sabato 19 settembre 2026
La protesta insaziabile
Vannacci fa passi da gigante - senza organizzazione, con i media contro: sarà lui il nuovo astro della destra? Dopo Meloni. Che venne dopo Grillo. Che venne dopo Salvini. Che venne dopo Berlusconi. La destra è intrattabile? O insaziabile?
Le verità di Feltri nei fatti
"Non è giusto che tutti i lavoratori che sbagliano ci rimettono del proprio, tranne quelli con la toga" - Enzo Tortora, 14 novembre 1984. ""Aberrante la sentenza contro Muccioli". Lo scrivo e tre giudici mi portano in tribunale""- Montanelli, 3 aprile 1985. E il femminicidio quando non c'era il femminicidio, 6 gennaio 1977:"botte, ogni, calci. Sono fuggita da mii mariti lasciando 5 figli. Mi sono finta morta per 40 anni", a Milano sotto falso nome. A Ferragosto del 1987: "i problemi sono maturi: il Golfo Persico, il petrolio che rincara la Borsa inquieta". E Andreotti una settimana dopo: "L'Iran è il più interessato alla navigazione nel Golfo: chiuso Hormuz, il petrolio iraniano resterebbe invenduto". E: "La bonifica delle mime è necessaria a erga omnes". Avrà ragione - il fatto è posto correttamente? Anche allora il ministro della Difesa continuava "a ripetere che la Marina è pronta a partire .
Di destra che più di destra non si può, trinariciuto , - Feltri ora fa il testimonial a Vannacci, al vincente di destra, dopo averlo fatto a Meloni, e prima a SLvini, e prima a lungo a Berlusconi. Ma sul pezzo ci vedeva, questo fascicolo glielo riconosce.
Una antologia di interviste. Non le "interviste celebri", quelle di cui si cita la frase celebre, ma incontri giornalistici, che dicono qualcosa.
Vittorio Feltri, I miei anni in via Solferino, "Corriere della sera", pp. 62 gratuito col giornale
venerdì 18 settembre 2026
Appalti, fisco, abusi (249)
Prima era il Comieco, il consorzio per il
riciclo degli imballaggi a base cellulosica, insomma di carte e cartoni, a non
ritirare i rifiuti, che invece si moltiplicano con la diffusione delle vendite
online. Creando l’impensabile inquinamente da cartone. Ora è il Corepla, il consorzio
per le plastiche – è anche sotto inchiesta giudiziaria, per truffa nel trattamento.
Decisamente, la transizione è partita male.
“Comieco: C’è
un dato, nel 31esimo Rapporto Annuale di Comieco sulla raccolta e il riciclo di
carta e cartone in Italia, capace di rendere concreta una cifra altrimenti
astratta: le oltre 400mila tonnellate raccolte nel Lazio nel 2025, se pressate,
occuperebbero un volume quasi pari all’intero Circo Massimo”. Una volta si tagliava
un bosco per fare un giornale, che durava un giorno. Ora che si ricicla, anche
il giornale, non c’è più limite allo spreco.
“Sempre più mezzi a due ruote, sempre
più rischi e decessi”. Da motorino. A Roma
circa 400 mila circolano ogni giorno – 14 romani ogni cento quotidianamente
usano il due ruote. Pagando “il prezzo più alto sulle strade: la metà dei morti
per incidente stradale, secondo i dati Istat-Aci, sono su due ruote”. Molti di
più gli invalidi, più spesso a vita, paraplegici – si sa, anche se l’Aci non li
conteggia. Per una circolazione che il Campidoglio a fine Millennio favorì a
due ruote – si arriva prima, si parcheggia ovunque. Obbligando il Policlinico a sdoppiare e triplicare il padiglione del Pronto Soccorso.
Povero Putin, quanti torti
Un ex collaboratore
di Putin ne racconta l’ascesa politica e la metodologia, la mentalità. Come la
Russia si è conforrmata al “putinismo”. Dalla direzione del controspionaggio
alla guerra all’Ucraina.
“Vadim Baranov”,
un ex teatrante che per quindici anni è stato il “consigliori” di Putin, invita
uno studioso americano di letteratura russa, a Mosca per indagare sul suo autore
preferito, di Zamijatin, per raccontargli
in una una notte tutto di sé e di Putin. Figlio e nipote di gerarchi sovietici,
morti per nulla, un’affermazione-negazione di sé che lo tormenta. Per il
resto sarebbe la controfigura di un personaggio reale, Vladislav Surkov, che,
come lui, “Baranov”, è stato cantante rap, scrittore, regista teatrale,
produttore tv, e ha accompagnato l’ascesa dello “zar” da San Pietroburgo a
Mosca, fino al 2015.
Un film lungo e
politico, tutto basato sulla recitazione, e monologante, eppure coinvolgente. Per
il rilievo, e la capacità mimetica, dei tanti personaggi di contorno, arricchiti
perlopiù e tutti poliedrici, intelligenti, che via via sostengono Putin e se lo
fanno nemico. Curiosamente attraente. Persuasivo, in ogni aspetto della lenta,
frammentata, particolareggiata, narrazione. Con l’eccezione forse del Putin di
Jude Law, il nome di maggior spicco del casting, sempre corrugato, come
incerto o indispettito, mentre Putin fa sempre lo sportivo, disteso – perlomeno
così si esibisce, appare.
Curiosamente,
anche, non anti-zar, come si presenta. Alla fine l’impressione è che lo “zar”,
il putinismo, non abbia tutti i torti. Perlomeno nella salvaguardia della Russia
dalla dissoluzione: il racconto, a tratti rappresentazione, dei torti subiti e
degli intrighi ostili non ha contravveleni, solo misurate obiezioni.
Ma questo corrisponde
nella sceneggiatura al “tono” del romanzo sottostante, che è opera di uno scienziato
politico, Da Empoli – quando, smessi i panni del Savarov di Renzi, a Firenze e
a Roma, , è diventato titolare di cattedra a Sciences Politiques alla Sorbona. E
quindi?
Olivier Assayas, Il
mago del Cremlino, Sky Cinema, Now
giovedì 17 settembre 2026
Problemi di base terroristi - 932
spock
Terroristi si nasce o si diventa?
C’è una scuola, un percorso?
C’è un terrorismo buono, sociale, nazionale, rivoluzionario, egualitario, e uno cattivo?
E quando il terrorismo diventa Stato?
E le bombe, come si distinguono quelle buone da quelle terroristiche?
Le bombe buone piovono dal cielo?
spock@antiit.eu
Easy Rider inseguendo il padre
De Luigi e
Accorsi, fratelli dispersi, si ritrovano cinquantenni, quali sono di fatto, a
dover disporre delle ceneri
dell’esecrato babbo. Tra Milano e Cervia. Sui ciclomotori da ragazzi, un
Piaggio e un Atala. In una serie di gag che li diverte, partner affiatatissimi,
e diverte.
Un film
citazionista pieno di gusto – e con un po’ di misura (due ore, e troppe
spiegazioni) di culto.
Tra “Easy Rider”,
citazione scoperta, ma certo senza Nicholson, e senza la Harley Davidson, e
“Blues Brothers”.
Un altro film alla
ricerca del padre - la figura, che si era abolita, torna a imporsi.
Fabio De Luigi, 50
km all’ora, Sky Cinema, Mediaset Infinity
mercoledì 16 settembre 2026
Secondi pensieri - 591
zeulig
Democrazia
– La democrazia è in crisi o è in crisi
l’Occidente? La democrazia è in crisi perché è in crisi l’Occidente? Dopo tre
secoli dallo “Spirito delle leggi”, il fondamento della democrazia
moderna - la legalizzazione o costituzionalizzazione del potere (divisione e controllo
dei poteri), e l’universalizzazione del voto, singolo, individuale, “popolare”
- si discute la democrazia come se fosse defunta, o persa, o perfino irredimibile,
comunque non protettiva (certa, stabile, sicura). Perché l’Occidente vota a
destra – l’Europa e gli Stati Uniti.
Ciò sembra un segno di forza, ridiscutersi, rifondarsi.
E invece si assume di confusione, cioè di debolezza, o come suole dirsi di crisi.
L’alternanza politica dei poteri si direbbe un segno di forza, della democrazia,
e dunque questa deriva – questo panico – a che è dovuto? Esaminate tutte le
prospettive (immigrazione di massa, insicurezza del lavoro, terrorismo,
islamismo), si direbbe dall’arrivo al benessere di due terzi del mondo. Che si vorrebbe
arrivasse anche alla democrazia: il mondo islamico, una marea di Stati, circa
due miliardi di persone, e l’impero comunista cinese. Da questo mondo una sfida
viene all’Occidente nei livelli di reddito, per un’offerta di lavoro che li appiattisce.
Da qui la crisi occidentale. Che allora, però, è di ciclo economico, di un
processo di livellamento dell’offerta di lavoro. Una crisi di percorso. Che non
arresta o incide sulla democrazia – alla quale anzi, si direbbe, il mercato “mondiale”
del lavoro apre una platea vastissima.
Democrazia è la legge. Che può – poteva, quando
se ne fecero le prime esperienze – risultare avversa. Ad Antigone, p.es.. Ma è
la forma migliore di gestione della violenza pubblica, dell’autorità, del potere
- di quello che poi è diventato lo Stato, le istituzioni. Affinata via via come
strumento con le costituzioni. E ampliato, dalla giustizia propriamente detta,
penale e civile, alla convivenza sotto ogni forma, e alla politica, all’esercizio
della violenza. Che riduce a un assist, si direbbe con terminologia
sportiva, periodico, minimo, il voto.
La democrazia è semplice, è la legalità. Non
contro il crimine penale, la legalità del potere – l’addomesticamento, l’addestramento,
l’ammaestramento del potere. Della violenza del potere. Della violenza interna
alla società, da distinguere dalla guerra. Nelle forme legali, costituzionali. Su
alcuni prerequisiti: l’uguaglianza tra gli individui, la non discriminazione, per
qualsiasi motivo che non sia la violenza, con un po’ di impegno sociale, a
favore dell’uguaglianza di fatto (a favore degli svantaggiati), e per il contenimento
della violenza. In un metodo o sistema compromissorio e non coercitivo – il più
possibile democratico, cioè accettato dal più gran numero.
Tutto ciò è basilare. Va ripetuto perché non se
ne tiene conto, anche in sede scientifica, di studio, forse per motivi
politici. E mentre i motivi reali di crisi sono altri, non politici in senso
stretto, di orientamento o obbedienza.
Male – Guido Morseli nel diario, “Mi sono conosciuto nel sogno”, sintetizza il
problema da (ex? credente, allievo dei gesuiti, interrogandosi sui “fatti,
nella storia privata dei singoli individui come nella storia dell’umanità, che smentiscono
in pieno l’amore e la giustizia, la «Provvidenza» di Dio. L’ingiustizia e la
sofferenza imperversano… Insomma: c’è il male”. C’è ma non regge, poiché alla
sommatoria siamo qua, benché sempre feroci. E ce la spassiamo sempre meglio di
prima. Ma non si capisce bene l’istinto di sopravvivenza, anche solo nella
riduzione darwiniana-spenceriana, il survival of the fittest, se e perché
siamo organizzati-ci organizziamo per sopravvivere piuttosto che per morire, e
migliorare. Per vivere cioè oltre ogni aspettativa e pretendendo, a diritto,
che tutto sia messo in opera per a questo fine.
Si procede in salita, per ostacoli. Superandoli,
aggirandoli, anche abbattendoli. Singolarmente e in gruppo. Il vero quesito sarebbe:
unde bonum.
Vita – È un lasso di tempo, un segmento, deperibile, perento. E un principio,
il principio dell’inestinguibilità – da cosa nasce cosa, anche dall’Apocalisse,
c’è sempre un day after, sia pure mostruoso.
Il problema del tempo è quello della vita. Non ci
sarebbe senza una vita – una cosa vitale, cioè in evoluzione, per quanto
minima o, apparenemente, in surplace.
Ha un principio e una fine, il ciclo vitale, ma nell’apparenza
– cronologia. Il “fatto” è una essenza
- “restanza” si potrebbe dire, non nel
senso dell’antropologo Teti: una permanenza. È l’eterno - un tempo che ci attraversa, gli umani, ma
attraversa anche la “natura”, il mondo quale è. Che si trasforma, e anche scompare,
ma permane, in qualche forma – nei luoghi, nei materiali, nella memoria, nelle
idee, nelle trasformazioni: nella tecnologia e nella filosofia, il farsi del
tempo.
La morte è una tappa della vita.
zeulig@antiit.eu
Cronache dell’altro mondo – universitarie (426)
Nell‘anno accademico che si apre sedici
college e università americane hanno tasse universitarie annuali superiori a
100 mila dollari, secondo i dati di “The Princeton Review”. Un anno fa erano solo due,
La retta è comprensiva di tasse, insegnamento, vitto e alloggio, libri, trasporti.
Non fanno parte delle sedici le università più reputate, della Ivy League –
eccetto qualche college femminile, come Vassar.
Questa la lista dei sedici college
da 100 mila dollari in su:
1.
Harvey Mudd College: $104.512
2.
Università Duke: 103.975 dollari
3.
Università di Chicago: $103.821
4.
Università della California del Sud: $103.162
5.
Barnard College: 103.000 dollari
6.
Università di Washington: $102.260
7.
Smith College: $102.226
8.
Università Fordham: $102.188
9.
Claremont McKenna: $101.990
10. Vassar
College: $101.051
11. Università
Wesleyana: $101.030
12. Università
di New York: $100.998
13. Università
di Georgetown: $100.864
14. Bates
College: $100.437
15. Università
Colgate: $100.224
16. Haverford
College: $100.026
Il padre ritrovato in pista, a tutta velocità
Come un rider diventa
un campione di MotoGP? Grazie al padre ritrovato – un padre assente.
Gli “idoli” sono specificamente
italo-spagnoli, come si vuole per una coproduzione italo-spagnola, come usava
ai bei tempi – quando il cinema italiano illuminava mezza Europa: i campioni
motociclìsti, il motociclismo essendo disciplina, in fatto di piloti, latina,
italo-spagnola. Il tutto diretto da un regista britannico, da oltremanica venendo
ancora gli specialisti di motori veloci, nella gestione delle corse (le squadre
dietro i motori, un tempo italo-inglesi, ora sono predominantemente inglesi,
anche in Mercedes, anche in Ferrari).
Quindi, su due ore
di immagini, una buona di corse “spettacolari” e rombanti: scintille, sportellate,
capitomboli, gelosie e liti. Mentre un paziente Santamaria, l’ex Grande
Campione dei Due Mondi, italo-spagnoli, si ritrova infine padre accudente, e il
figli pure, riconosce e accetta il padre. Nel quadro del filone dell’epoca, la
ricerca-riscoperta del padre – a opera anche di figlie, ma soprattutto di figli
(il padre ritorna col genere all male).
Mat Whitecross, Idoli:
fino all’ultimo corsa, Sky Cinema, Now
martedì 15 settembre 2026
Se l'Europa torna a destra
Oggi come novant’anni fa una trentina
di paesi europei sta a destra. Con una differenza, non da poco: quest
Europa vota per la destra, in regime di libertà d’informazione e di
voto. Che è un’attenuante, ma può essere un’aggravante: è una destra d’opinione,
“popolare”, non di regimi.
Il conteggo si può fare agevolmente su vari
repertori. CentroAnalytica ne fa una rappresentazione grafica, con i colori. Che danno subito un’immagine di dove va il mondo. Le Americhe sono suddivise fra
centro-destra, azzurro: Usa, Argentina, Paraguay, Colombia. E rosso scuro, sinistra: Messico, Cuba, Nicaragua, Brasile, Venezuela, Ecuador, Bolivia, Perù, Cile. E un solo centro-sinistra, Canada.
L'Africa, il mondo arabo e buona parte dell'Aspia meridionale restano nell'indistinto, grigio. Su tutta l'Asia e l'Oceania due macchie azzurre relativamente piccole emergono, India e Giappone con Corea del Sud. Mentre giganteggua il rosso scuro, con qualche approssimazione: Cina e Corea del Nord certamente, mentre Vietnam, Indonesia e Australia, sarebbero in realtà rosso sbiadito, centro sinistra.
Contro le Americhe e l'Asia-Oceania si legge invece l'Europa. Niente sinistra e poco centro-sinistra: Spagna, UK, Norvegia, Danimarca, Islanda, Albania, Malta, Ungheria, Bulgaria e, volendo, Germania e Olanda. E domani forse la Svezia. Però con tre sicure eccezioni, anti-immigrazione - effetto islamismo, troppa la paura: Gran Bretagna, Danimarca e Svezia e domani forse la Germania. E una filo-russa, Bulgaria.
Tre sole presenze al centro: Austria, Irlanda e Francia. Mentre tre governi si collocano a destra, Macedonia del Nord, Slovacchia, Slovenia - e a metà anche la Polonia. Lunga la lista del centro-destra: Belgio, Bosnia, Repubblica. Ceca, Cipro, Croazia, Estonia, Finlandia, Grecia Ista, Italia, Lettonia, Liechtenstein, Lituania, Lussemburgo, Moldavia, Montenegro, Polonia (a metà), Portogallo, Romania, Serbia.
Una cartina non propriamente di destra. Se non che il panorama cambia al "colore politico del partito più votato": l'Europa è nera, Italia compresa. Nei Paesi a maggiore peso politico e demografico. Nero ma non radicale, controrivoluzionario? Un nero sicuramente elettorale, democratico: Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia, Belgio, Olanda Austria, Rep. Ceca, Slovacchia, Polonia, Romania, Slovacchia, Macedonia del Nord. Il colpo d'occhio è impressionante. E anche la lista, ben più significativa che quella dei governi, necessariamente di coalizione.
Gadda buffone
“I nostri polli, a
corte, hanno sempre due colli. Sono della covata dell’aquila bicipite…. Per la
corte doppia, imperiale e regale, ci vogliono polli adeguati. Anche i nostri
generali andavano contro Napoleone a due a due….”. Il tono è questo, da farsa - bicipite, cioè ungherese.
Attorno a un Liederspiel di Zoltàn Kodaly, 1926, ricavato da un poema
comico ungherese, “Az Obstoes” (il congedato) di Janos Garay, primo Ottocento,
che l’Orchestra Sinfonica del Terzo Programma Rai eseguiva in prima italiana
nel 1955. Gadda, redattore del Terzo Programma, si incaricò del testo italiano
- il Liederspiel ha lunghi passaggi recitati e poche musiche. Ci teneva
al teatro, anche per ragioni alimentari – il successo era in fieri, col
“Pasticciaccio”, ma si manifesterà con corposi diritti un paio d’anni dopo.
Qui si produce in
una burla, che è il suo genere naturale, attorno a uno sbruffone, Háry, il
falso eroe del “Congedato”, che è afrodisiaco, a suo dire naturalmente, per
ogni femmina. Ci sbavano tutte, giovani e non, contadine e principesse, e
soprattutto Maria Luisa, l’imperatrice doppia, di Vienna e di Parigi – è Háry
che ha sconfitto naturalmente Napoleone, “Zufolino”, “il Pancetta”. Con la
vocazione già netta per i gerghi. Qui per le forme toscane, accentuate a ogni
scena e quasi a ogni battuta.
L’aneddoto è
debole – e più a una lettura non avvezza al personaggio, alle sue guasconate.
Si va avanti per allusioni più o meno salaci – poco: le battute più spinte sarebbero state biffate dalla censura (allora preventiva) e non recuperabili, non
esistendo copia di prima della censura. Nell’edizione del Saggiatore la nota ai testi introduttiva di
Claudio Vela spiega le vicende editoriali.
L’edizione del
Saggiatore si vuole anche un punto di riferimento per gli interessi teatrali di
Gadda (siamo nel 1982, gli unici aggiornamenti successivi in tema sono del “The
Edinburgh Journal of Gadda Studies”). A seguire sul radiodramma una sezione
raccoglie le recensioni teatrali di Gadda – alcune da lui già ripubblicate in
“I viaggi la morte” e “Le meraviglie d’Italia”.
Una terza sezione riproduce “Per un barbiere” – il testo de “Il Giorno”
già ripreso in “Verso la Certosa” e “Le meraviglie d’Italia”. Infine anche le
famose “Norme per la redazione di un testo radiofonico”.
Carlo Emilio
Gadda, Un radiodramma per modo di dire, Adelphi, pp. 56, € 6
Il Saggiatore, pp.
XII + 112, pp.vv.
lunedì 14 settembre 2026
Problemi di base nazionali - 931
spock
Quando
l’irredentismo diventa terrorismo?
E quando il
terrorismo diventa nazionalismo?
Se il nazionalismo
è buono e fa bene?
E l’identità,
o patria?
Quando il nazionalismo
diventa canaglia?
E chi fa la
guerra al nazionalismo, l’irenismo?
spock@antiit.eu
Ridere fa bene, anche alle donne
“In passato si
pensava che la commedia rappresentasse i difetti della natura umana e la
tragedia ritraesse gli uomini più grandi di quanto siano. Per dipingerli come
veramente sono, si deve, a quanto pare, trovare una via di mezzo tra le due, e
il risultato è o qualcosa di troppo serio per essere comico, o di troppo
imperfetto per essere tragico, e questo possiamo chiamarlo umorismo”. Un saggio
breve, sull’umorismo, di Virginia Stephen (poi Woolf) nel 1905, pubblicato dal
quotidiano “The Guardian”. Acerbo nella costruzione, ma sì, Virginia non ancora
Woolf voleva ridere.
Al secondo
capoverso c’è più propriamente la futura Woolf: “L’umorismo, come ci è stato
detto, è negato alle donne, che possono essere tragiche o comiche, mentre quel
particolare amalgama che rende una persona dotata di umorismo è solo
appannaggio degli uomini”. Un argomento forse vero (se riferito al riso, non all’umorismo,
delle donne, come incapaci di ridere e far ridere) ma datato: quanti trattati ci
sono, o personaggi letterari, o proclami, che escludono le donne dal riso, a partire
da Aristofane (o non è il cotrario)?
Uno dei primi scritti
pubblicati da Virginia, a 23 anni. Con tutte le riserve, è la risata che la
giovane scritrice vuole liberare. Seriosa (“i cani, misericordiosamente, non
sanno ridere” è l’unica battuta pungente che si consente), con passo da saggista.
Ma il proposito dice chiaro, per concludere: “Noi andiamo ai funerali e al
capezzale dei malati molto più volentieri che ai matrimoni o alle cerimonie
festose, e non siamo capaci di spazzare via dalla nostra mente la convinzione
che c’è qualcosa di virtuoso nelle lacrime e che il nero è il colore che più ci
si addice. Non c’è niente, in verità, tanto difficile quanto ridere e far
ridere, ma non esiste qualità che valga di più. È una lama che recide ciò che è
superfluo, riproporziona e restituisce giusta misura e sincerità alle nostre
azioni e alla parola scritta e parlata”. Se lo fosse ricordato.
Virginia Woolf, Il
valore della risata, Libreria delle donne, in libera lettura
domenica 13 settembre 2026
Quando il terrorismo è una forma di guerra
Salman
Rushdie è andato al processo contro Hedi Matar, il terrorista islamico cha ha provato
ad assassinarlo quattro anni fa, e ne ha ricavato questa impressione, confida a
Viviana Mazza su “La Lettura”: “Sembrava un cretino. Teneva gli occhi abbassati
e prendeva appunti”.
Il terrorista
singolo può essere, è, un cretino – basta pensare alle Brigate Rosse: un
esaltato. Ma è difficile far passare l’11 settembre e il 7 ottobre per terrorismo.
Si può, si deve, farlo per motivi di difesa. Il radicalismo islamico seguente all’11
settembre ha fatto forse un milione di morti in Europa e in Medio Oriente (nella
sola Algeria si calcolano mezzo milione), forse anche di più. Ma la repressione
non basta, bisogna andarne alle radici. Gli Stati Uniti, che della lotta al terrorismo hanno fatto nei venticinque anni la linea guida della loro politica internazionale, in aspetto di repressione, non hanno ottenuto molto e ora rischiano la leadership mondiale.
Sul 7 ottobre
il fronte è chiaro, la linea di frattura: è Palestina contro Israele. Che ha reagito
incorporandosi Gaza, e sempre più la Cisgiordania. Questo è un conflitto. Che vede
Israele sempre vincente, da quasi ottant’anni. Ma non pacificato – in genere si
fanno le guerre per arrivare a una pace.
L’11
settembre ha due moventi: l’alimentazione, se non la creazione, da parte americana,
dell’islamismo come barriera al sovietismo negli anni a cavaliere del 1980, in
Afghanistan – e nell’Arco della Crisi, dall’Algeria al Pakistan, tutto islam.
In contemporanea con la creazione e diffusione del khomeinismo, sempre come barriera
anti-sovietica, in Europa e poi in Iran. Il radicalismo khomeinista accenderà l’islam
in ogni sua sezione (l'Is, lo Stato Islamico, sarà teorizzato e praticato come
reazione wahabita, cioè sunnita-saudita, al khomeinismo, e più radicale) e area
di diffusione, specie in Africa, sotto e sopra il Sahara.
Se così è
– ma così è – non si vede perché l’Iran dovrebbe crollare sotto la prima bomba
americana. Si può dichiarare “canaglia” uno
Stato, trattarlo come un qualsiasi gruppo terrorista, di “cretini”, ma
poi bisogna farci i conti.
All'ultimo respiro - un giorno in ospedale
Un’infermiera
seguita passo passo nel suo turno quotidiano (diurno) in un ospedale cantonale
(non grande cioè, ma dall’intensa attività) svizzero. Con alti e bassi, la
paziente che sta meglio di tutti, di umore e di fisico, con la quale è anche
possibile farsi una cantatina, che poi muore, o il paziente che a sette o otto
giorni dal ricovero ancora non è stato visitato dal dottore (che è una dottoressa,
arcgna) e si “autodimette”. Niente di che, giusto lo svolgimento delle normali
pratiche. Che però richiedono, anche le più semplici, complicate procedure –
anche soltanto aprire una scatola richiede sterilizzazioni, guanti, annotazioni,
eccetera.
Il film si propone
come di denuncia sociale, con la chiosa finale che anche nella ricca Svizzera
gli infermieri sono troppo pochi e tropo sfruttati. Ma su questi movimenti
rituali, frenetici, più che sul “caso”, cioè sull’ordinarietà della cura ospedaliera,
Volpe costruisce un meccanismo che inchioda – senza porre mente alla neutralità
del gesto, dell’evento. Un piccolo miracolo: si segue la vita ordinaria dell’infermiera
– che però è la bravissima Leonie Benesch, l’amburghese de “Il nastro bianco”, “La
sala professori”, “Lezioni di persiano” - come il Godard di “Fino all’ultimo respiro”.
Petra Volpe, L’ultimo
turno, Sky Cinema, Now
sabato 12 settembre 2026
Fondamenta fragili dell’Occidente in Medio Oriente
Gli Huthi, una tribù sciita yemenita,
che tengono testa all’armatissima Arabia Saudita, 35 o 40 milioni di abitanti, completa di cacciabombardieri,
da undici anni, e ora la sopravanzano, chiudendole il mar Rosso, epitomizzano
la fragilità delle fondamenta dell’Europa, e quindi dell’Occidente, basate
sugli idrocarburi della regione.
Gli Huthi (ri)propongono il problema di
cosa è terrorismo e cosa nazionalismo. E, meno in astratto, evidenziano le
fragilità del pilastro mediorientale dell’Occidente: le petromonarchie.
Queste fragilità sono un fatto, a cui
non si pone mente (all’evidenza solo negli Stati Uniti, per i quali non sono però
un fattore di crisi), ma ben visibile dietro la rutilanza con cui le petromonarchie
si sono ricoperte da mezzo secolo in qua, dalla triplicazione del prezzo del
petrolio nel 1973. Erano economie nomadi, pastorizia e contrabbando, con
qualche royalty petrolifera, si sono trasformate in Disneyland formato
gigante, inermi. Dai vecchi capi-tribù passando ai manager finanziari. Anche
accorti. Ma indifesi, e indifendibili. Tutti senza eccezione: Arabia Saudita,
Kuwait, Abu Dhabi, Dubai, Qatar, Bahrein, Oman.
Le petromonarchie si sono dotate di grattacieli,
marine, porti, aeroporti intercontinentali, fontane colorate e giardini lussureggianti
nel deserto, e hanno pagato il radicalismo islamico per risparmiarle, ma sono rimaste politicamente quello che erano: Stati patrimoniali,
volendo adottare la terminologia classica, di Max Weber. Ossia possedimenti
familiari, tribali. Di famiglie allargate alle varie tribù ma dietro le quali non
c’è nulla: non uno Stato - forze armate, giustizia, amministrazione, rappresentanza
politica, le “istituzioni”. Hanno tutto questo ma fittizio. E in guerra non
possono schierare un solo armato - uno vero, che combatta.
Cronache dell’altro mondo – pedofile (425)
Malgrado la multa milionaria per non avere protetto i ragazzi dall’uso
dei suoi social, Meta ha pubblicato ad agosto decine di annunci contenenti
materiale esplicito di abusi sessuali su minori generati dall’intelligenza artificiale.
Nonché immagini di minori accompagnate da dichiarazioni sessualmente suggestive.
Dopo la denuncia di “Wired” Meta ha eliminato circa 50 di questi annunci
da Facebook, Instagram e Threads. E afferma di aver implementato uno strumento
di intelligenza artificiale progettato per rilevare e bloccare tali annunci. Ma
in questa setimana sono stati rilevati centinaia di altri annunci di natura
simile.
Alcuni annunci, inclusi contenuti che ritraevano scene pornografiche con
minori, erano identici a quelli rimossi da Meta dopo la segnalazione iniziale
di “Wired”. Inoltre, è stato possibile identificare immagini di minori reali
tra i contenuti espliciti.
(“Wired”)
Se femmina è maschio
Un film del genere
teen, giovanilistico, con linguaggio svelto e intenso, nelle immagini e
nel parlato, nel ritmo. Un piccolo capolavoro filmico che Samani ha ricavato da
un racconto di Stuparich vecchio quasi di un secolo - che ha probabilmente accelerato,
al ritmo del tempo più che dell’età dei protagonisti, comunque irriflessivi.
Un racconto dell’adolescenza.
Un’adolescenza iconica: incerta e avventurosa, tradizionale e curiosa, e
veloce, tra lezioni, un poco, basket, bevute, fumate, un po’ di disco, niente
fanatismi, e bighellonaggi, tra Barcola e San Giusto, o il Revoltella. Di
maschi che non si fanno ombra di una femmina. Finché il maschilismo non irrompe
con la gelosia - l’appropriazione di un rapporto amichevole.
Un racconto di
genere? Il cameratismo al maschile ha la corda corta? Al fondo, il senso è
questo, di ruoli invertiti rispetto ai tradizionali maschile e femminile. Frederika,
svedese, che per semplificare si farà chiamare Fred, a Trieste col padre ingegnere
che vi è stato comandato dalla ditta, viene iscritta all’ultimo anno dell’Itis “Marie
Curie” – il racconto non è storico, è contemporaneo (e il “Marie Curie” un
omaggio alla coproduzione italo-francese - un ritorno al passato, che fu ricco
di molti buoni prodotti?) - in una sezione di soli maschi. Curiosità, dispetti,
e infine cameratismo, Fred si ritrova adottata da un gruppetto. Sbronze, fumo, passeggiate,
notti e giorni senza respiro. Con qualche turba e molta spensieratezza. Anche
se le idee sono confuse – solo Fred le ha chiare: farà architettura a Firenze. Ma
niente nodi, è l’età che vagheggia. Finché sull’amicizia non fa aggio la
gelosia. Fred, colpita ale spalle, ne uscirà vittoriosa, gli altri no, ma non c’è
una morale, non pesa.
Sotto un titolo
anonimo un racconto a forte personalità. Della regista e della interprete,
Stella Wendick, esordiente di enorme professionalità – scelta a Stoccolma, pare,
in audizione fra gli allievi di una scuola di recitazione ma già padrona, dello
schermo come del maschilismo, di Trieste, e perfino del triestino. Unico
inconveniente i novanta minuti di sottotitoli, poiché il parlato è l'inglese per interiezioni e un
triestino incomprensibile, l’uno più sintetico dell’altro, che scappano via a
velocità ultrasonica.
Laura Samani, Un
anno di scuola, Sky Cinema, Now
venerdì 11 settembre 2026
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (642)
Giuseppe Leuzzi
Trovandosi sull’Aspromonte nell’estate 1971 o 1972, il
trekker scozzese James Maurice Scott va a pagare i suoi omaggi al “cippo
Garibaldi”. E lo trova “un campo di battaglia”: “jeep piene di carabinieri
armati dappertutto....”, e “un quartier generale con le antenne radio e tutto
il resto, mentre un elicottero ci girava intorno. Ero l’unico disarmato e non
in uniforme per diverse miglia”. Discreto, forse impaurito, Scott non chiede e
si eclissa. Ma la curiosità lo morde. Finché “un amico italiano che aveva letto
qualcosa al riguardo sul giornale” non gli svela il mistero: una soffiata diceva
che le mafie siciliana e calabrese avrebbero tenuto un summit sull’Aspromonte,
e i carabinieri si preparavano a “catturarli tutti”. Ma alla fine “non venne
preso nessuno”.
Se la frutta è meglio insapore
Un affascinante atlante grafico della produzione
regionale di frutta in Italia, approntato da “La Lettura” domenica 6 - a
corredo di considerazioni estetico-commerciali sul “tesoro italiano” che “sfida
la spinta all’omologazione” - che suddivide la produzione a macchie di colore
per macro-regioni, giallo per il Sud-Isole, verde per il Nord e pisello per il
Centro, dà il giallo preponderante – illuminante, come un grande sole.
È meridionale la produzione (recente) di frutta
tropicale, avocado e banana (il mango e la chirimoia-annona si possono
aggiungere). E quella naturalmente del fico d’India. Quasi tutta meridionale
(minime quantità per il Nord e per il Centro) quella di nespole (del Giappone e
comuni) e di fichi. Per tre quarti meridionali quella di pesche e albicocche,
ciliegie, melograni, mele cotogne. A metà meridionali la produzione di
nocipesche (nettarine) e prugne. E cachi. Ridotta la quota per le pere e per i,
kivi, sul 15-20 per cento. Ridottissima per le mele - quasi tutta la produzione
è al Nord.
Naturalmente non ci sono gli agrumi, che poi sono la frutta
di quasi metà dell’anno, che sono solo meridionali.
Si penserebbe tanta
abbondanza una rendita naturale. Rivalutata negli anni post-covid, con i prezzi dal fruttivendolo
raddoppiati. Di cui la maggiore incidenza del Sud, sempre in questo ultimo quinquennio, sul magro
incremento del pil nazionale potrebbe essere il segno.
Dunque, l’economia
meridionale ha una piccola leva, seppure di carattere naturalistico – o “primario”, come quelle
economie monoculturali, specializzate in produzioni primarie, di caffè, cacao, rame, carbone, petrolio
eccetera. Ma sempre è che tutte le produzioni di frutta, gli agrumi compresi, trovano il
cartiglio “Spagna” privilegiato, regolarmente, alla distribuzione: nei supermercati, in tutte le
catene, e anche dal fruttivendolo. Sebbene insapore.
Per antipatia verso il Sud?
È possibile. Di sicuro la mediazione (distribuzione, promozione) non è meridionale, è romagnola,
lombarda, fino a qualche tempo fa veneziana, e fa aggio sulla qualità - e sulla
propaganda governativa del made in Italy. Su quella meridionale evidentemente con più
facilità, perché con maggiori “margini” commerciali – ce n’è per tutti.
Il leghismo viene dall’unità
James Maurice Scott, che ha voluto rifare nella terza
età per la seconda o terza volta nel 1971-1972 l’Appenino a piedi (ricavandone
un voluminoso resoconto, “A Walk among the Appennines”, pp. 1.000), pubblicato a
Londra l’1 gennaio 1973, è sorpreso in Calabria, oltre che dai carabinieri che
aspettavano i mafiosi siculo-calabresi al Cippo Garibaldi, dalla conversazione,
nell’albergo di un paese dell’Aspromonte, forse Delianuova forse Gambarie, intercorsa
con una coppia di torinesi.
Una conversazione
disimpegnata. Ma subito virata, senza nemmeno cattiveria, sullo spiacevole. “Raccontai loro che ero
stato trattato bene in Calabria. L’uomo mi disse allora che ero stato ingannato: i Meridionali sono
falsi, pigri, disonesti, e spendono tutti i soldi che vengono loro dati dal Nord”.
Era il Natale del 1971. Il
leghismo sboccerà, al cuore di Milano, la circoscrizione Milano 1, dei ricchi e intellettuali,
vent’anni dopo, ma era già nell’aria. È nell’unità d’Italia.
Compresa l’acquiescenza del Sud, che
anch’essa viene da lontano – dagli stessi patrioti del Sud che fecero l’unità, Crispi, Zanardelli,
etc..
Scott ne rileva il pattern subito
dopo, lo schema mentale, col Sud impersonato dal muto cameriere al ristorante: “Un meridionale sin
dalla cima dei capelli nero corvino fino alla punta dei piccoli piedi, rimase immobile vicino al tavolo, con l’aria offesa ma senza proferire parola”.
La battaglia di Seminara
La storia guarda all’indietro, nella figurazione ultima, dell’ultima
riflessione, di Walter Benjamin. Ma soprattutto, tropo spesso, la storia va all’indietro
– è la storia della decadenza, che sembra difficile fare (Santo Mazzarino ci si
è provato, dopo Gibbons, e pochi altri).
Capita di aggirarsi per Seminara, un borgo che tenta di tenersi in vita
con la produzione tradizionale delle ceramiche, ma in una atmosfera di
stanchezza, e quasi di abbandono. Unica gloria reclamabile, non reclamata, per stanchezza?, aver dato i natali ai genitori di Gianni Infantino. Borgo alle pendici dell’Aspromonte in Calabria,
nelle cronache storiche per molti aspetti: i monaci greci, basiliani, che tramandarono
molti classici, i due frati, Barlaam e Leonzio, che insegnarono il greco a
Petrarca e Boccaccio, le terracotte certo, molto colorate, qualche faida, famosa nella storia moderna
a lungo per la battaglia che prende il suo nome, la Battaglia di Seminara, dove
si decise il futuro del Sud. Niente di meno.
Organizzata dal
castello aragonese di Gerace, vide gli aragonesi, poi spagnoli, impegnati nella
ennesima ma decisiva battaglia, dove si sarebbe fatto uso per la prima volta di cannoni, il 21aprile 1503 (di “battaglie di Seminara” un’altra
è ricordata, nel 1495, sempre tra francesi e aragonesi, poi spagnoli, sempre per
questioni dinastiche, ma quella decisiva è la successiva) contro i francesi che
da tempo rivendicavano la potestà sul regno, e massimamente dopo la discesa di
Carlo VIII, di funesto ricordo, nel 1498. I francesi vi furono sconfitti, e il
Regno di Napoli fu spagnolo, dal 1504 al 1735 – quando i Borbone di Napoli si
autonomizzarono.
In epoca moderna la
città sarà poi feudo degli Spinelli, banchieri genovesi a cui la vicereggenza
di Napoli la cedette in cambio di debiti non onorati. Ma ancora al tempo di
Carlo V, di ritorno dalla spedizione vittoriosa in Tunisia contro i barbareschi,
l’imperatore sui cui possedimenti non tramontava mai il sole vi ebbe un
celebrato trionfo, organizzato da Carlo Spinelli, il primo duca, il 3 novembre 1535
– una cerimonia che ora si prova a resuscitare ogni paio d’anni, mestamente,
con le coperte alle finestre come per le processioni, e falsi costumi d'epoca.
Cronache della differenza: Calabria
Il ponte sul Savuto, a Nocera Terinese, sul vecchio
percorso della SS 18, che portava a Roma, è ricostruito, dopo vent’anni
dall’alluvione. Una campata bassa, lunga una trentina di metri. E, ma allora,
per il Ponte sullo Stretto?
“La regione più autunnale d’Italia, dove certo
fioriscono anche i limoni, ma dominano gli ulivi, i castagni, la quercia e il ne,
anche se bastano venti muniti di camino per scendere dalla Montagna al mare e
ritrovare la palma, il banano, l’aloe e la magnolia” – Marina Valensise, “Il
sole sorge a Sud”.
A un certo punto il geologo “prussiano” Gerhard von Rath, nel suo giro
della Calabra nel 1871, si sorprende di quanti pensatori geniali vi sono nati
o vi hanno operato: Pitagora naturalmente, e Cassiodoro, Tommaso Campanella, e
pure Tommaso d’Aquino, che vi è nato. E ne tralascia alcuni, Gioacchino da
Fiore, Telesio.
Nessun cenno, nel roboante plebiscito per il candidato sindaco di
destra alle amministrative a Reggio, alla deficitaria, assenteista, incapace
gestione del sindaco uscente Falcomatà. Eletto per due volte in memoria del padre,
che era stato un buon sindaco. Digiuno di materia amministrativa, al punto da
essere stato a lungo commissariato. Inerte sulle cose da fare: la città ha le stesse
buche, allo stesso posto, da dieci anni. Ma inamovibile: era stato messo lì da
Renzi, dal vertice Pd, e quindi incontestabile.
È inimmaginabile l’abbandono della provincia, oltre che della città. La
provincia di Reggio, un tempo la più ricca e ammodernata della Calabria, sembra
ora una terra abbandonata: sporca, senza acqua, senza strade, sempre franate, perfino
senza segnaletica (agli incroci bisogna girare a memoria). Altro che storia,
se non di decadenza.
Vi si trova un’isola
linguistica occitana, a Guardia Piemontese, del francese d’oc. Che in
Italia si parla in aree finitime alla Savoia, nel cuneese, la Piccola Occitania
d’Italia. Vi trovarono rifugio a partire dal Trecento i valdesi, per sfuggire alle
persecuzioni dei papi avignonesi. Benché in odore di eresia (il 5 giugno del
1561 l’Inquisizione li volle impiccati, esposti sulle strade pubbliche, rei di eresia).
La regione Calabria è molto diversificata, ma ha diffusa e comune una religiosità
sempre accesa.
“Europa e Calabria”, bel titolo dei quotidiani “QN”
(“Nazione”, “Carlino", “Giorno”, mezza Italia) per lo studio dei fondali marini.
Per archeologia subacquea non solo, anche per il sicuro tesoro biologico. E chi
può criticarlo? È un progetto dell’Università della Calabria, facoltà d’Ingegneria
– che Bruxelles ha deciso di finanziare.
Tesoro è una parola chiave nella regione. Peccato che analoga
iniziativa una decina d’anni fa, per la creazione di cinque cinue o sei cinqune o sei parchi marini,
per la protezione e lo sviluppo della biologia subacquea, flora e fauna,
nessuno abbia più saputo niente.
La comunità grecanica, in Calabria (tra Pentedattilo e
Bova) e in Salento, è la più piccola fra le minoranze tutelate in Italia, con
appena 12 mila parlanti - il dato si deduce dall’atlante delle minoranze linguistiche
costruito da Carlo Vulpio su “La Lettura” il 9 agosto. Meno dei tabarchini, che
abitano un’isola della Sardegna, S an Pietro, non gande. Quanto basta per
un’illusione – la discendenza greca? E per un uso inutile dei fondi europei alle
minoranze: targhe stradali con doppio alfabeto che nessuno sa leggere, e corsi
di greco alle primarie che nessuno frequenta.
“James Talarico, una «favola»
calabrese alla Casa Bianca”, Maria Mancuso può titolare la sua column
sul “Giornale di Calabria”. Di una candidatura al Senato in Texas, che potrebbe
preludere alla nomination Democratica per le presidenziali del 2028. Una
carriera razzo. Grazie alla religiosità, che caratterizza la sua campagna
elettorale. Fattore primo del suo successo nei sondaggi (e nella raccolta fondi). Che Talarico, educato in seminario per risparmio, eredita dalla
famiglia calabrese, arguisce Mancuso. Mariologi o mafiosi?
leuzzi@antiit.eu
Esercitazioni in bello stile sull'11 settembre
C’è tutto, nei due
fascicoli con cui il “Corriere della sera” ha voluto ricordare come già 25 anni
fa era ridiventato il primo e più ambito giornale italiano, con le migliori firme.
C’è l’eco dell’11 settembre, dei cui 25 anni la ripubblicazione di Fallaci e
Terzani avrebbe dovuto essere testimonianza. In parte. Soprattutto ci sono due
Grandi Giornalisti in cattedra, entrambi fiorentini, entrambi quindi non c’è
altri che me. E scrittori, più o meno di lettura gradevole. Ma su un evento tanto
“storico” quanto inspiegato, di cui non si occupano di dirci nulla.
Inspiegato d’altronde,
sia detto tra le celebrazioni, l’11 settembre resta tuttora. Non si è fatto un
processo, non lo si chiede nemmeno. Anche se non fu opera di un gruppuscolo, di
fanatici. Non ci si impossessa in volo di quattro aerei di linea e si portano i
macchinoni su un punto preciso, un obiettivo piccolo, tutti “sensibili”, in
ambiente affollato, senza un addestramento di molte ore e molti mezzi. Uno dei
quattro, quello che doveva distruggere la Casa Bianca, non ce l’a fatta solo
per un difetto di sincronizzazioe, un errore nel timing.
Il primo fascicolo ripropone la sfuriata famosa di Fallaci contro islam e mussulmani, "La rabbia e l'orgoglio", e di Terzani dieci giorni dopo l'invito alla misericordia, "San Francesco e il Sultano" - o meglio alla tolleranza, il titolo esatto è "Il Sultano e San Francesco". Il secondo contiene quattro corrispondenze di Terzani dall'Afghanistan bombardato e poi invaso, e un'altra perorazione anti-mussulmana di Fallaci qualche anno dopo, 2005 "Il nemico che trattiamo da amico".
Terzani fa ancora il giornalista. Sul Pakistan tutto schierato con gli Usa (faciliterà l'eliminazione di Bin Laden - invece della cattura), ma "nel fondo estremamente ambiguo". O raffrontando l'albagia delle parrocchie di Firenze, dove si trovava casualmente, la domenica dopo l'11 settembre con le moschee, che "ogni venerdì tuonato, a volte delirando, ma con ciò legano i fedeli" - senza fare la tara del fanatismo. Mentre degli Usa descrive l'ospedale afghano, povero, bombardato per "un errore del computer". E si chiede, 2001, venticinque anni prima della guerra all'Iran: "Vogliamo anche noi partecipare alle uccisioni di stile israeliano di tutti quelli che la Cia deciderà?"
La cosa migliore dei fascicoli sono le due paginette introduttive di Ferruccio de Bortoli, direttore del quotidiano all'epoca, che vi tratteggia i caratteri e le bozze delle due Grandi Firme.
Oriana Fallaci-Tiziano Terzani, Il confronto, "Corriere della sera", pp. 61 + pp. 62, gratuiti col quotidiano
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