Non c’è bisogno di aspettare il libro per sapere che scalerà le classifiche: Montanelli è la nostra cattiva coscienza, il suo stesso generale Della Rovere. Né c’è bisogno di leggerlo per sapere cosa dice: il libro raccoglie le delicatezze già ammannite su “La Voce”, e poi sul “Corriere della sera”, quando il giornale di via Solferino lo riabilitò. Né si poteva aggiungere altro, ce n’è già abbastanza. A un certo punto Montanelli rivela a Berlusconi, che lo ha finanziato e protetto, senza censurarlo, nei vent’anni successivi all’espulsione dal “Corriere” nel 1973, che tiene in caldo il suo “coccodrillo”, in gergo il necrologio. Era al tempo che gli ex Dc, e Montanelli, si aspettavano la morte di Berlusconi per cancro. Ma il “caimano” è Berlusconi e non Montanelli.
Il giornalista non si smentisce. È il Masaniello che sberleffa i masanielli, più fascista dei fascisti, più comunista dei comunisti, e perfino più democristiano – Andreotti avrebbe da imparare, se leggesse (temesse) i giornali. Sempre nel mainstream, e incompiuto: ma questi personaggi non hano l’ambizione di fare qualcosa, solo di essere (apparire). Ma anche il pubblico non si smentisce.
Il cinismo più volgare, che si ammanta di moralismo, è la “dote” che gli italiani più apprezzano? Non è possibile, ma è il caso con Montanelli, un dio che non muore. La volgarità di Montanelli parla da sola, politica e personale. E tuttavia l’uomo è un’icona, se non un santo. Ora della sinistra – ed è lo scandalo minore, questa sinistra adora anche Andreotti. Sergio Romano, forse per aziendalismo, accomuna sul “Corriere della sera” Montanelli e Sergio Marchionne: Montanelli impersona, dice, “l’italiano scomodo”. Uno che si accomodava con tutti, salvo sbeffeggiarli quando non ne aveva più bisogno. Fascista coi fascisti, comunista coi comunisti, e perfino democristiano. Che si accreditava amante dell’ambasciatrice americana Clara Boothe Luce negli anni Cinquanta quando ne era un semplice informatore, e tale era considerato nelle carte diplomatiche – una sorta di delatore. Che scriveva contro l’Eni cose feroci, mentre cercava di farsene finanziare un giornale, con mediatori alla Bisignani.
È anche grazie a Montanelli che Berlusconi diventa Berlusconi: si diventa giganti di fronte ai nani. In una cosa però i suoi critici, come la concorrente Rcs, hanno di sicuro ragione su Berlusconi: è melenso. La sua Mondadori o i suoi giornali non hanno pubblicato un rigo, figurarsi un libro, contro le malefatte della Rizzoli-Corriere della sera, sulle ruberie, l’ipocrisia, l’opportunismo, i continui maneggi.
Indro Montanelli, Ve lo avevo detto. Berlusconi visto da chi lo conosceva bene, Rizzoli, pp. 179, € 12
sabato 2 luglio 2011
Per chi combatte la Nato in Libia?
Trova difficoltà Frattini a convocare l’annunciata conferenza a Roma delle forze anti-Gheddafi. Non c’era unità nel blocco anti-Gheddafi all’inizio, a metà marzo. Le forze ribelli sono andate avanti senza un governo provvisorio e con un coordinamento esclusivamente militare. Le differenze si sono accentuate, fra personalità, gruppi, tribù, regioni, a mano a mano che cresceva il riconoscimento internazionale. In un primo momento perché l’installazione di un nuovo governo sembrava immediata, e quindi ogni componente voleva far pesare la propria parte. Ora perché la guerra è in stallo, benché massicciamente dotata dalle forze Nato di mezzi e armamenti, e alcuni capi si sono messi alla finestra.
L’Italia si è prodigata sul fronte politico, per ricompattare una leadership nazionale. Con l’effetto non secondario di riguadagnare qualche posizione rispetto ai paesi che hanno voluto la guerra, Francia e Gran Bretagna, appoggiati da Obama. Ma non può e non vuole fare pressioni per una soluzione invece che un’altra tra i gruppi di opposizione. Anche perché nessuno di essi è emerso finora con più seguito o più argomenti di altri.
L’Italia si è prodigata sul fronte politico, per ricompattare una leadership nazionale. Con l’effetto non secondario di riguadagnare qualche posizione rispetto ai paesi che hanno voluto la guerra, Francia e Gran Bretagna, appoggiati da Obama. Ma non può e non vuole fare pressioni per una soluzione invece che un’altra tra i gruppi di opposizione. Anche perché nessuno di essi è emerso finora con più seguito o più argomenti di altri.
Le bugie di guerra del Tribunale dell’Aja
Gli Stati Uniti, che non volevano la Corte penale dell’Aja e a lungo l’hanno boicottata, hanno deciso di sabotarla? Dall’interno, a opera della corte stessa, come si conviene a una diplomazia intelligente? È l’interrogativo che si pongono le diplomazie europee dopo la decisione della Corte di processare Gheddafi per crimini di guerra chiedendone l’arresto. Non richiesta dall’Onu, né dalla Nato che agisce per conto dell’Onu. E senza addurre motivi validi. Richiesta forse dagli Stati Uniti, ma allora con che scopo? La Corte ha azionato da sé il proprio indebolimento.
Se non fosse stata scritta da Marc Bloch, all’epoca dell’odio incoercibile tra tedeschi e francesi, la storia-manuale delle bugie di guerra (“La guerra e le false notizie”) si ricomporrebbe da sé in questi (pochi) mesi di guerra alla Libia. Un movimento democratico che invece era un colpo di Stato, preparato da tempo, con alcuni governi europei. I mercenari, il viagra, e gli stupri di massa dei militari libri. Le fosse comuni o cimiteri di massa, allestiti da un regista per i fotografi. Tutto ciò falso fin dall’inizio, ma certificato dal giudice supremo Moreno-Ocampo. Che è un sudamericano, ma ciò non toglie – si sa che i sudamericani hanno soprattutto voglia di divertirsi: Moreno-Ocampo ha la carica di Procuratore del Tribunale penale internazionale dell’Aja, è il pubblico accusatore. Il Procuratore ha detto bugie talmente bugiarde da doverle abbandonare presto. Ma il Tribunale le ha prese per buone procedendo contro Gheddafi. Tutto poco “intelligente”.
Troppo per le diplomazie europee. Che danno per certa la volontà americana di sabotare il Tribunale dell’Aja. Per due buoni motivi. Vanno in porto processi per i crimini nell’ex Jugoslavia, mentre la Serbia si è allineata e non è più il caso di infierire contro di essa. L’arrivo all’Aja di allegri giuristi alla Moreno-Ocampo non garantisce gli Usa di non trovarsi un giorno sotto accusa. Direttamente, per i bombardamenti per esempio che liberamente operano ovunque nel globo, sotto forma di antiterrorismo o per la protezione della domanda di libertà (un tempo antinarco, domani chissà). O indirettamente, per gli eventi in Palestina, o in Pakistan.
Se non fosse stata scritta da Marc Bloch, all’epoca dell’odio incoercibile tra tedeschi e francesi, la storia-manuale delle bugie di guerra (“La guerra e le false notizie”) si ricomporrebbe da sé in questi (pochi) mesi di guerra alla Libia. Un movimento democratico che invece era un colpo di Stato, preparato da tempo, con alcuni governi europei. I mercenari, il viagra, e gli stupri di massa dei militari libri. Le fosse comuni o cimiteri di massa, allestiti da un regista per i fotografi. Tutto ciò falso fin dall’inizio, ma certificato dal giudice supremo Moreno-Ocampo. Che è un sudamericano, ma ciò non toglie – si sa che i sudamericani hanno soprattutto voglia di divertirsi: Moreno-Ocampo ha la carica di Procuratore del Tribunale penale internazionale dell’Aja, è il pubblico accusatore. Il Procuratore ha detto bugie talmente bugiarde da doverle abbandonare presto. Ma il Tribunale le ha prese per buone procedendo contro Gheddafi. Tutto poco “intelligente”.
Troppo per le diplomazie europee. Che danno per certa la volontà americana di sabotare il Tribunale dell’Aja. Per due buoni motivi. Vanno in porto processi per i crimini nell’ex Jugoslavia, mentre la Serbia si è allineata e non è più il caso di infierire contro di essa. L’arrivo all’Aja di allegri giuristi alla Moreno-Ocampo non garantisce gli Usa di non trovarsi un giorno sotto accusa. Direttamente, per i bombardamenti per esempio che liberamente operano ovunque nel globo, sotto forma di antiterrorismo o per la protezione della domanda di libertà (un tempo antinarco, domani chissà). O indirettamente, per gli eventi in Palestina, o in Pakistan.
Meglio il porno che la truffa a San Miniato
A San Miniato al Monte, storica cittadina tra Firenze e Pisa, il sindaco ha deciso all’improvviso che il territorio doveva dotarsi di fonti di energia alternative, anche per usufruire dei tanti soldi che la legge assegna. Su 35 ettari – che a immaginarli cosparsi di lamiere, sia pure al silicio, sono già un incubo. È un sindaco Pd, e quindi ligio alla legge. La quale vuole impianti più piccoli, al massimo di un ettaro l’uno, più o meno. Il sindaco allora ha fatto 25 bandi per 25 parchi fotovoltaici contigui. Che sono stati vinti da tre aziende. Appartenenti a tre persone. Che sono i proprietari dei 35 ettari.
La cosa non è scandalosa, dice il sindaco, le delibere sono tutte iperlegali. Per questo non se ne legge nei giornali - se non nella “Nazione”, che è all’opposizione. Anzi, la cittadina si è subito coperta con un altro scandalo, ben più arrapante: la locale segretaria del Pd, giovane e procace, che si fa improsare in un video porno in commercio.
Il sindaco ha ragione: la “valle degli specchi”, come è stata definita l’enorme superficie destinata alle provvidenze, è paradigmatica dell’affarismo legalitario, verde, toscano. Ed è anche vero che è meglio la segretaria, da quel che si vede, degli specchi ustori. Tanto più che non s’è fatta pagare dallo Stato. Meglio il porno che la truffa, e più se la truffa è legale. Mentre resta da accertare dov’è l’affare: se è del sindaco (la giunta, il partito) o del comune? E le energie alternative?
La cosa non è scandalosa, dice il sindaco, le delibere sono tutte iperlegali. Per questo non se ne legge nei giornali - se non nella “Nazione”, che è all’opposizione. Anzi, la cittadina si è subito coperta con un altro scandalo, ben più arrapante: la locale segretaria del Pd, giovane e procace, che si fa improsare in un video porno in commercio.
Il sindaco ha ragione: la “valle degli specchi”, come è stata definita l’enorme superficie destinata alle provvidenze, è paradigmatica dell’affarismo legalitario, verde, toscano. Ed è anche vero che è meglio la segretaria, da quel che si vede, degli specchi ustori. Tanto più che non s’è fatta pagare dallo Stato. Meglio il porno che la truffa, e più se la truffa è legale. Mentre resta da accertare dov’è l’affare: se è del sindaco (la giunta, il partito) o del comune? E le energie alternative?
venerdì 1 luglio 2011
In Italia Dsk senza scampo
In Italia Strauss Kahn sarebbe stato condannato. In America pure, se non fosse stato ricco – o non fosse stato patrocinato dagli attivisti di una qualche causa. In Italia invece sarebbe stato condannato comunque, da uno di quei ridicoli gip e gup, e dal tribunale, sempre di scelta dell’accusa.
In America un secondo grado di protezione è proprio nel lato debole dell’accusa, la sua politicizzazione. Il Procuratore si guarda bene da un processo non fondato, proprio per proteggere la carriera politica. In Italia la carriera del Procuratore è assicurata sempre, raramente col voto (Di Pietro, De Magistris), solitamente con promozioni e incarichi, convegni, libri, collaborazioni giornalistiche, presenze – i Procuratori fanno le “presenze”, come le veline.
Tutto questo avviene in Italia nel sistema della giustizia, non nel diritto. Il diritto prevede un processo alla pari. Le istituzioni lo hanno traviato, per debolezza o per collusione: la Consulta, il Csm, la presidenza della Repubblica. Soggiogati (complici? ricattati?) dall’aperta illegalità delle Procure.
In America un secondo grado di protezione è proprio nel lato debole dell’accusa, la sua politicizzazione. Il Procuratore si guarda bene da un processo non fondato, proprio per proteggere la carriera politica. In Italia la carriera del Procuratore è assicurata sempre, raramente col voto (Di Pietro, De Magistris), solitamente con promozioni e incarichi, convegni, libri, collaborazioni giornalistiche, presenze – i Procuratori fanno le “presenze”, come le veline.
Tutto questo avviene in Italia nel sistema della giustizia, non nel diritto. Il diritto prevede un processo alla pari. Le istituzioni lo hanno traviato, per debolezza o per collusione: la Consulta, il Csm, la presidenza della Repubblica. Soggiogati (complici? ricattati?) dall’aperta illegalità delle Procure.
La verità di Nani, bella e intelligente
Un libro di articoli come non se ne scrivono più da trent’anni, da quando Enrico “Nani” Filippini li redigeva e “Repubblica” se ne faceva mostra. Pieni d’intelligenza, oltre che di onestà. A colloquio col vecchio amico Garcia Marquez ne penetra in breve il segreto della scrittura - e configura l’America Latina, ben definita, in rapporto a “noi”europei e allo stesso Nanni, che non si lascia intrappolare dal vecchio affabulatore sovietista. Il ritratto di Foucault basta da solo alla lettura. O di Simone Weil, così perspicace e ancora inedito. Da Sinjavskij estrae un pensiero tanto semplice quanto centrale all’Otto-Novecento russo, da Gogol a Dostoevskij, Tolstòj, Solzenicyn: “lo sdoppiamento dell’utile e del dilettevole” (“Non posso immaginare Proust che pianta tutto per insegnare a vivere senza mentire, mentre noi russi siamo sempre esposti a questa tentazione”, che non è male).
Nella felicità della bottiglia, che oggi non sarebbe possibile, il proibizionismo è radicale (morale?). Allora, 1980, si poteva ancora ridere, in Italia e su “Repubblica”, dell’accoglienza nel 1961 al “Buon soldato Scvèik”, di cui si dimostrava “che il personaggio tendeva a diventare, da anarchico, comunista, del resto in ossequio a una pia tradizione che risaliva a Erwin Piscator e a Bertolt Brecht…”. Nel saggio sulla “popolarità” tardiva di Popper non teme di dire, dietro la questione dell’irrilevanza delle scienze umanistiche in Italia dopo il 1918, la verità: lo studio sopraffatto dal politicismo. Senza dirlo, se non riservatamente, a chi sa leggere – Nanni non ha vissuto felice. Umberto Eco, che introduce la raccolta curata da Federico Pietranera, lo dice “arrogante nella vita” - ma non si offendeva se lo dicevano “Nani”, che è quasi toscano e non lombardo-ticinese, non gliene fregava, aveva lo stesso sorriso distante.
Enrico Filippini, La verità del gatto
Nella felicità della bottiglia, che oggi non sarebbe possibile, il proibizionismo è radicale (morale?). Allora, 1980, si poteva ancora ridere, in Italia e su “Repubblica”, dell’accoglienza nel 1961 al “Buon soldato Scvèik”, di cui si dimostrava “che il personaggio tendeva a diventare, da anarchico, comunista, del resto in ossequio a una pia tradizione che risaliva a Erwin Piscator e a Bertolt Brecht…”. Nel saggio sulla “popolarità” tardiva di Popper non teme di dire, dietro la questione dell’irrilevanza delle scienze umanistiche in Italia dopo il 1918, la verità: lo studio sopraffatto dal politicismo. Senza dirlo, se non riservatamente, a chi sa leggere – Nanni non ha vissuto felice. Umberto Eco, che introduce la raccolta curata da Federico Pietranera, lo dice “arrogante nella vita” - ma non si offendeva se lo dicevano “Nani”, che è quasi toscano e non lombardo-ticinese, non gliene fregava, aveva lo stesso sorriso distante.
Enrico Filippini, La verità del gatto
Guerra, processi, mercati: questa sinistra è di destra
È la guerra di sinistra, malgrado le marce, le manifestazioni e i vessilli per la pace? Impossibile, le mamme sono sempre le stesse, che portano i figlietti alle marce con i drappi arcobaleno, le suore, i francescani, gli animalisti, e le tante altre anime buone. È però un fatto: la destra è sempre tentata di andarsene dall’Afghanistan, e non voleva bombardare la Libia, la sinistra marcia entusiasta, specie con Obama. Sui giornali di destra è possibile reperire qualche cifra di quanto le guerre per gli Usa ci costano (sui due miliardi di euro, l’anno), sull’“Unità” o su “Repubblica” no.
L’inversione dei ruoli è ormai un dato storico. Partita con la giustizia politicizzata, che in ambiente occidentale è sempre stata di destra, fascista, maccarthysta, democristiana (indimenticabili gli scoop “Lo specchio”-Andreotti a ogni elezione). E ampliata col mercatismo, cui la sinistra, forse per essere arrivata tardi o impreparata, è stata ed è singolarmente prona, a quella finanziaria dei Soros, che pure annientò l’Italia, a quella della grande distribuzione, a quella della rendita urbana, che da un paio di generazioni ormai sa che dev’essere di sinistra per andare impunita. La sfera privata e il libero giudizio, da sempre il fondamento della democrazia, sono ora perseguiti, ma non da destra come ci si aspetterebbe, da sinistra. Mussolini, che non si può apprezzare in nessun modo, ammetteva le barzellette, ora non più: il controllo, morale, impegnato, progressista, si vuole totale, fino alle imprecazioni involontarie.
Ora la destra, da sempre “amerikana”, mette in dubbio che fare le guerre sia l’unico criterio per essere un alleato affidabile. Gli stessi Usa, a destra e a sinistra, discutono d’altra parte l’opportunità di continuare le guerre in ambiente islamico che in dieci anni sono costate più dell’ultima guerra mondiale. A sinistra no, non si può discutere. A partire dal presidente Napolitano, se ne fa una questione dirimente: bisogna fare le guerre, ogni volta che Washington chiama.
I diritti? La pace? Domina a sinistra il conformismo. Si può pensare questo stato della sinistra come un riposizionamento tattico, a destra, per vincere le elezioni. Ma non c’è strategia, né tattica: è proprio un modo d’essere, spontaneo, viscerale, irragionevole. Pieno di sensi di colpa anche, i processi politici sono la macchia più terribile del comunismo, ma soprattutto di conformismo. Come se la Germania fosse alleato meno affidabile dell’Italia perché non va a bombardare la Libia. Due presidenze (ex) comuniste, di D’Alema al governo e di Napolitano al Quirinale, e due guerre, tra l’altro dannose anche all’Italia.
L’inversione dei ruoli è ormai un dato storico. Partita con la giustizia politicizzata, che in ambiente occidentale è sempre stata di destra, fascista, maccarthysta, democristiana (indimenticabili gli scoop “Lo specchio”-Andreotti a ogni elezione). E ampliata col mercatismo, cui la sinistra, forse per essere arrivata tardi o impreparata, è stata ed è singolarmente prona, a quella finanziaria dei Soros, che pure annientò l’Italia, a quella della grande distribuzione, a quella della rendita urbana, che da un paio di generazioni ormai sa che dev’essere di sinistra per andare impunita. La sfera privata e il libero giudizio, da sempre il fondamento della democrazia, sono ora perseguiti, ma non da destra come ci si aspetterebbe, da sinistra. Mussolini, che non si può apprezzare in nessun modo, ammetteva le barzellette, ora non più: il controllo, morale, impegnato, progressista, si vuole totale, fino alle imprecazioni involontarie.
Ora la destra, da sempre “amerikana”, mette in dubbio che fare le guerre sia l’unico criterio per essere un alleato affidabile. Gli stessi Usa, a destra e a sinistra, discutono d’altra parte l’opportunità di continuare le guerre in ambiente islamico che in dieci anni sono costate più dell’ultima guerra mondiale. A sinistra no, non si può discutere. A partire dal presidente Napolitano, se ne fa una questione dirimente: bisogna fare le guerre, ogni volta che Washington chiama.
I diritti? La pace? Domina a sinistra il conformismo. Si può pensare questo stato della sinistra come un riposizionamento tattico, a destra, per vincere le elezioni. Ma non c’è strategia, né tattica: è proprio un modo d’essere, spontaneo, viscerale, irragionevole. Pieno di sensi di colpa anche, i processi politici sono la macchia più terribile del comunismo, ma soprattutto di conformismo. Come se la Germania fosse alleato meno affidabile dell’Italia perché non va a bombardare la Libia. Due presidenze (ex) comuniste, di D’Alema al governo e di Napolitano al Quirinale, e due guerre, tra l’altro dannose anche all’Italia.
giovedì 30 giugno 2011
Letture - 67
letterautore
Camilleri - Il segreto della speciale lingua di Camilleri è duplice. È il vocabolario limitato, una lingua semplice. In bocca a personaggi fortemente connotati e immutabili – il vecchio procedimento della commedia dell’arte: le parole a volte astruse per gli stessi parlanti siculo-calabresi sono ripetitive e connotative – ogni personaggio ha i suoi “nomi”. La serie dei “Montalbano” è un piccolo villaggio (gruppo, comunità), con ticchi noti. Un teatro. Dai modi noti e attesi, il teatro dell’arte. In cui indefettibilmente tutti fanno sempre e dicono le stesse cose: un teatro di maschere.
È l’uso anche di un dialetto che non è dialetto, che altrimenti lo renderebbe incomprensibile: è una lingua che usa sonorità e terminazioni dialettali in una costruzione e in un contesto italiani. Che è la lingua parlata al Sud dai borghesi – professionisti, proprietari, gente d’affari (quelli del “circolo”, luogo caro a Camilleri, non necessariamente de nobili o dei borghesi, anche degli sfaticati e perfino dei “compagni”).
Dialetto – Camilleri spiega la sua speciale lingua rifacendosi a Pirandello, che “traduceva”, dice, dal dialetto. E ogni personaggio caratterizzava socialmente. Ma Pirandello non traduceva, parlava (pensava) agrigentino. Anche quando, il più delle volte, non lo scriveva: la lingua è una forma mentis. E quando scriveva caratterizzava, a volte anche socialmente, ogni parlante – si fa così in teatro da Molière in poi, comprese le rappresentazioni metafisiche. Lo fa anche nei racconti, che sono teatro raccontato (facilmente adattabili alla scena). Ma non “adattava” il dialetto, come invece fa Camilleri.
In realtà l’ordine espresso dal dialetto è già un ordine sociale: è anzitutto parlato, e si adatta alla classe, alla campagna, alla città, al quartiere (solo a Roma ci sono almeno quattro dialetti: a Trastevere e San Lorenzo, al Flaminio-Parioli, a San Basilio-Tiburtino Terzo, e uno bastardo nelle aree a forte concentrazione d’immigrati abruzzesi o calabresi), alla zona geografica, alla professione. È cioè, in letteratura, borghese: il dialetto articola la rappresentazione che un borghese si fa della realtà, compresi gli interstizi, derisori, in italiano – fino all’autoironia, certo.
Analogamente il romanesco di borgata in Pasolini, fricchettone, e ora già inespressivo, rispetto a quello letterario (che Pasolini conosceva meglio di ogni altro). O il romanesco di Gadda, che è la lingua (il punto di vista) del Flaminio-Parioli – adattabile a San Giovanni (Merulana), ma sempre tra i professionisti, compresi gli impiegati di concetto e le loro mogli.
Il dialetto è una lingua sociale – non nazionale, neppure nel senso (nei limiti) della tribù, della ragione. E umorale (teatrale). E la fazione prevalente dei suoi umori è di tipo classista.
Giallo - I complotti piacciono. Per la natura del complotto, che si costruisce come un giallo - spiega cioè ogni cosa senza che essa debba essere vera. Una corrente di pensiero vuole del resto il giallo, e dunque il complotto, in ogni forma logica: discenderebbe dalla necessità di causa ed effetto. Heisenberg ce ne vorrebbe privare, così presto - è appena un secolo, un secolo e mezzo contando Poe, che l’umanità si gode il giallo e i piaceri della logica. Ma questo è il difetto dell’epagoge, inductio, che abbisogna di una gran quantità di cose per porre il principio logico, o universale. Quante devono essere queste cose? E la conclusione si può sempre rovesciare. Si può immaginare un giallo fatto di deduzioni e controdeduzioni, che vadano avanti per duecento pagine, quanto il giallo dev’essere lungo. Oppure di un monte di fatti cui si contrappone un altro monte di fatti. Questo è stato fatto spesso in letteratura, il volgare “visto dall’uno visto dall’altro”. Né vale l‘inverso, l’apagoge, che non è, per quanto forbita, onorevole e anzi è fastidiosa. Ne era maestro Socrate, di cui gli ateniesi si liberarono con sollievo. L’apagoge è l’abduzione, la tecnica per cui si assume la tesi dell’interlocutore per vera, ma poi, unendola a qualche altra proposizione nota come vera, se ne trae una conclusione palesemente falsa, in quanto contraddice la natura delle cose (argomento ad rem), oppure le altre affermazioni dell’interlocutore (argomento ad hominem). Si dice che Sherlock Holmes ne sia maestro, e invece è simpatico perché le evita.
Costruzione e decostruzione, struttura e sovrastruttura negano la realtà e la storia. Mentre la proprietà pedagogica del meccano è nota, era nota a tutti i bambini, da tempo La scienza non ha il senso del ridicolo, con tutte le sue scoperte. Con le profondità della psicologia, per esempio, o della biologia, così piatte. Potrebbe essere una buona tecnica, la scienza, e per tale va presa. Per esempio nell’alchimia del potere, che si vuole arcano per quanto è miserevole, si autodistrugge forse più di quanto distrugge. Rovesciare la realtà è ottimo esercizio d’ingegno, ma la prima diavoleria fu, nel paradiso terrestre, dire bene il male e male il bene. La logica, compresa del giallo, è semplice. Sherlock Holmes sa già la verità, non la deve dedurre, cioè dimostrare. Non ci vuole mica molto per capire. Il complotto è la politica, organizzata nei dettagli, governata, coi tiranti, le redini, la frusta, annunciata, prevista, spiegata perfino. Il totalitarismo è furbizia prima che forza, e disegno divino. La bugia è inafferrabile se il suo autore ne è anche il regista: Epimenide cretese, Amleto - non nel caso del bugiardo semplice attore: Pinocchio. Per questo sono inestricabili gli intrighi montati dalla polizia. Però sono manifesti.
Inglese – “Sette”, la rivista del “Corriere della sera”, insegna l’inglese corretto agli italiani ignoranti: “L’inglese maccheronico degli italiani”, titola uno sferzante articoletto oggi. Che così comincia: “Incubi linguistici per top manager moderni. Che nonostante un ruolo e un trend de vie da frequent flyer…”. Da incubo. Per i troppi solecismi, il genere “ne so di più”. E quel “trend de vie” che, oltre che incomprensibile, conferma la scomparsa del francese (il désert, il dépliant, etc,) e, effettivamente, la scarsa conoscenza dell’inglese, malgrado la supponenza (“trend de vie” sta per il francese “train de vie”, stile di vita). La cui corretta pronuncia il settimanale poi così impone: MI-nĐt per minute.... Quando invece gli inglesi non sono (più) spocchiosi.
La lingua dell’impero – dell’Occidente? - è da tempo la lingua franca del mondo, compresi i latini e l’ex terzo mondo. Piena quindi di incrostazioni varie, curvature, derive, di lessico, di grammatica e naturalmente di pronuncia. Più povera e più ricca insieme di senso rispetto all’inglese oxoniano, accademico. La pronuncia in particolare è fortemente sregolata. Si prenda l’inglese degli scienziati, che da più tempo lo praticano come lingua comune: quello dei giapponesi, o dei russi, è quasi un gergo (il sonoro, non lo scritto). O quello dei sudamericani, dei filippini, degli indiani e asiatici in genere, degli africani. Di maccheronico ci sono solo i puristi.
Proverbi – “Ricordati, tadduni, quand’eri sarmentu”, è uno dei tanti proverbi con cui la baronessa Agnello anima i suoi libri – in particolare “La zia marchesa”: ricordati ciocco (tronco, ceppo) quand’eri pollone. Che cosa vuole dire? Niente. La maggior parte dei proverbi non vogliono dire niente: non significano, tantomeno un’etica o una saggezza.
La saggezza popolare cui si richiamano i primi folkloristi, raccoglitori di proverbi e idiotismi, li ha traditi trasformandosi in politica, ideologica, di classe o di partito. Tutte realtà che non c’entrano con la saggezza.
Sherlock Holmes - Letto in chiave comica è di una sicurezza rinfrancante. Non propriamente comica, non si ride, ma ironica. Sottilmente canzonatoria nei riguardi della “realtà”. Che è una, ma fra le tante. È il segreto anche di padre Brown, e delle altre storie a sorpresa di G.K.Chesterston.
È in questa chiave che il giallo di Conan Doyle è sempre una storia dell’inverosimile: Sherlock Holmes immagina, inventa, ribalta, accelera, anticipa, con una sua figurativa consequenzialità, non ancora a nessuna verosimiglianza, anzi sfidandola. La sorpresa per la sorpresa, di cui è il domatore.
Lo Sherlock Holmes di Mark Twain “è capace di scoprire un delitto solo se prima ha preparato un piano, classificato i suoi argomenti e accumulato le prove”. Il “paradigma indiziario” è tipicamente una forma di logica deduttiva, o di ragionamento per formule logiche, che fa riferimento a indizi esterni. È circostanziale, cioè non potrebbe essere un paradigma.
Quando si dice delle storie di Sherlock Holmes (o meglio della detective story all’inglese, o alla Agatha Christie): “Indovinate il colpevole dall’errore che ha commesso”, in realtà si fa riferimento a un errore “paradigmatico”, scelto cioè dall’autore per farvi ruotare attorno l’enigma e la sua storia. Di “errori” in realtà il colpevole potrebbe averne commessi a diecine, anche nelle sue azioni o manifestazioni buone, oltre che in quelle cattive, se volessimo far riferimento a una storia circostanziale. In più della buona o della malvagia volontà, c’è l’incidente, la malattia, la costrizione, un insieme incredibilmente vasto di possibilità. Ed è ciò che fa la storia aperta alla Hammett, o noir.
letterautore@antiit.eu
Camilleri - Il segreto della speciale lingua di Camilleri è duplice. È il vocabolario limitato, una lingua semplice. In bocca a personaggi fortemente connotati e immutabili – il vecchio procedimento della commedia dell’arte: le parole a volte astruse per gli stessi parlanti siculo-calabresi sono ripetitive e connotative – ogni personaggio ha i suoi “nomi”. La serie dei “Montalbano” è un piccolo villaggio (gruppo, comunità), con ticchi noti. Un teatro. Dai modi noti e attesi, il teatro dell’arte. In cui indefettibilmente tutti fanno sempre e dicono le stesse cose: un teatro di maschere.
È l’uso anche di un dialetto che non è dialetto, che altrimenti lo renderebbe incomprensibile: è una lingua che usa sonorità e terminazioni dialettali in una costruzione e in un contesto italiani. Che è la lingua parlata al Sud dai borghesi – professionisti, proprietari, gente d’affari (quelli del “circolo”, luogo caro a Camilleri, non necessariamente de nobili o dei borghesi, anche degli sfaticati e perfino dei “compagni”).
Dialetto – Camilleri spiega la sua speciale lingua rifacendosi a Pirandello, che “traduceva”, dice, dal dialetto. E ogni personaggio caratterizzava socialmente. Ma Pirandello non traduceva, parlava (pensava) agrigentino. Anche quando, il più delle volte, non lo scriveva: la lingua è una forma mentis. E quando scriveva caratterizzava, a volte anche socialmente, ogni parlante – si fa così in teatro da Molière in poi, comprese le rappresentazioni metafisiche. Lo fa anche nei racconti, che sono teatro raccontato (facilmente adattabili alla scena). Ma non “adattava” il dialetto, come invece fa Camilleri.
In realtà l’ordine espresso dal dialetto è già un ordine sociale: è anzitutto parlato, e si adatta alla classe, alla campagna, alla città, al quartiere (solo a Roma ci sono almeno quattro dialetti: a Trastevere e San Lorenzo, al Flaminio-Parioli, a San Basilio-Tiburtino Terzo, e uno bastardo nelle aree a forte concentrazione d’immigrati abruzzesi o calabresi), alla zona geografica, alla professione. È cioè, in letteratura, borghese: il dialetto articola la rappresentazione che un borghese si fa della realtà, compresi gli interstizi, derisori, in italiano – fino all’autoironia, certo.
Analogamente il romanesco di borgata in Pasolini, fricchettone, e ora già inespressivo, rispetto a quello letterario (che Pasolini conosceva meglio di ogni altro). O il romanesco di Gadda, che è la lingua (il punto di vista) del Flaminio-Parioli – adattabile a San Giovanni (Merulana), ma sempre tra i professionisti, compresi gli impiegati di concetto e le loro mogli.
Il dialetto è una lingua sociale – non nazionale, neppure nel senso (nei limiti) della tribù, della ragione. E umorale (teatrale). E la fazione prevalente dei suoi umori è di tipo classista.
Giallo - I complotti piacciono. Per la natura del complotto, che si costruisce come un giallo - spiega cioè ogni cosa senza che essa debba essere vera. Una corrente di pensiero vuole del resto il giallo, e dunque il complotto, in ogni forma logica: discenderebbe dalla necessità di causa ed effetto. Heisenberg ce ne vorrebbe privare, così presto - è appena un secolo, un secolo e mezzo contando Poe, che l’umanità si gode il giallo e i piaceri della logica. Ma questo è il difetto dell’epagoge, inductio, che abbisogna di una gran quantità di cose per porre il principio logico, o universale. Quante devono essere queste cose? E la conclusione si può sempre rovesciare. Si può immaginare un giallo fatto di deduzioni e controdeduzioni, che vadano avanti per duecento pagine, quanto il giallo dev’essere lungo. Oppure di un monte di fatti cui si contrappone un altro monte di fatti. Questo è stato fatto spesso in letteratura, il volgare “visto dall’uno visto dall’altro”. Né vale l‘inverso, l’apagoge, che non è, per quanto forbita, onorevole e anzi è fastidiosa. Ne era maestro Socrate, di cui gli ateniesi si liberarono con sollievo. L’apagoge è l’abduzione, la tecnica per cui si assume la tesi dell’interlocutore per vera, ma poi, unendola a qualche altra proposizione nota come vera, se ne trae una conclusione palesemente falsa, in quanto contraddice la natura delle cose (argomento ad rem), oppure le altre affermazioni dell’interlocutore (argomento ad hominem). Si dice che Sherlock Holmes ne sia maestro, e invece è simpatico perché le evita.
Costruzione e decostruzione, struttura e sovrastruttura negano la realtà e la storia. Mentre la proprietà pedagogica del meccano è nota, era nota a tutti i bambini, da tempo La scienza non ha il senso del ridicolo, con tutte le sue scoperte. Con le profondità della psicologia, per esempio, o della biologia, così piatte. Potrebbe essere una buona tecnica, la scienza, e per tale va presa. Per esempio nell’alchimia del potere, che si vuole arcano per quanto è miserevole, si autodistrugge forse più di quanto distrugge. Rovesciare la realtà è ottimo esercizio d’ingegno, ma la prima diavoleria fu, nel paradiso terrestre, dire bene il male e male il bene. La logica, compresa del giallo, è semplice. Sherlock Holmes sa già la verità, non la deve dedurre, cioè dimostrare. Non ci vuole mica molto per capire. Il complotto è la politica, organizzata nei dettagli, governata, coi tiranti, le redini, la frusta, annunciata, prevista, spiegata perfino. Il totalitarismo è furbizia prima che forza, e disegno divino. La bugia è inafferrabile se il suo autore ne è anche il regista: Epimenide cretese, Amleto - non nel caso del bugiardo semplice attore: Pinocchio. Per questo sono inestricabili gli intrighi montati dalla polizia. Però sono manifesti.
Inglese – “Sette”, la rivista del “Corriere della sera”, insegna l’inglese corretto agli italiani ignoranti: “L’inglese maccheronico degli italiani”, titola uno sferzante articoletto oggi. Che così comincia: “Incubi linguistici per top manager moderni. Che nonostante un ruolo e un trend de vie da frequent flyer…”. Da incubo. Per i troppi solecismi, il genere “ne so di più”. E quel “trend de vie” che, oltre che incomprensibile, conferma la scomparsa del francese (il désert, il dépliant, etc,) e, effettivamente, la scarsa conoscenza dell’inglese, malgrado la supponenza (“trend de vie” sta per il francese “train de vie”, stile di vita). La cui corretta pronuncia il settimanale poi così impone: MI-nĐt per minute.... Quando invece gli inglesi non sono (più) spocchiosi.
La lingua dell’impero – dell’Occidente? - è da tempo la lingua franca del mondo, compresi i latini e l’ex terzo mondo. Piena quindi di incrostazioni varie, curvature, derive, di lessico, di grammatica e naturalmente di pronuncia. Più povera e più ricca insieme di senso rispetto all’inglese oxoniano, accademico. La pronuncia in particolare è fortemente sregolata. Si prenda l’inglese degli scienziati, che da più tempo lo praticano come lingua comune: quello dei giapponesi, o dei russi, è quasi un gergo (il sonoro, non lo scritto). O quello dei sudamericani, dei filippini, degli indiani e asiatici in genere, degli africani. Di maccheronico ci sono solo i puristi.
Proverbi – “Ricordati, tadduni, quand’eri sarmentu”, è uno dei tanti proverbi con cui la baronessa Agnello anima i suoi libri – in particolare “La zia marchesa”: ricordati ciocco (tronco, ceppo) quand’eri pollone. Che cosa vuole dire? Niente. La maggior parte dei proverbi non vogliono dire niente: non significano, tantomeno un’etica o una saggezza.
La saggezza popolare cui si richiamano i primi folkloristi, raccoglitori di proverbi e idiotismi, li ha traditi trasformandosi in politica, ideologica, di classe o di partito. Tutte realtà che non c’entrano con la saggezza.
Sherlock Holmes - Letto in chiave comica è di una sicurezza rinfrancante. Non propriamente comica, non si ride, ma ironica. Sottilmente canzonatoria nei riguardi della “realtà”. Che è una, ma fra le tante. È il segreto anche di padre Brown, e delle altre storie a sorpresa di G.K.Chesterston.
È in questa chiave che il giallo di Conan Doyle è sempre una storia dell’inverosimile: Sherlock Holmes immagina, inventa, ribalta, accelera, anticipa, con una sua figurativa consequenzialità, non ancora a nessuna verosimiglianza, anzi sfidandola. La sorpresa per la sorpresa, di cui è il domatore.
Lo Sherlock Holmes di Mark Twain “è capace di scoprire un delitto solo se prima ha preparato un piano, classificato i suoi argomenti e accumulato le prove”. Il “paradigma indiziario” è tipicamente una forma di logica deduttiva, o di ragionamento per formule logiche, che fa riferimento a indizi esterni. È circostanziale, cioè non potrebbe essere un paradigma.
Quando si dice delle storie di Sherlock Holmes (o meglio della detective story all’inglese, o alla Agatha Christie): “Indovinate il colpevole dall’errore che ha commesso”, in realtà si fa riferimento a un errore “paradigmatico”, scelto cioè dall’autore per farvi ruotare attorno l’enigma e la sua storia. Di “errori” in realtà il colpevole potrebbe averne commessi a diecine, anche nelle sue azioni o manifestazioni buone, oltre che in quelle cattive, se volessimo far riferimento a una storia circostanziale. In più della buona o della malvagia volontà, c’è l’incidente, la malattia, la costrizione, un insieme incredibilmente vasto di possibilità. Ed è ciò che fa la storia aperta alla Hammett, o noir.
letterautore@antiit.eu
Gor'kij è un altro
È la prima proposta di un nuovissimo Gor’kij, postsovietico. Per ora senza seguito. A opera della russista Erica Klein, che in poche sapide pagine propone un convincente “altro” Gor'kij, ben diverso da quello dell’oleografia sovietica, e si avvale di una traduzione, a opera di Emanuela Guercetti, che fa di Gor'kij un grande scrittore, che si legge ancora come nuovo: passato alla storia come pilastro del sovietismo, è anche personaggio molto poco conformista.
È vero che a lui è toccato l’onore di tenere a battesimo il “realismo socialista”, al primo congresso degli scrittori sovietici, nel 1934, di cui fu presidente onorario per augusta decisione di Stalin. Ma era lo stesso anno in cui l’amatissimo figlio Max moriva in circostanze misteriose. Gor'kij conosceva dall’interno, prima e meglio di ogni altro, le tortuosità del potere sovietico.
È anche il protagonista di una biografia rifatta. Due volte: nella seconda è il prototipo della storia dell’Enciclopedia Sovietica. Nella prima, di cui questo “Infanzia” è il primo tassello (cui seguono “Tra le gente” e “Le mie università”), è il creatore di una fanciullezza tanto straordinaria da sembrare inventata, alla Dickens, alla Mark Twain, molto colorata nel senso dell’avventura, sebbene da povero tra i poveri, abbandonato, senza istruzione, eccetera. Ed è invece il racconto veridico della sua propria infanzia, coi nomi propri, a patire dal proprio, Aleksej Peškov. Nei cinque anni che visse a Nižnij, col nonno Kaširin. Nell’obbrobrio – la stupidità, l’ubriachezza, la sporcizia, le nerbate per i bambini. E la impensabile antropologia della Russia rurale ancora viva alla vigilia della guerra e della rivoluzione, con la prospettiva rovesciata, vista dal bambino (il buon selvaggio, il primitivo).
Maksim Gor'kij, Infanzia, Bur, pp. 301, € 10
È vero che a lui è toccato l’onore di tenere a battesimo il “realismo socialista”, al primo congresso degli scrittori sovietici, nel 1934, di cui fu presidente onorario per augusta decisione di Stalin. Ma era lo stesso anno in cui l’amatissimo figlio Max moriva in circostanze misteriose. Gor'kij conosceva dall’interno, prima e meglio di ogni altro, le tortuosità del potere sovietico.
È anche il protagonista di una biografia rifatta. Due volte: nella seconda è il prototipo della storia dell’Enciclopedia Sovietica. Nella prima, di cui questo “Infanzia” è il primo tassello (cui seguono “Tra le gente” e “Le mie università”), è il creatore di una fanciullezza tanto straordinaria da sembrare inventata, alla Dickens, alla Mark Twain, molto colorata nel senso dell’avventura, sebbene da povero tra i poveri, abbandonato, senza istruzione, eccetera. Ed è invece il racconto veridico della sua propria infanzia, coi nomi propri, a patire dal proprio, Aleksej Peškov. Nei cinque anni che visse a Nižnij, col nonno Kaširin. Nell’obbrobrio – la stupidità, l’ubriachezza, la sporcizia, le nerbate per i bambini. E la impensabile antropologia della Russia rurale ancora viva alla vigilia della guerra e della rivoluzione, con la prospettiva rovesciata, vista dal bambino (il buon selvaggio, il primitivo).
Maksim Gor'kij, Infanzia, Bur, pp. 301, € 10
mercoledì 29 giugno 2011
Secondi pensieri - 72
zeulig
Creazione - Ferma il tempo, lo fissa – quella dello spirito o dell’arte. Pirandello (“Quando manca la data di morte”): per l’opera dello spirito “l’esser viva da molto tempo non significa esser molto vecchi, cioè più prossima a morir, ma al contrario”.
Dio – Per Campanella (“Realis philosophia”) è “Seminatore, dell’Esistenza, del potere, della Conoscenza e dell’Amore”. Meno di un Creatore, dunque. Ma in questi tempi vuoti è molto. Una figura simpatica, ecologica – ecocompatibile?
Giustizia - Di giudici John Le Carré dice, in morte del padre (“Sunday Times”, 16 marzo 1986), che hanno presa su un certo tipo di donna, di quelle che scrivono lettere, anche sconvenienti.
Logica – Si può dirla agente doppio del fantastico, dell’insolito . Del reale, invece che dell’ideale. Il romanzo giallo se ne avvale per questo.
Massa, Cultura di – Ha sempre avuto un connotato spregiativo, fin dall’insorgere, come cultura elaborata e proposta dai mezzi di comunicazione di massa, giornali, televisione, cinema, spettacolo. Adorno e la scuola sociologica di Francoforte ne hanno, in questa accezione, fatto il tramite d’eccellenza per il controllo politico e sociale. In Italia l’accezione è diversa, più positiva che negativa, per cultura di massa intendendosi solitamente quella popolare. Un’accezione equivoca, poiché è la cultura di massa – dei mass media – che erode e svuota la cultura popolare. Più di ogni altro fattore omologante, standardizzante: la modernizzazione, l’urbanizzazione, lo sradicamento. Una cultura alta può circonvenire la cultura di massa, una cultura popolare è senza difese.
Non è altro che una cultura del mercato, o di consumo – dei non luoghi, della pubblicità. È in questo senso l’inveramento dell’uomo massa e della società di massa di Nietzsche, uomo massa, società di massa. Ma la società di massa è la società del welfare, del benessere garantito. Senza scuola, sanità, pensione e casa garantite non è possibile la società di massa: urbanizzazioni accelerate e contingenti, produzioni di massa. Non è possibile neanche la società industriale?
Se arretra lo Stato sociale si disarticola la società di massa. E la società industriale. Altrimenti si produrrebbe un impoverimento generale e un disordine che renderebbero ugualmente perenta la società industriale, ordinata cioè e produttiva.
Alain Touraine, studioso della contemporaneità, ci vede naturalmente dei segni positivi. Per il non detto (che non vogliamo dire benché lo vediamo) della globalizzazione: che i quattro quinti dell’umanità finalmente sono usciti dal Terzo mondo.
Popolare – Sta per politico, ideologico, di classe, di partito, anche di fazione. È una deriva artificiosa, strumentale. Rispetto alla prima concezione del popolare, di Michelet per esempio, che lo accomuna a spontaneo, radicato nella tradizione e di largo seguito. La democrazia popolare non ne è stata la sola applicazione, anche la musica popolare e la poesia hanno lo stesso difetto: utilizzano ambiguamente connotazioni opposte al loro essere e al loro scopo.
Sostenibile – Sta per abbondanza, una negatività che va limitata. Si presenta e si presume il contrario, la possibilità di creare abbondanza che non sia distruttiva, un concetto quindi sano di abbondanza. Ma implica una serie di condizioni socialmente e produttivamente restrittive: di accessibilità (prezzo, distribuzione), di selettività (diversificazione costante, moltiplicazione dei consumi), di risorse (finanziarie, tecniche). Tanto più in quanto si pretende di consumo (utilizzo) illimitato privilegiato delle risorse esistenti (le fonti di energia cosiddette rinnovabili ne sono un esempio). A una sommatoria sarà – in parte lo è già – lo spreco dell’abbondanza – delle risorse esistenti.
Spreco – È il senso (la connotazione) delle società ricche negli ultimi quarant’anni: lo spreco delle risorse naturali, pubbliche e anche private. All’ideologia del risparmio e dell’investimento per il futuro (accrescimento, accumulo) è succeduta quella dei consumi, o del tutto subito: sfruttamento illimitato dell’ambiente, sfruttamento illimitato dei beni sociali (sanità, previdenza, assistenza). La stessa ideologia sta dietro la sostenibilità o l’ecocompatibilità: nei fatti è un consumo libero (giustificato, come quello degli anni Settanta e Ottanta, presuntuoso) spostato sui beni immateriali (l’opinione pubblica) e, di nuovo, sociali o statali (la spesa pubblica).
Stupidità – È sovrana perché nessuno può permettersi d’identificarla – tanto meno sanzionarla. Per questo finisce anche vincente, sempre.
zeulig@antiit.eu
Creazione - Ferma il tempo, lo fissa – quella dello spirito o dell’arte. Pirandello (“Quando manca la data di morte”): per l’opera dello spirito “l’esser viva da molto tempo non significa esser molto vecchi, cioè più prossima a morir, ma al contrario”.
Dio – Per Campanella (“Realis philosophia”) è “Seminatore, dell’Esistenza, del potere, della Conoscenza e dell’Amore”. Meno di un Creatore, dunque. Ma in questi tempi vuoti è molto. Una figura simpatica, ecologica – ecocompatibile?
Giustizia - Di giudici John Le Carré dice, in morte del padre (“Sunday Times”, 16 marzo 1986), che hanno presa su un certo tipo di donna, di quelle che scrivono lettere, anche sconvenienti.
Logica – Si può dirla agente doppio del fantastico, dell’insolito . Del reale, invece che dell’ideale. Il romanzo giallo se ne avvale per questo.
Massa, Cultura di – Ha sempre avuto un connotato spregiativo, fin dall’insorgere, come cultura elaborata e proposta dai mezzi di comunicazione di massa, giornali, televisione, cinema, spettacolo. Adorno e la scuola sociologica di Francoforte ne hanno, in questa accezione, fatto il tramite d’eccellenza per il controllo politico e sociale. In Italia l’accezione è diversa, più positiva che negativa, per cultura di massa intendendosi solitamente quella popolare. Un’accezione equivoca, poiché è la cultura di massa – dei mass media – che erode e svuota la cultura popolare. Più di ogni altro fattore omologante, standardizzante: la modernizzazione, l’urbanizzazione, lo sradicamento. Una cultura alta può circonvenire la cultura di massa, una cultura popolare è senza difese.
Non è altro che una cultura del mercato, o di consumo – dei non luoghi, della pubblicità. È in questo senso l’inveramento dell’uomo massa e della società di massa di Nietzsche, uomo massa, società di massa. Ma la società di massa è la società del welfare, del benessere garantito. Senza scuola, sanità, pensione e casa garantite non è possibile la società di massa: urbanizzazioni accelerate e contingenti, produzioni di massa. Non è possibile neanche la società industriale?
Se arretra lo Stato sociale si disarticola la società di massa. E la società industriale. Altrimenti si produrrebbe un impoverimento generale e un disordine che renderebbero ugualmente perenta la società industriale, ordinata cioè e produttiva.
Alain Touraine, studioso della contemporaneità, ci vede naturalmente dei segni positivi. Per il non detto (che non vogliamo dire benché lo vediamo) della globalizzazione: che i quattro quinti dell’umanità finalmente sono usciti dal Terzo mondo.
Popolare – Sta per politico, ideologico, di classe, di partito, anche di fazione. È una deriva artificiosa, strumentale. Rispetto alla prima concezione del popolare, di Michelet per esempio, che lo accomuna a spontaneo, radicato nella tradizione e di largo seguito. La democrazia popolare non ne è stata la sola applicazione, anche la musica popolare e la poesia hanno lo stesso difetto: utilizzano ambiguamente connotazioni opposte al loro essere e al loro scopo.
Sostenibile – Sta per abbondanza, una negatività che va limitata. Si presenta e si presume il contrario, la possibilità di creare abbondanza che non sia distruttiva, un concetto quindi sano di abbondanza. Ma implica una serie di condizioni socialmente e produttivamente restrittive: di accessibilità (prezzo, distribuzione), di selettività (diversificazione costante, moltiplicazione dei consumi), di risorse (finanziarie, tecniche). Tanto più in quanto si pretende di consumo (utilizzo) illimitato privilegiato delle risorse esistenti (le fonti di energia cosiddette rinnovabili ne sono un esempio). A una sommatoria sarà – in parte lo è già – lo spreco dell’abbondanza – delle risorse esistenti.
Spreco – È il senso (la connotazione) delle società ricche negli ultimi quarant’anni: lo spreco delle risorse naturali, pubbliche e anche private. All’ideologia del risparmio e dell’investimento per il futuro (accrescimento, accumulo) è succeduta quella dei consumi, o del tutto subito: sfruttamento illimitato dell’ambiente, sfruttamento illimitato dei beni sociali (sanità, previdenza, assistenza). La stessa ideologia sta dietro la sostenibilità o l’ecocompatibilità: nei fatti è un consumo libero (giustificato, come quello degli anni Settanta e Ottanta, presuntuoso) spostato sui beni immateriali (l’opinione pubblica) e, di nuovo, sociali o statali (la spesa pubblica).
Stupidità – È sovrana perché nessuno può permettersi d’identificarla – tanto meno sanzionarla. Per questo finisce anche vincente, sempre.
zeulig@antiit.eu
Il giornalismo del caro-acqua
“Com’era facile prevedere, il secondo referendum sull’acqua, che cancella la norma del 2006 sulla remunerazione del capitale investito nella misura massima del 7 per cento, viene serenamente aggirato dalla prima azienda pubblica italiana del settore, l’Acquedotto Pugliese”, segnala “serenamente” Massimo Mucchetti sul “Corriere della sera”.
Abbiamo votato al referendum per togliere il cap del rendimento massimo 7 per cento delle tariffe per l’acqua, e ancora non lo sappiamo. Vendola sì, che ha promosso il referendum, e si affretta a trarne beneficio: l’Acquedotto Pugliese praticherà liberamente tariffe che consentano una remunerazione superiore (anche perché bisognerà remunerare Merrill Lynch e le altre banche che hanno sottoscritto obbligazioni dell’Acquedotto al 7 per cento e più). L’equivoco in cui sono stati indotti gli entusiasti del sì è perfino grossolano: in nome del bene naturale inalienabile abbiamo votato per pagare alti interessi alle banche, e per sovvenzionare politici famelici.
Si discute se non è cominciato un nuovo ciclo politico, non più favorevole a Berlusconi, dopo la sconfitta a Milano e nei referendum. Oggi come nel 1974 e il referendum sul divorzio, cui seguirono le regionali del 1975 e le politiche del 1976 che registrarono il boom del Pci, a un voto sotto la maggioranza relativa. Una valanga allora – poi gestita da Berlinguer col grottesco compromesso storico di Andrettoi, dei governicchi senza senso nella peggiore crisi finanziaria e politica dell’Italia, e conclusa nel 1979 con la prima sconfitta elettorale del Pci nel lungo dopoguerra.
È possibile che un nuovo ciclo politico sia cominciato per quanto riguarda Milano. Per il referendum abbiamo perso noi. Quelli che paghiamo l’acqua e, di più, quelli che leggiamo i giornali e votiamo con cognizione di causa: i referendum sono stati un tranello teso all’opinione pubblica da chi di quell’opinione si erge a vestale e difensore, i giornali. Con i banchieri loro padroni, e i giornalisti loro gregari. Non ci sono giornali onesti, si sa (la segnalazione di Mucchetti viene “nascosta” nei commenti di Borsa, di nessun interesse per i lettori di quella rubrica dato che l’Acquedotto Pugliese è orgogliosamente proprietà di Vendola), ma in questo caso si è abbattuto ogni record negativo.
Per un interesse politico? È dubbio, non ci sono giornali, compresa “l’Unità” e forse “il Manifesto”, a favore della proprietà pubblica delle aziende di servizi. Per fare uno sgambetto a Berlusconi, trascinando al voto gli italiani con la scusa dell’acqua per votare contro il legittimo impedimento? Ma è evidente che Berlusconi ci sguazza, in queste cose di “giustizia”. No, hanno taciuto perché è interesse delle banche avere enti locali avidi, grandi prenditori, e comunque pagatori garantiti, in ultima ratio dal Tesoro. Una verità estremamente squallida, ma non ce n’è altra.
Si dirà questa l’epoca della dittatura dei media. In politica, nel costume, negli affari, perfino nella guerra. Avendo subornato o “incravattato” l’opinione pubblica: non ce n’è altra all’infuori dei talk-show, dei giornali, del gossip, delle intercettazioni. Giornalisti insegnano all’università, non soltanto il karaoke. Insegnano il civismo, nuova disciplina – il civismo del pettegolezzo? La Costituzione “materiale”, e perfino l’inno di Mameli.Insegnano pure nelle scuole di scrittura, perché il tutto si tiene. E si vede.
Abbiamo votato al referendum per togliere il cap del rendimento massimo 7 per cento delle tariffe per l’acqua, e ancora non lo sappiamo. Vendola sì, che ha promosso il referendum, e si affretta a trarne beneficio: l’Acquedotto Pugliese praticherà liberamente tariffe che consentano una remunerazione superiore (anche perché bisognerà remunerare Merrill Lynch e le altre banche che hanno sottoscritto obbligazioni dell’Acquedotto al 7 per cento e più). L’equivoco in cui sono stati indotti gli entusiasti del sì è perfino grossolano: in nome del bene naturale inalienabile abbiamo votato per pagare alti interessi alle banche, e per sovvenzionare politici famelici.
Si discute se non è cominciato un nuovo ciclo politico, non più favorevole a Berlusconi, dopo la sconfitta a Milano e nei referendum. Oggi come nel 1974 e il referendum sul divorzio, cui seguirono le regionali del 1975 e le politiche del 1976 che registrarono il boom del Pci, a un voto sotto la maggioranza relativa. Una valanga allora – poi gestita da Berlinguer col grottesco compromesso storico di Andrettoi, dei governicchi senza senso nella peggiore crisi finanziaria e politica dell’Italia, e conclusa nel 1979 con la prima sconfitta elettorale del Pci nel lungo dopoguerra.
È possibile che un nuovo ciclo politico sia cominciato per quanto riguarda Milano. Per il referendum abbiamo perso noi. Quelli che paghiamo l’acqua e, di più, quelli che leggiamo i giornali e votiamo con cognizione di causa: i referendum sono stati un tranello teso all’opinione pubblica da chi di quell’opinione si erge a vestale e difensore, i giornali. Con i banchieri loro padroni, e i giornalisti loro gregari. Non ci sono giornali onesti, si sa (la segnalazione di Mucchetti viene “nascosta” nei commenti di Borsa, di nessun interesse per i lettori di quella rubrica dato che l’Acquedotto Pugliese è orgogliosamente proprietà di Vendola), ma in questo caso si è abbattuto ogni record negativo.
Per un interesse politico? È dubbio, non ci sono giornali, compresa “l’Unità” e forse “il Manifesto”, a favore della proprietà pubblica delle aziende di servizi. Per fare uno sgambetto a Berlusconi, trascinando al voto gli italiani con la scusa dell’acqua per votare contro il legittimo impedimento? Ma è evidente che Berlusconi ci sguazza, in queste cose di “giustizia”. No, hanno taciuto perché è interesse delle banche avere enti locali avidi, grandi prenditori, e comunque pagatori garantiti, in ultima ratio dal Tesoro. Una verità estremamente squallida, ma non ce n’è altra.
Si dirà questa l’epoca della dittatura dei media. In politica, nel costume, negli affari, perfino nella guerra. Avendo subornato o “incravattato” l’opinione pubblica: non ce n’è altra all’infuori dei talk-show, dei giornali, del gossip, delle intercettazioni. Giornalisti insegnano all’università, non soltanto il karaoke. Insegnano il civismo, nuova disciplina – il civismo del pettegolezzo? La Costituzione “materiale”, e perfino l’inno di Mameli.Insegnano pure nelle scuole di scrittura, perché il tutto si tiene. E si vede.
martedì 28 giugno 2011
Pirandello sconosciuto
Pirandello a Parigi. Sembra tutto detto e invece era un altro. Non tanto lui quanto il mondo cui si era legato per più fili, quello di Guido Torre Gherson, ex ufficiale dell’esercito, “massone del Re” e per questo osteggiato dal fascismo, tenutario di bordelli, impresario di ogni genere di teatro e più dell’avanspettacolo e dello spogliarello, musicista, in proprio e con Luigi Russolo, occultista, guaritore, gestore a Parigi di un Circolo della Massoneria, e per otto anni, fino alla morte di Pirandello, suo agente per il mercato angloamericano. Una maschera più che un essere reale, a tratti ubuesca, a tratti inquietante – si voleva in lotta all’ultimo sangue con Logge a lui avverse, e si difendeva prendendo più nomi, travestendosi, nascondendosi (ma sempre viaggiando nei migliori alberghi).
Un personaggio che sembra inventato, questo “ebreaccio” un po’ troppo grasso. Che ebbe il potere di far ridere e insieme irritare Pirandello, che così lo apostrofò talvolta nelle sue lettere inappetenti a Marta Abba, la leonessa fulva. Torre catturò Pirandello nel 1928 alla rappresentazione parigina della “Traviata” che segnò il debutto di Margherita Carosio, allora ventenne, introdotto dai fratelli Isola, due oriundi italiani impresari di teatro leggero che sembrano anche loro inventati. Torre abbordò Pirandello in compagnia di una contessa di Lunelle, detta anche Talc-d’Azur, ex spogliarellista regina del Mogador, il locale officiato dagli Isola. Che sarà la sua compagna per tutti gli anni del rapporto con Pirandello, e poi si dileguerà, dopo i Fronti Popolari del 1936, essendo una probabile – a giudizio del Torre – spia sovietica (e Torre di chi era spia, tra gli emigrati a Parigi, con quella biografia così inventata? facile indovinello).
Anche il Mogador ha una storia che ben figurerebbe nel fogliettone Torre-Pirandello. Il nome è di una località del Marocco, di cui il romanzo “La gioia del giorno” dà succose coordinate: “Nel 1844 il principe di Joinville vi aveva sconfitto il sultano del Marocco. Dalla vittoria prese il nome d’arte Céleste Vénard, che debuttava quindicenne nel bordello di Musset a Parigi, poi ella stessa poetessa e scrittrice di fama, Céleste Mogador, contessa di Chabrillan, che sarà con Garibaldi madrina di un figlio non riconosciuto di Dumas. Essendo stata il centro della porpora per i romani, da cui le isole Porporarie, e piazza portoghese nell’Atlantico meridionale, piazza di schiavi, l’aria di decadenza vi è connaturata. A Mogador il sultano del Marocco sognò il suo Risorgimento e la rifece col nome Essauira, la ben disegnata”.
Pirandello non mancava di contatti diretti con i migliori editori angloamericani e i maggiori impresari teatrali e produttori di cinema, ma Torre seppe prospettargli lucrosi contratti, e anche fargli effettivamente guadagnare qualcosa. In particolare, con Torre nelle vesti di musicista, “Gad Gherson”, e del jazzista Jack Berls, Pirandello mise a punto una commedia musicale, in francese e in inglese, impresaria in America una traduttrice e adattatrice che Torre si era inventata, Irma Bachrach, da cui si aspettava grandi cose. Il titolo è “C’est ainsi” o “Just like that”. Di essa si era saputo finora pochissimo, e invece esiste, quasi a stampa, lasciata in eredità al nipote Paron dallo stesso Torre. Con tanti altri inediti di Pirandello, e un altro musical inedito degli stessi Gherson-Berls, “Rudy”, su Rodolfo Valentino. Delle cose di Pirandello Torre non riusciva ad andare oltre le bozze di copertina, fantasiose bisogna dire, colorate.
Il libro si legge come un’invenzione – un falso letterario (costruito però con ingenuità). Mentre i testi, i progetti, i personaggi e gli eventi narrati sono documentati e reali, e non marginali nella vicenda di Pirandello. Come dire che di lui sappiamo sempre poco, il muso della censura è ancora in funzione.
Paron racconta lo zio. Pedersoli illustra l’archivio da Paron ereditato. E in appendice lega l’esperienza del mondo di guitti e maghi che attorniava Torre a Parigi con la genesi dei “Giganti della montagna”, nel soggetto e nei personaggi, uno per uno, il poeta Cotrone, la C0ntessa etc. Non escluso un sorprendente ribellismo politico di un Pirandello reduce dalla censura in Germania per “Questa sera si recita a soggetto”, e dal fallimento in Italia col Teatro dell’Arte: i nomi delle due famiglie imbarbarite, i Buronzo e gli Arluffi, echeggerebbero l’ira contro Benito e Adolfo.
Giuseppe Paron, Giacomo Sebastiano Pedersoli, Un amico di Pirandello, Edizioni Fondo Torre Gherson, pp. 224 €15
Un personaggio che sembra inventato, questo “ebreaccio” un po’ troppo grasso. Che ebbe il potere di far ridere e insieme irritare Pirandello, che così lo apostrofò talvolta nelle sue lettere inappetenti a Marta Abba, la leonessa fulva. Torre catturò Pirandello nel 1928 alla rappresentazione parigina della “Traviata” che segnò il debutto di Margherita Carosio, allora ventenne, introdotto dai fratelli Isola, due oriundi italiani impresari di teatro leggero che sembrano anche loro inventati. Torre abbordò Pirandello in compagnia di una contessa di Lunelle, detta anche Talc-d’Azur, ex spogliarellista regina del Mogador, il locale officiato dagli Isola. Che sarà la sua compagna per tutti gli anni del rapporto con Pirandello, e poi si dileguerà, dopo i Fronti Popolari del 1936, essendo una probabile – a giudizio del Torre – spia sovietica (e Torre di chi era spia, tra gli emigrati a Parigi, con quella biografia così inventata? facile indovinello).
Anche il Mogador ha una storia che ben figurerebbe nel fogliettone Torre-Pirandello. Il nome è di una località del Marocco, di cui il romanzo “La gioia del giorno” dà succose coordinate: “Nel 1844 il principe di Joinville vi aveva sconfitto il sultano del Marocco. Dalla vittoria prese il nome d’arte Céleste Vénard, che debuttava quindicenne nel bordello di Musset a Parigi, poi ella stessa poetessa e scrittrice di fama, Céleste Mogador, contessa di Chabrillan, che sarà con Garibaldi madrina di un figlio non riconosciuto di Dumas. Essendo stata il centro della porpora per i romani, da cui le isole Porporarie, e piazza portoghese nell’Atlantico meridionale, piazza di schiavi, l’aria di decadenza vi è connaturata. A Mogador il sultano del Marocco sognò il suo Risorgimento e la rifece col nome Essauira, la ben disegnata”.
Pirandello non mancava di contatti diretti con i migliori editori angloamericani e i maggiori impresari teatrali e produttori di cinema, ma Torre seppe prospettargli lucrosi contratti, e anche fargli effettivamente guadagnare qualcosa. In particolare, con Torre nelle vesti di musicista, “Gad Gherson”, e del jazzista Jack Berls, Pirandello mise a punto una commedia musicale, in francese e in inglese, impresaria in America una traduttrice e adattatrice che Torre si era inventata, Irma Bachrach, da cui si aspettava grandi cose. Il titolo è “C’est ainsi” o “Just like that”. Di essa si era saputo finora pochissimo, e invece esiste, quasi a stampa, lasciata in eredità al nipote Paron dallo stesso Torre. Con tanti altri inediti di Pirandello, e un altro musical inedito degli stessi Gherson-Berls, “Rudy”, su Rodolfo Valentino. Delle cose di Pirandello Torre non riusciva ad andare oltre le bozze di copertina, fantasiose bisogna dire, colorate.
Il libro si legge come un’invenzione – un falso letterario (costruito però con ingenuità). Mentre i testi, i progetti, i personaggi e gli eventi narrati sono documentati e reali, e non marginali nella vicenda di Pirandello. Come dire che di lui sappiamo sempre poco, il muso della censura è ancora in funzione.
Paron racconta lo zio. Pedersoli illustra l’archivio da Paron ereditato. E in appendice lega l’esperienza del mondo di guitti e maghi che attorniava Torre a Parigi con la genesi dei “Giganti della montagna”, nel soggetto e nei personaggi, uno per uno, il poeta Cotrone, la C0ntessa etc. Non escluso un sorprendente ribellismo politico di un Pirandello reduce dalla censura in Germania per “Questa sera si recita a soggetto”, e dal fallimento in Italia col Teatro dell’Arte: i nomi delle due famiglie imbarbarite, i Buronzo e gli Arluffi, echeggerebbero l’ira contro Benito e Adolfo.
Giuseppe Paron, Giacomo Sebastiano Pedersoli, Un amico di Pirandello, Edizioni Fondo Torre Gherson, pp. 224 €15
In Persia, per smettere di “vivere contro di sé”
Troppo ricca e viziata, troppo bella, troppo androgina, e ora si può dire troppo brava scrittrice per i suoi tempi, che la ritennero non meritevole di pubblicazione. Anche il suo alter ego Klaus Mann. Anche quando la raccomandava Thomas Mann. Si leggono questi racconti, recuperati e tradotti alcuni anni fa da Melania Mazzucco, che li situa con una corposa presentazione (tanto golosa, dotta, piena di sorprese, quanto singolarmente sgrammaticata) come se fossero nuovi e contemporanei, anche se risalgono agli anni 1930, e l’Oriente che ritraggono dovrebbe essere del tutto mutato. "Storie di esuli - alcuni volontari, altri controvoglia" (Mazzucco). Racconti secchi, al modo di Hemingway (allora al modo di Gertrude Stein). In una Persia dove smettere di “vivere contro di sé”.
Il raccontino “Tre giorni d'alba” (da intendere “Tre giorni all'alba”, secondo il “calendario” delle caserme e delle prigioni) è un formidabile ritratto dell’imperialismo stracione e del “lavoro italiano nel mondo”.
Annemarie Schwarzenbach, La gabbia dei falconi, Bur, pp.235, 8,80
Il raccontino “Tre giorni d'alba” (da intendere “Tre giorni all'alba”, secondo il “calendario” delle caserme e delle prigioni) è un formidabile ritratto dell’imperialismo stracione e del “lavoro italiano nel mondo”.
Annemarie Schwarzenbach, La gabbia dei falconi, Bur, pp.235, 8,80
lunedì 27 giugno 2011
Col Pci senza socialismo, caso unico in Europa
Si fa la scissione comunista nel gennaio 1921 a Livorno nell’ipotesi che l’Italia sia matura per la rivoluzione. Così dicono i compagni della terza Internazionale o Komintern, un’Internazionale già russificata, ben prima di Yalta, e così è. Gramsci e Bordiga animano la scissione “anche se”, dice Spriano, “sono tutt’altro che convinti che in Italia si sia alla vigilia di una rivoluzione”. Ma lo storico poi conferma, nel saggio centrale di questa raccolta “Sulla rivoluzione italiana”, le ragioni della scissione di Livorno – è il titolo del saggio stesso.
Il nodo centrale del socialismo mancato in italia, e della storia d’Italia nel Novecento (e della Germania), è la “scissione di Livorno”, la divisione dei socialisti in due partiti aspramente avversi. Che aprì la strada nazifascismo (in Germania molto dopo che in Italia perché i socialisti bene o male, dopo la Novemberrevolution, governavano). La divisione ha poi segnato i settant’anni del secondo dopoguerra, nell’irrilevanza politica dei due partiti, se non come gregari della Dc, fino alla loro obliterazione, caso unico in Europa (in Germania il secondo dopoguerra fu segnato dalla divisione, che praticamente annientò il partito Comunista, prima e dopo la riunificazione, riconducendo i socialisti a una sostanziale unità all’interno del partito Socialdemocratico).
Spriano certifica in questi saggi tutti i fenomeni deleteri legati alla scissione: la faziosità, il kominternismo (si può dire subordinazione a Mosca?), il frazionismo a catena. Ma non ne coglie il significato storico, la sterilizzazione politica del socialismo (eccetto che per alcune fasi del centro-sinistra - riconoscimento che però non si può pretendere da uno storico del Pci). Più che fare storia gli interessa dare ragione sempre e comunque al Partito. Si legge così retrospettivamente come un giornalista dell’“Unità”, naturalmente argomentato, un burocrate. Che non è colpa personale, l’uomo non era fazioso (nel successivo “Le passioni di un decennio (1946-1956” lui stesso riconoscerà questo limite), ma un dato politico – è l’essenza del togliattismo. Purtroppo perdurante, anche se di socialismo in Italia non c’è più neppure l’ombra, caso ancora unico in Europa.
Il progetto di Togliatti era semplice e non celato: monopolizzare la storia contemporanea. Che sembra eccessivo e anche ridicolo, ma così è stato, e anzi è – il controllo è se si può oggi più ferreo (gerarchico, totale) sull’“opinione pubblica”: media (basta vedere o ascoltare la Rai), editoria, scuola, giustizia. Rifare la storia, degli avvenimenti, dei personaggi, era specialità sovietica, già da Lenin e fino a Brezenev - di forte caratura, bisogna riconoscere (resta sempre da fare la storia del kominternismo, di Willi Münzeneberg, pure così appassionante).
Paolo Spriano, Sulla rivoluzione italiana
Il nodo centrale del socialismo mancato in italia, e della storia d’Italia nel Novecento (e della Germania), è la “scissione di Livorno”, la divisione dei socialisti in due partiti aspramente avversi. Che aprì la strada nazifascismo (in Germania molto dopo che in Italia perché i socialisti bene o male, dopo la Novemberrevolution, governavano). La divisione ha poi segnato i settant’anni del secondo dopoguerra, nell’irrilevanza politica dei due partiti, se non come gregari della Dc, fino alla loro obliterazione, caso unico in Europa (in Germania il secondo dopoguerra fu segnato dalla divisione, che praticamente annientò il partito Comunista, prima e dopo la riunificazione, riconducendo i socialisti a una sostanziale unità all’interno del partito Socialdemocratico).
Spriano certifica in questi saggi tutti i fenomeni deleteri legati alla scissione: la faziosità, il kominternismo (si può dire subordinazione a Mosca?), il frazionismo a catena. Ma non ne coglie il significato storico, la sterilizzazione politica del socialismo (eccetto che per alcune fasi del centro-sinistra - riconoscimento che però non si può pretendere da uno storico del Pci). Più che fare storia gli interessa dare ragione sempre e comunque al Partito. Si legge così retrospettivamente come un giornalista dell’“Unità”, naturalmente argomentato, un burocrate. Che non è colpa personale, l’uomo non era fazioso (nel successivo “Le passioni di un decennio (1946-1956” lui stesso riconoscerà questo limite), ma un dato politico – è l’essenza del togliattismo. Purtroppo perdurante, anche se di socialismo in Italia non c’è più neppure l’ombra, caso ancora unico in Europa.
Il progetto di Togliatti era semplice e non celato: monopolizzare la storia contemporanea. Che sembra eccessivo e anche ridicolo, ma così è stato, e anzi è – il controllo è se si può oggi più ferreo (gerarchico, totale) sull’“opinione pubblica”: media (basta vedere o ascoltare la Rai), editoria, scuola, giustizia. Rifare la storia, degli avvenimenti, dei personaggi, era specialità sovietica, già da Lenin e fino a Brezenev - di forte caratura, bisogna riconoscere (resta sempre da fare la storia del kominternismo, di Willi Münzeneberg, pure così appassionante).
Paolo Spriano, Sulla rivoluzione italiana
Problemi di base - 65
spock
La scienza è noia per gli scienziati della scienza, miliardi di particolari insignificanti o inutili, mentre è meraviglia costante per i profani, e gli scienziati: è Dio uno scienziato della scienza?
Se la morte non è un fatto della vita (Wittgenstein), allora ci sono fatti nella morte?
Se l’ieri non è domani, che cos’altro è? E il domani?
Perché bisogna dire pane al pane, se le cose non hanno nome? Ci può essere un’etica senza una logica, seppure linguistica?
Perché Caldoro appicca il fuoco all’immondizia a Napoli? Per farsi scoprire poi da un Lepore, nomen omen?
La Yamaha senza Valentino Rossi vola, la Ducati con Valentino arranca? Dov’è il problema?
Alonso, bravo, bello e simpatico, stravinceva con ogni macchina che gli capitava di pilotare. Arrivato alla Ferrari, è sempre bravo, bello e simpatico ma non vince più: dov’è il problema?
Montezemolo prezzemolo?
Non avrà messo un Bisignani nel motore della Ferrari?
spock@antiit.eu
La scienza è noia per gli scienziati della scienza, miliardi di particolari insignificanti o inutili, mentre è meraviglia costante per i profani, e gli scienziati: è Dio uno scienziato della scienza?
Se la morte non è un fatto della vita (Wittgenstein), allora ci sono fatti nella morte?
Se l’ieri non è domani, che cos’altro è? E il domani?
Perché bisogna dire pane al pane, se le cose non hanno nome? Ci può essere un’etica senza una logica, seppure linguistica?
Perché Caldoro appicca il fuoco all’immondizia a Napoli? Per farsi scoprire poi da un Lepore, nomen omen?
La Yamaha senza Valentino Rossi vola, la Ducati con Valentino arranca? Dov’è il problema?
Alonso, bravo, bello e simpatico, stravinceva con ogni macchina che gli capitava di pilotare. Arrivato alla Ferrari, è sempre bravo, bello e simpatico ma non vince più: dov’è il problema?
Montezemolo prezzemolo?
Non avrà messo un Bisignani nel motore della Ferrari?
spock@antiit.eu
domenica 26 giugno 2011
L’immondizia di Napoli sull’Italia
Internet è pieno di video degli assaltatori di notte sui rifiuti di Napoli. Tutti in maschera ma non irriconoscibili. E tutti di estrema violenza: impediscono agli autocampattatori la raccolta dei rifiuti, appiccano il fuoco dove i mucchi sono più consistenti, con minaccia grave alla salute - anche i rifiuti napoletani combusti, sebbene non sia più di moda ricordarlo, producono diossina. Ma nessuno dà loro la caccia, neanche come ignoti. Il serafico Procuratore Capo Lepore e il suo sostituto Curcio, quello di Bisignani, non trovano anzi di meglio che inquisire il presidente della Regione Campania Caldoro, per “epidemia colposa”. Un imbattibile duo, bisogna dire, se ha scovato i nuovi untori della nuova peste napoletana. Anzi uno, l’uomo di Berlusconi a Napoli.
Si può restare allibiti, e anche indignarsi. Ma a Napoli e per Napoli è inutile. Il problema è l’Italia, l’evidente trabordare della spazzatura napoletana in due settimane su tutto il Paese, dell’immoralità profonda, della criminosità, dei suoi amministratori e dei giudici loro complici, della strafottenza, dell’incredibile arroganza per cui tutti devono prendersi i rifiuti della città eccetto la città stessa – era facile previsione di questo sito e non ha mancato di avverarsi, la scoperta di Napoli non è recente. Ma, è questo il problema, onorevole Vietti, presidente Napoletano, Csm tutto intiero: non c’è più il reato di omessa denuncia di un reato, tanto più in flagranza di reato? Tanto più se si è nella polizia giudiziaria, e anzi a capo di essa? Che ci stanno a fare tutti questi procuratori della Repubblica a Napoli che non prendono nessun delinquente e non lo cercano neanche? Le telefonate di Bisignani? Le telefonate di Bisignani sono roba seria, lo assicura lo stesso Procuratore Capo. Tato seria, si vede, che non gli lascia il tempo se non di incriminare Caldoro, troppo ingenuo per questi Procuratori della Repubblica.
È impensabile una giustizia complice dei violenti. Se non, come pare, del crimine organizzato che taglieggia la città e l’Italia con i rifiuti. Ma è quello che succede a Napoli, senza alcun dubbio: sono tre anni, gli anni di Lepore, che questa delinquenza spadroneggia indisturbata. La giustizia politica sarà stata il danno peggiore inflitto da Napoli all’Italia tutta, da vent’anni a questa parte, a Nord e a Sud. Ma c’è anche la giustizia incapace. Protetta, è vero, purtroppo al vertie delle istituzioni. E si ritorna alla politica.
Si può restare allibiti, e anche indignarsi. Ma a Napoli e per Napoli è inutile. Il problema è l’Italia, l’evidente trabordare della spazzatura napoletana in due settimane su tutto il Paese, dell’immoralità profonda, della criminosità, dei suoi amministratori e dei giudici loro complici, della strafottenza, dell’incredibile arroganza per cui tutti devono prendersi i rifiuti della città eccetto la città stessa – era facile previsione di questo sito e non ha mancato di avverarsi, la scoperta di Napoli non è recente. Ma, è questo il problema, onorevole Vietti, presidente Napoletano, Csm tutto intiero: non c’è più il reato di omessa denuncia di un reato, tanto più in flagranza di reato? Tanto più se si è nella polizia giudiziaria, e anzi a capo di essa? Che ci stanno a fare tutti questi procuratori della Repubblica a Napoli che non prendono nessun delinquente e non lo cercano neanche? Le telefonate di Bisignani? Le telefonate di Bisignani sono roba seria, lo assicura lo stesso Procuratore Capo. Tato seria, si vede, che non gli lascia il tempo se non di incriminare Caldoro, troppo ingenuo per questi Procuratori della Repubblica.
È impensabile una giustizia complice dei violenti. Se non, come pare, del crimine organizzato che taglieggia la città e l’Italia con i rifiuti. Ma è quello che succede a Napoli, senza alcun dubbio: sono tre anni, gli anni di Lepore, che questa delinquenza spadroneggia indisturbata. La giustizia politica sarà stata il danno peggiore inflitto da Napoli all’Italia tutta, da vent’anni a questa parte, a Nord e a Sud. Ma c’è anche la giustizia incapace. Protetta, è vero, purtroppo al vertie delle istituzioni. E si ritorna alla politica.
Ombre - 93
Amnesty International ha cercato per tre mesi le prove degli stupri perpetrati dai soldati di Gheddafi e non le ha trovate. Pur aggirandosi liberamente tra i nemici di Gheddafi. Ma continua a cercarle con impegno, assicura la responsabile italiana. Perché? Gli stupri sono stati denunciati dal segretario di Stato americano Hillary Clinton: anche Amnesty è amerikana?
Il sindaco di Napoli De Magistris si fa fotografare domenica con vezzoso ombrellino al Gay pride. Il sindaco ha bisogno di svagarsi, è naturale, ma fa caldo a Milano a giugno. O è a un altro Gay pride, che magari si è tenuto si è tenuto a Napoli? Tra le immondizie, a rischio infezioni?
Il Louvre nega a Firenze la “Gioconda”: rischioso trasportarla. Ma Gian Antonio Stella non scrive un’articolessa di prima pagina, e nemmeno un breve articolo in pagina interna, contro il Louvre come quella che scrisse contro Reggio Calabria che non vuole mandare in giro i Bronzi. Nemmeno il suo giornale, il “Corriere della sera”, questa volta si scandalizza. Forse perché il sindaco di Firenze è toscano e non veneto come Stella e il ministro Galan, che voleva usare i Bronzi? Siamo alla patria veneta.
Ruggiero Palombo, l’ex vice direttore della “Gazzetta del Sud” che cinque anni fa aveva tirato la volata all’Inter contro la Juventus – insieme con l’altro napoletano illustre, il direttore del “Mattino” Mario Orfeo – avendo accesso privilegiato alla Procura della sua città, ora, sempre sulla “Gazzetta dello Sport”, dice che il Procuratore del calcio Palazzi deve “fare i conti col materiale che cinque anni fa chissà perché e da chi non gli era stato messo a disposizione”.
Ma il chi non sarebbe lo stesso Palombo – insomma il giudice suo referente? E Perché ora Palazzi deve fare i conti, la Juventus promette di più – di più dell’Inter (Palazzi deve decidere se lo scudetto della Juventus assegnato all’Inter dagli interisti Guido Rossi e Borrelli non debba essere revocato)?
L’Inter prende Gasperini come allenatore ma non i suoi collaboratori Rampulla e Ventrone perché, fa sapere, “troppo juventini”. E Gasperini, che alla Juventus è stato una vita? A Milano si può dire tutto.
Il video è Ansa, che mostra le violenze degli insorti libici contro la popolazione, quindi neutro – anche se l’agenzia nazionale è di sinistra. Non ci vuole molto per sapere che non è in corso in Libia una battaglia di libertà, ma il solito scontro per il potere. Né il “Corriere della sera” né “la Repubblica” lo rilanciano sui siti, né ne stampano sulla carta le immagini raccapriccianti, non ne parlano nemmeno: la guerra non riguarda i grandi giornali? O non se ne deve parlare?
Il timing è perfetto per lanciare Luigi Bisignani con tutte le sue confidenze: è estate e si usano le confidenza a paginate, con supplementi. Ma, dice il Capo della procura di Napoli Lepore, “sto leggendo cose assurde sui giornali, questa è un’indagine seria”. La sua Procura è infatti specializzata in indagini non serie, le telefonate dell’ex direttore di Rai Uno, che aveva deciso d fare di Napoli il suo centro principale di produzione, le confidenze di una prostituta che sembravano dovessero far cadere il governo e si sono perse nel nulla, e la vecchia inchiesta con Moggi e la Juventus, per la quale non si trovano giudici che li condannino. Giudici napoletani, che è tutto dire.
In tutti i telefilm l’ispettore o il sergente apre ogni conversazione dicendo il suo nome e mostrando il tesserino. Il ministro Prestigiacomo invece è stata interrogata da due sottufficiali di polizia giudiziaria d cui non sa nulla. Alla fine ha chiesto i loro nomi e i due sottufficiali hanno messo la richiesta a verbale. Per la gioia golosa di Fiorenza Sarzanini. La quale è cronista giudiziaria principe del “Corriere della sera” e ne fa oggetto di accurata informazione sul giornale.
Il sindaco di Napoli De Magistris si fa fotografare domenica con vezzoso ombrellino al Gay pride. Il sindaco ha bisogno di svagarsi, è naturale, ma fa caldo a Milano a giugno. O è a un altro Gay pride, che magari si è tenuto si è tenuto a Napoli? Tra le immondizie, a rischio infezioni?
Il Louvre nega a Firenze la “Gioconda”: rischioso trasportarla. Ma Gian Antonio Stella non scrive un’articolessa di prima pagina, e nemmeno un breve articolo in pagina interna, contro il Louvre come quella che scrisse contro Reggio Calabria che non vuole mandare in giro i Bronzi. Nemmeno il suo giornale, il “Corriere della sera”, questa volta si scandalizza. Forse perché il sindaco di Firenze è toscano e non veneto come Stella e il ministro Galan, che voleva usare i Bronzi? Siamo alla patria veneta.
Ruggiero Palombo, l’ex vice direttore della “Gazzetta del Sud” che cinque anni fa aveva tirato la volata all’Inter contro la Juventus – insieme con l’altro napoletano illustre, il direttore del “Mattino” Mario Orfeo – avendo accesso privilegiato alla Procura della sua città, ora, sempre sulla “Gazzetta dello Sport”, dice che il Procuratore del calcio Palazzi deve “fare i conti col materiale che cinque anni fa chissà perché e da chi non gli era stato messo a disposizione”.
Ma il chi non sarebbe lo stesso Palombo – insomma il giudice suo referente? E Perché ora Palazzi deve fare i conti, la Juventus promette di più – di più dell’Inter (Palazzi deve decidere se lo scudetto della Juventus assegnato all’Inter dagli interisti Guido Rossi e Borrelli non debba essere revocato)?
L’Inter prende Gasperini come allenatore ma non i suoi collaboratori Rampulla e Ventrone perché, fa sapere, “troppo juventini”. E Gasperini, che alla Juventus è stato una vita? A Milano si può dire tutto.
Il video è Ansa, che mostra le violenze degli insorti libici contro la popolazione, quindi neutro – anche se l’agenzia nazionale è di sinistra. Non ci vuole molto per sapere che non è in corso in Libia una battaglia di libertà, ma il solito scontro per il potere. Né il “Corriere della sera” né “la Repubblica” lo rilanciano sui siti, né ne stampano sulla carta le immagini raccapriccianti, non ne parlano nemmeno: la guerra non riguarda i grandi giornali? O non se ne deve parlare?
Il timing è perfetto per lanciare Luigi Bisignani con tutte le sue confidenze: è estate e si usano le confidenza a paginate, con supplementi. Ma, dice il Capo della procura di Napoli Lepore, “sto leggendo cose assurde sui giornali, questa è un’indagine seria”. La sua Procura è infatti specializzata in indagini non serie, le telefonate dell’ex direttore di Rai Uno, che aveva deciso d fare di Napoli il suo centro principale di produzione, le confidenze di una prostituta che sembravano dovessero far cadere il governo e si sono perse nel nulla, e la vecchia inchiesta con Moggi e la Juventus, per la quale non si trovano giudici che li condannino. Giudici napoletani, che è tutto dire.
In tutti i telefilm l’ispettore o il sergente apre ogni conversazione dicendo il suo nome e mostrando il tesserino. Il ministro Prestigiacomo invece è stata interrogata da due sottufficiali di polizia giudiziaria d cui non sa nulla. Alla fine ha chiesto i loro nomi e i due sottufficiali hanno messo la richiesta a verbale. Per la gioia golosa di Fiorenza Sarzanini. La quale è cronista giudiziaria principe del “Corriere della sera” e ne fa oggetto di accurata informazione sul giornale.
sabato 25 giugno 2011
Consigli da Londra, la Milano inglese
Due o tre giorni di attacchi all’Eni, grazie alla pronta disponibilità della Procura milanese, per il gas di Kashagan nel Kazakistan, poi più nulla. Solo sul”Corriere della sera”, non sul “Sole 24 Ore” né su “Repubblica”. Con accuse tanto gravi quanto confuse. È stato un tentativo di speculare sul titolo? È stato un attacco all’ad di Eni Scaroni, in favore di un candidato che ancora non sappiamo? Tutto è possibile, ma accusare l’Eni di corruzione in Kazakistan e in Iraq, dove tutto si deve comprare, è soprattutto un tiro mancino. Tanto più che il dossier girava da tempo, prima ancora della supposta indagine della Procura milanese, e si dava per scontato che fosse opera dei concorrenti del gruppo italiano, Shell o Bp, che in Kazakistan e Iraq evidentemente pagano gli interlocutori sbagliati.
Non è per caso che l’Eni è rimasto per sessant’anni alla porta in Iraq, feudo (ex) britannico – benché avesse perfino congegnato la fornitura di una centrale atomica a Saddam Hussein (poi distrutta da Israele). E non è il solo caso in cui Milano, e il “Corriere della sera” in particolare, fanno da cassa di risonanza agli interessi britannici. È prassi normale amplificare ogni critica, buona o cattiva che sia, dell’“Economist” e del “Financial Times”, i giornali delle banche britanniche, contro la finanza pubblica o società italiane. Siamo entrati ultimamente su spinta milanese in una guerra, alla Libia, che si sa montata di sana pianta dai servizi britannici, con proprio uomini sul terreno, e molte armi – la Francia ha preso l’iniziativa contro Gheddafi per non farsi scavalcare dalla Gran Bretagna.
Non c’è scandalo, Nel senso che non è una novità. “Consigli da Londra, la Milano inglese”, titolava un mese fa il “Corriere della sera”. Era sembrato un eccesso, forse ironico, di provincialismo. Ma potrebbe ben essere la verità: si fanno gli affarucci, non dichiarati, non onesti, a Londra come a Milano. Ma Milano non “vende” nulla a Londra, né dritte né dossier velenosi, mentre se ne fa terminale. E fa riemergere l’ombra di quando, nel 1960, lo stesso “Corriere della sera”attaccava, per la penna illustre di Indro Montanelli, l’Eni coi le carte fornite dai servizi segreti francesi (questa è storia, fanno male i biografi di Montanelli a non tenerne conto): In particolare Montanelli attaccò personalmente il presidente dell’Eni Enrico Mattei, che poco dopo farà una brutta fine.
Non è per caso che l’Eni è rimasto per sessant’anni alla porta in Iraq, feudo (ex) britannico – benché avesse perfino congegnato la fornitura di una centrale atomica a Saddam Hussein (poi distrutta da Israele). E non è il solo caso in cui Milano, e il “Corriere della sera” in particolare, fanno da cassa di risonanza agli interessi britannici. È prassi normale amplificare ogni critica, buona o cattiva che sia, dell’“Economist” e del “Financial Times”, i giornali delle banche britanniche, contro la finanza pubblica o società italiane. Siamo entrati ultimamente su spinta milanese in una guerra, alla Libia, che si sa montata di sana pianta dai servizi britannici, con proprio uomini sul terreno, e molte armi – la Francia ha preso l’iniziativa contro Gheddafi per non farsi scavalcare dalla Gran Bretagna.
Non c’è scandalo, Nel senso che non è una novità. “Consigli da Londra, la Milano inglese”, titolava un mese fa il “Corriere della sera”. Era sembrato un eccesso, forse ironico, di provincialismo. Ma potrebbe ben essere la verità: si fanno gli affarucci, non dichiarati, non onesti, a Londra come a Milano. Ma Milano non “vende” nulla a Londra, né dritte né dossier velenosi, mentre se ne fa terminale. E fa riemergere l’ombra di quando, nel 1960, lo stesso “Corriere della sera”attaccava, per la penna illustre di Indro Montanelli, l’Eni coi le carte fornite dai servizi segreti francesi (questa è storia, fanno male i biografi di Montanelli a non tenerne conto): In particolare Montanelli attaccò personalmente il presidente dell’Eni Enrico Mattei, che poco dopo farà una brutta fine.
Il mondo com'è - 66
astolfo
Civile – In politica ultimamente la connotazione viene opposta al potere: la società civile allo Stato, i diritti civili di Carter alle democrazie popolari. Mentre tradizionalmente, in Hobbes, in Kant, e fino a Hegel e Marx esplicitamente, civile era proprio la società politica, contrattuale, in opposizione alla naturale, primitiva, selvaggia. Ma già il primo Rousseau, nella sintesi del “Discorso sull’origine e i fondamenti della disuguaglianza”, aveva rimescolato i termini: la società politica sorge, sulla base del contratto sociale, come superamento della società civile, litigiosa, divisa, e ritorno allo stato di grazia naturale. Gramsci fa grande conto della società civile, ma come fatto sociale culturale (della formazione, del consenso), in contrapposizione al politico (della coazione). L’accezione attuale, in Italia, è Marx: il luogo dove si formano i processi di conoscenza e azione, di realizzazione, la struttura sociale, mentre lo stato è un cappello che si mette in necessario. Un rovesciamento di Hegel, e anche di Rousseau.
Guerra – Non fa più notizia, come una qualsiasi altra attività burocratica, che si svolge con noi, per noi, a spese nostre, ma non ci riguarda. L’Italia ha fatto più missioni in Libia, cioè bombardamenti, che qualsiasi altro paese della coalizione Onu: lo dice il ministro Usa della difesa ma non interessa nessuno in Italia, la notizia non viene commentata e neanche diffusa – e del resto viene dagli Usa giusto come rilievo statistico. Due o tre squadriglie ogni giorni di equipaggi di cacciabombardieri indossano la tuta da combattimento, vanno a Tripoli, sganciano le bombe, fotografano il danno, rientrano, e si rimettono in libertà. Nel vuoto. Il pilota, già soggetto privilegiato della mitografia bellica, è una sorta di bellonauta da playstation, senza nemmeno un vero volto.
È scaduta anche ogni tensione etica legata alla guerra, sui limiti e lo scopo della guerra, la congruità degli ordini, la loro eticità. Forse era scaduta già mentre si celebrava Norimberga, non si è mai potuto accertare la congruità del bombardamento atomico del Giappone. Ma se ne parlava, il Giappone considerando un’anomalia in una guerra sicuramente difensiva, e in una condotta della guerra, quella anglo-americana, tutto sommato limitata benché “totale e a oltranza”. Ora l’argomento risulta strano.
Meticciato – È celebrato ormai stabilmente come incontro di culture, e quindi come arricchimento. L’elogio più celebre resta quello di Senghor nella famosa antologia della Poesia nera africana del 1948, con la prefazione di Sartre, che scrisse per l’occasione il saggio altrettanto famoso “Orfeo nero”, sul razzismo antirazzista, ma la tesi dell’incontro ha una consistente tradizione e dottrina – anche razzisticamente, come incontro di energie vitali diverse. Dopo che per secoli si era sottolineata invece la differenza, fino a stabilire una profusa classificazione, nominale e anche ordinale, degli incroci: mulatto, quarterone, ottavino.
Il fatto è però sempre stato limitato al bianco, europeo, americano, col nero. Più specificamente all’uomo bianco con la donna nera. E ultimamente non tiene conto di differenze che invece possono agire in senso inverso, di un meticciato in cui la parte “bianca” è cioè succedanea all’altra, che non necessariamente è nera. In particolare con gli anglo-indiani, dell’Ovest (West Indies) e dell’Est, e con gli anglo-pakistani, o anglo-mussulmani in genere. Un grande anglo-indiano dell’Ovest, V.S.Naipaul, premio Nobel, viene così a tenere comportamenti che nessun bianco terrebbe: sulle donne, sugli ebrei, sugli africani. Salman Rushdie, per la cui immortalità con la condanna dei “Versi satanici” è morto il suo traduttore giapponese, mentre l’editore norvegese e il traduttore italiano, Ettore Capriolo, sono stati selvaggiamente feriti, con gravi danni fisici e psicologici, non ha mai speso una parola d’interesse, se non di compassione: un’altra mentalità? Mentre a Londra l’oltranzismo degli islamici inglesi che occupava le piazze bruciando libri già venti ani fa, contro Rushdie, è arrivato a far saltare, per puro odio, la metropolitana di Londra nel 2006 con tutti i passeggeri. Una Maïwenn, regista del film “Polisse”, che per conformismo è stato premiato a Cannes – il conformismo del politicamente corretto: premiare una donna bisogna, tanto più se algerina, seppure a metà – dice a “Io Donna”: “Scusate se non mi ricordo di Riccardo Scamarcio”, col quale ha girato il film. È un’altra tipo di donna, figlia di un’attrice algerina molto bella che però per il successo ha dovuto puntare tutto sulla figlia. Questa non è “un’altra storia”, ma anche lo è.
Obama – È l’outsider per eccellenza, senza pedigree, senza passato personale, giusto giovane, magro e un po’ nero. La figura dell’outsider non è nuova nella politica americana, e riattiva d’ordinario la fiducia nell’America, nella democrazia, nell’individualismo. Mentre sono presenze irrilevanti, tanto che non si riesce a percepirne l’irrilevanza. Come mascherine sempre rinnovate, di cui un artista che fiuti i tempi sa adeguare i tratti, su un corpo immutabile.
Il presidente americano è un imperatore, si dice, seppure a termine. Ma non c’è un Napoleone nella serie ormai lunga di presidenti americani, né un Cesare, un generale che sia anche fine politico, o uno dei tantissimi, buoni e cattivi, imperatori romani: proprio per essere al’aria del tempo, il presidente americano è uno che non lascia traccia. Se osa lo uccidono: Lincoln, Kennedy, Robert Kennedy, lo stesso Reagan.
La democrazia non ha bisogno di eroi, si dice anche. Ma di governanti che governano sì. Ora dov’è il governo negli Usa? A lungo è stato nel Pentagono. In questi decenni di globalizzazione è nelle banche, innegabilmente.
astolfo@antiit.eu
Civile – In politica ultimamente la connotazione viene opposta al potere: la società civile allo Stato, i diritti civili di Carter alle democrazie popolari. Mentre tradizionalmente, in Hobbes, in Kant, e fino a Hegel e Marx esplicitamente, civile era proprio la società politica, contrattuale, in opposizione alla naturale, primitiva, selvaggia. Ma già il primo Rousseau, nella sintesi del “Discorso sull’origine e i fondamenti della disuguaglianza”, aveva rimescolato i termini: la società politica sorge, sulla base del contratto sociale, come superamento della società civile, litigiosa, divisa, e ritorno allo stato di grazia naturale. Gramsci fa grande conto della società civile, ma come fatto sociale culturale (della formazione, del consenso), in contrapposizione al politico (della coazione). L’accezione attuale, in Italia, è Marx: il luogo dove si formano i processi di conoscenza e azione, di realizzazione, la struttura sociale, mentre lo stato è un cappello che si mette in necessario. Un rovesciamento di Hegel, e anche di Rousseau.
Guerra – Non fa più notizia, come una qualsiasi altra attività burocratica, che si svolge con noi, per noi, a spese nostre, ma non ci riguarda. L’Italia ha fatto più missioni in Libia, cioè bombardamenti, che qualsiasi altro paese della coalizione Onu: lo dice il ministro Usa della difesa ma non interessa nessuno in Italia, la notizia non viene commentata e neanche diffusa – e del resto viene dagli Usa giusto come rilievo statistico. Due o tre squadriglie ogni giorni di equipaggi di cacciabombardieri indossano la tuta da combattimento, vanno a Tripoli, sganciano le bombe, fotografano il danno, rientrano, e si rimettono in libertà. Nel vuoto. Il pilota, già soggetto privilegiato della mitografia bellica, è una sorta di bellonauta da playstation, senza nemmeno un vero volto.
È scaduta anche ogni tensione etica legata alla guerra, sui limiti e lo scopo della guerra, la congruità degli ordini, la loro eticità. Forse era scaduta già mentre si celebrava Norimberga, non si è mai potuto accertare la congruità del bombardamento atomico del Giappone. Ma se ne parlava, il Giappone considerando un’anomalia in una guerra sicuramente difensiva, e in una condotta della guerra, quella anglo-americana, tutto sommato limitata benché “totale e a oltranza”. Ora l’argomento risulta strano.
Meticciato – È celebrato ormai stabilmente come incontro di culture, e quindi come arricchimento. L’elogio più celebre resta quello di Senghor nella famosa antologia della Poesia nera africana del 1948, con la prefazione di Sartre, che scrisse per l’occasione il saggio altrettanto famoso “Orfeo nero”, sul razzismo antirazzista, ma la tesi dell’incontro ha una consistente tradizione e dottrina – anche razzisticamente, come incontro di energie vitali diverse. Dopo che per secoli si era sottolineata invece la differenza, fino a stabilire una profusa classificazione, nominale e anche ordinale, degli incroci: mulatto, quarterone, ottavino.
Il fatto è però sempre stato limitato al bianco, europeo, americano, col nero. Più specificamente all’uomo bianco con la donna nera. E ultimamente non tiene conto di differenze che invece possono agire in senso inverso, di un meticciato in cui la parte “bianca” è cioè succedanea all’altra, che non necessariamente è nera. In particolare con gli anglo-indiani, dell’Ovest (West Indies) e dell’Est, e con gli anglo-pakistani, o anglo-mussulmani in genere. Un grande anglo-indiano dell’Ovest, V.S.Naipaul, premio Nobel, viene così a tenere comportamenti che nessun bianco terrebbe: sulle donne, sugli ebrei, sugli africani. Salman Rushdie, per la cui immortalità con la condanna dei “Versi satanici” è morto il suo traduttore giapponese, mentre l’editore norvegese e il traduttore italiano, Ettore Capriolo, sono stati selvaggiamente feriti, con gravi danni fisici e psicologici, non ha mai speso una parola d’interesse, se non di compassione: un’altra mentalità? Mentre a Londra l’oltranzismo degli islamici inglesi che occupava le piazze bruciando libri già venti ani fa, contro Rushdie, è arrivato a far saltare, per puro odio, la metropolitana di Londra nel 2006 con tutti i passeggeri. Una Maïwenn, regista del film “Polisse”, che per conformismo è stato premiato a Cannes – il conformismo del politicamente corretto: premiare una donna bisogna, tanto più se algerina, seppure a metà – dice a “Io Donna”: “Scusate se non mi ricordo di Riccardo Scamarcio”, col quale ha girato il film. È un’altra tipo di donna, figlia di un’attrice algerina molto bella che però per il successo ha dovuto puntare tutto sulla figlia. Questa non è “un’altra storia”, ma anche lo è.
Obama – È l’outsider per eccellenza, senza pedigree, senza passato personale, giusto giovane, magro e un po’ nero. La figura dell’outsider non è nuova nella politica americana, e riattiva d’ordinario la fiducia nell’America, nella democrazia, nell’individualismo. Mentre sono presenze irrilevanti, tanto che non si riesce a percepirne l’irrilevanza. Come mascherine sempre rinnovate, di cui un artista che fiuti i tempi sa adeguare i tratti, su un corpo immutabile.
Il presidente americano è un imperatore, si dice, seppure a termine. Ma non c’è un Napoleone nella serie ormai lunga di presidenti americani, né un Cesare, un generale che sia anche fine politico, o uno dei tantissimi, buoni e cattivi, imperatori romani: proprio per essere al’aria del tempo, il presidente americano è uno che non lascia traccia. Se osa lo uccidono: Lincoln, Kennedy, Robert Kennedy, lo stesso Reagan.
La democrazia non ha bisogno di eroi, si dice anche. Ma di governanti che governano sì. Ora dov’è il governo negli Usa? A lungo è stato nel Pentagono. In questi decenni di globalizzazione è nelle banche, innegabilmente.
astolfo@antiit.eu
venerdì 24 giugno 2011
Firenze gotica per morti gay, in serie
Un thriller gotico più che un giallo. Pieno di morti e di sangue, tra le ombre sinistre di una Firenze tanto decantata quanto incupita. Singolarmente “scorretto”, poiché molta omosessualità, di uomini e donne, fin dall’infanzia, porta sconfinata violenza. Giuttari sarà per questo popolare negli Usa e in Germania. Ma i gialli, non è bene rileggerli.
Michele Giuttari, Scarabeo
Michele Giuttari, Scarabeo
Viaggiare (in Italia) è inutile per Benjamin
Benjamin a vent’anni è narratore piatto come nelle prove della maturità, “Infanzia berlinese”, “Einbahnstrasse”. Il viaggio è come in terra incognita, dove tutto non va bene per essere diverso – ma anche gli alberghi tedeschi, di cui il diario abbonda, non sono granché.
Walter Benjamin, Il mio viaggio in Italia. Pentecoste 1912
Walter Benjamin, Il mio viaggio in Italia. Pentecoste 1912
giovedì 23 giugno 2011
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (93)
Giuseppe Leuzzi
Che fine ha fatto la Variante di Valico?
Perché si parla tanto (male) della Salerno-Reggio Calabria e per niente della Variante di Valico? Di cui pure si sa che è stata cominciata nel 1997, è costata finora tre miliardi più del previsto, è lunga appena un’ottantina di chilometri, e potrebbe essersi persa nel nulla.
Che cos’è la Variante di Valico?
E il passante di Bologna?
Perché Autostrade paga un indennizzo ai Comuni della Variante di Valico per l’incomodo, tanto che non sanno più come spenderlo, e non paga niente ai Comuni della Salerno-Rc?
Tra Bologna e Firenze devono transitare una buona metà, se non due terzi, degli italiani in marcia su gomma, per esempio gli autotrasporti. Che vedono in quel tratto saltati tutti i piani orari, per imprevisti di cui non si riesce a tenere il catalogo. Ma non se ne sente parlare. Basta invece un tratto anche breve a una sola corsia sulla Sa-Rc per imbufalire i pochi viaggiatori, siciliani per lo più con qualche calabrese. Le bestemmie sulla Sa-Rc fanno oscurare il cielo. Se il viaggiatore è un emigrato, nella civile Padania o nella civilissima Europa, le invettive riempiono i siti in rete, le lettere al direttore, e ora anche i romanzi. C’è un perché? Questi viaggiatori, benché emigrati, disprezzano se stessi – il razzismo è come la servitù, sono contagiosi.
Antimafia
La Procura di Palermo dice che Saverio Romano, un signore siciliano che è diventato ministro di Berlusconi, non è mafioso, ma “potrebbe diventarlo”. La Procura di Catania rinvia a giudizio 53 su 55 imputati di mafia, escludendo il presidente della Regione Lombardo, che nel frattempo si è messo col partito Democratico, e suo fratello. Due pesi? No, due Procure criminali: la giustizia politica è il crimine peggiore.
Milano
Pisapia proietta in piazza il suo consiglio comunale, offrendo anche il risotto. Meno male che succede a Milano, così non possiamo lamentarci.
Il “Corriere della sera” trova martedì eccessivo il neo sindaco: “Ha esagerato coi toni cupi, dipingendo Milano come una città sfiancata, frustrata e spenta”. Ma anche il giornale è entusiasta del “tifo da stadio per Guliano Pisapia, diventato in pochi giorni un’icona del civismo e della democrazia partecipata”. È democrazia partecipata il megaschermo con risotto, per “pensionati e attivisti”, come dice la cronaca. Il civismo invece lo stesso giornale lo sostanzia di “veleni e zero tolleranza per l’ex sindaco Letizia Moratti”. Cioè: piazzale Loreto non fu un caso, Milano sempre vuole dire “io non c’ero” – la capitale morale di che?
Arbasino vuole le divisioni e l’odio del vicino connaturate all’Italia, e cita nel suo amarcord di domenica sul “Corriere della sera” le tante infamie sparse da Dante su città e popolazioni. Vuole dire che Bossi è come Dante?
Ma Dante sparlava anche di Firenze: quand’è che Bossi parlerà male di Milano?
Bossi: sembra di sognare.
Spassosa, anche grazie ai refusi, lode di Bocca a Bossi l’originario – uno che voleva fare “l’elettromedico”, cioè il medico col laser, “nell’équipe del professor Zuffi a Varese” (che non è mai esistito, dicono le cronahe, né a Varese né altrove), e studia il cuore “alle altre temperature”. A Bossi cioè quando non si era messo “assieme a Berlusconi e alla sua democrazia autoritaria”, nel 1993 - ma non fu nel 1993 che Bossi si mise con Berlusconi?
Bocca incontra Bossi e ne rimane fulminato – come del resto tutta Milano 1, quella che fa i giornali, le banche e l’opinione cosiddetta pubblica: “Non è stato, come si vuol far credere, un tradimento di classe, un avventurismo politico. Semplicemente ci sono state parti della borghesia che hanno visto nella Lega, se non l’uscita, un correttivo alla politica dominante delle clientele corrotte”. Nella Lega? “Nella prima amministrazione leghista di Milano”, continua Bocca, “entrarono medici, urbanisti, sociologi”. Perché, ci fu una seconda? Né si ricordano “medici, urbanisti, sociologi” nella giunta Formentini, forse scaldavano il posto. Stavano lì, dice Bocca, per “non passare per i partiti e per i loro appetiti”. Mangiavano direttamente?
Leonardo, che Milano ha coltivato, la migliore Milano, del Milan, dell’Inter, se ne va. Senza discutere, vuole solo andarsene. Non saluta nemmeno. Milano è stupita. Ma solo Milano.
Se ne va anche Eto’o, che purtroppo non si può dire un mercenario.
“The man who screwed an entire country”, l’uomo che s’inculò un paese, è il titolo grazioso dell’“Economist” per un’inchiesta sull’Italia. Condotta da un bel giovane che il “Corriere della sera” e l’ineffabile Severgnini subito incensano. Tradotta con riverenza e pubblicizzata dall’“Internazionale”, una rivista che pure non può permettersi tanta costosa pubblicità sui quotidiani. Una cosa che l’“Economist” non oserebbe per il Botswana. Ma a Milano buggerare si conferma normale.
I referendum hanno portato alle urne tutte le regioni, anche quelle che votano per il governo, in testa gli amministratori locali: si tratta di ricostituire la piccola rendita delle forniture di acqua, così essenziale, rinegoziando appalti e concessioni. I più animosi sono stati i buoni amministratori leghisti: è proprio vero che la Lega non si perde un alito di vento. Non per nulla è, all’origine, lombarda.
Il “Corriere della sera” propone un programma di buongoverno a Pisapia sotto il titolo: “Consigli da Londra, la Milano inglese”. A firma di Severgnini, che a Londra dice di essere di casa.
Napoli
“Essendo alga all’acquario” a Napoli, la poetesa Jaqueline Risset annota in più punti ella sua raccolta “Il tempo dell’istante”. Un’esperienza che ne trasfigura la visone-.. della vita: “”Questa sera\ nel corpo d’un’alga\ all’acquario\ a Napoli\ j’ai vécu:\ vita vegetale\ ma respirando la carne dell’acqua nutriente\ respiro leggero”. È un complmento: la città ha tante materialità, aggressiva, oppressiva,ma ha (ancora9 questa immaterialità.
Si indaga Bisignani – che è quello che è e tutti conoscono, su piazza da almeno quarant’anni- per indagare in realtà Alfonso Pepe. Per vendetta, perché era un sostituto Procuratore legato al procuratore capo Cordova. Che i napoletani hanno cacciato da Napoli, perché voleva sapere troppe cose.
Si è indagato Pepe con ogni mezzo illegale. Facendolo poi accusare dallo stesso Bisignani, ossia dalla sua fidanzata Valanzano, ex collaboratrice di Pepe. Furbizia? Tricchebballachhe? No, turpitudine. Totale. Evidentemente protetta – ma si sa che questi giudici amministrano soprattutto il ricatto.
Il consiglio comunale in Galleria. A mezzogiorno, senza l’aria condizionata. Applaudito dai “pensionati e i militanti”, riferisce commosso Giangiacomo Schiavi sul “Corriere della sera”, oltre che dai turisti giapponesi. Una congregazione del genere a Napoli non si è mai raccolta, che pure sempre s’innamora alla follia dei divi, col caldo che fa a fine giugno. Nemmeno per Maradona, per dire. Milano è invidiosa anche di Napoli?
“C’è attesa, curiosità, voglia di essere coinvolti (anche nella distribuzione del risotto omaggio offerto da un ristorante in piazza san Fedele)”, attesta il “Corriere della sera” del consiglio comunale a Milano: Napoli ha da imparare.
Con De Magistris Napoli si è assicurato un forte ariete per dare la colpa “agli altri”. Il neo sindaco ha fatto in fretta a riempire la città d’immondizia. Dopodiché ne ha dato la colpa al governo.
La prima decisione della giunta De Magistris a Napoli è “termovalorizzatore mai”. Il giudice mantiene gli impegni.
Ma non si può dure che non sia previdente: l’impegno fa prendere e annunciare dal vice Caputo, che il Mattino chiama “comunista gentile”, ben voluto dai parroci. Non si sa mai che la Procura cambi, e invece del gentile procuratore Lepore ne venga un altro. Si tratta infatti di un favore alla signora Marilù Faraone Mennella, sposa dell’ex presidente della Confindustria D’Amato, che su terreni del termovalorizzatore ha in progetto una valorizzazione immobiliare plurimiliardaria, NaplEst.
Viaggiando sulla Roma-Napoli, 180 km. di autostrada vigilato dal sistema Tutor, sulla seconda corsia a 130 km. l’ora, si viene costantemente sorpassati da grandi macchine tedesche coi vetri schermati che spariscono in un baleno – a 180, a 200 km. l’ora? Sono macchine ministeriali che vanno d’urgenza? E vanno tutte a Napoli? O semplicemente non pagano le multe?
Dacché la stazione di Mergellina non è più in uso, per andare nelle isole, Capri, Ischia, bisogna scendere alla Centrale, e da lì in tassì farsi portare all’imbarco degli aliscafi. Ma Da Roma almeno un paio di trasportatori hanno prosperato imbarcando i viaggiatori su grossi pullmann che li portano direttamente agli imbarchi. Napoli è proprio infetta?
leuzzi@antiit.eu
Che fine ha fatto la Variante di Valico?
Perché si parla tanto (male) della Salerno-Reggio Calabria e per niente della Variante di Valico? Di cui pure si sa che è stata cominciata nel 1997, è costata finora tre miliardi più del previsto, è lunga appena un’ottantina di chilometri, e potrebbe essersi persa nel nulla.
Che cos’è la Variante di Valico?
E il passante di Bologna?
Perché Autostrade paga un indennizzo ai Comuni della Variante di Valico per l’incomodo, tanto che non sanno più come spenderlo, e non paga niente ai Comuni della Salerno-Rc?
Tra Bologna e Firenze devono transitare una buona metà, se non due terzi, degli italiani in marcia su gomma, per esempio gli autotrasporti. Che vedono in quel tratto saltati tutti i piani orari, per imprevisti di cui non si riesce a tenere il catalogo. Ma non se ne sente parlare. Basta invece un tratto anche breve a una sola corsia sulla Sa-Rc per imbufalire i pochi viaggiatori, siciliani per lo più con qualche calabrese. Le bestemmie sulla Sa-Rc fanno oscurare il cielo. Se il viaggiatore è un emigrato, nella civile Padania o nella civilissima Europa, le invettive riempiono i siti in rete, le lettere al direttore, e ora anche i romanzi. C’è un perché? Questi viaggiatori, benché emigrati, disprezzano se stessi – il razzismo è come la servitù, sono contagiosi.
Antimafia
La Procura di Palermo dice che Saverio Romano, un signore siciliano che è diventato ministro di Berlusconi, non è mafioso, ma “potrebbe diventarlo”. La Procura di Catania rinvia a giudizio 53 su 55 imputati di mafia, escludendo il presidente della Regione Lombardo, che nel frattempo si è messo col partito Democratico, e suo fratello. Due pesi? No, due Procure criminali: la giustizia politica è il crimine peggiore.
Milano
Pisapia proietta in piazza il suo consiglio comunale, offrendo anche il risotto. Meno male che succede a Milano, così non possiamo lamentarci.
Il “Corriere della sera” trova martedì eccessivo il neo sindaco: “Ha esagerato coi toni cupi, dipingendo Milano come una città sfiancata, frustrata e spenta”. Ma anche il giornale è entusiasta del “tifo da stadio per Guliano Pisapia, diventato in pochi giorni un’icona del civismo e della democrazia partecipata”. È democrazia partecipata il megaschermo con risotto, per “pensionati e attivisti”, come dice la cronaca. Il civismo invece lo stesso giornale lo sostanzia di “veleni e zero tolleranza per l’ex sindaco Letizia Moratti”. Cioè: piazzale Loreto non fu un caso, Milano sempre vuole dire “io non c’ero” – la capitale morale di che?
Arbasino vuole le divisioni e l’odio del vicino connaturate all’Italia, e cita nel suo amarcord di domenica sul “Corriere della sera” le tante infamie sparse da Dante su città e popolazioni. Vuole dire che Bossi è come Dante?
Ma Dante sparlava anche di Firenze: quand’è che Bossi parlerà male di Milano?
Bossi: sembra di sognare.
Spassosa, anche grazie ai refusi, lode di Bocca a Bossi l’originario – uno che voleva fare “l’elettromedico”, cioè il medico col laser, “nell’équipe del professor Zuffi a Varese” (che non è mai esistito, dicono le cronahe, né a Varese né altrove), e studia il cuore “alle altre temperature”. A Bossi cioè quando non si era messo “assieme a Berlusconi e alla sua democrazia autoritaria”, nel 1993 - ma non fu nel 1993 che Bossi si mise con Berlusconi?
Bocca incontra Bossi e ne rimane fulminato – come del resto tutta Milano 1, quella che fa i giornali, le banche e l’opinione cosiddetta pubblica: “Non è stato, come si vuol far credere, un tradimento di classe, un avventurismo politico. Semplicemente ci sono state parti della borghesia che hanno visto nella Lega, se non l’uscita, un correttivo alla politica dominante delle clientele corrotte”. Nella Lega? “Nella prima amministrazione leghista di Milano”, continua Bocca, “entrarono medici, urbanisti, sociologi”. Perché, ci fu una seconda? Né si ricordano “medici, urbanisti, sociologi” nella giunta Formentini, forse scaldavano il posto. Stavano lì, dice Bocca, per “non passare per i partiti e per i loro appetiti”. Mangiavano direttamente?
Leonardo, che Milano ha coltivato, la migliore Milano, del Milan, dell’Inter, se ne va. Senza discutere, vuole solo andarsene. Non saluta nemmeno. Milano è stupita. Ma solo Milano.
Se ne va anche Eto’o, che purtroppo non si può dire un mercenario.
“The man who screwed an entire country”, l’uomo che s’inculò un paese, è il titolo grazioso dell’“Economist” per un’inchiesta sull’Italia. Condotta da un bel giovane che il “Corriere della sera” e l’ineffabile Severgnini subito incensano. Tradotta con riverenza e pubblicizzata dall’“Internazionale”, una rivista che pure non può permettersi tanta costosa pubblicità sui quotidiani. Una cosa che l’“Economist” non oserebbe per il Botswana. Ma a Milano buggerare si conferma normale.
I referendum hanno portato alle urne tutte le regioni, anche quelle che votano per il governo, in testa gli amministratori locali: si tratta di ricostituire la piccola rendita delle forniture di acqua, così essenziale, rinegoziando appalti e concessioni. I più animosi sono stati i buoni amministratori leghisti: è proprio vero che la Lega non si perde un alito di vento. Non per nulla è, all’origine, lombarda.
Il “Corriere della sera” propone un programma di buongoverno a Pisapia sotto il titolo: “Consigli da Londra, la Milano inglese”. A firma di Severgnini, che a Londra dice di essere di casa.
Napoli
“Essendo alga all’acquario” a Napoli, la poetesa Jaqueline Risset annota in più punti ella sua raccolta “Il tempo dell’istante”. Un’esperienza che ne trasfigura la visone-.. della vita: “”Questa sera\ nel corpo d’un’alga\ all’acquario\ a Napoli\ j’ai vécu:\ vita vegetale\ ma respirando la carne dell’acqua nutriente\ respiro leggero”. È un complmento: la città ha tante materialità, aggressiva, oppressiva,ma ha (ancora9 questa immaterialità.
Si indaga Bisignani – che è quello che è e tutti conoscono, su piazza da almeno quarant’anni- per indagare in realtà Alfonso Pepe. Per vendetta, perché era un sostituto Procuratore legato al procuratore capo Cordova. Che i napoletani hanno cacciato da Napoli, perché voleva sapere troppe cose.
Si è indagato Pepe con ogni mezzo illegale. Facendolo poi accusare dallo stesso Bisignani, ossia dalla sua fidanzata Valanzano, ex collaboratrice di Pepe. Furbizia? Tricchebballachhe? No, turpitudine. Totale. Evidentemente protetta – ma si sa che questi giudici amministrano soprattutto il ricatto.
Il consiglio comunale in Galleria. A mezzogiorno, senza l’aria condizionata. Applaudito dai “pensionati e i militanti”, riferisce commosso Giangiacomo Schiavi sul “Corriere della sera”, oltre che dai turisti giapponesi. Una congregazione del genere a Napoli non si è mai raccolta, che pure sempre s’innamora alla follia dei divi, col caldo che fa a fine giugno. Nemmeno per Maradona, per dire. Milano è invidiosa anche di Napoli?
“C’è attesa, curiosità, voglia di essere coinvolti (anche nella distribuzione del risotto omaggio offerto da un ristorante in piazza san Fedele)”, attesta il “Corriere della sera” del consiglio comunale a Milano: Napoli ha da imparare.
Con De Magistris Napoli si è assicurato un forte ariete per dare la colpa “agli altri”. Il neo sindaco ha fatto in fretta a riempire la città d’immondizia. Dopodiché ne ha dato la colpa al governo.
La prima decisione della giunta De Magistris a Napoli è “termovalorizzatore mai”. Il giudice mantiene gli impegni.
Ma non si può dure che non sia previdente: l’impegno fa prendere e annunciare dal vice Caputo, che il Mattino chiama “comunista gentile”, ben voluto dai parroci. Non si sa mai che la Procura cambi, e invece del gentile procuratore Lepore ne venga un altro. Si tratta infatti di un favore alla signora Marilù Faraone Mennella, sposa dell’ex presidente della Confindustria D’Amato, che su terreni del termovalorizzatore ha in progetto una valorizzazione immobiliare plurimiliardaria, NaplEst.
Viaggiando sulla Roma-Napoli, 180 km. di autostrada vigilato dal sistema Tutor, sulla seconda corsia a 130 km. l’ora, si viene costantemente sorpassati da grandi macchine tedesche coi vetri schermati che spariscono in un baleno – a 180, a 200 km. l’ora? Sono macchine ministeriali che vanno d’urgenza? E vanno tutte a Napoli? O semplicemente non pagano le multe?
Dacché la stazione di Mergellina non è più in uso, per andare nelle isole, Capri, Ischia, bisogna scendere alla Centrale, e da lì in tassì farsi portare all’imbarco degli aliscafi. Ma Da Roma almeno un paio di trasportatori hanno prosperato imbarcando i viaggiatori su grossi pullmann che li portano direttamente agli imbarchi. Napoli è proprio infetta?
leuzzi@antiit.eu
La ventura di essere lieve in più lingue
Sono poesie scelte dalle ultime pubblicazioni di J. Risset, tradotte da lei stessa. Mantenendo il mistilinguismo che caratterizza l’originale, con inserzioni di italiano e inglese. È il privilegio del traduttore, quando di più lingue è padrone – e una gioia incontenibile, anche se rara: il caso più illustre è Joyce – cui Jacqueline Risset ha dedicato il suoi primi studi, al Joyce “italiano”, che partì dalla coda “parlata” e non tradusse ma scrisse. Risset lo pratica a ragion veduta.
Ma è felice e insieme infelice sorte, avere più culture. Infelice perché oggi isola. Invitando a disperdersi, nella moltitudine moltiplicata delle possibilità, invece che a scegliere e a investire, operosi, progettuali, determinati. Riproduce in micro la dépense primitiva, una condizione isolante nell’età dell’accumulo – del tempo senza tempo, dei punteggi per la carriera. Il mistilinguismo, che è l’approdo della condivisione delle culture, diventa un po’ palude, l’angoscia del traduttore letterato, l’abbondanza-mancanza di parole, perché chi possiede più lingue continuamente inciampa in cose “che rifiutano di lasciarsi tradurre”: Jacqueline Risset stessa lo annota, la traduttrice-creatrice della “Divina commedia” in francese, che ha vissuto questa ventura. Che è biunivoca o bidirezionale: come alcune cose in francese vanno dette in italiano, o in inglese, così traducendosi in italiano la poetessa non può privarsi di un’espressione francese.
Ma sono molti i segni di questa raccolta, operata dalla stessa autrice tra le poesie date a stampa negli ultimi venticinque anni (la sua prima raccolta risale al 1971, “Jeu”). Le variazioni sottili (trasmutazioni) dello spazio e del tempo in “Essere alla finestra a Roma”, su fatti e detti di forte impatto, etico, visivo, ne sono la cifra e la misura. Lieve è la cifra delle voce: “Voce che crede\ esser nata dal nulla\....\ voce di puro futuro”. La meraviglia di vedere in una Roma “di oriental zaffiro”, nella piscina della Nocetta, “un giovane mostro con volto di vecchio\ (che) nuota piangendo”.
L’istante del titolo, e dell’ultima raccolta antologizzata, “Les Instants”, col maiuscolo, è anche, se non di più, una presenza in realtà. Talvolta costante, perfino oppressiva, altre labile. Fuggitiva, ma così è del tempo, che fugge comunque, anche tra gli “istanti”. “Lampo”, la prima poesia di questa raccolta, del 2000, l’avvicina a un’altra lettura curiosamente contemporanea e visiva, quella dei “ricordi” sorprendenti di Jacqueline de Romilly (“Les Révelations de la mémoire”) - filosofici questi ma della stessa natura, la sorpresa.
“Les Instants” è d’altra parte tra i pochi esempi di poesia civile francese del Novecento(o bisogna già dire del Duemila) – e, dopo Pasolini, rara anche in Italia. Ma su tutto prevale la ricerca e il diletto del suono, che sovrastano anche i ricordi e le emozioni. Mallarmeano questo, indotto probabilmente dalla pratica di Jacqueline quale traduttrice, di assonanze, risonanze, dissonanze (“terre\mère, tâche\cité, le fer e le verre). Intessuto dei sogni della successiva pratica surrealista-analistica: le inversioni, i giochi di parole (infime\infame, la planète bleu-bleutée, la haute atmosphère). I sogni come dissoluzione della realtà, o meglio composizione dell’irreale, dei “concetti (che) sono nuvole” (p.25).
Della nuovissima fisica francese quella, del Nobel Charpak: “The Shape of Sound”, del poema con questo titolo dedicato a Jakobson e Gertrude Stein, è la forma della storia nel suono. E della letteratura, Jacqueline Risset ha ottimi antenati. Di Flaubert e di Proust oltre che di Mallarmé, ma anche della fisica del letterato Rouseau, testimonial inatteso pure Chateabriand: il senso, il sound, e la sua forma (la “musica”). È anche il vissuto del traduttore, le parole trasformare in parole.
Jacqueline Risset, Il tempo dell’istante, Einaudi, pp.193 € 14,50
Ma è felice e insieme infelice sorte, avere più culture. Infelice perché oggi isola. Invitando a disperdersi, nella moltitudine moltiplicata delle possibilità, invece che a scegliere e a investire, operosi, progettuali, determinati. Riproduce in micro la dépense primitiva, una condizione isolante nell’età dell’accumulo – del tempo senza tempo, dei punteggi per la carriera. Il mistilinguismo, che è l’approdo della condivisione delle culture, diventa un po’ palude, l’angoscia del traduttore letterato, l’abbondanza-mancanza di parole, perché chi possiede più lingue continuamente inciampa in cose “che rifiutano di lasciarsi tradurre”: Jacqueline Risset stessa lo annota, la traduttrice-creatrice della “Divina commedia” in francese, che ha vissuto questa ventura. Che è biunivoca o bidirezionale: come alcune cose in francese vanno dette in italiano, o in inglese, così traducendosi in italiano la poetessa non può privarsi di un’espressione francese.
Ma sono molti i segni di questa raccolta, operata dalla stessa autrice tra le poesie date a stampa negli ultimi venticinque anni (la sua prima raccolta risale al 1971, “Jeu”). Le variazioni sottili (trasmutazioni) dello spazio e del tempo in “Essere alla finestra a Roma”, su fatti e detti di forte impatto, etico, visivo, ne sono la cifra e la misura. Lieve è la cifra delle voce: “Voce che crede\ esser nata dal nulla\....\ voce di puro futuro”. La meraviglia di vedere in una Roma “di oriental zaffiro”, nella piscina della Nocetta, “un giovane mostro con volto di vecchio\ (che) nuota piangendo”.
L’istante del titolo, e dell’ultima raccolta antologizzata, “Les Instants”, col maiuscolo, è anche, se non di più, una presenza in realtà. Talvolta costante, perfino oppressiva, altre labile. Fuggitiva, ma così è del tempo, che fugge comunque, anche tra gli “istanti”. “Lampo”, la prima poesia di questa raccolta, del 2000, l’avvicina a un’altra lettura curiosamente contemporanea e visiva, quella dei “ricordi” sorprendenti di Jacqueline de Romilly (“Les Révelations de la mémoire”) - filosofici questi ma della stessa natura, la sorpresa.
“Les Instants” è d’altra parte tra i pochi esempi di poesia civile francese del Novecento(o bisogna già dire del Duemila) – e, dopo Pasolini, rara anche in Italia. Ma su tutto prevale la ricerca e il diletto del suono, che sovrastano anche i ricordi e le emozioni. Mallarmeano questo, indotto probabilmente dalla pratica di Jacqueline quale traduttrice, di assonanze, risonanze, dissonanze (“terre\mère, tâche\cité, le fer e le verre). Intessuto dei sogni della successiva pratica surrealista-analistica: le inversioni, i giochi di parole (infime\infame, la planète bleu-bleutée, la haute atmosphère). I sogni come dissoluzione della realtà, o meglio composizione dell’irreale, dei “concetti (che) sono nuvole” (p.25).
Della nuovissima fisica francese quella, del Nobel Charpak: “The Shape of Sound”, del poema con questo titolo dedicato a Jakobson e Gertrude Stein, è la forma della storia nel suono. E della letteratura, Jacqueline Risset ha ottimi antenati. Di Flaubert e di Proust oltre che di Mallarmé, ma anche della fisica del letterato Rouseau, testimonial inatteso pure Chateabriand: il senso, il sound, e la sua forma (la “musica”). È anche il vissuto del traduttore, le parole trasformare in parole.
Jacqueline Risset, Il tempo dell’istante, Einaudi, pp.193 € 14,50
mercoledì 22 giugno 2011
Benjamin esorcizza coi sonetti l’attrazione della morte
Un decennio sotto la soggezione di Heinle, poeta più giovane di due anni, che Walter Benjamin conobbe nella primavera del 1913 all’università di Friburgo, e dopo un anno si uccise con la fidanzata Rika Seligson per lo sconforto, pochi giorno dopo l’inizio della guerra. Benjamin ne curerà la memoria per un decennio, scrivendo sonetti, settantacinque in tutto, in tre raccolte, fino al 1925. Dieci anni di sortilegi in realtà, in funzione apotropaica. Molti di questi sonetti, soprattutto della prima raccolta di cinquanta, hanno andamento canzonettistico – i Lieder, quando non sono sull’amore, sono sulla morte. Altri vagano in affanno, incerti, concettosi
Altri sonetti qui inclusi, sono sul matrimonio con Dora Kellner, che per Walter aveva divorziato da un precedente marito, Max Pollak, ma poi ne era stata lasciata per la scultrice Jula Cohn – una infatuazione di pochi mesi: dopo i sei sonetti in suo onore Walter la lascerà per Asja Lacis (nel mentre che andava in vacanza, a Ibiza e altrove, con le provvidenze di Gretel Karplus, amica molto intima moglie del futuro curatore della sua memoria Theodor W. Adorno – se andava a San Remo, invece, stava dall’ex moglie Dora, nella sua pensione Villa Verde).
È un’edizione un po’tirata via. Un’introduzione criptica di Rolf Tiedemann spiega che “le poesie dedicate alla morte dell’amico poeta rappresentano contraffatture capovolte dei componimenti della «stella del patto» di George, ma anche del «settimo anello»”. Si tratta della raccolta “Il settimo anello”, 1907, dove Stefan George celebra a più riprese l’amore del giovane Maximilian Kronberger, e della successiva “La stella del patto”, 1914, tutta centrata su Maximin. Non era un rapporto gay, quello di George con Maximilian-Maximin, da lui avvicinato per strada sedicenne, bensì platonico, pare, di guida spirituale ed estetica. Ma quando Maximin morì, due anni dopo, il poeta a lungo non se ne dette pace. Nella seconda raccolta, sempre in onore di Maximin, George ipotizza allo scoppio della guerra una società non più militarista e materialista.
Nulla di tutto questo in Benjamin. Che era molto socievole, se non un chiacchierone, e non era malato di “cenacolite” o cenobitismo: non ambiva a circoli chiusi, eletti, né a rapporti esclusivi, ancorché platonici. Il rapporto, non lungo, non specialmente intimo, con Heinle, lo opprimerà per dieci anni per l’angoscia della sua morte, risentita come una minaccia incombente sul proprio equilibrio: leggendo la raccolta, non si trova un altro filo. Benjamin, che non scriveva poesie, diventa poeta quando Heinle si suicida. È la sua maniera di reagire allo sconforto, spiega al grande amico di una vita Gershom Scholem. E questo farà: i dieci anni di sonetti in morte di Heinle, un amico fra i tanti ma suicida “per nessun motivo”, hanno soprattutto la funzione di scongiurare un cedimento, una tentazione analoga – “la fatica lieve dell’ora della morte”. La stessa socievolezza ha in Benjamn la funzione di allontanare la malinconia. La scelta del sonetto, forma da polire, di applicazione costante più che d’invenzione, confluisce in questa lettura, come un esercizio di attenzione prolungato, un’operosità scacciaumori – sarà per questo che i sonetti sono secchi?
Di Heinle, e del rapporto con Benjamin, Tiedemann fornisce un ritratto in appendice (che debutta con un refuso: “Quando nella primavera del 1923”, che è invece il 1913). Un rapporto di pochi contatti, non sempre concordi. Benjamin ne ama le (poche) poesie che gli capita di leggere – che però non sembrano granché, almeno quelle qui riprodotte da Tiedemann. E ne patrocina un paio di volte la collaborazione a “Der Anfang”, che però gliela rifiuta. Dal ritratto di Tiedemann sembra di arguire che Heinle abbia lasciato le sue carte a Benjamin, dato che questi “nel 1933, al’inizio dell’emigrazione, dovette lasciar(l)e a Berlino”. Ma Benjamin ne parla poco, a parte i sonetti. Di una conferenza su Heinle tenuta nel dicembre 1922 a Heidelberg dice che era “un lavoro svogliato” – caduto per di più “nell’incomprensione e lo snobismo” dei frequentatori del salotto di Marianne Weber.
Walter Benjamin. Sonetti e poesie sparse, Einaudi, pp. 228, € 15
Altri sonetti qui inclusi, sono sul matrimonio con Dora Kellner, che per Walter aveva divorziato da un precedente marito, Max Pollak, ma poi ne era stata lasciata per la scultrice Jula Cohn – una infatuazione di pochi mesi: dopo i sei sonetti in suo onore Walter la lascerà per Asja Lacis (nel mentre che andava in vacanza, a Ibiza e altrove, con le provvidenze di Gretel Karplus, amica molto intima moglie del futuro curatore della sua memoria Theodor W. Adorno – se andava a San Remo, invece, stava dall’ex moglie Dora, nella sua pensione Villa Verde).
È un’edizione un po’tirata via. Un’introduzione criptica di Rolf Tiedemann spiega che “le poesie dedicate alla morte dell’amico poeta rappresentano contraffatture capovolte dei componimenti della «stella del patto» di George, ma anche del «settimo anello»”. Si tratta della raccolta “Il settimo anello”, 1907, dove Stefan George celebra a più riprese l’amore del giovane Maximilian Kronberger, e della successiva “La stella del patto”, 1914, tutta centrata su Maximin. Non era un rapporto gay, quello di George con Maximilian-Maximin, da lui avvicinato per strada sedicenne, bensì platonico, pare, di guida spirituale ed estetica. Ma quando Maximin morì, due anni dopo, il poeta a lungo non se ne dette pace. Nella seconda raccolta, sempre in onore di Maximin, George ipotizza allo scoppio della guerra una società non più militarista e materialista.
Nulla di tutto questo in Benjamin. Che era molto socievole, se non un chiacchierone, e non era malato di “cenacolite” o cenobitismo: non ambiva a circoli chiusi, eletti, né a rapporti esclusivi, ancorché platonici. Il rapporto, non lungo, non specialmente intimo, con Heinle, lo opprimerà per dieci anni per l’angoscia della sua morte, risentita come una minaccia incombente sul proprio equilibrio: leggendo la raccolta, non si trova un altro filo. Benjamin, che non scriveva poesie, diventa poeta quando Heinle si suicida. È la sua maniera di reagire allo sconforto, spiega al grande amico di una vita Gershom Scholem. E questo farà: i dieci anni di sonetti in morte di Heinle, un amico fra i tanti ma suicida “per nessun motivo”, hanno soprattutto la funzione di scongiurare un cedimento, una tentazione analoga – “la fatica lieve dell’ora della morte”. La stessa socievolezza ha in Benjamn la funzione di allontanare la malinconia. La scelta del sonetto, forma da polire, di applicazione costante più che d’invenzione, confluisce in questa lettura, come un esercizio di attenzione prolungato, un’operosità scacciaumori – sarà per questo che i sonetti sono secchi?
Di Heinle, e del rapporto con Benjamin, Tiedemann fornisce un ritratto in appendice (che debutta con un refuso: “Quando nella primavera del 1923”, che è invece il 1913). Un rapporto di pochi contatti, non sempre concordi. Benjamin ne ama le (poche) poesie che gli capita di leggere – che però non sembrano granché, almeno quelle qui riprodotte da Tiedemann. E ne patrocina un paio di volte la collaborazione a “Der Anfang”, che però gliela rifiuta. Dal ritratto di Tiedemann sembra di arguire che Heinle abbia lasciato le sue carte a Benjamin, dato che questi “nel 1933, al’inizio dell’emigrazione, dovette lasciar(l)e a Berlino”. Ma Benjamin ne parla poco, a parte i sonetti. Di una conferenza su Heinle tenuta nel dicembre 1922 a Heidelberg dice che era “un lavoro svogliato” – caduto per di più “nell’incomprensione e lo snobismo” dei frequentatori del salotto di Marianne Weber.
Walter Benjamin. Sonetti e poesie sparse, Einaudi, pp. 228, € 15
Letture - 66
letterautore
Camilleri – Esercita, ne ha quasi l’ansia, una curiosa forma di correttezza politica: la sua militanza comunista dai diciotto anni nel 1943. Nella lunga conversazione con Francesco Piccolo, che segue a “La tripla vita di Michele Sparacino”, la esercita in confronto al padre. Che invece era stato fascista, e non se ne pentiva. Nella stessa intervista spiega l’ordine maniacale con cui scrive, ogni “Montalbano” di 180 cartelle word, divise di 118 capitoli di 10 pagine l’uno, e ogni racconto di 24 cartelle, divise in 6 capitoli di 4 pagine. Ma manifesta una paura invincibile, sebbene non “corretta”, della giustizia, specie del giudizio dell’opinione comune.
Anche di De Gasperi ha una visione da compromesso storico. Lo vede che scrive il “discorso splendido” di Parigi alla conferenza di pace (“Sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me”) “la notte avanti, con Togliatti, Nenni, Sforza, che gli dicevano: «Leva la virgola, sposta la parola», eccetera”. E fa rivivere al padre in punto di morte la scena in era stato promosso capitano per meriti di guerra: “Era agli ordini di Emilio Lussu. Lui era Lussu, e io ero lui. Urlava: «Tenente Camilleri, non faccia il coglione, si defili!»”. Ma Lussu era tenente (di complemento), sarà promosso capitano al congedo. Ed era inquadrato in una Brigata Sassari, costituita su base regionale, di sardi in prevalenza contadini e pastori.
Nessuna commozione invece quando Alicata, funzionario Pci, “chiude” “il Politecnico”, rivista Einaudi, per ripicca contro Vittorini. Camilleri aspettava la pubblicazione di alcune sue poesie sul “Politecnico”, promessa da Vittorini, e non tenendosi dalla gioia era andato per questo a Milano. Vittorini l’aveva visto volentieri, in quanto siciliano, ed era andato con lui a passeggio e a pranzo. Una giornata insomma memorabile. Al termine della quale Vittorini dà a Camilleri “l’Unità”, con “l’articolo di Alicata”. Ed è tutto.
Un mondo, insomma, di destra. La stessa concezione che Camilleri ha del Pci e del movimento è di destra: del galantomismo, per l’ordine e il coraggio. Il che non vuol dire che lui stesso non possa essere stato del Pci fin da ragazzo, come pretende: il Pci si riconosce anche in Malaparte e Montanelli, perfino in Longanesi. È possibile. Ma, scrivendo, Camilleri privilegia di fatto la verità: la spia è nell’assenza del “tutto mafia”, l’idiozia del Pci che lo ha sradicato presto dalla Sicilia.
Conan Doyle - Ernst Bloch, in “Tracce”, 45 (“Nobile apparenza”), ne fa il testimonial del ruolo scambievole, “con violenza”, tra innocenza e salvezza e i loro opposti - o dell’eterogeneità dei fini nella storia? A proposto di una delle tante cause umanitarie nelle quali C.Doyle s’impegnò, l’affare Slater, per il riconoscimento dell’innocenza del condannato, in quanto scrittore “altrettanto famoso da qualche tempo per la sua nobiltà di giurista al servizio del diritto”. Bloch ne rileva l’impegno disinteressato (“l’umanità tutta nuda, senza alcun secondo fine, senza nemmeno delle ragioni politiche come nell’affare Dreyfus”) e oneroso (“ha consacrato sforzi, sacrifici, appelli, voci fantomatiche di ogni sorta”) per la liberazione di un innocente ai lavori forzati da oltre vent’anni. Il quale però, una volta liberato e risarcito, è irriconoscente, si fa fotografare da ricco uomo soddisfatto sui rotocalchi, e pensa agli affari suoi. Mentre a C. Doyle non resta “che la noia della moralità o il disgusto d’aver lottato per un ecce homo e vinto per un uomo d’affari”. Allora fa il conto di quanto ha speso per la liberazione di Slater e glielo manda. Slater risponde che non gli ha chiesto nulla e quindi non gli deve nulla. “E così Conan Doyle ha denunziato il suo Florestano, trascinando davanti ai tribunali colui che aveva strappato ai tribunali, per mandarlo, invece che ai lavori forzati, alla prigione per debiti”.
Tanto impegnato nella società quanto trascurato nella scrittura. Sempre trasandata, squilibrata, tirata via. Questo c’entra nel successo di S.Holmes? Altiero Spinelli, “La goccia e la roccia”, 97, deriva dall’esperienza una verità utile: “La via «razionale» dell’osservare, astrarre, scoprire concordanze, ecc., è un’ingenua sciocchezza. Il linguaggio mitico è una necessità”.
Il “metodo” di Sherlock Holmes è già in “Tristram Shandy”, VI, 5: “Vi sono mille spiragli attraverso cui l’occhio penetrante può scoprire di primo acchito l’animo di un uomo”.
L’induzione invece Bacone, “Cogitata et visa”, XIV. (p.80), riporta a Platone: “Platone è il Maestro dell’induzione. Ma ha condotto solo indagini vaghe, ricavandone forme astratte”.
Gelosia – Non c’è nelle scrittrici. Che anzi professano, e fanno professare alle loro personagge si può dire? si dirà), che non solo non praticano questa passione ma ce l’hanno in odio.
Giallo – Ha la forza, in ambiente borghese e razionale, della demiurgia. Ogni vicenda sta in piedi anche senza il detective, Sherlock Holmes, Poirot, Maigret, Marlowe, Montalbano. Ma è un altro romanzo, come ce ne sono tanti, d’amore, d’avventura, di costume, storici. Il demiurgo fa la differenza. Anche se non risolve (non più nel noir): misura gli eventi, li spurga, li devitalizza. È il dentista.
Giallo è anche “Thérèse Desqueyroux”, e “Nodo di vipere”. Perfino “I promessi sposi”: uno aspetta di vedere che fine fanno i cattivi. O “L’uomo e il mare”, o opere altrettanto statiche, liriche. Le poesie delle ninfe, gli inni omerici….La differenza è che nel giallo non c’è altro.
Pound- Kerouac alla prima pagina dei “Sotterranei” inquadra così i suoi amici e se stesso: “Sono hips intellettuali e sanno tutto su Pound”. L’inglese sarà stata nel Novecento la lingua più innovativa e espressiva in letteratura – benché semplificata nel lessico, malgrado l’incredibile innovatività che varia perfino anno per anno – con strategie espressive continuamente rivoluzionate, da Joyce a Beckett, da V. Woolf a Faulkner, da Hemingway a Burroughs e Kerouac, dalla ripresa del monologo sterniano, sia pure nella terza indiretta, (V. Woolf, Faulkner, Carson McCullers, Salinger, Foster Wallace) all’asintatticità di H. Miller, alle innumerevoli variazioni degli scrittori in inglese dei cinque continenti, dagli anglo-indiani al russo Nabokov, grazie a Pound. Prima era la lingua più stabile, perfino addormentata. Anche rispetto alle lingue e letterature ancorate per programma all’accademia, come in Italia o in Spagna. L’impulso al cambiamento fu opera (teoria e pratica) di Pound, con costanza, con sacrificio – Pound ha molto dato a T.S.Eliot, Joyce, Lowell, W.C.Wiliams, gli stessi G. Stein e Hemingway, ma non ha debiti (mentre riconosce nella corrispondenza la generosità di Yeats e Ford Madox Ford).
Pound paga la sua “follia”, come l’ha definita il tribunale Usa, antiamericana e antisemita alla radio di Mussolini dopo il 1943, ma è il rivoluzionario del Novecento, l’unico di successo. La rivoluzione del Novecento, in mezzo a tante catastrofi, la guerra di trincea, l’Olocausto, l’atomica e lo sterminato libro nero del comunismo, è quella che ha rivoluzionato il concetto stesso di catastrofe, e Pound più di altri ne è l’artefice – per “altri” intendendosi Majakovskij genialissimo, Joyce, Beckett e i tanti epigoni americani.
Molti poeti americani furono filofascisti. Oltre T.S.Eliot, Cummings, espulso dalla Francia nel 1940 per disfattismo, Lowell, grande ammiratore di Hitler, Pound, antihitleriano ma fascista.
Edward W. Said, “The Mind of Winter. Reflections on mind in exile” (“Harper’s Magazine”, settembre 1984), un breve saggio di sette pagine sulla “mente in esilio”, ne fa l’“esiliato volontario”. Chi si sradica per una maggiore libertà. Come Joyce, Beckett, Nabokov – o Dante e Petrarca, la tradizione è lunga.
Settecento – Il secolo dei lumi è singolarmente scatologico per voler essere realista (razionale): le lettere di Mozart, quelle di Voltaire, quelle della Isabelle di Borbone-Parma, e perfino del moralista Federico il Grande di Prussia. Oltre alle tante scritture pornografiche. Sade estremizza una realtà.
Versi satanici – Ricorrendo i vent’anni della fatwa di Khomeini contro i “Versi satanici”, Marco Ventura ricorda sul “Corriere della sera” il 15 giugno che per il romanzo di Rushdie fu ucciso il traduttore giapponese e furono feriti il traduttore italiano, Capriolo, e l’editore norvegese, con danni gravi, fisici e psicologici. Che Rushdie non fece nemmeno una telefonata a Capriolo. E che “migliaia di manifestanti” a Bradford e Londra cosparsero di paraffina e incendiarono i libri di Rushdie. Ma l’etnocentrismo e l’imperialismo (il fondamentalismo islamico è una forma di etnocentrismo e imperialismo) Ventura dice sempre europei. Oggi e non cent’anni fa – mondo remotissimo alla velocità attuale della storia. Del cristianesimo e non dell’islam fondamentalista. “Negli stessi anni in cui respingevano i ricorsi contro Rushdie perché offendere l’islam non è reato,”, scrive, “i giudici inglesi condannavano chi offendeva il cristianesimo e vietavano la visione di film blasfemi su santa Teresa d’Avila”. I giudici inglesi forse no. Comunque, non è possibile confondere Khomeini con l’islam.
letterautore@antiit.eu
Camilleri – Esercita, ne ha quasi l’ansia, una curiosa forma di correttezza politica: la sua militanza comunista dai diciotto anni nel 1943. Nella lunga conversazione con Francesco Piccolo, che segue a “La tripla vita di Michele Sparacino”, la esercita in confronto al padre. Che invece era stato fascista, e non se ne pentiva. Nella stessa intervista spiega l’ordine maniacale con cui scrive, ogni “Montalbano” di 180 cartelle word, divise di 118 capitoli di 10 pagine l’uno, e ogni racconto di 24 cartelle, divise in 6 capitoli di 4 pagine. Ma manifesta una paura invincibile, sebbene non “corretta”, della giustizia, specie del giudizio dell’opinione comune.
Anche di De Gasperi ha una visione da compromesso storico. Lo vede che scrive il “discorso splendido” di Parigi alla conferenza di pace (“Sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me”) “la notte avanti, con Togliatti, Nenni, Sforza, che gli dicevano: «Leva la virgola, sposta la parola», eccetera”. E fa rivivere al padre in punto di morte la scena in era stato promosso capitano per meriti di guerra: “Era agli ordini di Emilio Lussu. Lui era Lussu, e io ero lui. Urlava: «Tenente Camilleri, non faccia il coglione, si defili!»”. Ma Lussu era tenente (di complemento), sarà promosso capitano al congedo. Ed era inquadrato in una Brigata Sassari, costituita su base regionale, di sardi in prevalenza contadini e pastori.
Nessuna commozione invece quando Alicata, funzionario Pci, “chiude” “il Politecnico”, rivista Einaudi, per ripicca contro Vittorini. Camilleri aspettava la pubblicazione di alcune sue poesie sul “Politecnico”, promessa da Vittorini, e non tenendosi dalla gioia era andato per questo a Milano. Vittorini l’aveva visto volentieri, in quanto siciliano, ed era andato con lui a passeggio e a pranzo. Una giornata insomma memorabile. Al termine della quale Vittorini dà a Camilleri “l’Unità”, con “l’articolo di Alicata”. Ed è tutto.
Un mondo, insomma, di destra. La stessa concezione che Camilleri ha del Pci e del movimento è di destra: del galantomismo, per l’ordine e il coraggio. Il che non vuol dire che lui stesso non possa essere stato del Pci fin da ragazzo, come pretende: il Pci si riconosce anche in Malaparte e Montanelli, perfino in Longanesi. È possibile. Ma, scrivendo, Camilleri privilegia di fatto la verità: la spia è nell’assenza del “tutto mafia”, l’idiozia del Pci che lo ha sradicato presto dalla Sicilia.
Conan Doyle - Ernst Bloch, in “Tracce”, 45 (“Nobile apparenza”), ne fa il testimonial del ruolo scambievole, “con violenza”, tra innocenza e salvezza e i loro opposti - o dell’eterogeneità dei fini nella storia? A proposto di una delle tante cause umanitarie nelle quali C.Doyle s’impegnò, l’affare Slater, per il riconoscimento dell’innocenza del condannato, in quanto scrittore “altrettanto famoso da qualche tempo per la sua nobiltà di giurista al servizio del diritto”. Bloch ne rileva l’impegno disinteressato (“l’umanità tutta nuda, senza alcun secondo fine, senza nemmeno delle ragioni politiche come nell’affare Dreyfus”) e oneroso (“ha consacrato sforzi, sacrifici, appelli, voci fantomatiche di ogni sorta”) per la liberazione di un innocente ai lavori forzati da oltre vent’anni. Il quale però, una volta liberato e risarcito, è irriconoscente, si fa fotografare da ricco uomo soddisfatto sui rotocalchi, e pensa agli affari suoi. Mentre a C. Doyle non resta “che la noia della moralità o il disgusto d’aver lottato per un ecce homo e vinto per un uomo d’affari”. Allora fa il conto di quanto ha speso per la liberazione di Slater e glielo manda. Slater risponde che non gli ha chiesto nulla e quindi non gli deve nulla. “E così Conan Doyle ha denunziato il suo Florestano, trascinando davanti ai tribunali colui che aveva strappato ai tribunali, per mandarlo, invece che ai lavori forzati, alla prigione per debiti”.
Tanto impegnato nella società quanto trascurato nella scrittura. Sempre trasandata, squilibrata, tirata via. Questo c’entra nel successo di S.Holmes? Altiero Spinelli, “La goccia e la roccia”, 97, deriva dall’esperienza una verità utile: “La via «razionale» dell’osservare, astrarre, scoprire concordanze, ecc., è un’ingenua sciocchezza. Il linguaggio mitico è una necessità”.
Il “metodo” di Sherlock Holmes è già in “Tristram Shandy”, VI, 5: “Vi sono mille spiragli attraverso cui l’occhio penetrante può scoprire di primo acchito l’animo di un uomo”.
L’induzione invece Bacone, “Cogitata et visa”, XIV. (p.80), riporta a Platone: “Platone è il Maestro dell’induzione. Ma ha condotto solo indagini vaghe, ricavandone forme astratte”.
Gelosia – Non c’è nelle scrittrici. Che anzi professano, e fanno professare alle loro personagge si può dire? si dirà), che non solo non praticano questa passione ma ce l’hanno in odio.
Giallo – Ha la forza, in ambiente borghese e razionale, della demiurgia. Ogni vicenda sta in piedi anche senza il detective, Sherlock Holmes, Poirot, Maigret, Marlowe, Montalbano. Ma è un altro romanzo, come ce ne sono tanti, d’amore, d’avventura, di costume, storici. Il demiurgo fa la differenza. Anche se non risolve (non più nel noir): misura gli eventi, li spurga, li devitalizza. È il dentista.
Giallo è anche “Thérèse Desqueyroux”, e “Nodo di vipere”. Perfino “I promessi sposi”: uno aspetta di vedere che fine fanno i cattivi. O “L’uomo e il mare”, o opere altrettanto statiche, liriche. Le poesie delle ninfe, gli inni omerici….La differenza è che nel giallo non c’è altro.
Pound- Kerouac alla prima pagina dei “Sotterranei” inquadra così i suoi amici e se stesso: “Sono hips intellettuali e sanno tutto su Pound”. L’inglese sarà stata nel Novecento la lingua più innovativa e espressiva in letteratura – benché semplificata nel lessico, malgrado l’incredibile innovatività che varia perfino anno per anno – con strategie espressive continuamente rivoluzionate, da Joyce a Beckett, da V. Woolf a Faulkner, da Hemingway a Burroughs e Kerouac, dalla ripresa del monologo sterniano, sia pure nella terza indiretta, (V. Woolf, Faulkner, Carson McCullers, Salinger, Foster Wallace) all’asintatticità di H. Miller, alle innumerevoli variazioni degli scrittori in inglese dei cinque continenti, dagli anglo-indiani al russo Nabokov, grazie a Pound. Prima era la lingua più stabile, perfino addormentata. Anche rispetto alle lingue e letterature ancorate per programma all’accademia, come in Italia o in Spagna. L’impulso al cambiamento fu opera (teoria e pratica) di Pound, con costanza, con sacrificio – Pound ha molto dato a T.S.Eliot, Joyce, Lowell, W.C.Wiliams, gli stessi G. Stein e Hemingway, ma non ha debiti (mentre riconosce nella corrispondenza la generosità di Yeats e Ford Madox Ford).
Pound paga la sua “follia”, come l’ha definita il tribunale Usa, antiamericana e antisemita alla radio di Mussolini dopo il 1943, ma è il rivoluzionario del Novecento, l’unico di successo. La rivoluzione del Novecento, in mezzo a tante catastrofi, la guerra di trincea, l’Olocausto, l’atomica e lo sterminato libro nero del comunismo, è quella che ha rivoluzionato il concetto stesso di catastrofe, e Pound più di altri ne è l’artefice – per “altri” intendendosi Majakovskij genialissimo, Joyce, Beckett e i tanti epigoni americani.
Molti poeti americani furono filofascisti. Oltre T.S.Eliot, Cummings, espulso dalla Francia nel 1940 per disfattismo, Lowell, grande ammiratore di Hitler, Pound, antihitleriano ma fascista.
Edward W. Said, “The Mind of Winter. Reflections on mind in exile” (“Harper’s Magazine”, settembre 1984), un breve saggio di sette pagine sulla “mente in esilio”, ne fa l’“esiliato volontario”. Chi si sradica per una maggiore libertà. Come Joyce, Beckett, Nabokov – o Dante e Petrarca, la tradizione è lunga.
Settecento – Il secolo dei lumi è singolarmente scatologico per voler essere realista (razionale): le lettere di Mozart, quelle di Voltaire, quelle della Isabelle di Borbone-Parma, e perfino del moralista Federico il Grande di Prussia. Oltre alle tante scritture pornografiche. Sade estremizza una realtà.
Versi satanici – Ricorrendo i vent’anni della fatwa di Khomeini contro i “Versi satanici”, Marco Ventura ricorda sul “Corriere della sera” il 15 giugno che per il romanzo di Rushdie fu ucciso il traduttore giapponese e furono feriti il traduttore italiano, Capriolo, e l’editore norvegese, con danni gravi, fisici e psicologici. Che Rushdie non fece nemmeno una telefonata a Capriolo. E che “migliaia di manifestanti” a Bradford e Londra cosparsero di paraffina e incendiarono i libri di Rushdie. Ma l’etnocentrismo e l’imperialismo (il fondamentalismo islamico è una forma di etnocentrismo e imperialismo) Ventura dice sempre europei. Oggi e non cent’anni fa – mondo remotissimo alla velocità attuale della storia. Del cristianesimo e non dell’islam fondamentalista. “Negli stessi anni in cui respingevano i ricorsi contro Rushdie perché offendere l’islam non è reato,”, scrive, “i giudici inglesi condannavano chi offendeva il cristianesimo e vietavano la visione di film blasfemi su santa Teresa d’Avila”. I giudici inglesi forse no. Comunque, non è possibile confondere Khomeini con l’islam.
letterautore@antiit.eu
lunedì 20 giugno 2011
Per ogni P2 una Pn vincente – o Bisignani spione di se stesso
Le cimici in casa di Bisignani, chiacchierone incontenibile, non sono una trovata degna di Woodcock. Neanche di Napoli, che è ben sottile. Sono gli sbirri spioni a cercare i Woodcock, magari dopo una spiata? Perché allora Woodcock non ci fa sentire le cimici in casa di una puttana? Magari di una escort?
Una P 4 composta di quattro persone, poi, non è una cosa convincente. Di cui due, le antenne della loggia, sbirri semplici. Giudice Woodcock, che cosa ci nasconde? Si sa come vanno queste cose: per ogni P 2 o 4 che salta c’è una P n che si impone.
A meno che Luigi Bisignani non sia la testa, oltre che la coda, del serpente. Non per la moda dell’autoattentato – quella è roba milanese. No, proprio per voler essere a capo dell’Italia dei segreti, non da ora. Per averci provato, magari anche dentro i servizi veri, sicuramente da fuori, in proprio, anzi per esserci dedicato, con costanza. Non sarà per caso che abbondano le articolesse di chi assicura “io lo conoscevo bene”. E tutte ne fanno un Talleyrand e un Fouché insieme, perfino un altro Andreotti. Oppure i giornalisti solo conoscono le anticamere delle anticamere? Più che altro s’immaginano cose – discariche, su cui ributtare le turpitudini e ripulirsi.
Luigi ha sempre avuto il gusto del protagonismo segreto, da quando aveva vent’anni e faceva il praticante all’Ansa, che si aureolava segretario o confidente di ministri, cardinali e banchieri. Poiché è ormai indubbio che c’è un Grande Orecchio che ci controlla, con un elenco e un calendario dettagliati di vittime e scandali, Gigi potrebbe avere realizzato il suo disegno giovanile, raccogliendo infine tanti nomi che contano nella sua agenda parlata, al telefono - il giudice Woodcock potrebbe in realtà entrarci poco, lui è uno che si diverte, sa stare alla superficie.
Una P 4 composta di quattro persone, poi, non è una cosa convincente. Di cui due, le antenne della loggia, sbirri semplici. Giudice Woodcock, che cosa ci nasconde? Si sa come vanno queste cose: per ogni P 2 o 4 che salta c’è una P n che si impone.
A meno che Luigi Bisignani non sia la testa, oltre che la coda, del serpente. Non per la moda dell’autoattentato – quella è roba milanese. No, proprio per voler essere a capo dell’Italia dei segreti, non da ora. Per averci provato, magari anche dentro i servizi veri, sicuramente da fuori, in proprio, anzi per esserci dedicato, con costanza. Non sarà per caso che abbondano le articolesse di chi assicura “io lo conoscevo bene”. E tutte ne fanno un Talleyrand e un Fouché insieme, perfino un altro Andreotti. Oppure i giornalisti solo conoscono le anticamere delle anticamere? Più che altro s’immaginano cose – discariche, su cui ributtare le turpitudini e ripulirsi.
Luigi ha sempre avuto il gusto del protagonismo segreto, da quando aveva vent’anni e faceva il praticante all’Ansa, che si aureolava segretario o confidente di ministri, cardinali e banchieri. Poiché è ormai indubbio che c’è un Grande Orecchio che ci controlla, con un elenco e un calendario dettagliati di vittime e scandali, Gigi potrebbe avere realizzato il suo disegno giovanile, raccogliendo infine tanti nomi che contano nella sua agenda parlata, al telefono - il giudice Woodcock potrebbe in realtà entrarci poco, lui è uno che si diverte, sa stare alla superficie.
Problemi di base - 64
spock
Abbiamo salvato le acque da Mosè?
Perché le Gradi Firme, Arbasino, Citati, Turani, lasciano “la Repubblica”? Non è mica l’Inter.
Perché ciò che va bene in Germania non si può fare in Italia? La Germania è meno democratica? Il Censore Unico non lo permette?
L’Italia fa il massimo sforzo contro Tripoli per avere più case da ricostruire? Più bombe e missili da sostituire? Per non venire meno alla storia?
Obama fa la guerra a Gheddafi come Reagan la fece a Granada? E perché la tira in lungo?
Nella guerra di Sarkozy è l’Italia che soprattutto ha bombardato e bombarda la Libia. Lo dice il governo americano, ma non è una notizia in Italia: c’è un Censore Unico?
Perché le bombe intelligenti non beccano Gheddafi e la fanno finita?
.
“Gheddafi usa gli stupri come un’arma di guerra”, denuncia infine Hillary Clinton. Dopo aver preso il viagra. Ora, gli stupri mancavano, anche questo sito l’aveva denunciato. Ma gli Usa perché ci governano con così poca sottigliezza?
spock@antiit.eu
Abbiamo salvato le acque da Mosè?
Perché le Gradi Firme, Arbasino, Citati, Turani, lasciano “la Repubblica”? Non è mica l’Inter.
Perché ciò che va bene in Germania non si può fare in Italia? La Germania è meno democratica? Il Censore Unico non lo permette?
L’Italia fa il massimo sforzo contro Tripoli per avere più case da ricostruire? Più bombe e missili da sostituire? Per non venire meno alla storia?
Obama fa la guerra a Gheddafi come Reagan la fece a Granada? E perché la tira in lungo?
Nella guerra di Sarkozy è l’Italia che soprattutto ha bombardato e bombarda la Libia. Lo dice il governo americano, ma non è una notizia in Italia: c’è un Censore Unico?
Perché le bombe intelligenti non beccano Gheddafi e la fanno finita?
.
“Gheddafi usa gli stupri come un’arma di guerra”, denuncia infine Hillary Clinton. Dopo aver preso il viagra. Ora, gli stupri mancavano, anche questo sito l’aveva denunciato. Ma gli Usa perché ci governano con così poca sottigliezza?
spock@antiit.eu
domenica 19 giugno 2011
Tributo, con epicedio, a Foucault
Per i sessant’anni della Bur i primi quattro capitoli di “Le parole e le cose. Un’archeologia delle scienze umane” con cui Foucault nel 1966 si instaurava interprete del mondo. Un’opera molto settecentesca, di sapere totale, che seguita alla rivelatrice “Storia della follia nell’età classica” (1963) e anticipava la “storia della clinica” (1969). Una lettura fantastica di Velasquez, “Las Meninas”, la prosa del mondo, il “Don Chisciotte” col Cartesio delle “Regulae” e l’inizio della “rappresentazione”, e infine sotto il titolo “Parlare”, la nascita del commento e la grammatica, con l’articolazione, la designazione eccetera. Qui con una formidabile, benché breve, introduzione di Maurizio Ferraris. Che ci fa scoprire Foucault come Molière aveva edotto Monsieur Jourdain, che tutta la vita aveva parlato la prosa e non lo sapeva.
Foucault sta in mezza paginetta, spiega Ferraris, in due coup de théâtre: “L’uomo non è che un’invenzione recente («a pagina 395 dell’edizione originale», dice Ferraris, ma anche subito per la verità, alla settima pagina della prefazione dell’autore che questa edizioncina omette), una figura che non ha nemmeno due secoli, una semplice piega del nostro sapere” – nostro, di chi? E: “Come è venuto può anche andarsene, scomparire”. Va e viene per le evoluzioni dell’epistème, l’organizzazione del discorso. L’uomo insomma è un po’ suicida, come vuole l’epistème del momento.
C’è una (non voluta?) ironia nella nota di Ferraris. Che è un epicedio, seppure entusiasta. Per un fuoco d’artificio spento, già cenere, volatile: tanto ingegno in Foucault che sembra quello che è, tanto brillante (piena di sé) quanto inerte e inutile. Un testamento, già alla fioritura. Ma tutto questo succede tardi per questo libretto, dove invece Foucault cavalca pieno di sicurezze, come un cavaliere della vecchia epistème. Forte anche della sua stessa ironia – l’attacco della voluminosa ricerca è: “Questo libro nasce da un testo di Borges; dal riso che la sua lettura provoca”, ha provocato in Foucault.
I meriti di Foucault non sono da dire. A distanza colpisce pure la rilettura pionieristica del secondo Cinquecento, che è quasi tutto italiano: Cardano, Campanella, Cesalpino, Aldrovandi, Porta. Con una conclusione però da philosophe del Settecento: “Il sapere del XVImo secolo si è condannato a non conoscere mai altro che l’identico”, attraverso cataloghi, elenchi, enumerazioni, e la “categoria, fin troppo illustre, del microcosmo” – che ora è in auge proprio in Francia. E con scorciatoie mozzafiato, per il lato ripido della montagna, nel cap. centrale, “La prosa del mondo”: Dopo lo stoicismo, il sistema dei segni nel mondo occidentale era stato ternario, dato che in esso venivano riconosciuti il significante, il significato e la congiuntura (il τύγχανον in greco). A partite dal XVII secolo, in compenso, la disposizione dei segni diverrà binaria, definendosi, con Port Royal, attraverso il legame di un significante con un significato”. Alcune diecine di “cose” in sei righe. E la “cultura occidentale moderna” si caratterizza per “il fronteggiarsi di poesia e di follia”? Col supporto di un Cartesio minore, anch’egli tardo cinquecentesco, quelle delle “Regulae” – il secondo Cinquecento sarà, come vuole Foucault, ripetitivo, ma è azzardoso. Per non dire delle etimologie, puro Settecento. Foucault trae da Le Bel, “Anatomie de la langue latine”, una Roma composto da ro-, forza, e –ma, grandezza. E il rosso trova nell’abate Copineau, “Essai synthétique sur l’origine et la formation des langues” “vivo, rapido, violento allo sguardo” nel segno –r. E il rosso in greco, russo, polacco, catalano che fanno a meno della –r (o il giapponese, chissà, il cinese?). Il Settecento laborioso ha prodotto tanto, a vuoto, quasi come il secondo Cinquecento. E il secondo Novecento in Francia, bisognerà cominciare a dire. Ma l’“archeologia del sapere”, che invenzione! L’archeologia è semplice, è ciò che “sta sotto”. E “Le parole e le cose” è in fondo “l’ordine in base al quale pensiamo”. Ma bisognava pensarci, con animo sgombro.
Michel Foucault, La prosa del mondo, Bur, pp. 1658, € 4,90
Foucault sta in mezza paginetta, spiega Ferraris, in due coup de théâtre: “L’uomo non è che un’invenzione recente («a pagina 395 dell’edizione originale», dice Ferraris, ma anche subito per la verità, alla settima pagina della prefazione dell’autore che questa edizioncina omette), una figura che non ha nemmeno due secoli, una semplice piega del nostro sapere” – nostro, di chi? E: “Come è venuto può anche andarsene, scomparire”. Va e viene per le evoluzioni dell’epistème, l’organizzazione del discorso. L’uomo insomma è un po’ suicida, come vuole l’epistème del momento.
C’è una (non voluta?) ironia nella nota di Ferraris. Che è un epicedio, seppure entusiasta. Per un fuoco d’artificio spento, già cenere, volatile: tanto ingegno in Foucault che sembra quello che è, tanto brillante (piena di sé) quanto inerte e inutile. Un testamento, già alla fioritura. Ma tutto questo succede tardi per questo libretto, dove invece Foucault cavalca pieno di sicurezze, come un cavaliere della vecchia epistème. Forte anche della sua stessa ironia – l’attacco della voluminosa ricerca è: “Questo libro nasce da un testo di Borges; dal riso che la sua lettura provoca”, ha provocato in Foucault.
I meriti di Foucault non sono da dire. A distanza colpisce pure la rilettura pionieristica del secondo Cinquecento, che è quasi tutto italiano: Cardano, Campanella, Cesalpino, Aldrovandi, Porta. Con una conclusione però da philosophe del Settecento: “Il sapere del XVImo secolo si è condannato a non conoscere mai altro che l’identico”, attraverso cataloghi, elenchi, enumerazioni, e la “categoria, fin troppo illustre, del microcosmo” – che ora è in auge proprio in Francia. E con scorciatoie mozzafiato, per il lato ripido della montagna, nel cap. centrale, “La prosa del mondo”: Dopo lo stoicismo, il sistema dei segni nel mondo occidentale era stato ternario, dato che in esso venivano riconosciuti il significante, il significato e la congiuntura (il τύγχανον in greco). A partite dal XVII secolo, in compenso, la disposizione dei segni diverrà binaria, definendosi, con Port Royal, attraverso il legame di un significante con un significato”. Alcune diecine di “cose” in sei righe. E la “cultura occidentale moderna” si caratterizza per “il fronteggiarsi di poesia e di follia”? Col supporto di un Cartesio minore, anch’egli tardo cinquecentesco, quelle delle “Regulae” – il secondo Cinquecento sarà, come vuole Foucault, ripetitivo, ma è azzardoso. Per non dire delle etimologie, puro Settecento. Foucault trae da Le Bel, “Anatomie de la langue latine”, una Roma composto da ro-, forza, e –ma, grandezza. E il rosso trova nell’abate Copineau, “Essai synthétique sur l’origine et la formation des langues” “vivo, rapido, violento allo sguardo” nel segno –r. E il rosso in greco, russo, polacco, catalano che fanno a meno della –r (o il giapponese, chissà, il cinese?). Il Settecento laborioso ha prodotto tanto, a vuoto, quasi come il secondo Cinquecento. E il secondo Novecento in Francia, bisognerà cominciare a dire. Ma l’“archeologia del sapere”, che invenzione! L’archeologia è semplice, è ciò che “sta sotto”. E “Le parole e le cose” è in fondo “l’ordine in base al quale pensiamo”. Ma bisognava pensarci, con animo sgombro.
Michel Foucault, La prosa del mondo, Bur, pp. 1658, € 4,90
Il complotto perfetto di Baldini
Il penultimo atto, previsto, calato a freddo come una mannaia, senza preavviso e senza nemmeno “ah” “oh!” o altri segni di meraviglia, è l’assunzione da parte di Franco Baldini in persona, questa volta, della direzione generale dell’As Roma. L’ultimo sarà tra quindici giorni (ma già si dice tra un mese e mezzo), il passaggio dell’As Roma al Baldini medesimo, tramite DiBenedetto o altra fantomatica cordata di copertura. Con la copertura, questa non fantomatica, di Unicredit, dove sanno che i banchieri non possono osare, rischiano una brutta fine. Sempre a opera dei soliti noti, la congrega magari non qualificata ma potente, almeno nella stampa italiana, che in passato aveva fatto balenare altre cordate di innominati russi, svizzeri o arabi. Sempre nello studio esclusivo Tonucci ai Parioli.
Con che soldi Baldini si prende la Roma è irrilevante. Già non ce ne sono molti in ballo, se non i crediti di Unicredit. E poi è certo che alla penutima o ultima ora gli appigli non mancheranno per non pagare niente: perdite e debiti sopravvenuti, patrimonio sopravvalutato, etc.: le vie sono infinite per prendersi l’As Roma, una società quotata in Borsa e già amòiamente svalutata dal suo possessore Unicredit, senza sborsare un euro.
Si conclude come previsto una delle tante operazione di destabilizzazione dell’Italia operate da Londra – la prima fu Calvi, l’ultima è ancora in corso, l’attacco alla Libia. La teoria del complotto è vera e falsa, come la teoria contraria al complotto, e dunque seguiamola fino in fondo. Londra punta sull’Italia al solito come churchilliano “membro flaccido” dell’Europa pendulo nel Mediterraneo, nella sua costante guerra di posizione per l’indebolimento della “fortezza Europa” e per l’arricchimento della City. Le cui prospettive si sono moltiplicate a dismisura con Maastricht, con l’adozione cioè di cambi fissi e immutabili nell’euro, assortiti da “criteri di adeguamento” che consentono le più sfrenate incursioni. Ciò è solo evidente per chi legge l’“Economist” e il “Financial Times”, che peraltro non dissimulano di lavorare per la City e le banche.
Come c’entra Baldini in questo complotto? Tutto c’entra, gli spioni non vanno per il sottile. E la Toscana ha molti precedenti di quinte colonne delle osservanze londinesi. Che altro titolo ha Baldini di fare il direttore generale della Nazionale inglese di calcio, la gloria della nazione? Uno che non sa nemmeno l’inglese. Prima. E dopo il disastro l’anno scorso al Mondiale del Sud Africa? Capello ci ha titolo, poiché è l’allenatore che ha vinto di più, ma Baldini? Perché Baldini è quello che ha disastrato il calcio italiano, lui e non l’arbitro fallito Nucini, e forse invidioso (testimone inattendibile al processo a Napoli): l’ha fatto con perizia, e con alleanze forti con gli ambienti più corrotti (e per questo ricattabili) del calcio. Fino a mettere fuori corso la Juventus e il Milan, che davano fastidio ai club inglesi nelle coppe – è nelle coppe che c’è il business, nei premi e le scommesse.
Di Unicredit dice tutto, della pusillanimità se non della complicità, una vendita che è stata imposta ai Sensi per fare cassa e si conclude invece senza alcun introito e anzi con un credito ulteriore a questo fantomatico DiBenedetto (cioè a Baldini?). Ribattezzato pomposamente “credito al compratore”, come se fosse gergo tecnico della grande finanza Usa – come se le banche americane prestassero soldi a chi non ne ha, ma nella colonia Italia tutto si beve.
Baldini ha lavorato da sempre alla destabilizzazione del calcio, dapprima come una talpa poi come un bulldozer. E dal 2006 si è applicato con costanza a una serie inverosimile di attacchi all’As Roma, sulle quotazioni della società in Borsa, e sulla gestione della famiglia Sensi. Con un’antenna certa, almeno una, all’interno di UniCredit, che gli teneva bordone per la inverosimili cordate – tutte comunque certificate, anche quelle senza nome, dalla fratellanza della City. E con l’ausilio determinante di quattro-giornalisti a Roma, che l’hanno sostenuto a occhi chiusi e contro ogni evidenza – il segno più certo della loro non astratta militanza: un giornalista vero si pregia di avere, ogni tanto, dei dubbi.
Con che soldi Baldini si prende la Roma è irrilevante. Già non ce ne sono molti in ballo, se non i crediti di Unicredit. E poi è certo che alla penutima o ultima ora gli appigli non mancheranno per non pagare niente: perdite e debiti sopravvenuti, patrimonio sopravvalutato, etc.: le vie sono infinite per prendersi l’As Roma, una società quotata in Borsa e già amòiamente svalutata dal suo possessore Unicredit, senza sborsare un euro.
Si conclude come previsto una delle tante operazione di destabilizzazione dell’Italia operate da Londra – la prima fu Calvi, l’ultima è ancora in corso, l’attacco alla Libia. La teoria del complotto è vera e falsa, come la teoria contraria al complotto, e dunque seguiamola fino in fondo. Londra punta sull’Italia al solito come churchilliano “membro flaccido” dell’Europa pendulo nel Mediterraneo, nella sua costante guerra di posizione per l’indebolimento della “fortezza Europa” e per l’arricchimento della City. Le cui prospettive si sono moltiplicate a dismisura con Maastricht, con l’adozione cioè di cambi fissi e immutabili nell’euro, assortiti da “criteri di adeguamento” che consentono le più sfrenate incursioni. Ciò è solo evidente per chi legge l’“Economist” e il “Financial Times”, che peraltro non dissimulano di lavorare per la City e le banche.
Come c’entra Baldini in questo complotto? Tutto c’entra, gli spioni non vanno per il sottile. E la Toscana ha molti precedenti di quinte colonne delle osservanze londinesi. Che altro titolo ha Baldini di fare il direttore generale della Nazionale inglese di calcio, la gloria della nazione? Uno che non sa nemmeno l’inglese. Prima. E dopo il disastro l’anno scorso al Mondiale del Sud Africa? Capello ci ha titolo, poiché è l’allenatore che ha vinto di più, ma Baldini? Perché Baldini è quello che ha disastrato il calcio italiano, lui e non l’arbitro fallito Nucini, e forse invidioso (testimone inattendibile al processo a Napoli): l’ha fatto con perizia, e con alleanze forti con gli ambienti più corrotti (e per questo ricattabili) del calcio. Fino a mettere fuori corso la Juventus e il Milan, che davano fastidio ai club inglesi nelle coppe – è nelle coppe che c’è il business, nei premi e le scommesse.
Di Unicredit dice tutto, della pusillanimità se non della complicità, una vendita che è stata imposta ai Sensi per fare cassa e si conclude invece senza alcun introito e anzi con un credito ulteriore a questo fantomatico DiBenedetto (cioè a Baldini?). Ribattezzato pomposamente “credito al compratore”, come se fosse gergo tecnico della grande finanza Usa – come se le banche americane prestassero soldi a chi non ne ha, ma nella colonia Italia tutto si beve.
Baldini ha lavorato da sempre alla destabilizzazione del calcio, dapprima come una talpa poi come un bulldozer. E dal 2006 si è applicato con costanza a una serie inverosimile di attacchi all’As Roma, sulle quotazioni della società in Borsa, e sulla gestione della famiglia Sensi. Con un’antenna certa, almeno una, all’interno di UniCredit, che gli teneva bordone per la inverosimili cordate – tutte comunque certificate, anche quelle senza nome, dalla fratellanza della City. E con l’ausilio determinante di quattro-giornalisti a Roma, che l’hanno sostenuto a occhi chiusi e contro ogni evidenza – il segno più certo della loro non astratta militanza: un giornalista vero si pregia di avere, ogni tanto, dei dubbi.
sabato 18 giugno 2011
Il mercato del dio anglosassone
Si razionalizza molto su questo povero mercato che governa la globalizzazione: la mano invisibile (della giustizia sociale), la produttività, i prezzi decrescenti, i consumi per tutti. Con la ciliegina democratica: non è la ricetta perfetta ma è la migliore possibile. Poi si guarda alle cose, e il panorama dietro tanta ragionevolezza è solo sperequativo, in misura perfino assurda.
Il panorama è molto semplificato, semplice da capire. Guardando alle cose politiche (e militari), monetarie, culturali. C’è il dollaro-sterlina, gli Stati Uniti d’America con l’appendice Gran Bretagna, i famosi anglosassoni vituperati da De Gaulle, con corteggio di buoni propositi: la libertà, la stabilità, la sicurezza, la difesa dei diritti umani e civili, il benessere e i consumi per tutti. E naturalmente un’etica superiore (“io e il mio dio”), comprensiva della lotta alla speculazione. Che invece è il pilastro di questo asse: utilizzare il resto del mondo come punching-ball, alle cui spalle prosperare. Un ex presidente della Federal Reserve, Paul Vocker, che dice di temere “la disintegrazione dell’euro”, come ha detto un mese fa, sa benissimo che lo dice per accelerarla.
Meno stato più mercato è peratro formula ormai nota per significare una sudditanza degli interessi pubblici o sociali a quelli dell’arricchimento.
Si prenda il rischio americano di default della finanza pubblica, che tiene la Cina e il mondo col fiato sospeso, ma l’America vive quasi in allegria, comunque dormendoci la notte. Fu il grande liberista Reagan a moltiplicarlo negli anni 1980: per diciotto volte si fece aumentare dal Congresso il tetto all’indebitamento (che negli Usa è fissato per legge…), e il debito che aveva preso al 32 per cento del pil lo lasciò dopo otto anni al 53. Gli altri liberisti repubblicani, Bush padre e figlio, lo portarono all’82 per cento. Ora con Obama – che perlomeno non è liberista, non è ipocrita, e poi ha avuto la crisi di tre anni fa - salirà al 100 per cento. Il mercato è questo.
Sul mercato il circuito operativo e di comando, che i default di tre anni fa hanno evidenziato ma che è sempre stato ed è all’opera, vede le banche Usa-Uk, coperte dai rispettivi governi, creare le crisi (le bolle: le dot.com, per le quali si crearono perfino delle Borse speciali, i futures, il credito facile, ora il credito difficile, credit crunch), nelle quali realizzare ogni volta superprofitti da capogiro. Grazie alla agenzie di rating, privatissimi organismi che decretano di volta in volta sui debiti di quali aziende e quali governi puntare per realizzare, con la spremitura finale, partite di caccia grossa. L’Italia ne ha fatto l’esperienza nel 1992 – insieme con la Gran Bretagna, che da allora si è perfettamente allineata all’asse Usa, abbandonando ogni velleità europea.
Nella realtà non succede così, non c’è un complotto. Non c’è Obama che si siede a un tavolo con la regina Elisabetta e insieme decidono dove e come colpire – anche perché: chi è Obama? Ma è così che le cose funzionano, è il modello che ci imprigiona, carcerati peraltro volontari. Il circolo del mercato del Millennio è certamente originale. Ma soprattutto per basarsi sulla convinzione. Anche sulla forza: gli Usa, con l’appendice inglese, non ammettono “scissionisti”. Ma preferiscono i buoni discorsi. Siamo così tutti convinti che sia giusto che sia giusto, che si arricchiscano le banche e i governi “anglosassoni”, anche se a nostre spese.
Il modello è la perversione mentale della piccola borghesia. Gelosa e insieme invidiosa, vogliosa di farsi, volpe, leone. Adottato in chiave internazionale: funziona, tutti servi volontari.
Il panorama è molto semplificato, semplice da capire. Guardando alle cose politiche (e militari), monetarie, culturali. C’è il dollaro-sterlina, gli Stati Uniti d’America con l’appendice Gran Bretagna, i famosi anglosassoni vituperati da De Gaulle, con corteggio di buoni propositi: la libertà, la stabilità, la sicurezza, la difesa dei diritti umani e civili, il benessere e i consumi per tutti. E naturalmente un’etica superiore (“io e il mio dio”), comprensiva della lotta alla speculazione. Che invece è il pilastro di questo asse: utilizzare il resto del mondo come punching-ball, alle cui spalle prosperare. Un ex presidente della Federal Reserve, Paul Vocker, che dice di temere “la disintegrazione dell’euro”, come ha detto un mese fa, sa benissimo che lo dice per accelerarla.
Meno stato più mercato è peratro formula ormai nota per significare una sudditanza degli interessi pubblici o sociali a quelli dell’arricchimento.
Si prenda il rischio americano di default della finanza pubblica, che tiene la Cina e il mondo col fiato sospeso, ma l’America vive quasi in allegria, comunque dormendoci la notte. Fu il grande liberista Reagan a moltiplicarlo negli anni 1980: per diciotto volte si fece aumentare dal Congresso il tetto all’indebitamento (che negli Usa è fissato per legge…), e il debito che aveva preso al 32 per cento del pil lo lasciò dopo otto anni al 53. Gli altri liberisti repubblicani, Bush padre e figlio, lo portarono all’82 per cento. Ora con Obama – che perlomeno non è liberista, non è ipocrita, e poi ha avuto la crisi di tre anni fa - salirà al 100 per cento. Il mercato è questo.
Sul mercato il circuito operativo e di comando, che i default di tre anni fa hanno evidenziato ma che è sempre stato ed è all’opera, vede le banche Usa-Uk, coperte dai rispettivi governi, creare le crisi (le bolle: le dot.com, per le quali si crearono perfino delle Borse speciali, i futures, il credito facile, ora il credito difficile, credit crunch), nelle quali realizzare ogni volta superprofitti da capogiro. Grazie alla agenzie di rating, privatissimi organismi che decretano di volta in volta sui debiti di quali aziende e quali governi puntare per realizzare, con la spremitura finale, partite di caccia grossa. L’Italia ne ha fatto l’esperienza nel 1992 – insieme con la Gran Bretagna, che da allora si è perfettamente allineata all’asse Usa, abbandonando ogni velleità europea.
Nella realtà non succede così, non c’è un complotto. Non c’è Obama che si siede a un tavolo con la regina Elisabetta e insieme decidono dove e come colpire – anche perché: chi è Obama? Ma è così che le cose funzionano, è il modello che ci imprigiona, carcerati peraltro volontari. Il circolo del mercato del Millennio è certamente originale. Ma soprattutto per basarsi sulla convinzione. Anche sulla forza: gli Usa, con l’appendice inglese, non ammettono “scissionisti”. Ma preferiscono i buoni discorsi. Siamo così tutti convinti che sia giusto che sia giusto, che si arricchiscano le banche e i governi “anglosassoni”, anche se a nostre spese.
Il modello è la perversione mentale della piccola borghesia. Gelosa e insieme invidiosa, vogliosa di farsi, volpe, leone. Adottato in chiave internazionale: funziona, tutti servi volontari.
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