zeulig
Dio – È morto solo in Occidente, in Europa. Che attraverso la Riforma e le opere della Controriforma si era avvezzata a un Dio personale, la cui immagine era definita e anche familiare. Con la perdita dell’immaginazione e della personalità diventa impossibile ogni fede, e inutile o svanita ogni immagine di Dio. Che ritorna, è comunque possibile, come un Dio impersonale, astratto. Cui far riferimento con assiomi filosofico-teologici o con radici linguistiche (letterarie).
Dio è morto sancisce un ritorno all’antico, all’imperscrutabilità di Dio, della Bibbia come di Budda.
Sarà onnisciente, ma è uno che non intercetta. L’intercettazione è una trappola: si osserva e (perché) si è osservati. Una attività a somma zero, cui Dio si sottrae per essere, per definizione e non solo nella Bibbia, nascosto, segreto. È la sua sfera di libertà e anche la sua natura. Se deve muovere un rimprovero o comminare una sanzione non ha del resto bisogno di giustificarsi.
Questo non vuol dire che l’intercettatore non è un dio: ci sono tanti dei, c’è un mercato anche della divinità. Ma non quello che si pensava.
Ermeneutica – Non può prendersi sul serio.
Se non con la chiave del dubbio (dell’ironia, del gioco).
Indiscrezione – Sotto la forma dell’intercettazione, legale o letteraria, della videosorveglianza, o di google, è la forma di comunicazione prevalente, in questa epoca che pure si vuole della privacy. Friedrich Dürrenmatt prospetta in “L’incarico” un mondo ipersorvegliato, dove tutti controllano tutti, con un miriade di satelliti geostazionari. Ne fa la filosofia come una superfetazione di “1984”, che non cita, ma di un universo concentrazionario non politico, senza poteri individuabili. Dürrenmatt ne scrive nell’ottica salvifica antibellicista, che vede nel male un esito della malvagità dei promotori di guerre. Mentre invece questa “visibilità totale” è una sorta di guerra hobbesiana, di tutti contro tutti. Senza alcun esito apprezzabile, né progettuale né casuale, se non una distruzione sempre più ubuesca - “L’incarico” si svolge e si conclude in maniera insoddisfacente, malgrado il linguaggio astruso, iperletterario, come una storia da B-film, del genere splatter, di lacerti sanguinolenti in vista.
Ironia - Il contrasto anima l’ironia, il ridicolo, lo scherzo. Ma è (resta) verità. Dà spessore all’ipertesto, ne vivifica gli echi, lo alleggerisce: una trivella che consente una rilettura a più livelli – la chiave della Cabala, della rilettura costante, dell’ermeneutica.
Un grimoire senza oscurità - intessuto di eventi noti.
Oppure no, l’ironia (Swift, Voltaire, anche Sterne) è un impianto - una posizione nella vita, una rigidità: per questo dissecca.
Male – È mancanza. È quindi in funzione del bene. Mentre il bene è possibile e immaginabile, reale, senza il male, il contrario non è possibile – non c’è il mondo se non c’è il bene. Un mondo di solo male è immaginabile ma defunto, da sempre.
Storia - Non è mai ricostruzione di un dato passato. La storia non è, o lo è soltanto in misura limitata, un prodotto della scuola. È erudita, vuol’esserlo, deve esserlo. Ma dev’essere considerata “scienza” inesatta per eccellenza, impensabile senza la teoria: il pensiero storico è sempre finalistico. La storia è condannata a divenire sociologia.
La storia è certo di una parte, lo spiega Huizinga. È un Gestalt. Una forma spirituale, come la letteratura, la filosofia, il diritto, la scienza, per comprendere in essa il mondo. È la forma dello spirito in cui una civiltà si rende conto del suo passato. Ogni civiltà produce la sua propria forma di storia. Che è sempre storia universale. Ma la storia non fornisce mai altro che una certa figurazione di un certo passato, un quadro comprensibile di un frammento - “frammento di frammenti” la dice Goethe, come la letteratura.
Febvre invece la vuole arte – anche questo è Occidente - e scienza, del passato e del presente. Un ramo della scienza delle comunicazioni, aggiunge Lévi-Strauss, per il quale “in ogni società la comunicazione ha luogo a tre livelli: scambio di beni e servizi, scambio di messaggi, scambio delle donne”. Non male. È sempre una signora molto esigente, trovava Giorgio Spini in polemica col professor Spadolini, che non s’è mai sposato: richiede cultura internazionale, scaltrezza di metodo, pesante fatica, anche fisica, di ricerca delle fonti. Ed è bene in carne, si spera, poiché va fatta propria.
Gentile è di altro avviso: “La storia non è l’essenza di Parmenide ma l’idea di Platone”, un’idea che, attraverso il concetto socratico, è “trasposizione della natura”. L’idea platonica fonda la logica aristotelica, governata dal principio d’identità, che si riflette e articola nella non contraddizione e nel terzo escluso, “per cui il pensiero vero, che è, più che il pensiero, la verità oggetto del pensiero vero, sé in sé rigira”. La storia è dunque masturbatoria: “Il concetto di circolo giova a definire con esattezza la natura del fatto storico”. Ma niente si pensa se non partendo dalla storia, “in cui l’oggetto si pone come quello che esiste”. E “la speculazione deve abbracciarsi alla storia, come il concetto all’intuizione”. Morto il positivismo resta il positivo, cioè la storia. Nella quale “il pensare è un continuo divorare, e richiede pertanto sempre materia da maciullare”, spiega il filosofo di Mussolini: “La storia costruita con formule o concet-ti, storia che può dirsi chiacchierata, è storia vescica”. E dunque fa pipì?
La storia dopo sant’Agostino è certo cristiana. Anche se non lo è. È la cifra decisiva dell’Occidente, ha scoperto Croce, che, anche se non ha o non pratica la fede, continua a pensare in modo cristiano. Per sant’Agostino la storia è una guerra che dura fino alla fine del mondo, tra la civitas Dei e la civitas diaboli. E questo è reazionario e poco cristiano. Porta infatti a De Bonald: “La storia? Un branco di ciechi, guidati da un cieco che procede a tentoni, aiutandosi con un bastone”. E a Donoso Cortès che gli rispondeva: “La storia universale è soltanto il beccheggiare di una nave alla deriva con un equipaggio di marinai ubriachi che ballano e cantano a squarciagola, finché Dio non affonda la nave perché torni a regnare il silenzio”. A meno che il cristianesimo, con tutto l’Occidente, non sia reazionario. La storia è cristiana per il senso della durata che è inerente alla religione. Quella cristiana sacralizza la storia, la trasforma in teofania. A partire dall’anno Mille, assicura Duby. Dunque, la storia comincia nell’anno Mille. Del calendario cristiano. Quando la chiesa gli amplessi disse vergogna, si rivestì di viola, e il Cristo mise in croce, che prima era giovane e vispo per la gioia della Resurrezione.
Virtù – È il muro della realtà, il punto d’inciampo e la colonna dell’edificio: non c’è reale senza. Un mondo inquinato, corrotto, violento, traditore, semplicemente non esisterebbe. C’è il ladro in quanto ci sono case oneste in cui rubare. Lo spergiuro dà per scontata la buonafede dei più. Il prevaricatore esiste (può esercitarsi) in quanto l’affidabilità è la norma. Perché questo è: il male si prevale del bene.
zeulig@antiit.eu
venerdì 27 luglio 2012
giovedì 26 luglio 2012
Rousseau maestro di Casanova
Con “Le confessioni” Rousseau inaugura, come con ogni sua opera, un genere. Qui è il genere libertino, che rinverdisce e sostanzia, levandolo fuori dal pruriginoso e facendone modo d’essere. A tratti, dimenticando l’autore, sembra di essere nelle “Memorie” di Casanova. Meno prolisse (ma non di molto), e altrettanto disinibite.
Il fondo è diverso, essenzialmente per il penchant fantastico, della vita e della letteratura: il gusto della natura, il tormento dell’isolamento, la narrazione come terapia contro la depressione e l’abiezione. Ma l’esito è altrettanto volage, non solo per la licenza sessuale.
Jean-Jacques Rousseau, Le confessioni
Il fondo è diverso, essenzialmente per il penchant fantastico, della vita e della letteratura: il gusto della natura, il tormento dell’isolamento, la narrazione come terapia contro la depressione e l’abiezione. Ma l’esito è altrettanto volage, non solo per la licenza sessuale.
Jean-Jacques Rousseau, Le confessioni
Informazione allucinazione
Avviene di leggere un libro recente, il “Papago” di Andrea Cappai, di cui tutti hanno scritto, e di scoprirvi che Mario Moretti, il capo delle Br, NON voleva sparare ai delfini, come invece tutti hanno scritto, con ovvio orrore. Perché non avevano letto il libro? Costa poco e si legge in un’ora, meno. Forse per non dire quello che Gidoni dice – lo psichiatra ex Br che racconta il fatto a Cappai: 1) che le Br erano parte di un circuito internazionale (progetto, preparazione, logistica), 2) di estrema professionalità: abbordaggio in alto mare, all’ora e alle coordinate fissate, trasbordo di tonnellate di armi in pochi minuti (“dieci”), solidità dello stivaggio (il carico non si muove col mare “in burrasca”, onde di sette metri), 3) con un’organizzazione palestinese, 4) filosovietica: i brigatisti salutano con “¡Hasta la victoria!”, i muti palestinesi rispondono “¡Siempre!”. Roba comunque da prima pagina: “Il più grande trasporto clandestino di armi mai avvenuto in Italia, al di fuori delle grandi guerre mondiali”.
Avviene invece di NON leggere, nel tormentone successivo, che la Procura di Palermo non ha fatto niente, in venti anni, per trovare gli assassini di Borsellino e degli agenti di scorta. E che, anche a credere all’atto di accusa per favoreggiamento con cui conclude le indagini, contro dodici uomini politici, generali dei carabinieri e dirigenti di Stato, lo stesso atto: 1) dà largo credito a Massimo Ciancimino, mafioso in attività e imbroglione riconosciuto, e 2) afferma di non sapere chi e come nei servizi segreti partecipò all’agguato.
Avviene invece di NON leggere, nel tormentone successivo, che la Procura di Palermo non ha fatto niente, in venti anni, per trovare gli assassini di Borsellino e degli agenti di scorta. E che, anche a credere all’atto di accusa per favoreggiamento con cui conclude le indagini, contro dodici uomini politici, generali dei carabinieri e dirigenti di Stato, lo stesso atto: 1) dà largo credito a Massimo Ciancimino, mafioso in attività e imbroglione riconosciuto, e 2) afferma di non sapere chi e come nei servizi segreti partecipò all’agguato.
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mercoledì 25 luglio 2012
ll mondo com'è - 103
astolfo
Capitalismo - Il solo frutto duraturo della Rivoluzione francese è Ouvrard, il capitalista. Che non aveva vent’anni nell’‘89, capì che ci volevano carta e manifesti, e l’anno dopo era ricco. A ventuno capì che ci sarebbe stata la guerra, a venticinque apriva una banca. Marx che ne avrebbe detto, o un altro del’‘48, la primavera dei popoli, se ne avesse conosciuto l’utopia? Settimana di quaranta ore, un mese di ferie, riposo pagato per malattia e maternità, scuola gratuita, notizie per tutti a domicilio, e serate di canzoni e cosce nude per tirare su il morale – Bentham, che pure l’aveva pensata, a questo non arrivava, e comunque la sua utopia non l’ha realizzata.
Il fatto è assodato, e bisogna rifletterci. È la riprova o una smentita della dottrina liberista della società, che la democrazia e la ricchezza vede incrementarsi nello scambio? Ci sono dei residui: se il capitalista è il rivoluzionario, il rivoluzionario sarebbe un mafioso, e ciò non è possibile, crollano un paio di secoli e molta storia. Per quanto, la scomparsa di Napoli è anch’essa una forma di clandestinità, compatta, costante, decisa, e quindi di resistenza. La stessa organizzazione del crimine, la riservatezza, la struttura cellulare, i linguaggi criptici, le parole d’ordine, ricalca lo impianto della guerra partigiana. Analoga e fino alla morte è la reciproca lealtà tra gli affiliati. Analogo è il bisogno ricorrente di eventi eroicizzanti, la sfida, l’imboscata, l’amore delle guaglione, il silenzio sotto tortura. Un semiologo avrebbe problemi a non finire in una cosca piuttosto che in un fronte di liberazione. La differenza è nella legge, ma è tenue: qualsiasi giudice lo sa, ministro della legge. È un capitalismo che nega, anch’esso. E anzi si ammanta del bisogno. Di disoccupazione e soprusi. Un capitalismo anticapitalista, che capitalizza cioè pure sulle ragioni dell’anticapita-lismo. Da qui il nimbo di resistenza che corona la latitanza.
Gattopardo – “Per il Re, certo, ma per quale Re? E: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. L’ideologia della nuova Sicilia, e della nuova Italia, che “Il Gattopardo” sintetizza non è del Principe filosofo e inetto don Fabrizio ma del giovane scaltro nipote Tancredi, che per prima cosa nella sua strategia gli ha rubato il cuore.
Il principe zio don Fabrizio, il Principone protagonista, naturalmente è d’accordo, ma perché per prima cosa Tancredi nella sua strategia gli ha rubato il cuore. I due concordano che il cambiamento è “dialetto piemontese invece che napoletano”, di re comunque buzzurri e incapaci. Ma nel fondo del Principe zio il sentimento è costante che, se i “piemontesi” sono sciocchi, Tancredi è furbo.
La pagina vera della politica di Salina-Lampedusa è quella sul plebiscito monolitico, a metà della Parte Terza del romanzo, prima della degradante domanda di matrimonio della nipote di Peppe ‘Mmerda. Una pagina semplice e durissima. Don Fabrizio è inquieto. Non sa perché, ma “sentiva che durante quella troppo asciutta enunciazione di cifre come durante quei troppo enfatici discorsi, qualche cosa, qualcheduno, era morto, Dio solo sapeva in quale andito del paese, in quale piega della coscienza popolare”. Finché il suo compagno di caccia che ha votato “no” e ha visto il suo voto cassato non gl scioglie “l’enigma: adesso sapeva chi era stato strangolato a Donnafugata, in cento altri luoghi, nel corso di quella nottata di vento lercio: una neonata, la buonafede”. La conseguenza è la “storpiatura delle anime”: “Centomila «no» in tutto il Regno non avrebbero mutato nulla al risultato, lo avrebbero anzi reso più significativo, e si sarebbe evitata la storpiatura delle anime”. Prima c’era la reazione. L’Italia si presenta con “le parole molli dell’usuraio: «Ma se hai firmato tu stesso? Non lo vedi? È tanto chiaro! Devi fare come diciamo noi, perché, guarda, la cambiale! la tua volontà è uguale alla nostra!»”.
La storia nel “Gattopardo”, le date, gli avvenimenti, non sono casuali, l’ideologia della nuova Italia è nuova: è italiana, la vecchia Sicilia non c’entra. Ma è anche vero che l’interprete e l’emblema dell’Italia unita, il suo eponimo-eroe e il suo giudice, è un principe saccente, che si pone fuori dalla storia. Spregiatore del mondo, con un nipote furbo e corrotto nel quale si specchia.
Imperialismo – È sempre stato più facile fare affari negli Usa e con gli americani che in Francia o con i francesi, per non dire in Germania o con i tedeschi. L’impero è più generoso e apre più prospettive che il nazionalismo. Anche se ne è (in parte) una proiezione. Il nazionalismo è invece sempre asfittico.
Sarà stato, come ora in Iraq e Afghanistan, l’impresa meno redditizia e più disastrosa della storia. Quello inaugurato dalla gran Bretagna in concorrenza con l’Olanda, imitato dalla Francia, e sancito a Berlino nel 1885. La Conquista era stata redditizia. Così come poi la tratta degli schiavi: si può anche dire che sia stata l’avidità la molla del delitto. Ma la sottomissione di paesi e popoli remoti fu un’impresa perdente, anche quando non fu contestata. L’economista eterodosso della London School of Economics, P.T.Bauer, aveva compilato tavole, negli anni 1960, da cui risultava che le partite correnti con gli ex territori erano sempre state in perdita per la madrepatria (spese militari, stipendi, sedi, viaggi, un minimo di infrastrutture).
Intellettuali - L’intellighencija Riccardo Picchio aveva delineato già nel 1952, prima che diventasse materia della propaganda occidentale nella guerra fredda, come un fenomeno slavo, e come una classe distinta – una forma di notabilato: “Nei paesi slavi gli intellettuali hanno raggiunto un’individualità notevolmente più spiccata che non in Occidente. Nel caso del secolo XIX essi hanno teso a superare la funzione di ceto per assumere quella di una vera e propria classe dirigente”. Il termine intellighencija “non vuole indicare semplicemente un insieme di persone dedite ad attività intellettuali , bensì una categoria speciale esprimente, attraverso le attività intellettuali, concezioni ad essa, e ad essa solo, proprie” (“Rassegna italiana”, XXIX, p. 329).
Mani Pulite – Se ne è parlato poco nel ventennale. Per non farne un’analisi critica? È stata ed è la politicizzazione della giustizia, e questo nessuno più lo nega, ma non se fa ancora una gnoseologia positiva – mentre l’ermeneutica è debole, del tipo televisivo. Si può anche dire che i corpi, o gli anticorpi, della “rivoluzione italiana”, come Mani Pulite si voleva, di questa come di tante altre, non sono promettenti: l’evidenza è nella qualità dei protagonisti, negli argomenti, nelle proposte, roba da Masaniello.
Non si sa ancora se è stata ed è evento accidentale, o prodroma di reale decadenza. Lo storico Furet, che pur avendo indagato l’idea comunista nel XX secolo riferendone come “Il passato di un’illusione”, ha scoperto tardi l’Italia, era indignato dall’ipocrisia della “rivoluzione” stessa, che per questo metteva tra virgolette, che la battaglia contro la corruzione fosse condotta dai più corrotti, e contro la mediocrità politica dai più mediocri. Al meglio, notava Arbasino, il social scientistdegli anni 1980-90, in “Paesaggi italiani” (“Stagioni morte”), “l’ex comunista che riscuote i dividendi delle attività non di Stalin o Togliatti o Berlinguer ma dei governi più faticosamente anticomunisti” di un passato “compromesso e rimosso”. La rimozione è totale per la giustizia politica, catastrofe delle moderne democrazie. Abbiamo reagito alla superfetazione della politica con una politica peggiore e più invasiva.
Manomorta – Nel “Gattopardo” è “il patrimonio dei poveri”. Anche nelle “Lettere meridionali” di Pasquale Villari, del 1862, a ridosso dell’unificazione e dell’applicazione delle leggi eversive. Se ne appropria la borghesia, sotto il pretesto dell’anticlericalismo, a vile prezzo, e senza limiti per il demanio e gli usi civici, per quell’avidità che ne resterà il segno distintivo. La borghesia non è una: in Francia è diversa, in Gran Bretagna è diversa che in Francia e in Italia, lo faceva notare Tocqueville e ognuno lo vede. In Italia nasce, si rafforza, e ne ha il complesso di colpa, con l’appropriazione della manomorta.
astolfo@antiit.eu
Capitalismo - Il solo frutto duraturo della Rivoluzione francese è Ouvrard, il capitalista. Che non aveva vent’anni nell’‘89, capì che ci volevano carta e manifesti, e l’anno dopo era ricco. A ventuno capì che ci sarebbe stata la guerra, a venticinque apriva una banca. Marx che ne avrebbe detto, o un altro del’‘48, la primavera dei popoli, se ne avesse conosciuto l’utopia? Settimana di quaranta ore, un mese di ferie, riposo pagato per malattia e maternità, scuola gratuita, notizie per tutti a domicilio, e serate di canzoni e cosce nude per tirare su il morale – Bentham, che pure l’aveva pensata, a questo non arrivava, e comunque la sua utopia non l’ha realizzata.
Il fatto è assodato, e bisogna rifletterci. È la riprova o una smentita della dottrina liberista della società, che la democrazia e la ricchezza vede incrementarsi nello scambio? Ci sono dei residui: se il capitalista è il rivoluzionario, il rivoluzionario sarebbe un mafioso, e ciò non è possibile, crollano un paio di secoli e molta storia. Per quanto, la scomparsa di Napoli è anch’essa una forma di clandestinità, compatta, costante, decisa, e quindi di resistenza. La stessa organizzazione del crimine, la riservatezza, la struttura cellulare, i linguaggi criptici, le parole d’ordine, ricalca lo impianto della guerra partigiana. Analoga e fino alla morte è la reciproca lealtà tra gli affiliati. Analogo è il bisogno ricorrente di eventi eroicizzanti, la sfida, l’imboscata, l’amore delle guaglione, il silenzio sotto tortura. Un semiologo avrebbe problemi a non finire in una cosca piuttosto che in un fronte di liberazione. La differenza è nella legge, ma è tenue: qualsiasi giudice lo sa, ministro della legge. È un capitalismo che nega, anch’esso. E anzi si ammanta del bisogno. Di disoccupazione e soprusi. Un capitalismo anticapitalista, che capitalizza cioè pure sulle ragioni dell’anticapita-lismo. Da qui il nimbo di resistenza che corona la latitanza.
Gattopardo – “Per il Re, certo, ma per quale Re? E: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. L’ideologia della nuova Sicilia, e della nuova Italia, che “Il Gattopardo” sintetizza non è del Principe filosofo e inetto don Fabrizio ma del giovane scaltro nipote Tancredi, che per prima cosa nella sua strategia gli ha rubato il cuore.
Il principe zio don Fabrizio, il Principone protagonista, naturalmente è d’accordo, ma perché per prima cosa Tancredi nella sua strategia gli ha rubato il cuore. I due concordano che il cambiamento è “dialetto piemontese invece che napoletano”, di re comunque buzzurri e incapaci. Ma nel fondo del Principe zio il sentimento è costante che, se i “piemontesi” sono sciocchi, Tancredi è furbo.
La pagina vera della politica di Salina-Lampedusa è quella sul plebiscito monolitico, a metà della Parte Terza del romanzo, prima della degradante domanda di matrimonio della nipote di Peppe ‘Mmerda. Una pagina semplice e durissima. Don Fabrizio è inquieto. Non sa perché, ma “sentiva che durante quella troppo asciutta enunciazione di cifre come durante quei troppo enfatici discorsi, qualche cosa, qualcheduno, era morto, Dio solo sapeva in quale andito del paese, in quale piega della coscienza popolare”. Finché il suo compagno di caccia che ha votato “no” e ha visto il suo voto cassato non gl scioglie “l’enigma: adesso sapeva chi era stato strangolato a Donnafugata, in cento altri luoghi, nel corso di quella nottata di vento lercio: una neonata, la buonafede”. La conseguenza è la “storpiatura delle anime”: “Centomila «no» in tutto il Regno non avrebbero mutato nulla al risultato, lo avrebbero anzi reso più significativo, e si sarebbe evitata la storpiatura delle anime”. Prima c’era la reazione. L’Italia si presenta con “le parole molli dell’usuraio: «Ma se hai firmato tu stesso? Non lo vedi? È tanto chiaro! Devi fare come diciamo noi, perché, guarda, la cambiale! la tua volontà è uguale alla nostra!»”.
La storia nel “Gattopardo”, le date, gli avvenimenti, non sono casuali, l’ideologia della nuova Italia è nuova: è italiana, la vecchia Sicilia non c’entra. Ma è anche vero che l’interprete e l’emblema dell’Italia unita, il suo eponimo-eroe e il suo giudice, è un principe saccente, che si pone fuori dalla storia. Spregiatore del mondo, con un nipote furbo e corrotto nel quale si specchia.
Imperialismo – È sempre stato più facile fare affari negli Usa e con gli americani che in Francia o con i francesi, per non dire in Germania o con i tedeschi. L’impero è più generoso e apre più prospettive che il nazionalismo. Anche se ne è (in parte) una proiezione. Il nazionalismo è invece sempre asfittico.
Sarà stato, come ora in Iraq e Afghanistan, l’impresa meno redditizia e più disastrosa della storia. Quello inaugurato dalla gran Bretagna in concorrenza con l’Olanda, imitato dalla Francia, e sancito a Berlino nel 1885. La Conquista era stata redditizia. Così come poi la tratta degli schiavi: si può anche dire che sia stata l’avidità la molla del delitto. Ma la sottomissione di paesi e popoli remoti fu un’impresa perdente, anche quando non fu contestata. L’economista eterodosso della London School of Economics, P.T.Bauer, aveva compilato tavole, negli anni 1960, da cui risultava che le partite correnti con gli ex territori erano sempre state in perdita per la madrepatria (spese militari, stipendi, sedi, viaggi, un minimo di infrastrutture).
Intellettuali - L’intellighencija Riccardo Picchio aveva delineato già nel 1952, prima che diventasse materia della propaganda occidentale nella guerra fredda, come un fenomeno slavo, e come una classe distinta – una forma di notabilato: “Nei paesi slavi gli intellettuali hanno raggiunto un’individualità notevolmente più spiccata che non in Occidente. Nel caso del secolo XIX essi hanno teso a superare la funzione di ceto per assumere quella di una vera e propria classe dirigente”. Il termine intellighencija “non vuole indicare semplicemente un insieme di persone dedite ad attività intellettuali , bensì una categoria speciale esprimente, attraverso le attività intellettuali, concezioni ad essa, e ad essa solo, proprie” (“Rassegna italiana”, XXIX, p. 329).
Mani Pulite – Se ne è parlato poco nel ventennale. Per non farne un’analisi critica? È stata ed è la politicizzazione della giustizia, e questo nessuno più lo nega, ma non se fa ancora una gnoseologia positiva – mentre l’ermeneutica è debole, del tipo televisivo. Si può anche dire che i corpi, o gli anticorpi, della “rivoluzione italiana”, come Mani Pulite si voleva, di questa come di tante altre, non sono promettenti: l’evidenza è nella qualità dei protagonisti, negli argomenti, nelle proposte, roba da Masaniello.
Non si sa ancora se è stata ed è evento accidentale, o prodroma di reale decadenza. Lo storico Furet, che pur avendo indagato l’idea comunista nel XX secolo riferendone come “Il passato di un’illusione”, ha scoperto tardi l’Italia, era indignato dall’ipocrisia della “rivoluzione” stessa, che per questo metteva tra virgolette, che la battaglia contro la corruzione fosse condotta dai più corrotti, e contro la mediocrità politica dai più mediocri. Al meglio, notava Arbasino, il social scientistdegli anni 1980-90, in “Paesaggi italiani” (“Stagioni morte”), “l’ex comunista che riscuote i dividendi delle attività non di Stalin o Togliatti o Berlinguer ma dei governi più faticosamente anticomunisti” di un passato “compromesso e rimosso”. La rimozione è totale per la giustizia politica, catastrofe delle moderne democrazie. Abbiamo reagito alla superfetazione della politica con una politica peggiore e più invasiva.
Manomorta – Nel “Gattopardo” è “il patrimonio dei poveri”. Anche nelle “Lettere meridionali” di Pasquale Villari, del 1862, a ridosso dell’unificazione e dell’applicazione delle leggi eversive. Se ne appropria la borghesia, sotto il pretesto dell’anticlericalismo, a vile prezzo, e senza limiti per il demanio e gli usi civici, per quell’avidità che ne resterà il segno distintivo. La borghesia non è una: in Francia è diversa, in Gran Bretagna è diversa che in Francia e in Italia, lo faceva notare Tocqueville e ognuno lo vede. In Italia nasce, si rafforza, e ne ha il complesso di colpa, con l’appropriazione della manomorta.
astolfo@antiit.eu
Fuori della “linea”, nel “cono d’ombra”
Con un’ampia nota biografica, in una collana che vuole riportare alla memoria i letterati toscani di metà Novecento (Bigongiari, Parronchi, etc.), due racconti del volume “Gli anni e gli inganni” (1965). Una delle poche opere riedite di un autore prolifico e già molto amato. Autore ferace di racconti - anche della Resistenza che non aveva praticato - dà qui forte la malinconia del fascismo: la gioventù littoria, le parate, il vuoto.
Venturi “nacque” alla letteratura con Vittorini, fu giornalista con Calvino all’“Unità”, e con lui premiato a Genova nel 1947 e poi candidato al Viareggio, grande amore di Anna Maria Ortese, che lo ricorderà in “Poveri e semplici” e “Il cappello piumato”, editore apprezzato con Feltrinelli nei primi anni di attività, per il quale diresse la Universale Economica, dopo Bianciardi. Con l’abiura del comunismo dopo l’Ungheria, era però già caduto nel “cono d’ombra”, il limbo del politicamente non corretto, allora si diceva “non in linea”. Che sembra funzionare peggio ora che non c’è il Partito, nonché il sovietismo. Malgrado le cure postume della moglie, anch’essa letterata, Camilla Salvago Raggi.
Marcello Venturi, Mio nonno e Mussolini, Via del Vento, pp. 35 € 4
Venturi “nacque” alla letteratura con Vittorini, fu giornalista con Calvino all’“Unità”, e con lui premiato a Genova nel 1947 e poi candidato al Viareggio, grande amore di Anna Maria Ortese, che lo ricorderà in “Poveri e semplici” e “Il cappello piumato”, editore apprezzato con Feltrinelli nei primi anni di attività, per il quale diresse la Universale Economica, dopo Bianciardi. Con l’abiura del comunismo dopo l’Ungheria, era però già caduto nel “cono d’ombra”, il limbo del politicamente non corretto, allora si diceva “non in linea”. Che sembra funzionare peggio ora che non c’è il Partito, nonché il sovietismo. Malgrado le cure postume della moglie, anch’essa letterata, Camilla Salvago Raggi.
Marcello Venturi, Mio nonno e Mussolini, Via del Vento, pp. 35 € 4
martedì 24 luglio 2012
Prepararsi al peggio
È fantascienza, ma bisogna prepararvisi. Era fantascienza la “stupidità” della Germania, e invece è qui. E non della massa imbelle o dei giornali scandalistici, ma della Bundesbank, degli economisti, del Bundestag, della Corte Costituzionale. Che razionalizzando si vorrebbe furbizia, ma è proprio stupidità: insieme con l’Europa svanisce la Germania. La metà europea e quella “cinese” o globalizzata.
Bisogna pensare e fare “come se” l’Europa non esistesse. Se non come mercato residuo: non marginale ma non esclusivo e alla fine, inevitabilmente, non prevalente. Bisogna cercare sponde nella globalizzazione, che finora non ha tradito, benché sospetta a molti. Con gli Usa, la stessa Cina e il resto dell’Asia, con l’America Latina, coi fondi arabi, con Putin – gli accordi con Putin, per quanto limitati, saranno stati l’unica cosa “sensata” (effettuabile, conveniente, di futuro) di Monti in otto mesi di governo.
Che l’euro possa resistere come marco, attorno alla Germania, al suo volubile Parlamento e all’impenetrabile Corte Federale, è illusione. In entrambi i casi. Che ci sia cioè una speculazione contro l’euro, o che l’euro crolli perché la Germania lo vuole. I due casi peraltro convergono: la speculazione non è un complotto di alcuni signori, ma un modo di porsi dei mercati in previsione del futuro, e i mercati del futuro operano come se l’euro non esistesse più, neanche sotto forma di marco. Il perché è semplice e dice che non c’è Germania senza l’euro, non più dopo l’euro e il fallimento dell’euro.
Essendo la Germania più o meno terra incognita, non si sa una cosa evidentissima: che la Germania considera l’Europa e l’euro come suo feudo. Come sue estensione benevola e ai suoi ordini. Questa Germania, di Berlino, dopo l’unificazione. Nessuno parla mai in Germania di interessi europei di cui la Germania è parte. Con l’eccezione di Helmut Schmidt, che ha 94 anni.
Il miracolo tedesco è peraltro transitorio. Si regge infatti su condizioni insostenibili. Sul resto dell’Ue che essa ha jugulato nei tre anni in cui la crisi è stata europea. Su quattro o cinque milioni di mini-retribuzioni per sostenere le esportazioni. Su un debito che solo un artificio contabile (trasferendo cioè tutta la spesa pubblica per l’economia, oggi 500 miliardi di euro, a un Kreditanstalt solo nominalmente di diritto privato) consente di dire contenuto. Finirà col crollo della domanda interna. E della domanda estera.
Buona parte del miracolo tedesco deriva storicamente dall’integrazione della parte meridionale della Germania, l’asse Monaco-Stoccarda, col Lombardo-Veneto, e quindi ne risentirà la crisi. Questo è il nocciolo del problema da risolvere: dare al Lombardo-Veneto una prospettiva produttiva non più tedesca, come è stato nell’ultimo mezzo secolo. È un problema italiano – che sia anche tedesco a questo punto non interessa e non risolve: dare altri sbocchi, trovare altre commesse, al lavoro italiano.
C’era un equivoco in questa Europa. Che fu solidale e convergente sotto le ferula degli Usa, con la politica del dollaro e la Nato, e la minaccia sovietica alle porte. Dissoltasi la minaccia, restano le spinte divergenti di sempre. Si può anche dire che la storia è come se non ci fosse stata, l’Europa è quella che era, rissosa - basta scorrere i giornali tedeschi, i più qualificati. Al Fondo Monetario Internazionale gli Usa faticano a calmare le impazienze delle nuove potenze economiche, dalla Cina al Brasile, che vorrebbero isolare o comunque trascurare l’Europa. È sempre stato più facile del resto fare affari negli Usa e con gli americani che in Francia o con i francesi, per non dire in Germania o con i tedeschi.
Bisogna pensare e fare “come se” l’Europa non esistesse. Se non come mercato residuo: non marginale ma non esclusivo e alla fine, inevitabilmente, non prevalente. Bisogna cercare sponde nella globalizzazione, che finora non ha tradito, benché sospetta a molti. Con gli Usa, la stessa Cina e il resto dell’Asia, con l’America Latina, coi fondi arabi, con Putin – gli accordi con Putin, per quanto limitati, saranno stati l’unica cosa “sensata” (effettuabile, conveniente, di futuro) di Monti in otto mesi di governo.
Che l’euro possa resistere come marco, attorno alla Germania, al suo volubile Parlamento e all’impenetrabile Corte Federale, è illusione. In entrambi i casi. Che ci sia cioè una speculazione contro l’euro, o che l’euro crolli perché la Germania lo vuole. I due casi peraltro convergono: la speculazione non è un complotto di alcuni signori, ma un modo di porsi dei mercati in previsione del futuro, e i mercati del futuro operano come se l’euro non esistesse più, neanche sotto forma di marco. Il perché è semplice e dice che non c’è Germania senza l’euro, non più dopo l’euro e il fallimento dell’euro.
Essendo la Germania più o meno terra incognita, non si sa una cosa evidentissima: che la Germania considera l’Europa e l’euro come suo feudo. Come sue estensione benevola e ai suoi ordini. Questa Germania, di Berlino, dopo l’unificazione. Nessuno parla mai in Germania di interessi europei di cui la Germania è parte. Con l’eccezione di Helmut Schmidt, che ha 94 anni.
Il miracolo tedesco è peraltro transitorio. Si regge infatti su condizioni insostenibili. Sul resto dell’Ue che essa ha jugulato nei tre anni in cui la crisi è stata europea. Su quattro o cinque milioni di mini-retribuzioni per sostenere le esportazioni. Su un debito che solo un artificio contabile (trasferendo cioè tutta la spesa pubblica per l’economia, oggi 500 miliardi di euro, a un Kreditanstalt solo nominalmente di diritto privato) consente di dire contenuto. Finirà col crollo della domanda interna. E della domanda estera.
Buona parte del miracolo tedesco deriva storicamente dall’integrazione della parte meridionale della Germania, l’asse Monaco-Stoccarda, col Lombardo-Veneto, e quindi ne risentirà la crisi. Questo è il nocciolo del problema da risolvere: dare al Lombardo-Veneto una prospettiva produttiva non più tedesca, come è stato nell’ultimo mezzo secolo. È un problema italiano – che sia anche tedesco a questo punto non interessa e non risolve: dare altri sbocchi, trovare altre commesse, al lavoro italiano.
C’era un equivoco in questa Europa. Che fu solidale e convergente sotto le ferula degli Usa, con la politica del dollaro e la Nato, e la minaccia sovietica alle porte. Dissoltasi la minaccia, restano le spinte divergenti di sempre. Si può anche dire che la storia è come se non ci fosse stata, l’Europa è quella che era, rissosa - basta scorrere i giornali tedeschi, i più qualificati. Al Fondo Monetario Internazionale gli Usa faticano a calmare le impazienze delle nuove potenze economiche, dalla Cina al Brasile, che vorrebbero isolare o comunque trascurare l’Europa. È sempre stato più facile del resto fare affari negli Usa e con gli americani che in Francia o con i francesi, per non dire in Germania o con i tedeschi.
Problemi di base - 109
spock
Il libor è stato manipolato, e l’euribor no?
Da chi imparò Adamo a parlare? Allora non c’era l’imprinting. Da Dio?
E i numeri? Dio conta?
E Eva, imparò da Adamo?
Soap a Palermo, a palazzo di Giustizia, con Dell’Utri che ricatta Berlusconi, “Forum” e il “Grande Fratello” insieme: ma paga Publitalia-Mediaset?
È Dell’Utri che si fa pubblicità?
Ma Borsellino chi l’ha ucciso, Ciampi o Napolitano?
Perché nessuno commemora mai Rocco Chinnici?
E Squinzi per chi tira la volata, per Prodi?
spock@antiit.eu
Il libor è stato manipolato, e l’euribor no?
Da chi imparò Adamo a parlare? Allora non c’era l’imprinting. Da Dio?
E i numeri? Dio conta?
E Eva, imparò da Adamo?
Soap a Palermo, a palazzo di Giustizia, con Dell’Utri che ricatta Berlusconi, “Forum” e il “Grande Fratello” insieme: ma paga Publitalia-Mediaset?
È Dell’Utri che si fa pubblicità?
Ma Borsellino chi l’ha ucciso, Ciampi o Napolitano?
Perché nessuno commemora mai Rocco Chinnici?
E Squinzi per chi tira la volata, per Prodi?
spock@antiit.eu
La fedeltà libera
In una collana di filosofia dello svago (il feuilleton, i Wu Ming, “Sex & the City”, Harry Potter, la chirurgia estetica), e con una bibliografia troppo francese, un tema e una trattazione per molti aspetti eccezionali. Nella Roma di Cicerone la fedeltà era la virtù massima e un obbligo di legge. Nella filosofia no. La fedeltà porta, nel suo duplice senso, a concetti gravi ma disusati. In senso attivo, come adempimento degli obblighi sottoscritti, conduce a lealtà, sincerità onore. In senso passivo, dell’affidabilità o costanza di temperamento e passioni, alla coerenza, e perfino a un impegno costruttivo, a “una sorta di interruzione del tempo”, del suo presagio di decadenza. Parole importanti ma da generazioni disusate. Michela Marzano apre quindi uno sterminato programma. Anche per i “contrari” che indirettamente rimette in circolo, come l’ipocrisia, la volubilità, “la fedeltà nello sproposito” (Jankélévitch). Partendo da una conclusione apertissima: “La fedeltà non è una parola. È un atto”.
Un’indagine piena di sorprese, come di ogni opera pionieristica. Cartesio, Montaigne, Rousseau, spiriti liberi per eccellenza, diffidavano della fedeltà. Simmel pure. Foucault, sotto il pretesto di spiegarla, pure. E Jankélévitch, che l’ha sfiorata nel quadro di “Les Vertus et l’Amour”. Sono propriamente le virtù, che non piacciono, il tema desueto ddella filosofia. La fedeltà è un concetto di “profonda polisemia”, che Marzano individua come forma polisemica di virtù: “sociale”, “teologale” e “privata”. Approfondendone quest’ultima forma.
La fedeltà è uno spazio che gli individui aprono nella loro finitezza, “uno spazio di ospitalità di se stessi”, o “accettazione dei propri difetti”. E uno spazio d’incontro: con le “parole” (date, promesse, ricostruzioni), il “corpo” (condiviso), i “ricordi” (familiari). In mutazione quindi, ma su un fondo di stabilità - che è il senso profondo della parola, di ogni parola. È la “ripetizione” di Kierkegaard, ma anche uno spazio di libertà, “un intervallo a partire dal quale è offerta a tutti la possibilità di essere vivi, avere desideri”. In termini valutativi, la fedeltà è “autentica”: “Dà alla singolarità di ogni individuo indici di esistenza. Nell’intervallo mutevole e irrimediabile “tra l’ «io» e il «tu»”.
Michela Marzano, La fedeltà o il vero amore, Il Melangolo, pp. 111 € 13
Un’indagine piena di sorprese, come di ogni opera pionieristica. Cartesio, Montaigne, Rousseau, spiriti liberi per eccellenza, diffidavano della fedeltà. Simmel pure. Foucault, sotto il pretesto di spiegarla, pure. E Jankélévitch, che l’ha sfiorata nel quadro di “Les Vertus et l’Amour”. Sono propriamente le virtù, che non piacciono, il tema desueto ddella filosofia. La fedeltà è un concetto di “profonda polisemia”, che Marzano individua come forma polisemica di virtù: “sociale”, “teologale” e “privata”. Approfondendone quest’ultima forma.
La fedeltà è uno spazio che gli individui aprono nella loro finitezza, “uno spazio di ospitalità di se stessi”, o “accettazione dei propri difetti”. E uno spazio d’incontro: con le “parole” (date, promesse, ricostruzioni), il “corpo” (condiviso), i “ricordi” (familiari). In mutazione quindi, ma su un fondo di stabilità - che è il senso profondo della parola, di ogni parola. È la “ripetizione” di Kierkegaard, ma anche uno spazio di libertà, “un intervallo a partire dal quale è offerta a tutti la possibilità di essere vivi, avere desideri”. In termini valutativi, la fedeltà è “autentica”: “Dà alla singolarità di ogni individuo indici di esistenza. Nell’intervallo mutevole e irrimediabile “tra l’ «io» e il «tu»”.
Michela Marzano, La fedeltà o il vero amore, Il Melangolo, pp. 111 € 13
lunedì 23 luglio 2012
L’occhio dell’uomo è il diavolo
L’universo carcerario di Dürrenmatt è trasposto in Marocco, dove diventa più soffocante, tra sudori, eccessive magrezze, eccessive grassezze, lingue sconosciute, e trame di tutti contro tutti. Nello stile affastellato, “centro-europeo” si può dire, del freudiano flusso di coscienza, esemplificato da Bernhard, 24 capitoli 24 lunghe frasi, ma senza urgenza interna, giusto per dare velocità a un racconto che – se proprio si vuole prenderlo sul serio – è un’apologia antibellica, neanche di buona lega retorica.
La gnoseologia del mondo che si sorveglia – tutti controllano tutti - non è male, una sorta di occhio diabolico, o del male. Ma la scenografia splatter rende il racconto, oltre che inutilmente arzigogolato, indigesto.
Friedrich Dürrenmatt, L’incarico, pp. 107€ 14
La gnoseologia del mondo che si sorveglia – tutti controllano tutti - non è male, una sorta di occhio diabolico, o del male. Ma la scenografia splatter rende il racconto, oltre che inutilmente arzigogolato, indigesto.
Friedrich Dürrenmatt, L’incarico, pp. 107€ 14
Letture - 103
letterautore
Dialetto – Lampedusa lo usa come aggravante della mediocrità, nel suo caso di un re. Così era venuto usandolo Gadda nel “Pasticciaccio”, in chiave connotativa (ironica) e non realistica. Di efficacia espressiva ma in senso diminutivo, in funzione del ridicolo, della persona, delle situazioni..
In Pasolini cambia poco: è deprecativo, in funzione plebea.
Fama – Una svista a p. 99 dell’edizione italiana di “Maxima-Minima”, il libro delle annotazioni di Ernst Jünger al suo “L’Operaio”, riporta a “vent’anni fa” la rappresentazione visiva della “macchina della fama” da parte di Villiers de l’Isle Adam - che l’autore di “Eva futura” aveva divisato nel 1883, come uno (“La macchina della gloria”) dei “Racconti crudeli”. Riportandola quindi - Junger scriveva le annotazioni nel 1962-63, trent’anni dopo l’uscita dell’“Operaio” - al momento di svolta della guerra, nel 1942-43, dal trionfo al disastro. Come se si potesse supplire al reale con le proiezioni fantastiche.
Con la “macchina” Villiers modernizzava la fama, come una sorta di pubblicità, di sfera pubblica dei sentimenti e le aspettative – quella che sarà l’opinione pubblica. Ironizzando sul “fanatismo del progresso” nelle forme della pubblicità.
Filosofia – Va al festival, ma intristita. Se ne fanno festival, come del cinema e della canzone, anche con maggiore frequenza, ma tutti sempre un po’ abbacchiati. Senza entusiasmo e quasi senza convinzione. Sia dei filosofi che del pubblico, che pure, se partecipa, deve nutrire ancora speranze. Anche se i filosofi sono vedettes, di spiritualità o humour, un Enzo bianchi o un Eco. Le esposizioni sono lente, comunque non convincenti (appassionanti), i dibattiti forzosi.
Ora, è l’economia che è “scienza” triste, della filosofia non si era mai saputo. La filosofia si vuole solo letta? Non è possibile, è stata in antico arte oratoria, e anche nell’ultima sua incarnazione classica, mago Heidegger lo era della parola. O sono i festival che fanno triste la filosofia, la curvatura della filosofia a (piccola) manifestazione politica?
Gattopardo – Uno sguardo decomposto su un mondo che non lo è, le “persone influenti” (mafiosi) comprese. Si supponeva dallo stesso romanzo, Sedara è personaggio grottesco e negativo solo per gli snob. Si sa ora per certo dalla nuova più libera storiografia, che documenta Palermo e tutta la Sicilia ben vive e attive prima, durante e dopo la spedizione dei mille e la “liberazione” dell’isola. Gli odori sono fetori, le bellezze sfiorite, le gioie tristi, i sapori disgustosi, i viventi morti, sembra l’opera di un paranoico, benché arguto. La putrefazione vi è ossessiva, ogni segno depressivo, anche scopare.
Tutto in questo romanzo favoleggiato della nobiltà è rancido, spaventosamente sporco, fetido. Eccetto i cani. E ridicolo. Eccetto il ridicolissimo Principone, se stesso cioè: don Fabrizio posa attorno, sullo stesso nipote prediletto Tancredi a ben vedere, uno sguardo deluso. E, senza alcun titolo morale, di rimprovero. Irridente come lo scemo del villaggio, nobile certo. “Per le persone del carattere e della classe di don Fabrizio la facoltà di esser divertiti costituisce i quattro quinti dell’affetto”, attesta Lampedusa serio. Ma senza obbligo di divertire.
Ci sono molti biondi nel “Gattopardo”. Se se ne facesse una statistica allo stato civile è pure possibile che i biondi siano in Sicilia più dei mori, soprattutto le donne. Per la presenza normanna, che vi fu più lunga e invadente di quella araba, le successive razze vandaliche di Spagna. Verga era di pelo rosso. E gli uomini sono più alti e robusti che piccoli, l’industria delle confezioni lo sa, anche se molti sono lombardi.
Pennellate intensive di colore. Ripetute, memorabili. Memorabili per essere costanti, e tuttavia sempre di colore: “fanno il discorso”, cioè la Sicilia, ma sono al meglio battute di spirito, repartee al cocktail party.
Compongono anche un manuale della sicilianità, successivamente obbligata, per esempio in Sciascia. Compresi il sole e il mare. Palermo è “torva”, eccetera. In quanto donchisciottesco, vero al contrario. Lampedusa sopravvissuto alla pubblicazione non sarebbe stato sorpreso di essere preso sul serio? Aveva scritto un romanzo satirico.
L’irrisione è mescolata a un sottile immedesimazione di Lampedusa col Principone: Salina è scisso, a volte “intelligente (riflessivo).
Recensione – È di vario tipo, si sa: affettuosa, astiosa, riconoscente, critica anche, o commerciale, e perfino industriale – si scrive in più redazioni in casa editrice, smazzando poi le schede in base alla tipologia del veicolo recensorio. Ultimamente è spesso di rappresentanza, o di squadra – o dell’elogio riservato. Succede nelle epoche di transizione, quando non si sa che e chi prevarrà ed è opportuno tenere le posizioni.
Succede così. Il mezzo di comunicazione (giornale, radio, tv) s’impegna a presentare un’opera per un obbligo contratto con l’editore o con l’autore. E lo fa con coscienza, chiedendo a uno dei suoi migliori autori, più giovani, più promettenti, più in carriera, e disponibili, di farsi carico del lavoro. Che pubblica in posizione lusinghiera e con un quadro di riferimento pieno di elogi – miti e eroi. Ma succinta, e riservata, sotto un titolo insignificante. La recensione di rappresentanza o riservata serve a cementare legami potenti, nella (reciproca) estraneità. Ma significando al contempo che il giornale è “di più”, e tanto più se destina alla funzione di rappresentanza le sue penne migliori – promettenti, colte, di mondo.
Ottimi esempi ne reca ieri il supplemento domenicale del “Sole 24 Ore”. Con due recensioni, di un uomo di potere che si esercita alla filosofia, e di una potente casa editrice che ha fatto scrivere a un costituzionalista un romanzo di fantasmi – se è quello che si capisce dalla recensione. Affidate a Roberta De Monticelli e a Gabriele Pedullà. Che assolvono in modo impeccabile il compito: sono talmente eleganti nella perfidia che sembrano sprecati. E lo sono, ma non nel lavoro di squadra, col giornale.
Storia - La storia è di una parte, lo spiega Huizinga. È un Gestalt. Una forma spirituale, come la letteratura, la filosofia, il diritto, la scienza, per comprendere in essa il mondo. È la forma dello spirito in cui una civiltà si rende conto del suo passato. Ogni civiltà produce la sua propria forma di storia. Che è sempre storia universale. Ma la storia non fornisce mai altro che una certa figurazione di un certo passato, un quadro comprensibile di un frammento - “frammento di frammenti” la dice Goethe, come la letteratura.
Febvre invece la vuole arte – anche questo è Occidente - e scienza, del passato e del presente. Un ramo della scienza delle comunicazioni, aggiunge Lévi-Strauss, per il quale “in ogni società la comunicazione ha luogo a tre livelli: scambio di beni e servizi, scambio di messaggi, scambio delle donne”. Non male. È sempre una signora molto esigente, trovava Giorgio Spini in polemica col professor Spadolini, che non s’è mai sposato: richiede cultura internazionale, scaltrezza di metodo, pesante fatica, anche fisica, di ricerca delle fonti. Ed è bene in carne, si spera, poiché va fatta propria.
letterautore@antiit.eu
Dialetto – Lampedusa lo usa come aggravante della mediocrità, nel suo caso di un re. Così era venuto usandolo Gadda nel “Pasticciaccio”, in chiave connotativa (ironica) e non realistica. Di efficacia espressiva ma in senso diminutivo, in funzione del ridicolo, della persona, delle situazioni..
In Pasolini cambia poco: è deprecativo, in funzione plebea.
Fama – Una svista a p. 99 dell’edizione italiana di “Maxima-Minima”, il libro delle annotazioni di Ernst Jünger al suo “L’Operaio”, riporta a “vent’anni fa” la rappresentazione visiva della “macchina della fama” da parte di Villiers de l’Isle Adam - che l’autore di “Eva futura” aveva divisato nel 1883, come uno (“La macchina della gloria”) dei “Racconti crudeli”. Riportandola quindi - Junger scriveva le annotazioni nel 1962-63, trent’anni dopo l’uscita dell’“Operaio” - al momento di svolta della guerra, nel 1942-43, dal trionfo al disastro. Come se si potesse supplire al reale con le proiezioni fantastiche.
Con la “macchina” Villiers modernizzava la fama, come una sorta di pubblicità, di sfera pubblica dei sentimenti e le aspettative – quella che sarà l’opinione pubblica. Ironizzando sul “fanatismo del progresso” nelle forme della pubblicità.
Filosofia – Va al festival, ma intristita. Se ne fanno festival, come del cinema e della canzone, anche con maggiore frequenza, ma tutti sempre un po’ abbacchiati. Senza entusiasmo e quasi senza convinzione. Sia dei filosofi che del pubblico, che pure, se partecipa, deve nutrire ancora speranze. Anche se i filosofi sono vedettes, di spiritualità o humour, un Enzo bianchi o un Eco. Le esposizioni sono lente, comunque non convincenti (appassionanti), i dibattiti forzosi.
Ora, è l’economia che è “scienza” triste, della filosofia non si era mai saputo. La filosofia si vuole solo letta? Non è possibile, è stata in antico arte oratoria, e anche nell’ultima sua incarnazione classica, mago Heidegger lo era della parola. O sono i festival che fanno triste la filosofia, la curvatura della filosofia a (piccola) manifestazione politica?
Gattopardo – Uno sguardo decomposto su un mondo che non lo è, le “persone influenti” (mafiosi) comprese. Si supponeva dallo stesso romanzo, Sedara è personaggio grottesco e negativo solo per gli snob. Si sa ora per certo dalla nuova più libera storiografia, che documenta Palermo e tutta la Sicilia ben vive e attive prima, durante e dopo la spedizione dei mille e la “liberazione” dell’isola. Gli odori sono fetori, le bellezze sfiorite, le gioie tristi, i sapori disgustosi, i viventi morti, sembra l’opera di un paranoico, benché arguto. La putrefazione vi è ossessiva, ogni segno depressivo, anche scopare.
Tutto in questo romanzo favoleggiato della nobiltà è rancido, spaventosamente sporco, fetido. Eccetto i cani. E ridicolo. Eccetto il ridicolissimo Principone, se stesso cioè: don Fabrizio posa attorno, sullo stesso nipote prediletto Tancredi a ben vedere, uno sguardo deluso. E, senza alcun titolo morale, di rimprovero. Irridente come lo scemo del villaggio, nobile certo. “Per le persone del carattere e della classe di don Fabrizio la facoltà di esser divertiti costituisce i quattro quinti dell’affetto”, attesta Lampedusa serio. Ma senza obbligo di divertire.
Ci sono molti biondi nel “Gattopardo”. Se se ne facesse una statistica allo stato civile è pure possibile che i biondi siano in Sicilia più dei mori, soprattutto le donne. Per la presenza normanna, che vi fu più lunga e invadente di quella araba, le successive razze vandaliche di Spagna. Verga era di pelo rosso. E gli uomini sono più alti e robusti che piccoli, l’industria delle confezioni lo sa, anche se molti sono lombardi.
Pennellate intensive di colore. Ripetute, memorabili. Memorabili per essere costanti, e tuttavia sempre di colore: “fanno il discorso”, cioè la Sicilia, ma sono al meglio battute di spirito, repartee al cocktail party.
Compongono anche un manuale della sicilianità, successivamente obbligata, per esempio in Sciascia. Compresi il sole e il mare. Palermo è “torva”, eccetera. In quanto donchisciottesco, vero al contrario. Lampedusa sopravvissuto alla pubblicazione non sarebbe stato sorpreso di essere preso sul serio? Aveva scritto un romanzo satirico.
L’irrisione è mescolata a un sottile immedesimazione di Lampedusa col Principone: Salina è scisso, a volte “intelligente (riflessivo).
Recensione – È di vario tipo, si sa: affettuosa, astiosa, riconoscente, critica anche, o commerciale, e perfino industriale – si scrive in più redazioni in casa editrice, smazzando poi le schede in base alla tipologia del veicolo recensorio. Ultimamente è spesso di rappresentanza, o di squadra – o dell’elogio riservato. Succede nelle epoche di transizione, quando non si sa che e chi prevarrà ed è opportuno tenere le posizioni.
Succede così. Il mezzo di comunicazione (giornale, radio, tv) s’impegna a presentare un’opera per un obbligo contratto con l’editore o con l’autore. E lo fa con coscienza, chiedendo a uno dei suoi migliori autori, più giovani, più promettenti, più in carriera, e disponibili, di farsi carico del lavoro. Che pubblica in posizione lusinghiera e con un quadro di riferimento pieno di elogi – miti e eroi. Ma succinta, e riservata, sotto un titolo insignificante. La recensione di rappresentanza o riservata serve a cementare legami potenti, nella (reciproca) estraneità. Ma significando al contempo che il giornale è “di più”, e tanto più se destina alla funzione di rappresentanza le sue penne migliori – promettenti, colte, di mondo.
Ottimi esempi ne reca ieri il supplemento domenicale del “Sole 24 Ore”. Con due recensioni, di un uomo di potere che si esercita alla filosofia, e di una potente casa editrice che ha fatto scrivere a un costituzionalista un romanzo di fantasmi – se è quello che si capisce dalla recensione. Affidate a Roberta De Monticelli e a Gabriele Pedullà. Che assolvono in modo impeccabile il compito: sono talmente eleganti nella perfidia che sembrano sprecati. E lo sono, ma non nel lavoro di squadra, col giornale.
Storia - La storia è di una parte, lo spiega Huizinga. È un Gestalt. Una forma spirituale, come la letteratura, la filosofia, il diritto, la scienza, per comprendere in essa il mondo. È la forma dello spirito in cui una civiltà si rende conto del suo passato. Ogni civiltà produce la sua propria forma di storia. Che è sempre storia universale. Ma la storia non fornisce mai altro che una certa figurazione di un certo passato, un quadro comprensibile di un frammento - “frammento di frammenti” la dice Goethe, come la letteratura.
Febvre invece la vuole arte – anche questo è Occidente - e scienza, del passato e del presente. Un ramo della scienza delle comunicazioni, aggiunge Lévi-Strauss, per il quale “in ogni società la comunicazione ha luogo a tre livelli: scambio di beni e servizi, scambio di messaggi, scambio delle donne”. Non male. È sempre una signora molto esigente, trovava Giorgio Spini in polemica col professor Spadolini, che non s’è mai sposato: richiede cultura internazionale, scaltrezza di metodo, pesante fatica, anche fisica, di ricerca delle fonti. Ed è bene in carne, si spera, poiché va fatta propria.
letterautore@antiit.eu
domenica 22 luglio 2012
L’amore amico dell’“ebreo” libera Inge
Una bellissima storia d’amore. Tra un soldato dell’Ottava Armata in Carinzia a fine guerra, ebreo di Palestina costretto a emigrare da Vienna nel 1938, “basso e bruttino, con gli occhiali”, e la diciannovenne Ingeborg Bachmann, bella e sensibile. Ogni persecuzione isola, nel groviglio di violenze e complessi, e conduce alla perdita di sé, dell’autostima, più spesso che alla rivolta. Nel caso di Jack Hamesh, in paese per tutti “l’ebreo” ancora a guerra finita e perduta, l’incontro elimina questo virus. In lui, di grande cultura e passione per la cultura, benché alla smobilitazione finisca a Tel Aviv scaricatore di porto. In lei, che l’incontro libera, dalla famiglia, dal paese, dal razzismo, dalla Hitlerjugend. Un rapporto intimo non furtivo (“fra di noi non facciamo mai discorsi che non potrebbero essere ascoltati”, Inge si difende dai rimproveri della madre), di passeggiate nei boschi, di lunghe conversazioni in camera di lei, di letture comuni, Thomas Mann, Hofmannstahl, Schnitzler, Stefan Zweig, il “Capitale” e un Adler. “È l’estate più bella della mia vita e, dovessi campare cent’anni, queste resteranno per me la primavera e l’estate più belle”, Ingeborg volle tenere in quei giorni un diario, piena di entusiasmo e gioia di vivere, malgrado i problemi di sopravvivenza – il fratello minore Heinz “ha l’aspetto di uno scheletrino, non capisco, noi facciamo per lui tutto il possibile”.
Una storia per più aspetti interessante. Per la biografia d’Ingeborg Bachmann, compresa la futura relazione intima con Celan. Ma soprattutto per l’“amore redentore” che le lettere successive di Hamesh, che prendono la maggior parte della pubblicazione, delineano, all’ingrosso e al minuto. Nel rapporto fra l’ebreo e la madrepatria austriaca negata. E nelle occorrenze quotidiane dell’emigrato-assoldato-smobilitato Hamesh. Tanto più alla luce della personalità che nella postfazione il curatore Hans Höller riesce ad enuclearne. Di un Jakob Chamisch che non ebbe mai la cittadinanza austriaca, benché di famiglia da sempre residente nell’ex impero, costretto a emigrare a diciotto anni, finito in occupazioni umili, malgrado la passione per lo studio e l’ambizione di poter un giorno insegnare: apprendista calzolaio, bracciante, disoccupato dopo la smobilitazione, quindi scaricatore e, dopo un incidente sul lavoro, impiegato al porto di Tel Aviv. Un uomo di singolare capacità d’introspezione e d’osservazione. Della propria situazione. Della giovane Inge – con la quale ha amato “sfidare ridendo questo nostro tempo”. Del miracolo di Israele: “Si cerca l’acqua e si continua a trovarla”. Della politica che pure non gli piace: “Qui c’è petrolio, qui c’è il Canale di Suez, la via per le Indie. Gerusalemme, qui nacque Cristo, qui vissero un tempo gli ebrei, qui vegetano da secoli gli arabi, un vita miserabile che a stento riterresti possibile. Qui furono rivelati i Dieci Comandamenti, qui viene in pellegrinaggio chiunque creda in un Dio, si chiami Cristo, Yahveh o Allah”.
Nel “Diario di guerra” di Inge c’è anche un ufficiale inglese “straordinariamente lungo e secco”, di nome Bob, aristocratico, che è la chiave di un capitolo del “Libro Franza” rimasto enigmatico, “Ritorno a Galicien”. Nel “Libro Franza” è questione di un amore giovanile con un Lord Percival Glyde, un ufficiale alto e segaligno, educato a Oxford, di famiglia aristocratico. Bob nel “Diario” Inge lo fa innamorato dell’amica Liesl. Un’amica che come lei non ne può più delle convenzioni e del piccolo paese. Che ama il lord benché sia amata, “devotamente”, da un altro ufficiale britannico.
Ingeborg Bachmann, Diario di guerra, Adelphi, pp. 132 € 11
Una storia per più aspetti interessante. Per la biografia d’Ingeborg Bachmann, compresa la futura relazione intima con Celan. Ma soprattutto per l’“amore redentore” che le lettere successive di Hamesh, che prendono la maggior parte della pubblicazione, delineano, all’ingrosso e al minuto. Nel rapporto fra l’ebreo e la madrepatria austriaca negata. E nelle occorrenze quotidiane dell’emigrato-assoldato-smobilitato Hamesh. Tanto più alla luce della personalità che nella postfazione il curatore Hans Höller riesce ad enuclearne. Di un Jakob Chamisch che non ebbe mai la cittadinanza austriaca, benché di famiglia da sempre residente nell’ex impero, costretto a emigrare a diciotto anni, finito in occupazioni umili, malgrado la passione per lo studio e l’ambizione di poter un giorno insegnare: apprendista calzolaio, bracciante, disoccupato dopo la smobilitazione, quindi scaricatore e, dopo un incidente sul lavoro, impiegato al porto di Tel Aviv. Un uomo di singolare capacità d’introspezione e d’osservazione. Della propria situazione. Della giovane Inge – con la quale ha amato “sfidare ridendo questo nostro tempo”. Del miracolo di Israele: “Si cerca l’acqua e si continua a trovarla”. Della politica che pure non gli piace: “Qui c’è petrolio, qui c’è il Canale di Suez, la via per le Indie. Gerusalemme, qui nacque Cristo, qui vissero un tempo gli ebrei, qui vegetano da secoli gli arabi, un vita miserabile che a stento riterresti possibile. Qui furono rivelati i Dieci Comandamenti, qui viene in pellegrinaggio chiunque creda in un Dio, si chiami Cristo, Yahveh o Allah”.
Nel “Diario di guerra” di Inge c’è anche un ufficiale inglese “straordinariamente lungo e secco”, di nome Bob, aristocratico, che è la chiave di un capitolo del “Libro Franza” rimasto enigmatico, “Ritorno a Galicien”. Nel “Libro Franza” è questione di un amore giovanile con un Lord Percival Glyde, un ufficiale alto e segaligno, educato a Oxford, di famiglia aristocratico. Bob nel “Diario” Inge lo fa innamorato dell’amica Liesl. Un’amica che come lei non ne può più delle convenzioni e del piccolo paese. Che ama il lord benché sia amata, “devotamente”, da un altro ufficiale britannico.
Ingeborg Bachmann, Diario di guerra, Adelphi, pp. 132 € 11
Ombre - 139
Seimila persone in piazza Santa Croce a Firenze per Benigni e Dante. Ma poco divertite e anzi perplesse. È Berlusconi che non tira più – il Dante di Benigni è Berlusconi. O è il comico?
Singolare celebrazione a Palermo del giudice Borsellino. L’amata moglie Agnese scrive sommessa a Napolitano e i figli sommessamente lavorano. Mentre il fratello e la sorella del giudice occupano le piazze, e i giornali.
Singolare ma non innocente: quello dei fratelli è un certo modo di fare politica. Democratico?
Il virtuoso governo lombardo ha nominato alla presidenza della Rai una che non ne capisce nulla ma vuole tutti i poteri. E alla direzione generale uno che non ne capisce nulla ma vuole un contratto milionario. E non fa nemmeno i gol – Ibrahimovic almeno li faceva, ogni tanto.
La Corte Costituzionale tedesca aggiorna di due mesi, a metà settembre, l'avallo all'Esm, il fondo di stabilizzazione monetaria europeo. Un errore non è.
Adonis, oppositore di Assad in esilio ma democratico, dice la verità sul rivolgimento in Siria - e per questo “Repubblica” lo confina in seconda pagina? “ La domanda è questa”, dice il grande poeta: “Che fine faranno i passi essenziali compiuti verso la modernità, il superamento degli arcaici linguaggi delle “minoranze”, delle “religioni”, dell’assoggettamento della donna alle leggi di una pretesa fede?”
“Pentiti, su Conte non tutto torna”: il Procuratore Palazzi fa sapere che deferirà, cioè squalificherà, l’allenatore della Juventus tramite Flavio Arzilli sul “Corriere della sera”, il giornale di Milan-Inter. Il quale si arrampica per due colonne sugli specchi, per piazzare la botta: “Ma chi è davvero Antonio Conte?” Già, e chi è Arzilli? E chi è davvero Palazzi, napoletano di Milano?
“I criteri che hanno condotto l’indagine della Procura sportiva sono costruiti sulla credibilità dei pentiti e sul riscontro anche indiretto che le ammissioni trovano nell’incrocio dei vari verbali”, scrive Arzilli criptico. Costruire dei criteri? Ma i “vari” verbali sono due, dei due peggiori figuri del calcio-scommesse, Carobbio e Gervasoni. I quali, compiacendo i Procuratori, la scapoleranno.
Non fa in tempo Ingroia a incriminare Dell’Utri che “Repubblica” schiera a condanna tre servizi, un’intervista di una pagina, Merlo, Serra, Augias, e le lettere al giornale. Mancano le capitali estere, ma è lo stesso una grande performance.
La banca del Vaticano è promossa in trasparenza dall’organo di controllo europeo Moneyval, ma solo il “Corriere della sera” lo dice – volendo chiudere il contenzioso che il suo padrone Rotelli ha con la segreteria di Stato? “Repubblica”, dopo tante pagine contro, ha poche righe, da cui non si capisce niente. Anche “La Stampa”. I giornali della catena Repubblica-L’Espresso non hanno niente. Quelli di Riffeser dicono invece che lo Ior è stato bocciato. Laicismo?
Anche Rotelli è accusato di truffa alle Asl con fatture gonfiate. Ma essendo il neo monopolista della sanità lombarda anche il padrone del “Corriere della sera” la solerte Procura della Repubblica ritiene che l’accusa non sia circostanziata. Senza indagare.
Ingroia, nel tempo libero dal complotto Stato-mafia, processa Dell’Utri. Sempre lui, non c’è un altro?
A testimoniare contro Dell’Utri Ingroia convoca Marina Berlusconi. Per una prima pagina assicurata. Ma non era meglio Barbara?
Non avendo ricevuto lettere, commenti, dichiarazioni del Procuratore Messineo, “Repubblica” martedì lo intervista. La sua top della giudiziaria, Liana Milella, chiede al Procuratore, a proposito del nuovo processo a Dell’Utri: “La Procura di Palermo non entra nell’agone politico?” Il Procuratore Capo risponde: “Escludo che ci sia una volontà da parte nostra di influenzare questa campagna elettorale”.
L’agone politico non è male.
Le due anime del Pd confuse con “i pronipoti di Turati e Sturzo”. Lo fa il “Corriere della sera” e pazienza, può rientrare nell’ipotesi neoguelfa cui il giornale lavora. Ma a opera di Paolo Franchi, che sa la differenza fra i riformisti e i popolari del 1924 e il (piccolo, angusto, d’affari) compromesso democratico di oggi. Anche Paolo infetto di sovietismo, dopo averlo combattuto una vita?
Che riformismo portano avanti questi “pronipoti”?
Tutti vogliono le donne al potere, anche con quote garantite. Poi, appena parlano, le zittiscono – tutti, anche le donne: Carla Bruni, Madame Twitter, Minetti, Rosy Bindi, Mara Carfagna.
Dove sono finite le ruberie e le altre malefatte della Lega? Potenza di Maroni.
Singolare celebrazione a Palermo del giudice Borsellino. L’amata moglie Agnese scrive sommessa a Napolitano e i figli sommessamente lavorano. Mentre il fratello e la sorella del giudice occupano le piazze, e i giornali.
Singolare ma non innocente: quello dei fratelli è un certo modo di fare politica. Democratico?
Il virtuoso governo lombardo ha nominato alla presidenza della Rai una che non ne capisce nulla ma vuole tutti i poteri. E alla direzione generale uno che non ne capisce nulla ma vuole un contratto milionario. E non fa nemmeno i gol – Ibrahimovic almeno li faceva, ogni tanto.
La Corte Costituzionale tedesca aggiorna di due mesi, a metà settembre, l'avallo all'Esm, il fondo di stabilizzazione monetaria europeo. Un errore non è.
Adonis, oppositore di Assad in esilio ma democratico, dice la verità sul rivolgimento in Siria - e per questo “Repubblica” lo confina in seconda pagina? “ La domanda è questa”, dice il grande poeta: “Che fine faranno i passi essenziali compiuti verso la modernità, il superamento degli arcaici linguaggi delle “minoranze”, delle “religioni”, dell’assoggettamento della donna alle leggi di una pretesa fede?”
“Pentiti, su Conte non tutto torna”: il Procuratore Palazzi fa sapere che deferirà, cioè squalificherà, l’allenatore della Juventus tramite Flavio Arzilli sul “Corriere della sera”, il giornale di Milan-Inter. Il quale si arrampica per due colonne sugli specchi, per piazzare la botta: “Ma chi è davvero Antonio Conte?” Già, e chi è Arzilli? E chi è davvero Palazzi, napoletano di Milano?
“I criteri che hanno condotto l’indagine della Procura sportiva sono costruiti sulla credibilità dei pentiti e sul riscontro anche indiretto che le ammissioni trovano nell’incrocio dei vari verbali”, scrive Arzilli criptico. Costruire dei criteri? Ma i “vari” verbali sono due, dei due peggiori figuri del calcio-scommesse, Carobbio e Gervasoni. I quali, compiacendo i Procuratori, la scapoleranno.
Non fa in tempo Ingroia a incriminare Dell’Utri che “Repubblica” schiera a condanna tre servizi, un’intervista di una pagina, Merlo, Serra, Augias, e le lettere al giornale. Mancano le capitali estere, ma è lo stesso una grande performance.
La banca del Vaticano è promossa in trasparenza dall’organo di controllo europeo Moneyval, ma solo il “Corriere della sera” lo dice – volendo chiudere il contenzioso che il suo padrone Rotelli ha con la segreteria di Stato? “Repubblica”, dopo tante pagine contro, ha poche righe, da cui non si capisce niente. Anche “La Stampa”. I giornali della catena Repubblica-L’Espresso non hanno niente. Quelli di Riffeser dicono invece che lo Ior è stato bocciato. Laicismo?
Anche Rotelli è accusato di truffa alle Asl con fatture gonfiate. Ma essendo il neo monopolista della sanità lombarda anche il padrone del “Corriere della sera” la solerte Procura della Repubblica ritiene che l’accusa non sia circostanziata. Senza indagare.
Ingroia, nel tempo libero dal complotto Stato-mafia, processa Dell’Utri. Sempre lui, non c’è un altro?
A testimoniare contro Dell’Utri Ingroia convoca Marina Berlusconi. Per una prima pagina assicurata. Ma non era meglio Barbara?
Non avendo ricevuto lettere, commenti, dichiarazioni del Procuratore Messineo, “Repubblica” martedì lo intervista. La sua top della giudiziaria, Liana Milella, chiede al Procuratore, a proposito del nuovo processo a Dell’Utri: “La Procura di Palermo non entra nell’agone politico?” Il Procuratore Capo risponde: “Escludo che ci sia una volontà da parte nostra di influenzare questa campagna elettorale”.
L’agone politico non è male.
Le due anime del Pd confuse con “i pronipoti di Turati e Sturzo”. Lo fa il “Corriere della sera” e pazienza, può rientrare nell’ipotesi neoguelfa cui il giornale lavora. Ma a opera di Paolo Franchi, che sa la differenza fra i riformisti e i popolari del 1924 e il (piccolo, angusto, d’affari) compromesso democratico di oggi. Anche Paolo infetto di sovietismo, dopo averlo combattuto una vita?
Che riformismo portano avanti questi “pronipoti”?
Tutti vogliono le donne al potere, anche con quote garantite. Poi, appena parlano, le zittiscono – tutti, anche le donne: Carla Bruni, Madame Twitter, Minetti, Rosy Bindi, Mara Carfagna.
Dove sono finite le ruberie e le altre malefatte della Lega? Potenza di Maroni.
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sabato 21 luglio 2012
La mafia non c’è a Palermo
“Io come Borsellino”, dice sfrontato il giudice Ingroia, che in vent’anni non ha trovato uno solo dei tanti attentatori allo stesso Borsellino e alla folta scorta. Giustificandosi col dire che il giudice l’ha assassinato lo Stato. Dopodiché se ne va in Guatemala. Lasciando il Capo dello Stato a professarsi innocente. Un Capo dello Stato. Uno rispettabile come Napolitano. Sull’autorità di un pentito debole, Spatuzza, e di uno falso, Ciancimino figlio.
Il giudice ridens si professa Borsellino col plauso dei fratelli Borsellino. Che, in significativa antitesi con la compostezza della vedova e dei propri figli del giudice assassinato, sulla morte del congiunto hanno impiantato senza altro merito una carriera politica. Contro Napolitano, e quindi contro il loro stesso partito. Per la ribalta, essendo stato a loro tutto facile grazie al sacrificio di Paolo.
Prima di partire Ingroia incrimina Dell’Utri, ancora una volta, il suo punching-ball, un siciliano remissivo. Seppellendolo sotto palate di fango dosate, a mezzo di cronisti fidati. Una al giorno: un giorno la notizia di reato, un giorno la villa, un giorno Santo Domingo, un giorno i conti correnti, poi ci sarà il riciclaggio, le tangenti, la droga - manca solo il pentito.
Tutto ciò è giustizia? Si dice che Palermo coi morti si diverte, ma questo non è nemmeno teatro, è solo squallore. Con un Procuratore Capo di Palermo, Messineo, che ogni giorno parla su “Repubblica”, con lettere, dichiarazioni, commenti, e interviste. Ha idea di chi ha ucciso Borsellino? Gli interessa? Ha letto “il” Messineo di cui porta il nome?
Per il resto, la mafia non c’è a Palermo? O c’è?
Il giudice ridens si professa Borsellino col plauso dei fratelli Borsellino. Che, in significativa antitesi con la compostezza della vedova e dei propri figli del giudice assassinato, sulla morte del congiunto hanno impiantato senza altro merito una carriera politica. Contro Napolitano, e quindi contro il loro stesso partito. Per la ribalta, essendo stato a loro tutto facile grazie al sacrificio di Paolo.
Prima di partire Ingroia incrimina Dell’Utri, ancora una volta, il suo punching-ball, un siciliano remissivo. Seppellendolo sotto palate di fango dosate, a mezzo di cronisti fidati. Una al giorno: un giorno la notizia di reato, un giorno la villa, un giorno Santo Domingo, un giorno i conti correnti, poi ci sarà il riciclaggio, le tangenti, la droga - manca solo il pentito.
Tutto ciò è giustizia? Si dice che Palermo coi morti si diverte, ma questo non è nemmeno teatro, è solo squallore. Con un Procuratore Capo di Palermo, Messineo, che ogni giorno parla su “Repubblica”, con lettere, dichiarazioni, commenti, e interviste. Ha idea di chi ha ucciso Borsellino? Gli interessa? Ha letto “il” Messineo di cui porta il nome?
Per il resto, la mafia non c’è a Palermo? O c’è?
Genovesi in Versilia
La Bentley non sgomma Anche se la guida un russo ricco – ma i russi ricchi non hanno lo chauffeur? Né l’autore giocava a palla in strada da bambino, se è nato nel 1974: nel 1980 c’erano più macchine di oggi a Forte dei Marmi. Si ricorda male. Per il resto il solito bozzettismo toscano. Se non che si ride, ogni tanto. Anche per il brio, Genovesi ha il ritmo dell’ora di svago – fino a metà libro, quando deve mettere su il cipiglio, e se la prende con Briatore, Buffon, e i russi.
Bizzarra collana questa “Contromano”, che rinverdisce le conversazioni dei vecchi villeggianti. Genovesi vuole la nostalgia il forte di Forte dei Marmi. Che invece è sempre viva – un giorno faranno nostalgia i deprecati russi, come già il deprecato Avvocato, le boutiques inaffrontabili, le villone. È nostalgia quella del palio dei Micci, del lago di Porta, che nessuno dei viventi ha mai visto (si prosciugò con la bonifica), e del famoso “salmastro”, che è invece l’umidità ascendente? Il più di questi luoghi resta non detto. La versiliesità è in chiave Forte dei Marmi, elitista: Genovesi la restringe a una piccola porzione del vicariato di Pietrasanta, che però dovrebbe escludere Forte dei Marmi, e del bacino del fiume. Tanto snobismo sulla Versilia a opera di un Genovesi, invece, che argomento sprecato - di uno che scrive “strinto” per “stretto”, che in Versilia non usa. O il professore di filosofia che portava il liceo a lezione sulla spiaggia. Un professore di nome Morabito.
Fabio Genovesi, Morte dei Marmi, Laterza, pp. 141 € 12
Bizzarra collana questa “Contromano”, che rinverdisce le conversazioni dei vecchi villeggianti. Genovesi vuole la nostalgia il forte di Forte dei Marmi. Che invece è sempre viva – un giorno faranno nostalgia i deprecati russi, come già il deprecato Avvocato, le boutiques inaffrontabili, le villone. È nostalgia quella del palio dei Micci, del lago di Porta, che nessuno dei viventi ha mai visto (si prosciugò con la bonifica), e del famoso “salmastro”, che è invece l’umidità ascendente? Il più di questi luoghi resta non detto. La versiliesità è in chiave Forte dei Marmi, elitista: Genovesi la restringe a una piccola porzione del vicariato di Pietrasanta, che però dovrebbe escludere Forte dei Marmi, e del bacino del fiume. Tanto snobismo sulla Versilia a opera di un Genovesi, invece, che argomento sprecato - di uno che scrive “strinto” per “stretto”, che in Versilia non usa. O il professore di filosofia che portava il liceo a lezione sulla spiaggia. Un professore di nome Morabito.
Fabio Genovesi, Morte dei Marmi, Laterza, pp. 141 € 12
venerdì 20 luglio 2012
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (136)
Giuseppe Leuzzi
Sicilia
Che il fallimento (default) dell’Italia cominci dalla Sicilia è da ridere. Ma i siciliani ne sono convinti. Che la Sicilia è in default. E che il default dell’isola coinvolgerà l’Italia.
L’isola è per gli isolani l’avanguardia o laboratorio dell’Italia: delle formule politiche, della corruttela (la “linea della palma” di Sciascia), della giustizia, della letteratura, e anche della lingua – perché no, ma nel Duecento. Non si può dire che la Sicilia non si diverta.
Ma questo accentua la grevità lombarda. Si prenda il default. Il “Corriere della sera” e il governo lombardo lo hanno subito dichiarato. Costringendosi poi a smentirsi, dopo la tirata d’orecchi di Napolitano al Quirinale, con l’altro lombardo Grilli, il plumbeo ministro dell’Economia. In un giochetto al massacro non senza irresponsabili conseguenze per l’Italia sui mercati.
Anche l’altro lombardo Formigoni ha irriso la Sicilia. Prestandosi ai facili sarcasmi su chi è più corrotto. Ma è vero che in questo “chiama-e-rispondi”, come si dice in toscano, è tutta la miseria dell’Italia, o quasi tutta..
Santo Meli Dumas lo ricorda ne “I garibaldini” sui venticinque anni, “biondo, con gli occhi azzurri, ben tagliato, di statura mediana”. Lo scrittore si era opposto alla sua fucilazione. Santo Meli era uno dei tanti insorti di Palermo che fecero poi la vittoria dei Mille, ma i borbonici lo accusavano di furto, e il garibaldino generale Stefano Turr voleva aveva deciso di fucilarlo per dare l’esempio. Su pressione di Dumas, decise poi di mandarlo alla Pilato dalle autorità siciliane, perché decidessero loro del “loro fratello”. E così Santo Meli fu fucilato.
Dumas trascrive una conversazione con “alcuni ufficiali” dei Mille. A proposito dell’incontro fra i popoli che la spedizione si proponeva. Gli ufficiali si vedevano parte di una razza “latina pura” Mentre i siciliani consideravano di razza latina ma mescolata coi “saraceni”. Non era un’osservazione innocua, prova ne sia che Dumas la riporta.
Dell’Utri non è simpatico. Ma “ogni volta che vengo qui”, dice, “penso di essere un’altra persona”. Qui a Palermo, la sua città.
Lo dice naturalmente da palermitano – come Epimenide cretese, quello secondo il quale tutti i cretesi erano bugiardi? Ma, purtroppo, dice la verità: nessun dramma a Palermo, solo commedie, con scambi di ruoli, per questo non c’è catarsi.
Dell’Utri indagato a Palermo per estorsione a Berlusconi non fa però ridere. Non “la Repubblica”. Francesco Merlo interminabile lo assoggetta alla dialettica “servi-padroni”. Da siciliano, benché di Parigi – e della famiglia ducale?
Palermo vuole, com’è noto, che sia lo Stato il mandante delle stragi del 1992 e del 1993. Ma lo Stato impersona in Dell’Utri.
Ma, poi, neppure lo Stato Palermo vuole reo. La città voleva sfruttare il ventennale delle stragi Falcone e Borsellino, come una qualsiasi soubrette, e c’è riuscita, sempre al proscenio. Ora ha un altro anno di celebrazioni, per le stragi del 1993 nel continente. Anche i morti servono a Palermo per divertirsi.
L’odio-di-sé
Marco Rovelli, ”Il contro in testa”, esordisce con un mea culpa: “Ho odiato la mia terra come si odia una madre secca e muta, una landa sterile e infeconda, un vuoto inabitabile e senza contorni. L’ho odiata perché mi appariva come un magma informe, impasto senza lievito. L’ho odiata perché non ne trovavo l’anima. L’ho odiata perché, man mano che mi conocevo, temevo che non sarei stato altro da lei”.
Tutto falso. Non c’è madre secca e muta. Le Apuane non sono sterili e infeconde - Rovelli narra di Massa e Carrara. E il vuoto non esiste. Sono proiezioni adolescenziali, il rifiuto di sé e del mondo - che tra l’atro qui non arricchiscono la memoria, benché Rovelli la improvvisi solerte e ora riconoscente. Ma sintetizza bene il rifiuto dell’emigrato, fisico e/o intellettuale. Dello sradicato. Che proietta sull’esterno le proprie insufficienze (rabbie) – “Non riuscivo a capire nemmeno me stesso, per la verità”, aggiunge lo stesso Rovelli.
Si deve a due storici recenziori e non italiani, Nelson Moe e Marta Petrusewicz, la segnalazione del ruolo dell’emigrazione politica del ’48, napoletana, palermitana, pugliese, nella reazione del “Sud”. Di luoghi e popolazioni immorali, inospitali, ingovernabili. Un rilievo in questo senso di De Sanctis, autore pure studiatissimo, già nel 1855 è stato recuperato solo da Moe - così come le lettere terribili di e a Cavour degli incaricati dell’unificazione a Napoli e Palermo. Lo stesso l’autoescluesone di De Sanctis nel 1860 dalla “Consorteria” che Cavour pose al governo di Napoli, guidata da Silvio Spaventa, capo della polizia durante la precedente luogotenenza Farini.
De Sanctis non era il solo, si comincia a sapere, a giudicare questi esuli prevenuti, con un pregiudizio più violento di quello dei cavourriani. Successivamente Benedetto Croce, di cui Spaventa era zio e tutore, denuncerà nel 1919, nel saggio “I Poerio”, un’opera riedita ora da Galasso, un moralismo ora “superiore, ma astrattamente superiore al paese in cui gli toccava di operare, ora estraneo e ignaro dei problemi reali di questo”.
Mafia & Antimafia
“Il gap di statualità che chiamiamo mafia”: Salvatore Lupo, storico della mafia ne fa questa illuminante sintesi in apertura a “L’unificazione italiana. Mezzogiorno, rivoluzione, guerra civile”:.
Una “parola nuova”, prosegue, postunitaria cioè, che “nasce da un’esigenza di legalità nuova”. Questo è meno persuasivo. La legalità è unica - non ce n’è mai stata la possibilità ma è da dubitare che ci possa essere una “legalità mafiosa”. E non è in progress, da uno stato meno legale e uno più legale.
L’onorevole Granata, ex neofascista, che la Commissione parlamentare antimafia concentra su Carrara, in fondo è uno logico: se la mafia ha conquistato il Nord, perché non l’antimafia? Da Carrara la vista è bella. E poi un mondo si apre, il mondo.
Chissà se l’ex ministro Romano è un mafioso. Non lo sapremo mai. Perché è stato indagato dalla Procura di Palermo. La quale prima ha proposto l’archiviazione, nel 2005. Poi l’ha riproposta nel 2009. E ora, nel 2012, sempre per i “fatti” del 2001, invece ha chiesto una condanna a otto anni. Ma otto anni per mafia non sono pochi?
Il giudice Nino Di Matteo, che voleva Romano condannato, lo ha detto “intraneo” alla mafia. Non solo la mafia a Palermo, anche l’antimafia si diverte.
A margine del processo a Romano, Felice Cavallaro deve arrabattarsi l’altro ieri sul “Corriere della sera” per farci capire che i cattedratici palermitani ex Pci, Giovanni Fiandaca e Costantino Visconti, già “consiglieri eccellenti di tutti i magistrati antimafia”, hanno con gli stessi “negli ultimi tempi spesso qualche corto circuito”. Il coraggio a Cavallaro non manca, e allora perché non ci dice di che si tratta? Mafia, antimafia?
Il giorno dell’assoluzione di Romano Fiandaca laureava con altissimi voti ed elogi Ida Cuffaro, figlia dell’ex presidente della Sicilia condannato per concorso esterno in associazione. La quale vuole fare il giudice.
Lo dice Dell’Utri ma è vero. Rispondendo lusingato a una giornalista di “Repubblica” - che dopo l’adescamento si occuperà di renderlo reo di ogni turpitudine nelle domande: “Quest’indagine nasce solo dall’annuncio della discesa in campo di Berlusconi. Mica penserà che è un caso, la solita coincidenza? Questo è un processo politico e c’è poco altro da aggiungere”. L’indagine è di Ingroia contro lo stesso Dell’Utri per estorsione a Berlusconi.
Qualcosa da aggiungere però ci sarebbe: è un processo non contro Berlusconi, non possono mica condannarlo, ma per la carriera politica di Ingroia.
Sulla mafia bisogna ricredersi. Era rozza e stolida, è furba e sofisticata.
Sudismi/sadismi. Montanelli a colloquio con Mario Castiello il 25 ottobre 1966 dà lo spunto a Andrea Cangini, “La Nazione” del 19 luglio, di dire che “sociologicamente parlando, la mafia siciliana sta alla politica italiana come la bramosia di potere sta alla natura umana”. Ma Castiello non era un sociologo: era l’ex capo della segreteria politica del senatore democristiano Merzagora, noto affarista. Divenuto in proprio, come consigliere di Stato, brasseur d’affaires. Era Castiello che nel 1974 prospettava a Montanelli i soldi dell’Eni, di cui era diventato consulente, per finanziare “Il Giornale” - prima che s’intromettesse Berlusconi.
Poi Cangini s’allarga. Cita un imprecisato “Dizionario di politica”, secondo il quale “più o meno tutta la classe politica liberale vanta legami con la mafia”. E sir Rennel O’Rodd, che sovrintendeva all’Amgot, l’amministrazione alleata nel 1943-45, cui fa dire che “le scelte finivano per cadere in molti casi sul locale boss mafioso o su un suo uomo-ombra” per fare il sindaco. Mentre O’Rodd ha scritto, nella prefazione al libro di G.R. Gayre, “Italy in transition”, 1946, un po’ confusionariamente: “La maggioranza dei comuni era lacerata da gelosie personali e faide e aveva enormi difficoltà a proporre dei nomi. Di fronte al popolo che tumultuava perché fossero rimossi i podestà fascisti, molti dei miei ufficiali caddero nella trappola di scegliere in sostituzione i primi nomi che venivano proposti oppure seguire il consiglio d’interpreti che si erano accodati avendo imparato un po’ d’inglese negli Stati Uniti. I risultati non erano sempre felici, le scelte finivano per cadere in molti casi sul locale boss mafioso o su un uomo-ombra il quale in uno o due casi era cresciuto in ambienti di gangster americani”.
Ma non è finita, ci sono ancora Cossiga e Panebianco. Quest’ultimo per aver chiesto il commissariamento del Sud – ma l’avevano chiesto anche Bobbio e Galli della Loggia. L’ex presidente della Repubblica per aver detto che la mafia “è parte del tessuto sociale e culturale del popolo siciliano, come la ‘ndrangheta lo è di quello calabrese e la camorra di quello napoletano”.
leuzzi@antiit.eu
Sicilia
Che il fallimento (default) dell’Italia cominci dalla Sicilia è da ridere. Ma i siciliani ne sono convinti. Che la Sicilia è in default. E che il default dell’isola coinvolgerà l’Italia.
L’isola è per gli isolani l’avanguardia o laboratorio dell’Italia: delle formule politiche, della corruttela (la “linea della palma” di Sciascia), della giustizia, della letteratura, e anche della lingua – perché no, ma nel Duecento. Non si può dire che la Sicilia non si diverta.
Ma questo accentua la grevità lombarda. Si prenda il default. Il “Corriere della sera” e il governo lombardo lo hanno subito dichiarato. Costringendosi poi a smentirsi, dopo la tirata d’orecchi di Napolitano al Quirinale, con l’altro lombardo Grilli, il plumbeo ministro dell’Economia. In un giochetto al massacro non senza irresponsabili conseguenze per l’Italia sui mercati.
Anche l’altro lombardo Formigoni ha irriso la Sicilia. Prestandosi ai facili sarcasmi su chi è più corrotto. Ma è vero che in questo “chiama-e-rispondi”, come si dice in toscano, è tutta la miseria dell’Italia, o quasi tutta..
Santo Meli Dumas lo ricorda ne “I garibaldini” sui venticinque anni, “biondo, con gli occhi azzurri, ben tagliato, di statura mediana”. Lo scrittore si era opposto alla sua fucilazione. Santo Meli era uno dei tanti insorti di Palermo che fecero poi la vittoria dei Mille, ma i borbonici lo accusavano di furto, e il garibaldino generale Stefano Turr voleva aveva deciso di fucilarlo per dare l’esempio. Su pressione di Dumas, decise poi di mandarlo alla Pilato dalle autorità siciliane, perché decidessero loro del “loro fratello”. E così Santo Meli fu fucilato.
Dumas trascrive una conversazione con “alcuni ufficiali” dei Mille. A proposito dell’incontro fra i popoli che la spedizione si proponeva. Gli ufficiali si vedevano parte di una razza “latina pura” Mentre i siciliani consideravano di razza latina ma mescolata coi “saraceni”. Non era un’osservazione innocua, prova ne sia che Dumas la riporta.
Dell’Utri non è simpatico. Ma “ogni volta che vengo qui”, dice, “penso di essere un’altra persona”. Qui a Palermo, la sua città.
Lo dice naturalmente da palermitano – come Epimenide cretese, quello secondo il quale tutti i cretesi erano bugiardi? Ma, purtroppo, dice la verità: nessun dramma a Palermo, solo commedie, con scambi di ruoli, per questo non c’è catarsi.
Dell’Utri indagato a Palermo per estorsione a Berlusconi non fa però ridere. Non “la Repubblica”. Francesco Merlo interminabile lo assoggetta alla dialettica “servi-padroni”. Da siciliano, benché di Parigi – e della famiglia ducale?
Palermo vuole, com’è noto, che sia lo Stato il mandante delle stragi del 1992 e del 1993. Ma lo Stato impersona in Dell’Utri.
Ma, poi, neppure lo Stato Palermo vuole reo. La città voleva sfruttare il ventennale delle stragi Falcone e Borsellino, come una qualsiasi soubrette, e c’è riuscita, sempre al proscenio. Ora ha un altro anno di celebrazioni, per le stragi del 1993 nel continente. Anche i morti servono a Palermo per divertirsi.
L’odio-di-sé
Marco Rovelli, ”Il contro in testa”, esordisce con un mea culpa: “Ho odiato la mia terra come si odia una madre secca e muta, una landa sterile e infeconda, un vuoto inabitabile e senza contorni. L’ho odiata perché mi appariva come un magma informe, impasto senza lievito. L’ho odiata perché non ne trovavo l’anima. L’ho odiata perché, man mano che mi conocevo, temevo che non sarei stato altro da lei”.
Tutto falso. Non c’è madre secca e muta. Le Apuane non sono sterili e infeconde - Rovelli narra di Massa e Carrara. E il vuoto non esiste. Sono proiezioni adolescenziali, il rifiuto di sé e del mondo - che tra l’atro qui non arricchiscono la memoria, benché Rovelli la improvvisi solerte e ora riconoscente. Ma sintetizza bene il rifiuto dell’emigrato, fisico e/o intellettuale. Dello sradicato. Che proietta sull’esterno le proprie insufficienze (rabbie) – “Non riuscivo a capire nemmeno me stesso, per la verità”, aggiunge lo stesso Rovelli.
Si deve a due storici recenziori e non italiani, Nelson Moe e Marta Petrusewicz, la segnalazione del ruolo dell’emigrazione politica del ’48, napoletana, palermitana, pugliese, nella reazione del “Sud”. Di luoghi e popolazioni immorali, inospitali, ingovernabili. Un rilievo in questo senso di De Sanctis, autore pure studiatissimo, già nel 1855 è stato recuperato solo da Moe - così come le lettere terribili di e a Cavour degli incaricati dell’unificazione a Napoli e Palermo. Lo stesso l’autoescluesone di De Sanctis nel 1860 dalla “Consorteria” che Cavour pose al governo di Napoli, guidata da Silvio Spaventa, capo della polizia durante la precedente luogotenenza Farini.
De Sanctis non era il solo, si comincia a sapere, a giudicare questi esuli prevenuti, con un pregiudizio più violento di quello dei cavourriani. Successivamente Benedetto Croce, di cui Spaventa era zio e tutore, denuncerà nel 1919, nel saggio “I Poerio”, un’opera riedita ora da Galasso, un moralismo ora “superiore, ma astrattamente superiore al paese in cui gli toccava di operare, ora estraneo e ignaro dei problemi reali di questo”.
Mafia & Antimafia
“Il gap di statualità che chiamiamo mafia”: Salvatore Lupo, storico della mafia ne fa questa illuminante sintesi in apertura a “L’unificazione italiana. Mezzogiorno, rivoluzione, guerra civile”:.
Una “parola nuova”, prosegue, postunitaria cioè, che “nasce da un’esigenza di legalità nuova”. Questo è meno persuasivo. La legalità è unica - non ce n’è mai stata la possibilità ma è da dubitare che ci possa essere una “legalità mafiosa”. E non è in progress, da uno stato meno legale e uno più legale.
L’onorevole Granata, ex neofascista, che la Commissione parlamentare antimafia concentra su Carrara, in fondo è uno logico: se la mafia ha conquistato il Nord, perché non l’antimafia? Da Carrara la vista è bella. E poi un mondo si apre, il mondo.
Chissà se l’ex ministro Romano è un mafioso. Non lo sapremo mai. Perché è stato indagato dalla Procura di Palermo. La quale prima ha proposto l’archiviazione, nel 2005. Poi l’ha riproposta nel 2009. E ora, nel 2012, sempre per i “fatti” del 2001, invece ha chiesto una condanna a otto anni. Ma otto anni per mafia non sono pochi?
Il giudice Nino Di Matteo, che voleva Romano condannato, lo ha detto “intraneo” alla mafia. Non solo la mafia a Palermo, anche l’antimafia si diverte.
A margine del processo a Romano, Felice Cavallaro deve arrabattarsi l’altro ieri sul “Corriere della sera” per farci capire che i cattedratici palermitani ex Pci, Giovanni Fiandaca e Costantino Visconti, già “consiglieri eccellenti di tutti i magistrati antimafia”, hanno con gli stessi “negli ultimi tempi spesso qualche corto circuito”. Il coraggio a Cavallaro non manca, e allora perché non ci dice di che si tratta? Mafia, antimafia?
Il giorno dell’assoluzione di Romano Fiandaca laureava con altissimi voti ed elogi Ida Cuffaro, figlia dell’ex presidente della Sicilia condannato per concorso esterno in associazione. La quale vuole fare il giudice.
Lo dice Dell’Utri ma è vero. Rispondendo lusingato a una giornalista di “Repubblica” - che dopo l’adescamento si occuperà di renderlo reo di ogni turpitudine nelle domande: “Quest’indagine nasce solo dall’annuncio della discesa in campo di Berlusconi. Mica penserà che è un caso, la solita coincidenza? Questo è un processo politico e c’è poco altro da aggiungere”. L’indagine è di Ingroia contro lo stesso Dell’Utri per estorsione a Berlusconi.
Qualcosa da aggiungere però ci sarebbe: è un processo non contro Berlusconi, non possono mica condannarlo, ma per la carriera politica di Ingroia.
Sulla mafia bisogna ricredersi. Era rozza e stolida, è furba e sofisticata.
Sudismi/sadismi. Montanelli a colloquio con Mario Castiello il 25 ottobre 1966 dà lo spunto a Andrea Cangini, “La Nazione” del 19 luglio, di dire che “sociologicamente parlando, la mafia siciliana sta alla politica italiana come la bramosia di potere sta alla natura umana”. Ma Castiello non era un sociologo: era l’ex capo della segreteria politica del senatore democristiano Merzagora, noto affarista. Divenuto in proprio, come consigliere di Stato, brasseur d’affaires. Era Castiello che nel 1974 prospettava a Montanelli i soldi dell’Eni, di cui era diventato consulente, per finanziare “Il Giornale” - prima che s’intromettesse Berlusconi.
Poi Cangini s’allarga. Cita un imprecisato “Dizionario di politica”, secondo il quale “più o meno tutta la classe politica liberale vanta legami con la mafia”. E sir Rennel O’Rodd, che sovrintendeva all’Amgot, l’amministrazione alleata nel 1943-45, cui fa dire che “le scelte finivano per cadere in molti casi sul locale boss mafioso o su un suo uomo-ombra” per fare il sindaco. Mentre O’Rodd ha scritto, nella prefazione al libro di G.R. Gayre, “Italy in transition”, 1946, un po’ confusionariamente: “La maggioranza dei comuni era lacerata da gelosie personali e faide e aveva enormi difficoltà a proporre dei nomi. Di fronte al popolo che tumultuava perché fossero rimossi i podestà fascisti, molti dei miei ufficiali caddero nella trappola di scegliere in sostituzione i primi nomi che venivano proposti oppure seguire il consiglio d’interpreti che si erano accodati avendo imparato un po’ d’inglese negli Stati Uniti. I risultati non erano sempre felici, le scelte finivano per cadere in molti casi sul locale boss mafioso o su un uomo-ombra il quale in uno o due casi era cresciuto in ambienti di gangster americani”.
Ma non è finita, ci sono ancora Cossiga e Panebianco. Quest’ultimo per aver chiesto il commissariamento del Sud – ma l’avevano chiesto anche Bobbio e Galli della Loggia. L’ex presidente della Repubblica per aver detto che la mafia “è parte del tessuto sociale e culturale del popolo siciliano, come la ‘ndrangheta lo è di quello calabrese e la camorra di quello napoletano”.
leuzzi@antiit.eu
Vedere una donna
L’enunciato è ideologico. “Vedere un donna” è il titolo originale. Per un amour fou saffico più ragionato (di fronte lla famiglia, ai pettegolezzi, alle convenienze) che vissuto. Scritto nel 1929, a ventun’anni, non rifinito, rimontato ora dal pronipote Alexis. Il colpo d’occhio è però già quello dei racconti di viaggio, incisivo – il racconto è tutto nella prima riga: “Vedere una donna: solo per un secondo, solo nel breve spazio di uno sguardo”, l’immaginazione è già possessione, le notti insieme saranno superflue.
Annemarie Schwarzenbach, Ogni cosa è da lei illuminata, Il Saggiatore, pp.54 € 10
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giovedì 19 luglio 2012
La simulazione è islamica
Avviene ora in Siria come già in Egitto, Tunisia e Libia: i rivoltosi non si dichiarano. Fanno appello alle organizzazioni internazionali e umanitarie in nome dei diritti politici e civili, ma senza alcun impegno e senza neanche dichiarare per conto di quali principi o organizzazioni si battono. Tutti peraltro, in ognuno dei paesi della “primavera” araba, ben dotati di soldi, armamenti e organizzazione. Si suppone, si sa in realtà, da parte dell’Arabia Saudita e quindi degli Usa, ma non si dice. Salvo poi manifestarsi, in Tunisia, Egitto e Libia, emanazioni di un islam sunnita, ovunque retrogrado e talvolta reazionario.
Questo islam si presenta moderato nelle questioni internazionali. E in questa chiave si sarebbe guadagnato la benevolenza Usa. Ma con eccezioni: dove gli Usa si sono illusi di poter imporre il rinnovamento sulla base dei diritti politici e civili, in Afghanistan e Iraq, questo stesso islam è stato violentemente americano. Ciò cera la maggiore incertezza oggi fra le diplomazie: che ne sarà di Israele in un mondo arabo dominato dalle forze islamiche.
La taqyiah, la dissimulazione, è centrale nell’arte politica araba e anche nella religione islamica: è possibile e anzi è consigliabile dissimulare per il bene della causa islamica. Mediata dal cosiddetto levantinismo, e di esso ora parte costituente e anzi preponderante – il levantinismo era legato alla presenza cristiano-ortodossa nel Medio Oriente, greca, libanese, copta, che ora si può dire cancellata.
La taqyiah è stata studiata in epoca recente negli Usa, in numerosi studi a partire dagli ultimi anni 1960. Pochi anni prima che si avviasse la controrivoluzione islamica, allora antisovietica, in Pakistan prima e poi in Iran (contro lo scià) e in Afghanistan.
Questo islam si presenta moderato nelle questioni internazionali. E in questa chiave si sarebbe guadagnato la benevolenza Usa. Ma con eccezioni: dove gli Usa si sono illusi di poter imporre il rinnovamento sulla base dei diritti politici e civili, in Afghanistan e Iraq, questo stesso islam è stato violentemente americano. Ciò cera la maggiore incertezza oggi fra le diplomazie: che ne sarà di Israele in un mondo arabo dominato dalle forze islamiche.
La taqyiah, la dissimulazione, è centrale nell’arte politica araba e anche nella religione islamica: è possibile e anzi è consigliabile dissimulare per il bene della causa islamica. Mediata dal cosiddetto levantinismo, e di esso ora parte costituente e anzi preponderante – il levantinismo era legato alla presenza cristiano-ortodossa nel Medio Oriente, greca, libanese, copta, che ora si può dire cancellata.
La taqyiah è stata studiata in epoca recente negli Usa, in numerosi studi a partire dagli ultimi anni 1960. Pochi anni prima che si avviasse la controrivoluzione islamica, allora antisovietica, in Pakistan prima e poi in Iran (contro lo scià) e in Afghanistan.
L’Europa barbarica
Non ci sono nuovi barbari alle porte, ma l’aria è quella. Dopo la Grecia la Spagna. Licenziamenti a metro cubo, dimezzamento delle retribuzioni, dall’oggi al domani, abolizione di festività e mensilità. Misure stupide oltre che ingiuste – più stupide è da dire che ingiuste. Per incapacità di capire e reagire: di pensare. O meglio, gli assedianti ci sono, a Wall Street e nella City, agguerriti, feroci, ma la vera insidia è dentro le mura.
I greci pagano le furberie e la mala gestione di decenni di governi socialisti e conservatori, dalle quali hanno avuto qualche beneficio, ma irrisorio rispetto all’eccesso di spesa. Per gli spagnoli è peggio: sono poco indebitati ma sono chiamati a pagare gli abusi delle banche e delle società immobiliari, perpetrati anche qui da destra e da sinistra, con la compiacenza di governi socialisti e popolari (democristiani). Uno Stato che dichiara oggi il fallimento per colpa della speculazone, roba da non credere.
L’Italia non è arrivata a tanto ma non sta meglio: un governo di economisti e lombardi, che dovrebbero essere la crema del paese, ha inanellato una catena incredibile di misure controproducenti. Ha messo tante tasse da prendersi i rimproveri di tutte le autorità internazionali. Con le tasse ha messo in crisi l’economia, con la perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro e la compressione forzosa della capacità di spesa. Senza risolvere nemmeno per una frazione di punto percentuale il problema del debito che prometteva di risolvere. Per cui ora pensa a nuove tasse e tagli… Nel mentre che si assolve accusando questo e quello, ma nessuno in particolare, di evasione fiscale. Col solo effetto di indebolire l’immagine-Paese – l’immagine contro molto nell’economia moderna, ma questa Italia non lo sa.
Una crisi indotta, imposta quasi, da europei su europei. Nel presupposto che alcuni ne beneficeranno, i buoni, a danno dei cattivi.
Nella parte virtuosa del nostro mondo si trova un governo tedesco che, quando è al meglio, sta alla finestra. “Non è certo che il progetto europeo funzionerà e quindi dobbiamo continuare a lavorarci”., dice quando è ottimista la cancelliera Angela Merkel. Dunque siamo tornati al “progetto” europeo, dopo esserci legati nell’euro. Forse la cancelliera ha altro per la testa, ma non ce lo dice, e anche questo è segno d’imbarbarimento, l’afasia. Non saper dire, perché non si sa. La sola differenza è che i barbari sono dentro le mura.
I greci pagano le furberie e la mala gestione di decenni di governi socialisti e conservatori, dalle quali hanno avuto qualche beneficio, ma irrisorio rispetto all’eccesso di spesa. Per gli spagnoli è peggio: sono poco indebitati ma sono chiamati a pagare gli abusi delle banche e delle società immobiliari, perpetrati anche qui da destra e da sinistra, con la compiacenza di governi socialisti e popolari (democristiani). Uno Stato che dichiara oggi il fallimento per colpa della speculazone, roba da non credere.
L’Italia non è arrivata a tanto ma non sta meglio: un governo di economisti e lombardi, che dovrebbero essere la crema del paese, ha inanellato una catena incredibile di misure controproducenti. Ha messo tante tasse da prendersi i rimproveri di tutte le autorità internazionali. Con le tasse ha messo in crisi l’economia, con la perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro e la compressione forzosa della capacità di spesa. Senza risolvere nemmeno per una frazione di punto percentuale il problema del debito che prometteva di risolvere. Per cui ora pensa a nuove tasse e tagli… Nel mentre che si assolve accusando questo e quello, ma nessuno in particolare, di evasione fiscale. Col solo effetto di indebolire l’immagine-Paese – l’immagine contro molto nell’economia moderna, ma questa Italia non lo sa.
Una crisi indotta, imposta quasi, da europei su europei. Nel presupposto che alcuni ne beneficeranno, i buoni, a danno dei cattivi.
Nella parte virtuosa del nostro mondo si trova un governo tedesco che, quando è al meglio, sta alla finestra. “Non è certo che il progetto europeo funzionerà e quindi dobbiamo continuare a lavorarci”., dice quando è ottimista la cancelliera Angela Merkel. Dunque siamo tornati al “progetto” europeo, dopo esserci legati nell’euro. Forse la cancelliera ha altro per la testa, ma non ce lo dice, e anche questo è segno d’imbarbarimento, l’afasia. Non saper dire, perché non si sa. La sola differenza è che i barbari sono dentro le mura.
Secondi pensieri - 108
zeulig
Capitalismo – “Una commistione di avidità e paura”, G.A.Cohen, “Socialismo, perché no?”. Si alimenta con l’insicurezza – il senso costante di mancanza, d’insufficienza. Che deriva dall’incertezza, di sé e del mondo (dell’essere). Che in altre epoche si copriva con la fede e l’obbedienza (l’unità).
Femminismo – Va insieme col leghismo, col ritorno al focolare? È la vecchia lettura di Bachofen, tra patriarcato e matriarcato, ma non astratta, l’osservazione di E. Jünger, “Maxima-Minima”, p. 27: “Con la muta di Gea, Anteo torna a guadagnate terreno su Eracle e affiorano nuovi segni. La terra si trasforma, da patria ridiviene luogo natio. I segni matriarcali acquistano potere”.
Opinione pubblica – “Le teste intelligenti tendono a sopravvalutare l’influenza delle opinioni, soprattutto il mezzo dell’ironia. Questo è un errore da cui non guariscono mai o troppo tardi – spesso solo quando, come Chamfort, cadono dall’albero che avevano segato”. Jünger si rallaccia a Nietzsche, per una volta senza citarlo, in “Maxima-Minima”, per spiegare gli effetti contrastanti dell’opinion pubblica, tra chi la forma, o le sue intenzioni, e chi la recepisce: “Tramite le opinioni non vengono costituite verità, bensì accertate realtà”.
Il concetto di public relations nasce e si conforma nella Grande Guerra, imponendo la nozione di “fare l’opinione”, sofisticando le tecniche e allargandone i capi di applicazione. Sul presupposto sempre della superiorità di chi ne gestisce l’elaborazione. Che Jünger riconduce all’ironia. I cui effetti sono noti da tempo – l’ironia dissecca: “Alla fine il processo ironico riporta sempre a un terreno nel quale le cose sono più forti della critica. Ne conseguono entusiasmo, annientamento, tabuizzazione dei luoghi comuni”.
Ozio – Non è una pausa dal lavoro. Non è una pausa, non ha a che fare con la scansione del tempo, feriale, festivo, diurno, notturno. È una disposizione, e in tempi di aggressività-depressione un anticorpo (difesa immunitaria).
È l’altra dimensione, l’n-ma, della realtà – dell’esistenza. Come l’arte, vivifica il tempo, nel lungo periodo e nelle commessure, alitandoci sopra.
Storia - Gewesen non è Vergangen, vuole Heidegger, essere stato non è essere passato. E invece sì. La storia si scrive. E scrivere è portare al presente il passato, anche l’inesistente. E al passato il presente, inesistente incluso. Oppure no, l’esistente può restare fuori della scrittura. Ma allora la storia crea i suoi materiali, dice Spengler che se ne intende.
Per Manzoni la storia è guerra illustre contro la morte. Di chi?
È la tirannia, di chi ha e sa. È la mano invisibile - o quella è il mercato? Questo vorrebbe Berni faceto: “Non ha proporzione annale o istoria\Che gli autentichi libri de’ mer-canti\Che so’ la vera idea della memoria”.
È azione, si dice - o erezione? O il cumulo dei fatti di Rensi. Ma va come l’acqua, dove trova la vena.
Poi c’è la storia occidentalista, degli orientalisti occidentali, che la vogliono inventata. A partire dal solito Schopenhauer, per il quale fanno la storia le risse europee. La storia e la cronologia sono scoperte occidentali, ribatte Borges, adepto di Schopenhauer e Budda. E come dargli torto: la storia è solo occidentale, intesa non come annali ma come democrazia, progresso, la costruzione del futuro. È cristiana, ma cominciò con l’essere ellenica, grazie ai barbari di Erodoto. La storia è dunque l’Occidente che viene dall’Oriente.
La storia è sconveniente, è stato detto. O viceversa, a sentire Croce: la storia non è giustiziera ma giustificatrice. Contro il parere di Ida Magli: “Nella facilità con cui vengono manipolati i dati storici è ben visibile il mondo mentale primitivo e sud-orientale in cui il tempo non è mai divenuto quella categoria «dura», inflessibile, legata allo spazio, non dominabile dall’uomo che contraddistingue il mondo moderno”. E dunque la storia non è moderna. A meno che il mondo moderno non sia occidentale.
La storia, ingiusta e cattiva, è stupida, e ci marcia. Ma perché sarebbe noiosa, se in gran parte è inventata?
La storia è una scemenza, disse Henry Ford. Negli Usa infatti non c’è.
La prima rivoluzione agricola è avvenuta nel Settecento. O la seconda, volendo considerare prima quella del neolitico, diecimila anni fa. Nel Settecento, quando si supponeva vagamente che un Medio Evo fosse esistito. Mentre del Rinascimento nessuno supponeva che ce ne fosse stato uno, si veniva educati alla filosofia delle vite nobili di Plutarco, e all’affettazione.
La storia è recente. Se è progresso è appena agli inizi, venendo da un incesto e un fratricidio.
zeulig@antiit.eu
Capitalismo – “Una commistione di avidità e paura”, G.A.Cohen, “Socialismo, perché no?”. Si alimenta con l’insicurezza – il senso costante di mancanza, d’insufficienza. Che deriva dall’incertezza, di sé e del mondo (dell’essere). Che in altre epoche si copriva con la fede e l’obbedienza (l’unità).
Femminismo – Va insieme col leghismo, col ritorno al focolare? È la vecchia lettura di Bachofen, tra patriarcato e matriarcato, ma non astratta, l’osservazione di E. Jünger, “Maxima-Minima”, p. 27: “Con la muta di Gea, Anteo torna a guadagnate terreno su Eracle e affiorano nuovi segni. La terra si trasforma, da patria ridiviene luogo natio. I segni matriarcali acquistano potere”.
Opinione pubblica – “Le teste intelligenti tendono a sopravvalutare l’influenza delle opinioni, soprattutto il mezzo dell’ironia. Questo è un errore da cui non guariscono mai o troppo tardi – spesso solo quando, come Chamfort, cadono dall’albero che avevano segato”. Jünger si rallaccia a Nietzsche, per una volta senza citarlo, in “Maxima-Minima”, per spiegare gli effetti contrastanti dell’opinion pubblica, tra chi la forma, o le sue intenzioni, e chi la recepisce: “Tramite le opinioni non vengono costituite verità, bensì accertate realtà”.
Il concetto di public relations nasce e si conforma nella Grande Guerra, imponendo la nozione di “fare l’opinione”, sofisticando le tecniche e allargandone i capi di applicazione. Sul presupposto sempre della superiorità di chi ne gestisce l’elaborazione. Che Jünger riconduce all’ironia. I cui effetti sono noti da tempo – l’ironia dissecca: “Alla fine il processo ironico riporta sempre a un terreno nel quale le cose sono più forti della critica. Ne conseguono entusiasmo, annientamento, tabuizzazione dei luoghi comuni”.
Ozio – Non è una pausa dal lavoro. Non è una pausa, non ha a che fare con la scansione del tempo, feriale, festivo, diurno, notturno. È una disposizione, e in tempi di aggressività-depressione un anticorpo (difesa immunitaria).
È l’altra dimensione, l’n-ma, della realtà – dell’esistenza. Come l’arte, vivifica il tempo, nel lungo periodo e nelle commessure, alitandoci sopra.
Storia - Gewesen non è Vergangen, vuole Heidegger, essere stato non è essere passato. E invece sì. La storia si scrive. E scrivere è portare al presente il passato, anche l’inesistente. E al passato il presente, inesistente incluso. Oppure no, l’esistente può restare fuori della scrittura. Ma allora la storia crea i suoi materiali, dice Spengler che se ne intende.
Per Manzoni la storia è guerra illustre contro la morte. Di chi?
È la tirannia, di chi ha e sa. È la mano invisibile - o quella è il mercato? Questo vorrebbe Berni faceto: “Non ha proporzione annale o istoria\Che gli autentichi libri de’ mer-canti\Che so’ la vera idea della memoria”.
È azione, si dice - o erezione? O il cumulo dei fatti di Rensi. Ma va come l’acqua, dove trova la vena.
Poi c’è la storia occidentalista, degli orientalisti occidentali, che la vogliono inventata. A partire dal solito Schopenhauer, per il quale fanno la storia le risse europee. La storia e la cronologia sono scoperte occidentali, ribatte Borges, adepto di Schopenhauer e Budda. E come dargli torto: la storia è solo occidentale, intesa non come annali ma come democrazia, progresso, la costruzione del futuro. È cristiana, ma cominciò con l’essere ellenica, grazie ai barbari di Erodoto. La storia è dunque l’Occidente che viene dall’Oriente.
La storia è sconveniente, è stato detto. O viceversa, a sentire Croce: la storia non è giustiziera ma giustificatrice. Contro il parere di Ida Magli: “Nella facilità con cui vengono manipolati i dati storici è ben visibile il mondo mentale primitivo e sud-orientale in cui il tempo non è mai divenuto quella categoria «dura», inflessibile, legata allo spazio, non dominabile dall’uomo che contraddistingue il mondo moderno”. E dunque la storia non è moderna. A meno che il mondo moderno non sia occidentale.
La storia, ingiusta e cattiva, è stupida, e ci marcia. Ma perché sarebbe noiosa, se in gran parte è inventata?
La storia è una scemenza, disse Henry Ford. Negli Usa infatti non c’è.
La prima rivoluzione agricola è avvenuta nel Settecento. O la seconda, volendo considerare prima quella del neolitico, diecimila anni fa. Nel Settecento, quando si supponeva vagamente che un Medio Evo fosse esistito. Mentre del Rinascimento nessuno supponeva che ce ne fosse stato uno, si veniva educati alla filosofia delle vite nobili di Plutarco, e all’affettazione.
La storia è recente. Se è progresso è appena agli inizi, venendo da un incesto e un fratricidio.
zeulig@antiit.eu
Il meglio del Novecento italiano è surreale
Un occhio letterario sul reale diverso – surrealista – del Novecento italiano. Fuori stagione nel primo Novecento, quando sbocciò negli anni Trenta, e nel secondo, quando maturò negli anni 1950-1960. In alcuni casi presto dimenticato: Bontempelli, Buzzati. In altri consolidato per ragioni diverse: Gadda e Calvino naturalmente, Malaparte, Savinio. In alcuni dimenticato. È il caso del narratore modenese, che con più costanza e proprietà (naturalezza) di linguaggio ne fu l’interprete. Questo quadernetto delle Edizioni Via del vento non può certo “riaprire il discorso”, ma è un tutile promemoria.
Antonio Delfini, Vagabondaggio primaverile, Via del Vento, pp. 32 € 4
Antonio Delfini, Vagabondaggio primaverile, Via del Vento, pp. 32 € 4
Com’è triste la corruzione a Firenze - 2
Nel declino di Firenze, estetico (sembra impossibile…), demografico ed economico, la cultura è quella che regredisce più rapidamente. Le case editrici e i caffè letterari sono d’anteguerra, il rinnovamento lapiriano degli anni 1950 si è esaurito, il Festival dei Popoli, il Maggio Musicale, lo stesso Comunale, che ha difficoltà a fare la stagione, l’università è in declino. I centri di eccellenza, Architettura, Lettere, Scienze Politiche, hanno perso smalto e autorevolezza. Le iscrizioni sono in calo: l’ateneo fiorentino puntava ai sessantamila iscritti a fine millennio, ne ha avuti 49.700 nel 2011-2012, un venti per cento in meno. Per effetto dell’impoverimento della città e della sua minore attrattiva: il calo degli iscritti è proporzionalmente analogo ogni anno per i toscani e i non toscani.
L’impoverimento culturale è un fenomeno che tocca tutta la Toscana - non ci sono altrove università che perdono iscritti. Anche Siena è in calo, in proporzione maggiore che a Firenze: da 23 mila iscritti è scesa a 18 mila. Mentre Pisa, che nell’ultimo anno accademico ha preso a Firenze il titolo di maggiore università toscana, mantenendosi poco sopra i 50 mila iscritti, non li incrementa e anzi ne perde ogni anno qualche decina. A Pisa va peraltro il record in questi anni Duemila, che prima era anch’esso di Firenze, degli iscritti da fuori regione, che sono una sicura risorsa economica: ora stabilmente sopra le 16 mila unità, mentre Firenze è scesa a 9.500.
Un dibattito aperto dall’eccellente “Corriere Fiorentino”, il supplemento locale del “Corriere della sera”, sul “Cesare Alfieri”, l’Istituto di Scienze Politiche, ha involontariamente confermato l’involuzione. Paolo Ermini, il direttore del supplemento, voleva una rievocazione nostalgica dei “vecchi tempi”, col celebre bidello Alfio che faceva da segretario organizzativo e didattico, e da tutor degli studenti. Limitandosi a segnalare che l’Istituto non formava più i diplomatici. Preside e professori hanno reagito con una povertà sconcertante di argomenti – i panni sporchi si lavano in casa, e simili. Che Giovanni Faleg, un ricercatore fiorentino esiliatosi a Londra, alla London School of Economics, poteva mettere ieri alla berlina. L’istituto era al tempo di Alfio sicuramente di eccellenza, fino appunto al bidello. “Al tempo di Alfio”, cioè cinquant’anni fa. Allora, si può pensare, era facile, non c’erano altre facoltà di Scienze Politiche, solo un corso di laurea a Roma. Ma l’Istituto fiorentino aveva, benché “monopolistico”, orientamenti e organizzazione di elevata innovazione e efficienza. Introduzioni propedeutiche agli insegnamenti, un’emeroteca internazionale vastissima e accessibilissima, una Scuola Parlamentare finanziata dall’Istituto e gestita dagli studenti per autonomi cicli di conferenze e seminari, un insegnamento scandito da esercitazioni e seminari con gli studenti, fra i tanti altri espedienti per indurre alla frequenza che allora non si poteva imporre, la disponibilità costante dei cattedratici, con la mediazione degli assistenti, un corpo insegnante onusto di eccellenze – l’epigono è Sartori. Una facoltà d’impianto liberalsocialista, che invitava il comunista Duverger a spiegare la costituzione gollista. O il paretiano Meynaud a spiegare i “gruppi d’interesse”.
Ora Scienze politiche è, come tutto l’ateneo, un esamificio. Relegato in periferia a un incrocio polveroso di autostrade, dove è spiacevole pure recarsi a lezione. Studenti di fuori città e docenti sono costretti ad abitare in questo incrocio polveroso, e chi può se ne scappa.
L’impoverimento culturale è un fenomeno che tocca tutta la Toscana - non ci sono altrove università che perdono iscritti. Anche Siena è in calo, in proporzione maggiore che a Firenze: da 23 mila iscritti è scesa a 18 mila. Mentre Pisa, che nell’ultimo anno accademico ha preso a Firenze il titolo di maggiore università toscana, mantenendosi poco sopra i 50 mila iscritti, non li incrementa e anzi ne perde ogni anno qualche decina. A Pisa va peraltro il record in questi anni Duemila, che prima era anch’esso di Firenze, degli iscritti da fuori regione, che sono una sicura risorsa economica: ora stabilmente sopra le 16 mila unità, mentre Firenze è scesa a 9.500.
Un dibattito aperto dall’eccellente “Corriere Fiorentino”, il supplemento locale del “Corriere della sera”, sul “Cesare Alfieri”, l’Istituto di Scienze Politiche, ha involontariamente confermato l’involuzione. Paolo Ermini, il direttore del supplemento, voleva una rievocazione nostalgica dei “vecchi tempi”, col celebre bidello Alfio che faceva da segretario organizzativo e didattico, e da tutor degli studenti. Limitandosi a segnalare che l’Istituto non formava più i diplomatici. Preside e professori hanno reagito con una povertà sconcertante di argomenti – i panni sporchi si lavano in casa, e simili. Che Giovanni Faleg, un ricercatore fiorentino esiliatosi a Londra, alla London School of Economics, poteva mettere ieri alla berlina. L’istituto era al tempo di Alfio sicuramente di eccellenza, fino appunto al bidello. “Al tempo di Alfio”, cioè cinquant’anni fa. Allora, si può pensare, era facile, non c’erano altre facoltà di Scienze Politiche, solo un corso di laurea a Roma. Ma l’Istituto fiorentino aveva, benché “monopolistico”, orientamenti e organizzazione di elevata innovazione e efficienza. Introduzioni propedeutiche agli insegnamenti, un’emeroteca internazionale vastissima e accessibilissima, una Scuola Parlamentare finanziata dall’Istituto e gestita dagli studenti per autonomi cicli di conferenze e seminari, un insegnamento scandito da esercitazioni e seminari con gli studenti, fra i tanti altri espedienti per indurre alla frequenza che allora non si poteva imporre, la disponibilità costante dei cattedratici, con la mediazione degli assistenti, un corpo insegnante onusto di eccellenze – l’epigono è Sartori. Una facoltà d’impianto liberalsocialista, che invitava il comunista Duverger a spiegare la costituzione gollista. O il paretiano Meynaud a spiegare i “gruppi d’interesse”.
Ora Scienze politiche è, come tutto l’ateneo, un esamificio. Relegato in periferia a un incrocio polveroso di autostrade, dove è spiacevole pure recarsi a lezione. Studenti di fuori città e docenti sono costretti ad abitare in questo incrocio polveroso, e chi può se ne scappa.
mercoledì 18 luglio 2012
Il giudice stregone
La questione è semplice: il presidente della Repubblica non può essere intercettato, se non in eccezionali circostanze, scritte nella Costituzione. Ma la Procura di Palermo non lo ha intercettato. Ha solo raccolto alcune sue parole durante una telefonata con Mancino, che invece è intercettato: ”L’addetto coglieva anche la voce del Presidente interlocutore…”. L’“addetto” non sa che telefona il Quirinale, e all’improvviso sente una voce nota. Così l’insigne giurista. Il quale poi assicura che nulla della telefonata è stato reso pubblico. Non gli viene in mente che dare la notizia dell’intercettazione è già un “avviso di reato”. E che questa notizia solo la Procura di Palermo può averla data.
Cupio dissolvi non raro in Italia, ma con questo avvocato-professore-scrittore di una speciale natura. Mancino è ex ministro dell’Interno, ex presidente del Senato, e ex vice-presidente del Csm. Cordero non si chiede con chi altro un presidente della Repubblica può parlare. D’altra parte, Cordero non è nessuno. È lui che ha ispirato “Il Caimano” a Nanni Moretti. E ha in genere due pagine su “Repubblica”, articoli di sedici-venti cartelle a botta. Prolisse e arzigogolate, ma si vede che piace – “Repubblica” ha licenziato gli altri ottantenni, pure di gran lustro, Citati, Arbasino, Turani.
Il nome incute terrore, per via di quel “Gli osservanti”, sul diritto nato dalla nevrosi e la morte, con cui irruppe sulla scena nel 1970, facendosi licenziare dalla Cattolica dove, da buon praticante, insegnava. E anche l’aspetto s’immagina come i suoi revenants. Mentre è un ottantaquattrenne ben conservato. Ma sempre arzigogolato. E minaccioso. Così dev’essere apparso a Maria Antonietta Calabrò, la quale, intervistandolo per il “Correre della sera” sulle intercettazioni di Napolitano, non può esimersi dal suo linguaggio. Oscuro, e quindi minaccioso: “Nefas”, “il conversante da Monte Cavallo”, “definire tabù le parole dell’altro è gesto esclamativo d’esiguo valore dialettico”. Dopo essersi esercitato nell’“ermeneutica” di “norme (che) dicono l’opposto a lettori informati ed equanimi”,di norme cioè chiarissime – e allora che bisogno c’è di ermeneutica? Puro bullismo, da bello-e-buono della Repubblica, ma Cordero in questo non è solo, e non vale parlarne. È puro Settecento: quest’uomo si vuole un esorcizzatore ma è chiaramente afflitto dalla sindrome stregonesca che l’autore del manuale di Procedura Penale delle nostre università si supporrebbe combattere.
Cupio dissolvi non raro in Italia, ma con questo avvocato-professore-scrittore di una speciale natura. Mancino è ex ministro dell’Interno, ex presidente del Senato, e ex vice-presidente del Csm. Cordero non si chiede con chi altro un presidente della Repubblica può parlare. D’altra parte, Cordero non è nessuno. È lui che ha ispirato “Il Caimano” a Nanni Moretti. E ha in genere due pagine su “Repubblica”, articoli di sedici-venti cartelle a botta. Prolisse e arzigogolate, ma si vede che piace – “Repubblica” ha licenziato gli altri ottantenni, pure di gran lustro, Citati, Arbasino, Turani.
Il nome incute terrore, per via di quel “Gli osservanti”, sul diritto nato dalla nevrosi e la morte, con cui irruppe sulla scena nel 1970, facendosi licenziare dalla Cattolica dove, da buon praticante, insegnava. E anche l’aspetto s’immagina come i suoi revenants. Mentre è un ottantaquattrenne ben conservato. Ma sempre arzigogolato. E minaccioso. Così dev’essere apparso a Maria Antonietta Calabrò, la quale, intervistandolo per il “Correre della sera” sulle intercettazioni di Napolitano, non può esimersi dal suo linguaggio. Oscuro, e quindi minaccioso: “Nefas”, “il conversante da Monte Cavallo”, “definire tabù le parole dell’altro è gesto esclamativo d’esiguo valore dialettico”. Dopo essersi esercitato nell’“ermeneutica” di “norme (che) dicono l’opposto a lettori informati ed equanimi”,di norme cioè chiarissime – e allora che bisogno c’è di ermeneutica? Puro bullismo, da bello-e-buono della Repubblica, ma Cordero in questo non è solo, e non vale parlarne. È puro Settecento: quest’uomo si vuole un esorcizzatore ma è chiaramente afflitto dalla sindrome stregonesca che l’autore del manuale di Procedura Penale delle nostre università si supporrebbe combattere.
L’unità fu opera del Sud
Garibaldi non sbarca in Sicilia per conquistarla. Non lo può, con un migliaio di volontari, che combattono frontalmente alla baionetta e si fanno uccidere, contro un esercito di decine di migliaia di uomini, “come vuole tutt’oggi una rappresentazione inverosimile”. I Mille “sono venuti per appoggiare un’insurrezione popolare, trionferanno appoggiandosi su un’insurrezione popolare”. Endemica da quarantacinque anni contro i “napoletani”. Rei di avere cancellato la costituzione che essi stessi avevano dato – dovuto dare su pressione inglese – nel 1812. Con un rinfocolamento nei mesi precedenti lo sbarco, organizzata da Rosolino Pilo, Corrao, La Porta, Riso. Con molti preti e frati, annoteranno i massonissimi Bandi e La Farina. Che si aspettano dall’Italia molto di più dell’unità, aggiungerà Abba: la giustizia, anche sociale. “Palermo è l’unica città italiana a insorgere nel ’60 nello stile del ‘48”: Garibaldi nelle sue memorie ne ammirerà la compattezza e la determinazione, senza mai una defezione o un tradimento, specifica, a differenza delle altre province italiane nel ’48-’49. Quando Garibaldi risbarcò in Sicilia, nel 1862, l’entusiasmo popolare a Palermo fu immutato, malgrado le delusioni. Ma fu bloccato, il 20 agosto, dallo stato d’assedio in tutto il Sud. C’è un senso, conclude Lupo, se “la grande letteratura… che esprime la delusione per una rivoluzione ridotta a trasformismo” è siciliana, di De Roberto e Pirandello – non “Il Gattopardo” giustamente, che è tutt’altra cosa: non è che la Sicilia riduce tutto a trasformismo (come vorrebbero i “gattopardi”, aggiungeremmo, Sciascia compreso), è che la Sicilia voleva una rivoluzione e ha avuto la mafia e il trasformismo.
Un rovesciamento radicale, e tuttavia una verità. Su questa verità, semplice quanto trascurata, ricostruita su pubblicazioni in commercio ma evidentemente fuori corso, lo storico della mafia fonda la ricostruzione dell’unità d’Italia nel momento topico della “discesa al Sud”. Fuori da leghismi e borbonismi, le solite polemiche facili. Sarà questo probabilmente il contributo più nuovo e utile delle celebrazioni del centocinquantenario. Con molte novità, oltre al conflitto tra Napoli e la Sicilia, le radici dell’autonomismo. Anzitutto il ripescaggio, con l’autorevole avallo da primo storico della mafia, del fil rouge di Lucy Riall, “La Sicilia e l’unificazione italiana”, uscito nella disattenzione e dimenticato: la creazione e l’uso della mafia a opera del nuovo Stato italiano, contro ogni politico di opposizione. Un’altra novità è il carattere politico, non sociale né etnico, del brigantaggio.
Una novità non da poco è contenuta nell’“Introduzione”: si può dire il Mezzogiorno vittima di se stesso. Per la reazione seguita nel Regno delle due Sicilie alla prima costituzione “italiana” promulgata nello stesso Regno dopo i moti del 1848. Una reazione radicale, opera dei vecchi liberali del 1820: Carlo Filangieri, figlio dell’illuminista, il giudice Pietro Calà Ulloa, Giustino Fortunato nonno. Mentre l’Italia si modernizzava nel decisivo dodicennio successivo. Non tanto con le ferrovie o le industrie quanto con le leggi. I patrioti e gli innovatori, anche moderati, finirono in esilio, reale o figurato, “abbandonarono” il Sud. Che non ha mai colmato il gap di classe dirigente – ha avuto personalità di spicco, ma su un magma politico informe.
Salvatore Lupo, L’unificazione italiana. Mezzogiorno, rivoluzione, guerra civile, Donzelli, pp. 184 € 16,50
Un rovesciamento radicale, e tuttavia una verità. Su questa verità, semplice quanto trascurata, ricostruita su pubblicazioni in commercio ma evidentemente fuori corso, lo storico della mafia fonda la ricostruzione dell’unità d’Italia nel momento topico della “discesa al Sud”. Fuori da leghismi e borbonismi, le solite polemiche facili. Sarà questo probabilmente il contributo più nuovo e utile delle celebrazioni del centocinquantenario. Con molte novità, oltre al conflitto tra Napoli e la Sicilia, le radici dell’autonomismo. Anzitutto il ripescaggio, con l’autorevole avallo da primo storico della mafia, del fil rouge di Lucy Riall, “La Sicilia e l’unificazione italiana”, uscito nella disattenzione e dimenticato: la creazione e l’uso della mafia a opera del nuovo Stato italiano, contro ogni politico di opposizione. Un’altra novità è il carattere politico, non sociale né etnico, del brigantaggio.
Una novità non da poco è contenuta nell’“Introduzione”: si può dire il Mezzogiorno vittima di se stesso. Per la reazione seguita nel Regno delle due Sicilie alla prima costituzione “italiana” promulgata nello stesso Regno dopo i moti del 1848. Una reazione radicale, opera dei vecchi liberali del 1820: Carlo Filangieri, figlio dell’illuminista, il giudice Pietro Calà Ulloa, Giustino Fortunato nonno. Mentre l’Italia si modernizzava nel decisivo dodicennio successivo. Non tanto con le ferrovie o le industrie quanto con le leggi. I patrioti e gli innovatori, anche moderati, finirono in esilio, reale o figurato, “abbandonarono” il Sud. Che non ha mai colmato il gap di classe dirigente – ha avuto personalità di spicco, ma su un magma politico informe.
Salvatore Lupo, L’unificazione italiana. Mezzogiorno, rivoluzione, guerra civile, Donzelli, pp. 184 € 16,50
martedì 17 luglio 2012
Berlusconi è un’opinione - 9
Berlusconi ritorna in campo sul patetico. Per onore di firma, si può dire burocraticamente. Per cadere sul campo della politica invece che di Ruby, si può anche concedergli, e della protettrice di Ruby la giudice Boccassini. Di fatto come quei massimi di una volta, che tornavano sul ring con gli acciacchi, tante avendone date ma anche prese, per una borsa consistente, per una copertina, per allontanare il vuoto, convinti di giganteggiare in una successone mediocre.
Ma la cosa cade nel momento in cui si traducono i “Maxima-Minima” di Ernst Jünger, una serie di annotazioni al suo “Der Arbeiter” del 1932, l’uomo-lavoratore, nel quale largo spazio dedicava all’opinione pubblica nell’epoca del lavoro di massa. Nelle annotazioni, aggiornate alla nuova era democratica, seppure nella guerra fredda, non c’è molto in argomento, ma quel poco sembra scritto, nel 1962-63, su misura per Berlusconi. Per il modo come ha fatto irruzione nella politica, ha avuto fortuna, è stato avversato. Su questo Jünger è netto, confermando quello che nei “Berlusconi” precedenti di questo sito è stato ripetuto: l’intellighencija, ritenendosi migliore, fa largo uso dell’ironia, ma l’ironia è un boomerang. Tra “entusiasmo, annientamento, tabuizzazione dei luoghi comuni”, finisce su “un terreno nel quale le cose sono più forti della critica”.
Come nasce un Berlusconi? L’opinione “non costituisce verità” ma evidenzia realtà: “Ecco perché certi personaggi autoritari emergono da epoche di sfrenata libertà di opinione. Procedono attraverso critiche mutevoli come attraverso il bello e il cattivo tempo, fino al traguardo”. Le opinioni non lasciano il tempo che trovano, come si suole dire, ma favoriscono l’emergere delle cose.
Berlusconi ha avuto fortuna perché la regola del gioco non è stata “la ricerca della verità”: “Uno «smascheramento» non potrà ma far cadere chi ha un volto sotto la maschera. E, sotto il panciotto, un cuore da offrire. Chi ha la struttura di Clemenceau può permettersi perfino il panama”. Berlusconi non è Clemenceau ma la bandana è il panama.
Ma la cosa cade nel momento in cui si traducono i “Maxima-Minima” di Ernst Jünger, una serie di annotazioni al suo “Der Arbeiter” del 1932, l’uomo-lavoratore, nel quale largo spazio dedicava all’opinione pubblica nell’epoca del lavoro di massa. Nelle annotazioni, aggiornate alla nuova era democratica, seppure nella guerra fredda, non c’è molto in argomento, ma quel poco sembra scritto, nel 1962-63, su misura per Berlusconi. Per il modo come ha fatto irruzione nella politica, ha avuto fortuna, è stato avversato. Su questo Jünger è netto, confermando quello che nei “Berlusconi” precedenti di questo sito è stato ripetuto: l’intellighencija, ritenendosi migliore, fa largo uso dell’ironia, ma l’ironia è un boomerang. Tra “entusiasmo, annientamento, tabuizzazione dei luoghi comuni”, finisce su “un terreno nel quale le cose sono più forti della critica”.
Come nasce un Berlusconi? L’opinione “non costituisce verità” ma evidenzia realtà: “Ecco perché certi personaggi autoritari emergono da epoche di sfrenata libertà di opinione. Procedono attraverso critiche mutevoli come attraverso il bello e il cattivo tempo, fino al traguardo”. Le opinioni non lasciano il tempo che trovano, come si suole dire, ma favoriscono l’emergere delle cose.
Berlusconi ha avuto fortuna perché la regola del gioco non è stata “la ricerca della verità”: “Uno «smascheramento» non potrà ma far cadere chi ha un volto sotto la maschera. E, sotto il panciotto, un cuore da offrire. Chi ha la struttura di Clemenceau può permettersi perfino il panama”. Berlusconi non è Clemenceau ma la bandana è il panama.
Il mondo com'è - 102
astolfo
Capitale - Il suo meccanismo è forse impensabile per essere semplice: accumulare spendendo. Creare ricchezza dissipandola. Già dal tempo di Crasso e i pubblicani. I quali erano capaci, dalla Spagna alla Licia, quando arrivava l’imperatore, di erigergli un tempio, un teatro, una biblioteca, un ginnasio, un arco di trionfo. Veri, di pietra e marmo e non di cartapesta. Ben più cari di una Carnegie Hall, che poi è un investimento e non un monumento. Facendo tutti contenti, l’imperatore, i cavatori, i sacerdoti nei templi e le vestali, nonché i costruttori edili. E questo per le virtù moltiplicative del denaro, che non è il nummus e non è l’oro o l’argento del conio, né il biglietto di banca, il certificato del governatore dell’istituto d’emissione, ma un principio attivo. Che la penuria rende produttiva, di reddito e ingegno applicato, di tecniche, salute, piaceri.
Per il resto si scimmiotta la religione del capitale: Lafargue, il genero ozioso di Marx, il Tirteo francese Rouget de Lisle, il conte Saint-Simon. Che Büchner trovò all’osteria a Strasburgo, accanto al Duomo, in testa un berretto rosso, al collo una sciarpa di cashemere, in giubba corta tedesca e pantaloni aderenti, sul panciotto un Rousseau ricamato. Non il conte, un suo seguace: i sansimonisti, avendo avuto nel conte il père, spiega Büchner ai suoi, erano alla ricerca della mère, nella forma più generica di femme, e per essa s’addobbavano. Anche nella femme, luogo laico, c’è una forte origine del capitale.
Federico il Grande 3 - Fece della Prussia il centro della Germania, il cuore del Volkstum, una terra che è per un quarto polacca, un quarto calvinista francese, un quarto calvinista di Salisburgo, e per il resto anche un po’ russa. Federico II fu a lungo indeciso se fare della Prussia, e quindi della sua Germania, un paese di lingua francese. Berlino è città solo per metà tedesca. Anche Berlino per metà è francese: Federico Guglielmo rimpolpò con cinquemila ugonotti di Francia, dono dell’improvvido Luigi XIV, i diecimila berlinesi. La Slesia divenne tedesca solo nel 1741, alla prima di una serie di fortunate battaglie, vinte quando credeva di averle perse, che fece Grande Federico di Prussia.
L’erede del Re Sergente, quello che educava i figli a calci e frustate, raddoppiò l’eredità del padre, che pure era stato avidissimo, nella prima delle sue tante guerre contro Maria Teresa, odiata per essere donna oltre che padrona di vasti territori. Maria Teresa aspettava il terzo dei suoi sedici figli, che sarà Giuseppe II – alla “Resel” piaceva farlo, in armonia col detto della casa,“Tu, Felix Austria, nube”, che invita al coniugio, e pure al marito evidentemente, Francesco di Lorena duca di Toscana, non altrimenti noto. Come tutto, anche la Germania è nelle origini, là dove un codice genetico o mentale si forma. Benché Federico sia stato a un passo dal francesizzare la Prussia, e quindi la Germania, pur in battaglia perpetua con la Francia, tanto disprezzava i tedeschi.
Il Re Sergente Federico Guglielmo, che gli storici illude con la teoria della sovranità al servizio dei sudditi, era un mangione con un girovita d’un paio di metri, un violento e un avaro. Acquistava a prezzo vile le terre dei suoi nobili, e il poco che a loro magnanimo lasciava se lo riprendeva a rate con le imposte di consumo. I suoi esattori erano anche giudici. Fece pagare tasse sulla selvaggina e il taglio della legna. A ogni nascita pretendeva un regalo. Ma non lasciò molto al figlio Federico, che non riuscirà a pagare la collezione di pittura dal padre ordinata per mettersi alla pari con le corti europee, 225 quadri. Glieli rilevò, al momento di saldare il conto, Caterina di Anhalt-Zerbst, una principessa vecchia Germania, intelligente, spiritosa, divenuta nel frattempo, per migliorare la razza, zarina a San Pietroburgo, dove già aveva creato una Biblioteca Russa, ricca dei manoscritti ben pagati di Diderot e Voltaire.
L’eredità del creatore della Germania era insomma avvelenata anche dove appariva vantaggiosa. Solo i reggimenti contavano, anche di statura normale, e l’addestramento formale, l’andare su e giù in caserma all’unisono, l’obbedienza per l’obbedienza. Una volta la regina, rimasta incinta senza che nessuno per mesi la guardasse, figliò sola, assistita da una cameriera. Il re si fece convincere dai cortigiani che essa, a quarant’anni, e dopo sei o sette parti, l’avesse tradito. Di Federico, primogenito maschio, che la sorella maggiore Guglielmina, poi margravia di Bayreuth, ricorda ragazzo lieto e intraprendente, completò l’addestramento decretando l’impiccagione del suo migliore amico e imponendogliene lo spettacolo. A Wust una cripta lo ricorda, nei pressi di Stendal.
Ricorda Hans Hermann Katte, figlio di un bravo generale, stirpe di militari, compagno di Federico in una fuga sfortunata dalla casa-caserma paterna. Terzo nella fuga era un giovane di nome Keith, già sposato, genero della baronessa Kniphausen. La baronessa, la vedova più ricca di Berlino, sarà ricattata da Federico Guglielmo con l’accusa d’avere avuto un figlio al primo anno di vedovanza: per evitare lo scandalo dovrà pagargli trentamila sterline, un debito che la rovinerà. Ritrovati i fuggitivi, il re tentò di strangolare il figlio, sull’esempio di Ivan il Terribile, ma un generale glielo impedì. Non si privò però di prendere a calci Gugliemina, che la madre protesse, ma un’abrasione le restò indelebile sotto la mammella sinistra - Voltaire ebbe l’onore di vederla. Federico fu rinchiuso nel castello di Küstrin, tra le paludi, per sei mesi, dopodiché dovette assistere alla decapitazione di Katte. La corte militare aveva deciso l’ergastolo, ma il re lo volle morto. Federico aveva diciott’anni, Katte ventisei.
“The Kings”, dirà Stendhal, “loro se ne fottono”. Ma la Germania è nata da un corpo sterile, si può capire l’urgenza di migliorare la razza. Oltre che imbolsita alla vanga sui campi, o in città gonfia di birra, col triplo mento, carica di ori tintinnanti come le vedove ebree, la razza imperiale è nata tarata dai calci.
Federico II fu anche il primo purtroppo, prima di Hölderlin. A inventarsi per la Prussia una genealogia greca. Ma quando Maupertuis volle selezionare una razza nella quale intelligenza e rettitudine fossero ereditarie, Federico glielo impedì, non finanziando il progetto del presidente della sua Accademia delle scienze.
Federico di Prussia sarà stato grande pure in questo, che, invitato ad ascoltare una cantante tedesca, rispose che preferiva il nitrito del cavallo – il gran re ebbe orecchio assoluto e ideò apprezzati strumenti, il dottor Burney ne vide uno a Venezia, donato al conte Torre e Taxi, “simile a un grande clavicembalo”, che suonava come clavicembalo, arpa, liuto e fortepiano.
Feudalesimo – Condannava l’avidità e garantiva dalla paura, che saranno la molla del mercato. In questo senso è antimoderno (antiproduttivo), ma non antisociale. Se non in quanto, nel ristagno, non riduceva la povertà. Il misto di povertà, ingiustizia e rapina con cui si caratterizza la parola è invece da connettere al più recente fedecommesso, per cui larghe estensioni e comunità passavano di mano tra proprietari , usualmente banchieri, remoti e assenti – come “collaterali”.
Intellettuali - La rivoluzione di De Maistre è, nei disegni della Provvidenza, un vaccino contro gli eccessi. Manzoni, ottimo storico, non indulge alle antifrasi, ma condivide col conte il richiamo al peccato originale. È un fatto: l’uomo è in peccato.
Gli intellettuali italiani riflettono questa dicotomia. Hanno il culto di Stendhal, della curiosità cioè, e della libertà, del randagismo perfino. Ma Manzoni li ossessiona, il micragnoso gioco al massacro di tutti contro tutti dell’uomo lasciato a se stesso – non c’è il sacro nei “Promessi Sposi”, come in Italia, con tante giaculatorie. E anche la società è combattuta, non sa liberarsi dalla trappola innescata dal Grande Pessimista. Governa a volta a volta chi seduce gli istinti peggiori. Con effetto cumulativo che si avvita a spirale: la borghesia virtuosa s’incarognisce sempre più. L’esito non può essere, a lume di logica, una rivoluzione antiborghese. Una rivoluzione è l’irruzione di uomini e leggi diverse e contrarie a quelle al potere. Ma questa borghesia si nega. Né la rivoluzione è immaginabile quale sostituzione dei furbi, se questi sono la totalità della popolazione.
Ci sarà quindi sempre un’Italia intraprendente e illiberale.
Scienza - È l’attività nella si perpetrano le peggiori infamie, l’assassinio escluso: trucchi, menzogne, rivalità, sopraffazioni, gerarchismo. Nelle università, nei centri di ricerca, nei gruppi d specializzazione, nelle pubblicazioni specializzate. Minime (a fini minimi: una promozione, una citazione, un grant) ma perciò più turpi: lo scienziato si danna per niente.
I retroscena delle candidature ai Nobel sono infinitamente più tortuosi per i fisici e i medici che per i letterati. Ma anche in passato la scienza era squallidamente competitiva, ai tempi di Newton, di Copernico, e chissà di Talete.
astolfo@antiit.eu
Capitale - Il suo meccanismo è forse impensabile per essere semplice: accumulare spendendo. Creare ricchezza dissipandola. Già dal tempo di Crasso e i pubblicani. I quali erano capaci, dalla Spagna alla Licia, quando arrivava l’imperatore, di erigergli un tempio, un teatro, una biblioteca, un ginnasio, un arco di trionfo. Veri, di pietra e marmo e non di cartapesta. Ben più cari di una Carnegie Hall, che poi è un investimento e non un monumento. Facendo tutti contenti, l’imperatore, i cavatori, i sacerdoti nei templi e le vestali, nonché i costruttori edili. E questo per le virtù moltiplicative del denaro, che non è il nummus e non è l’oro o l’argento del conio, né il biglietto di banca, il certificato del governatore dell’istituto d’emissione, ma un principio attivo. Che la penuria rende produttiva, di reddito e ingegno applicato, di tecniche, salute, piaceri.
Per il resto si scimmiotta la religione del capitale: Lafargue, il genero ozioso di Marx, il Tirteo francese Rouget de Lisle, il conte Saint-Simon. Che Büchner trovò all’osteria a Strasburgo, accanto al Duomo, in testa un berretto rosso, al collo una sciarpa di cashemere, in giubba corta tedesca e pantaloni aderenti, sul panciotto un Rousseau ricamato. Non il conte, un suo seguace: i sansimonisti, avendo avuto nel conte il père, spiega Büchner ai suoi, erano alla ricerca della mère, nella forma più generica di femme, e per essa s’addobbavano. Anche nella femme, luogo laico, c’è una forte origine del capitale.
Federico il Grande 3 - Fece della Prussia il centro della Germania, il cuore del Volkstum, una terra che è per un quarto polacca, un quarto calvinista francese, un quarto calvinista di Salisburgo, e per il resto anche un po’ russa. Federico II fu a lungo indeciso se fare della Prussia, e quindi della sua Germania, un paese di lingua francese. Berlino è città solo per metà tedesca. Anche Berlino per metà è francese: Federico Guglielmo rimpolpò con cinquemila ugonotti di Francia, dono dell’improvvido Luigi XIV, i diecimila berlinesi. La Slesia divenne tedesca solo nel 1741, alla prima di una serie di fortunate battaglie, vinte quando credeva di averle perse, che fece Grande Federico di Prussia.
L’erede del Re Sergente, quello che educava i figli a calci e frustate, raddoppiò l’eredità del padre, che pure era stato avidissimo, nella prima delle sue tante guerre contro Maria Teresa, odiata per essere donna oltre che padrona di vasti territori. Maria Teresa aspettava il terzo dei suoi sedici figli, che sarà Giuseppe II – alla “Resel” piaceva farlo, in armonia col detto della casa,“Tu, Felix Austria, nube”, che invita al coniugio, e pure al marito evidentemente, Francesco di Lorena duca di Toscana, non altrimenti noto. Come tutto, anche la Germania è nelle origini, là dove un codice genetico o mentale si forma. Benché Federico sia stato a un passo dal francesizzare la Prussia, e quindi la Germania, pur in battaglia perpetua con la Francia, tanto disprezzava i tedeschi.
Il Re Sergente Federico Guglielmo, che gli storici illude con la teoria della sovranità al servizio dei sudditi, era un mangione con un girovita d’un paio di metri, un violento e un avaro. Acquistava a prezzo vile le terre dei suoi nobili, e il poco che a loro magnanimo lasciava se lo riprendeva a rate con le imposte di consumo. I suoi esattori erano anche giudici. Fece pagare tasse sulla selvaggina e il taglio della legna. A ogni nascita pretendeva un regalo. Ma non lasciò molto al figlio Federico, che non riuscirà a pagare la collezione di pittura dal padre ordinata per mettersi alla pari con le corti europee, 225 quadri. Glieli rilevò, al momento di saldare il conto, Caterina di Anhalt-Zerbst, una principessa vecchia Germania, intelligente, spiritosa, divenuta nel frattempo, per migliorare la razza, zarina a San Pietroburgo, dove già aveva creato una Biblioteca Russa, ricca dei manoscritti ben pagati di Diderot e Voltaire.
L’eredità del creatore della Germania era insomma avvelenata anche dove appariva vantaggiosa. Solo i reggimenti contavano, anche di statura normale, e l’addestramento formale, l’andare su e giù in caserma all’unisono, l’obbedienza per l’obbedienza. Una volta la regina, rimasta incinta senza che nessuno per mesi la guardasse, figliò sola, assistita da una cameriera. Il re si fece convincere dai cortigiani che essa, a quarant’anni, e dopo sei o sette parti, l’avesse tradito. Di Federico, primogenito maschio, che la sorella maggiore Guglielmina, poi margravia di Bayreuth, ricorda ragazzo lieto e intraprendente, completò l’addestramento decretando l’impiccagione del suo migliore amico e imponendogliene lo spettacolo. A Wust una cripta lo ricorda, nei pressi di Stendal.
Ricorda Hans Hermann Katte, figlio di un bravo generale, stirpe di militari, compagno di Federico in una fuga sfortunata dalla casa-caserma paterna. Terzo nella fuga era un giovane di nome Keith, già sposato, genero della baronessa Kniphausen. La baronessa, la vedova più ricca di Berlino, sarà ricattata da Federico Guglielmo con l’accusa d’avere avuto un figlio al primo anno di vedovanza: per evitare lo scandalo dovrà pagargli trentamila sterline, un debito che la rovinerà. Ritrovati i fuggitivi, il re tentò di strangolare il figlio, sull’esempio di Ivan il Terribile, ma un generale glielo impedì. Non si privò però di prendere a calci Gugliemina, che la madre protesse, ma un’abrasione le restò indelebile sotto la mammella sinistra - Voltaire ebbe l’onore di vederla. Federico fu rinchiuso nel castello di Küstrin, tra le paludi, per sei mesi, dopodiché dovette assistere alla decapitazione di Katte. La corte militare aveva deciso l’ergastolo, ma il re lo volle morto. Federico aveva diciott’anni, Katte ventisei.
“The Kings”, dirà Stendhal, “loro se ne fottono”. Ma la Germania è nata da un corpo sterile, si può capire l’urgenza di migliorare la razza. Oltre che imbolsita alla vanga sui campi, o in città gonfia di birra, col triplo mento, carica di ori tintinnanti come le vedove ebree, la razza imperiale è nata tarata dai calci.
Federico II fu anche il primo purtroppo, prima di Hölderlin. A inventarsi per la Prussia una genealogia greca. Ma quando Maupertuis volle selezionare una razza nella quale intelligenza e rettitudine fossero ereditarie, Federico glielo impedì, non finanziando il progetto del presidente della sua Accademia delle scienze.
Federico di Prussia sarà stato grande pure in questo, che, invitato ad ascoltare una cantante tedesca, rispose che preferiva il nitrito del cavallo – il gran re ebbe orecchio assoluto e ideò apprezzati strumenti, il dottor Burney ne vide uno a Venezia, donato al conte Torre e Taxi, “simile a un grande clavicembalo”, che suonava come clavicembalo, arpa, liuto e fortepiano.
Feudalesimo – Condannava l’avidità e garantiva dalla paura, che saranno la molla del mercato. In questo senso è antimoderno (antiproduttivo), ma non antisociale. Se non in quanto, nel ristagno, non riduceva la povertà. Il misto di povertà, ingiustizia e rapina con cui si caratterizza la parola è invece da connettere al più recente fedecommesso, per cui larghe estensioni e comunità passavano di mano tra proprietari , usualmente banchieri, remoti e assenti – come “collaterali”.
Intellettuali - La rivoluzione di De Maistre è, nei disegni della Provvidenza, un vaccino contro gli eccessi. Manzoni, ottimo storico, non indulge alle antifrasi, ma condivide col conte il richiamo al peccato originale. È un fatto: l’uomo è in peccato.
Gli intellettuali italiani riflettono questa dicotomia. Hanno il culto di Stendhal, della curiosità cioè, e della libertà, del randagismo perfino. Ma Manzoni li ossessiona, il micragnoso gioco al massacro di tutti contro tutti dell’uomo lasciato a se stesso – non c’è il sacro nei “Promessi Sposi”, come in Italia, con tante giaculatorie. E anche la società è combattuta, non sa liberarsi dalla trappola innescata dal Grande Pessimista. Governa a volta a volta chi seduce gli istinti peggiori. Con effetto cumulativo che si avvita a spirale: la borghesia virtuosa s’incarognisce sempre più. L’esito non può essere, a lume di logica, una rivoluzione antiborghese. Una rivoluzione è l’irruzione di uomini e leggi diverse e contrarie a quelle al potere. Ma questa borghesia si nega. Né la rivoluzione è immaginabile quale sostituzione dei furbi, se questi sono la totalità della popolazione.
Ci sarà quindi sempre un’Italia intraprendente e illiberale.
Scienza - È l’attività nella si perpetrano le peggiori infamie, l’assassinio escluso: trucchi, menzogne, rivalità, sopraffazioni, gerarchismo. Nelle università, nei centri di ricerca, nei gruppi d specializzazione, nelle pubblicazioni specializzate. Minime (a fini minimi: una promozione, una citazione, un grant) ma perciò più turpi: lo scienziato si danna per niente.
I retroscena delle candidature ai Nobel sono infinitamente più tortuosi per i fisici e i medici che per i letterati. Ma anche in passato la scienza era squallidamente competitiva, ai tempi di Newton, di Copernico, e chissà di Talete.
astolfo@antiit.eu
L’anarchico politicamente corretto
Stucchevole bozzettismo, di anarchici all’osteria. Con escursioni alla Tambura e alla Brugiana, le montagne delle Apuane. Di uno che pure ha scritto cose solide. Già avvinto, a quarant’anni, al reducismo – qui sono tutti del Partito, da intendere il Pci: anarchici, socialisti, Sofri. Un lungo articolo del “Manifesto”, da “contr’allineato”.
Il “contro in testa” è il carrarino. In confronto al massese, e al mondo. Il cavatore di marmi. Di una sostanza dura: il marmo uccideva, i cavatori erano anarchici. Un mondo vivo, si sa, si sente, che la correttezza qui spegne: l’uniformità è totale, formale e politica. Fino al buon ricordo di Ovidio Bompressi, ma senza l’orribile processo di cui fu vittima - a opera del Partito.
L’unico frizzo è all’esordio: “Ho odiato la mia terra come si odia una madre secca e muta, una landa sterile e infeconda, un vuoto inabitabile e senza contorni. L’ho odiata perché mi appariva come un magma informe, impasto senza lievito. L’ho odiata perché non ne trovavo l’anima. L’ho odiata perché, man mano che mi conoscevo, temevo che non sarei stato altro da lei”. Se non che tutto è falso: non c’è madre secca e muta, le Apuane non sono sterili e infeconde, il vuoto non esiste. L’incipit si rivela un (ottimo?) compito in classe, il rifiuto di sé e del mondo, che non arricchisce la memoria, anche quando si improvvisi solerte e riconoscente. Il ricordo della zia difficilmente vive in prosa.
Marco Rovelli, Il contro in testa, Laterza, pp. 144 € 12
Il “contro in testa” è il carrarino. In confronto al massese, e al mondo. Il cavatore di marmi. Di una sostanza dura: il marmo uccideva, i cavatori erano anarchici. Un mondo vivo, si sa, si sente, che la correttezza qui spegne: l’uniformità è totale, formale e politica. Fino al buon ricordo di Ovidio Bompressi, ma senza l’orribile processo di cui fu vittima - a opera del Partito.
L’unico frizzo è all’esordio: “Ho odiato la mia terra come si odia una madre secca e muta, una landa sterile e infeconda, un vuoto inabitabile e senza contorni. L’ho odiata perché mi appariva come un magma informe, impasto senza lievito. L’ho odiata perché non ne trovavo l’anima. L’ho odiata perché, man mano che mi conoscevo, temevo che non sarei stato altro da lei”. Se non che tutto è falso: non c’è madre secca e muta, le Apuane non sono sterili e infeconde, il vuoto non esiste. L’incipit si rivela un (ottimo?) compito in classe, il rifiuto di sé e del mondo, che non arricchisce la memoria, anche quando si improvvisi solerte e riconoscente. Il ricordo della zia difficilmente vive in prosa.
Marco Rovelli, Il contro in testa, Laterza, pp. 144 € 12
lunedì 16 luglio 2012
Problemi di base - 108
spock
Non bastano i Moody’s, le Merkel vogliono cantare: è un concerto?
È Moody’s il basso continuo e Merkel la prima voce, o viceversa?
La Francia invece è afona? Parla solo Madame Twitter
Secondo von Clausewitz la guerra di difesa è la più efficace: alla sconfitta?
Si chiama Monti, ma non sarà von Clausewitz?
Il mondo è più morto o più vivo?
Ne nascono di più di quanti moriamo, e dunque?
Se a ogni morte finisce il mondo, non si sarà stancato il mondo di finire?
O di aumentare, se è un mondo di sette miliardi di mondi, in continua crescita?
Gli zombie appassionano gli studiosi della mente: non sarà che i morti restano viventi?
Perché non si parla della (dis)occupazione? Meno mezzo milione, meno un milione?
spock@antiit.eu
Non bastano i Moody’s, le Merkel vogliono cantare: è un concerto?
È Moody’s il basso continuo e Merkel la prima voce, o viceversa?
La Francia invece è afona? Parla solo Madame Twitter
Secondo von Clausewitz la guerra di difesa è la più efficace: alla sconfitta?
Si chiama Monti, ma non sarà von Clausewitz?
Il mondo è più morto o più vivo?
Ne nascono di più di quanti moriamo, e dunque?
Se a ogni morte finisce il mondo, non si sarà stancato il mondo di finire?
O di aumentare, se è un mondo di sette miliardi di mondi, in continua crescita?
Gli zombie appassionano gli studiosi della mente: non sarà che i morti restano viventi?
Perché non si parla della (dis)occupazione? Meno mezzo milione, meno un milione?
spock@antiit.eu
Il conservatore è rivoluzionario
“Camminare a piedi diventa un problema tecnico” (p.23): l’autopsia del nostro reale non ha bisogno di strumentazione sofisticata, basta guardarsi attorno – sapendo, e volendo, guardare. Anche se “la metafisica deve diventare un lusso, laddove il pensiero è diventato un lavoro” (p.44). L’avvio folgorante è stato anch’esso semplice (p.11): “Il destino si nasconde in ciò che non si può sapere. Ecco perché le prognosi migliori sono quelle di cui l’autore stesso, a posteriori, si stupisce”.
Jünger si stupisce qui, con noi, della rilettura del suo “L’Operaio” trent’anni dopo, nel 1962, di cui questa raccolta reca le note a margine. Cristallinamente rese da Alessandra Iadicicco - anche se con la (inevitabile?) ambigua traduzione di Gestalt con forma – si apprezzano centellinate. La scrittura frammentaria di Jünger non è neppure qui aforistica (suggestiva) ma densa – ripensata: precisazioni che crescono su se stesse. Alla luce dell’aforisma heideggeriano che la curatrice evoca: “L’essenza della tecnica non è nulla di tecnico” – “L’operaio” è il mondo tecnicizzato. In un mondo costantemente mitico, dei Titani vs. Eracle in primo luogo, delle Moire, della Pizia, e ovunque di Gea, la grande madre Terra.
È il taccuino di un pervicace conservatore, ancora nel 1964, anno di pubblicazione della raccolta – l’anno dopo “Tipi, nomi, forme”. Negandosi nel mentre che si riafferma (p.101): “Il conservatore, ammesso che esistano ancora forze degne di questo nome, assomiglia a qualcuno che, su un veicolo che sfreccia via sempre più velocemente, vuole fare ordine, mantenere le cose al solito posto”. Ciò non va bene: “Gli oggetti tenuti fermi artificiosamente rappresentano un pericolo crescente”. Ma sono “museali”, con gli Stati nazionali, “le idee generali” della rivoluzione francese. Con residui di razzismo anche dopo le indipendenze. Mediante l’espansione di un cenno avventato di Spengler nel “Tramonto dell’Occidente”, dove profetizza la fine del colonialismo negli anni 1950-60 come l’africanizzazione dell’Europa – dei bianchi. Ma con l’occhio di falco vigile. Sulle dittature: “Tra il clown e il dittatore vi è un parentela, un sistema di prestiti reciproci”, questi “liquida uomini e classi”, quello, “in alcune circostanze, liquida un’epoca intera”. Sull’ “operaio” (p.21): “L’operaio combatte e muore dentro apparecchiature, non solo senza avere «idee elevate», ma avendole consapevolmente rifiutate. Il suo ethos sta tutto nell’onesto servizio dell’apparato”. Sul filisteismo, come “mancanza di senso metafisico, quantificabilità, formazione di gruppi e ricezione di compiti”. Di cui è culmine la Bomba: “La bomba atomica come non plus ultra della mentalità del filisteo”. Una serie di temi che sarebbero confluiti nel “rifiuto del lavoro” del Sessantotto. Sempre antiborghese. E sempre – non controvoglia – pieno di speranza. Sia pure per mera curiosità, da entomologo.
Con le stesse antenne sensibili avverte (soffre) le sopraffazioni della scienza e della tecnica, uno spreco mai visto: “Un lusso supremo, più dispendioso dei castelli di un’intera dinastia e più pericolose delle guerre tra i regnanti” (p.42). E avverte i limiti sempre più cogenti del reale (materiale): “A che cosa servono i punti di osservazione quando sta venendo giù una slavina?” (p.50) Cosciente del suo limite sempre: “L’autentico conservatore non vuole mantenere questo o quell’ordine, bensì ripristinare l’immagine dell’uomo che è misura di tutte le cose. Ecco perché oggi ogni approccio conservatore diventa ambiguo” (p.56). Non reazionario, cioè: “L’uguaglianza fa parte dell’evoluzione: finché questa non viene esclusa non potranno presentarsi in modo credibile nuove selezioni” (p.14). E anzi orgoglioso, non senza ragione: “Andando più in profondità, conservatori e rivoluzionari diventano assai simili tra di loro perché si avvicinano necessariamente allo steso fondamento. Perciò nei grandissimi trasformatori, coloro che non solo capovolgono gli ordini, ma li fondano anche, si ravvisano sempre entrambe le qualità” (p.57). Nella consapevolezza che “come preistoria bisogna considerare la conquista del numero in quanto tale, un’avventura dello spirito umano di cui si perde ogni traccia nell’oscurità”.
Ernst Jünger, Maxima-Minima, Guanda, pp. 123 € 12
domenica 15 luglio 2012
Consolidare è meglio che tassare
Quando i tassi a breve superano quelli a lungo termine, è chiaro che si ritiene l’Italia prossima al fallimento – il neo ministro Grilli lo dice con la singolare freddezza del burocrate, ma è quanto è successo fino all’altro ieri e succederà domani. Questo non è possibile e non è vero. Ma è quello che le agenzie di rating e i loro clienti, le banche e i fondi (pensione, sovrani, d’investimento, hedge), che operano in automatico coi giudizi della agenzie, sono impostate a ritenere. Il costo del servizio del debito sale così da circa 50 a 80 miliardi di euro l’anno, e oltre. Da qui l’insulsaggine delle manovre di rientro, che soffocano l’economia e ogni pochi mesi vanno ripetute. Bisogna invece procedere con un abbattimento del debito e una riduzione del suo costo.
Il circolo vizioso si rompe ristabilendo la fiducia internazionale, si dice. È vero ma in parte. E la fiducia non si ristabilisce riunendosi con Hollande o Merkel, governanti di nessuno spessore. Né accusando le agenzie di rating di conflitto d’interessi. Che c’è, le agenzie lavorano per le banche e i fondi, ma è ininfluenzabile. La fiducia va ristabilita principalmente in proprio.
L’abbattimento del debito andava fatto prima dell’adesione all’euro. Adesso è più complicato, ma ha tre ottime vie per riuscire: la riduzione della spesa, con una buona legge anti-corruzione (gli appalti pubblici che raddoppiano e triplicano di costo in corso d’opera), la valorizzazione del patrimonio pubblico, e una forma di consolidamento con nuove emissioni, più o meno forzose, a carico dei detentori italiani del debito. Che pagheranno caro, ma pagheranno una volta per tutte e non ogni sei mesi, ogni volta più caro.
Il circolo vizioso si rompe ristabilendo la fiducia internazionale, si dice. È vero ma in parte. E la fiducia non si ristabilisce riunendosi con Hollande o Merkel, governanti di nessuno spessore. Né accusando le agenzie di rating di conflitto d’interessi. Che c’è, le agenzie lavorano per le banche e i fondi, ma è ininfluenzabile. La fiducia va ristabilita principalmente in proprio.
L’abbattimento del debito andava fatto prima dell’adesione all’euro. Adesso è più complicato, ma ha tre ottime vie per riuscire: la riduzione della spesa, con una buona legge anti-corruzione (gli appalti pubblici che raddoppiano e triplicano di costo in corso d’opera), la valorizzazione del patrimonio pubblico, e una forma di consolidamento con nuove emissioni, più o meno forzose, a carico dei detentori italiani del debito. Che pagheranno caro, ma pagheranno una volta per tutte e non ogni sei mesi, ogni volta più caro.
Siamo generosi quanto egoisti
“Dopotutto, la propensione all’egoismo è rintracciabile in (quasi?) ciascuno di noi quanto la tendenza alla generosità. Il nostro problema è che, mentre conosciamo il modo di far funzionare un sistema economico sulla base dello sviluppo e, invero, dell’ipertrofia dell’egoismo, non conosciamo il modo di farlo funzionare sviluppando e sfruttando la generosità umana”. Dopotutto il problema è semplice, seppure con un pizzico di umorismo. Come esempio di progettazione virtuosa Cohen porta il campeggio, di svago o di lavoro, dove tutti fanno tutto senza un conto del dare e l’avere. L’esempio è poco congruente, dice poi lui stesso, giacché coinvolge un gruppo omogeneo, che ha fatto una scelta precisa – temporanea anche e finalizzata. La prospettiva “comunitaria” sulla quale allarga il fuoco è più convincente – anche se rimanda in definitiva, come già il comunitarismo di Adriano Olivetti, all’“economia sociale di mercato” renana, e insomma alla dottrina sociale della Chiesa.
“Jerry” Cohen, filosofo canadese di Oxford, è stato teorico socialista di matrice analitica. Tardo autore di due libri controcorrente, “If you’re an Egalitarian, How Come sou’re so Rich?”, del 2000, e nel 2008, un anno prima della morte, “Rescuing Justice and Equality”. Se ne tenta qui un primo assaggio in italiano con un saggio divulgativo del 2001. Non molto ponderato, ma di proposito promettente: “La parità di opportunità liberale di sinistra rimedia allo svantaggio sociale ma non a quello connaturato, con il quale si è nati”, per ubicazione, condizione, professione, cui invece un vero socialismo si deve proporre di rimediare. Ciò richiede un bilanciamento delle opportunità – una redistribuzione – ma senza intenti punitivi, l’uguaglianza non è pauperizzante. Fermo restando che si lavora meglio nel mercato, resta però l’interrogativo: “Può il mercato produrre con efficienza senza incentivi mercantili e, quindi, senza un distribuzione mercantile delle ricompense?”
Gerald Allan “Jerry” Cohen, Socialismo perché no?, Ponte alle Grazie, pp.63 € 9
“Jerry” Cohen, filosofo canadese di Oxford, è stato teorico socialista di matrice analitica. Tardo autore di due libri controcorrente, “If you’re an Egalitarian, How Come sou’re so Rich?”, del 2000, e nel 2008, un anno prima della morte, “Rescuing Justice and Equality”. Se ne tenta qui un primo assaggio in italiano con un saggio divulgativo del 2001. Non molto ponderato, ma di proposito promettente: “La parità di opportunità liberale di sinistra rimedia allo svantaggio sociale ma non a quello connaturato, con il quale si è nati”, per ubicazione, condizione, professione, cui invece un vero socialismo si deve proporre di rimediare. Ciò richiede un bilanciamento delle opportunità – una redistribuzione – ma senza intenti punitivi, l’uguaglianza non è pauperizzante. Fermo restando che si lavora meglio nel mercato, resta però l’interrogativo: “Può il mercato produrre con efficienza senza incentivi mercantili e, quindi, senza un distribuzione mercantile delle ricompense?”
Gerald Allan “Jerry” Cohen, Socialismo perché no?, Ponte alle Grazie, pp.63 € 9
Italia sovietica - 7
Grillo e l’indignazione - dopo Di Pietro.
La dissimulazione onesta.
Il settarismo.
Le lettere di esecrazione puntuali sui giornali di partito, “la Repubblica”, “l’Unità”, “Il Tirreno” e gli altri giornali di De Benedetti. Dopo che Berlusconi ridiscende in campo (ne era uscito?) e Bersani trova la cosa “agghiacciante”.
Sugli stessi giornali ancora si vilipendono i socialisti, che nessun altro sa chi erano.
Il monolitismo, anche in assenza di parole d’ordine, per un riflesso condizionato.
E viceversa il caciquismo: il potere del partito si scioglie come nell’Urss, tra potentati settoriali e locali. In Toscana soprattutto e in Umbria. Anche in Emilia. A Genova. A Milano. A Reggio Calabria i resti del Pci nel Pd sono contesi fra tre incumbent.
La case editrici che nascono ancora, con i remi letterari e i festival della mente, a quasi un quarto di secolo dalla caduta del Muro, e muoiono (ma pagando i debiti: ben finanziate), con la liquidazione del contro Rodetta in Svizzera. Al conto confluivano le tangenti sull’ex-import con l’Urss. Conto di cui il fiduciario è rimasto sconosciuto: nessuna Procura italiana ha voluto saperlo.
Il fiduciario si disse che fosse Primo Greganti. Succeduto da Valerio Occhetto, con Vittorio Veltroni.
Le Procure che non hanno mai voluto sapere del conto Rodetta.
La Rai che chiama Zichichi e Hack a commentare il bosone di Higgs. Vecchi, senza titoli, e senza charme. Non sanno nemmeno spiegare cosa è stato scoperto. Sono politicamente corretti?
La dissimulazione onesta.
Il settarismo.
Le lettere di esecrazione puntuali sui giornali di partito, “la Repubblica”, “l’Unità”, “Il Tirreno” e gli altri giornali di De Benedetti. Dopo che Berlusconi ridiscende in campo (ne era uscito?) e Bersani trova la cosa “agghiacciante”.
Sugli stessi giornali ancora si vilipendono i socialisti, che nessun altro sa chi erano.
Il monolitismo, anche in assenza di parole d’ordine, per un riflesso condizionato.
E viceversa il caciquismo: il potere del partito si scioglie come nell’Urss, tra potentati settoriali e locali. In Toscana soprattutto e in Umbria. Anche in Emilia. A Genova. A Milano. A Reggio Calabria i resti del Pci nel Pd sono contesi fra tre incumbent.
La case editrici che nascono ancora, con i remi letterari e i festival della mente, a quasi un quarto di secolo dalla caduta del Muro, e muoiono (ma pagando i debiti: ben finanziate), con la liquidazione del contro Rodetta in Svizzera. Al conto confluivano le tangenti sull’ex-import con l’Urss. Conto di cui il fiduciario è rimasto sconosciuto: nessuna Procura italiana ha voluto saperlo.
Il fiduciario si disse che fosse Primo Greganti. Succeduto da Valerio Occhetto, con Vittorio Veltroni.
Le Procure che non hanno mai voluto sapere del conto Rodetta.
La Rai che chiama Zichichi e Hack a commentare il bosone di Higgs. Vecchi, senza titoli, e senza charme. Non sanno nemmeno spiegare cosa è stato scoperto. Sono politicamente corretti?
Ombre - 138
L’assemblea del partito Democratico è una rissa, vista di presenza. Ma se ne legge come di un evento, quasi straordinario.
E dire che Bersani non è nemmeno uno impositivo.
Grandi attese a sinistra per Hollande, all’assemblea nazionale del Pd e nei giornali, un presidente che ha una compagna con ufficio personale all’Eliseo e sei camerieri, e s’intromette nelle foto ufficiali e nelle elezioni politiche. Col vecchio Pci si accetta tutto, le guerre, le tasse, e anche le amanti servite.
L’emiro del Qatar si compra Valentino. È un segno di fiducia, l’emiro spende bene i suoi soldi, ma Milano è delusa. Avrebbe voluto un acquirente biondo?
È un mese ormai di caldo eccezionale, non si soffriva tanto da secoli. Ma non ci sono incendi. Il troppo caldo ha messo in crisi l’autocombustione? O la crisi economica – c’è altro a cui pensare?
Gian Mario Rossignolo per decenni ha fatto, da Mosca e da Torino, la morale alle imprese pubbliche, che sprecavano denari, a suo dire, e non facevano investimenti. Mentre tentava il colpo ai finanziamenti pubblici? Per questo ora, a 82 anni, è stato scoperto a Livorno, dove si era avventurato, e arrestato.
Nicola Lombardozzi accomuna su “Repubblica” Putin a Stalin. Per aumentare l’uno, per diminuire l’altro? E i lettori di “Repubblica” se la bevono?
Firenze si celebra seconda città più accogliente al mondo – dopo Bangkok. Secondo una pubblicazione Usa che privilegia gli alberghi a sette stelle. Più caro più accogliente?
Piazza Santa Maria Novella a Firenze, uno dei luoghi più storici, e più belli, d’Italia, è stata popolata da senzatetto e spacciatori per una dozzina d’anni. Poi il sindaco rottamatore Renzi ha deciso di bonificarla, creandoci un prato. Ora è una piazza d’erba secca, e detriti animali. Bisogna dare Firenze al Fai?
“Il problema non è vendere, il problema è incassare i denari”, dice all’ottimo “Corriere della sera-Firenze” il presidente del consorzio Brunello, il vino d’eccellenza di Montalcino. In Italia nessuno paga nessuno: bastava una piccola, piccolissima, riforma della giustizia, un solo giorno d’attesa, due, per farsi pagare una fattura invece di un processo dei dodici-quindici anni, per risollevare il paese.
Vale contro la Grecia, in rapporto alla Germania, il pensiero sottile di Bismarck: “I Balcani non valgono le ossa di un solo granatiere di Pomerania”. La storia è magistra vitae, diceva Cicerone. Ma i tedeschi sono nati “imparati”.
E dire che Bersani non è nemmeno uno impositivo.
Grandi attese a sinistra per Hollande, all’assemblea nazionale del Pd e nei giornali, un presidente che ha una compagna con ufficio personale all’Eliseo e sei camerieri, e s’intromette nelle foto ufficiali e nelle elezioni politiche. Col vecchio Pci si accetta tutto, le guerre, le tasse, e anche le amanti servite.
L’emiro del Qatar si compra Valentino. È un segno di fiducia, l’emiro spende bene i suoi soldi, ma Milano è delusa. Avrebbe voluto un acquirente biondo?
È un mese ormai di caldo eccezionale, non si soffriva tanto da secoli. Ma non ci sono incendi. Il troppo caldo ha messo in crisi l’autocombustione? O la crisi economica – c’è altro a cui pensare?
Gian Mario Rossignolo per decenni ha fatto, da Mosca e da Torino, la morale alle imprese pubbliche, che sprecavano denari, a suo dire, e non facevano investimenti. Mentre tentava il colpo ai finanziamenti pubblici? Per questo ora, a 82 anni, è stato scoperto a Livorno, dove si era avventurato, e arrestato.
Nicola Lombardozzi accomuna su “Repubblica” Putin a Stalin. Per aumentare l’uno, per diminuire l’altro? E i lettori di “Repubblica” se la bevono?
Firenze si celebra seconda città più accogliente al mondo – dopo Bangkok. Secondo una pubblicazione Usa che privilegia gli alberghi a sette stelle. Più caro più accogliente?
Piazza Santa Maria Novella a Firenze, uno dei luoghi più storici, e più belli, d’Italia, è stata popolata da senzatetto e spacciatori per una dozzina d’anni. Poi il sindaco rottamatore Renzi ha deciso di bonificarla, creandoci un prato. Ora è una piazza d’erba secca, e detriti animali. Bisogna dare Firenze al Fai?
“Il problema non è vendere, il problema è incassare i denari”, dice all’ottimo “Corriere della sera-Firenze” il presidente del consorzio Brunello, il vino d’eccellenza di Montalcino. In Italia nessuno paga nessuno: bastava una piccola, piccolissima, riforma della giustizia, un solo giorno d’attesa, due, per farsi pagare una fattura invece di un processo dei dodici-quindici anni, per risollevare il paese.
Vale contro la Grecia, in rapporto alla Germania, il pensiero sottile di Bismarck: “I Balcani non valgono le ossa di un solo granatiere di Pomerania”. La storia è magistra vitae, diceva Cicerone. Ma i tedeschi sono nati “imparati”.
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