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venerdì 20 luglio 2012

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (136)

Giuseppe Leuzzi

Sicilia
Che il fallimento (default) dell’Italia cominci dalla Sicilia è da ridere. Ma i siciliani ne sono convinti. Che la Sicilia è in default. E che il default dell’isola coinvolgerà l’Italia.

L’isola è per gli isolani l’avanguardia o laboratorio dell’Italia: delle formule politiche, della corruttela (la “linea della palma” di Sciascia), della giustizia, della letteratura, e anche della lingua – perché no, ma nel Duecento. Non si può dire che la Sicilia non si diverta.
Ma questo accentua la grevità lombarda. Si prenda il default. Il “Corriere della sera” e il governo lombardo lo hanno subito dichiarato. Costringendosi poi a smentirsi, dopo la tirata d’orecchi di Napolitano al Quirinale, con l’altro lombardo Grilli, il plumbeo ministro dell’Economia. In un giochetto al massacro non senza irresponsabili conseguenze per l’Italia sui mercati.
Anche l’altro lombardo Formigoni ha irriso la Sicilia. Prestandosi ai facili sarcasmi su chi è più corrotto. Ma è vero che in questo “chiama-e-rispondi”, come si dice in toscano, è tutta la miseria dell’Italia, o quasi tutta..

Santo Meli Dumas lo ricorda ne “I garibaldini” sui venticinque anni, “biondo, con gli occhi azzurri, ben tagliato, di statura mediana”. Lo scrittore si era opposto alla sua fucilazione. Santo Meli era uno dei tanti insorti di Palermo che fecero poi la vittoria dei Mille, ma i borbonici lo accusavano di furto, e il garibaldino generale Stefano Turr voleva aveva deciso di fucilarlo per dare l’esempio. Su pressione di Dumas, decise poi di mandarlo alla Pilato dalle autorità siciliane, perché decidessero loro del “loro fratello”. E così Santo Meli fu fucilato.

Dumas trascrive una conversazione con “alcuni ufficiali” dei Mille. A proposito dell’incontro fra i popoli che la spedizione si proponeva. Gli ufficiali si vedevano parte di una razza “latina pura” Mentre i siciliani consideravano di razza latina ma mescolata coi “saraceni”. Non era un’osservazione innocua, prova ne sia che Dumas la riporta.

Dell’Utri non è simpatico. Ma “ogni volta che vengo qui”, dice, “penso di essere un’altra persona”. Qui a Palermo, la sua città.
Lo dice naturalmente da palermitano – come Epimenide cretese, quello secondo il quale tutti i cretesi erano bugiardi? Ma, purtroppo, dice la verità: nessun dramma a Palermo, solo commedie, con scambi di ruoli, per questo non c’è catarsi.

Dell’Utri indagato a Palermo per estorsione a Berlusconi non fa però ridere. Non “la Repubblica”. Francesco Merlo interminabile lo assoggetta alla dialettica “servi-padroni”. Da siciliano, benché di Parigi – e della famiglia ducale?

Palermo vuole, com’è noto, che sia lo Stato il mandante delle stragi del 1992 e del 1993. Ma lo Stato impersona in Dell’Utri.

Ma, poi, neppure lo Stato Palermo vuole reo. La città voleva sfruttare il ventennale delle stragi Falcone e Borsellino, come una qualsiasi soubrette, e c’è riuscita, sempre al proscenio. Ora ha un altro anno di celebrazioni, per le stragi del 1993 nel continente. Anche i morti servono a Palermo per divertirsi.

L’odio-di-sé
Marco Rovelli, ”Il contro in testa”, esordisce con un mea culpa: “Ho odiato la mia terra come si odia una madre secca e muta, una landa sterile e infeconda, un vuoto inabitabile e senza contorni. L’ho odiata perché mi appariva come un magma informe, impasto senza lievito. L’ho odiata perché non ne trovavo l’anima. L’ho odiata perché, man mano che mi conocevo, temevo che non sarei stato altro da lei”.
Tutto falso. Non c’è madre secca e muta. Le Apuane non sono sterili e infeconde - Rovelli narra di Massa e Carrara. E il vuoto non esiste. Sono proiezioni adolescenziali, il rifiuto di sé e del mondo - che tra l’atro qui non arricchiscono la memoria, benché Rovelli la improvvisi solerte e ora riconoscente. Ma sintetizza bene il rifiuto dell’emigrato, fisico e/o intellettuale. Dello sradicato. Che proietta sull’esterno le proprie insufficienze (rabbie) – “Non riuscivo a capire nemmeno me stesso, per la verità”, aggiunge lo stesso Rovelli.

Si deve a due storici recenziori e non italiani, Nelson Moe e Marta Petrusewicz, la segnalazione del ruolo dell’emigrazione politica del ’48, napoletana, palermitana, pugliese, nella reazione del “Sud”. Di luoghi e popolazioni immorali, inospitali, ingovernabili. Un rilievo in questo senso di De Sanctis, autore pure studiatissimo, già nel 1855 è stato recuperato solo da Moe - così come le lettere terribili di e a Cavour degli incaricati dell’unificazione a Napoli e Palermo. Lo stesso l’autoescluesone di De Sanctis nel 1860 dalla “Consorteria” che Cavour pose al governo di Napoli, guidata da Silvio Spaventa, capo della polizia durante la precedente luogotenenza Farini.
De Sanctis non era il solo, si comincia a sapere, a giudicare questi esuli prevenuti, con un pregiudizio più violento di quello dei cavourriani. Successivamente Benedetto Croce, di cui Spaventa era zio e tutore, denuncerà nel 1919, nel saggio “I Poerio”, un’opera riedita ora da Galasso, un moralismo ora “superiore, ma astrattamente superiore al paese in cui gli toccava di operare, ora estraneo e ignaro dei problemi reali di questo”.

Mafia & Antimafia
“Il gap di statualità che chiamiamo mafia”: Salvatore Lupo, storico della mafia ne fa questa illuminante sintesi in apertura a “L’unificazione italiana. Mezzogiorno, rivoluzione, guerra civile”:.
Una “parola nuova”, prosegue, postunitaria cioè, che “nasce da un’esigenza di legalità nuova”. Questo è meno persuasivo. La legalità è unica - non ce n’è mai stata la possibilità ma è da dubitare che ci possa essere una “legalità mafiosa”. E non è in progress, da uno stato meno legale e uno più legale.

L’onorevole Granata, ex neofascista, che la Commissione parlamentare antimafia concentra su Carrara, in fondo è uno logico: se la mafia ha conquistato il Nord, perché non l’antimafia? Da Carrara la vista è bella. E poi un mondo si apre, il mondo.

Chissà se l’ex ministro Romano è un mafioso. Non lo sapremo mai. Perché è stato indagato dalla Procura di Palermo. La quale prima ha proposto l’archiviazione, nel 2005. Poi l’ha riproposta nel 2009. E ora, nel 2012, sempre per i “fatti” del 2001, invece ha chiesto una condanna a otto anni. Ma otto anni per mafia non sono pochi?
Il giudice Nino Di Matteo, che voleva Romano condannato, lo ha detto “intraneo” alla mafia. Non solo la mafia a Palermo, anche l’antimafia si diverte.

A margine del processo a Romano, Felice Cavallaro deve arrabattarsi l’altro ieri sul “Corriere della sera” per farci capire che i cattedratici palermitani ex Pci, Giovanni Fiandaca e Costantino Visconti, già “consiglieri eccellenti di tutti i magistrati antimafia”, hanno con gli stessi “negli ultimi tempi spesso qualche corto circuito”. Il coraggio a Cavallaro non manca, e allora perché non ci dice di che si tratta? Mafia, antimafia?

Il giorno dell’assoluzione di Romano Fiandaca laureava con altissimi voti ed elogi Ida Cuffaro, figlia dell’ex presidente della Sicilia condannato per concorso esterno in associazione. La quale vuole fare il giudice.

Lo dice Dell’Utri ma è vero. Rispondendo lusingato a una giornalista di “Repubblica” - che dopo l’adescamento si occuperà di renderlo reo di ogni turpitudine nelle domande: “Quest’indagine nasce solo dall’annuncio della discesa in campo di Berlusconi. Mica penserà che è un caso, la solita coincidenza? Questo è un processo politico e c’è poco altro da aggiungere”. L’indagine è di Ingroia contro lo stesso Dell’Utri per estorsione a Berlusconi.
Qualcosa da aggiungere però ci sarebbe: è un processo non contro Berlusconi, non possono mica condannarlo, ma per la carriera politica di Ingroia.
Sulla mafia bisogna ricredersi. Era rozza e stolida, è furba e sofisticata.

Sudismi/sadismi. Montanelli a colloquio con Mario Castiello il 25 ottobre 1966 dà lo spunto a Andrea Cangini, “La Nazione” del 19 luglio, di dire che “sociologicamente parlando, la mafia siciliana sta alla politica italiana come la bramosia di potere sta alla natura umana”. Ma Castiello non era un sociologo: era l’ex capo della segreteria politica del senatore democristiano Merzagora, noto affarista. Divenuto in proprio, come consigliere di Stato, brasseur d’affaires. Era Castiello che nel 1974 prospettava a Montanelli i soldi dell’Eni, di cui era diventato consulente, per finanziare “Il Giornale” - prima che s’intromettesse Berlusconi.
Poi Cangini s’allarga. Cita un imprecisato “Dizionario di politica”, secondo il quale “più o meno tutta la classe politica liberale vanta legami con la mafia”. E sir Rennel O’Rodd, che sovrintendeva all’Amgot, l’amministrazione alleata nel 1943-45, cui fa dire che “le scelte finivano per cadere in molti casi sul locale boss mafioso o su un suo uomo-ombra” per fare il sindaco. Mentre O’Rodd ha scritto, nella prefazione al libro di G.R. Gayre, “Italy in transition”, 1946, un po’ confusionariamente: “La maggioranza dei comuni era lacerata da gelosie personali e faide e aveva enormi difficoltà a proporre dei nomi. Di fronte al popolo che tumultuava perché fossero rimossi i podestà fascisti, molti dei miei ufficiali caddero nella trappola di scegliere in sostituzione i primi nomi che venivano proposti oppure seguire il consiglio d’interpreti che si erano accodati avendo imparato un po’ d’inglese negli Stati Uniti. I risultati non erano sempre felici, le scelte finivano per cadere in molti casi sul locale boss mafioso o su un uomo-ombra il quale in uno o due casi era cresciuto in ambienti di gangster americani”.
Ma non è finita, ci sono ancora Cossiga e Panebianco. Quest’ultimo per aver chiesto il commissariamento del Sud – ma l’avevano chiesto anche Bobbio e Galli della Loggia. L’ex presidente della Repubblica per aver detto che la mafia “è parte del tessuto sociale e culturale del popolo siciliano, come la ‘ndrangheta lo è di quello calabrese e la camorra di quello napoletano”.

leuzzi@antiit.eu

Vedere una donna

L’enunciato è ideologico. “Vedere un donna” è il titolo originale. Per un amour fou saffico più ragionato (di fronte lla famiglia, ai pettegolezzi, alle convenienze) che vissuto. Scritto nel 1929, a ventun’anni, non rifinito, rimontato ora dal pronipote Alexis. Il colpo d’occhio è però già quello dei racconti di viaggio, incisivo – il racconto è tutto nella prima riga: “Vedere una donna: solo per un secondo, solo nel breve spazio di uno sguardo”, l’immaginazione è già possessione, le notti insieme saranno superflue.
Annemarie Schwarzenbach, Ogni cosa è da lei illuminata, Il Saggiatore, pp.54 € 10

giovedì 19 luglio 2012

La simulazione è islamica

Avviene ora in Siria come già in Egitto, Tunisia e Libia: i rivoltosi non si dichiarano. Fanno appello alle organizzazioni internazionali e umanitarie in nome dei diritti politici e civili, ma senza alcun impegno e senza neanche dichiarare per conto di quali principi o organizzazioni si battono. Tutti peraltro, in ognuno dei paesi della “primavera” araba, ben dotati di soldi, armamenti e organizzazione. Si suppone, si sa in realtà, da parte dell’Arabia Saudita e quindi degli Usa, ma non si dice. Salvo poi manifestarsi, in Tunisia, Egitto e Libia, emanazioni di un islam sunnita, ovunque retrogrado e talvolta reazionario.
Questo islam si presenta moderato nelle questioni internazionali. E in questa chiave si sarebbe guadagnato la benevolenza Usa. Ma con eccezioni: dove gli Usa si sono illusi di poter imporre il rinnovamento sulla base dei diritti politici e civili, in Afghanistan e Iraq, questo stesso islam è stato violentemente americano. Ciò cera la maggiore incertezza oggi fra le diplomazie: che ne sarà di Israele in un mondo arabo dominato dalle forze islamiche.
La taqyiah, la dissimulazione, è centrale nell’arte politica araba e anche nella religione islamica: è possibile e anzi è consigliabile dissimulare per il bene della causa islamica. Mediata dal cosiddetto levantinismo, e di esso ora parte costituente e anzi preponderante – il levantinismo era legato alla presenza cristiano-ortodossa nel Medio Oriente, greca, libanese, copta, che ora si può dire cancellata.
La taqyiah è stata studiata in epoca recente negli Usa, in numerosi studi a partire dagli ultimi anni 1960. Pochi anni prima che si avviasse la controrivoluzione islamica, allora antisovietica, in Pakistan prima e poi in Iran (contro lo scià) e in Afghanistan.

L’Europa barbarica

Non ci sono nuovi barbari alle porte, ma l’aria è quella. Dopo la Grecia la Spagna. Licenziamenti a metro cubo, dimezzamento delle retribuzioni, dall’oggi al domani, abolizione di festività e mensilità. Misure stupide oltre che ingiuste – più stupide è da dire che ingiuste. Per incapacità di capire e reagire: di pensare. O meglio, gli assedianti ci sono, a Wall Street e nella City, agguerriti, feroci, ma la vera insidia è dentro le mura.
I greci pagano le furberie e la mala gestione di decenni di governi socialisti e conservatori, dalle quali hanno avuto qualche beneficio, ma irrisorio rispetto all’eccesso di spesa. Per gli spagnoli è peggio: sono poco indebitati ma sono chiamati a pagare gli abusi delle banche e delle società immobiliari, perpetrati anche qui da destra e da sinistra, con la compiacenza di governi socialisti e popolari (democristiani). Uno Stato che dichiara oggi il fallimento per colpa della speculazone, roba da non credere.
L’Italia non è arrivata a tanto ma non sta meglio: un governo di economisti e lombardi, che dovrebbero essere la crema del paese, ha inanellato una catena incredibile di misure controproducenti. Ha messo tante tasse da prendersi i rimproveri di tutte le autorità internazionali. Con le tasse ha messo in crisi l’economia, con la perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro e la compressione forzosa della capacità di spesa. Senza risolvere nemmeno per una frazione di punto percentuale il problema del debito che prometteva di risolvere. Per cui ora pensa a nuove tasse e tagli… Nel mentre che si assolve accusando questo e quello, ma nessuno in particolare, di evasione fiscale. Col solo effetto di indebolire l’immagine-Paese – l’immagine contro molto nell’economia moderna, ma questa Italia non lo sa.
Una crisi indotta, imposta quasi, da europei su europei. Nel presupposto che alcuni ne beneficeranno, i buoni, a danno dei cattivi.
Nella parte virtuosa del nostro mondo si trova un governo tedesco che, quando è al meglio, sta alla finestra. “Non è certo che il progetto europeo funzionerà e quindi dobbiamo continuare a lavorarci”., dice quando è ottimista la cancelliera Angela Merkel. Dunque siamo tornati al “progetto” europeo, dopo esserci legati nell’euro. Forse la cancelliera ha altro per la testa, ma non ce lo dice, e anche questo è segno d’imbarbarimento, l’afasia. Non saper dire, perché non si sa. La sola differenza è che i barbari sono dentro le mura.

Secondi pensieri - 108

zeulig

Capitalismo – “Una commistione di avidità e paura”, G.A.Cohen, “Socialismo, perché no?”. Si alimenta con l’insicurezza – il senso costante di mancanza, d’insufficienza. Che deriva dall’incertezza, di sé e del mondo (dell’essere). Che in altre epoche si copriva con la fede e l’obbedienza (l’unità).

Femminismo – Va insieme col leghismo, col ritorno al focolare? È la vecchia lettura di Bachofen, tra patriarcato e matriarcato, ma non astratta, l’osservazione di E. Jünger, “Maxima-Minima”, p. 27: “Con la muta di Gea, Anteo torna a guadagnate terreno su Eracle e affiorano nuovi segni. La terra si trasforma, da patria ridiviene luogo natio. I segni matriarcali acquistano potere”.

Opinione pubblica – “Le teste intelligenti tendono a sopravvalutare l’influenza delle opinioni, soprattutto il mezzo dell’ironia. Questo è un errore da cui non guariscono mai o troppo tardi – spesso solo quando, come Chamfort, cadono dall’albero che avevano segato”. Jünger si rallaccia a Nietzsche, per una volta senza citarlo, in “Maxima-Minima”, per spiegare gli effetti contrastanti dell’opinion pubblica, tra chi la forma, o le sue intenzioni, e chi la recepisce: “Tramite le opinioni non vengono costituite verità, bensì accertate realtà”.
Il concetto di public relations nasce e si conforma nella Grande Guerra, imponendo la nozione di “fare l’opinione”, sofisticando le tecniche e allargandone i capi di applicazione. Sul presupposto sempre della superiorità di chi ne gestisce l’elaborazione. Che Jünger riconduce all’ironia. I cui effetti sono noti da tempo – l’ironia dissecca: “Alla fine il processo ironico riporta sempre a un terreno nel quale le cose sono più forti della critica. Ne conseguono entusiasmo, annientamento, tabuizzazione dei luoghi comuni”.

Ozio – Non è una pausa dal lavoro. Non è una pausa, non ha a che fare con la scansione del tempo, feriale, festivo, diurno, notturno. È una disposizione, e in tempi di aggressività-depressione un anticorpo (difesa immunitaria).

È l’altra dimensione, l’n-ma, della realtà – dell’esistenza. Come l’arte, vivifica il tempo, nel lungo periodo e nelle commessure, alitandoci sopra.

Storia - Gewesen non è Vergangen, vuole Heidegger, essere stato non è essere passato. E invece sì. La storia si scrive. E scrivere è portare al presente il passato, anche l’inesistente. E al passato il presente, inesistente incluso. Oppure no, l’esistente può restare fuori della scrittura. Ma allora la storia crea i suoi materiali, dice Spengler che se ne intende.

Per Manzoni la storia è guerra illustre contro la morte. Di chi?
È la tirannia, di chi ha e sa. È la mano invisibile - o quella è il mercato? Questo vorrebbe Berni faceto: “Non ha proporzione annale o istoria\Che gli autentichi libri de’ mer-canti\Che so’ la vera idea della memoria”.
È azione, si dice - o erezione? O il cumulo dei fatti di Rensi. Ma va come l’acqua, dove trova la vena.

Poi c’è la storia occidentalista, degli orientalisti occidentali, che la vogliono inventata. A partire dal solito Schopenhauer, per il quale fanno la storia le risse europee. La storia e la cronologia sono scoperte occidentali, ribatte Borges, adepto di Schopenhauer e Budda. E come dargli torto: la storia è solo occidentale, intesa non come annali ma come democrazia, progresso, la costruzione del futuro. È cristiana, ma cominciò con l’essere ellenica, grazie ai barbari di Erodoto. La storia è dunque l’Occidente che viene dall’Oriente.

La storia è sconveniente, è stato detto. O viceversa, a sentire Croce: la storia non è giustiziera ma giustificatrice. Contro il parere di Ida Magli: “Nella facilità con cui vengono manipolati i dati storici è ben visibile il mondo mentale primitivo e sud-orientale in cui il tempo non è mai divenuto quella categoria «dura», inflessibile, legata allo spazio, non dominabile dall’uomo che contraddistingue il mondo moderno”. E dunque la storia non è moderna. A meno che il mondo moderno non sia occidentale.

La storia, ingiusta e cattiva, è stupida, e ci marcia. Ma perché sarebbe noiosa, se in gran parte è inventata?

La storia è una scemenza, disse Henry Ford. Negli Usa infatti non c’è.

La prima rivoluzione agricola è avvenuta nel Settecento. O la seconda, volendo considerare prima quella del neolitico, diecimila anni fa. Nel Settecento, quando si supponeva vagamente che un Medio Evo fosse esistito. Mentre del Rinascimento nessuno supponeva che ce ne fosse stato uno, si veniva educati alla filosofia delle vite nobili di Plutarco, e all’affettazione.

La storia è recente. Se è progresso è appena agli inizi, venendo da un incesto e un fratricidio.

zeulig@antiit.eu

Il meglio del Novecento italiano è surreale

Un occhio letterario sul reale diverso – surrealista – del Novecento italiano. Fuori stagione nel primo Novecento, quando sbocciò negli anni Trenta, e nel secondo, quando maturò negli anni 1950-1960. In alcuni casi presto dimenticato: Bontempelli, Buzzati. In altri consolidato per ragioni diverse: Gadda e Calvino naturalmente, Malaparte, Savinio. In alcuni dimenticato. È il caso del narratore modenese, che con più costanza e proprietà (naturalezza) di linguaggio ne fu l’interprete. Questo quadernetto delle Edizioni Via del vento non può certo “riaprire il discorso”, ma è un tutile promemoria.
Antonio Delfini, Vagabondaggio primaverile, Via del Vento, pp. 32 € 4

Com’è triste la corruzione a Firenze - 2

Nel declino di Firenze, estetico (sembra impossibile…), demografico ed economico, la cultura è quella che regredisce più rapidamente. Le case editrici e i caffè letterari sono d’anteguerra, il rinnovamento lapiriano degli anni 1950 si è esaurito, il Festival dei Popoli, il Maggio Musicale, lo stesso Comunale, che ha difficoltà a fare la stagione, l’università è in declino. I centri di eccellenza, Architettura, Lettere, Scienze Politiche, hanno perso smalto e autorevolezza. Le iscrizioni sono in calo: l’ateneo fiorentino puntava ai sessantamila iscritti a fine millennio, ne ha avuti 49.700 nel 2011-2012, un venti per cento in meno. Per effetto dell’impoverimento della città e della sua minore attrattiva: il calo degli iscritti è proporzionalmente analogo ogni anno per i toscani e i non toscani.
L’impoverimento culturale è un fenomeno che tocca tutta la Toscana - non ci sono altrove università che perdono iscritti. Anche Siena è in calo, in proporzione maggiore che a Firenze: da 23 mila iscritti è scesa a 18 mila. Mentre Pisa, che nell’ultimo anno accademico ha preso a Firenze il titolo di maggiore università toscana, mantenendosi poco sopra i 50 mila iscritti, non li incrementa e anzi ne perde ogni anno qualche decina. A Pisa va peraltro il record in questi anni Duemila, che prima era anch’esso di Firenze, degli iscritti da fuori regione, che sono una sicura risorsa economica: ora stabilmente sopra le 16 mila unità, mentre Firenze è scesa a 9.500.
Un dibattito aperto dall’eccellente “Corriere Fiorentino”, il supplemento locale del “Corriere della sera”, sul “Cesare Alfieri”, l’Istituto di Scienze Politiche, ha involontariamente confermato l’involuzione. Paolo Ermini, il direttore del supplemento, voleva una rievocazione nostalgica dei “vecchi tempi”, col celebre bidello Alfio che faceva da segretario organizzativo e didattico, e da tutor degli studenti. Limitandosi a segnalare che l’Istituto non formava più i diplomatici. Preside e professori hanno reagito con una povertà sconcertante di argomenti – i panni sporchi si lavano in casa, e simili. Che Giovanni Faleg, un ricercatore fiorentino esiliatosi a Londra, alla London School of Economics, poteva mettere ieri alla berlina. L’istituto era al tempo di Alfio sicuramente di eccellenza, fino appunto al bidello. “Al tempo di Alfio”, cioè cinquant’anni fa. Allora, si può pensare, era facile, non c’erano altre facoltà di Scienze Politiche, solo un corso di laurea a Roma. Ma l’Istituto fiorentino aveva, benché “monopolistico”, orientamenti e organizzazione di elevata innovazione e efficienza. Introduzioni propedeutiche agli insegnamenti, un’emeroteca internazionale vastissima e accessibilissima, una Scuola Parlamentare finanziata dall’Istituto e gestita dagli studenti per autonomi cicli di conferenze e seminari, un insegnamento scandito da esercitazioni e seminari con gli studenti, fra i tanti altri espedienti per indurre alla frequenza che allora non si poteva imporre, la disponibilità costante dei cattedratici, con la mediazione degli assistenti, un corpo insegnante onusto di eccellenze – l’epigono è Sartori. Una facoltà d’impianto liberalsocialista, che invitava il comunista Duverger a spiegare la costituzione gollista. O il paretiano Meynaud a spiegare i “gruppi d’interesse”.
Ora Scienze politiche è, come tutto l’ateneo, un esamificio. Relegato in periferia a un incrocio polveroso di autostrade, dove è spiacevole pure recarsi a lezione. Studenti di fuori città e docenti sono costretti ad abitare in questo incrocio polveroso, e chi può se ne scappa.

mercoledì 18 luglio 2012

Il giudice stregone

La questione è semplice: il presidente della Repubblica non può essere intercettato, se non in eccezionali circostanze, scritte nella Costituzione. Ma la Procura di Palermo non lo ha intercettato. Ha solo raccolto alcune sue parole durante una telefonata con Mancino, che invece è intercettato: ”L’addetto coglieva anche la voce del Presidente interlocutore…”. L’“addetto” non sa che telefona il Quirinale, e all’improvviso sente una voce nota. Così l’insigne giurista. Il quale poi assicura che nulla della telefonata è stato reso pubblico. Non gli viene in mente che dare la notizia dell’intercettazione è già un “avviso di reato”. E che questa notizia solo la Procura di Palermo può averla data.
Cupio dissolvi non raro in Italia, ma con questo avvocato-professore-scrittore di una speciale natura. Mancino è ex ministro dell’Interno, ex presidente del Senato, e ex vice-presidente del Csm. Cordero non si chiede con chi altro un presidente della Repubblica può parlare. D’altra parte, Cordero non è nessuno. È lui che ha ispirato “Il Caimano” a Nanni Moretti. E ha in genere due pagine su “Repubblica”, articoli di sedici-venti cartelle a botta. Prolisse e arzigogolate, ma si vede che piace – “Repubblica” ha licenziato gli altri ottantenni, pure di gran lustro, Citati, Arbasino, Turani.
Il nome incute terrore, per via di quel “Gli osservanti”, sul diritto nato dalla nevrosi e la morte, con cui irruppe sulla scena nel 1970, facendosi licenziare dalla Cattolica dove, da buon praticante, insegnava. E anche l’aspetto s’immagina come i suoi revenants. Mentre è un ottantaquattrenne ben conservato. Ma sempre arzigogolato. E minaccioso. Così dev’essere apparso a Maria Antonietta Calabrò, la quale, intervistandolo per il “Correre della sera” sulle intercettazioni di Napolitano, non può esimersi dal suo linguaggio. Oscuro, e quindi minaccioso: “Nefas”, “il conversante da Monte Cavallo”, “definire tabù le parole dell’altro è gesto esclamativo d’esiguo valore dialettico”. Dopo essersi esercitato nell’“ermeneutica” di “norme (che) dicono l’opposto a lettori informati ed equanimi”,di norme cioè chiarissime – e allora che bisogno c’è di ermeneutica? Puro bullismo, da bello-e-buono della Repubblica, ma Cordero in questo non è solo, e non vale parlarne. È puro Settecento: quest’uomo si vuole un esorcizzatore ma è chiaramente afflitto dalla sindrome stregonesca che l’autore del manuale di Procedura Penale delle nostre università si supporrebbe combattere.

L’unità fu opera del Sud

Garibaldi non sbarca in Sicilia per conquistarla. Non lo può, con un migliaio di volontari, che combattono frontalmente alla baionetta e si fanno uccidere, contro un esercito di decine di migliaia di uomini, “come vuole tutt’oggi una rappresentazione inverosimile”. I Mille “sono venuti per appoggiare un’insurrezione popolare, trionferanno appoggiandosi su un’insurrezione popolare”. Endemica da quarantacinque anni contro i “napoletani”. Rei di avere cancellato la costituzione che essi stessi avevano dato – dovuto dare su pressione inglese – nel 1812. Con un rinfocolamento nei mesi precedenti lo sbarco, organizzata da Rosolino Pilo, Corrao, La Porta, Riso. Con molti preti e frati, annoteranno i massonissimi Bandi e La Farina. Che si aspettano dall’Italia molto di più dell’unità, aggiungerà Abba: la giustizia, anche sociale. “Palermo è l’unica città italiana a insorgere nel ’60 nello stile del ‘48”: Garibaldi nelle sue memorie ne ammirerà la compattezza e la determinazione, senza mai una defezione o un tradimento, specifica, a differenza delle altre province italiane nel ’48-’49. Quando Garibaldi risbarcò in Sicilia, nel 1862, l’entusiasmo popolare a Palermo fu immutato, malgrado le delusioni. Ma fu bloccato, il 20 agosto, dallo stato d’assedio in tutto il Sud. C’è un senso, conclude Lupo, se “la grande letteratura… che esprime la delusione per una rivoluzione ridotta a trasformismo” è siciliana, di De Roberto e Pirandello – non “Il Gattopardo” giustamente, che è tutt’altra cosa: non è che la Sicilia riduce tutto a trasformismo (come vorrebbero i “gattopardi”, aggiungeremmo, Sciascia compreso), è che la Sicilia voleva una rivoluzione e ha avuto la mafia e il trasformismo.
Un rovesciamento radicale, e tuttavia una verità. Su questa verità, semplice quanto trascurata, ricostruita su pubblicazioni in commercio ma evidentemente fuori corso, lo storico della mafia fonda la ricostruzione dell’unità d’Italia nel momento topico della “discesa al Sud”. Fuori da leghismi e borbonismi, le solite polemiche facili. Sarà questo probabilmente il contributo più nuovo e utile delle celebrazioni del centocinquantenario. Con molte novità, oltre al conflitto tra Napoli e la Sicilia, le radici dell’autonomismo. Anzitutto il ripescaggio, con l’autorevole avallo da primo storico della mafia, del fil rouge di Lucy Riall, “La Sicilia e l’unificazione italiana”, uscito nella disattenzione e dimenticato: la creazione e l’uso della mafia a opera del nuovo Stato italiano, contro ogni politico di opposizione. Un’altra novità è il carattere politico, non sociale né etnico, del brigantaggio.
Una novità non da poco è contenuta nell’“Introduzione”: si può dire il Mezzogiorno vittima di se stesso. Per la reazione seguita nel Regno delle due Sicilie alla prima costituzione “italiana” promulgata nello stesso Regno dopo i moti del 1848. Una reazione radicale, opera dei vecchi liberali del 1820: Carlo Filangieri, figlio dell’illuminista, il giudice Pietro Calà Ulloa, Giustino Fortunato nonno. Mentre l’Italia si modernizzava nel decisivo dodicennio successivo. Non tanto con le ferrovie o le industrie quanto con le leggi. I patrioti e gli innovatori, anche moderati, finirono in esilio, reale o figurato, “abbandonarono” il Sud. Che non ha mai colmato il gap di classe dirigente – ha avuto personalità di spicco, ma su un magma politico informe.
Salvatore Lupo, L’unificazione italiana. Mezzogiorno, rivoluzione, guerra civile, Donzelli, pp. 184 € 16,50

martedì 17 luglio 2012

Berlusconi è un’opinione - 9

Berlusconi ritorna in campo sul patetico. Per onore di firma, si può dire burocraticamente. Per cadere sul campo della politica invece che di Ruby, si può anche concedergli, e della protettrice di Ruby la giudice Boccassini. Di fatto come quei massimi di una volta, che tornavano sul ring con gli acciacchi, tante avendone date ma anche prese, per una borsa consistente, per una copertina, per allontanare il vuoto, convinti di giganteggiare in una successone mediocre.
Ma la cosa cade nel momento in cui si traducono i “Maxima-Minima” di Ernst Jünger, una serie di annotazioni al suo “Der Arbeiter” del 1932, l’uomo-lavoratore, nel quale largo spazio dedicava all’opinione pubblica nell’epoca del lavoro di massa. Nelle annotazioni, aggiornate alla nuova era democratica, seppure nella guerra fredda, non c’è molto in argomento, ma quel poco sembra scritto, nel 1962-63, su misura per Berlusconi. Per il modo come ha fatto irruzione nella politica, ha avuto fortuna, è stato avversato. Su questo Jünger è netto, confermando quello che nei “Berlusconi” precedenti di questo sito è stato ripetuto: l’intellighencija, ritenendosi migliore, fa largo uso dell’ironia, ma l’ironia è un boomerang. Tra “entusiasmo, annientamento, tabuizzazione dei luoghi comuni”, finisce su “un terreno nel quale le cose sono più forti della critica”.
Come nasce un Berlusconi? L’opinione “non costituisce verità” ma evidenzia realtà: “Ecco perché certi personaggi autoritari emergono da epoche di sfrenata libertà di opinione. Procedono attraverso critiche mutevoli come attraverso il bello e il cattivo tempo, fino al traguardo”. Le opinioni non lasciano il tempo che trovano, come si suole dire, ma favoriscono l’emergere delle cose.
Berlusconi ha avuto fortuna perché la regola del gioco non è stata “la ricerca della verità”: “Uno «smascheramento» non potrà ma far cadere chi ha un volto sotto la maschera. E, sotto il panciotto, un cuore da offrire. Chi ha la struttura di Clemenceau può permettersi perfino il panama”. Berlusconi non è Clemenceau ma la bandana è il panama.

Il mondo com'è - 102

astolfo

Capitale - Il suo meccanismo è forse impensabile per essere semplice: accumulare spendendo. Creare ricchezza dissipandola. Già dal tempo di Crasso e i pubblicani. I quali erano capaci, dalla Spagna alla Licia, quando arrivava l’imperatore, di erigergli un tempio, un teatro, una biblioteca, un ginnasio, un arco di trionfo. Veri, di pietra e marmo e non di cartapesta. Ben più cari di una Carnegie Hall, che poi è un investimento e non un monumento. Facendo tutti contenti, l’imperatore, i cavatori, i sacerdoti nei templi e le vestali, nonché i costruttori edili. E questo per le virtù moltiplicative del denaro, che non è il nummus e non è l’oro o l’argento del conio, né il biglietto di banca, il certificato del governatore dell’istituto d’emissione, ma un principio attivo. Che la penuria rende produttiva, di reddito e ingegno applicato, di tecniche, salute, piaceri.
Per il resto si scimmiotta la religione del capitale: Lafargue, il genero ozioso di Marx, il Tirteo francese Rouget de Lisle, il conte Saint-Simon. Che Büchner trovò all’osteria a Strasburgo, accanto al Duomo, in testa un berretto rosso, al collo una sciarpa di cashemere, in giubba corta tedesca e pantaloni aderenti, sul panciotto un Rousseau ricamato. Non il conte, un suo seguace: i sansimonisti, avendo avuto nel conte il père, spiega Büchner ai suoi, erano alla ricerca della mère, nella forma più generica di femme, e per essa s’addobbavano. Anche nella femme, luogo laico, c’è una forte origine del capitale.

Federico il Grande 3 - Fece della Prussia il centro della Germania, il cuore del Volkstum, una terra che è per un quarto polacca, un quarto calvinista francese, un quarto calvinista di Salisburgo, e per il resto anche un po’ russa. Federico II fu a lungo indeciso se fare della Prussia, e quindi della sua Germania, un paese di lingua francese. Berlino è città solo per metà tedesca. Anche Berlino per metà è francese: Federico Guglielmo rimpolpò con cinquemila ugonotti di Francia, dono dell’improvvido Luigi XIV, i diecimila berlinesi. La Slesia divenne tedesca solo nel 1741, alla prima di una serie di fortunate battaglie, vinte quando credeva di averle perse, che fece Grande Federico di Prussia.
L’erede del Re Sergente, quello che educava i figli a calci e frustate, raddoppiò l’eredità del padre, che pure era stato avidissimo, nella prima delle sue tante guerre contro Maria Teresa, odiata per essere donna oltre che padrona di vasti territori. Maria Teresa aspettava il terzo dei suoi sedici figli, che sarà Giuseppe II – alla “Resel” piaceva farlo, in armonia col detto della casa,“Tu, Felix Austria, nube”, che invita al coniugio, e pure al marito evidentemente, Francesco di Lorena duca di Toscana, non altrimenti noto. Come tutto, anche la Germania è nelle origini, là dove un codice genetico o mentale si forma. Benché Federico sia stato a un passo dal francesizzare la Prussia, e quindi la Germania, pur in battaglia perpetua con la Francia, tanto disprezzava i tedeschi.
Il Re Sergente Federico Guglielmo, che gli storici illude con la teoria della sovranità al servizio dei sudditi, era un mangione con un girovita d’un paio di metri, un violento e un avaro. Acquistava a prezzo vile le terre dei suoi nobili, e il poco che a loro magnanimo lasciava se lo riprendeva a rate con le imposte di consumo. I suoi esattori erano anche giudici. Fece pagare tasse sulla selvaggina e il taglio della legna. A ogni nascita pretendeva un regalo. Ma non lasciò molto al figlio Federico, che non riuscirà a pagare la collezione di pittura dal padre ordinata per mettersi alla pari con le corti europee, 225 quadri. Glieli rilevò, al momento di saldare il conto, Caterina di Anhalt-Zerbst, una principessa vecchia Germania, intelligente, spiritosa, divenuta nel frattempo, per migliorare la razza, zarina a San Pietroburgo, dove già aveva creato una Biblioteca Russa, ricca dei manoscritti ben pagati di Diderot e Voltaire.

L’eredità del creatore della Germania era insomma avvelenata anche dove appariva vantaggiosa. Solo i reggimenti contavano, anche di statura normale, e l’addestramento formale, l’andare su e giù in caserma all’unisono, l’obbedienza per l’obbedienza. Una volta la regina, rimasta incinta senza che nessuno per mesi la guardasse, figliò sola, assistita da una cameriera. Il re si fece convincere dai cortigiani che essa, a quarant’anni, e dopo sei o sette parti, l’avesse tradito. Di Federico, primogenito maschio, che la sorella maggiore Guglielmina, poi margravia di Bayreuth, ricorda ragazzo lieto e intraprendente, completò l’addestramento decretando l’impiccagione del suo migliore amico e imponendogliene lo spettacolo. A Wust una cripta lo ricorda, nei pressi di Stendal.
Ricorda Hans Hermann Katte, figlio di un bravo generale, stirpe di militari, compagno di Federico in una fuga sfortunata dalla casa-caserma paterna. Terzo nella fuga era un giovane di nome Keith, già sposato, genero della baronessa Kniphausen. La baronessa, la vedova più ricca di Berlino, sarà ricattata da Federico Guglielmo con l’accusa d’avere avuto un figlio al primo anno di vedovanza: per evitare lo scandalo dovrà pagargli trentamila sterline, un debito che la rovinerà. Ritrovati i fuggitivi, il re tentò di strangolare il figlio, sull’esempio di Ivan il Terribile, ma un generale glielo impedì. Non si privò però di prendere a calci Gugliemina, che la madre protesse, ma un’abrasione le restò indelebile sotto la mammella sinistra - Voltaire ebbe l’onore di vederla. Federico fu rinchiuso nel castello di Küstrin, tra le paludi, per sei mesi, dopodiché dovette assistere alla decapitazione di Katte. La corte militare aveva deciso l’ergastolo, ma il re lo volle morto. Federico aveva diciott’anni, Katte ventisei.

The Kings”, dirà Stendhal, “loro se ne fottono”. Ma la Germania è nata da un corpo sterile, si può capire l’urgenza di migliorare la razza. Oltre che imbolsita alla vanga sui campi, o in città gonfia di birra, col triplo mento, carica di ori tintinnanti come le vedove ebree, la razza imperiale è nata tarata dai calci.
Federico II fu anche il primo purtroppo, prima di Hölderlin. A inventarsi per la Prussia una genealogia greca. Ma quando Maupertuis volle selezionare una razza nella quale intelligenza e rettitudine fossero ereditarie, Federico glielo impedì, non finanziando il progetto del presidente della sua Accademia delle scienze.
Federico di Prussia sarà stato grande pure in questo, che, invitato ad ascoltare una cantante tedesca, rispose che preferiva il nitrito del cavallo – il gran re ebbe orecchio assoluto e ideò apprezzati strumenti, il dottor Burney ne vide uno a Venezia, donato al conte Torre e Taxi, “simile a un grande clavicembalo”, che suonava come clavicembalo, arpa, liuto e fortepiano.

Feudalesimo – Condannava l’avidità e garantiva dalla paura, che saranno la molla del mercato. In questo senso è antimoderno (antiproduttivo), ma non antisociale. Se non in quanto, nel ristagno, non riduceva la povertà. Il misto di povertà, ingiustizia e rapina con cui si caratterizza la parola è invece da connettere al più recente fedecommesso, per cui larghe estensioni e comunità passavano di mano tra proprietari , usualmente banchieri, remoti e assenti – come “collaterali”.

Intellettuali - La rivoluzione di De Maistre è, nei disegni della Provvidenza, un vaccino contro gli eccessi. Manzoni, ottimo storico, non indulge alle antifrasi, ma condivide col conte il richiamo al peccato originale. È un fatto: l’uomo è in peccato.
Gli intellettuali italiani riflettono questa dicotomia. Hanno il culto di Stendhal, della curiosità cioè, e della libertà, del randagismo perfino. Ma Manzoni li ossessiona, il micragnoso gioco al massacro di tutti contro tutti dell’uomo lasciato a se stesso – non c’è il sacro nei “Promessi Sposi”, come in Italia, con tante giaculatorie. E anche la società è combattuta, non sa liberarsi dalla trappola innescata dal Grande Pessimista. Governa a volta a volta chi seduce gli istinti peggiori. Con effetto cumulativo che si avvita a spirale: la borghesia virtuosa s’incarognisce sempre più. L’esito non può essere, a lume di logica, una rivoluzione antiborghese. Una rivoluzione è l’irruzione di uomini e leggi diverse e contrarie a quelle al potere. Ma questa borghesia si nega. Né la rivoluzione è immaginabile quale sostituzione dei furbi, se questi sono la totalità della popolazione.
Ci sarà quindi sempre un’Italia intraprendente e illiberale.

Scienza - È l’attività nella si perpetrano le peggiori infamie, l’assassinio escluso: trucchi, menzogne, rivalità, sopraffazioni, gerarchismo. Nelle università, nei centri di ricerca, nei gruppi d specializzazione, nelle pubblicazioni specializzate. Minime (a fini minimi: una promozione, una citazione, un grant) ma perciò più turpi: lo scienziato si danna per niente.

I retroscena delle candidature ai Nobel sono infinitamente più tortuosi per i fisici e i medici che per i letterati. Ma anche in passato la scienza era squallidamente competitiva, ai tempi di Newton, di Copernico, e chissà di Talete.

astolfo@antiit.eu

L’anarchico politicamente corretto

Stucchevole bozzettismo, di anarchici all’osteria. Con escursioni alla Tambura e alla Brugiana, le montagne delle Apuane. Di uno che pure ha scritto cose solide. Già avvinto, a quarant’anni, al reducismo – qui sono tutti del Partito, da intendere il Pci: anarchici, socialisti, Sofri. Un lungo articolo del “Manifesto”, da “contr’allineato”.
Il “contro in testa” è il carrarino. In confronto al massese, e al mondo. Il cavatore di marmi. Di una sostanza dura: il marmo uccideva, i cavatori erano anarchici. Un mondo vivo, si sa, si sente, che la correttezza qui spegne: l’uniformità è totale, formale e politica. Fino al buon ricordo di Ovidio Bompressi, ma senza l’orribile processo di cui fu vittima - a opera del Partito.
L’unico frizzo è all’esordio: “Ho odiato la mia terra come si odia una madre secca e muta, una landa sterile e infeconda, un vuoto inabitabile e senza contorni. L’ho odiata perché mi appariva come un magma informe, impasto senza lievito. L’ho odiata perché non ne trovavo l’anima. L’ho odiata perché, man mano che mi conoscevo, temevo che non sarei stato altro da lei”. Se non che tutto è falso: non c’è madre secca e muta, le Apuane non sono sterili e infeconde, il vuoto non esiste. L’incipit si rivela un (ottimo?) compito in classe, il rifiuto di sé e del mondo, che non arricchisce la memoria, anche quando si improvvisi solerte e riconoscente. Il ricordo della zia difficilmente vive in prosa.
Marco Rovelli, Il contro in testa, Laterza, pp. 144 € 12

lunedì 16 luglio 2012

Problemi di base - 108

spock

Non bastano i Moody’s, le Merkel vogliono cantare: è un concerto?

È Moody’s il basso continuo e Merkel la prima voce, o viceversa?

La Francia invece è afona? Parla solo Madame Twitter

Secondo von Clausewitz la guerra di difesa è la più efficace: alla sconfitta?

Si chiama Monti, ma non sarà von Clausewitz?

Il mondo è più morto o più vivo?

Ne nascono di più di quanti moriamo, e dunque?

Se a ogni morte finisce il mondo, non si sarà stancato il mondo di finire?

O di aumentare, se è un mondo di sette miliardi di mondi, in continua crescita?

Gli zombie appassionano gli studiosi della mente: non sarà che i morti restano viventi?

Perché non si parla della (dis)occupazione? Meno mezzo milione, meno un milione?

spock@antiit.eu

Il conservatore è rivoluzionario

“Camminare a piedi diventa un problema tecnico” (p.23): l’autopsia del nostro reale non ha bisogno di strumentazione sofisticata, basta guardarsi attorno – sapendo, e volendo, guardare. Anche se “la metafisica deve diventare un lusso, laddove il pensiero è diventato un lavoro” (p.44). L’avvio folgorante è stato anch’esso semplice (p.11): “Il destino si nasconde in ciò che non si può sapere. Ecco perché le prognosi migliori sono quelle di cui l’autore stesso, a posteriori, si stupisce”. Jünger si stupisce qui, con noi, della rilettura del suo “L’Operaio” trent’anni dopo, nel 1962, di cui questa raccolta reca le note a margine. Cristallinamente rese da Alessandra Iadicicco - anche se con la (inevitabile?) ambigua traduzione di Gestalt con forma – si apprezzano centellinate. La scrittura frammentaria di Jünger non è neppure qui aforistica (suggestiva) ma densa – ripensata: precisazioni che crescono su se stesse. Alla luce dell’aforisma heideggeriano che la curatrice evoca: “L’essenza della tecnica non è nulla di tecnico” – “L’operaio” è il mondo tecnicizzato. In un mondo costantemente mitico, dei Titani vs. Eracle in primo luogo, delle Moire, della Pizia, e ovunque di Gea, la grande madre Terra. È il taccuino di un pervicace conservatore, ancora nel 1964, anno di pubblicazione della raccolta – l’anno dopo “Tipi, nomi, forme”. Negandosi nel mentre che si riafferma (p.101): “Il conservatore, ammesso che esistano ancora forze degne di questo nome, assomiglia a qualcuno che, su un veicolo che sfreccia via sempre più velocemente, vuole fare ordine, mantenere le cose al solito posto”. Ciò non va bene: “Gli oggetti tenuti fermi artificiosamente rappresentano un pericolo crescente”. Ma sono “museali”, con gli Stati nazionali, “le idee generali” della rivoluzione francese. Con residui di razzismo anche dopo le indipendenze. Mediante l’espansione di un cenno avventato di Spengler nel “Tramonto dell’Occidente”, dove profetizza la fine del colonialismo negli anni 1950-60 come l’africanizzazione dell’Europa – dei bianchi. Ma con l’occhio di falco vigile. Sulle dittature: “Tra il clown e il dittatore vi è un parentela, un sistema di prestiti reciproci”, questi “liquida uomini e classi”, quello, “in alcune circostanze, liquida un’epoca intera”. Sull’ “operaio” (p.21): “L’operaio combatte e muore dentro apparecchiature, non solo senza avere «idee elevate», ma avendole consapevolmente rifiutate. Il suo ethos sta tutto nell’onesto servizio dell’apparato”. Sul filisteismo, come “mancanza di senso metafisico, quantificabilità, formazione di gruppi e ricezione di compiti”. Di cui è culmine la Bomba: “La bomba atomica come non plus ultra della mentalità del filisteo”. Una serie di temi che sarebbero confluiti nel “rifiuto del lavoro” del Sessantotto. Sempre antiborghese. E sempre – non controvoglia – pieno di speranza. Sia pure per mera curiosità, da entomologo. Con le stesse antenne sensibili avverte (soffre) le sopraffazioni della scienza e della tecnica, uno spreco mai visto: “Un lusso supremo, più dispendioso dei castelli di un’intera dinastia e più pericolose delle guerre tra i regnanti” (p.42). E avverte i limiti sempre più cogenti del reale (materiale): “A che cosa servono i punti di osservazione quando sta venendo giù una slavina?” (p.50) Cosciente del suo limite sempre: “L’autentico conservatore non vuole mantenere questo o quell’ordine, bensì ripristinare l’immagine dell’uomo che è misura di tutte le cose. Ecco perché oggi ogni approccio conservatore diventa ambiguo” (p.56). Non reazionario, cioè: “L’uguaglianza fa parte dell’evoluzione: finché questa non viene esclusa non potranno presentarsi in modo credibile nuove selezioni” (p.14). E anzi orgoglioso, non senza ragione: “Andando più in profondità, conservatori e rivoluzionari diventano assai simili tra di loro perché si avvicinano necessariamente allo steso fondamento. Perciò nei grandissimi trasformatori, coloro che non solo capovolgono gli ordini, ma li fondano anche, si ravvisano sempre entrambe le qualità” (p.57). Nella consapevolezza che “come preistoria bisogna considerare la conquista del numero in quanto tale, un’avventura dello spirito umano di cui si perde ogni traccia nell’oscurità”. 
Ernst Jünger, Maxima-Minima, Guanda, pp. 123 € 12

domenica 15 luglio 2012

Consolidare è meglio che tassare

Quando i tassi a breve superano quelli a lungo termine, è chiaro che si ritiene l’Italia prossima al fallimento – il neo ministro Grilli lo dice con la singolare freddezza del burocrate, ma è quanto è successo fino all’altro ieri e succederà domani. Questo non è possibile e non è vero. Ma è quello che le agenzie di rating e i loro clienti, le banche e i fondi (pensione, sovrani, d’investimento, hedge), che operano in automatico coi giudizi della agenzie, sono impostate a ritenere. Il costo del servizio del debito sale così da circa 50 a 80 miliardi di euro l’anno, e oltre. Da qui l’insulsaggine delle manovre di rientro, che soffocano l’economia e ogni pochi mesi vanno ripetute. Bisogna invece procedere con un abbattimento del debito e una riduzione del suo costo.
Il circolo vizioso si rompe ristabilendo la fiducia internazionale, si dice. È vero ma in parte. E la fiducia non si ristabilisce riunendosi con Hollande o Merkel, governanti di nessuno spessore. Né accusando le agenzie di rating di conflitto d’interessi. Che c’è, le agenzie lavorano per le banche e i fondi, ma è ininfluenzabile. La fiducia va ristabilita principalmente in proprio.
L’abbattimento del debito andava fatto prima dell’adesione all’euro. Adesso è più complicato, ma ha tre ottime vie per riuscire: la riduzione della spesa, con una buona legge anti-corruzione (gli appalti pubblici che raddoppiano e triplicano di costo in corso d’opera), la valorizzazione del patrimonio pubblico, e una forma di consolidamento con nuove emissioni, più o meno forzose, a carico dei detentori italiani del debito. Che pagheranno caro, ma pagheranno una volta per tutte e non ogni sei mesi, ogni volta più caro.

Siamo generosi quanto egoisti

“Dopotutto, la propensione all’egoismo è rintracciabile in (quasi?) ciascuno di noi quanto la tendenza alla generosità. Il nostro problema è che, mentre conosciamo il modo di far funzionare un sistema economico sulla base dello sviluppo e, invero, dell’ipertrofia dell’egoismo, non conosciamo il modo di farlo funzionare sviluppando e sfruttando la generosità umana”. Dopotutto il problema è semplice, seppure con un pizzico di umorismo. Come esempio di progettazione virtuosa Cohen porta il campeggio, di svago o di lavoro, dove tutti fanno tutto senza un conto del dare e l’avere. L’esempio è poco congruente, dice poi lui stesso, giacché coinvolge un gruppo omogeneo, che ha fatto una scelta precisa – temporanea anche e finalizzata. La prospettiva “comunitaria” sulla quale allarga il fuoco è più convincente – anche se rimanda in definitiva, come già il comunitarismo di Adriano Olivetti, all’“economia sociale di mercato” renana, e insomma alla dottrina sociale della Chiesa.
“Jerry” Cohen, filosofo canadese di Oxford, è stato teorico socialista di matrice analitica. Tardo autore di due libri controcorrente, “If you’re an Egalitarian, How Come sou’re so Rich?”, del 2000, e nel 2008, un anno prima della morte, “Rescuing Justice and Equality”. Se ne tenta qui un primo assaggio in italiano con un saggio divulgativo del 2001. Non molto ponderato, ma di proposito promettente: “La parità di opportunità liberale di sinistra rimedia allo svantaggio sociale ma non a quello connaturato, con il quale si è nati”, per ubicazione, condizione, professione, cui invece un vero socialismo si deve proporre di rimediare. Ciò richiede un bilanciamento delle opportunità – una redistribuzione – ma senza intenti punitivi, l’uguaglianza non è pauperizzante. Fermo restando che si lavora meglio nel mercato, resta però l’interrogativo: “Può il mercato produrre con efficienza senza incentivi mercantili e, quindi, senza un distribuzione mercantile delle ricompense?”
Gerald Allan “Jerry” Cohen, Socialismo perché no?, Ponte alle Grazie, pp.63 € 9

Italia sovietica - 7

Grillo e l’indignazione - dopo Di Pietro.

La dissimulazione onesta.

Il settarismo.

Le lettere di esecrazione puntuali sui giornali di partito, “la Repubblica”, “l’Unità”, “Il Tirreno” e gli altri giornali di De Benedetti. Dopo che Berlusconi ridiscende in campo (ne era uscito?) e Bersani trova la cosa “agghiacciante”.

Sugli stessi giornali ancora si vilipendono i socialisti, che nessun altro sa chi erano.

Il monolitismo, anche in assenza di parole d’ordine, per un riflesso condizionato.

E viceversa il caciquismo: il potere del partito si scioglie come nell’Urss, tra potentati settoriali e locali. In Toscana soprattutto e in Umbria. Anche in Emilia. A Genova. A Milano. A Reggio Calabria i resti del Pci nel Pd sono contesi fra tre incumbent.

La case editrici che nascono ancora, con i remi letterari e i festival della mente, a quasi un quarto di secolo dalla caduta del Muro, e muoiono (ma pagando i debiti: ben finanziate), con la liquidazione del contro Rodetta in Svizzera. Al conto confluivano le tangenti sull’ex-import con l’Urss. Conto di cui il fiduciario è rimasto sconosciuto: nessuna Procura italiana ha voluto saperlo.
Il fiduciario si disse che fosse Primo Greganti. Succeduto da Valerio Occhetto, con Vittorio Veltroni.

Le Procure che non hanno mai voluto sapere del conto Rodetta.

La Rai che chiama Zichichi e Hack a commentare il bosone di Higgs. Vecchi, senza titoli, e senza charme. Non sanno nemmeno spiegare cosa è stato scoperto. Sono politicamente corretti?

Ombre - 138

L’assemblea del partito Democratico è una rissa, vista di presenza. Ma se ne legge come di un evento, quasi straordinario.
E dire che Bersani non è nemmeno uno impositivo.

Grandi attese a sinistra per Hollande, all’assemblea nazionale del Pd e nei giornali, un presidente che ha una compagna con ufficio personale all’Eliseo e sei camerieri, e s’intromette nelle foto ufficiali e nelle elezioni politiche. Col vecchio Pci si accetta tutto, le guerre, le tasse, e anche le amanti servite.

L’emiro del Qatar si compra Valentino. È un segno di fiducia, l’emiro spende bene i suoi soldi, ma Milano è delusa. Avrebbe voluto un acquirente biondo?

È un mese ormai di caldo eccezionale, non si soffriva tanto da secoli. Ma non ci sono incendi. Il troppo caldo ha messo in crisi l’autocombustione? O la crisi economica – c’è altro a cui pensare?

Gian Mario Rossignolo per decenni ha fatto, da Mosca e da Torino, la morale alle imprese pubbliche, che sprecavano denari, a suo dire, e non facevano investimenti. Mentre tentava il colpo ai finanziamenti pubblici? Per questo ora, a 82 anni, è stato scoperto a Livorno, dove si era avventurato, e arrestato.

Nicola Lombardozzi accomuna su “Repubblica” Putin a Stalin. Per aumentare l’uno, per diminuire l’altro? E i lettori di “Repubblica” se la bevono?

Firenze si celebra seconda città più accogliente al mondo – dopo Bangkok. Secondo una pubblicazione Usa che privilegia gli alberghi a sette stelle. Più caro più accogliente?

Piazza Santa Maria Novella a Firenze, uno dei luoghi più storici, e più belli, d’Italia, è stata popolata da senzatetto e spacciatori per una dozzina d’anni. Poi il sindaco rottamatore Renzi ha deciso di bonificarla, creandoci un prato. Ora è una piazza d’erba secca, e detriti animali. Bisogna dare Firenze al Fai?

“Il problema non è vendere, il problema è incassare i denari”, dice all’ottimo “Corriere della sera-Firenze” il presidente del consorzio Brunello, il vino d’eccellenza di Montalcino. In Italia nessuno paga nessuno: bastava una piccola, piccolissima, riforma della giustizia, un solo giorno d’attesa, due, per farsi pagare una fattura invece di un processo dei dodici-quindici anni, per risollevare il paese.

Vale contro la Grecia, in rapporto alla Germania, il pensiero sottile di Bismarck: “I Balcani non valgono le ossa di un solo granatiere di Pomerania”. La storia è magistra vitae, diceva Cicerone. Ma i tedeschi sono nati “imparati”.

sabato 14 luglio 2012

Perché non possiamo dirci comunisti

Berlinguer o perché non possiamo dirci comunisti. Esemplare d’indigenza politica, inverosimile. Dopo “La questione morale”, e in una “Piccola collana morale”, un altro volumetto del segretario del Pci al suo massimo fulgore che riuscì a sconfiggere il favore popolare. Due conferenze del 1977, tre anni dopo l’austerità inventata da Fanfani, che le Edizioni dell’Asino ripropongono per un Nuovo Modello di Sviluppo. Forse satiricamente? L’asino in questione è la storica rivista satirica e non il quadrupede. Anche se, bisogna riconoscerlo, per una volta il Pci arrivava solo tre anni dopo la Dc.
Possibile che il Pci non fosse altro che questo? Il “nuovo modello” si vorrebbe in linea con l’economia verde o ecologia, che però è una scienza e una politica del lusso.
Enrico Berlinguer, La via dell’austerità, Edizioni dell’Asino, pp. 74 € 10

Il complotto c’è ma è il mercato

Il complotto c’è ma è, again, il mercato. Questo mercato. Gestito senza smagliature da Wall Street e Londra – con abilità anche, se i suoi portavoce, l’“Economist” e il “Financial Times”, fanno autorità morale in Italia. L’accordo sul Libor, il tasso interbancario che si definisce a Londra (London Interbank Offered Rate), tra le grandi banche anglosassoni, con la cooptazione di Deutsche Bank e di un paio di banche svizzere, era esteso alla Bank of England e alla Federal Reserve. Era cioè - è - sistemico. Anche se, per qualche concorrente più piccolo o meno abile, omertoso.
Che i titoli del debito italiano siano spazzatura nessuno può crederlo. Ma Moody’s lo sostiene con un fine preciso e anche, a suo modo, dichiarato: tenere l’euro terremotato. E lo ottiene: il declassamento del debito impone ai grandi investitori, banche e fondi, di disfarsi dei titoli italiani, in automatico. Dopo la Grecia ci voleva un altro “pig”, un cinghiale da puntare. Doveva essere la Spagna. Ma lo spirito di nazione in Spagna resta forte. L’attacco è quindi partito, con costanza da quasi un anno ormai, contro l’Italia, frammentata e instabile – la “sindrome milanese”, ormai ventennale. Con la “complicità” della autorità tedesche, coè con la loro stupidità. Sotto forma di rigidezza, di moralità, di ordine, tutto quello che si vuole, ma stupida: finanziariamente, economicamente e politicamente.
Wall Street e Londra non hanno un pregiudizio contro l’euro, non che si veda. Ma poiché l’euro è debole e mal fatto, trovano comodo lavorarci contro. Sullo sfondo peraltro di una solida sintonia politica, questa sì molto anglosassone, tra Washington e Londra contro l’Unione Europea e la “fortezza Europa”: l’Unione andava bene fino alla caduta del Muro, in funzione antisovietica, ma successivamente, e in coincidenza con la creazione dell’euro, l’Europa è diventata un incomodo. Non temuto – sono gli organi della City a spiegarlo - poiché ha pretese superiori alle sue realtà. E quindi di agevole contrasto, se non di assalto o rapina.

venerdì 13 luglio 2012

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (135)

Giuseppe Leuzzi

L’Antimafia indaga Carrara. Carrara in Toscana, la città dei marmi. Indaga le vendite dei blocchi di marmo. Alla mafia? No, a operatori cinesi, indiani e altri asiatici. Sulla base di un’interrogazione parlamentare dello stesso vice-presidente dell’Antimafia, Granata. Che è siciliano. Per allontanare i sospetti dalla Sicilia?

Delenda Gioia Tauro
Francesco Forgione fa di Gioia Tauro il porto della ‘ndrangheta. Pubblica a Milano da editore volenteroso quattrocento pagine al termine della quale il “delenda Gioia Tauro” insorge incontenibile. Studioso, dice lui, nonché ex parlamentare di Rifondazione e presidente della Commissione parlamentare antimafia, niente di meno, si è fatto executioner. Involontario?
Il porto di Gioia dava fastidio perché era il più grande del Mediterraneo. Ora potrebbe non esserlo più, per la concorrenza di Porto Said, che le fonti di Forgione non cessano di celebrare con gusto, dove la manodopera costa un decimo che a Gioia Tauro, e si spera anche di Tangeri. Ma ugualmente dà fastidio. Bisogna costruire un terminale che lo spossessi completamente a Vado Ligure, da cinque miliardi, tutti pagati dallo stato. Lì non c’è la mafia.

“Miracolo a Gioia Tauro”, titola il “Corriere della sera” in prima pagina ieri, “l’assenteismo crolla del 70 per cento. E la ripresa produttiva è stata tale che il porto calabrese ha fatto il record. Tre mega-navi portacontainer movimentate contemporaneamente”. Nel paginone dello specialista Gian Antonio Stella non c’è spazio per il fattore determinante del record: le nuove gru che la società concessionaria ha impiantato, coi soldi della Regione, in aggiunta a quelle già esistenti. Quanto all’assenteismo, il calo è di un anno fa: tra l’1 agosto 2010 e il 31 luglio 2011, date fatidiche, è sceso dal 15 al 5 per cento.
Nello sdegno della stellato “Corriere” ha grande ruolo la Maersk, colosso del traffico container, che un anno fa abbandonò lo scalo a sua volta sdegnata – e non perché le hanno promesso uno scalo tutto suo in Liguria, cui è propedeutico il fallimento di Gioia Tauro. Anche la Maersk, essendo danese, è nordica, e lo sdegno ha grande ruolo al Nord.
Tra i difetti di Gioia Tauro Stella mette con insistenza la Salerno-Reggio Calabria: i tir non possono trasportarvi i container. Ma Gioia Tauro è un porto di trasbordo, da una nave più grande a una più piccola. È così che viaggia il traffico container. Quanti tir-container avrà contato questo Stella sulla Milano-Serravalle, per esempio – che non contengano tangenti?

Milano
Non è vero che non c’è un colpevole per la strage di Brescia. Almeno uno c’è, senza ombra di dubbio, stabilisce con argomentazioni solide la sentenza d’Appello: è il pentito Digilio. Ora morto, Digilio ha deviato per vent’anni le indagini della Procura di Milano. Senza collusioni.

La Lombardia fornisce indubbiamente il servizio sanitario migliore d’Italia. Ai
prezzi più bassi. Ma si può fare campagna contro di essa, contro i concorrenti di un certo Rotelli. Che è il grande azionista del “Corriere della sera” per conto di Bazoli. Senza vergogna. E anche questa è Milano.

La Cina si offende e allora Pisapia cancella la cittadinanza onoraria al Dalai Lama. Perché l’aveva proposta allora? Per ipocrisia.

Si è sempre colpiti, dovendo viaggiare a Milano, dal senso di abbandono che regna in quella città così ricca. Anche nelle strade e le piazze più ricche e coltivate. Non c’è qualità nelle merci e nel servizio – c’è supponenza e prezzi esorbitanti. Non c’è gusto né cura per l’ambiente, l’estetica, l’atmosfera. Rovine, ancora della guerra. Alberi tagliati e abbandonati, Scavi mai ricoperti. Di opere forse abbandonate, forse no. In evidente crisi con se stessa, la città è però feroce col mondo.

Al mare in Versilia avviene di dover frequentare due bagni che hanno clientele diverse, uno toscana l’altro padana – di emiliani e lombardi per lo più. In uno si conversa coi vicini d’ombrellone e al bar, seppure infine bloccati dalla gnagnera e dal roboante toscano. Nell’altro no. A volte non c’è nemmeno risposta al “buongiorno”. Parlano solo al telefonino.

Si può prendere Minale a Milano come una jattura per la città, uno dei tanti giudici napoletani che l’affliggono. Minale, che si dice furioso perché il processo Mills è andato in prescrizione, è lo stesso che impiantò i processi a Sofri in modo che fosse condannato, pur sapendolo innocente, dentro il processo e fuori del processo Per un tal giudice la prescrizione non esiste, e nemmeno la giustizia: la giustizia è lui.

Ma si ritrovano solo per caso tutti questi giudici napoletani a Milano? Ilda Boccassini, per esempio, che vuole Lele Mora in isolamento, da un anno o due ormai, per odio – l’uomo non è un criminale (per odio a Berlsuconi)? Quando cominciò a fare la Boccassini a Caltanissetta, nelle indagini sulla strage contro Falcone, la allontanarono. A Milano.

Il Procuratore Generale di Milano, Manlio Minale, può dire impunito il falso, volendosi martire di Berlusconi. Che le indagini sul caso Mills durarono solo diciotto mesi. Come se diciotto mesi fossero niente. Ma tutti sanno che le indagini durarono anni, e furono riaperte, con almeno un supplemento d istruttoria.

Condannare qualcuno attraverso la prescrizione è ormai procedura ambrosiana acclarata. Seppure a opera di giurisperiti partenopei. E si applica non solo a Berlusconi, in questa singolare Milan-Inter. È l’etica lombarda – ce n’è una.

Miracoli a Milano
Finito Valentino è finito “Valentino”, il marchio. L’emiro del Qatar se lo compra ma per portarlo fuori, a Parigi o New York, sedi ben più glamour e trendy, come è successo per Gucci.
La moda a Milano è in effetti uno dei tanti miracoli di cui la città beneficia per la sua potenza finanziaria. Fu inventata indirettamente dall’Eni nel 1973 con la mostra del design italiano al Moma di New York, e la “salita” di Giorgio Armani a Milano con la sua idea dell’alta moda pronta. Stilisti milanesi e di fuori vi si sono innestati, Versace, Missoni, Trussardi, Prada, Valentino, Ferrè, e i tanti successivi. Il tempo di vita dello stilista creativo.
La città non è attraente né suggestiva. Chi ha talento, fra gli stilisti non imprenditori, sceglie Parigi o New York.

leuzzi@antiit.eu

La lingua angelica delle cose

Nel Novecento da riscrivere rientra certamente Arturo Onofri, per amanti di Positano e non – questa mini riproposta delle edizioni Via del Vento venticinque anni fa non ha avuto seguito, Onofri resta fermo alla riedizione Neri Pozza, 1959, ma non è detto. La materia c’è. Onofri ha avuto peso negli anni 1930, non senza ragione. Anticipatore della “poesia della cose” di Savinio, e insieme teorico e illustratore, col “frammentismo”, di quella che sarà la scrittura d’arte, rondista, e anche ermetica. “Scolpite d’argento le case a sbalzo, sotto la luna nel massiccio del monte, ascoltano attonite il mare che adesso rifiata dalla fatica dei suoi mezzogiorni”, anche per chi non è stato a Positano una notte di luna la cosa c’è. “L’umanizzazione degli oggetti”, la chiama Mada Vigilante che ha curato questo inedito del 1925, una appendice alle “Orchestrine” del 1917. Che più tardi Bachelard dirà “la poetica della rêverie” – dallo stesso Onofri peraltro anticipata in “Nuovo Rinascimentocome arte dell’io”, 1925. Del linguaggio da mirare a “una lingua angelica… nella quale il parlare è un accordare il mondo con se stesso”.
Arturo Onofri, Quaderno di Positano

giovedì 12 luglio 2012

Secondi pensieri - 107

zeulig

Amore – Nella magia bianca è sempre femminile. Sortilegi, amuleti, formule, malocchi, maledizioni, ogni incantesimo è divisato per le ragazze, per catturare l’uomo dei loro sogni, sul quale hanno messo gli occhi. Dell’uomo innamorato si dice che è la donna ad affascinarlo, ad averlo catturato con un incantesimo – il fascino è femminile, l’attrazione per sortilegio.

Intellettuale - L’orgoglio, il primo dei vizi, è solo intellettuale.

San Tommaso, che gli angeli dice intellectuales, riconosce loro un “motus cognitionis angelicae”, dei colpi d’ala. Una sorta di natura angelica intellettuale.

Il silenzio che avvolgeva a Mosca al tempo del sovietismo era detto “il linguaggio degli intellettuali”. Era una barzelletta di regime, ma di che parla l’intellettuale, quando parla?

Si può essere intellettuali disonesti, passando alla politica, e nulla di male: la politica si propone dei fini, che possono essere onesti. Un intellettuale che non sa liberarsi dell’onestà è destinato alla delusione, e i peggiori esiti diventano possibili, il tradimento, il rancore, la perdita di se stessi, come narrano già in antico le mitologie

Pregiudizio – Non ha contravveleni, essendo impermeabile alla ragione. E non il ridicolo, una forma di debasement: il pregiudizio è la cristallizzazione dell’orgoglio cieco, e senza fagle.
Si giustifica come una forma di difesa, per esempio di fronte al “diverso” (il meridionale, il nomade, l’immigrato, come già l’ebreo), o al “politicamente corretto” (i diritti delle minoranze), ma è al fondo solo l’esercizio di un piccolo potere.

Il “politicamente corretto” agisce nei due sensi, del giudizio e del pregiudizio. Quando l’accesso all’uguaglianza, che pure è un diritto, si prende per dovuto e non da conquistare (meritare).

Storia - La storia è la norma. Oppure un gioco, quello di Huizinga, che giocato una volta permane nel ricordo, è tramandato e può essere ripetuto. È un insieme di forme ideali in atto, forme di vita. È teatro, una bella rappresentazione, su fondale di sgargiante fantasia – era il piumaggio cangiante del pavone in Scoto Eriugena. O messa in scena strana e costosa per Mario Luzi. È una fantasista tra le più gaie per l’autore delle “Demi-vierges” - le vergini, per il resto, rotte a tutto. Le opinioni sono divise. Maschia però per Luciano, un atleta robusto e duro come un alce. Oppure no, è adattabile e ha struttura cartilaginosa: non è, ma non si può dire che non sia. E consola ruffiana.
Per alcuni è un vulcano. Per altri è roccia. O fiume. Un fiume che non conosce ritorno, aggiunge Sklovskij. È un pipistrello, cieco, incestuoso e ermafrodito, assicura Borges: quello che diciamo storia sono menzogne, visioni di oggi. È invece un angelo per Benjamin, Arendt e Scholem, che potrebbero, dovrebbero, dubitarne. Alcuni vogliono che sia Dio. In via d’inarrestabile regresso. Deformata e deformante per Ernst Bloch. Traditrice per Marc Bloch, a volte. Lo stesso che per Manzoni, quand’era sincero. “La nostra storia”, dice Musil, “apparirà all’occhio divenuto sensibile poco diversa da un recinto fra quattro mura, dove il gregge umano ondeggia smarrito di qua e di là”.

È anzitutto un fatto di cronologia, assicura Duby. In quanto gioco propone alternanze, trasforma le certezze, sposta le frontiere tra zone del sapere, le supera, spiega Redondi, lo storico di Galileo, rinnova la teoria. E pure la pratica. È padrona, e servile. O è un fardello. “Non sono arrivato alla mia età per occuparmi della storia universale, la cosa più assurda che ci sia: mi è indifferente che muoia questo o quel personaggio, che sparisca questo o quel popolo, sarei pazzo se me ne inquietassi”, Goethe vecchio e vile disse al cavaliere de Müller, ma bisogna sopravvivere. “La storia universale è la corte di giustizia del mondo”, insegna invece Schiller. Da cui la nota formula di Hegel: “La giustizia è immanente nella storia”. E che altro vi è immanente? la caccia, la ragione, il tempo perduto? Lì si va sul sicuro, se “una lunga durata”, come Kant aveva stabilito, “è sublime, e se puntata sul passato è nobile”. La storia è fatta di noia per Longanesi. Di rovine per Lucentini. E di eterne differenze per Foucault. Fu ascesi ed eroismo nei secoli bui, è sempre istruttiva per Adam Smith, ma resta imprevedibile per Bobbio.

La storia era Dio fino a Hegel, quindi Provvidenza, Saggezza e Ragione. Provvidenza dell’Evo Medio che era la Fortuna dell’Evo antico, e legge razionale in Tucidide. “Storia di un uomo solo”, la dice Borges, che prima o poi ritorna: “La storia è indistruttibile”. È un’esercitazione del mito ancora per Lévi-Strauss. Ma già non è più vero: la storia non ha dei, ha scoperto Camus. O Nietzsche: muore con Dio il passato, se concepito come entità rispetto alla quale l’uomo non può nulla. E Céline: i ricordi imputridiscono come mele. Ma questo è negato pure a Dio, ha ragione il tragediografo Agatone che Aristotele cita: cancellare il passato, gli eventi. La storia è persistente, e collosa, e rimbalza. Non è possibile evitarla, assicura Braudel, e tutte le storie ci appartengono.

Tutto il reale, certo, è storia, riconosce Jaspers – e il reale che cos’è? In questo senso è la profetessa della verità, o la sacerdotessa, secondo volevano Diodoro e Dionigi, e ovviamente Cicerone.

zeulig@antiit.eu

La Cina è lontana, il letterato è leghista di ritorno

Luzi e Sereni soffrono i galli, che sentono cantare all’alba vicino all’albergo. E non mangiano, soffrono la cucina cinese. Malerba tace e non vede, non che si veda. Arbasino minaccia sempre di pagarsi il viaggio da sé. Tutt’e quattro però si sorbettano ogni giorno estenuanti sedute con delegazioni di letterati cinesi, ai qual rappresentano lo stato delle lettere in Italia e dai quali si fanno rappresentare lo stato delle lettere in Cina. Dopo un preambolo di invettive contro la Banda dei Quattro. L’evento si produce durante il processo alla Banda, col trionfo di Deng, il padre della nuova Cina.
La Cina è anch’essa remota. I cinesi sono molto interessati e non la smettono mai. Loro conoscono soprattutto “Spartaco” di Giovagnoli (Raffaello, garibaldino). C sono ancora i negozi dell’Amicizia, per straniera, in valuta, dove poter comprare qualche ricordino. Gli alberghi si chiamano della Serenità. I letterati sono tutti per il bene del popolo e il progresso. Con comitati dì accoglienza, fiori, delegazioni, eccetera. E si firmano protocolli: per gli scambi culturali, per il progresso delle arti e le scienze, eccetera.
Periodicamente i letterati italiani erano convitati fino al 1980 a visitare la Cina. Il primo viaggio fu nel 1955, la delegazione fu la più nutrita. L’ultimo è questo del 1980. Dopo ogni viaggio, singolo o in delegazione, che durava una o due settimane, anche tre, i viaggiatori scrivevano libri. Una sorta di genere, dell’improntitudine. I primi si leggono con raccapriccio, Banfi, Fortini, Macciocchi, dal 1956 in poi. Quelli del 1983-84, sul viaggio del sindacato nazionale scrittori del 1980, si può dire che coronano un ciclo. Volponi e Calvino, anche loro invitati, si defilarono, ma non si può dire a loro lode, lo fecero per ortodossia di partito, il Pci era con l’Urss contro la Cina. Mario Luzi coronò il viaggio nel 1984, dopo riflessione, con un “Taccuino di viaggio in Cina” cui premise un commosso poemetto, “Reportage”. Malerba si produsse nel 1985 in uno scarno libretto “Cina, Cina”, di frasi fatte. Vittorio Sereni lasciò inedite le note di “Viaggio in Cina”, Solo Arbasino, che aveva viaggiato a lungo in Asia prima che in Cina, scrisse qualcosa di meno approssimato, in “Trans-Pacific Express”: i “segni sono tutti diversi, le forme non coincidono, i nostri strumenti non funzionano né combaciano”. Ma, alla rilettura, anch’egli eccezionalmente noioso (ripetitivo): sembra che anticipi l linguaggio leghista, un provincialismo di ritorno in quegli anni cosmopoliti. Sereni è valetudinario. E, per così dire, ingenuo – “Canton mi ricorda molto Tashkent”. A un certo punto ha “il sospetto” che il processo alla Banda dei Quattro “sia manovrato”. Sereni e Luzi non sopportano Arbasino – sarà la parte più vivace dei loro ricordi.

mercoledì 11 luglio 2012

La banche tedesche fuori dalla vigilanza Bce

In sintesi, la Germania vuole: salvare le banche, ma non sottoporre alla vigilanza della Bce le Landesbanken, le grandi casse tedesche del sottogoverno. Com’è possibile? È quello che il governo tedesco e la Bundesbank vogliono. Costituire un fondo europeo di garanzie per le banche, che assicuri i risparmiatori contro eventuali fallimenti, e quindi cerare, com’è la regola, una vigilanza bancaria europea, che non può che farsi in senso alla Bce. Ma non per le Landesbanken, che pure sono banche grandi e grandissime – le maggiori banche tedesche, a parte la Deutsche Bank, sono di questo tipo, sorte di grandi casse di risparmio regionali.
Non senza un motivo, naturalmente. Il motivo è che queste banche sono territoriali, e quindi stanno fuori degli accordi nazionali interstatali su cui si regge l’Unione Europea. Come se la Cariplo, quando esisteva, non avesse dovuto rispondere alla vigilanza della Banca d’Italia, ma del Comune di Milano o del vescovato, che erano i suoi “azionisti”. L’argomento è peregrino, ma non c’è dubbio che la Germania otterrà quanto vuole. Tra i tanti precedenti, uno fu macroscopico come questo, e fu gestito in perdita da Mario Monti, da commissario europeo alla concorrenza: il governo tedesco riuscì a finanziare la Volkswagen senza far passare il suo intervento come indebito aiuto di Stato, giacché l’azionista pubblico del gruppo automobilistico erano la città di Stoccarda e il suo Land.

Le forche si biforcano a Palermo, poi si ricompattano

Scalfari che polemizza con Messineo e Ingroia, chi sono costoro?, riempiendo il giornale da lui fondato, è uno spettacolino non male, anche se per patiti. A colpi di pandette! Scalfari è laureato in legge pure lui, con 100 e lode. Ma la fattispecie non è da ridere, e bisogna farci un pensierino.
La fattispecie è l’intercettazione del Quirinale, nelle persone del consigliere giuridico del presidente della Repubblica e dello stesso presidente, al telefono con Mancino e col Procuratore Generale della Cassazione. Un fatto subito sembrato grave ai più – le intercettazioni e la loro divulgazione, non le eventuali telefonate - ma non al partito dei forcaioli.
Le intercettazioni non si potevano fare, e comunque andavano distrutte e non passate ai giornali. Ma erano a carico di Mancino, della trattativa Stato-mafia, il monumento che i finti ingenui di Palermo stanno erigendo alla mafia, nelle persone di Brusca, Spatuzza e Ciancimino jr., due bruti e un signorino, e Scalfari non se l’è sentita di scendere in campo. Questo in un primo momento. Poi, invitato dal presidente della Repubblica a Castelporziano e ricevuto in pompa, si è schierato con lui. Ma con giudizio.
L’ex don Chisciotte del giornalismo tramutato in Sancio Panza non ha criticato il giudice Ingroia, che ha disposto le intercettazioni e se le “vende” ai giornali. Ha attaccato il giudice Messineo, che figurativamente è il capo di Ingroia. Figurativamente: Messineo è il classico leguleio che non capisce bene di che si sta parlando. Sparando sul falso scopo Messineo, però, la battaglia si è risolta classicamente tra Scalfari e Ingroia, quando gli eserciti erano figurine, senza danni reciproci: ora la trattativa Stato-mafia può ripartire, senza Napolitano.

Rodari alla macchia, col “Sole 24 Ore”

Le prime favolette di Rodari, piene dell’humour rovesciato che tanto piace ai bambini: bizzarro, sovvertitore, negli abiti della normalità – che di più normale di un bambino? Materiali recuperati dalla moglie e la figlia, che non hanno trovato editore, benché Rodari sia uno che vende. Lo pubblica il giornale dei ragionieri, a prezzo d’affezione, un dono di leggerezza, comprese le illustrazioni altrettanto lievi di Sophie Fatus. Una storia che prolunga il piacere della lettura – Rodari non l’ha scritta perché la pensava impensabile?
Gianni Rodari, Fiabe lunghe un sorriso, suppl. “Il Sole 24 Ore”, pp. 164 € 3,90

Letture - 102

letterautore

Borghese - È scomparso dalla letteratura nel momento del trionfo. Piaceva – ha una funzione letteraria – quando era in crisi? Il borghese vuole essere minacciato, Mandel’stam lo sapeva nel 1930 (“Quarta prosa”): “Il borghese è di sicuro più ingenuo del proletario, più prossimo al mondo uterino, alla condizione del neonato, del gattino, dell’angelo, del cherubino”. Facendolo – facendosi – padrone, anche cattivo, si dava dunque sicurezza.
Mandel’stam lo voleva comunque protetto: “Bisogna serbare la borghesia nella sua candida parvenza, divertirla con intrattenimenti improvvisati, cullarla…”. Sottintendendo, naturalmente, che chi deve cullarla è la borghesia stessa: l’effetto si raggiunge meglio deprecandosi, purché si conduca il gioco.

Camilleri - “Il Sole 24 Ore” pubblica due domeniche di seguito lo stesso “Posacenere”, la rubrica di Andrea Camilleri, ma nessuno se ne accorge – nemmeno il giornale. Quanti dei milioni di acquirenti dei “Montalbano” leggono l’ostico personale dialetto dello scrittore, benché stilizzato-ripetitivo?

Dante – “Mi sono smarrito nel cielo… Che fare?” Così Mandel’štam, dantista emerito, rivive il poeta nel suo proprio esilio a Voronež, In una composizione modesta (ora nella raccolta “La conchiglia”) ma con la stessa disperazione di esule in patria, reale e figurato - Mandel’štam è confinato, non ostracizzato, ma presagisce la sua morte, di lì a pochi mesi, in un gulag nella remota Vladivostok.

Gattopardo – Si può anche dire realistico, ma sempre nel quadro dei romanzi “cavallereschi” alla Cervantes. La sua aristocrazia – di questo parla il romanzo – è plebea. Ciò corrisponde alla realtà: l’aristocrazia siciliana è di affari, non politica, né di guerra o di saperi. Di nessuna qualità, salvo l’aver ammucchiato un tempo la roba. E alla terza o quarta generazione si è dissolta, il tempo per i nipoti di farsi poeti o l'amante a Parigi: il tipo che si mangia il capitale (“la rendita non basta più, bisogna intaccare il capitale”). Senza spessore, senza consistenza. E quindi, da incapace, tournée fatalista. Ma, presumibilmente, nemmeno tanto povera, di spirito e di soldi, sia i giovani (Tancredi) che i vecchi (il Principone), come il “Gattopardo” la rappresenta. Nel palazzo sulla Conca d’Oro, a Donnafugata, al ballo.
Gioacchino Lanza Tomasi spiega nel saggio, a lungo meditato, con cui ha presentato l’ultima riedizione del romanzo, che Tancredi fu disegnato sulla sua figura fisica e il modo di fare, il Principe Salina sul bisnonno di Lampedusa. Ma il lettore non può non collegarlo alla figura stessa di Lampedusa, e ai suoi modi di essere.

Intellettuale – È figura del passato, in rapida obsolescenza – “il digital divide riguarda anche l’intellettualismo”, argomenta Rina Brundu, editore-direttore di “Rosebud”, il giornale online. In termini di mercato è come se l’intellettualità – intellighencija nelle sue forme di potere – avesse avuto finora una struttura oligopolistica, con le tipiche strozzature all’accesso e nella selezione (cooptazione, cordate, verticismo), che i blog liberi e i social network hanno sbloccato.
Non è un prospettiva nuova. Se ne discusse prima della guerra a proposito della “cultura di massa”, a opera della Scuola di Francoforte, e in Italia negli anni 1960. Allora il primato fu agevolmente ricostituito attorno alla cultura “alta”, malgrado la messa in guardia che già cinquant’anni fa circolava a opera di Marshall McLuhan (“il mezzo è il messaggio”, l’immagine, l’informazione immediata, plurima), col passaggio dei poteri dalla Scuola di Francoforte alla Nuova Retorica francese. Di fronte al fenomeno Rete le schiere tardano ora a ricostituirsi.

Parole composte – Molte sono di uso comune e ormai indistinte (madreperla, pescecane, salvagente, etc.). Quelle divise pur essendo composte le usava il greco antico e le usa il tedesco moderno. Ma con effetto antitetico. Allusiva, armoniosa, sempre cantabile è la parola composta in greco, ferrigna in tedesco, piatta, freddamente significante più che evocativa, e non unitaria. Un sintagma senza il verbo, che specifica ma non incarna il senso, composita e non unitaria.
Perché il greco usa parole composte aggettivali, il tedesco sostantivali? Perché il tedesco è lingua tecnica e filosofica, il linguaggio ha disperso nella sua misterica meditazione – non fantastica: grave, e inconcludente.

Sovietismo – Il discredito è stato totale e radicale. Di una cultura pure imponente, e con effetti duraturi, quasi incancellabili. Nessuna vindicatio, neppure una memoria. Anzi, a un quarto di secolo dalla sua caduta, non se ne recupera niente. Giusto la pittura, ma allora in spirito eretico. Con pregiudizio di autori e idee di spessore, nella poesia, nel cinema, nelle arti grafiche.

Storia – “Tutto passa e tutto resta,/ però il nostro è passare,/ passare facendo sentieri,/ sentieri sul mare” – oggi si direbbe “liquidi”. È in questi versi di Machado il fluire della storia, la più vera delle sue verità.

La storia è tragica, trova Raymond Aron. Un gran bollito secondo Gadda. Era cieca e irrevocabile per Valla, Poliziano e Telesio. Commedia e dramma. E in essa non c’è rimedio, se la fantasia non la completa, questo era già vero per Bouvard e Pécuchet. La storia ha avuto sempre un gran richiamo sui letterati. È l’incubo da cui Joyce tentava di ridestarsi. È nozione borghese e romantica. La storia è mania borghese anche secondo Aragon, il con d’Irène, e gli altri derivati del Pcus. Essendo tutta un pettegolezzo tra Oriente e Occidente, ammicca Del Buono da “Linus” Il metodo storico è dell’Ottocento, secolo borghese e occidentale, dopo la Rivoluzione. Confuso tra odio e favore di parte, il racconto della storia è sconveniente, diceva già Schiller nel “Wallenstein”.
La storia parte da un principio esattamente opposto a quello che regge la vita – checché volesse dire Schiller (o non sarà Camus: “La storia annienta l’uomo”?). “Lu munnu va n’arreri!” è scoperta del poeta Domenico Tempio, il mondo va in culo. La fisica la fa finire in un buco nero. Anche figurativamente, per la cecità della storia.

Tribù – Sirieni, oppure udmurti, le note esplicative assicurano che sono popolazioni reali, Mandel’stam ci ricama sopra nelle sue memorie di Pietroburgo (“Il rumore del tempo”). G.Grass fa molto caso dei casciubi, la sua tribù a Danzica. Herta Müller dei suoi sassoni del Banato. Magris dei bisiachi. Poi ci sono gli ingusci, i loro nemici gli osseti, e una diecina di altre nazionalità nella minuscola Ossezia del Sud, di cui mai si è parlato come oggi, che contano pochi effettivi.
La tribù piace ai letterati. In ribasso presso antropologi e folkloristi, viene bene per sorprendere il lettore con le sue virtù speciali. Anche se solo per effetto dell’inbreeding, fisiologico e sociale. Questo avvertibile e avvertito in Germania alla rinazionalizzazione, dopo la riunificazione, delle tribù etniche sparse da secoli per il mondo: gli hütterer dell’est Europa e del Nord America, i sassoni di Romania, le colonie dimenticate del Volga e del Paraguay. Ma più le tribù piacciono per essere morte, o moribonde - un po' alla manmiera come si leggevano in Margaret Mead, reali e remote, se non estinte. A questo fine servono meglio le tribù disseminate nel vasto mondo slavo. Quelle dell’Africa, dove hanno ben più solida consistenza, invece, non attraggono. Bisogna anche dire che le tribù vive africane hanno più vizi che virtù – non se ne conoscono. E fanno paura.

letterautore@antiit.eu

martedì 10 luglio 2012

Informazione e indignazione

Lo scandalo più grosso è senz’altro legato agli appalti (v. blog precedente). Ma sui giornali, e sui banchi in libreria, gli appalti non esistono. Più pagine e più libri indignati sono dedicati, nell’ordine, a: 1) Berlusconi, 2) le mafie, 3) la politica, 4) la giustizia. Una classifica immutata da una dozzina d’anni, anche ora che Berlusconi non è più al governo. In edizione sono una sessantina di libri contro Berlusconi, una quarantina sulle mafie (e più sulla più grigia di esse, la ‘ndrangheta), una dozzina sulla “casta”, una mezza dozzina sulla malagiustizia. Ma è come se l’indignazione scacciasse l’informazione, la corretta valutazione delle cose. In troppi casi e con troppa costanza per farlo ingenuamente.
L’opinione pubblica è fenomeno complesso. È solitamente accrescitiva, tende ad ampliare i fenomeni che le si impongono giorno per giorno: questo o quel paese canaglia, l’evasore fiscale, il cardinale Bertone, la malasanità (sempre pubblica). Ma in questo tradisce la sua funzione, se essa dev’essere critica e non commerciale. E finisce parte dell’ingranaggio (il potere) che essa è nata invece per decrittare: capire, scegliere, decidere.

Fisco, appalti, abusi - 7

Prendendo per buono il Piano delle infrastrutture strategiche di Passera, 234 miliardi da spendere in tre anni, 2013-2015, la taglia per corruzione sarà di 93 miliardi e mezzo. Prendendo per buona la percentuale della Corte dei Conti, il 40 per cento del valore delle opere, conservativa (gli appalti solitamente raddoppiano e triplicano di costo in corso d’opera).

Più l’Iva aumenta meno incassi fa fare allo Stato. Viene detto un paradosso, ma è noto principio di Scienza delle finanze: dimenticato. Il ritardo dell’Italia è soprattutto culturale.

La Toscana ha il record egli autovelox installati, Firenze in testa, seguita da Pistoia, e dalla provincia di Grosseto lungo l’Aurelia. Non a fini dissuasivi ma fiscali: nascosti per lo più dietro pilastri o siepi, dopo segnali che riducono fortemente la velocità. Le multe sui transiti sono le secondo e terze voci di entrata di molti piccoli Comuni toscani.

La Firenze-Pisa-Livorno è da vent’anni, o sono trenta?, ottanta chilometri pieni di buche mortali, che non si riparano. La sicurezza è garantita da una ventina di autovelox occultati a ridosso di limiti di velocità mutevolissimi. Ogni comune attraversato ne ha un paio.
Lo stesso l’autostrada Firenze-Siena, che è però solo 50 km. di buche. Qui solo Firenze occulta gli autovelox.

Facendo il bagno nell’alta Toscana, dalla Versilia a Castiglioncello, l’inquinamento è visibile e anche annusabile. Ma l’Arpat, l’agenzia regionale per l’ambiente Toscana, “garantisce” la balneazione in acque pulite: lo sporco è superficiale.
Sotto Castiglioncello l’apparenza è da spiaggia dei Caraibi: spiaggia candidissima e acque cilestrine. Ma sono “Caraibi chimici”, titola “Il Tirreno, “più banchi del sole”. Sono solventi e polveri della Solvay.

Com’è possibile che una fornitura allo Stato sia pagata dopo mille giorni? Perché il prezzo della fornitura era gonfiato.

Vittima due volte della rivoluzione sovietica

Mandel’stam sa far parlare le cose: gli insetti, i materiali, i segni grafici, la luce nelle sue infinite varietà. Da antologia qui la pagina sull’eloquenza della partitura musica, o del balletto, la mezza pagina sulle note di lettura a margine, o sulla vita dello “scandalo”. Ma è singolarmente afono nel testo che si vuole il più interessante di questa raccolta, quello del titolo. Si voleva ancora nel 1980, quando Einaudi ne produsse la prima edizione italiana, ora rivista da Daniela Rizzi, con brio - e con l’aggiunta della “Quarta prosa”, l’autodifesa di Mandel’stam dall’accusa di plagio nella traduzione di “Till Eulenspiegel”, pubblicata infine nel 1988, cinquant’anni dopo la morte. La vita sociale e politica a Pietroburgo nel primo decennio del Novecento, gli anni dell’adolescenza di Mandel’stam, si deve leggere con centinaia di fastidiose e insignificanti note.
Non si sopportano più i microcosmi politici che animavano la città - gli –ismi del sovietismo si estendono qui al bazarovismo (dal protagonista di “Padri e figli”, il romando di Turgenev, a sua volta positivista, nichilista) e al manilovismo (dal Manilov delle “Anime morte”). Per il rifiuto della politica che va con quest’epoca, forse. O per la “inutilità” di tanta passione democratica, inconsistente, incapace – il fatto ormai è incontestabile che la sola politica è quella che “parla alle masse”.
E dire che Mandel’stam non è un trinariciuto. Quando non stringe il cuore, rivoluzionario prima del tempo, a ragion veduta, e deluso già nel 1923: “«Per me, per me, per me», dice la rivoluzione. «Ciascuno per sé», replica in risposta il mondo”. Vittima doppia, si può dire, della rivoluzione sovietica, poiché finirà, dopo vari confini, in un gulag nel 1938. Venendo da una normalità che gli fu peraltro sempre impossibile, con una famiglia ma senza una casa: partendo per la villeggiatura i genitori lasciavano i mobili in deposito, e in autunno li montavano nel nuovo appartamento in affitto. Nomade a Pietroburgo, dunque.
Qui Mandel’stam non ha lo scatto che lo fa amare in altre prose. “Quando è rovesciato sul dorso e si accinge al salto, l’elaterio piega all’indietro testa e torace, di modo che l’apofisi pettorale, sporgendo all’esterno, si trova all’estremità della propria guaina. Durante il processo di curvatura all’indietro, per effetto dei muscoli, l’apofisi si piega a somiglianza di una molla”. Pochi sapranno cosa l’elaterio sia, né è chiara - chiaro? - l’apofisi, ma lo scatto c’è tutto. Qui, tuffato fra le persone e i ricordi invece che sulle amate “cose”, lo scatto manca. Ma la solitudine è sempre forte, irrimediabile malgrado la qualità dell’uomo, che sa dire di no, e del critico, che lo fa amare. “Una parabola assurda”, scrive nel “Francobollo egiziano”, la terza prosa della raccolta, chiamandosi Parnok, “congiungeva Parnok alle sfarzose fughe di stanze della storia e della musica”.
Osip Mandel’stam, Il rumore del tempo, Adelphi, pp. 209 € 19

domenica 8 luglio 2012

La veritàaaa sullo spread

Ferruccio de Bortoli si fa infine dire dal governatore della Banca d’Italia Visco le tre verità della crisi. Lo spread esagerato è “come se la Germania ricevesse un sussidio dagli investitori internazionali”. Logico che non se ne privi. Ma “ciò crea una grave forza centrifuga nell’area dell’euro”: più spread più spread, è un circolo vizioso, il fenomeno si autoalimenta, la Germania gongola, e non ringrazia. Il secondo punto è che se lo Scudo anti-spread “fosse dotato di capacità d’intervento adeguata la sua stessa esistenza aiuterebbe a non usarlo”. È la virtù degli accordi di stabilizzazione: essere convincenti. La stessa che poteva avere, e non ha avuto grazie alla Germania (la cancelliera ripetutamente, la Bundesbank solennemente), il Fondo o Meccanismo di stabilizzazione. C’è infine “un altro luogo comune da sfatare, che sia la Germania a pagare per tutti. Un falso”. Il prudentissimo Visco non può qui usare mezzi termini: A fine anno saranno stati versati dall’Italia (per i salvataggi) circa 45 miliardi di euro, e non ci si è agitati tanto. La Finlandia, che pesa per meno del 2 per cento, si è fatta sentire di più”.
Non fosse un dramma, si sarebbe tentati dall’urlo di Zavattini: “la veritàaaa”. Infine. Su cose che tutti sanno, e in privato si dicono. Resta da sapere perché in Italia questi argomenti non hanno corso corrente. Per fede europeista? Non ci crede più nessuno. Per ignoranza? Impossibile. Per sudditanza? Solo psicologica? È possibile: la psicologia sociale è uno zoccolo duro, durissimo nei pregiudizi, e il Nord è giusto e saggio, oltre che buono-e-bello, e imbattibile.

Una posa lunga una vita

Un D’Annunzio in posa. Inevitabile forse, è un libro di fotografie, come se ne fanno di ogni artista, ma qui tutto di pose: primi piani del Comandante, che non muta espressione per tutta la vita, intervallati dai primi piani delle belle donne di cui si compiaceva. A corredo di un testo che si segnala nell’agiografia, un manuale del genere. Anche nell’assenza della firma – forse voluta: le vite degli uomini eccezionali si vogliono anonime, vox populi. E il lato peggiore è che a D’Annunzio sarebbe piaciuta.
Trascurato all’uscita nel 2004, meriterebbe la collezione in uno scaffale del cattivo gusto, inappellabile.
Gabriele D’Annunzio. Una vita d’eccezione, Skira, pp. 106 € 9

ll mondo com'è - 101

astolfo

Capitale - Il capitale è il credito, oltre che la proprietà. E tecnicamente è cristiano - anche ebreo, ma in ambito cristiano – e quindi fino a un certo punto solo cattolico. San Paolo s’infastidì presto dei cristiani pauperisti e irenici, e lanciò il famoso: “Siate fanciulli nel cuore, non nella mente”. Ci volle tempo. Nella storia il capitale emerge in epoca moderna, coi Medici, Chigi, Fugger, Duché, agli ebrei si lascia il prestito ai cristiani poveri. Ma la simonia nasce col cristianesimo, fino alle indulgenze, il più geniale colossale mercato dei consumi mai ideato: come indurre bisogni urgenti d’un bene inesistente. E quando il capitale è voluto diventare virtuoso, a gloria di Dio, la chiesa l’ha santificato, prima il lavoro, poi le opere tutte.

Il capitale è brutta bestia, è la materia in azione. Talora si dichiara, con le sorprendenti definizioni del denaro, sempre s’infiltra con inarrestabile magnetismo. Lievita pervasivo sul pecus inerte, della materia dei fantasmi ma solido. È la più aggressiva manifestazione del diavolo, la lussuria è al confronto piccola cosa, se non per la sua forza angelica. Max Weber avrà avuto il merito, con Gotheim e Sombart, di studiare i fattori religiosi, oltre che sociali, del capitalismo – e Fanfani dopo di loro, il senatore, i cui tomi gli Usa studiano più di Weber. Napoli, la maggiore area capitalistica, d’imprenditoria capillare e caparbia, che si nega per meglio non pagare i tributi, sforzo sovrumano raddoppiato dalla leadership costantemente rinnovata nel contrabbando e l’industria dei falsi, dove la concorrenza è aspra, è religiosa fino alla superstizione, fedele a san Gennaro e ai morti. Se la santità c’entra in queste cose, san Gennaro è altrettanto spietato che Calvino e gli altri numi riformati, o i santi Borromeo tra i pii lombardi - quel che è certo del capitale è che vuole pelo sullo stomaco. Weber non poteva saperlo, a Napoli ci andava in vacanza, reputando anch’egli i napoletani fannulloni, mentre sono ingegnosi e applicati. E, avendo penetrato la natura della ricchezza, vanitosi e spendaccioni.

Federico Il Grande 2 - Anche Stendhal, che passò la vita a scrivere, odiava il padre. E aveva lo stesso bisogno d’isolamento, che espresse in pseudonimi e criptogrammi, le frasi cifrate. Ma Federico non lasciò traccia, malgrado l’impegno d’una vita, nelle lettere. Né nella vita: i calci e le frustate del padre lo resero incapace di copulare, secondo Voltaire, anche con gli efebi di cui giornalmente rinnovava i ranghi. È dunque dubbio, per l’autorità di Voltaire, che si sia sverginato a Dresda, come narra la sorella margravia. “Che c’è in Germania degno di nota”, scriveva il Campano agli amici in Italia? “Soprattutto il fatto che i morti vivono”, mortui vivant.

Federico sarà Grande per le imprese fortunate, ma era mingherlino, e quando morì si trovò che entrava in una bara da bambino. La sua poesia sono le sue imprese, ha detto Goethe, “il primo vero, alto e autentico contenuto vitale” della poesia tedesca. Ma questo monumento è un problema.
Aveva fede negli spiriti e amore per i cani. Degli uomini diffidava, le donne non le frequentò mai.
La sorella ne ricorda un attentato alla verginità in occasione di una visita che il padre l’aveva costretta a rendere al re di Sassonia, accompagnata dal fratello. Augusto il Forte deve l’appellativo ai figli, ne generava una diecina l’anno. Nulla al confronto di Salomone, che ebbe settecento mogli e trecento concubine, ma quando Augusto morì si calcolò che avesse fatto 354 figli. Qualcuno con la contessa Orczelska. Che era figlia sua, e di una francese con negozio a Varsavia. Il conte Rodofski, di cui la contessa era sorellastra e amante, la presentò a corte, dove divenne l’amante del re suo padre, che ne fu geloso. Quando i principini di Prussia giunsero in visita e il futuro Federico II s’infatuò della contessa, l’elettore montò un colpo di teatro: dopo i brindisi fece trovare al principe sedicenne dietro una tenda, in una stanza ben calda nel gelo di gennaio, addobbata di rosa e vermiglio, al centro di un cerchio di candele sfavillanti, “una ragazza nello stato dei nostri primi antenati, un corpo d’avorio più bianco della neve e più formoso della Venere dei Medici”, notò nel diario la sorella di Federico. Per un convegno, se non è fantasia sororale, dal quale il futuro re uscì senza più fregola: Voltaire, che sarà suo intimo, lo attesta “insensibile alle donne”.
Federico si vendicherà di Augusto, invadendo la Sassonia. Alla sorella Guglielmina, margravia di Bayreuth, donerà autobiografici doppieri di Dresda, con un pastore incipriato intento a scrivere lettere incompiute.
Il re Augusto di Sassonia, cui Bach intonò interminabili odi, si godeva con la stessa voracità la musica – andò fino a Venezia per ascoltare Vivaldi – e le porcellane, e si divertiva alla passione di Federico Guglielmo, il padre del futuro Federico il Grande, per gli heiduk, i soldati di almeno un metro e ottanta - nel 1717 inviò a Federico Guglielmo seicento soldati giganti in cambio di centocinquanta pezzi cinesi, barchette blu e bianche, quattro soldati per ogni battellino. Ma trattava Bach da organista, e non gli diede mai le sue spettanze, nemmeno quando il musicista gli fece causa. Miglior sorte Bach sembrò avere a Berlino, in una breve visita su invito di Federico. Che si avrà dal maestro l’“Offerta musicale” in omaggio, ironico, per essersi il re dimenticato di ripagarne il lungo viaggio. Secondo Kant il sublime dei tedeschi è la magnificenza.
Miglior sorte ebbe con Federico Algarotti. Instancabile collettore di codici e opera d’arte per il re di Prussia, dopo averlo fatto per i due Augusto di Sassonia e la loro famosa galleria, avrà il suo mausoleo al Monumentale di Pisa pagato da Federico II.

Intellettuali - Il “lavoro intellettuale” di Sartre e Fortini è niente, se non è una vergogna. È come dice Schmitt: “L’intellettuale fu rappresentativo solo in un’epoca di transizione, nella ribellione alla Chiesa”. L’intellettuale di Platone è un dittatorello. Quello “organico” sa di rifiuto – Schmitt lo direbbe della natura del teologo, della teologia che nei primi secoli fu fonte di controversie cruente, con identico arsenale - esegesi, ipse dixit, anatema - ma non grato: un intellettuale dovrebbe essere semmai contro il Partito.
L’intellettuale ama rappresentare la sua funzione, con ricorso aperto sulla scena all’omissione e l’ipocrisia, ma questo ne fa un cantante d’opera più che una autorità. Il suo è un lavoro, usurante. Garboli, bello e ricco di suo, e ospitale, che l’intellettuale voleva proletario, ha ragione: più proletarie di tutte sono le attività intellettuali, lavoro non pagato, una schiavitù, seppure volontaria. Pensare o scrivere non sono un lavoro nel vocabolario e l’opinione, sono ritenuti e si vogliono uno svago, roba da dilettanti. Mentre sono l’occupazione più assidua, minuto per minuto, giorno per giorno, senza soste né vacanze, vengono idee pure la notte, sia la scrittura creativa, poesia, filosofia, o politica, d’occasione, di scopo, più spesso senza retribuzione, nel più puro stile stakhanoviano, volontaristico. C’è piacere evidentemente in questa professione, all’opposto che nel puttanesimo, ma allora sorge il problema: perché? per cosa perdersi?

È per il borghese che lo depreca un declassato in cerca di rivincita, che non sa andare oltre la nostalgia di quand’era un notabile. Ma allora è anche il borghese tipo, il parassita.
I conservatori dicono gli intellettuali élites mascherate, oggi anzi disoneste, che si fanno scudo dell’uguaglianza. E il numero certo conta: “La nostra Europa affonderà con la «democrazia» dal basso, di fronte a un alto che non ha con sé il numero”, si può convenire col Burckhardt di un secolo e mezzo fa. Ma è affondata anche dall’alto, a opera di regimi e élites.

Oskar Pastior, lo scrittore rumeno di lingua tedesca che nel 1945 fu deportato a diciannove anni tra i primi in un campo sovietico di lavori forzati, testimonierà: “Gli intellettuali nel campo hanno abbandonato per primi la loro moralità, molto prima della gente priva d’istruzione”. La quale aveva chiaro in testa: “Questo non si fa”.

Totalitarismo – Intacca le coscienze. Sarà stato questo il suo dato caratteristico. Sia nel primo Novecento (fascismo) che nel secondo (sovietismo). Senza redenzione. Chi lo ha subito, nel senso che successivamente, mutata la storia, ha fatto un’altra scelta, semplicemente lo rimuove. Non lo spiega, non ne fa un caso di ricerca, che implicherebbe esporsi. Semplicemente non ne parla, e non vuole che se ne parli. È stato il caso per cinquant’anni di G.Grass, che pure è uno che espone tutto di sé, che ama raccontarsi. E all’Est dei tanti scrittori che erano stati stalinisti o spie: ora la Szymborska, in passato Kundera o Christa Wolf – che Grass ha difeso strenuamente, prima di decidere di testimoniare da sé il passato nazista (ma sempre senza elaborazione storica o socio-psicologica: semplicemente per vendere più copie delle memorie). O, in Italia, Giacomo Debenedetti e i tanti altri che poi “saltarono” da Mussolini al Pci.
È raro che un’esperienza personale non venga rielaborata da uno scrittore, narratore o critico che sia. Tanto più una così coinvolgente quale si vuole un regime totalitario. Ma di fronte a esso c’è o l’eja, eja, alalà, o la saracinesca.

astolfo@antiit.eu