mercoledì 12 luglio 2023
Il Mozart nero
La
vita e le opere di Joseph Boulogne Chvalier de Saint-Georges, figlio naturale
di un piantatore francese della Guadalupe e della schiava senegalese Nanon. Compositore e violinista in Francia
negli anni di Maria Antonietta e Luigi XVI. Un film alla Milos Forman, “Amadeus”,
con personaggi sempre su di tono, e colonna musicale vertiginosa, in un Settecento senza pregiudizi.
Si
ricompone la storia. Dopo il memorialista nero, sempre del Settecento, Olaudah
Equiano, il “Mozart nero”. Che però non fu un fiore unico: negli stessi anni
operavano l’afrobritannico George Augustus Polgreen Bridgetower, dedicatario della
“Sonata a Kreutzer” di Beethoven, e il poeta e attivista, oltre che compositore,
Ignatius Sancho, anch’egli afro-britannico.
Stephen
Williams, Chevalier, streaming Disney +
martedì 11 luglio 2023
Secondi pensieri - 518
zeulig
Corpo
-
Il grande rimosso del pensiero “occidentale” – in questo caso aggettivazione
appropriata. Si dice partito da Cartesio.
Il dualismo corpo-anima, in realtà l’uomo animale nel senso
unicamente dell’anima, è ben anteriore. Di Platone e non solo. Della coscienza o
anima come distinta dal corpo, di altra natura. Che Cartesio invece voleva localizzata
nel corpo, nella ghiandola pineale, un punto esatto alla base del cervello.
Si dice anche cancellato dalla religione. Dalla religione
cristiana? Partendo da sant’Agostino. Ma allora dopo i padri della chiesa, che
invece ce l’avevano ben presente. E fino al contemporaneo san Girolamo -
contemporaneo di Agostino. Che comunque nelle “Confessioni” ne fa buon conto.
Fake
–
È l’ansia, lo spettro agitato della contemporaneità. Che si ripropone in
successione, pena una riflessione che potrebbe scacciarla (sanarla). Delle fake news un mese o un anno fa come ora
della AI o IA, intelligenza artificiale: un’ansia stagionale, di periodicità
sempre più breve.
Una delle tante espressioni del
bisogno di novità, di incostanza, d’irrealtà piuttosto che di “realtà” – e
quindi di “verità”, di stabilità, sicurezza.
Se ne parla, lo-la si propone, lol-a
si soffre, come se fosse una novità. La novità è la voglia (tentazione,
pretesa, sotto forma di paura) di ritenerla una novità. E di volerla abolire.
Della “verità” come opposta al fake.
Oggi è la normalità – e dunque non più fake? L’informazione è sempre stata
delicata, un esercizio sul filo del rasoio, dire la verità, non di parte, non
di questo o quel testimone, di questo o quel partecipante, protagonista, interessato oppure non. Il giornalismo è sempre
stato un fine tuning, un’opera di sorveglianza
e di bulino. Ora il campo è occupato dagli informatori e dallo storytelling – dal “ve la racconto meglio”,
e tanto più suasivo tanto più vero.
I social – facebook per primo – che dovevano socializzare
ci hanno resi più isolati. “Come la campagna per unire il mondo si è risolta in
un sondaggio individuale”, a fini commerciali, è tema già di qualche anno.
Fake news alla fine è
solo il vezzo o moda di portare a galla il limo, le stupidaggini, le insensatezze,
magari colorate, dando loro status di informazione o di formazione. Ci sono sempre
state, si chiamavano conversazioni da bar o da treno, solo che ora prendono status
di opinione pubblica. Cosa è cambiato allora? Il tentativo sciocco (perdente) dei
media, giornali e radio-tv, di restare a galla sulla rete evidenziandone ogni palpito.
Non avendo saputo, non cercando di sapere, come esorcizzarle.
Non
è neanche vero che ora le chiacchiere da bar fanno rete. Cioè, non la fanno
diversamente da come la facevano prima, con altri mezzi di comunicazione. Che i
black blok d’Europa si riuniscano a Genova attraverso la rete quello è un altro
fatto, di cui la rete è solo un canale, uno dei tanti. O che si organizzino
attraverso la rete rave party
con migliaia e decine di migliaia di partecipanti di mezza Europa. Questo è un
commercio, una forma di servizio commerciale. Si vive di fake news in quanto i media
se ne fanno eco e tramite. I media hanno status di informazione e formazione
dell’opinione pubblica: è attraverso i media che gli sciocchezzai fanno
ultimamene opinione – perlomeno in Occidente, nel mondo che conosciamo.
Le
chiacchiere da bar o da treno restavano al bar o al treno. In rete diventano mondiali,
galleggiano in una sorta di fluido osmotico universale. È internet, allora, la
rete, la minaccia? No, è l’esito di un modo di recepire la rete, magnificandone
i lati inconsistenti o oscuri: lasciate a se stesse le fake news rimarrebbero
isolate, al gruppo, anche di migliaia o di milioni di followers. Rilanciate e commentate, diventano parte del discorso –
dell’informazione, dell’opinione pubblica.
Fede
–
“Anche profonda, la fede non è mai intera. Bisogna sostenerla senza posa o,
almeno, impedirsi di rovinarla” – J. P. Sartre, “Le parole”, p. 161. Sartre si
riferiva probabilmente, benché evocando la fanciullezza, alla fede politica -
di cui a sessant’anni, l’età de “Le parole”, si riteneva peraltro vittima – non
avendo avuto un’educazione religiosa.
È incostante, va rinnovata. Nelle
dottrina cristiana la fede è “atto di fede”
Immagini – Sono il fondamento
e la sostanza della creatività (immaginazione, fantasia, inventiva). Artistica
come religiosa.
Questo è un legame che pone E. Jünger,
in avvio al tardo zibaldone di riflessioni che intitola “La forbice”: “Non può
darsi alcun culto senza immagini”. Sia pure, aggiunge, solo una pietra nel
deserto (allusione all’islam).
È un dato di fatto. E c’è una
persistenza del culto: “Davanti a una statua sottratta alle macerie sentiamo:
qui ha abitato un dio. Anche se non conosciamo il santuario, e nemmeno il suo nome, ne avvertiamo il senso nascosto,
che fu ignoto allo stesso artista. Vive nell’opera d’arte una fede, sopravvive a
tutti i dogmi”.
Vi si lega il “numinoso”, argomenta
Quirino Principe commentando Jünger, “che pone fuori gioco il divino, essendo
un mistero inattaccabile a qualsiasi fede e a qualsiasi rivelazione e reden zione”.
Numinoso non è il paganesimo?
Immortalità
–
Dovrebbe variare con la navigazione spaziale, argomenta Nabokov nel suo racconto
di fantascienza “Lance”: “Nel profondo della mente umana il concetto di di
morire è sinonimo a quello di lasciare la terra. Sfuggire alla gravità significa
trascendere la tomba (“grave” in
inglese, da cui l’accostamento a “gravity”, n.d.r.), e un uomo che si ritrovi
su un altro pianeta non ha in effetti mezzo di provare a se stesso che non è
morto – che il vecchio ingenuo mito non si è prodotto”. La morte sarebbe una
finzione, cerimoniale?
Progresso
–
Un misirizzi. Inaffondabile, in qualsiasi mare, per qualunque vento ostile –
oggi l’ambientalismo, ieri Heidegger, la capanna, il montanaro, il carro. Cos’altro
è il pensiero, la riflessione filmica, pensata e ripensata,
rivista, rifatta, cioè in progress?
Progresso – scientifico, tecnico,
etico, perfino logico - come processo di verità (tensione a), scoperta.
Storia
-
L’“archeopizza” di
Pompei chiuderà il dibattito su chi ha inventato la pizza? Sicuramente no – la
pizza, anche “archeo”, potrebbe essere cinese, perché no (per ora è
“americana”). La storia può inventarsi quello che vuole. La “carbonara” non l’hanno
inventata a Roma soldati americani durante la liberazione, notori buongustai? Diventa
così anche un piatto americano, senza danno per nessuno.
zeulig@antiit.eu
Ci fu una volta la scoperta dell’America
Un romanzo d’avventure, anche se di storie
conosciute – la scoperta dell’America. Di tipo picaro, anche se perbenista, di
buoni sentimenti sempre. C’è Lei, l’indigena, l’amore. La ricerca di un padre –
l’Ammiraglio, il Capitano, Cristoforo Colombo in persona. E l’oro – l’oro ci
deve essere, perché altrimenti l’impresa?
Nuno, padre ignoto, figlio e nipote di puttane da porto
di mare, ebreo, costretto all’esodo dai re cattolicissimi di Castiglia e
Aragona, finisce imbarcato, è di Palos, sulla “Santa Maria”, l’ammiraglia della
spedizione di Cristoforo Colombo. Mozzo sprovveduto, entra nelle simpatie della
ciurma per il buonsenso – il buon uso degli scandagli, l’occhio fine, il fiuto
dei venti. E del Capitano, che rallegra, e che aiuta a correggere la scrittura
incerta, fra italiano, portgoghese e castigliano. Tiene in sostanza il
diario di bordo, che è questo racconto.
Sarà Nuno a causare il naufragio della “Santa Maria”,
il giorno dopo Natale. Ma il Capitano lo vorrà sempre con sé. E poiché Nuno è
come il granchio di mare, che anche buttato nelle acque profonde sempre torna
al suo scoglio di terra, ci sarà anche il ritorno. Dopo aver raccontato, passo
dopo passo, le Canarie, Cuba, Hispaniola (Haiti), la scoperta del pepe, cose
simili.
Una storia veloce, la sceneggiatura dei resoconti
dello stesso Colombo. Con qualche imprecisione: Palos non è Andalusia? al
ritorno gli ebrei sono ancora lì, non erano stati espulsi? E un po’ di
bozzettismo toscano, “bimbo”, “grullo” - non molto, il q.b. dei nuovi narratori
tirrenici, Genovesi, Malvaldi, etc.
Il fortemarmino fumantino Genovesi si mette da
parte, per una sveltina. Anche in senso proprio, del volgare scopereccio: nei
sogni con Lei, “prima di pensare a come non venire, venivo. A spasmi così forti
che mi ha sorretto Lei”. Roba da young
adult, la vena narrativa alla Antonio Dikele Distefano che ingolosisce gli
editori da qualche anno? Consolante – quindi i ragazzi leggono, qualcosa
leggono.
Fabio Genovesi, Oro puro, Mondadori, pp. 439, ril., € 20
lunedì 10 luglio 2023
Letture - 525
letterautore
Adelphi
–
La casa editrice è una miniera, di inventori. Ogni poco una scoperta. Ora Di Stefano fa
la scoperta di Claudio Rugafiori, che “faceva” i libri con Morante e con
Calvino. E ha creato il marchietto. Dopo Luciano Foà. Dopo Calasso. Dopo Bazlen,
in memoriam.
Però fa piacere che personaggi
dell’editoria abbiano due pagine sul “Corriere della sera”, anche se non belli,
molto meglio di influencer, volti tv (?) e cantanti, che solitamente riempiono
il giornale: sanno di esotico.
Cimiteri
italiani –
Sartre li adora, in una pagina insistita di “Le parole” (74) sui morti in famiglia
e sui funerali. Perché danno un senso di continuità, della morte vivente: “Per
questo motivo ho sempre amato, amo tuttora i cimiteri italiani: la pietra vi è
tormentata, è tutto un uomo barocco, un medaglione vi si incrosta, inquadrando
il defunto, che richiama il defunto nel suo primo stato”.
Corneille
–
Sartre adulto (“Le parole”, 128) ne fa un ritratto cattivo, descrivendo la sua
decisione a dieci o dodici anni di diventare scrittore – di diventare scrittore
di successo, non più epico, “un Pardaillan invece di Corneille” (i Pardaillan
erano il ciclo di maggior successo dello scrittore di successi Zévaco): “Trasformai Corneille in Pardaillan;
conservò le gambe storte, il petto stretto e la faccia di quaresima, ma gli tolsi
l’avarizia e il gusto del guadagno”.
Cookies
–
Oggi una delle mille idiozie che la privacy fa pagare per non avere nessuna privacy - siamo seguiti e registrati fin
nel sonno, oltre che al bagno, per non dire in camera da letto - è termine culinario, per dolcetti. L’inutile
richiesta affligente di consensi a non si sa che cosa aprendo un qualsiasi sito
è già in “Lance”, il racconto “fantascientifico” di Nabokov, che non amava la
fantascienza e i gialli (“Lance” in realtà il è Lancillotto del “romanzo
medievale” franco-germanico, annota lo stesso Nabokov, che opportunamente nel
Novecento naviga tra le stelle), e ne concludeva la critica in questi termini:
“Sono come i dolcetti assortiti che differiscono l’uno dall’altro solo in forma e ombreggiatura, con
le quali i loro abili manipolatori irretiscono il consumatore goloso in un
folle mondo pavloviano, dove, senza sovrapprezzo, variazioni di semplici valori
visivi influenzano e gradualmente sostituiscono
il sapore”.
Manzoni
–
De Giovanni (“La Lettura” di ieri) lo vuole liberare, anche lui. Ma per un
motivo plausibile: “Se fossi Manzoni chiederei soltanto il piacere di essere
letto come romanziere. È qualcosa che ha a che fare con la tragica modalità con
cui la scuola propone la narrativa, che è come spiegare il sesso attraverso la
dissezione degli organi genitali, una cosa ributtante”.
Misteri
–
“I romanzi fanno paura ai misteri”, può titolare “La Lettura” una lunga
conversazione con i due giallisti principe, Lucarelli e De Giovanni. De Giovanni
fa un esempio: “Inventare una trama narrativa può aiutare, per esempio, a
capire cosa accadde a Ustica”. Se non che cosa accadde a Ustica è noto da subito
– cosa accadde veramente. Il dopo-Ustica pure. Il romanzo avrebbe potuto imbellire,
forse, le due vicende: impossibile rappresentarne la sordidezza, sono senza
respiro - mancherebbe la necessaria catarsi. I misteri sono irredimibili.
Otto-Novecento
–
Il secolo del teatro l’Ottocento, il secolo del cinema il Novecento Sartre
caratterizza in “Le parole”, ricordando la golosità sua e della madre per le immagini
in movimento, ogni pomeriggio in tutte le sale di Parigi, quando aveva sui
dieci anni: “I borghesi dell’ultimo secolo non hanno mai dimenticato la loro prima
serata a teatro e i loro scrittori si sono incaricati di ricordarne le circostanze”
– il sacro sipario si leva, gli spettatori si sentono a corte, “gli ori e le
porpore, i fuochi, i belletti, l’enfasi e gli artifici mettevano il sacro fin
nel crimine”. Negli intervalli, “spettacoli” di nobiltà e vanità. Poi stacco radicale: “Sfido i miei coetanei a dirmi la data del loro primo incontro col
cinema”. Spettacolo per tutti, al buio,
che “prefigurava la nostra barbarie”: “Entravamo alla cieca, in un secolo senza
tradizioni che doveva segnalarsi per le cattive maniere”, e la nuova arte, “il
cinema, l’arte plebea, prefigurava la nostra barbarie”.
Sartre, curiosamente, ha sempre provato
col teatro, che seguiva, commentava, frequentava, anche fuori scena, scriveva, e
mai col cinema – non si ricorda una sua critica, un soggetto, anche una sola
amicizia o frequentazione , mai un’attrice, fra le tante donne che ne
ingombravano la giornata. Era uno Ottocento?
Parodia
–
Ha funzione seria – seriosa – secondo il suo cultore e mistagogo Umberto Eco:
“Una delle prime e più nobili funzioni delle cose poco serie è di gettare un’ombra
di diffidenza sulle cose troppo serie- e tale è la funzione seria della
parodia” (“Nota all’edizione 1975” di “Diario minimo”, riproposta nella
riedizione corrente).
Pastiche – È la parodia
di una scrittura, uno stile – Proust ne era maestro (le parodie raccolse in “Pastiches et
Mélanges”, che tuttora sono saporite). Si attaglia al pastiche la nota di buon cuore che Eco dà alla parodia: “Non sempre
una parodia si esercita su un modello che considera negativo; sovente parodiare
un testo significa anche rendergli omaggio” (ib.).
Poetesse
–
Sorpresa, sono escluse dalla poesia del Novecento, dalle migliori antologie, di
Gianfranco Contini, Edoardo Sanguineti, Pier Vincenzo Mengaldo, Cesare Segre e Carlo
Ossola. Le più progressiste comunque, teoricamente non sessiste. Per gli
editori Rizzoli, Mondadori, due volte Einaudi (Sanguineti e Ossola-Segre).
Riso
–
Il riso è proprio dei pazzi, diceva Baudelaire – e Umberto Eco concorda: “il
riso è satanico, e dunque profondamente umano” (citaz. in esergo all’ “Elogio di
Franti”, in “Diario minimo”). Se è vero, aveva spiegato il poeta, “che il riso
umano è intimamente legato alla disgrazia di un’antica caduta, di una
degradazione fisica e morale”. Di cui trovava conferma a teatro: “Tutti i furfanti
da melodramma, maledetti, dannati, fatalmente segnati da un sogghigno che
arriva alle loro orecchie, rientrano nella ortodossia pura del riso”.
Sartre
–
Nella autoanalisi che si fa ne “Le parole”, 1965, si dice nato “segnato”.
Segnato dalla sconfitta del 1870, in una famiglia luterana di lingua tedesca
che scelse la Francia, col cumulo conseguente di un bisogno permanente di
giustificazione: “Se ho commesso, in un
secolo di ferro”, il Novecento, "la folle bevuta di prendere la vita per una
epopea, è che sono un nipotino della sconfitta”.
Solo
contro tutti –
L’eroe duro e puro è il sogno borghese per
Sartre memorialista dell’infanzia (“Le parole”, 113): “Uno contro tutti:
era la mia regola”, da scrittore imberbe a dieci anni: “Si cerchi la sorgente
di questa fantasticheria triste e grandiosa nell’individualismo borghese e
puritano del mio ambiente”. Ma, allora, di una borghesia prima della “borghesia”
otto-novecentesca. Anzi eterna, poiché il mito ne è pieno.
Traduzioni
–
Sono rischiose. Jumpha Lahiri non cura le edizioni americane dei suoi racconti
italiani, li fa tradurre da specialisti. Nabokov, invece, che traduce in
americano i racconti russi, “russi” anche quando li scrive direttamente in
americano, “Lolita” compresa, sembra sempre a rischio imbalsamazione: parole
rare, costruzioni inconsuete, perfino i nomi propri sembrano falsi. Lo studio a
più voci sulle sue traduzioni, a cura di Chiara Montini, specialista del “clan
Nabokov”, si intitola “Traduzioni
pericolose (Scritti 1941-1969”- già il saggio biografico sul “clan”, sulla moglie
Vera e il figlio Dmitri, Montini aveva costruito attorno alla ”traduzione”.
letterautore@antiit.eu
Libero il cuore nel mondo dell’apartheid
A Città del Capo, 1967, in pieno apartheid – “questo non è un mondo per donne
e gente di colore” – una donna bianca e un uomo di colore rendono possibile il primo
trapianto, di cuore, evento epocale. Il film mescola una storia vera col clima odierno,
in favore di una piena equiparazione, sessuale e razziale. Quindi po’ si
contraddice, volendo fare dell’odierno femminismo e antirazzismo in un anno e
un posto che invece coltivava il razzismo per legge, l’apartheid, e praticava, come ovunque altrove, la discriminazione
sessuale. Ma ne guadagna in vivacità, contraddicendo le attese del subcosncio,
del saputo, col miracolo finale: due personaggi giovani, dotati e coraggiosi,
contribuiranno alla prima pioneristica operazione al cuore.
Franziska Buch mescola una storia vera col clima odierno in favore della
piena equiparazione, di genere e razziale. La storia vera è di una collaboratrice
del dottor Barnard, il chirurgo che in Sudafrica, nel 1967, sperimentò e avviò
la tecnica dei trapianti di cuore. Una cardiochirurga tedesca, Lisa Scheel, qualificata
ma in subordine nella cerchia del cardiologo principe Theodor Kohlfeld, che all’ultimo
sgarbo reagisce emigrando in Sud Africa, per lavorare col rivale del tedesco Kohlfeld,
l’austriaco Barnard. Una storia d’amore con un giovane africano, e l’opposizione
ai divieti e le imposizioni dell’apartheid completano il racconto.
Franziska Buch, Miracolo a Città
del Capo, Canale 5, Mediaset Play
domenica 9 luglio 2023
Migrazioni come business
Si fanno molti complimenti oggi a
Carrara per lo sbarco dei migranti raccolti dalla Geo Barents di Medici senza
Frontiere. Vantando in particolare “nessuno scafista tra i migranti”, Cioè confermando
le accuse alle ong di “organizzare” il traffico dei migranti d’intesa con con i
trafficanti. Appuntamenti precisi, trasbordi sicuri, da natanti che non
naufragano, trafficanti impuniti, asilo sicuro - che fa bene al commercio.
Nella stessa giornata Chiara
Severgnini fa parlare su “La Lettura” Hervé “Baru” Barulea, “uno dei maestri
della bande dessinée, di scuola franco-belga,
cantore della vita – durissima – della classe operaia”. A partire dai nonni,
emigrati dalle Marche prima nel Sud della Francia per i lavori agricoli
stagionali, come oggi a Rosarno, poi in Lorena, dove “la nascente industria
siderurgica offriva loro un lavoro stabile”. Una vita durissma con le famiglie
a casa nelle Marche, perché i ricongiungimenti familiari non erano ammessi – “un
viaggio di tre giorni per vedere mogli e figli”.
L’emigarzione è sempee
stata dura. Una sfida, di gente forte, e anche una disgrazia. Ma semrpe opera
dei migranti, di loro iniziativa e a loro giudizio. È ora che invece si fa
contrabbando dei migranti. Anche con le “migliori intenzioni”. È un business, dei trafficanti e delle
ong.
Il quarto Kennedy, progressista e no wax
Un
altro Kennedy per la presidenza degli Stati Uniti, sessant’anni dopo John e
Robert? Sì, è il figlio di Robert. Ma non è la sola sorpresa di questa lunga
intervista. Robert Kennedy Jr. si è già candidato ufficialmente, con un
vastissimo discorso di presentazione, alle primarie Democratiche contro Biden, è
accreditato di un consenso tra l’8 e il 21 per cento, prima ancora che la
campagna sia partita, e di un più robusto sostegno finanziario. Con una
piattaforma elettorale, e un passato, che va bene ai Democratici di sinistra, e
ai Repubblicani di destra, i trumpiani Bannon, Dorsey, Tucker Carlson.
Specialista
di politca estera, Robert Jr. non condivide la belligeranza anti-R ussia di
Biden.Così come i Demoeratici di sinistra, quelli che alle passate primarie, e
a quelle precedenti, nel 2015-2016, erano per Saunders. Oggi su “La Lettura” la
scritrice radicale Alice Walker, “Il colore viola”, lo apprezza per questo,
anche se gli rimpovera una politica filo-israeliana invece che filo-palestinese
nella questione mediorientale.
Nell’intervista
Kennedy jr. rivendica la sua formazione in affari internazionali e l’interesse
costante per la politica americana nel
mondo, di cui ha sempre criticato l’aggressività. Si è fatto da sé, rivendica, dopo
una prima età turbolenta: escluso dalle medie, arrestato per marijuana,
eroinomane, ma poi laureato in Legge a Harvard. Rivendica i “valori democratici”:
la classe operaia, la piccola borghesia, la povertà. È stato uno dei leader del
movimento ecologista. È avvocato, con un reddito 2022 di 7,8 milioni di dollari.
Ma è un convinto cospirazionista. A partire dall’assassinio di John Kennedy, “opera
della Cia” – per una serie di ragioni che qui espone (l’inchiesta Warren si è
conclusa con un nulla di fatto perché “non poteva” dire la verità). Ed è di tutti i “complotti”. Portabandiera dei no wax: due anni ha pubblicato un libro contro
Anthony Fauci, “The real Anthony Fauci”, che ha gestito la campagna americana anti-covid
– uno dei suoi maggiori rimproveri a
Biden è la campagna di vaccinazioni. Convinto che i vaccini causino autismo,
che gli antidepressivi tipo Prozac siano all’origine delle sparatorie nelle
scuole, tra gli adolescenti, che “prodotti chimici tossici” siano la causa dell’ondata
di “disforia sessuale” tra gli adolescenti. Sostiene anche che le torri 5 G e
le monete digitali sono “strumenti totalitari” per il “controllo dei nostri
comportamenti”.
L’intervistatore
insiste per fargli criticare l’estrema destra “cospirazionista”, ma il quarto
Kennedy non si dissocia. A più riprese richiama la terminologia dei Padri
Fondatori, che bisogna ammettere anche i nemici nella “tenda”, ascoltarli, cercare
i punti comuni. Un candidato decisamente “scorretto”. Non ha nessuna esperienza
politica, né come amministratore né come legislatore. Ma rivendica di avere
fatto “tutte le campagne presidenziali”, già dal 1960. Di avere pubblicato il
primo saggio di politica estera a 19 anni, sulla autorevole rivista “The
Atlantic”: “Ho incontrato capi di Stato. Ho visitato molti paesi. Sono stati in
tutti i paesi dell’America Latina. Sono stato in molti paesi in Asia e in
Africa”.
David
Remnick, The alternative Facts of Robert
F. Kennedy Jr., “The New Yorker”, 7 luglio 2023, free online
sabato 8 luglio 2023
Ombre - 675
Politicheide
I tempi sono difficili
Il reddito arranca
Il debito esplode
La pazienza manca
Urge una soluzione
Oppure Brancaleone
La
guerra allontana l’effetto serra?
L’inflazione
impoverisce la nazione,
O
è l’informazione?,
E la televisione la mobilitazione
Mentre la guerra allontana
L’effetto serra
Il potere ha poteri
Impotenti, anabbaglianti
Biden facendo finta di nulla fornisce le bombe e grappolo,
condannate dalle Nazioni Unite e da quasi tutti gli Stati, per esempio Francia
e Germania, alla controffensiva ucraina. Bombe che hanno solo obiettivi civili.
Non solo, ma restando per buona parte inesplose, creano dei campi minati, per
generazioni. Curioso che i media italiano ne parlino, ma come di un fatto
diverso fra i tanti: Biden fa paura?
Non si fa la storia della guerra aerea. Forse perché è
stata l’arma vincente degli Alleati nella seconda guerra mondiale, e da allora
l’arma di punta nelle tante guerre americane nel mondo – si colpisce il nemico,
nelle installazioni militari e anche negli agglomerati civili, senza
praticamente rimetterci nulla. Ma è una guerra senza onore.
Il legato di Berlusconi a Dell’Utri, tra i tanti, non
a Confalonieri, per esempio, non a Galliani, altri collaboratori che furono
amici strettissimi, è inevitabile legarlo al “silenzio” di Dell’Utri. Ma allora
perché si crede a Dell’Utri, e a Berlusconi, e non ai loro accusatori e condannatori
(fra i tanti pettegolezzi sul codicillo di Berlusconi dell’ultima ora, questo è
il meno frequentato)?
Tra i capi d’accusa nei processi mediatici a Dell’Utri
uno dei dirimenti è stato la cessione a Berlusconi di ua villa per 21 milioni. Tropo,
si è detto, Berlusconi “paga il silenzio”. Se non che Berlusconi subito poi
l’ha rivenduta a 27 milioni.
Santanché sarà pure antipatica, però… Basti la cronaca
dell’incredibile Ferarrella sul “Corriere della sera” - lo stesso che a novembre
aveva comunicato le indagini a carico della ministra (“Falsificati i bilanci della
Visibilia Editore. Indagata la Santanché”, senza dire che si tratta della
denuncia di uno o più azionisti Visibilia contro Santanché). Oggi l’illustre
cronista spiega come e perché l’annuncio delle indagini non è stato notificato
all’indagata: perché lei non ha nominato un avvocato difensore. Senza avvocato
niente notifiche – bisogna avere un avvocato difensore come bisogna avere due
gambe? L’Italia della giustizia non finisce mai di sorprendere.
Non c’è paese che abbia, o abbia avuto, governi sotto scacco così a lungo, trent’anni, da parte dei giudici. Governi di destra e di sinistra (Renzi, Conte). Non per speciali colpe, di dispotismo o anche solo di corruzione. Con la complicità dei media. E senza particolari esiti, di moralizzazione o anche solo di punizione. Nemmeno di effetto sull’opinione pubblica, che palesemente non crede ai giudici e nemmeno ai media, col voto e con la diserzione all’edicola – ne sopravvive una su quattro. L’antipolitica è una pianta maligna, ma si continua a coltivarla con impegno.
9, 15, 10, il dottor Chiné ha dato i numeri, è il suo
mestiere, e il presidente Gravina ne mena vanto: abbiamo in introdotto nel
calcio la certezza del diritto. Vero, lo dice sui giornali, risentito anche.
Della giustizia calcistica, come del resto, non si può
fare colpa al dottor Chiné, fa il suo mestiere, di “onesto” broker giurisprudenziale in realtà
politico (uno “spicciafaccende”)– una figura molto romana, anche se molto manzoniana,
basta il caso Mourinho-Serra. Ma Gravina che mena vanto, dopo la cancellazione dell’Italia
in tutti i tornei internazionali è
talmente assurda da essere comica – del calcio si può ridere, ancora.
Beh, certo, l’Itala eliminata dalla Macedonia del Nord
è una cosa che fa storia. I giornalisti fanno ancora finta di nulla perché
Gravina evidentemente ha molto potere. Ma, altro che Corea, Corea del Nord – la
Corea del Nord se non altro ha l’atomica.
Malizia senza malizia
Laura
Antonelli senza “Malizia”. Da bellissima, impersonatrice dell’eterno femminino
per il pubblico italiano e di mezzo mondo, negli anni 1970 e anche dopo, grazie
al film “Malizia” di Salvatore Samperi, alla disgrazia: la droga, l’arresto,
l’indigenza, la morte solitaria, in un bilocale di un palazzone di Ladispoli,
ascoltando radio Maria. Ma non una parabola morale, moralistica. È una
carrellata sul mondo dello spettacolo, che è solido, ed effimero – in fondo,
anche Samperi, che pure aveva più solidità, sociale e culturale, di Laura
Antonelli, ha fatto un po’ lo stesso tragitto, con film di seconda e terza categoria, dopo il botto iniziale con “I
pugni in tasca”, consolidato poi dal successo mondiale di “Malizia”, e una
morte solitaria.
Spezzoni
dei film montati con abilità, e testimonianze d’epoca e recenti (soprattutto
quelle di Giannini e di Placido, che
hanno dato spessore al personaggio filmico di Miss Malizia) fanno il docufilm
sempre per qualche aspetto interessante. Contribuiscono anche i rumori di
fondo, il Sessantotto, gli anni 1970 del “vogliamo tutto”. L’esumazione fila
con ritmo e vivacità. Per dare un’idea del personaggio, Luchino Visconti, che
era molto snob, la diceva la donna più bella del mondo – come a dire desiderabile
anche da lui, che era omosessuale. Jean-Paul Belmondo aveva lasciato per lei
Ursula Andress.
Bernard
Bédarida-Nello Correale, Senza Malizia,
Rai 3, Raiplay
venerdì 7 luglio 2023
Le barricate dei magistrati
A p.1 il “Corriere
della sera” depreca, con Franco, “la tentazione (sbagliata) del muro contro
muro”, di Meloni che critica la giustizia politica. Nel settimanale dello
stesso quotidiano Polito depreca la persecuzione giudiziaria del sindaco di
Norcia, condannato e assolto poi ricondannato e probabilmente riassolto perché
dopo il terremoto del 2016 ha autorizzato alcuni manufatti in legno, non fissi,
per dare un segnale di rinascita. Tra essi una “struttura costruita con i fondi
della sottoscrizione lanciata dal Corriere
e da La 7, «firmata» da Stefano Boeri”. Perseguito non per altro, per
abuso d’ufficio, l’ipotesi di reato che tutti deprecano. Salvo, come ha fatto
lo stesso giornale, dissociarsi del governo che vuole abolirlo.
Non è
cerchiobottismo, è pavidità. Non c’è dubbio, Meloni o non Meloni, che la
magistratura fa politica. Fa politica in sede giudiziaria. Fa giustizia
politica, l’abominazione delle democrazie. Non da ora, e ha prodotto molti
danni. Contro Berlusconi, complice a suo tempo lo stesso “Corriere della sera”.
Ma anche, quando capita, contro il Pd.
Perché questo
non si dice? Non si può dire, e per quale motivo? Otto anni fa Umberto Eco, non
Meloni, aveva raccontato l’abominio del giornalismo nel suo ultimo romanzo, “Numero
Zero”. Si vuole dare ragione a Eco, anche in fatto di giornalismo?
Cronache dell’altro mondo – anti-affirmative (239)
La Corte Suprema degli
Stati Uniti ha condannato la “affirmative action” nelle procedure di ammissione
all’università in favore delle “razze colorate”, come contraria al 14mo
Emendamento – il disposto costituzionale della “equa protezione”, tutti gli
esseri umani, dovendosi trattare, a prescindere dalla razza, alle stesse
condizioni davanti alla legge.
La Corte ha rovesciato, in
una delle tante cause avviate da giovani “bianchi” contro le università, in
questo caso contro Harvard e contro l’università della North Carolina, il principio
su cui la “affermative action” era stata introdotta nel 1965, a protezione
degli svantaggiati, essenzialmente i giovani di colore.
La Corte ha rovesciato la lettura
delle statistiche prodotte nella difesa di Harvard. Prendendo il caso degli
studenti candidati all’ammissione con un punteggio rientrante fra il 10 per
cento migliore. Un asiatico (la “affirmative action” prescrive che i candidati
si classifichino razzialmente)avrebbe il 12,7 per cento di possibilità di
entrare a Harvard. Un bianco il 15,3 per cento. Un ispanico il 31,3. Un nero il
56 per cento.
Allargando le maglie, un
bianco che rientrasse nel miglior 40 per cento dei canddati avrebbe meno del 2
per cento di possibilità di essere ammesso. Un asiatico meno dell’1 per cento.
Un ispanico meno del 5 per cento. Un nero il 12,8 per cento. Un nero, cioè, che
rientrasse nel 40 per cento avrebbe avuto più opportunità di un asiatico che si
fosse classificato nel miglior 10 per cento.
La decisione della Corte, a
maggioranza conservatrice, non è stata criticata questa volta come reazionaria.
La politica universitaria di “affirmative action”, nota anche come “azione
positiva” o “discriminazione positiva”, è emersa negli Stati Uniti, su
inziativa del presidnte Lyndin Johnson, nel 1964 e nel 1965, nell’intento di
favorire il miglioramento sociale delle comunità marginalizzate. Nel caso delle
università si era tradotta in un accesso di favore per i giovani di famiglie razzialmente
disagiate o discriminate, che però si concludeva il più delle volte, secondo
un’inchiesta dieci anni fa del magazine progressista
“The Atlantic”, con abbandono e dispersioni – cioè con costi per le famiglie
senza opportunità reali.
Racconto felice di un’infanzia piena – del filosofo del niente
Niente
padre (quindi niente Super-Ego – ma è sicuro?). Accudito da un nonno “Victor Hugo”, teatrante e invadente – ma col nipote la giusta misura: uno Schweitzer
alsaziano e protestante che ha sposato una cattolica. La quale non gli parla: “Attorniata
da virtuosi commedianti, aveva preso in odio la commedia e la virtù. Questa realista
così fine, sperduta in una famiglia di spiritualisti grossolani, si fece
voltairiana per sfida senza avere letto Voltaire”. Con una mamma tutta per sé – anche se
obliterata dal nonno suo padre - “cinquant’anni più tardi, sfogliando un album
di famiglia, Anne-Marie”, la madre, “si accorse che era stata bella”. Anne-Marie aveva avuto Jean-Paul a 23 anni, e viveva ancora, accudita dal figlio a Parigi, quando il libro fu pubblicato, nel 1964.
Un
avvio di fuochi d’artificio, brioso, scanzonato, tutto cose, che in qualche
modo resiste per le duecento pagine. Cento per “leggere”, che fu facile e anzi
la sola occupazione, il solo “gioco”, e
cento per “scrivere”, che invece fu difficile – e si sa, si è visto. Il vizio
di riflettere a ogni parola è ancora circoscritto – rispetto ai racconti del
“Muro”, al romanzo della “Nausea”. Questo che oggi si direbbe un memoir, il racconto dell’infanzia e dell’adolescenza
dell’autore, fila via tra invenzioni sempre appuntite, tagli virtuosi, personaggi
vivi e vari, non ce n’è uno stereotipo. Specie sugli Schweitzer, luterani alsaziani che nella catastrofe del 1870 avevano scelto la Francia. E sui matrimoni di Fine Secolo, di coppie che non si corteggiavano e non si stimavano (parlavano) ma facevano figli - di sessualità animale? per accrescere il patrimonio? Con un paio di pagine acute su Paul Nizan, futuro grande amico alla Scuola Normale, qui intravisto per qualche settimana o mese alla scuola media. Sul fondo del mammismo, il legame stretto con Anne-Marie, la madre-sorella, che avrebbe poi trasposto nelle innumerevoli e concomitanti relazioni femminili. Innocenti, non adulterine, ma come incestuose: qui fa sapere, in nota, di avere “a lungo sognato di scrivere un racconto su due ragazzi perduti e discretamente incestuosi”. Tra lampi di grande storia. Anche se presto si impongono le autoanalisi, il vizio adulto sovrimpresso al bambino.
Sul
piano personale la constatazione di avere scoperto il mondo nei libri. Nelle
idee del mondo invece che negli eventi, le cose, le persone. “Ho confuso il disordine
delle mie esperienze libresche col corso rischioso degli avvenimenti reali. Da
qui venne quell’idealismo da cui ho messo trent’anni a disfarmi”.
Opera
tarda, di Sartre sessantenne, invischiato nella politica, nell’alcol e nelle
anfetamine, oltre che nella (controversa) fenomenologia, che invece fa mostra
di una freschezza inossidabile, una sorta di opera prima. Un’infanzia
privilegiatissima, raccontata con humour, e con qualche insegnamento, perché
no. Per il pubblico dei lettori, e personale. In particolare per la ginecomania:
una bambino cresciuto con una sorella grande, la madre Anne-Marie, che avrebbe voluto
anche una sorella minore, cui fare da compagno e maestro - che non è “scientifico”
ma rende l’idea.
L’edizione
tascabile francese è arricchita di un indice dei nomi propri ricorrenti, e
delle opere citate, delle lettura del giovane Sartre.
Jean-Paul
Sartre, Le parole, Il Saggiatore,
pp.192 € 21
Les Mots, Folio, pp. 212 € 6,50
giovedì 6 luglio 2023
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (530)
Giuseppe Leuzzi
L’Umberto
Umberto di “Nonita”, la non eccelsa parodia
della “Lolita” di Nabokov che Umberto Eco scrisse per “Il Verri” e poi riprese
in “Diario minimo”, si fa forte dei “cromosomi meridionali di un ascendente
calabro”. Eco non lo sa, ma parodia il luogo comune tuttora corrente, malgrado
il politicamente corretto, nella pornografia come nei racconti di viaggio e
anche in letteratura, dei “negri”, degli africani.
Coraci,
il ragazzino del libro “Cuore” recentge “immigrato
da Reggio Calabria”, ricorre poco nella penna del diarista Enrico Bottini. Ma
sempre come “il Calabrese”. È l’unico denominato per l’origine o appartenenza.
Solo i maestri chiamano Coraci col cognome. Ma il maestro
che, in un diverbio tra Coraci e Nobis, dà ragione a Coraci, gli parla col tu, mentre
usa il voi con Nobis.
Se è del Sud va bene solo
santo
Rocco Commisso,
l’imprenditore calabro-americano che ha investito a Firenze per la squadra di calcio
tra una cosa e l’altra 6-700 milioni, è amareggiato. Ma non si fa illusioni.
All’Istituto Italiano di Culura a New York, che lo festeggiava per l’inclusione
nel “W all of Fame”, il muro degli immigrati illustri, ha ricordato: “È dal
tempo de Medici che non veniva qualcuno a investire a Firenze”. Per aggiungere
subito dopo: “L’America èd avvero la terra delle opportunità, e lo dico a nome
dei tanti meridionali che hanno dovuto lasciare l’Italia anche per i pregiudizi
che al Nord si nutrono nei loro confronti”..
Non ci può essere un profeta
del Sud a Firenze? Che pure ha avuto l’ultimo barbaglio della Gloria antica
grazie a un uomo del Sud. La Pira. Non se è un uomo del Sud capace (fortunato)
in affari – santi di chiesa ce ne possono essere, La Pira come Padre Pio.
L’amicizia è cieca e sorda
Muore suicida l’assassino,
uno degli assassini, di Lea Garofalo. Un amico di Lea. Uno che non aveva parte nella faida quarant’anni fa tra i
Comberiati-Garofalo e i Ceraudo-Cosco di Petilia Policastro in provincia di
Crotone, combattuta ultimamente a Milano, per piazzarvi le droghe. E nelle traversie
successive del “pentimento” di Lea, una
Garofalo avventata che aveva sposato un Cosco. Da cui aveva avuto una figlia.
Fino a quando non aveva scoperto la vera natura degli affari familiari, di
appartenenza e acquisiti. E all’assassinio, a Milano, di un fratello da parte di un cognato Cosco aveva
deciso di raccontare tutto alla giustizia, degli affari delle sue due faniglie,
di origine e acquisita.
Tutto bene fin qui, normale,
comprensibile. Poi Lea decise di uscire dal programma di protezione dei
testimoni, volendo eredere alle promesse di ravvedimento dell’ex marito – che
intanto l’aveva rintracciata, benché “protetta”. .Ma l’ex marito aveva solo un
piano di vendetta contro Lea, e tra vendetta e amicizia riuscì a coinvolgere
nei suoi piani il suicida di oggi. Nella parte peggiore dell’assassinio di Lea,
l’occultamento del cadavere. Operazione che i gialli e le cronache giudiziarie
tendono a liiquidare come succedanea, roba da poco, e invece è la più crudele:
lenta, lunga, richiede occhi e naso
tappati, determinazione costante, e un cuore di pietra – si può uccidere
d’impulso, l’occultamento è pratica sadica. Perché il suicida, che non era uno
spacciatore né un assassino, si è fatto coinvolgere? Per amicizia, con l’ex marito
di Lea. Fra coetanei, in paese.
La prima volta, al primo
progetto dell’ex marito Cosco di uccidere Lea, il suicida aveva provato a
dissuaderlo, e c’era riuscito. Poi, a cose fatte, aveva “aiutato l’amico”.
Un suicidio, seppure a distanza
di anni, mostra una certa sensibiltià:un suicida è uno che prova de sentimenti,
non un tronco carbonizzato come sono i killer di mafia, gli Spatuzza, i
Contorno, i Brusca, per quanto “pentiti”. E dunque? C’è una maniera ingovernabile,
cieca, di sentire l’amicizia.
Il patriarcato del Sud è materno
Melissa Errico, attrice,
cantante, regina del ,musical a Broadway, cognata di McEnroe (ne ha sposato il
fratello minore), bellissima, una che sa, come Joyce, che “il music-hall, non
la poesia, è la critica della vita”, non rcorda nulla delle origini italiane -
Errico è tuttora censito nome del salernitano. Non del padre Michael, benché
distin to ortopedico, nonché pianista – col quale Melissa spesso si accompagna
(il fratello, Mike Errico, è pianista jazz di professione). Benché studiosa
all’università, al corso di Belle Arti, di Artemisia Gentileschi. Di cui pure
tradusse una parte del processo per stupro, come prova di ammissione allaYale
Drama School. Tradusse dall’italiano all’inglese, quindi con una conoscenza
dell’italiano abbastanza buona, per saper leggere un testo del Cinquecento.
Melissa non ricorda nulla
eccetto che per un particolare. “Io vengo da una famiglia di immigrati italiani”,
ricorda parlando con “Forbes”: “La madre di mia madre, Carmela, arrivò
dall’Italia, insieme con la sotrella Rosa. Lavoravano come sarte”. Rosa
arrotondava la sera come guardarobiera in un ristorante, addetta ai cappelli. Qui la
notò Ziegfield, e Rosa divenne una Ziegfield Girl, in giro epr gli Stati Uniti,
tutta piume, lustrini e canzone: “Io sono spiccicata zia Rosa (Rose)”. Due foto apppaiate lo confermano.
Il patriarcato del Sud è materno.
Lo notava già Corrado Alvaro nel 1952, teorizzando “Il mammismo”, nel (breve)
saggio omonimo. Che fu letto come una bizza, una agudeza, contrastando il.terreno ritenuto inscalfibile del patriarcato – c’era o non
c’era il delitto d’onore (senza andare a vedere il ruolo in esso delle madri,
come tuttora avviene in Italia nel caso delle ragazze di famigla islamica che
vogliono affrancarsi)? Si vede che la “donna del Sud” è ancora terra incognita.
Onora
la mafia
Capita di
leggere la ricerca documentaria di Salvatore Lupo sullo sbarco alleato in
Sicilia nel1943, che non fu ovviamente opera della mafia, e insieme di vedere
per caso il vecchio film diPif, “In guerra per amore”, il primo di Pif, sul
tema contrario, di un giovane siciliano emigrato a New York che nel 1943 puo’
tornare in Sicilia, per chiedere la mano della fidanzata senza spese grazie
alla mafia, che organizza l’Operazione Husky, il grande sbarco. Senza ironia:
il Pif ironista qui si vuole (quasi) serio (paragona la mafia ai partiginai,
nella predentazione del film….), benché sappia che la spara grossa.
C’è
compiacimento in Sicilia per questa balorda “visione della storia”, tutta
mafia. Camilleri ne era convinto. Sciascia no, ma si capisce che gli avrebbe
fatto piacere – era pur sempre covinto che la “linea della palma” avesse invaso
l’Italia. Lupo il suo libro, sul tema “gli americani, la mafia e lo sbarco in
Sicilia del 1943”, deve intitolare “Il mito del grande complotto”. E non ha
convinto i credenti: la sua ricerca è stata più criticata, nell’isola, che
lodata.
È un’idea
persistente, questa della Sicilia che domina ilmondo, sia pure con la mafia. Sarà
per questo
che la Sicilia non diventa la California dell’Italia, come da mezzo secolo, se
non di più, si candida a essere – avendone tutti i titoli, compresa Hollwood, i traggediaturi, giudici,
pentiti, killer a gogò- Difetta di dark ladies,
questo è vero – pur avendo molte bionde (ma anche le more andrebbero bene).
Eco minimo
Riproposto con una copertina
lieve, si rilegge come una cappa: ancora dieci anni fa divertiva, ora non più.
Perso lo smalto, il brio, e più nei “pezzi” famosi, la fenomenologia di Mike
Bongiorno (“il valore della mediocrità”), l’elogio di Franti, il cattivo del
libro “Cuore”.
Sono parodie, avvertiva Eco
all’edizione 1975 (e avverte oggi), ma grevi. Non sono pastiches – “pasticciare” è tutt’altro genere (vi eccelleva Proust,
“i pezzi alla maniera di”). E non sono satire. Potrebbe esserla la rilettura dei
“Promessi sposi” come fossero l’“Ulisse”, la giornata particolare di Joyce, ma
Manzoni non si dileggia, e alla fine non si ride. Sembra anche strano che si
ridesse dell’“uomo-massa”, della “cultura di massa” (“Industria e repressione
sessuale in una società padana”). Sono critiche, un po’ spiritose, ma non più
tanto.
La scelta che “creò” Eco, della
rubrica mordace che teneva sul “Verri”, la rivista dell’innovazione letteraria,
insieme con “Opera aperta” (e dopo “Filosofi in libertà”, l’esordio
goliardico). dissacratore, acuto, divertente, ora è muta. I punti di vista, gli
approcci, le inversioni, le gag sono sempre di grande inventiva: i Borboni
patriottici e Mazzini austriacante, il lavorio del papa (Paolo VI?) per la
riabilitazione di Satana, la Chiesa (in Italia) laica e mondana mentre
l’Industria è ascetica…. “Diario minimo” era ben una rubrica satirica. Ma non
si prestano a “trattazioni”, a spiegazioni. Nelle quali invece Eco si perde, da
candidato semiologo – da filologo fa la parodia della filologia.
Resiste
il goliardico “Do your movie yourself”, fatevi il vostro film, con i quadri in
serie suggeriti a registi vari, Antonioni, Olmi, Visconti, Godùard, etc., sempre
in carattere con la cifra del maestro. E qualche pezzo serio. “Dove andremo a
finire?” soprattutto, scritto nel 1963 per la seconda edizione della raccolta.
che accendeva la luce sull’opacità dell’informazione, dell’opinione pubblica.
Già sessant’anni fa, dunque, ben prima dei social da macello – ma dell’opinione
pubblica Eco è stato sempre lettore acuto e fine, da bravo semiologo, da ultimo
nell’ultimo romanzo ,“Numero Zero”.
Umberto Eco, Diario minimo, La Nave
di Teseo, pp. 192 € 14
mercoledì 5 luglio 2023
Problemi di base nomadici 2 - 755
spock
“I sentieri si costruiscono viaggiando”,
Kafka?
O si distruggono?
Si viaggia perché si ritorna – per raccontarsela?
Il viaggio è’ un racconto?
Il vero viaggio è senza meta?
È come uscire all’aria, meglio se in un
paesaggio diverso, con un’aria diversa?
spock@antiit.eu
Se gli Stati Uniti fossero stati un Canada
“E
se è stato un errore fin dall’inizio? La Dichiarazione d’Indipendenza, la
Rivoluzione Americana, la creazione degli Stati Uniti d’America – se tutto
questo fosse stato un’idea terribile, se le ingiustizie e la follia della vita
americana dopo d’allora non sono malgrado le virtù dei Padri Fondatori ma a
causa loro? La Rivoluzione, si potrebbe continuare, fu un innecessario e
brutale attacco di panico degli schiavisti contro il chiacchiericcio
dell’Illuminismo, creando un paese che è sempre stato segnato da violenza e
scontri e demagogia. Si guardi a nord al Canada, oppure al Sud all’Australia e
si vedranno differenti possibilità di evoluzione pacifica lontani
dall’Inghilterra, da paesi normali e uniti, più giusti e meno sanguinari”.
Gopnik
sa che “la Rivoluzione è il nostro ultimo baluardo”. Ma sa che la storia
successiva non è
stata
esemplare. Un’ipotesi non provocatoria, questa che la rivista ripropone per la
festa
dell’Indipendenza.
Ipotizzata da un vecchio saggio,del 2017, del suo scrittore di punta. Che è di
famiglia
ebraica, americano di origine e poi di attività, ma cresciuto in Canada negli
anni degli studi
superiori
e dell’università. La sua non è però una provocazione, ma la lettura-recensione
di tre libri
di
storia, loro sì rivoluzionari, sulla “rivoluzione” americana, sulla guerra d’Indipendenza.
I tre libri,
non
tradotti in italiano, sono: Justin du Rivage, “Revolution against Empire”
(Yale), Holger Hoock,
“Scars of Independence” (Crown), e Jonathan Israel, “The
Expanding Blaze”. Le prime due ricerche
Eversive. La terza invece in linea, patriottica, ma lungo
la linea tracciata quarant’anni fa dal decano
degli storici americani,GordonWood, “The Radicalism of the
American Revolution”: malgrado
brutalità e ipocrisie, quella americana fu una rivoluzione
nel senso che sradicò millenni di teorie e
pratiche di poteri ereditari, divini, più o meno assoluti.
Gli studi di Du Rivage (ricercatore a Yale) e di Hoock,
professore a Pittsburgh, specialisti di storia inglese, sono piuttosto sul lato
britannico della questione indipendenza, fra Whigs Radicali e Riformatori
Autoritari, del No Taxation without
Representation radicale contro il Taxation
NoTiranny - titolo del libello
commissionato a Samuel Johnson, in qualità di saggio, nel 1775 per
controbattere le richesite americane.
Tutt’e tre le pubblicazioni concordano che la Rivoluzione
fu brutale, molto più di quanto il mito della stessa riconosca. “Pagina dopo
pagina,”, spiega Gopnik, “il lettore sbianca alla lettura di massacri e
contro-massacri, di frustate e stupri, di baionette inastate conficcate nei
corpi a più riprese, di gare a impiccagioni e assassini. L’effetto è più allucinante
per l’ambientazione: questi orrori si producono non in Polonia o in Algeria ma
in quelle che ora sono le aree di sosta lungo l’autostrada I-9, in Connecticut
e New Jersey, in un tempo che ancora immaginiamo di cappelli a tre corni e del
clip-clop di carrozze hollywoodyane su strade acciottolate”. E convergono nella
conclusione che un allentamento, invece che un distacco radicale, del legame
con la Gran Bretagna avrebbe accelerato l’abolizione della schiavitù, evitando
la guerra civile, e avrebbe ridotto, se non impedito,la caccia ai nativi
americani, sotto le varie insegne via via adottate.
Hoock richiama “The Patriot”, il film sulla Rivoluzione di
Mel Gibson, pur non apprezzando il senso politico dell’attore-regista, come il
quadro più veritiero della Guerra d’Indipendenza – analogo al film “La Passione
di Cristo” dello steso Gibson: i nostri miti favoriti sono imbevuti di
violenza, di sangue.
Adam
Gopnik, We could have been Canada,
“The New Yorker”, 15 maggio 2017, free online
martedì 4 luglio 2023
Problemi di base nomadici - 754
spock
“Viaggiare è affascinante solo a posteriori”, Paul Theroux?
“La strada è la vita”, Jack Kerouac?
“Si viaggia non cambiare luogo, ma idea”,
H.Taine?
“La vita
è un viaggio e chi viaggia vive due volte”, Omar Khayyaam?
“I veri viaggiatori partono per partire e
basta”, Baudelaire?
“Viaggiare è come innamorarsi, il mondo
si fa nuovo”, Jan Myrdal?
spock@antiit.eu
Non si abbatte il diverso
Non è un referendum, ma 50 mila donatori in Francia per il poliziotto killer e solo 12 mila per il ragazzo da lui ucciso riflettono le proporzioni in Francia fra “francesi francesi”, che si sentono francesi a quattro quarti, compresi gli italiani e gli spagnoli immigrati anteguerra, e i francesi recenti, immigrati di seconda generazione, africani – maghrebimi, subsahariani. Questi animati dal risentimento per il passato coloniale della Francia, quelli risentiti dal risentimento - le colonie sono finite in Algeria, quindi sessanta anni fa.
Che i 50 mila siano stati
organizzati politicamente non conta. Anche i 12 mila lo sono stati.
Non è nemmeno una questione
reddituale, o di posizione sociale, residenziale. Tra le città e la campagna di
una volta (le jacqueries”), tra
periferie e centri urbani, tra poveri e ricchi. Ma di “differenza”. Che non è razziale
o di colore, però lo è: finisce per esserlo nella divisione attuale. Gli italiani
“ritals” non erano discriminati dal Fronte Popolare nel 1936 per il colore,
questa differenza non c’era. Ma c’era.
Ci vogliono generazioni per
“assorbire” il diverso. Anche senza colpe (prevenzioni) specifiche – coloniali, politiche,
di colore, razziali. Non si abbatte il diverso. Non con la pistola, ma neanche
con le buone parole.
Come vincere la malinconia, da sradicati
Scherzi,
“Il poeta dimenticato”. Ricordi familiari, “Primo amore”, la moglie “Elena”
invece che Vera, “la figlia” invece del figlio Dmitri. La passione per i
lepidotteri, “L’Aureliano”, e un po’ ovunque. Memorie pietroburghesi
disseminate qua e là: le automobili col muso, silenziose (le prime erano
elettriche), gli abiti a trenta bottoni,
i tram a cavallo - “il tempo è il riflusso” (“Mademoiselle O”). Traversie da
russi apolidi: commissariats,
domande, domande per spiegare le domande, e attese - “L’atreplice”, “Quadro di conversazione, 1945”. I
vaneggiamenti dell’amore: “Una bellezza russa”, “Primavera a Fial’ta”, il
crudele “Che una volta in Aleppo…”, l’amorevole “Segni e simboli”. Il grande
stomaco russo: i generali, i pogrom, “Scena dalla vita di un doppio mostro”. E
più spesso il nulla. Il viaggio vinto alla lotteria, tra emigrati, con compagni
sconosciuti (“Nuvola, lago, castello”,…), la vita degli émigrés, povera e furfantesca (“L’assistente del produttore”), Lancillotto
nello spazio, tra le stelle (“Lance”).
Racconti
piani, in genere senza finale (sorpresa). Molta ironia, sparsa con leggerezza
ma incomprimbile - “l’era
dell’Identificazione e Tabulazione”, “lo
Zio Sam e i suoi Rooseveltiani occhi blu”, il mondo vissuto da specie
transeunti. Il russo nato nell’affluenza e il potere, tra saloni, dacie,
governanti e viaggi “in Europa”, Wiesbaden a cinque anni, Biarritz a dieci, finito
ramingo e quasi indigente, orfano di padre
assassinato, vittima delle burocrazie, specialmente feroci con i sans papiers, a caccia perpetua di un
impiego decente, si salva con lo sguardo distaccato. Perseguitato (protetto?)
dalla memoria sempre e ovunque. E quindi dalla Russia, in qualche modo. Compassionevole.
Anche con i generali – quelli oggi di Putin non sono un’invenzione: grassi,
lenti, abulici. La realtà-irrealtà. Tanto precisa, circostanziata, datata,
quanto indefinita. Che il personaggio femminile, diverso, inattingibile,
esemplifica e moltiplica. Uno psicologo (o un neurologo?) direbbe: come vincere
la malinconia, da esuli volontari oppure ostracizzati, comunque sradicati.
Temi
crepuscolari, a parte qualche brio d’ironia, che è il fondo di Nabokov.
Talvolta per questo sorprendenti. Si fa negazionismo in salotto a New Yorl nel
1945 (“Hiltler era buono e bravo”….). Una White Warriors Union, nell’edizione
anglo-americana, la banda poco poco affidabile russi Bianchi, antisovietici
emigrati, scimmiotta la WWI americana, l’internazionale dei lavoratori. Nella
Russia attanagliata dalle rivoluzioni si vendono per strada “Le avventutre del
marchese de Sade” e le “Memorie di un’Amazzone”. Non manca l’amato Cechov del
Nabokov professore - dopo Puškin:
“L’erompente dama di Cechov che moriva per essere descritta”. E della
Germania, da russo fuoriuscito accolto per molti anni a Berlino, profetizza che
“con tutti i suoi molti neri peccati, rimane lo zimbello del mondo”. Il mondo variegato dei tanti
russi (siamo alla terza ondata in un secolo) cittadini del mondo.
Nabokov
manca ancora di un’edizione critica. Gli slavisti non se ne occupano, gli
americanisti nemmeno. Si pubblica quello che il figlio Dmitri ha curato – e in
molti casi ha tradotto, da cantante d’opera italianista. Difficile quindi
“sistemare” la raccolta nell’opera sua.
Sono
racconti scritti prevalentemente in inglese. O tradotti in inglese dallo stesso
Nabokov per la pubblicazione in libri e raccolte. Tre racconti erano stati scritti
originariamente in russo: “L’Aureliano”, Primavera a Fi’alta” e “Nuvola,
castello, lago”. Uno, “Mademoiselle O.”, era stato scritto in francese. Solo
“Mademoiselle O.” e “Primo amore”, avvertiva Nabokov in precedenti edizioni dei
racconti in America, “sono (eccetto che per i nomi cambiati) rispondenti in
ogni dettaglio alla vita dell’autore come la ricorda”.
Sarà
stato un problema per i traduttori, Franca Pece, Anna Raffetto, Ugo Tessitore.
E per l’editore: tradurre Nabokov dall’inglese, dalle traduzioni-adattamenti in
anglo-americano, o anche dal russo, e dal francese? La traduzione è l’attività
che ha maggiormente occupato lo stesso Nabokov, più probabilmente della caccia
e la cura delle farfalle. Uno scrittore che si può dire traduttore, dell’“Onegin” di Puškin tutta la vita, e nella
seconda vita dei suoi innumerevoli racconti e romanzi in anglo-americano.
Come
in “Lolita” e gli altri titoli famosi, anche nei racconti la frase è sempre
elaborata. Queste traduzioni attutiscono l’elaboratezza, gli “originali”
americani curati e licenziati da Nabokov al contrario la accentuano. Per il
vocabolario, preciso ma poco colloquiale, e frasi brevi che invece di
semplificare complicano, divagano – sembrano divagare alla prima lettura. Una
accuratezza-divagatezza si direbbe alla Henry James, quasi una parodia. Ma
fuori tempo e forse per questo legnose? È il problema che Edmund Wilson aveva
sollevato sul Nabokov “americano” – un’osservazione che ruppe un’amicizia.
Vladimir Nabokov, Una bellezza russa e altri racconti, Adelphi, pp. 758 € 38
lunedì 3 luglio 2023
Cronache dell’altro mondo – bideniane (238)
Scende in campo Obama per
sostenere la riconferma di Biden tra i Democratici alle primarie per il voto
presideniale del 2024. Una novità nella storia costituzionale di fatto degli
Stati Uniti – gli ex presidenti si astengono dalla politica attiva.
L’iniziativa dopo un
sondaggio che dà un Democratico su tre orientato alle primarie in favore di
Robert F. Kennedy.
Il sondaggio, condotto tra
il 20 e il 22 giugno, in un momento quindi non sfavorevole a Biden, ha
impensierito la Casa Bianca e la direzione del partito Democratico.
Una maggioranza larga di
Democratici si è espressa contro Kennedy. Il 38 per cento si è dichiarato
contro, e il 18 per cento “molto contrario” a Kennedy. Il 36,5 per cento a lui
favorevole implica però che presto o tardi Biden dovrebbe confrontarsi con lui
in un dibattito pubblico. Con la certezza, in questo caso, di perdere il
confronto, dati i recenti vuoti di memoria e la lentezza di riflessi del presidente.
Quando Petrucci cacciò Gentile
È amareggiato l’ex
calciatore Gentile, l’anti-Maradona del Mondiale di Spagna1982, dopo la fine
brusca dell’Europeo di calcilo Under 21, che da allenatore di quella nazionale
aveva avuto molti successi ma fu liquidato dal presidednete Gianni Petrucci
perché non “in linea” – sapeva troppo di
Juvents? Non era abbastanza di parrocchia (democristiana).
Gentile avev vinto il vincibile,
l’Europeo e la qualificazione all’Olimpiade, con l’unica medaglia vinta dal
calcio italano in quei giochi- un bronzo, ma dopo avev dovuto affrontare in
semifinale l’Argentina di Tevez, che
segnò in quattro partite otto gol.
Gentile doveva perfino
succedere a Lippi, dopo il Mondiale vinto nel 2006. O forse anche prima, Petrucci
da tempo tramava contro Lippi - che gli rifiutò il saluto nei festeggiamenti
della vittoria. Era evidentemente già in atto la Tagentopoli calcistica
(juventina) del colonnelo Auricchio e
dei giudici napoletani di grande carriera Narducci e Beatrice, con l’emerito
Giadomenico Lepore, la “tangentopoli” del calcio senza tangenti - si discusse
solo di una cena, che doveva essere stata il prezzo della corruzione perché di
pesce… (molto napoletana, la motivazione), ma poi si accertò che nemmeno una
cena c’era stata. Il potere è senza vergogna, Gentile giustamente ha atteso
quindici anni per lamentarsi.
Se la Liberazione fu opera della mafia
Un
prequel di “La mafia uccide solo d’estate”, e una delusione. Qui la mafia
decide la guerra: nel1943: abbatte Hitler, con Mussolini, e governa gli Alleati.
Una delusione dopo la brillante evocazione di Rocco Chinnici, il capo della
Procura di Palermo col quale Falcone si era formato.
Peggio
a vedere il film spiegato dallo stesso Diliberto.
Un
giovane siciliano che vive in America deve tornare nell’isola per chiedere
in sposala ragazza di cui è innamorato.
Per tornare in Sicilia ha un mezzo semplice : arruolarsi. Si arruola in America e sbarca, sicuro, in Sicilia – dove è
libero di girovagare alla ricerca del futuro suocero? Sì, perché in Sicilia
comanda la mafia, e si sa che l’Operaziome Husky, lo sbarco alleato in Sicilia,
è cosa di mafia.
E
non è tutto. “Volevamo fare un film sui partigiani”, ha spiegato Pif. Ambientato
in Sicilia, dove i partigiani però non ci sono stati: “Il progetto (con la
Rai, n.d.r.) era di fare un film sui partigiani, tema spinosissimo, lo sappiamo
tutti. Ora, i partigiani in Sicilia non ci sono mai stati. E cosa c’è stato al
posto loro? Ecco la nostra domanda di base. Invece dei partigiani noi abbiamo avuto la mafia”. Da non credere, la mafia “liberatrice”. Non per ridere, non si ride
Pif
è del 1970 o di poco dopo: l’aria era così tossica quando cresceva?
Pif,
In guerra per amore, Netflix (abb.),
Amazon Prime, Google Play per view.
domenica 2 luglio 2023
Ombre - 674
“La Ferrari a 48 millesimi dalla Red Bull”.
Quarantatotto millesimi: che senso ha a 300 km\h?
Dieci giornate di squalifica a Mourinho, allenatore della Roma, per avere litigato con Serra, un arbitro quarto uomo in Roma-Cremonese che lo aveva insultato, e radiazione di Serra dagli arbitri. Il primo caso nella storia in cui entrambi i litiganti sono colpevoli, gravemente. Ma la giustizia sportiva non è seria, non fa testo.
Dieci giornate di squalifica a Mourinho, allenatore della Roma, per avere litigato con Serra, un arbitro quarto uomo in Roma-Cremonese che lo aveva insultato, e radiazione di Serra dagli arbitri. Il primo caso nella storia in cui entrambi i litiganti sono colpevoli, gravemente. Ma la giustizia sportiva non è seria, non fa testo.
“Non c’è posto per i cristiani nelle terre del
cristianesimo”, Marco Ventura se ne accorge infine su “la Lettura”. Senza infamia - il papa, per esempio,
ancora non lo sa. Ma non ci spiega come mai. “I contesti e i processi sono diversi”, si limita a dire. Per esempio, tra
ebrei e mussulmani?
“Italia in declino”, annuncia “la Repubblica” in prima
pagina. Il giorno in cui fa quattro pagine sulla “Francia in fiamme”. Mentre si comunica che in
Germania la produzione è in calo e l’inflazione è in rialzo – in controtendenza sul resto
dell’Europa. Il quotidiano ex di Scalfari fa l’amico del giaguaro?
“Non c’è posto per i cristiani nelle terre del cristianesimo”, Marco Ventura se ne accorge infine su “la Lettura”. Senza infamia - il papa, per esempio, ancora non lo sa. Ma non ci spiega come mai. “I contesti e i processi sono diversi”, si limita a dire. Per esempio, tra ebrei e mussulmani?
