

Appaltatori dell’Ama, l’azienda municipale dei rifiuti a Roma, sono le quattro ditte che, avendo perso l’appalto nel 2013 a favore di Buzzi e le cooperative della 29 giugno, lo avevano denunciato per corruzione. Trovando corrivo il capo della Procura di Roma, il siciliano Pignatone, che non vedeva l’ora di far sbarcare la mafia nella capitale. 

Si annunciano a Malta accordi sugli immigrati che si sa che, a Berlino e Vienna, non saranno onorati. Tutto pur di non andare a fondo sull’immigrazione forzata dell’Africa. Che pire non è lontana. La politica si accontenta di rituali, I media pure, questo governo è il loro. Ma pure i vescovi: per il vecchio vezzo dell’ipocrisia?

I sentimenti lasciati alle scene

Racconto autunnale, sommesso, dell’autunno della vita, di una Grande Attrice. Che per la pubblicazione delle sue memorie vuole rivedere la figlia che non ha mai accudito. Mentre gira un film in cui recita la parte della nonna – sempre estranea – in una vicenda di tre generazioni.
Un film anche sulla solitudine – egotismo – dell’attore. La Grande Attrice è una che, quando si lascia andare ai ricordi con la figlia, si impedisce di “sprecare un’emozione”, le emozioni vanno tenute in serbo per la recitazione. Ma niente di speciale, nemmeno in questo.
La stessa scenografia è contenuta: un set cinematografico minuscolo, e due o tre ambienti domestici. Ma è il modo di raccontare di Kore-eta, “il Cechov” del cinema. Accattivante.
Il regista giapponese, invitato costante al festival di Cannes, ha voluto reciprocare con un film girato a Parigi, e un tributo a Catherine Deneuve e Juliette Binoche. Ma le parti femminili più vivaci sono delle cointerpreti, le “figlie” del film-dentro-il-film, Clémentine Grenier e Manon Clavel.
In originale è “La verité”, lo stesso titolo del celeberrimo film di Clouzot con Brigitte Bardot nel 1960. Ma è tutt’altro genere: sceneggiato dallo stesso Kore-eta come una commedia borghese da teatro boulevardier. Molto parlato, con molti caratteristi.
Hirokazu Kore-eta, Le verità

lunedì 14 ottobre 2019

Il mondo com'è (385)

astolfo

Classe media – Va alla sparizione, si va assottigliando, è la conclusione apparentemente evidente, ovvia, delle analisi della società post-industriale. Ma vale ancora l’analisi che Orwell ne faceva nel 1940-41, in “Il leone e l’unicorno: socialismo e il genio inglese”, a proposito dell’Inghilterra in guerra: molti tratti sì riscontrano oggi, benché in altro contesto tecnico e nazionale (globale). Gli argomenti sono essenzialmente uno: la classe media cresce col miglioramento tecnico, anche se a reddito in calo. “Per quanto ingiustamente una società si organizzi, di certi miglioramenti non può che beneficiare l’intera comunità, perché molti beni sono necessariamente tenuti in comune” – a quel tempo le strade, l’elettricità, l’acqua potabile, la polizia. Come oggi potrebbero essere il wi-fi, e gli stessi social.

Etiopia – Il Nobel per la pace ad Abiy ha fatto fiorire numerose apologie dell’Etiopia, una sorta di paradiso in erra. Proiettato a un futuro immediato di grande potenza. Con i soldi della Cina, eccetera. Mentre è uno dei paesi più problematici della problematica Africa. Con una popolazione cresciuta di colpo da 35 milioni, ancora nel 1985, a 110. Non molto unita - ora non più che ai tempi in cui l’Italia vi si era introdotta - con novanta lingue diverse. Con comunicazioni disagevoli. Al centro dell’area più povera e disastrata dell’Africa: Somalia, Eritrea, Gibuti, Sudan, Sud Sudan – con l’esclusione del Kenya, paese con cui ha però pochi o nulli contatti. L’alfabetizzazione, malgrado fosse al centro del governo militare-comunista del Derg, 1975-1990, è ferma al 40 per cento. Il pil pro capite, a 800 dollari, la pone dietro perfino all’impoverita Eritrea del dittatore Afewerki.
Abiy, ch viene dai servii segreti, propone anche l’immagine di un’Etiopia verde, nella quale personalmente ha piantato milioni di alberi. M l’Etiopia, dove peraltro per fattori climatici la vegetazione stenta, è da tempo minacciata dalla deforestazione: si brucia per coltivare, e si taglia per le esigenze domestiche.

Globalizzazione – Ha rivoluzionato il mondo, moltiplicando il reddito, e l’inquinamento. In breve tempo, nei trent’anni da Tienamnen, 1987. Dall’apertura Usa alle esportazioni cinesi, malgrado l’ordinamento comunista e totalitario della Repubblica popolare. Per accordi automaticamente estesi all’India e a ogni altra zona produttrice del globo. 
Dal 1990 al 2018 l’Onu certifica una riduzione della “povertà assoluta” dal 40 al 10 per cento della popolazione mondiale. Con una crescita del 20 percento dell’età media – per effetto del crollo della mortalità infantile. È parallelamente esploso anche l’inquinamento, malgrado il contenimento dei rifiuti e delle emissioni di CO2 negli Stati Uniti e in Europa, che erano i maggiori responsabili dell’effetto serra. Nei trent’anni l’economia americana è raddoppiata di valore, ma le emissioni nocive si sono ridotte del 10 per cento. L’Europa le ha ridotte del 20 per cento. La Cina le ha moltiplicate per cinque, ed è oggi il maggiore inquinatore del mondo, di gran lunga, più di Europa e Stati Uniti messi assieme. La più grossa concentrazione di plastiche in mare è nel Pacifico. E il maggiore sversamento è di reti di pescatori: la Cina ne scarica per 3,5 milioni di tonnellate, l’Indonesia 1,3, e a seguire le Filippine e il Vietnam. Lungo le coste americane questi sversamenti hanno ammontato a 0,7 milioni di tonnellate. Nel Mediterraneo il maggior sversatore di reti da pesca è l’Egitto, con 0.4 milioni di tonnellate. Dei dieci fiumi maggiori inquinatori, di plastiche e rifiuti solidi, e di sostanze liquide, otto sono asiatici. Più il Nilo e il Niger.

Miracolo nazista – Fascismo e nazismo, due casi riusciti di programmazione dell’economia li dice Orwell, in “Il leone e l’unicorno”, il saggio del 1941 in cui celebra la resistenza inglese e prospetta il socialismo come carta vincente nella stessa guerra. Vincente, a suo parere, se prende dall’Italia e dalla Germania la sostanziale nazionalizzazione dell’economia. In cui la proprietà resta privata ma l’istituzione pubblica è prevalente, e anzi risolutiva. Il nazifascismo è “irreconciliabilmente diverso” dal socialismo: questo “da per scontata l’uguaglianza dei diritti umani”, all’opposto del nazifascismo, “la forza dirigente dietro il movimento nazista è la convinzione dell’ineguaglianza umana”. Ma la sua “è una forma di capitalismo che prende a prestito dal socialismo le caratteristiche che lo rendono efficiente”. E non dispersivo. “La proprietà non è mai stata abolita, ci sono padroni e lavoratori”, ma “lo Stato è in controllo di tutto: controlla investimenti, materie prime, tassi d’interesse, orari lavorativi, salari. A capo delle fabbriche c’è sempre il padrone, ma agli effetti pratici è ridotto allo status di manager”.
In particolare in Germania, nella Germania allora di Hitler, e in un’economia di guerra, “ognuno è in effetti un dipendente pubblico, anche se i salari variano molto. L’efficienza di un tale sistema, l’eliminazione degli sprechi e dei colli di bottiglia, è ovvia. In sette anni ha messo su la più potente macchina da guerra che il mondo abbia conosciuto”.

Patto Hitler-Stalin – Ebbe parte rilevante nella vittoria della Germania nei primi due anni della seconda guerra mondiale. Fino a che Hitler non decise di attaccare l’Unione Sovietica, con l’Operazione Barbarossa il 22 giugno del 1941.
Non influì nella cosiddetta Battaglia d’Inghilterra, luglio-novembre 1941, nella quale Hitler ebbe dalla sua solo l’opinione conservatrice inglese, una parte di essa, che però si tenne salda nella posizione nazionale, di difesa sotto l’attacco. Ma non le classi lavoratrici, per l’inesistenza in Gran Bretagna di un partito Comunista. Questo fu il caso invece nel continente, in Belgio, in Olanda, e soprattutto in Francia: la guerra fu sentita come un conflitto di classe più che nazionale, in un primo momento, prima del’occupazione. In Francia la condiscendenza perdurò a lungo dopo l’occupazione – che in un primo tempo fu blanda.
In Francia il partito Comunista aveva attuato un sabotaggio passivo dello sforzo di guerra, che fu perduta in poco tempo. A giugno 1940 la Francia aveva già capitolato, costringendo le truppe inglese a una difficilissima ritira tata da Dunkerque. Dopo una drôle de guerre , una guerra per finta. E subì il primo anno di occupazione senza opporre resistenza. Il patto Ribbentrop-Molotov “L’Umanité”, il giornale del partito Comunista francese, aveva salutato in rosso a tutta pagina: “Hitler et Staline sauvent la paix”.
Si ragionava anche in Europa tra 1940 e 1941, a partire da Parigi, sulle debolezze della democrazia, anche in confronto al totalitarismo. Sul presupposto che la società nazista non fosse peggiore di quella capitalistica. E che la vittoria contro Hitler, ammesso che la Gran Bretagna riuscisse in questa impresa impossibile, sarebbe stata la vittoria dei ricchi e potenti - l’impero britannico, i Lord, la City. 

Ucraina – La lotta civile in corso da ormai cinque anni è di opposte corruzioni più che di fazioni: nessun governo, anche quelli voluti dalle varie rivoluzioni, “arancione”, di Mejdan, eccetera, dopo la liberazione dall’Urss è andato esente da corruzione in grande stile.
L’Ucraina è miseria e alcolismo in molte narrazioni storiche. E di politica intesa come corruzione, in grande stile, da una parte (ucraina propriamente detta) e dall’altra (russa). Miseria e alcolismo trovavano i soldati italiani che combattevano sotto la bandiera austro-ungarica nel 1914. Lo stesso ci ha trovato Paolo Rumiz un secolo dopo (“Come cavalli che dormono in piedi”), attratto dalla rivolta di piazza Mejdan a Kiev nel 2014: solo le donne lavorano, gli uomini bevono, fanno politica e rubano, “che è per loro la stessa cosa”.


astolfo@antiit.eu

La verità ferma sta

La verità in tutte le sue accezioni – la verità politica. Dall’onestà e la moralità personali alla libertà di parola, compresa la propaganda politica. Non riflessioni astratte, ma pensieri politici. Orwell non delinea e inquadra la verità, ma ne ricostruisce i contorni.
Sono testi di anni remoti, e difficili, in una situazione particolare, di divisione dell’Europa, e tuttavia ancora attuali. Probabilmente per il tocco di onestà, con o senza profondità (approfondimento filosofico), che è il tratto distintivo di Orwell. E ne fa un sorta di testimone del tempo, di ogni tempo. Leggendolo lo si vede inattivo, come oggi sarebbe, impossibilitato, marginalizzato, anche disprezzato, che tuttavia fermo sta: l’opinione pubblica può pazziare, ma non scardinare i fondamenti – i propri fondamenti.
È un silloge di passi dai romanzi e racconti di Orwell, dalle lettere, dal diario di guerra, con una serie di saggi. Tra questi i famosi “Perché scrivo” e “La politica e la lingua inglese”, un ripensamento dela guerra di Spagna, e annotazioni acute, benché trascurate dalla storiografia, su fascismo e nazionalismo.   
George Orwell, Verità/menzogna, Oscar, pp. 154 € 13

domenica 13 ottobre 2019

Appalti, fisco, abusi (159)

La semplificazione degli appalti pubblici dovuta da quarant’anni, che la passata legislatura era riuscita a varare, raddoppiando subito gli appalti stessi e dimezzando i ricorsi pretestuosi dei perdenti, è stata cancellata dal decreto Sblocca-Cantieri. Lo rende noto l’Autorità Anti-Corruzione, specificando anche i numeri degli appalti pre- e post-decreto, e della (finta) litigiosita.

Una beffa dell’amministrazione ai ministri giallo-verdi? È possibile. Per goliardia o per corruzione? 

Si studia di aumentare del 14 per cento l’Imu-Tasi – mentre si parla di riduzione del fisco. L’Imu è una tassa che tutti pagano, la Tasi quasi tutti.

Il gettito Imu-Tasi è di 22 miliardi. L’aumento sarà quindi di 3,1 miliardi. Per la riduzione degli oneri fiscali su redditi da lavoro (“cuneo”) sono previsti 2,5 miliardi. A vantaggio di una parte dei lavoratori - circa la metà dei lavoratori dipendenti.

Si denuncia Alitalia come fallita perché perde un milione al giorno, almeno. Perde da tempo. Dopo ristrutturazioni a catena e ridimensionamenti – come a dire: è insanabile. Ma non si dice che l’Italia è l’unico paese che ha aperto alle low-cost gli aeroporti maggiori, Malpensa-Linate e Fiumicino-Ciampino.

Altrove in Europa la concorrenza non può essere fatta dalle low-cost sugli scali maggiori. Non in Inghilterra, che le low-cost ha inventato, non in Francia, non in Germania – si fanno ore di treno per e  dagli aeroporti.

L’auto diventa cinese

Si celebra, e si finanzia, il passaggio all’auto elettrica a batterie di litio, pur sapendo che pone problemi di approvvigionamento (la rete elettrica, la produzione di elettricità) e di smaltimento delle batterie. E che il futuro pulito è l’idrogeno, l’alimentazione a fuel cell, celle di combustibile: leggere – pesano un dodicesimo delle batterie a litio – e a rifornimento rapido – come per il motore a scoppio, mentre l’elettrico richiede mezze ore.
Si passa alle batterie a ioni di litio perché la Cina ne è la grande produttrice. E vi ha puntato, imponendo quote crescenti, ogni anno, di vendite di auto elettriche. Il regime dittatoriale cinese può permettersi questo tipo di programmazione, e le maggiori case automobilistiche che operano in Cina, Toyota, Volkswagen, General  Motors, vi si sono adeguate.
Nel solo mercato cinese, il passaggio sarà (molto) redditizio. Ma la Cina è già il primo fabbricante di auto al mondo: produce e assorbe un terzo dei 100 milioni di autoveicoli che vanno al mercato nel mondo annualmente. La produzione continua in forte crescita, e dal 2020 dovrebbe cominciare a esportarsi.

La violenza fa male al Poeta

Il tema è la violenza. Rivoluzonaria, bene. Repressiva, male. Ma la violenza non è male? La vogliono buona Engels e Marx, “Anti-Dühring”, e Lenin, e Curcio. Ma la violenza è sempre repressiva. E  ben controrivoluzionaria, dalla ghigliottina ai gulag, o come si chiamano in Cina – campi di rieducazione?
La tecnica pure non sembra più gran che. È un collage di parole altrui. Titoli, sommari, brani di articoli, di manuali, saggi, romanzi, ritagliati e assemblati. Non una novità: Cortàzar lo aveva già fatto in “Rayuela”. Con l’ausilio grafico, che alla “Violenza” di Balestrini è mancato, la riproduzione dei ritagli in originale. E per un racconto, di fantasia, non per un racconto-saggio politico, della violenza che è endemica, e che ci volete fare
L’effetto che si sarebbe portati a estrarne, legittimamente, della “verità” vagante nell’opinione pubblica, o nei mezzi di comunicazione di massa, non c’è: Balestrini non è un massmediologo. È un agitatore, che la violenza fa buona, anche quella dei media. Come contro-violenza e non solo: è esteticamente buona, come un tempo lo era la guerra, per D’Annunzio. Balestrini si vuole sovversivo, ma ben fuori dalle lettere, sul piano pratico e politico.
Resta il document di un’epoca. Non lusinghiero. Balestrini, di suo poeta quasi lirico, si accredita come di avanguardia. Ma allora è l’avanguardia di una retroguardia. Di un’arretratezza oggi impensabile ma evidentemente corrente negli anni 1960 – quando  Arbasino divenne famoso per perorare la “gita a Chiasso”.
Nanni Balestrini, La nuova violenza illustrata, Bollati Boringhieri, pp. 280 € 18