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mercoledì 14 dicembre 2022

Il mondo com'è (456)

astolfo

Elena Ferrari – È una delle tante donne giovani e belle spie che la Russia sovietica infiltrava in Europa tra le due guerre, negli ambienti letterari e artistici. Nata Ol’ga Fedorovna Revzina, nel 1889, a Ekaterinoslav, emerge a Mosca nel 1916, attivista del partito Socialdemocratico-frazione  bolscevica, e si distingue, in divisa militare, con i gradi di capitano, nella guerra civile contro i Bianchi controrivoluzionari, perdendo un dito della mano sinistra. Smobilitata, entra alla scuola della Čeka, il servizio d’intelligence sovietico poi Kgb a Mosca, e presto si ritrova in Turchia, ufficialmente addetta all’ambasciata, col compito di spiare le attività dell’armata di Vrangel’. È in Turchia che adotta lo pseudonimo Elena Ferrari: si presentava infatti come cittadina italiana.

A Roma “Ferrari” arriva nel settembre 1924, addetta culturale all’ambasciata sovietica. Ma prima ha fatto esperienza diplomatica a Berlino, centro allora di transito o di permanenza di quasi tutta l’intellighencija russa, emigrata e non. A Berlino fa la conoscenza, fra i tanti, di Maksim Gor’kij, Chodasevič, Šklovskij, Nabokov. E pubblica nel 1923 una piccola raccolta poetica, “Erifilli”. La critica di Gor’kij, che giudica la plaquette “artificiosa”, non la smonta, e a Roma, dove viene trasferita, nel settembre dell’anno successivo, reitera con la raccolta “Prinkipo” – dal nome greco delle isole antistanti il Bosforo. A Roma ha maggiore fortuna. Vi è arrivata introdotta da Ruggero Vasari, conosciuto a Berlino. Vasari, futurista oggi dimenticato, poeta e pittore, autore del dramma “L’angoscia delle macchine”, la introduce nel mondo dei Bragaglia, gli animatori della scena teatrale e artistica della capitale degli anni 1920. E il ventenne Vinicio Paladini, nato peraltro a Mosca, da madre russa, il futuro architetto futurista, già bolscevico e rivoluzionario, s’incarica della pubblicazione, disegnandone la copertina e le illustrazioni – la traduzione è affidata a Umberto Barbaro, altro ventenne, siciliano. Il 2 febbraio 1927 figura tra gli artisti del movimento artistico-letterario che Paladini lancia, Immaginismo - con Barbaro, Dino Terra, Paolo Flores e altri. Claudia Salaris fa dell’“agente segreto sovietico Elena Ferrari” una delle tante “Donne d’avanguardia” che ha pubblicato qualche anno fa. 

Per evitare legami, “Ferrari” fu però presto assegnata all’ambasciata di Parigi, e successivamente con vari incarichi negli Stati Uniti, sempre in qualità di letterata-spia. “È difficile dire se le sue occupazioni letterarie fossero motivate dai compiti che le assegnava il controspionaggio o se fossero uno sfogo emotivo, un riposo intellettuale”, concluderà il suo studioso Lazar Flejšman. Richiamata a Mosca nel 1936, nella lotta di potere al vertice dell’Urss che finì con la lunga stagione dei processi, fu condannata a morte nel 1938.

“Elena Ferrari” non era la sola, la procedura era standard, nella Čekà e poi nel Kgb, di “piantare” una bella donna accanto a un facitore, per un qualche verso, dell’opinione pubblica: la politica delle “compagne” appassionate dell’intellighentsia occidentale è un unicum nella storia della turpitudine, ma fu praticato su vasta scala. Tutte comunistissime pur essendo anticomuniste, buone con Mosca cioè. Tutte sposate prima a un uomo inutile, la procedura è standard: Moura Budberg, dapprima con Gor’kij, buon sovietico ma sospetto, poi con H.G.Wells, Tatiana e Giulia Schucht, le sorelle Kagan (Elsa Triolet e Lilja Brik), Gala multiforme, Margarita Konenkov, che Einstein arrapava, la principessa Kudasheva, musa di Rolland. Neppure ipocrite, Elsa l’ha detto, la sposa e musa di Louis Aragon, oggi dimenticato per molti decenni a metà Novecento figura centrale dell’intellighentsia parigina: “Mi piacciono i gioielli, faccio parte dell’alta società, e posso essere una sporcacciona. Sono un agente sovietico”. Con l’aggiunta non ironica: “Mio marito è un comunista, ed è colpa mia se lo è”, al “contadino di Parigi” Aragon non lasciando neanche la colpa dell’abiezione.

Con Majakovskij la partita fu invece più sottile, come del gatto col topo. quando a vent’anni il poeta s’imbatté in Lilja, sotto forma della più giovane sorella Elsa che lo innamorò. Lilja, già di ventisette anni, se ne impadronì e ne terrà strette le briglie col marito Osip. Nelle relazioni maschili, con le spie Agranov e El’bert, che lo controllavano, e in quelle femminili. Quando nel 1928 Elizaveta Zilbert, in arte Elly Jones, da New York decise di recarsi a Parigi e rimettersi col poeta, Lilja l’anticipò, promuovendo l’affascinante Tat’jana Jakovleva, un’emigrata. Quando l’anno dopo il poeta ingenuo s’apprestava a proporre le nozze a Tat’jana, Lilja fulminea scambiò le parti: Tat’jana andò sposa a un visconte du Plessix, mentre una Veronica Polonskaja si rese disponibile, benché sposata. Poi Majakovskij morì – e Lilja ne ebbe gloria pereptua.

 

Europa testa di ponte – Ritorna l’Eurasia, col conflitto russo-ucraino, e all’interno dell’Eurasia ritornano la prima nozione di geopolitica, un secolo fa, che ne faceva “il pivot” del potere mondiale, e all’interno di essa individuava il nucleo condizionante nell’Europa Centro-Orientale - la Germania, per intendersi, e la Russia. Ritorna nell’aggiornamento che ne ha fatto Zbigniew Brzezinski a fine Novecento, ne “Il grande scacchiere”, esattamente venticinque anni fa, nel 1997, riscoperto con la guerra.

L’Eurasia “pivot geografico della storia”, o heartland, cuore geografico, è una delle primissime nozioni di geopolitica – dopo la discussione a fine Ottocento se conta più nel potere mondiale la terraferma (Germania) oppure non contano i mari (Inghilterra). La elaborò il geografo inglese Harold Mackinder nel 1904, in un saggio, “The Geographical Pivot of History”, presentato il 29 gennaio 1904 alla Royal Geographical Society e subito dopo pubblicato. Condensandola in una sintesi presto famosa: “Chi comanda l’Est Europa comanda lo heartland eurasiatico, chi comanda lo heartland comanda l’Isola-mondo, chi comanda l’Isola-mondo comanda il mondo”. Sottintendendo che l’Europa occidentale era una “testa di ponte” verso il “cuore del potere” mondiale.

Brzezinski aggiorna il “pivot geografico della storia” di Mackfinder alla luce della globalizzazione economica, del ruolo nella distribuzione mondiale del potere assunto dal continente asiatico, Cina e India, e fa dell’Europa – lui esplicitamente - una mera testa di ponte verso l’Eurasia. “Gli Stati Uniti potenza non Eurasiana”, spiega, “ora godono del primato internazionale con la loro potenza direttamente dispiegata su tre periferie del continente eurasiatico”, l’Europa occidentale, il Medio Oriente e il Giappone, “dalle quali esercita un’influenza potente sugli Stati che occupano l’hinterland eurasiatico”.

 

Imperialismo – Alla conferenza di Bandung, in Indonesia, nell’aprile del 1965, che riuniva 29 paesi ex coloniali (una conferenza poi famosa, negli annali della diplomazia, perché proclamò i punch sila, i cinque pilastri del non-allineamento tra Occidente e Unione Sovietica), il presidente indonesiano Sukarno, che ospitava la conferenza, tracciò la lifeline dell’imperialismo. Una linea che andava dallo Stretto di Gibilterra, attraverso il Mediterraneo, al Canale di Suez, il mar Rosso, l’oceano Indiano, il mare della Cina meridionale, e il mare del Giappone. Per gran parte della linea, al di sotto e anche subito sopra, i territori erano colonie, le popolazioni non erano libere ma sottomesse, politicamente e anche economicamente.


Lutgarda, santa – È la santa protettrice dei fiamminghi. Una badessa del dodicesimo secolo, che si distinse per vivere praticamente in condizione mistica, con numerose visioni della Passione. Negli ultimi undici anni di vita soffrì di cecità totale. Le sue visoni furono presto famose, tanto da farla passare da una condizione modesta al priorato di un importante convento cistercense, Aywières, comunità di lingua francese, dove Lutgarda si ostinò a parlare fiammingo. Fra le tante visioni una delle più importanti la ebbe nel 1216, poco dopo la morte di papa Innocenzo III: vide il papa tutto avvolto dalle fiamme, ma in Purgatorio, dove sarebbe rimasto fino alla fine del mondo, in espiazione. La beatificazione avvenne poco dopo la morte. Ma Il “Penguin Dictionary of Saints” di Donald Attwater, è scettico: “Molte visioni ed esperienze mistiche si celebrano di lei ma il suo quasi contemporaneo biografo era piuttosto credulo”.

Wikipedia vuole la santa simbolo del nazionalismo fiammingo, per essersi impegnata all’uso nelle pratiche del fiammingo come lingua. La vita della santa di Thomas Merton, “What Are These Wounds?: The Life of a Cistercian Mystic Saint Lutgarde of Aywières”, riedita nel 2015, è andata subito esaurita.

Nel dodicesimo secolo molte badesse avevano molto potere, e anche influenza in tutto il mondo cristiano. Profondendo molta santità. Successivamente meno. Ma le badesse di Port Royal al tempo del giansenismo, Angélique e Agnès Arnauld, esercitarono molto potere, sorelle fra di loro e sorelle del Grande Arnauld, autrici di diari importanti.

 

Mary Celeste – È la nave fantasma di molta narrativa, ritrovata alla deriva, al largo di Gibilterra, nel 1872, senza nessuno a bordo, mentre era in navigazione verso Genova, con un carico di. Nota anche, oltre che per la scomparsa dell’equipaggio e del carico, senza che si sia mai potuto fare un’ipotesi certa delle cause del naufragio, come la nave portajella per eccellenza nel mondo scaramantico della marineria, che pure non difetta di catastrofi, per una serie di incidenti che aveva assommato nella sua breve vita.  

Un brigantino varato in Canada, in Nuova Scozia, nel 1861, col nome di Amazon. Ribattezzato otto anni più tardi, nel 1869. Il suo primo capitano morì alla partenza del primo viaggio, dopo il varo. Alla fine del primo viaggio, si contrò nella Manica con un altro brigantino. Nel 1869 fu rivenduto perché in secca, per una brusca manovra andata navale, nella baia di Glace, sempre in Canada, Nova Scotia - dopo la vendita fu ribattezzata. Al momento della scomparsa trasportava un carico di alcol da Staten Island, New York, a Genova. Al comando del capitano Benjamin Briggs era un equipaggio di sette uomini. Col capitano viaggiavano anche la moglie Sarah e la figlia di du anni, Sophia Matilda. Il 4 dicembre 1872 l’ultimo avvistamento: dalla “Dei Gratia” la incontrano al largo del Portogallo, verso le Azzorre, alla deriva a vele spiegate in direzione di Gibilterra, con nessun segno di presenza a bordo. I marinai del “Dei Gratia” non trovarono nessuno a bordo, anche se la nave era in buone condizioni. Il carico di 1701 barili di alcol era intatto. Ma all’arrivo a Genova nove barili furono trovati vuoti. Mancavano anche la maggior parte delle carte d brodo – le ultime annotazioni risalivano, in vista di Santa Maria delle Azzorre, al 25 novembre. Pochi giorni prima dell’incontro col “Dei Gratia”.

astolfo@antiit.eu

Muore la civiltà a Teheran

L’Iran khomeinista fa torto agli ayatollah, oltre che all’Iran. Erano di grande cultura, massimamente tolleranti, si sono ridotti a sbirri: bastonano, assassinano, condannano, con processi perfino assurdi nella loro stessa perversa natura di processi politici. Per questo probabilmente ora un’escrescenza, in un paese che non vuole rinunciare al vivere civile maturato in millenni di storia. Benché la religione al comando sia radicata e feroce.

Assistere a un processo politico a Teheran è uno “spettacolo” sorprendente e deprimente, in un paese di tanta civiltà. I processi politici sono tutti offensivi, ma quelli di Evin, il carcere di Teheran elevato a tribunale politico, doppiamente tali: sono orchestrati come una commediola. Videoripresa perché si sappia: l’imputato è un condannato.

L’imputato non ha avvocati e nessun’altra protezione. Il giudice non fa riferimento a nessuna legge. Il tribunale siede in una stanza come tante, anonima, che si fa affollare da sostenitori del regime, donne coperte di nero e giovani barbutissimi perlopiù. La sentenza di morte si pronuncia con indifferenza.  

L’ayatollah Behesti, uomo formato a Parigi e Amburgo, in qualità di mullah dell’emigrazione iraniana, ne era cosciente, che era il ministro della Giustizia del primo gruppo khomeinista succeduto allo scià. Era cosciente di tanta barbarie. Ma fu fatto saltare da un gruppo di mujahiddin avversari di Khomeiny – così fu detto.


Cronache dell’altro mondo - poliziesche bis (232)

Risorge il computer abbandonato di Hunter Biden, che l’Fbi ha acquisito nel 2019, con molti messaggi, foto, video, email, su traffici dello stesso figlio del presidente, che in qualche parte diceva il padre parte anche lui degli affari. E la questione, collegata, delle pressioni dell’Fbi su twitter e facebook durante la campagna presidenziale del 2020 perché censurassero ogni riferimento al laptop, il cui ritrovamento, e i cui contenuti, imputavano ai servizi segreti russi.

Dopo il ritrovamento, apparentemente fortuito, del computer, dimenticato in un negozio di riparazioni, un amico e socio di vecchia data del figlio del pesidnente, Tony Bobulisnki, denunciò all’Fbi molti affari con risvolti penali di Hunter Biden. Bobulinski fu interrogato a lungo all’Fbi di Washington alla vigilia delle elezioni dei 2020, il 23 ottobre. La deposizione di Bobulinski fu supportata da tre cellulari, che consegnò agli inquirenti, con email, e documenti finanziari.

Bobulisnki fu gestito da un funzionario Fbi di Washington, Timothy Thibault. Che non ne ha fatto nulla. Thibault ha lasciato l’Fbi il 26 agosto, senza spiegazioni, dopo che un senatore repubblicano lo ha accusato di avere manipolato la testimonianza. Dopo le accuse dei media destra l’Fbi ha comunicato che Thibault non si era occupato del laptop di Hunter Biden.

Ora il presidente (speaker) designato della Camera dei Rappresentanti, il repubblicano Kevin McCarthy - succede a Nancy Pelosi, la speaker Democratica che aveva messo sotto accusa Trump per l’assalto al Congresso il 6 gennaio 2020 - ha annunciato la convocazione dei funzionari Fbi coinvolti nella faccenda a tstimoniare sotto giuramento. In particolare i 51 che firmarono la lettera a Twitter e Facebook che scagionava Hunter Biden. “Molti dei quali”, afferma McCarthy, hanno una “security clearance”, cioè avevn accesso a informazioni segrete. 

La Trinità disvelata

“Dall’avere un unico Dio all’avere un’unica idea di Dio” si fa presto, ma non bene. L’incontro, in un negozio, della riproduzione della Trinità di Rublëv risolve a Michela Murgia, credente praticante, il suo problema di una Trinità che è difficile da concepire di suo, e peggio per come viene rappresentata, con un Padre barbuto e accigliato, un Figlio bel giovane biondo con la croce addosso, e una colomba svolazzante non si sa per dove. Col problema succedaneo, di un “Credo” onnipotente. E ce ne fa partecipi, in una disamina che sarebbe teologica, ma è un racconto che dire appassionante è dire poco. Le letture queer dei testi sacri della cristianità abbondano, ma Murgia ne una a sua volta di lettura, non di erudizione o esegesi. In brevi capitoli che si leggono d’un fiato – malgrado le fastidiose terminazioni queer in un 3 che risospinge verso gli insopportabili social (ma si può pensarla una ε greca rigirata, che si pronuncia breve, indistinta). Gesù bel giovane biondo in effetti è un mistero, copia di un Apollo dipinto visto in Grecia (mistero relativo: la posa è da sole divinizzzato, in età tarda - Dio padre barbuto e la Trinità sono rappresentazioni recenti) ma qui non si fa pesare, non è questa la questione che pone Murgia. 
“È possibile essere credenti, femminist3 e queer allo stesso tempo?” La risposta per Murgia è sì. Qui si è tentati di dire: embé? Non lo è possibile, senza problemi, non lo è stato per millenni, per innumerevoli persone, in campagna ma anche in città, specie al Sud ma anche a Parigi, a Londra non ne parliamo, ma poi in tutte le metropoli? Mary Shelley per dire, o Emily Dickinson, Virginia Woolf naturalmente. Con il beguinismo. E le monache di casa. Si è più spesso soli e solitari, senza essere per questo queer, cioè strani – prima che Judith Butler ingigantisse (imbastardisse) la parola.
“Catechismo femminista” si vuole la trattazione in sottotitolo, ma in senso proprio. Marinella Perroni, la teologa emerita degli atenei pontifici romani, ne fa l’expertise in postfazione: la femminista “Murgia è una credente che interpella i credenti”. Eliminando i sottintesi ovvi: “Murgia non si rivolge ai non credenti, né è un’atea devota che fa sfoggio delle sue reminiscenze dottrinarie”.

Murgia è contro il “Padre nostro” e per il “Credo”. Ma il Dio “onnipotente” del “Credo” la lascia per più ragioni perplessa. È un concetto problematico - non solo per la questione “unde malum” – che Murgia ripercorre con l’esperienza personale, il racconto di sé. E su una faglia dell’onnipotenza, che, scopre sorpresa, il “Genesi” ha certificato, 2, 18-20, quando lo stesso Signore dice: “Non è bene che l’uomo sia solo”. E fabbrica la donna.
Soprattutto la disturbano le “Trinità” che si rappresentano in chiesa e nelle immaginette, con due uomini, un vecchio e un giovane, e un uccello in volo, “rappresentazione di Dio piatta, abbrutente e intrinsecamente violenta” – una Trinità, si direbbe, che è un po’ il Trinità dei western di Sergio Leone. L’icona di Rublëv la dice invece possibile e sensata. “Dio non è banalmente una «Persona», ma una comunione indivisibile di persone”, la materializzazione del mistero Trinità. In una triangolazione fluida e ricca, ferace. Murgia ci vede “un vertiginoso crescendo di scambi reciproci”: “Ciascuna persona della Trinità riceve l’amore da due Persone distinte e non è lo stesso amore, sono due amori diversi che mutano”. Che sembra ovvio, ogni amore è diverso, ma Murgia ne fa una tipizzazione, la triangolazione. Come opposta alla “coppia chiusa, patriarcale”, al sacramento del matrimonio, “inventato di sana pianta fuori tempo massimo”. Ancora: “Un tavolo trinitario apparecchiato per quattro, con un posto vuoto proprio davanti a me, come un invito a sedermi”, “un cerchio aperto e inclusivo”, “un Dio così fortemente relazionale”, senza paragone con quello astratto del catechismo.                                     
Una trattazione felicemente conclusiva ma veloce. A volte aforistica. Su fede e logica, fede e speranza, cristiani e cristianizzati, emozioni e frasi fatte sulle emozioni. E alcune constatazioni: le incongruenze del catechismo, i “padri” nel “Credo” e i padri in chiesa, assenti, nella pratica religiosa. Cristo, “l’idea di un Dio con la con la carne e i suoi limiti è così folle in chiave narrativa che non può non essere vera”. Il § “Il Messia queer” è, in poche parole, una storia. Temi desueti, tanto più dal punto di vista femminista. Anzi della queerness – che potrebbe anche essere anti-femminista. Insomma, da un punto di vista originale, in vario modo.  Con qualche questione aperta.
I sensi sono “la cosa più limitata di cui disponiamo per farsi un’idea della realtà”. Perché, cosa c’è d’altro? Non c’è la “realtà oggettiva”, chi lo dice? Ma la capacità critica sì. L’“immaginazione immersiva” è nella pubblicità, nel “tracciamento” di se stessi a fini di consumo, cavie e vittime per il commercio. Lo Spirito Santo è queer “nel senso etimologico della parola”, dove? E “il sexting di una domenica pomeriggio con uno sconosciuto” non è una delectatio? quindi nemmeno nuovo.
C’è, a parte, anche un disinvolto adattamento di una categoria sociologica in materia di Meridione e di mafia, il familismo amorale, sbagliato perché la famiglia si vuole in crisi. Mentre questo familismo è ben il tribalismo, un residuo incontestato tanto quanto persistente, nelle faide, nelle combinazioni matrimoniali, nelle denominazioni, cinematografiche, soprannominali. Altro aspetto problematico incidentale è il rapporto madre\figlia. Risolto nello stereotipo “le donne si odiano fra di loro”. Che però non è solo (di origine) maschile, né patriarcale: il rapporto conflittuale madre\figlia, ancorché ignorato dalla psicoanalisi, è un fatto perturbante, molto.
E c’è la questione del titolo a disturbare la trattazione, la queerness – non solo per la terminazione barbarica. Che Murgia non risolve con la “Trinità” di Rüblev, non può. Una “questione” derivata dall’anglosassone, mentre è documentata, piana, non problematica, dalla realtà di ognuno, familiare, di zie e zii, fratelli e sorelle, amici e amiche, che vivono senza pulsioni sessuali, non terminali, di fratelli e sorelle che convivono senza turbamenti anche nelle arti, i fratelli Goncourt, i fratelli Grimm, le sorelle Brontë, i fratelli “Delly”, gli Svedomskij o i Rizzoni, russi animatori della scena romana a fine Ottocento, i tanti fratelli del cinema. 
Per non dire delle infinite sfaccettature dell’amicizia, relazione forse anch’essa tabù in ambito anglosassone – ma non da Chaucer e fino a Shakespeare. Nonché dalla lunga e consistente tradizione cristiana della verginità, che da alcuni decenni si trascura (Freud non ne ha nemmeno il sospetto), ma è stata ed è importante, e anche affascinante. Di santi e sante, beghini e beghine, di operosità amorevole, dentro e fuori della parrocchia, nel vasto mondo. E anche di chi santo non vuole esserlo. Certo, la queer question è il vero fuoco infernale della divisione psicologica e sociale in America, ben più della violenza sessuale, e del razzismo, del #metoo e del #blacklivesmatter. Ma è un fatto storico e politico.

Il “queer” del titolo richiederebbe una trattazione a parte – non è nuovo ma è nuovo il genere nella grafica, qui segnalato da un 3, come nella Trinità al centro della trattazione, che è una cosa un po’ inutile - e anche blasfema. Anche perché il concetto rinvia al discorso critico, di libertà, ma nella pratica, nelle varie importazioni dall’indistinto inglese, via Arbasino, finisce in una “diversità” che invece è normalità. Perlomeno in Italia – a Londra, quando Arbasino valicò Chiasso, sospettavano degli italiani, degli italiani maschi, e un po’ anche delle femmine, perché camminavano per strada tenendosi a braccetto: tutti hanno avuto uno zio, una zia, un amico, un’amica “non interessata”, semplicemente. E non è vero che l’impulso sessuale sia pervasivo, onnipresente, anch’esso onnipotente, questa è sfuggita ai Padri del “Credo” – e a Freud: sarà Freud un patrista mascherato? Questo ridurrebbe queer a asessuale, il che la queerness, ammesso che se ne possa costruire una, non vuole. Ma rileggere il Dio onnipotente, che è probabilmente il più grande problema del credente, e in parte la Trinità, non è molto più (meglio) del 3?
Ha una connotazione diminutiva, il mondo dei diritti, quella di essere una dittatura culturale, quella anglosassone, linguistica e ora inevitabilmente mentale, cresciuta veloce nel secondo Novecento, dominatrice nel Millennio - in una con la globalizzazione economica, col trentennio del mondo as business. Un’acculturazione (inculturazione?) che non solo egualizza ogni differenza culturale, ma ne elimina anche le radici, il passato, la storia, come se il mondo nascesse ora, e pensasse, o comunque parlasse, americano. Ora per esempio si può essere non interessati per essere queer, e si può anche andare sottobraccio con gli amici perché la pratica è stata battezzata, bromance. Murgia non è provinciale, ma molte differenze restano factice, direbbe il francese, artificiose più che fittizie, fredde, di imitazione.
Murgia sfugge al vezzo di categorizzare i mondi lgbtqia - di categorizzarsi - come automartirio. Ma fa la “scoperta della queerness”, pur non essendo anglosassone. Contrastando il “femminismo della differenza”, che riduce a “femminismo (o religione) del corpo”, sintetizza la “prospettiva queer” come “quella pratica della soglia in cui la sessualità non solo non concorda con l’identità, ma può addirittura limitarla”. Come se il cristianesimo, quindi una storia e una pratica di duemila anni, non fosse la religione del corpo, mistico e fisico, a fronte degli altri monoteismi. E la più grave trascuratezza della Chiesa, almeno nell’Ottocento, e ancora nel Novecento, non è stata l’elevazione del corpo a suo tabù, col conseguente suo sprofondamento all’inferno – all’inferno psicologico in vita, con la sua maglia di rimozioni, bugie, autoviolenze e violenze?

Curioso, ma non marginale, è anche l’assurdo contrasto che Murgia vuole fra “analogici” e “digitali”. Come un divide epocale, ben più che generazionale, e radicale. Il digitale intendendo come social. Che sono il vecchio bar Sport, delle chiacchiere. Peraltro, dov’è il digitale? Nel Russiagate, un dossier inglese, con gli hacker russi, e i Cambridge Analytica, roba di servizi segreti, vecchia (la disinformacija), solo aggiornata negli strumenti? Nella messaggistica istantanea, privata e di piazza, whatsapp e twitter, ora sostituiti, anche in chiave più narcisista, esibizionista, dai video, tiktok, instagram, meta. Nell’ondata, già spenta, del “da remoto”? Nelle fake news? Lo storytelling è già di più, ma non è nuovo, da Svetonio in poi, anzi da Tucidide, e compreso Erodoto. Rivoluzionaria è solo la velocità, il consumo del tempo nell’istante. Mentre la sottovalutazione è perfino assurda del big tech, che ha creato le piazze-social per vendere pubblicità e consumi – e non lo nasconde, ricchissima solo di soldi e nient’altro, avendo saputo allargare il marketing a ogni minimo gesto quotidiano, dove compriamo le sigarette o prendiamo il caffè, che libro leggiamo (insomma, abbiamo comprato), come ci vestiamo (non ci dice la chiesa in cui siamo entrati, non finché non troverà come appropriarsi delle elemosine). Con buona pace della privacy, altro falso mito. Viviamo allo stadio avanzato di quello che si chiamava neo capitalismo, senza la costrizione e con la partecipazione convinta e anzi entusiasta. Il Mondo Nuovo di Aldous Huxley, il Grande Fratello di Orwell, sono oggi il mercato. Libero, liberale, democratico, aperto dalla e nella tecnologia.

La verginità è lo stato queer per eccellenza. Lo stato quintessenziale, anche, della religiosità. Sant’Ambrogio la lega alla fede: “Castis fides refrigerans” recita nell’inno “Ad horam incensi”, fede refrigerio dei casti. Non patriarcale, né matriarcale, è la queerness, lo stato panico per eccellenza. Concetto problematico, peraltro.
La lotta dei sessi riproduce vecchi modelli (si ripete periodicamente?). Lo nota Lafargue, “Le Matriarcat”, 1889, e si rileva nella pubblicistica di un secolo dopo. Alla donna che cancella la paternità, con la madre vergine, si contrappose in antico Giove che concepiva e figliava di suo, Minerva dalla testa, Dioniso dalla gamba. Un neo patriarcato deve ancora ricorrere all’utero in affitto, ma fino a quando? Che senso ha la lotta dei sessi, se non come passatempo (fatte salve le salvaguardie giuridiche)?
La verginità è come la presenta la chiesa dei Padri, legata al romitaggio e al deserto: è una desertificazione. Lo è nei fatti – nelle vite in convento – e nella dottrina: chiudersi alle passioni.
Eliminare le passioni è anticristiano, Gesù Cristo è Dio di passione. Per non dire che interrompendo l’ordine della creazione interrompe la salvezza. La salvezza è la promessa dei creati. Le verginità premia la salvezza a meno della creazione? Ma piace, in poesia e tra i religiosi, perché intrisa di eros. Non sconta secchezze e fragilità, bensì prolunga lo stato adolescenziale, denso di sensualità (affetti “terminali”, ideali, fantasie, colori), nel bombardamento ormonale cui è sottoposto. Nella religione è proposta peraltro come unione con Dio.
E d’altra parte il sesso (sessualità) è durissimo livellatore. Toglie senso e sapore a molta storia: infanzia, vecchiaia, famiglia, verginità appunto (sia essa sublimazione o sia erotizzazione). Toglie anche il piacere della carne, nel mentre che la moltiplica in immagine. È una ritenzione che propone, un’immensa cupola del desiderio, nel mentre che annulla le diverse esperienze della vita.
 
Un viaggio nella fede ortodosso e piano, leggibile, perfino avvincente. Convincente. Ma di un Dio rivoltato, volto e specchio del femminismo, quindi sempre divisivo. Se non che a un certo punto l’umanità è detta “la specie più fallita di tutte, l’unica capace di causare da sé i presupposti della sua distruzione”. Ma Dio non è in parallelo con questa umanità? Sono “due estremi inconciliabili” (p. 51) il Creatore e le creature? Creatura non è creat3, è qualcosa in evoluzione – è il vangelo secondo Murgia. E non può avere torto, sennò che si vivrebbe a fare?
Si pubblica meritatamente come un classico, con postfazione, nota al testo, bibliografia. Ma il genere inarticolato, con asterisco o numero, è già una ridicolaggine - una americanata (un tempo si sarebbe potuto dire una cazzoneria americana) a cui Murgia si sarebbe pensata immune.

Michela Murgia, God Save the Queer, Einaudi, pp. 142 € 14,50

martedì 13 dicembre 2022

Intercettare, sempre meglio che lavorare

Si discute delle intercettazioni come se fossero la chiave del diritto all’informazione. Mentre sono la chiave di una giustizia di sbirri – sbirro è “agente di polizia di governi del Medioevo e del Rinascimento”, dice wikipedia, ma tutti sappiamo cosa vuole dire, e non si riferisce più all’agente di polizia: da quando sono i Procuratori della Repubblica a condure le indagini, se ne sono appropriati, e non se ne adontano.
Le intercettazioni sono più spesso una forma spregevole di diffamazione, calunniosa. Che noi paghiamo, alcune centinaia di milioni l’anno, per il divertimento e la carriera di giudici spregiudicati e cronisti giudiziari, e di qualche colonnello – è sempre meglio che lavorare. Si veda da ultimo dal profluvio di intercettazioni a carico del management Juventus, dalle loro conversazioni quotidiane per un paio d’anni estraendo le frasi dove si dice “cazzo” e “merda”. Salvo poi, ieri, rinunciare a presentarsi in giudizio. Dopo due settimane di diffamazioni.
Non è opera dei Buffi, è la Giustizia, senza senso del ridicolo. Le intercettazioni sono uno strumento di indagine non una prova. Si dispongono per arricchire le indagini su un reato che sia stato commesso, e non “a strascico” come alla pesca proibita (ci sono registrazioni di effusioni in
 camera da letto, e anche di meteorismi e evacuazioni al bagno), alla ricerca di un reato purchessia. I giudici lo sanno. I cronisti giudiziari pure. Ma finché la diffamazione è libera, se ne avvalgono – sempre meglio che lavorare.

Il sole è freddo al Nord e violento

Lui e lei, due giovani buoni coartati da famiglie cattivissime sotto la rispettabilità, sono costretti alla violenza. Dal forte romamzo di Jo Nesbǿ, sulla violenza dei “buoni sentimenti”,
Il sole incombente del titolo vuole dire che produce follia? Non si direbbe, più si va al Nord più il senso del giusto e del diritto si vuole inappellabile. E poi non è che il sole di mezzanotte illumini, la luce è per tutta la durata del film, anche a mezzogiorno, grigia e umida. Un romanzo per questo spetto anche controcorrente, quello del grande scrittore norvegese, sul mondo superno del suo paese.
Una seconda curiosità il film presenta, di essere una produzione italiana, con una regista e un protagonista (Bergonzoni) italiani.
Francesco Carrozzini, The Hanging Sun – Il sole di mezzanotte, Sky Cinema

lunedì 12 dicembre 2022

La Fifa qatariota e l’arbitro Collina

Va alla conclusione imperturbato questo Mondiale del Qatar mentre si moltiplicano gli scandali per la corruzione che lo ha propiziato e accompagnato. I cronisti se ne dicono entusiasti, perché è sempre un mese di vacanza, in un posto poi carissimo. Ma nulla al confronto degli entusiasmi della Fifa, del grande emigré Infantino, assurto dall’ombra a Grande Capo, e del Capo degli Onesti, l’arbitro Collina, già coordinatore degli arbitri in Ucraina. 

L’arbitro spagnolo Lahoz ha osato ammonire Messi nella violentissima partita Argentina-Olanda, e Collina lo ha sospeso inflessibile. Mentre Infantino non ha sanzionato, neppure criticato, la squadra argentina, che in formazione si è recata a dileggiare gli olandesi sconfitti - è il “legittimo entusiasmo”, dicono i cronisti, colliniani e quindi onesti per definizione ma digiuni di diritto (la “legittimità” è concetto complicato).
La storia degli arbitri in questo Mondiale, quando si potrà ricostruire, sarà una copia di quella economico-finanziaria?
Senza accedere alla cospirazione che denunciano i calciatori portoghesi, la designazione di un argentino a dirigere Marocco-Portogallo cos’è? Un errore? Non può essere, Collina è infallibile - l’unico che non cambia nella federazione del calcio mondiale, dove il più onesto ha la rogna, una barca in un mare in tempesta di dollari.

Letture - 505

letterautore

Baudelaire – Si trascura che “I fiori del male” avrebbe voluto intitolati “Le lesbiche”. “Fiori del male” gli fu suggerito e imposto dall’amico critico d’arte – la “professione” di Baudelaire - Hyppolite Babou.

Brontë – Le inglesissime sorelle scrittrici devono il loro nome a Bronte nel catanese, la città dei pistacchi. Della ducea di Bronte, che in qualche modo si perpetua, era stato insignito da Ferdinando IV di Napoli, poi Ferdinando I delle Due Sicilie, l’ammiraglio Nelson per riconoscenza del riacquistato reame – un riconoscimento non da poco, al titolo era accodato un possedimento di sedicimila ettari. E dell’ammiraglio era grande fan il padre delle future scrittrici, pastore anglicano. Che di suo aveva un nome assonante, Brunty. Quando lo cambiò in Bronte per “nelsonismo”, volle la dieresi perché anche in inglese si pronunciasse com e in italiano.

Dante – C’è qualcuno che non lo apprezzava, Voltaire. Che ne parlava alla milanese: “Il Dante è sicuro di sopravvivere, lo si legge poco”. Lo riferisce Proust alla fine del saggio “A proposito di Baudelaire”, ma facendolo precedere dalla chiosa: “Una frase inesatta, assurda, una frase così divertente benché falsa, che mi dispiace di non citarla con esattezza”. Ma è vero che Voltaire, per anticlericalismo e non solo, non apprezzava Dante. A lui si fa ascendere la lunga eclisse di Dante in Francia, nel Sette-Ottocento.

Di Dante Voltaire solo apprezzò, nel discorso di ricezione all’Accademia, il ruolo che aveva avuto nella “creazione della lingua” - sempre alla lombarda: “Non c’è niente che il Dante non esprimesse, al modo degli Antichi.  Abituò gli italiani a dire tutto”. Il Poema disse, al meglio, “bizzarro” – Voltaire apprezzava Ariosto, “il primo dei poeti italiani e forse del mondo intero”, scrisse a D’Alembert, pari a Omero, e a Madame du Deffand: “La più feconda immaginazione di cui la natura abbia mai fatto dono a nessun uomo”. 

Destra – Hitler affascinò non soltanto Hamsun, Pound e Céline. Molti giovani anche: non solo Fo, ma Albertazzi, Vianello, Tognazzi, Walter Chiari, gli attori più amati, l’architetto Sottsass, marito di Fernanda Pivano, Saverio Vertone, Ingmar Bergman non furono arruolati ma volontari del nazifascismo, Günter Grass e Pio Filippani Ronconi delle SS combattenti, e non era facile, la selezione era severa - Filippani Ronconi che poi seppe tutto dell’Iran, pure i dialetti.

Editori - Diventano sempre i più i protagonisti del giornalismo culturale, più è meglio degli autori, che sono, o rimangono, senza storia. Arturo Ferrari, Ernesto Ferrero, le corrispondenze Mondadori, ora pure con Buzzati, le corrispondenze Einaudi, quelle Garzanti, le giurie o comitati di lettura degli editori, Neri Pozza, gli eterni Alberto Mondadori e Livio Garzanti, i redattori creatori sempre più numerosi, Sgarbi, Andreose, come già Niccolò Gallo o Vittorio Sereni, figure solitarie, mitiche.

Flaubert – Proust non lo ama, perché nuon vuole metafore (“Solo la metafora può dare una specie di eternità allo stile, e non c’è forse in tutto Flaubert una sola metafora”) ma lo difende, in quanto innovatore della lingua, in “À propos du «style» de Flaubert” (in M. Proust, “Chroniques”, ora nelle varie raccolte di saggi) – stile tra virgolette, per dire che Flaubert non ne aveva. Gli aveva anche dedicato in gioventù un pastiche, che è genere ironico ma anche un riconoscimento, un omaggio allo stile. Nel saggio lo appaia a Kant – con ironia doppia: “Un uomo che con l’uso interamente nuovo e personale che ha fatto del passato remoto, dell’imperfetto, del participio presente, di certi pronomi e di certe preposizioni,  ha rinnovato la nostra visione delle cose tanto quanto Kant, con le sue Categorie, le teorie della Conoscenza e della Realtà del mondo esterno”.

Leone – “È noto che solo l’intervento del presidente Giovanni Leoni poté salvare il negativo del film e la reputazione della Repubblica” - Marco Tullio Giordana, ricordando sul “Venerdì di Repubblica” lo scandalo suscitato cinquant’anni fa da “Ultimo tango a Parigi” di Bernardo Bertolucci. “Non è poi cosa così nota”, obietta l’intervistatore, Marco Cicala: “Povero Leone, «meschino calunniato»”. Leone sarà qualche anno dopo costretto alle dimissioni, da una campagna calunniosa de “L’Espresso” e di Camilla Cederna.

Livorno – “Una città di porto, ma non di mare: in Italia lo sono Trieste, Napoli e Genova”, Serena Melani, livornese, comandante di grandi navi, a Stefano Salis, “Il Sole 24 Ore” dell’altra domenica.

Madeleine – Del procedimento della memoria inavvertita Proust fa antesignani Chateaubriand e Nerval, sempre parlando, bene e male, di Flaubert, all’ultima pagina del saggio. Chateaubriand quando nelle “Memoria d’oltretomba” sente a Montboissier cantare un tordo, e il tordo lo riporta alla giovinezza Cobourg, lontano nel tempo e nel luogo. Mentre Nerval potrebbe avere a titolo di tutte le sue opere, insiste, “quello che avevo dato all’inizio a una delle mie: Le intermittenze del cuore”.

La “madeleine” non piaceva a Proust. Il saggio su Flaubert conclude con una filippica contro i critici che lo avevano acculato ai ricordi d’infanzia: “In ‘Dalla parte di Swann’ alcune persone, anche molto letterate (probabile allusione a Gide, n.d.r.), fraintendendo la composizione rigorosa benché velata, (e forse più difficilmente riconoscibile perché era a larga apertura di compasso e il pezzo simmetrico di un primo pezzo, la causa e l’effetto, si trovavano a grande intervallo l’uno dall’altro) credettero che il mio romanzo era una sorta di raccolta di ricordi, concatenati secondo la legge fortuita dell’associazione d’idee. Citarono a sostegno di questa controverità delle pagine dove alcune briciole di «madeleine», bagnate in un’infusione, mi richiamano (o perlomeno richiamano al narratore che dice «io») tutto un tempo della mia vita, dimenticato nella prima parte dell’opera”. Proust rinvia per una corretta lettura all’ultimo libro della “Ricerca”, “non ancora pubblicato”, dove il lettore troverà, dice, “tutta la mia teoria dell’arte”.   

Roma – Profumata la percepì un secolo fa la pittrice russa Anna-Oustrumova Lebedeveva, o così la ricorda, nei tardi “Appunti autobiografici”, del 1974: “Non potevo non entusiasmarmi del fascino della sua lieve aria profumata. Dai recinti delle ville e dei giardini arrivava il profumo del lauro, del cipresso e delle rose”. Nonché animata – il che è ancora vero, a tutte le ore, sembra una città che non lavori: “Mi conquistò la vita delle strade così rumorosa e lucente, anche se nel suo chiarore e movimento non c’era alcuna affinità con le altre capitali europee”.

Russi in Italia – Sono stati soprattutto donne, quelle che più hanno inciso: Anna Kusliscioff, Marìa Bakunina, Angelika Balabanova (russa d’Ucraina) Eva Amendola Kühn, Ol’ga Reznevič Signorelli, Jenny Griziotti Kretschmann, Maria Fišman Di Vestea (Antonella d’Amelia, “La Russia oltreconfine”). Anche perché molte donne venivano in Italia, all’epoca di Giolitti, per frequentarvi l’università, da cui erano escluse in patria - insieme con esponenti socialisti, come Gor’kij, Bogdanov, Lunačarskij, Viktor Černov, Plechanov, German Lopatin, Pëtr Kropotkin.

Sainte-Beuve – Proust ne elogia “il linguaggio parlato, perlato” – “À propos du «style» de Flaubert”. 

Tornei – Quelli letterari sono patriarcali? Tra i dieci autori che “La Lettura” premia come “libri dell’anno” (romanzi), solo due sono donne – e non ai primi posti: Elizabeth Strout è ottava, Hanya Yanagihara nona.  Le donne scrivono meno degli uomini? Non sanno scrivere altrettanto bene? O sono i giurati patriarcali? Tra i 282 giurati, “giornalisti, collaboratori e amici del «Corriere della sera»”, i maschi in effetti a un’occhiata veloce sembrano molto più numerosi. Sono allora i maschi che leggono più romanzi e non le donne? C’è da cambiare i criteri su cui si regge l’editoria.

letterautore@antiit.eu

Il mistero delle donne

Curioso rifacimento oggi di un film che già vent’anni fa, nell’edizione franco-italiana di François Ozon, risultava misogino, oltre che stererotipo antiborghese. Basato, oggi come allora, sui dialoghi di una commedia per il teatro del 1958, del francese Robert Thomas – un drammaturgo che non ha lasciato altre tracce.
Ma le sette donne dell’edizione italiana, una in meno rispetto a quella di Ozon (la governante nera non si può più al cinema), si divertono e divertono. In ruoli per loro inconsueti, di Margherita Buy soprattutto, e di Luisa Ranieri e Micaela Ramazzotti, per non dire di Ornella Vanoni resuscitata.  
Alessandro Genovesi,
Sette donne e un mistero, Sky Cinema

domenica 11 dicembre 2022

Problemi di base pratici - 726

spock


Perché ci sono le code agli ospedali?
 
Se è giusto operare di tumore una persona settantacinquenne - in Germania?
 
Se è giusto non operarla - in Germania?
 
Perché i pantaloni unisex, scomodissimi, impraticabili: per risparmiare sulla chiusura lampo?
 
O l’umanità va evirata?
 
C’è la mafia perché non c’è la giustizia?
 
O è viceversa - non c’è la giustizia perché c’è la mafia?

spock@antiit.eu


La transizione energetica non sarà breve ed è difficile

La transizione ecologica è troppo ambiziosa?  È radicale. È affrettata. È ineguale. Rispetto alle precedenti, dal legno al carbone, e dal carbone agli idrocarburi, che hanno preso secoli, “l’obiettivo di questa transizione è non solo di attivare nuove fonti di energia ma di cambiare interamente le fondamenta energetiche di qualcosa che è oggi un’economia globale di 100 mila miliardi di dollari in due o tre decenni”.
Ci saranno, ci sono, dei bumps su questa strada, buche e dossi, il percorso è accidentato. Yergin, lo storico americano maggiore esperto mondiale del passato e futuro delle fonti di energia, vice-presidente di S&P Gobal, individua e spiega almeno cinque di questi bumps, dossi, strozzature. Lo sviluppo delle energie alternative, il solare, il vento, l’acqua, è incerto e pone problemi analoghi a quelli cui intende rimediare, i guasti delle fonti fossili.
Quattro problemi sono individuabili. La sicurezza degli approvvigionamenti, a prezzi congrui, è un prerequisito della transizione come di tutta l’economia: è bastata la sola aspettativa, ben prima delle decisioni, di una transizione rapida per scoraggiare gli investimenti nelle fonti fossi in uso e far salire alle stelle i prezzi, ben prima della guerra in Ucraina. Non c’è consenso fra i grandi “produttori di CO2” sulla velocità della transizione, in parte a causa dei problemi di mercato (di prezzi) che pone. Terzo: si aggrava il divario tra economie avanzate ed economie in via di sviluppo. Infine, l’obiettivo emissioni-zero troverà problemi a breve termine: minerari, per la fornitura delle materie prime necessarie, a partire dalla più diffusa, il rame, e nelle “catene di approvvigionamento” nella rete mondiale di scambi.
“Le quattro sfide, sicurezza energetica, impatto macroecomico, divario Nord-Sud, minerali, avranno ognuna effetti significativi sulla transizione energetica. Nessuan di esse è di soluzione agevole, ed esse interagiranno tra di loro, il che accrescerà il loro impatto”.
Daniel Yergin, Bumps in Energy Transition, International Monetary Fund, “F&D Finance&Development”, dicembre 2022, free online
 

sabato 10 dicembre 2022

Ombre - 645

Può fare spettacolo Crozza, un comico, col tutto-banca a proposito del pagamento senza contanti. Con la banca che si nasconde, impossibile stabilire un contatto, anche non fiduciario, come sarebbe opportuno. Ma cui dobbiamo consegnare i nostri soldi, d’obbligo. Senza corrispettivo, e senza garanzie – ci si perde, sempre. E ora vuole obbligarci alla moneta bancaria, a un costo, con la scusa dell’antiriciclaggio, che nessuno crede.

È un argomento che prende, se se ne può fare spettacolo. Una verità molto semplice, di cui però non c’è traccia nei media d’informazione.
E si è dimenticato, Crozza, la cosa più divertente. Che le assicurazioni, cioè le banche, non accettano le carte di credito. 

Quest’anno la Scala consegna alla stampa una standing ovation al presidente Mattarella di cinque minuti, invece dei dieci passati. Ma con qualche urlo da claque. E con un sonoro che la Rai eleva a ondate. Mentre le riprese del pubblico, benché poche e “tagliate”, mostrano soprattutto gente che aspetta paziente in piedi, in attesa dell’Inno di Mameli. È Milano che corteggia il presidente, o la Rai?
 
Il Pd fa autocritica, il Pd va al congresso, il Pd si rinnova, con Schlein un Pd movimentista, ma a Roma bada alle sol(it)e promozioni: i suoi dirigenti, qualcuno anche con qualche condanna, si danno cariche pubbliche da ottomila euro al mese. O concorrono a dirigenti pubblici al culmine di una lunga carriera politica, che non dismettono – dirigenti in aspettativa, tengono occupata la poltrona.
 
È da ridere il tentativo di collegare la moglie di Soumahoro a Berlusconi, al bunga-bunga. Anche a costo di farle torto – non è una sprovveduta. Sono dieci o quindi anni ormai che il soviet giudiziario, cronisti e giudici, non trovano altro. La moglie di Soumahoro è colpevole solo se è andata a letto con Berlusconi? Sembra di sognare, ma è la realtà dei media.
 
Richiamo-francobollo in prima pagina del “Corriere della sera” per il nuovo libro del papa – ha più spazio Alessandro D’Avenia. Il papa si spreca.
 
Si rinazionalizza ora anche il petrolio (Priolo), dopo la rete telefonica e l’acciaio. Perché le privatizzazioni sono state fatte venticinque anni fa in fretta e male (da Draghi), ma questo non si dice.
 
I fondi soci di Unicredit non vogliono pagare a Orcel, l’ad che loro stessi hanno voluto e che li ha locupletati, il premio per i risultati di gestione, e se ne lamentano col “Financial Times”. Avanzando il dubbio che i miglioramenti, benché registrati in bilancio, siano soprattutto di Borsa, di aspettative, sostenute da un forte buy-back. Cosa vera e non vera – i buy-back sul nulla finiscono nel nulla. Ciò che è vero è il respiro corto e cortissimo dei fondi, i protagonisti dei mercati finanziari, forse più delle banche d’affari. Che intorbidano l’informazione, e quindi le aspettative, e quindi i mercati, per interessi di corto e cortissimo raggio – qui si tratta di non pagare a Orcel uno o due milioni.
 
Si legge infine sul “Sole 24 Ore
” la verità contabile degli addebiti alla Juventus, che sono di poca  o nessuna entità. E si capisce la volgare violenza che s’indovina alle raffiche violente e volgari (le intercettazioni) della Guardia di Finanza e della Procura di Torino.

Delle intercettazioni Juventus si segnalano quelle a base di “merde”, le due o tre volte in cui impiegati e dirigenti del club, in decine di migliaia di intercettazioni, si sono lasciati andare alla coprolalia. Le segnalano i giornali della famiglia Elkann, che della Juventus è anche proprietaria.
 
C’è un’inchiesta dell’Autorità per le Telecomunicazioni, Agcom, sulla Rai che cripta Rai 1 e Rai 2? C’è, richiesta da Paolo Gentiloni. Ma risale al 2011, quando Gentiloni, funzionario del Pd, faceva campagna contro il governo Berlusconi. Ora la Rai cripta le partite importanti, serali, del Mondiale, e Agcom tace.
 
La Rai cripta senza un perché manifesto. Sarà inadeguatezza tecnica (quando le partite sono in chiaro, ogni tanto l’immagine è frazionata). Un motivo commerciale non si vede, e anzi la riduzione conseguente della audience la penalizza - col monopolio del Mondiale impedisce a molti italiani di vedere le partite. L’incapacità tecnica si doppia con quella commerciale.

Sissi erotica, di serie B

Distribuito dai cinema “di qualità”, come una rivisitazione femmminista del mito di “Sissi”, la sposa dell’imperatore d’Austria-Ungheria Francesco Giuseppe, che un anarchico italiano pugnalerà a fine Ottocento, è di fatto un polpettone, che rimanda al vecchio serie B erotico, quando si facevano venti minuti di niente fra una scena erotica e l’altra. Qui l’erotismo è solo accennato, ma c’è di tutto, tra onanismo e saffismo. Con guardiacaccia incorporato per l’imperatrice sporcacciona. Con interpreti sommariamente addobbati. In interni, ed esterni, approssimativi e senza carattere – per lo più lo stesso ambiente: un corrido fra due appartamenti, un grande magazzino, un prato nel bosco, con location un po’ dirute per pagare poco l’affitto, la stessa vasca in ghisa per molti bagni nudi.
La diversa Sissi, quarantenne ansiosa del tempo che fugge, con due figli melensi, è un po’ rifatta sulla principessa Diana, di cui va a visitare la fatiscente casa di campagna – l’imperatrice va in vacanza per una settimana (dopo una settimana di viaggio?) in Inghilterra, dagli Spencer, la famiglia di Diana: s’interessa ai “poveri ungheresi”, etc. Un po’ è alla D.H.Lawrence: le piacciono gli ufficiali che non pensano, e dagli Spenser ha uno spasimante stalliere, l’unico che la innamora. Ma, onestamente, il film non ha l’ambizione di riscrivere la storia.
Uno scherzo? Si fa pure il vaffanculo, Sissi imperatrice lo fa, col dito medio teso - che è peraltro uso recente, copiato come tutto dagli Usa. Il film è stato mandato a tutti i festival dell’anno, Cannes, Toronto, San Sebastian, New York, ed è agli Oscar in rappresentanza dell’Austria.
Marie Kreutzer,
Corsage-Il corsetto dell’imperatrice

venerdì 9 dicembre 2022

Cronache contanti ter

Ho pagato 48 mila euro di commissioni bancarie” per l’uso del pos, Roberto Castroni, titolare di uno “storico caffè in via Cola di Rienzo” a Roma, quartiere Prati, spiega al “Corriere della sera-Roma”. Finalmente si fa strada la vera ragione dell’obbligo del pos per spendere un euro: rimpinguare le banche. Per nulla: una scrittura contabile, che non serve a nessuno, non alla banca, non al cliente, non al fisco. Si direbbe un pizzo.
 
Ma la Grande Notizia si fa strada nella cronaca locale. Come dire: noi l‘avevamo detto, mentre di fatto il giornale non lo dice, non nella cronaca nazionale, non nei commenti.

Di corsa nel Millennio senza tempo

La madre single multitasking nei giorni degli scioperi parigini dei trasporti pubblici. Master in Marketing, già capo struttura di primaria società di ricerche di mercato, ora cameriera al piano in albergo (quanta fatica, non s’imnmaginerebbe). Con l’ex coniuge assente e quindi senza mantenimento per i figli. Mentre all’anziana baby-sitter la sua propria figlia intima di non più lavorare, “altrimenti chiama i servizi sociali”.
Una simulazione più che un racconto. Che regge il tempo lungo, di giorni e anzi settimane, di un disguido dietro l’altro, di corse a piedi sotto la pioggia e passaggi racimolati all’avventura, col volto che mostra sempre fresco della protagonista, interpretata da Laure Calamy – attrice interprete in Francia di una cinquantina di film. O più che della vicenda-situazione specifica, il racconto di come si viva, apparentemente occupatissimi, in realtà “senza tempo”, cioè sopravvivendo, nella confusione, di corsa, nel Millennio. 
Premiato a Venezia per i suoi valori morali. Una lezione, allora? Comunque apprezzabile, non ricerca (sfrutta) effetti di angoscia. 
Éric Gravel, Full Time – Al cento per cento, Sky Cinema

giovedì 8 dicembre 2022

Cronache contanti bis

Si legge sul “Corriere della sera” di un signor Gaetano Tarantini cui a Monaco di Baviera la tassista ha fatto pagare il 10 per cento in più la corsa del taxi poiché pagava con la carta di credito. Con suo sgomento, del signor Tarantini: “Devo pur dire che, avendo vissuto per vent’anni in Austria e girato l’Europa parecchio (la Germania in particolare) non avevo mai avuto un’esperienza simile”.
Il solito tedesco “lurco”, anzi tedesca? La tassista, non potendo manomettere il tassametro, ha fatto al signor Tarantini la commissione che lei paga alla banca della carta, elementare, Watson. Ma come non detto. il giornale relega la lamentela alle lettere al direttore, come una bizzarria. Della tassista, o del lettore - si sa che scrivono al giornale vecchi colonnelli in pensione.

Il miracolo della fede

La storia dei pastorelli e della Madonna di Fatima raccontata matter-of-fact. Nella sua ordinarietà: bambini che hanno le visioni, genitori inquieti, autorità Pazienti e poi indignate, laiche e religiose, il popolo altalenante, entusiasta e minaccioso. Nelle sue incongruità: la morte precoce predetta dalla Madonna a due dei pastorelli, i segreti di cui li grava, le durezze fisiche che vuole si infliggano. E in parallelo Lucia adulta, la sopravvissuta, che non sa né cosa né come, ma ci crede. La fede, che non si spiega. I miracoli, che pure si compiono.  
Un altro recupero utile delle uscite sfortunate del 2020-2021. Un racconto scontato che Pontercorvo riesce a vivacizzare, in ogni momento interessante.
Con un cast internazionale, per la promozione in vari paesi. “Fatima” è un progetto americano, di produttori di grandi serie, come “Rome” e “Game of Thrones”, cui Pontecorvo ha lavorato. Partendo dalla canonizzazione di Jacinta e Francisco nel 2017, a un secolo dall’apparizione, a San Pietro da parte di papa Francesco: la fede promossa dal business.
Marco Pontecorvo, Fatima, Sky Cinema

mercoledì 7 dicembre 2022

Secondi pensieri - 499

zeulig

Constant – È il commercio e non la guerra che fa la libertà delle nazioni, e la loro ricchezza? Tra gli antichi e i moderni, il liberale insuperato Benjamin Constant rifletteva due secoli fa che è il commercio che connota le società moderne, e non la guerra degli antichi, e che il commercio vale meglio della guerra – fa gli interessi dei più, del popolo, della massa. Nel suo liberalismo storicizzato, non ideologico, Constant spiegava anche l’evidenza: la libertà dei moderni si fonda sulle libertà civili, sulla legge, sulla moderazione dello Stato, cui è delegato l’uso della forza. Ma con una partecipazione limitata dei cittadini ai fatti pubblici, per due evidenti motivi: la taglia enorme assunta dagli Stati moderni – questo detto due secoli fa, prima dello Stato sociale e delle politiche economiche – e l’organizzazione “commerciale” (economica) della società, senza più schiavi, di cittadini lavoratori. Semplice, inattaccabile anche.

Una democrazia come commercio, all’interno e all’esterno degli Stati, che sembrava inverata dalla globalizzazione: “mai stai così bene”, avrebbe detto il vecchio statista britannico MacMillan, allargando lo sguardo a tutta l’umanità, compresi i suoi cinque sesti relegati ancora trent’anni fa in un paludoso Terzo Mondo. Ma così non è, nota Sabino Cassese, nel breve saggio “I leader di tutto il mondo e la difficile arte della pace”, pubblicato ieri sul “Corriere della sera”: tutti incontrano tutti, i capi di Stato, e si stringono accordi, per il commercio, per i diritti, per il benessere, ma un disegno di pace non c’è, anzi le guerre si moltiplicano.
Cassese non lo ricorda, ma si sono fatte, si fanno, guerre “umanitarie”, nella ex Jugoslavia, in Afghanistan, in Iraq, in Libia, in Siria. Di fatto per sperimentare bombe all’uranio, per quanto “impoverito”, bombardamenti aerei d’alta quota “di precisione”, uso tattico dei missili, sul campo di battaglia. Con centinaia di migliaia di morti, e decine di milioni di profughi negli ultimi trent’anni, quelli della globalizzazione economica. Ma ne ha presenti i limiti, anzi le negatività: “La ricerca di un mondo più democratico è entrata in conflitto con l’inviolabilità dei confini (non solo con quelli territoriali), con il rispetto della sovranità degli Stati e con il principio di autodeterminazione dei popoli”. Di cui è difensore il presidente della Repubblica Popolare di Cina, Xi Jinping, Cassese nota perplesso.
 
Diritti – La “società dei diritti” cancella più che affermare? Jonathan Bazzi – “sono uno scrittore e una persona queer” - trova che “l’enfasi sui traumi vissuti intrappola le voci queer in stereotipi a uso social”. La sua condizione, spiega, di scrittore e persona queer, “sempre più spesso mi spinge ad interrogarmi sul rapporto tra trauma e immaginazione”. Che si penserebbe alimentata dai traumi. Se non che i social, imponendo “loro regole del gioco”, appiattiscono tutto nella ripetitività: Così l’esperienza dell’essere vittima e il racconto del trauma subiscono una mutazione: da marginali diventano, ce ne si (? ci se ne) renda conto o no, una specie di nuovo canone”.  E diversificarsi non si può: “Di fatto significa rischiare la più grande vergogna contemporanea, quella di non essere visti”.
Si sapeva della rete che fosse una grande piazza. Anzi, un mercato. Di imbonitori e vaiasse. E da prima di internet si sapeva che al mercato in quantità più si propone della stessa merce, più i prezzi declinano. È colpa dei social se i “diritti” fanno meno impressione, oppure ce ne sono troppi sul mercato, e fuori stagione?
 
I social, cioè la grande rete dei “diritti”.

Eresia – “Nella storia delle divisioni ecclesiali è sempre scaturita dalle violenze di un aut-aut. Decidere da che parte stare è sempre un atto disumano, perché gli esseri umani sono sia da una parte sia dall’altra. Per la Chiesa il sigillo delle fede si ritrova molto più riconoscibilmente nella pratica dell’et-et, che spesso tiene insieme verità in apparenza contradittorie”. Michela Murgia, “God seve the queer”, 5-6. “Spesso” forse sì, o per la Chiesa. Se vuole essere comunità piuttosto che maestra di verità e di vita, nel solco del Vangelo frainteso del porgere la guancia.
Un altro scrittore, il tedesco Günter Grass, curiosamente ha argomentato il contrario, a proposito della psicologia del suo popolo. Una voce grossa, discordante, quella di Günter Grass, ma incontrovertibile, che “aspiro”, scrive, “a farvi scettici, aspiro a strappare le radici di questo idealismo tedesco che continua a sbocciare”, che cresce come la gramigna, e non ha voglia di libertà, causidico: l’amata formula “dall’una parte e dall’altra”, dice lo scrittore, si vuole precisa ma è indecisione. O l’aveva detto Jünger: i tedeschi non sono un popolo dell’aut-aut ma del tanto-quanto. O già Rivière: i tedeschi non sono il popolo dell’“o…o”, bensì del “non solo…ma anche”, de “l’uno e l’altro insieme”, Occidente e Oriente, amore e morte. Da cui la nota immagine, che i tedeschi, come certi vini, vanno tagliati.


Filosofia - Deve difendere Gianni Vattimo Franco Debenedetti, che non è un filosofo, nemmeno un letterato, solo un amico. Nemmeno autorevole, se il giornale lo confina alle lettere al direttore. Deve difendere il filosofo ottantaseienne dai discepoli e colleghi e altri  filosofi e letterati, che lo vogliono incapace d’intendere e di volere, e da paio d’anni gli avvelenano la vita con una causa. Bisogna sempre diffidare della filosofia – che tanto presume di sé, pretendendosi ultimativa? Anche nei confronti di un mite, che ha filosofato il “pensiero debole”.  Anzi, tanto più facinorosa in quanto Vattimo è un mite: l’accusa, da cui indirettamente deve difendersi in tribunale, è di non essere più prodigale, come soleva – si processa il suo ultimo collaboratore-assistente-badante, che ha chiuso i rubinetti. Da qui l’assurda accusa: si difenda Vattimo che non dilapida più i suoi averi. Avallata da un giudice.
Si è sempre detto la “Repubblica” di Platone utopistica – cioè un qualcosa troppo perfetto o bello per essere realizzato. In realtà non si realizza, anzi non si insegna e di fatto non si auspica, perché i suoi profeti e interpreti tendono a fare male – come lo stesso Platone del resto fece, quando provò a a farsi maestro dello sperimentato tiranno di Siracusa.
 
Heidegger
– Se ne continua a parlare, a quasi cinquant’anni dalla morte, dopo essere stato invasivo di ogni aspetto della filosofia, solo per l’antisemitismo, se non c’era, se c’era, e di che natura. La pubblicazione dei “Quaderni neri”, accortamente studiata sul piano editoriale-commerciale, ha avuto fortuna solo per questo aspetto. Il Filosofo Bino (dopo Platone) è tenuto in vita proprio da quel Judentum che lui in qualche modo disprezzava, teoretico, ontologico, o anche solo facciale – benché amante focoso e avventuroso nello stesso Judentum. Avviene per lui come per Wagner: sono un problema per l’antisemitismo, o del semitismo?
 
Idealismo – Ha tendenze integraliste. Una volta conduceva al terrorismo.
Se connesso alla tolleranza, come dovrebbe, è piuttosto pragmatismo – un vedere che succede.

zeulig@antiit.eu

Cronache contanti

Quale che sia l’opzione politica di Balassone, Banca d’Italia, ora critico con Meloni per il contante, ma dopo essere stato molto critico con Draghi per il debito (lo spread era salito di 70 punti, quasi ottanta), è curioso che il governo di destra, “sovranista”, si appelli alle regole europee, e del diritto, che l’unica moneta valida considerano quella a corso legale, contro chi, da sinistra?, vuole invece la “moneta” delle banche, cioè una tassa privata sui pagamenti, che l’utente paga. Destra e sinistra si scambiano i ruoli anche sulla moneta? Non c’è più religione.
 
Si torna alla moneta bancaria come cinquant’anni fa, poco meno, quando la crisi economica fu analoga, recessione più inflazione, con i “pizzini”. La tentazione è ricorrente.

Babbo Natale si diverte, tecnologico e corretto

Titolo poco felice. Per un soggetto non più nuovo, Babbo Natale all’era della tecnologia: le letterine non chiedono più bambole e giocattoli ma congegni elettronici. Giocato inizialmente in un napoletano troppo veloce e indistinto, di suoni inarticolati. Passando dagli elfi della Lapponia a un partenopecentrismo indigesto. Attorno all’arte, verrà spiegato, della “cazzimma”, neologismo in uso da qualche decennio, che Ernesto Ferrero e Treccani presentano negativamente, e anche Pino Daniele nelle sue memorie, ma Siani riabilita: l’arte di arrangiarsi, con furbizia certo. Che poi si movimenta con le cialtronerie di Babbo Natale e della Befana: De Sica e Finocchiaro si divertono e divertono.
I due vecchi concorrenti del dono con scope a reazione riescono anche a battere la multinazionale delle consegne rapide: recuperano la slitta del tempo e fanno, come sempre fa Babbo Natale, le consegne in simultanea. Anche se in una notte indistinta: il Natale non si menziona neanche per caso, come vuole la correttezza – eccetto che, forza maggiore, nel nome che in italiano ancora si dà a Santa Claus.  
Una felice ripresa, dopo l’infausta uscita un anno fa, in concomitanza con la reinsorgenzra del covid.

Alessandro Siani, Chi ha incastrato Babbo Natale, Sky Cinema, Sky Q

martedì 6 dicembre 2022

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (510)

Giuseppe Leuzzi

“Sono metà siciliano e metà napoletano e sono cresciuto a Bensonhurst, un’area tutta italiana”, proclama a Monda su “la Repubblica” Anthony Fauci, il controllore americano della sanità che ha lavorato con sette presidenti, alcuni dei quali lo hanno avversato con asprezza, da ultimo Trump. Uno a cui peraltro tutti riconoscono grandi meriti. È straordinario, e sempre inspiegato, che questo non possa avvenire in Sicilia e a Napoli.

La Corte dedi Conti esamina infine il bilancio della Regione Sicilia 2020 e lo boccia: deve trovare subito un miliardo 620 milioni. Un decreto del 2019 che consentiva alla Sicilia di spalmare il debito in dieci anni non è “costituzionale”.
Perché scoprire incostituzionale a fine 2022 un decreto del 2019? Burocratismo? Probabile, trattandosi della Sicilia: la Corte dei Conti non si sarebbe svegliata tre anni dopo se si fosse trattato della Toscana, per dire.
Sempre si conferma che il problema del Sud è l’Italia, lo Stato. E non per ridere, come si argomentava trent’anni fa, “Fuori l’Italia dal Sud”.
 
“La vera secessione è degli scrittori del Sud”. Si rilegge casualmente un vecchio saggio disperso di Luigi Baldacci (“Corriere della sera”, 15 ottobre 1996, con questo titolo), e si trasale: “Dagli autori meridionali le denunce delle speranza tradite del Risorgimento”. Subito, dopo l’unità: Verga, De Roberto, Pirandello. “Per i «nordisti»”, invece, “una visione bonaria e ottimista. Al Nord dominava l’ottimismo dei «nipotini» dI Manzoni”.

Il libro di Alessandro Barbano, “L’inganno”, riesplora il giustizialismo. Con intercettazioni a strascico, indiscrezioni pilotate, testimonianza indotte con i benefici di legge, anche dei delinquenti più perversi. Per le carriere dei giudici, e degli inquirenti. Un fascismo giudiziario impiantato sulla legislazione antimafia – su questo “la linea della palma” ha veramente invaso l’Italia. Cose note. La sorpresa è il pubblico plaudente alla presentazione del libro: Giuliano Amato, Paolo Mieli, Gianni Letta, Savona, Brunetta, Bini Smaghi, Giachetti, Maria Elena Boschi… Cioè, la classe dirigente.

Ma Milano accettò l’Italia a malincuore

Si resuscita Bossi contro Salvini, e Bossi resuscita il leghismo “puro e duro”. Ma questo leghismo è molto più vecchio di Bossi, di un secolo. E si manifestò anche, con asprezza – se i letterati erano “bonari”, bonariamente unitari, come dice Baldacci, i milanesi no.  
Avvenne tardi, a fine Ottocento, in preparazione dell’era Giolitti, che Milano accettò l’unità, pur continuando a diffidare di Roma. Fu dopo la sconfitta di Adua, 1896. Che fu la sconfitta di Crispi, l’odiato presidente del consiglio che aveva indispettito i milanesi. Tutti: i federalisti di un tempo, cattolici e repubblicani, gli unitaristi moderati, e i socialisti, nuovi alla politica parlamentare.
Ancora un anno prima il socialista Filippo Turati ribadiva sulla “Critica sociale”: esistono “due nazioni nella nazione, due Italie nell’Italia, che discutono pel sopravvento”, e dava a Milano un ruolo di guida politica per l’intera nazione e anzi di moralizzatrice del nuovo Paese. Milano, federalista nel fondo con Cattaneo, aveva sofferto la politica delle annessioni plebiscitate, e poi via via molte delle scelte politiche unitarie: Firenze, Roma, il fiscalismo, il burocratismo, la guerra doganale alla Francia, la Triplice Alleanza, che si voleva nemica di Parigi e Londra, le capitali cui Milano guardava – i Verri, Federico Confalonieri, Manzoni.
Crispi individuava in Milano una “Repubblica ambrosiana”, uno “Stato di Milano”. Che diceva dominato da una “fazione aristocratica plebea” nemica dell’Italia.
In precedenza la lamentela era “comune” (Fausto Fonzi, “Crispi e lo ‘Stato di Milano’”) contro l’“oppressione” delle “classi dirigenti meridionali, che sfruttano le regioni più laboriose per sostenere una pazzesca politica estera e coloniale”. Dopo Adua Milano fu agitata da manifestazioni di piazza, che si concentrarono sul Comune, e imposero al sindaco, Giuseppe Vigoni, di farsi latore a Roma di questo messaggio chiaro: fine della guerra d’Africa e dimissioni di Crispi. Il che avvenne – Crispi annoterà nel diario le parole della regina Margherita: “Questa volta ha vinto Milano”.

Milano sempre si mette in rapporto con “Roma”, con l’Italia, in termini rivendicativi, bellicosi. Da ultimo con la Lega e con “Mani Pulite”. Dopo la violenza di piazza, fino al terrorismo.     


L'Italia perde terreno, il Sud regge
Le tabelle Eurostat registrano un calo sostanzioso, un crollo, del peso realtivo dell’Italia nell’economia europea. Nell’insieme, e pro capite. Dal 2000 in poi, da quanto Eurostat fa questo calcolo (ma sicuramente da un decennio prima, dal crollo della lira). Ma il calo è più marcato – molto più marcato - al Centro-Nord che al Sud.
La metà del’Italia che registra un pil pro capite al di sopra della media europea ha visto il divario ridursi di 15 e 20, anche 30, punti percentuali – Roma di 40. Anche le province meridionali hanno perso terreno sulla media europea, ma di poche unità: un miglioramento relativo, rispetto al resto d’Italia.
Se l’Italia non corre il Sud non arranca? Quello che si può dire è che il Sud mantiene le posizioni nella disgrazia generale: l’Italia è in forte calo di produttività. È ancora un paese industrial, la seconda economia manifatturiera d’Europa, pare, dietro la Germania. Che è l’attività che dà più valore aggiunto. Ma con investimenti insufficienti, soprattuto nelle infrastrutture (reti, comunicazioni, tecnologie, ricerca applicata). E un settore dei servizi in grande espansione, ma nell’accoglienza (turismo), che è un settore poco riproduttivo, piuttosto che in quelli tecnologici, finanziari, alla persona.   
 
Il Sud deserto delle cattedrali
Il megarissaficatore a Gioia Tauro, il Ponte sullo Stretto, e ora “le coste sarde contese dai big dell’eolico: progetti per 1.500 nuova pale, torri alte 300 metri”.
Ci saranno dei cicli nell’economia, come qualcuno ancora teorizza? Al Sud evidentemente sì, se invece della manutenzione ordinaria (strade, ferrovie, ponti, porti, linee telefoniche, wi-fi, etc.) si ripropongono le vecchie “cattedrali nel deserto” – anche l’eolico è pagato dallo Stato (cioè da noi, lo paghiamo in bolletta “oneri di sistema”: un affare sicuro, solo utili). Le raffinerie, i petrolchimici di Gela, Ottana, Brindisi, Crotone, i tanti veleni disseminati da Montedison, la stessa acciaieria di Taranto. Che hanno distribuito qualche stipendio, per alcuni anni, diffuso molti veleni, e lasciato rottami. Senza fare o promuovere il circolo virtuoso dello sviluppo.
Riproporre oggi le cattedrali è però colpevole. Perché si sa che non sono motore di sviluppo né lo avviano - la globalizzazione ha accantonato ogni altra teoria dello sviluppo, i megainvestimenti come la cooperazione, magnificndo il lavoro: crescono, anzi si moltiplicano, le economie che sono lasciate libere di lavorare, senza ostacoli o limiti sui mercati. Ma anche perché si sa che le nuove cattedrali si fanno al Sud sempre per il vecchio complesso nimby, not in my backyard, non nelle vicinanze: fumi, polveri e puzze non valgono i (pochi) stipendi.   
 
Milano
Sul “Corriere della sera” Elvira Serra racconta “Una notte a Milano”. Non incontra che immigrati, o figli di immigrati, pagati poco e pochissimo anche di notte, e tutti, senza eccezione, anche i più giovani, preoccupati della violenza dei ragazzi. È vero che Serra viene dalla Sardegna, però che notte a Milano!
 
Due francesi, impiegati di banca, dicono a Serra di trovarcisi bene perché Milano è piccola, mentre Parigi è troppo grande, e vi “si fuma troppo, ci si droga troppo”. A Parigi e non a Milano? E poi, aggiungono, “prendiamo le paghe francesi, altrimenti a Milano non potremmo vivere”. Un sogno.
 
Bacilieri, veneto, con molte esperienze fuori, a Parigi e altrove, si considera milanese – “la mia teoria”, confida a Luca Raffaelli sul “Robinson”, “è che, mentre non si può diventare napoletani e direi neanche romani, si può diventare milanesi”. Concludendo: “Magari ci vuole tempo e fatica, e chissà se vale la pena”. 
 
Pronta Milano fa la fiera del turismo lgbtq+. Con 547 partecipanti, di 39 paesi, di spiega con orgoglio. Perché è un mercato speciale? Viaggiano molto. Quanti viaggi fanno in un anno? Tre. Quanto spendono? 2-3 mila dollari, l’uno. Buoni clienti. L’unico problema è aggiornare i portieri, quando in due, dello stesso sesso, chiedono una matrimoniale. “Il turismo lgbtq+, che in Italia vale 2,87 miliardi, in Europa 75, è un mercato che fa gola a molti”.
 
È a Milano che - si ricorda, ricordando Testori – fu bloccata la “Arialda”, il dramma messo in scena da Visconti, con la collaudata compagnia Stoppa-Morelli. Dalla Procura di Milano, che già allora “faceva” l’Italia. Da parte di un Procuratore Capo sempre napoletano, Carmelo Spagnuolo. La miscela dev'essere micidiale.
 
Si aspetta per “montare” il caso della curva Inter svuotata durante la partita perché il capo “ultra”, un pluripregiudicato, è stato assassinato. Si aspetta di poter dire che c’è dietro la mafia, o la ‘ndrangheta – ora ci vuole la ‘ndrangheta. Milano altrimenti non fa delitti.
 
Si indaga a Torino, la Juventus, in continuazione, a ogni assoluzione segue un nuovo processo, non si indagano Milan e Inter per le stesse ipotesi di reato, accordi con gli “ultra” e falsi in bilancio, Milano si sa proteggere. Mafia?
 
Racconto lungo lusinghiero di Marco Missiroli pubblica “La Lettura”, “Milano 100%”, dove si spiega così i timori del provinciale immigrato: “Come in un verso di Enzo Jannacci un frammento di quella pubblicità che a noi della riviera faceva tanta paura: la bottiglia dell’Amaro Ramazzotti proiettata su dei palazzoni con sotto il traffico, la notte, e le luci dei neon rossi, la città da bere”.
 
Giuseppe Catozzella, autore di “Italiana”, romanzo “sull’unità dell’Italia”, nato e cresciuto a Milano, si sente milanese. Pur avendo con Giorgio Dell’Arti su “Robinson” ricordi tristi di scuola, per essere figlio di genitori lucani: “Ero l’unico di origine meridionale. Mi sfottevano. Tanta sofferenza…”. Alla domanda: “I milanesi sono razzisti”, rispondendo deciso. “Oh, sì. Molto razzisti”.
 
“Sir Thomas More”, il drama elisabettiano a più mani, compreso Shakespeare, che ora si recupera, parte da un evento del 1517, lo Ill May Day, il “Malo Calendinaggio”, quando Londra si ribellò contro gli “stranieri” – “portano le malattie”, “si prendono il lavoro”, “si prendono le donne” - e il futuro cancelliere del re Thomas More, allora sceriffo di Londra, si prodigò per far tornare la pace.
Nel dramma More opera per salvare un tracotante Francois de Barde, che si trascina dietro la moglie di un onesto lavoratore, “un lombardo”, e un Cavaler, “un lombardo, o un francese”.
De Barde sarebbe stato un mercante toscano in realtà, della famiglia dei Bardi. Ma la tracotanza era ritenuta a Londra lombarda.
 
Tutte le province meridionali sono al di sotto della media europea del pil pro capite. Ma anche le province di Como, Lodi e Pavia, con Varese poco sopra, il feudo leghista.


leuzzi@antiit.eu

Sadomaso queer

Comincia con Caterina Caselli, “Nessuno mi può giudicare”, finisce con Bach, “La passione secondo san Matteo”, ma è un film sadomaso. In vesti lesbiche, o queer, ma violento, dall’inizio alla fine. È divenuto famoso – è stato promozionato – perché la protagonista fa l’amore con una macchina, un’automobile, che in effetti è l’unica scena “ben fatta”, ma è un’attrazione pubblicitaria a un salone dell’auto, tra passanti distratti o appena incuriositi, in cui le modelle sono professioniste della lap-dance, si contorcono sulle superfici luminescenti invece che attorno al palo. È un momento, presto si passa a strizzoni sanguinolenti, autopunizioni, mutilazioni, incendi, gli incendi sono molti, fano fuoco e fumo, assassinii con gli spilloni in testa, con le sciabole, con le mani, tentati aborti con i ferri infilati, e infine un parto, forse di un mostriciattolo.

Un film del genere horror. Che però si presenta con la palma d’oro a Cannes, come un film d’autore. Cannes, il “cinema francese”, si sono voluti adeguare a Venezia, che aveva premiato il genere - Guillermo del Toro, “La forma dell’acqua”, “Pacific Rim”, o Iñarritu? Poi anche Oscar, quindi una “tendenza” del cinema mainstream? Rivisto a distanza è poca cosa: una sorta di bestia selvaggia, in ambiente urbano scuro come una foresta, che dopo molti grugniti e violenze si lascia infine domare.

Resta l’interrogativo se i critici vedano i film che recensiscono o presentano, li vedano per intero.

Julia Ducournau, Titane, Sky Cinema  

lunedì 5 dicembre 2022

Il Non Occidente

Nella nuova guerra fredda, o a distanza, con la Russia riemerge in forma di “Non Occidente” il vecchio Terzo Mondo, reduce dal colonialismo. L’umanità che intorno al 1955 si riunì a Bandung, in Indonesia, a iniziativa della Cina di Mao e Zhu Enlai, cui si accodò l’India di Nehru, per prendere le distanze dall’Occidente e dalla Russia sovietica. In realtà uno schieramento asimmetrico: nella bilancia mondiale indeboliva l’Occidente, riducendolo a Stati Uniti e Europa
occidentale, e per questo stesso motivo giocava a favore del Patto di Varsavia, l’alleanza militare del polo sovietico.
Il Non Occidente che ora si teorizza comprende Cina e India, come allora, con i molti paesi asiatici, Indonesia, Malesia, etc.. Con in più il Sudafrica, l’Iran e la Turchia.
Il nuovo concetto è stato elaborato a Mosca, nel corso della guerra all’Ucraina. In particolare dal presidente del Consiglio di Politica Estera e di Difesa, Sergei Karaganov, e del direttore di “Russia in Global Affairs”, Fjodor Lukyanov. Ma in chiave (auto)critica: come paesi che, pur non condannando la Russia, si astengono però dal prendere posizione per un ordine mondiale “più 
equilibrato”, cioè non americanocentrico.
 

Cronache dell’altro mondo – tribali (236)

“Il razzismo è negli Usa un problema centrale, il separatismo etnico no”, Klaus von Dohnanyi, “Nationale Interessen”, p. 29 – qual è invece il caso, intende l’autore, delle altre superpotenze, Russia e Cina.
“In America una sorta di segregazione c’è ancora, non per etnia ma per ceto”, Jacqueline Woodson, autrice di “Bambina nera sogna”: “I più poveri frequentano scuole peggiori”, e finiscono agli ospedali peggiori, quando possono.
Woodson è una “tra i primi 20 autori messi al bando nelle scuole Usa” – “La Lettura”. Questa la sua sintesi della storia degli Stati Uniti: “Costruiti sulle spalle dei neri, attraverso la schiavitù, su terre sottratte alle popolazioni native, basandosi su un sistema capitalistico”.

Forza, e illusione, dela memoria

Una delicata reminiscenza dello scrittore a passeggio per Roma con la moglie, di una bellezza femminile nella piazza di Spagna che concentra gli sguardi. In un’Italia da anni Cinquanta? Una visione di ritorno, forse cinematografica, che si confonde con una forse successiva, poiché “tre milioni di persone hanno marciato a Roma contro la guerra” – in Vietnam. O si riferisce a “uno degli ultimi film di Fellini, nel quale Anita Ekberg recita se stessa”, di cui lo scrittore, “in leggero panico”, non ricorda il titolo. Che poi gli sovviene, il film è “Intervista”, e Anita Ekberg è “drappeggiata in enormi teli arancio: ha una casa di campagna e grossi cani saltellanti e somiglia a una custode di nordiche ancelle, quelle che condurranno le anime degli assassinati al Valhalla. I suoi ospiti sono lo stesso Fellini, lo stesso Mastroianni, e una troupe di non-paparazzi dal Giappone”.

Ma la donna della “Dolce vita” non è “la donna di quel giorno a Roma”. Giorno e visione unici. Poi Ursula Andress emerge, come in “Casinò Royal”, film che lo scrittore forse non ha visto, non ne ha memoria, e tuttavia un’immagine che gli riassume tutto 007.

Una celebrazione del cinema, della cinematica: Roma, piazza di Spagna, la scalinata, la bella donna, gli sguardi, sono Fellini, i tanti film di 007 sono in un’immagine. Per una conclusione mesta: “Ogni memoria che abbiamo è, alla fine, di noi stessi. Se la memoria di un’esperienza è fagliata, c’è una crepa nella continuità del sé”.   

Don DeLillo, That Day in Roma, he New Yorker”, 20 ottobre 2003, free online

domenica 4 dicembre 2022

Cronache dell’altro mondo – grandiose (235)

“Jill e io ci siamo onorati di ospuitare i Macron al nostro primo pranzo di Stato come Presidente e First Lady - E di celebrare un’amicizia definita dalle più grandi fra le cause: Democrazia, libertà, eguaglianza, opportunità. E libertà”. Così il presidente Biden su tweet.
Una grande vetrata è stata innalzata sul prato sud della Casa Banca a cui sono affluite per il pranzo d’onore le delegazioni ufficiali, in dinner jacket (tuxedo) con sparato e fiocchetto nero, rose rosse e
iris sui tavoli, e gran numero di celebrità: Claude Lelouch e Xavuier Niel, co-proprietario di 
“Le Monde” e della canzone “My Way”, e Claude Lelouch per parte francese, il cantante John Legend e il presentatore Stephen Colbert per quella americana.

Nei colloqui Macron si è lamentato del Biden Act, i 36o miliardi a sostegno dell’industria americana contro la concorrenza straniera. Biden ha risposto: “Gli Stati Uniti non si scusano. Tanto più che io mi sono mobilitato per questo piano. Siamo di ritorno agli affari, l’Europa torna agli affari, contineuremo a creare occupazione in America, ma non a spese dell’Europa”.
Si suppone si sia discusso anche di sommergibili. La Francia lamenta di esere stata esclsua d’imperio dagli Stati Uniti un anno fa dall’accordo già concluso con l’Australia per la fornitura di sommergibili (l’Australia ha pagato per il mancato accordo una penale di 583 milioni di dollari). Ma non se ne è fatto cenno nelle dichiarazioni.
Il giorno dopo Macron ha visitato New Orleans, in compagnia della ministra degli Esteri antitaliana Colonna, per celebrarvi la francofonia – la colonia, francese, fu venduta agli Stati Uniti da Napoleone nel 1803. E per lanciarvi il programma French for all, scritto e promozionato in inglese ma mirante a rafforzare e l’insegnamento del francese, lingua bruscamente caduta in disuso, anche nell’Africa ex francese.  

Con la Russia, senza Putin

È cambiata ultimamente la prospettiva, o l’assetto delle informazioni: senza la Russia l’Europa è poca cosa, una pedina nello scacchiere mondiale, un alfiere, non di più. E allora dentro la Russia, basta che sia senza Putin: non più Russia raus, ma una Russia democratica – anche se Putin è regolarmente eletto.
C’è un “assetto delle informazioni”? L’informazione si vorrebbe veritiera, il più possibile, al limite delle capacità di giudizio, ma di fatto è eterodiretta, in vari modi, e c’è poco da fare: pochi pensano, sanno (hanno studiato), capiscono, gli altri scrivono. L’informazione non è un manufatto qualsiasi, ma così viene gestito, e accettato, anche dai suoi operatori. Per la nuova opinione sulla guerra ora si recupera il giudizio di analisti russi. O fuoriusciti, cioè antiputiniani da tempo, oppure comunque critici. Su due fronti: quello interno, del rapporto del potere, per quanto eletto, con il popolo russo, e quello esterno, dell’isolamento della Russia nella guerra all’Ucraina, anche nell’ex Terzo Mondo, in qualche modo o per qualche verso in antitesi con l’Occidente (Usa, Ue), e cioè l’India, la Cina, il mondo islamico, l’America Latina.
Non si considera però che Putin non è un dittatore, alla testa di chissà quale forza occulta, anche se quarant’anni fa è stato ufficiale dello spionaggio russo. È uno che ha fatto carriera politica, in elezioni non contestate, contro lo sbandamento impresso alla Russia dalla desovetizzazione. Dall’anarchia violenta in cui maneggioni, furbastri e mafiosi ex boiardi di Stato, alcuni solo trentenni, anche ventenni, si sono impadroniti dei beni comuni. Dalla riduzione a provincia remota dell’impero del “pensiero unico”, malgrado gli arsenali nucleari. Contro una storia nazionale che invece si vuole imperiale: politica, religiosa, e anche economica. Con una popolazione considerevole. Con una superficie sterminata, e ricchezze minerarie in dimensione.
Non si considera cioè che dopo Putin non ci può essere che un altro Putin. Che gli Yeltsin delle libere mafie non possono che essere passeggeri, in Russia come in Sicilia - non ci vuole molta scienza politica per capirlo. Anzi, che Dio ce ne liberi: che ne sarebbe dei supermissili russi con le mafie al comando?
L’Occidente se lo chiede? Naturalmente sì, l’Occidente che sa. Ma forse non l’Europa. Certamente non la sua opinione pubblica, così facile da agganciare al carretto, ma forse nemmeno l’Europa che dovrebbe sapere, non che si veda.

La vita è asimmetria

“L’universo è asimmetrico”: Louis Pasteur, indirizzandosi alla Società Chimica di Parigi, alla vigilia di Natale del 1883, sintetizza l’esito delle sue prime e durature ricerche. “Se i i principi costituenti della vita sono asimmetrici il motivo è che alla loro elaborazione presiedono delle forze cosmiche asimmetriche (p. 20)... La vita è dominata da azioni asimmetriche di cui noi intuiamo l’esistenza avviluppante e cosmica (23)”. Non tutto il mondo è fatto ala stessa maniera: “C’è una separazione profonda tra regno organico e regno minerale”, l’uno regolato dall’asimmetria, l’altro dalla simmetria. E irriducibile, “nei nostri laboratori attuali”.

Il testo di Primo Levi, uno dei suoi testi sparsi, ripreso dalla rivista di divulgazione scientifica “Prometeo”, rievoca in questo ambito gli studi da chimico effettuati per la sua tesi di laurea, poco prima della caduta del fascismo e dell’internamento.

Jona-Lasinio, novantenne decano dei fisici Italia, che ha recuperato e presenta i testi, è un matematico, e quindi rifugge da generalizzazioni biochimiche, e meno che meno filosofiche. Ma la sensazione è forte, alla lettura di Pasteur più che di Primo Levi, che la vita voglia essere ingovernabile – non disordinata ma irreggimentabile, incasellabile.

Louis Pasteur-Primo Levi, Chiralità. La vita è asimmetria?, Gattomerlino, pp. 59 € 10