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venerdì 2 novembre 2018

L’aritmetica degli animali scomparsi


“Abbiamo fatto fuori il 60 per cento degli animali”. “La Terra ha perso il 60 per cento degli animali”. “L’umanità in 44 anni ha spazzato via il 60 per cento degli animali selvatici”. Dice che l’ha detto il Wwf, che è organizzazione seria. Ma come è stato possibile? Per un errore di aritmetica.
“The Atlantic”, la rivista americana, che è ecologista e di sinistra, ha voluto andare a vedere. Ha letto cioè il rapporto Living Planet Index del Wwf. E ha scoperto uan verità semplice.
Il Wwf ha contato a campione varie specie di animali, in alcune aree ristrette, per certi intervalli di tempo. E per ognunodi essi (16.700 mila, tra mamiferi, uccelli, rettili, anfibi, e pesci, di 4 mila specie diverse) ha elaborato un indice di sopravvivenza. Coprendo il 6,4 per cento di circa 63 mila specie di vertebrati. Il 60 per certo è un valore mediano, di indici, localizzati e ristretti.
Siano – la rivista americana fa questo esempio - 5 mila leoni passati a 4.500 in una certa zona, le tigri da 500 a 100, e gli orsi da 50 a 5. Il declino è del 10, dell’80 e del 90 per cento. Tre numeri la cui media fa 60. Ma il numero degli animali censiti è sceso da 5.550 a 4.605, cioè del 17 per cento.

La ricerca del fascismo che non c’è

Un pamphlet ben scritto, molto. Si legge di corsa. Se non che poi uno, passato l’esame n. 65 del “Fascistometro”, il capitolo decisivo e conclusivo, si chiede: di che stiamo parlando?
Bene è scritto del populismo – con un sola riserva: “Non tutti i populismi sono fascismi, ma ogni fascismo è prima di tutto un populismo, perché – anche se non nasce mai dalle classi popolari – il fascismo le racconta come a esse piace essere raccontate: forti nelle intenzioni, fragili solo per le circostanze, matrici di autenticità nazionale e vere protagoniste sociali”. La riserva è che il populismo nasce sempre dalle classi popolari, altrimenti è Ingroia, Santanché, i candidati dello zero virgola: ci vuole un chiama e rispondi.
Bene è detto dei tic della sinistra – della sinistra dem: conformismo, albagia, spregiudicatezza. Ma già qui c’è una faglia. Stroncando il fascistometro oggi Gramellini dice una cosa giusta: “Alle 65 voci del fascistometro bisognerebbe aggiungere la numero 66: «Scrivere un test per misurare il fascismo altrui»”. Ma anche sbagliata: anche qui di che stiamo parlando, che c’entra Murgia col fascismo? La colpa è semmai di avere adottato i tic, che scongiura, della sinistra dem. Il pamphlet aggiunge e non toglie ai vizi dei belli-e-buoni del villaggio. Soprattutto perché è ben scritto.
C’è poi, ripetuta, la messa in guardia contro la “ricostituzione della memoria”, del fascismo. Che è possibile, si fa in continuazione, è il proprio della storia (storiografia) – da ultimo per la guerra civile, 1943-1945 e dopo, da Claudio Pavone a Violante e Pansa. Ma fino a un certo punto. Non si revisionano le ideologie e gli atti – programmi, sovversioni, leggi, delitti.  La reazione in agguato è un brutto tic. 

Peggio con l’immigrazione dall’Africa, al centro del pamphlet, buona a prescindere. Che è sempre il vezzo coloniale, del missionario e del bravo colono, il socialista mandato a redimere Algeria e Somalia, dell’africano infante. Anche dopo che la Francia ci ha vinto due Mondiali, con questi bambini, forse altrettanto capricciosi, ma più veloci, e rapidi di riflessi.
Murgia non è sola, viene dopo la riedizione di Eco e Pasolini, nel filone del “fascismo eterno”, che evidentemente torna a vendere. Ma quelli parlavano di altro. Non della tratta dei migranti, perché questo oggi avviene, una nuova tratta dei neri. A opera per lo più di mafie nere. Per il resto, con tutte le buone intenzioni, basterebbe  guardarsi attorno. Soprattutto in rete e in tv, luoghi che Murgia frequenta. Ai ragazzotti presuntuosi di Grillo, ignoranti per lo più, e scansafatiche, che sono onorevoli, senatori e ministri, nonché sindache, e chiedersi: com’è stato possible che li abbiamo votati? Che un italiano su due abbia votato Di Maio o Salvini. Che tutto il Sud abbia votato Grillo – che non sa nemmeno il Sud dov’è e non se ne cura – e che l’iperleghista Salvini sia senatore eletto in Calabria. 
La democrazia è cambiata, questo sì. È influenzata non più da assemblee e programmi ma da media e big data. Da chi le spara più grosse, per semplificare. Non dal fascismo, dall’opposto – a meno di non dire la rete una squadraccia, uno schieramento di squadracce. Il fascismo non si vede, siamo liberissimi, ma purtroppo si vede qualcosa di peggio: la stupidità al potere. Nostra, del popolo. Anche se è pure vero che si vota come si compra al mercato, fra quello che si vede.
L’ironia sulla democrazia è invece pericolosa. Murgia vuole andare oltre le intemperanze dei nonni Eco e Pasolini, e scrive cose come: “Scrivo contro la democrazia perché è un sistema di governo irrimediabilmente difettoso”. Nella vena ironica verrebbe da obiettarle: “Perché ha consentito la straordinaria carriera politica del tuo editore Berlusconi?” Ma lei non è in vena: “La verità è che è il peggiore e basta”, il sistema di governo democratico, non Berlusconi, “ma è sempre difficile dirlo apertamente”. Come no, si è sempre detto, dai tempi di Atene e degli oligarchi, quindi da 2.500 anni fa: come sistema di governo (governabilità) la democrazia è inefficiente, va sempre corretta, ma è l’unico strumento che democratizza il potere.

È invece vero che “manipolando gli strumenti democratici si può rendere fascista un intero Paese senza nemmeno pronunciare mai la parola fascismo”. Anzi, perché no, nel nome dell’antifascismo – Pasolini.  Ma questi “strumenti democratici” sono i media, di cui Murgia è reginetta. L’opinione pubblica, che si può considerare una disfunzione della democrazia, tanto è manipolabile - ma forse non è meglio di no?
L’uso disinvolto delle parole non è una buona cosa – si direbbe anche questo della sinistra che Murgia critica, per non dire di Grillo: si dà del fascista a chiunque dal 1968, prima che lei nascesse. Il suo impegnatissimo libello si affianca nelle pile in libreria con un romanzone storico (o fantasy, “Le nebbie di Avalon” è fantasy) che si avvale di questa fascetta della stessa Murgia: “Prima ancora che un romanzo è un atto di rivolta narrativa”. Tutto si può dire, ma up to a point. Ci sono limiti nelle cose, e di senso nelle parole.
Michela Murgia, Istruzioni per diventare fascisti, Einaudi, pp. 112 € 12

giovedì 1 novembre 2018

Ombre - 438


Michela Murgia stigmatizza su “la Repubblica” “tanto il fascismo «agito» che stiamo vedendo in queste settimane, quanto quello progettato, quando governava il centro sinistra”. Di tutta l’erba un fascio? Il fascismo è anzitutto il rifiuto della politica, della logica politica.

“Paese sera” risorto fa la conta dei lettori di giornali: erano il 67 per cento, due italiani su tre, dieci anni fa, sono ora  il 37 per cento, uno su tre. Ma gli italiani leggono: il 46 per cento si informa sugli “aggregatori di notizie online e portali web d’informazione”. Perché non costano? Ma il giornale costa poco: è un’abitudine. E questa si è persa. Per mancanza di credibilità, non c’è altro nesso, dalla politica allo sport.

Ma quanti animali abbiamo ucciso in 44 anni? Possibile che ne abbiamo sterminato il 60 per cento? La notizia è che è una falsa notizia, calcola “The Atlantic”: è l’estrapolazione di un indice di indici – di indici localizzati e ristretti. Siano, per esempio, 5 mila leoni passati a 4.500, le tigri da 500 a 100, e gli orsi da 50 a 5. Il declino è del 10, dell’80 e del 90 per cento. Tre numeri la cui media fa 60. Ma il numero degli animali censiti è sceso da 5.550 a 4.605, cioè del 17 per cento.

Sciopero alla Mondadori, per la cessione dei periodici. È il primo sciopero nelle aziende di Berlusconi. Si vede che ha perso il tocco in tutto, dopo il Milan, e Forza Italia. E lo affronta senza grazia: ha negato lo spazio nel palazzone Mondadori di Segrate per un’assemblea dei giornalisti.

Nelle “visualizzazioni di pagine per paese”, che Google offre ai blogger di blogger.com, compare ora una “Regione sconosciuta”. Si può digitare da una “regione sconosciuta”? Un mondo alieno? L’emersione di un continente negato al business Ict?

L’ambasciatore Armellini argomenta sul “Corriere della sera” che, essendo le ex colonie italiane in Africa ingovernabili, Somalia, Libia, Eritrea (ci mette anche l’Etiopia, ma l’Italia vi ha poche colpe, in appena cinque anni di “impero”), ciò è dovuto all’Italia, “uno Stato debole con un’amministrazione inefficiente e boriosa”. Bisognerebbe conoscere le altre “amministrazioni” per fare un paragone – dare un giudizio. Ma non sarà che Somalia, Eritrea e Libia sono state lasciate all’Italia perché ingovernabili? C’è una storia anche in Africa.

Col Brasile tutta l’America Latina passa a destra – a meno che non si voglia considerare Maduro di sinistra. Compreso il Messico del populista Obrador. Tutta l’America è a destra, eccetto il Canada di Trudeau. Non avendo più rendite da spendere, per la crisi fiscale degli Stati, l’Occidente non ha più idee. Si vota a destra per arroccamento – nessuno è fascista, o pochi: è paura, anche se non si sa di che. 

Reportage de “L’Espresso” su stupri e torture in Libia, raccontati da una donna etiope, illustrati con foto di interni e esterni da riviste di architettura, eccezionali in Africa e non solo, prese a Niamey, in Niger – dove l’Italia vuole mandare i suoi militari. Che è però un edificio dell’Onu. Nel paese più povero del mondo, dove tre donne su quattro sono sposate prima dell’età, e fanno, in media, otto figli, qualcuno dei quali sopravvive. L’Africa non è raccontabile?

La Spal vince in casa della Roma, la squadra prima del suo girone di Champions League, meglio del Real Madrid, 2-0. E la aprtita dopo perde in casa col Frosinone, che non ha mai vinto una partita, ultimo abbondante in classifica, per 3-0. C’è una logica? Stocastica (scommettitoria)?

Per la morte di Cucchi la corte d’Assise di Roma aveva condannato sei medici – poi assolti in Appello ma intanto rovinati, nella carriera e nella vita. Con un dibattimento seduto su un’istruttoria schierata? Magari dai Carabinieri – anche se non gli stessi che hanno ridotto Cucchi in fin di vita.

L’economia Usa va avanti a tassi cinesi, più 3,5 per cento, gli indici di Borsa vanno in picchiata a passi analoghi, meno 2 meno 3 per cento – passi indietro giganteschi per gli indici americani, Wall Street e Nasdaq, indici stabili e non volatili. Il denaro non corre con l’economia.

Facebook è in effetti una comunità. Di gruppi di ogni genere, in genere di auto compassione, su disgrazie di ogni tipo: malattie, adulteri, abbandoni, morti. Si direbbe ricostituisca lo spirito di paese, ma senza la continuità territoriale, né l’omogeneità socio-storica, di linguaggi. È un linguaggio indistinto, che evidentemente funziona ance se non sembra significante. O da terapia di gruppo: disinnescare il problema parlandone.

Un mondo di debiti

Il debito lordo pubblico (dei governi centrali) è più che raddoppiato nei dieci anni dalla crisi. Era di 28 mila 500 miliardi di dollari nel 2007, e di 61 miliardi di fine 2017, secondo i conteggi del Fondo monetario internazionale, e del Mc Kinsey and Global Institute. Ed è in crescita dappertutto, compresi i paesi con più debito, Giappone, Usa, Cina, nonché in tutta l’eurozona, con l’esclusione di Germania, Irlanda e Grecia.  
Il debito mondiale è ancora all’80 per cento quello delle economie sviluppate. Ma le economie emergenti sono quelle dove cresce più rapidamente. Avevano debiti per un quota del 10 per cento del totale mondiale vent’anni fa, a fine Novecento, ora del 20-22 per cento.
Cresce anche il debito privato. L’indebitamento globale, o totale, dei governi, le imprese e le famiglie, è cresciuto nel decennio da 142 a 170 mila miliardi di dollari. Il 228 per cento del prodotto lordo (pil) mondiale. 
La metà del nuovo indebitamento è dovuta alla Cina. Il debito totale o globale della Cina, che era di 7 mila miliardi nel 207, è ora di 28 mila miliardi. In rapporto al pil è del 260 per cento – superiore a quello americano, che naviga sul 155-160 per cento del pil.
In rapporto al pil lo sbilancio attuale dell’indebitamento trova riscontro solo negli anni dell’ultima guerra mondiale.

C’era una volta l’erotismo


L’egittologo, archeologo, storico dell’arte, incisore, grande burocrate di Napoleone, creatore del museo moderno (Louvre), autore di una narrazione di viaggio in Sud Italia che ancora fa etsto, è stato anche scrittore libertino, noto, “Senza domani”, e disegnatore-incisore, ignoto, di oscenità. Il volume ne riproduce le fantasie che lo specialist Hans-Jürgen Dopp ha collezionato – per una casa editrice tedesca specializzata nel recupero della grafica erotica dal Seicento al Novecento. Una piccola parte, dunque, ma estremamente lasciva, della produzione “priapica” del barone.
Un altro mondo, in cui l’erotismo aveva una funzione importante. Anche se sous le manteau, clandestino, animava vite, conversazioni, immaginazioni. Che oggi si è sterilizzata, specie nei libri e i film che lo esibiscono - Rai 1 non passa fiction che non ne faccia subito scena, forse in chiave moralistic, dello squallore.   
La curiosità maggiore è la data di prima stampa di una “Oeuvre priapique” di Vivant Denon: 1793. In pieno Terrore, a Parigi. Che il barone aveva abbandonato i primi mesi della rivoluzione, per mettersi in salvo a Venezia. Era tornato a Parigi nel Terrore per i beni di famiglia dai progetti di alienazione, e non ha esitato a pubblicare per qualche franco le grafiche fantasticate a Venezia, anche se anonime. Nella rivoluzione c’era di tutto.
Vivant Denon, Oeuvre priapique, Editions de l’oeil, pp. 28, ill. € 12

mercoledì 31 ottobre 2018

Appalti, fisco,abusi (131)

Le assicurazioni si avvalgono, per non liquidare i sinistri, della normativa antiriciclaggio – antimafia e antiterrorismo. Che prescrive ogni volta l’esibizione dei famosi “documenda”. A opera della banca presso cui il beneficiario della liquidazione è correntista. Il Modulo per l’ identificazione e l’adeguata verifica, si chiama così, deve essere fresco al massimo di quindici giorni, e siccome l’Ivass ne concede 45 per liquidare, il gioco del posticipo è semplice: basta lasciar passare sedici giorni.

Il Modulo per l’ identificazione e l’adeguata verifica è una prescrizione assurda del decreto antiriciclaggio. Richiede la produzione di cinque fogli per dire che il beneficiario è lui in persona, documento numero tale, rilasciato in data tale e scadenza in data tale - lo stesso documento d’identità che le assicurazioni hanno a parte, in copia ma controfirmato. Cinque fogli di cui uno solo reca le generalità, il resto sono la privacy che nessuno sa cosa sia. O in alternativa la pec. Comunqne, nell’un caso e nell’altro un aggravio per la banca, a nessun utile per nessuno - certo non per la polizia. E per l’utente vittima, che deve recarsi in banca e alla posta, riempire moduli, fare due code, e pagare otto euro di raccomandata: mezza giornata di lavoro sprecata, come minimo.

Per la sesta volta da quando è in carica, da poco più di due anni, la giunta comunale romana Raggi ha dovuto annullare il bando per il servizio di rimozione delle auto in sosta vietata. Sommersa dai ricorsi.  Contro l’ultimo bando i ricorsi soo stati undici, qualche concorrente evidentemente ne ha presentato più d’uno. La gente nuova in amministrazione ha evidentemente rotto gli “affidamenti” che presiedevano agli appalti.

L’Agenzia del Territorio, l’ex catasto, ha a Roma due numeri di telefono: uno è inesistente e uno stabilmente occupato – anche di notte.  

Si protesti o si proponga ricorso presso le associazioni dei consumatori: nessuna è disponibile, per nessun tipo di reclamo o protesta. Tutte “lavorano” con l’incumbent industriale del settore, Enel, Eni. Ferrovie, Tim o Vodafone, una volta Alitalia, etc. . Protestano, quando raramente lo fanno, a un fine.

Wind ha la “soluzione unica per telefonare e navigare”: minuti illimitati verso Wind, 500 minuti al mese verso tutti, 250 minuti verso l’estero, 20 Giga, a 10 euro al mese. Ma l’offerta è “riservata ai clienti con cittadinanza straniera”. Pagano la differenza i clienti con cittadinanza italiana, e perché? I margini sono tali che telefonare ovunque e senza limiti, e navigare 24 ore, costano solo dieci euro, con margini di guadagno?


Il compagnone Marx

Questo Marx di Carlo Galli è uno di metà Ottocento: bisognava pensarci. L’uomo della politica risolutiva. Hegeliano a metà, fino ai trent’anni. Più che altro, di Hegel si fece vessillo, bandiera, copertura. Di fatto non ha mai studiato, non come uomo di scienza o filosofo. E mai, si può aggiungere, è stato preso sul serio come politico – il leninismo è altra cosa, si potrebbe dire antimarxiano.
Galli dice che fu uno dei numi del ‘68. Ma solo perché era nello slogan. E nella copertina, come Galli ricorda in entrata, del “Sgt. Pepper onely Hearts Club Band” dei Beatles, “di fianco a Oliver Hardy” (Olllio). Nessuno nel ‘68, se c’eri lo sapevi, ha letto alcunché di Marx - eccetto il "Manifesto", e non per intero.
Un grande scrittore, di politica. E un incompiuto teorico. Galli ne vuole celebrare i duecento anni della nascita, uno dei pochi, il bicentenario cade nel silenzio – se si eccettua il film di Raoul Peck, “Il giovane Karl Marx”, non del tutto lusinghiero. Ma non può che riflettere sulle incompiutezze del suo pensiero e della sua attività politica. Le contraddizioni, le tante ambiguità lasciate in sospeso, e sul piano pratico, di organizzatore, più sconfitte che vittorie – mai pratiche, queste, portate a effetto. Una sorta di eterno adolescente, si può aggiungere leggendolo, un allegrone e un compagnone, a leggere gli scritti giornalistici, che tanto gli piacevano, quelli “storici”, polemici, e la corrispondenza.
Carlo Galli, Marx eretico, Il Mulino, pp. 168 € 13

martedì 30 ottobre 2018

La deriva della Germania - senza Merkel non sarà meglio

Ha governato col “troppo poco troppo tardi”, non una grande politica. Non all’altezza di una Germania che si proponeva di rivivere il tempo dell’egemonia. La prima donna cancelliera, per questo già nella storia, con quattro mandati, anch’essi storici. Per questo sarà ricordata, ma per nient’altro – a parte il salvataggio delle banche tedesche nel 2008-2009 con molte centinaia di miliardi di euro della Ue. Una badante e una rattoppatrice. Forse, però, perché non poteva altro, come lei stessa soleva dire nelle riunioni europee e internazionali – “vedeste in Germania!”. Ha governato moderatamente una Germania già da tempo divisa e spostata a destra. Ma non è riuscita a recuperare la spinta centrifuga.
Il recupero delle spinte reazionarie, e il gioco di anticipo sulle tentazioni eversive, è compito quasi istituzionale, prima ancora che politico, che i cristiano-democratici, insieme con i cristiano-sociali bavaresi, si sono dato nella Repubblica Federale. Ora non riesce più, ma forse non per colpa di Merkel. 
La riforma delle riforme, varata nel 2005 dal governo socialista, col sostegno del sindacato, la liberalizzazione totale del lavoro, ha spostato progressivamente il voto a destra. Già il voto a Merkel, la leader cristiano-democratica, fu nello stesso 2005 un primo spostamento verso destra. Poi Merkel ha governato con questo e con quello, a destra e a sinistra indifferentemente, ma i socialisti e la parte progressista della Cdu hanno perso voti non negli ultimi quattordici mesi ma progressivamente da tempo. La liberalizzazione totale del lavoro ha salvato l’industria dalla delocalizzazione e ha fatto la Germania grande con le esportazioni, col dumping sociale, ma ha impoverito dieci milioni di tedeschi – tanti vivono di sussidi.
Lo spostamento a destra, un voto di protesta più che nazionalista o razzista, è costante in ogni elezione da qualche tempo. Con la crescita di Alternative für Deutschland, dei Liberali, e degli stessi Verdi, lecologia ha unanima di destra in Germania, nonché della Csu di Dobrink, delle frange bavaresi reazionarie. Lo stesso avvicendamento che la Cdu, il partito della cancelliera, le chiedeva da settembre dell’anno scorso, è per una leadership più moderata, se non nettamente destrorsa – nel senso populista, del “salviamo i bisognosi”.

Secondi pensieri - 365

zeulig


Amico\Nemico – L’autonomia del politico, che la “Teologia politica” di  C. Schmitt ricostituiva - in questa epoca che si voleva dominata dalla tecnica, cioè da tutti indifferentemente, senza più un terreno neutrale per costituire la forma politica, e in cui quindi vedeva comparire lo Stato totale, senza più l’autonomia del politico – con l’antinomia Amico\Nemico, per nemico intendendo non un concorrente o avversario, ma l’“altro” in senso esistenziale, lo scrittore Dürrenmatt vede vanificata dal mercenario. Da quello per cui ogni nemico è uguale all’altro e tutti sono nemici.
La teologia politica del sommo giurista lo scrittore Dürrenmatt scardina sardonico alle pp. 21-22 del trattatello “La guerra invernale nel Tibet”: “Un mercenario deve evitare di chiedersi se esista o meno il nemico, per un semplice motivo: quella domanda lo uccide. Se mette in dubbio il nemico, sia pure inconsciamente, non può combattere”.  Il Nemico nel senso proprio.
Il mercenario sfugge all’architettura schmittiana. Il killer pentito anche, si può aggiungere – cioè il confidente. E l’adultero\a - l’ex adultero\a, la categoria certo oggi è svuotata. E più in generale nel quadro morale, che è instabile. La relazione stabile, e fondativa, Amico\Nemico è instabile. Non pone problemi di giudizio, non preliminari, ma di effetti sì.  

Autorità – Si dissolve nel populismo, dovendo esso per programma rincorrere ogni bisogno e ogni interesse? È stato il punto debole del fascismo, che fu autoritario quale si voleva solo nell’ordine pubblico o di polizia, per il resto divisivo e dissolutore, anche prima delle guerre che lo hanno sconfitto. Il populismo può non essere fascista nel senso che non è autoritario, non abolisce le costituzioni né la libertà di espressione e associazione, ma ne condivide il nucleo di debolezza. L’autorità, o decisionismo nel gergo schmittiano, la governabilità, vuole scelte – “decisioni”. Cioè un complesso di interessi che il populismo, che tutto vuole abbracciare, finisce per sconfiggere. Soprattutto se interagisce (di determina) sull’indistinto digitale.

Credere – È il motore dell’esistenza. “Credi in Dio?”, chiede una guardia al candidato mercenario di Dürrenmatt in “La guerra invernale nel Tibet”: “No”. “Credi nell’immortalità dell’anima?” “No”. “Non è richiesto, anzi è solo d’impaccio se ci credi. Credi in un nemico?” “Sì”. “Ecco, questo è richiesto”.  E invece no. Quando non si crede non c’è attesa né speranza, ma credere in un nemico, solo nel nemico, vuol dire isolarsi, chiudersi, spegnersi.
Credere è un prolungamento, una protesi mentale.

Dissenso – Può essere una forma di consenso, una sua mascheratura. Oggi, nell’età e nei luoghi del politicamente corretto, i suoi fautori possono presentarsi come innovatori e anticonformisti. E non repressivi ma protettori dei deboli e araldi di libertà.

Entropia – È la negazione dell’umanità: se è la legge dell’universo: la esclude – ne sarà stata un accidente. L’essere pensante ci sarà, poiché c’è. L’essere critico, prospettivo, costruttivo. Ma come improbabilità (casualità), essendo in contraddizione con la legge dell’universo, se essa è l’entropia. L’umanità è cresciuta a nove miliardi di esseri in tre milioni di anni, una massa rinnovata in continuo e in crescita costante, nonostante diluvi e tempeste cosmiche. Ma allora come una massa di formiche.
Più che col numero in crescita, l’entropia è in contrasto con l’essere pensante. Che è più complesso, molto, della stessa entropia – meccanismo perfino semplice.

Fede – È credito in greco, nel greco del “Nuovo Testamento”.

Femminismo – Si vuole per se libertario e progressivo, mentre può essere regressivo. Per esempio nella condizione femminile nel mondo islamico. E in esso nei paesi di maggiore tradizione e progresso: la Persia, l’Egitto, il Marocco. Dove il velo integrale, la copertura del corpo e del viso della donna, è una scelta ed è un rifiuto, della modernità, e dei diritti che essa comporta.

Opinione pubblica – Agamben la riduce a moderno strumento dei potere. È la liturgia che copre il potere, la funzione di comando? La liturgia in senso religioso e in quello profano, delle celebrazioni o trionfi. È il tema di Agamben, “Il regno e la gloria”:  dei trionfi e le acclamazioni non relitti del passato ma contemporanei e anzi diffusi. Proprio attraverso la pubblica opinione, ridotta ai “media che organizzano e controllano il consenso”.
Ma il potere è gerarchico, e un’operazione di potere va organizzata, mentre i media sono anarcoidi.  La funzione passa attraverso il consenso – che, certo, può ammantarsi di dissenso.

Scienza - È l’individuazione dei meccanismi della natura per meglio dominarla. Non propriamente in questo senso finalistico, la scienza non si vuole biecamente utilitaristico, ma sì totale: più controlla la natura meglio si ritiene realizzata.
La natura che si idealizza è il residuo della scienza – quella che si conforma, magari per sue virtù proprie, alla scienza, a un assetto critico.


zeulig@antiit.eu

La felicità corre sull’Appennino

Un racconto semplice, come il libro di viaggio cui si ispira, di Paolo Rumiz lungo l’Appennino su una Topolino nel 2006. I personaggi, con qualche anno in più, sono gli stessi. Rumiz e la Topolino legano nel montaggio i vari episodi, le storie del viaggio. Senza una trama, ma un racconto che si dipana agile: due ore senza stanchezze né cadute di attenzione.
Un racconto corale. Di esperienze diverse, dalla musicologia alla pastorizia. Ma tutte felici: un racconto di felicità. Anche nella fatica e nell’abbandono, l’Appennino non è facile, specie la parte continentale, tosco-emiliana. Un pieno di energia: volontà, curiosità, applicazione, rispetto di sé.
Si pensa – si dice – un viaggio nella natura. “La leggenda dei monti naviganti” Rumiz ha svolto nel 2002 (Alpi) e nel 2006 (Appennino) in ambito extra-urbano, per ambienti anzi impervi e isolati, lungo strade e sentieri poco battuti. Ma la natura non è granché, nel libro come nel film. E le storie che incontra e narra sono per lo più di privazioni: fatica, isolamento, bisogno più spesso che guadagno. La gente invece sì, quella che ha scelto l’Appennino: la loro scelta è per un modo di essere. Senza conti del dare e avere. La felicità vuole essere semplice, nei consumi come nei bisogni.  
Alessandro Scillitani, Ritorno sui monti naviganti

lunedì 29 ottobre 2018

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (379)

Giuseppe Leuzzi


Il Paris Saint Germain, una squadra di calcio che si basa su un attacco veloce, bagna nell’intervallo la metà campo del Napoli, per velocizzare il gioco. Poi si dice la furbizia meridionale.
Anche la slealtà nello sport.

Il fascino del capo (mafioso)
Che gli eredi di Provenzano ne vogliano onorare la memoria, e dicano lo Stato assassino perché lo ha tenuto al 41 bis anche se vecchio e malato, è comprensibile. Che la Corte europea dei diritti dell’uomo dia loro ragione – anche se la Cassazione aveva stabilito, su un precedente ricorso, che al 41 bis Provenzano era accudito meglio – fa piacere, i diritti non sono mai abbastanza. Ma chissà perché gli eredi di Riina non fanno ricorso, e di tutti gli altri assassini al carcere duro.
Si intenerisce per la sorte di Provenzano rimbecillito tenuto al carcere duro Marzia Sabella, giudice, del pool catturandi all’epoca a Palermo, 2006. Che quando infine se lo trovò davanti, confessa al “Fatto”, ne fu affascinata: “Capii cosa rappresentava. Difficile da spiegare a parole, ma sembrava il rappresentante di un altro Stato, l’anti-Stato. Mostrava lo spessore del capo di Cosa Nostra”. Un re. Di questo che dobbiamo pensare?

A scuola dai basiliani
Metà Sud fu invaso nell’Ottavo-Nono secolo dai basiliani, monaci in fuga da Bisanzio iconoclasta nel nono secolo, la Calabria soprattutto e la Sicilia. Annoverano grandi personalità, anche molto colte, quali san Nilo, Barlaam da Seminara, Leonzio Pilato. Ma erano monaci “di cerca” (questua), più ignoranti che non. San Basilio è uno di quelli che voleva i testi della classicità emendati, cioè censurati, anche distrutti.
Lamentava nel 1973, o 1974, José Eduardo dos Santos, patriota del Mpla, il movimento popolare di liberazione dell’Angola – di poi presidente a vita non commendevole dell’Angola indipendente - un ingegnere, coetaneo. “Tutta l’Africa è indipendente, eccetto le colonie portoghesi. Per quale peccato?” E si rispondeva: “C’è chi ha avuto i francesi, chi gli inglesi, chi i gesuiti. Noi abbiamo avuto i portoghesi e i cappuccini, i poveri di Europa, che dopo due settimane montavano come conigli, insabbiati nella brousse”.  
A ognuno il suo destino, cioè la sua storia. Poteva andare meglio.

Il Sud soffocato dall’evasione fiscale
“La regione in cui esiste la più potente organizzazione  criminale è la più povera d’Europa”, dice Carlo Borgomeo, presidente della Fondazione per il Sud, della Calabria. Non è vera l’una cosa né l’altra - lo stesso Borgomeo precisa che in fatto di povertà non si può sapere, di fatto, dato che l’economia della regione è prevalentemente in nero. Ma è vero che in Calabria non c’è nulla di meglio, da qualche anno, del volontariato – cooperative sociali, onlus, associazioni, eccetera. Che sono ottime cose ma non fanno sviluppo. La criminalità, più che potente e organizzata, è diffusa, debordante.
Confinante con la cosiddetta zona grigia. Il reddito di cittadinanza è per molti, da Pescara in giù, un buon stipendio. Senza bisogno di fare i lavori socialmente utili. Di fare finta. Non illegalmente.
Si collocano già in Campania e in Sicilia la metà dei percettori del Rei, il reddito di inclusione del governo Renzi, progenitore del reddito di cittadinanza che il governo ha ora messo in bilancio. Sono pochi soldi, fino a 187,5 euro al mese per una persona, fino a 540 euro per le famiglie con sei o più membri. L’importo medio mensile è di 305 euro a famiglia.
In totale saranno distribuiti quest’anno 2,5 miliardi. Però, non una piccola cifra. Che andrà per tre quarti al Sud. Il Rei va in piccola parte a residenti extracomunitari, il 10 per cento dei percettori, o a famiglie con disabili da accudire, il 18 per cento del totale. Il 72 per cento dei beneficiari, sette su dieci, risiede al Sud – il 51 per cento appunto in due sole regioni, Campania e Sicilia.

Milano
L’esercito svizzero si celebra dal 1512, “l’anno in cui conquistammo Milano”.
È vero, gli svizzeri tennero Milano per tre anni, - è l’“età dell’oro” dei proponenti, a Como e dintorni, del referendum per l’annessione della Lombardia alla Svizzera, ai soldi in banca cioè e alla neutralità. Ma pagarono anche loro caro la Lombardia: avevano preso Milano contro il re francese Luigi XII, ne furono scacciati dal successore di Luigi, Francesco I. Nella battaglia di Marignano, la “battaglia dei giganti”, lasciarono fra i 5 e i 13 mila morti.

L’esercito svizzero era il braccio operativo di una Lega Santa, promossa dal papa, Giulio II, con Venezia, gli Asburgo, Enrico VIII d’Inghilterra, Ferdinando II d’Aragona, e tenne Milano per conto degli Sforza. Nominandone duca l’imperatore Massimiliano d’Asburgo.

Sempre contro Roma, per non essere stata la capitale succedanea dell’impero – i Costantini, e poi Valentiniano, preferirono la vera tedesca Treviri. I milanesi furono i soli a schierarsi nel gennaio 1077 per l’imperatore tedesco Enrico IV - quello che poi andrà a Canossa - contro il papa, il grande riformatore (simonia, celibato dei preti, investiture ecclesiastiche, a partire dal papa) Gregorio VII.

Non c’è la diossina a Milano, questo sito opinava l’altra settimana, perché non si trova tra gli appaltatori dei rifiuti, che li bruciano invece di trattarli come da convenzione con i Comuni, un interesse mafioso – almeno un subappalto, o un sub-subappalto, anche di qualche lontano “cugino”, anche solo un omonimo. La città si protegge.

Meglio: non si fa nulla a Milano contro gli incendi dei rifiuti, appiccati dai gestori degli impianti per evitare trattamenti costosi. In attesa che si manifestino interessi mafiosi, o comunque attribuibili. Dobbiamo tifare mafia?

Ma ecco chiude il cerchio oggi sul “Corriere della sera” Milena Gabanelli come sempre apodittica, con i volenterosi esecutori Antonio Castaldo e  Paolo Foschi: “Al Nord roghi e costi dei rifiuti del Sud”. La mafia ancora non si trova, ma la breccia è aperta - leggere per orientarsi:

Quella dei rifiuti è in Lombardia un’industria come un’altra. Inquinante? Non sarebbe la prima volta: la Lombardia negli anni 1970 si prese tutte le industrie inquinanti che dovettero lasciare la Svizzera e la Germania. Non tutte, una buona parte. Fino a inquinare con gli sversamenti velenosi le falde acquifere, specie nelle zone risicole. Fino a Seveso. Gabanelli non condanna l’industria degli inceneritori, siamo sempre produttivisti, ma il fatto che lavorano anche per il Sud. Come se lavorassero gratis, per beneficenza.

Gattuso non ha perso molto col Milan. È appena quattro punti dietro l’altro club milanese, l’Inter. Di cui però si dicono meraviglie, anche se gioca male e malissimo – una vergogna col Barcellona. Ma paginate si scrivono da settimane che Gattuso è al capolinea, è alla frutta, non mangia il panettone. Solo perché è calabrese?

Gattuso l’avevano preso perché il Milan non aveva soldi, e lui costava meno di Montella. Ora il Milan si ritiene ricco, non ha preso Higuain?, anche se solo in prestito, e vuole sbarazzarsene. Il Milan ha ora una media di sessantamila spettatori a partita, contro i 45 mila di prima di Gattuso. Ma Gattuso è calabrese.

Sì comprano squadre di calcio per lucrare sui debiti – per prestare loro soldi a un buon rendimento. Era il caso del famoso Thohir, che non sapeva cosa fosse l’Inter, ma si faceva pagare dal club un comodo 8 per cento. E il caso del cinese Suning, che ora presta 230 milioni. Anche i Suning colgono l’opportunità con l’Inter.

I cronisti esaltano il comodo investimento, come impegno sportivo e anzi mecenatismo. Non solo quelli dell’Inter. Al Milan è la stessa cosa, anche se la proprietà, prima un cinese ora un fondo americano, è più sofisticata. Ma all’insaputa dei milanesi?

leuzzi@antiit.eu

Fratello Hitler, di Wagner – la barbarie è culturale


Il fondamento del nazismo è culturale. Il saggio che il germanista ceco naturalizzato americano, studioso di Goethe, Wagner, Thomas Mann, ha conferito al convegno dell’Istituto Italiano di Studi Germanici su “Wagner in Italia 1914-1945” è un convincente tracciamento della politicizzazione del giovane Hilter attraverso l’ascolto di Wagner, in un’aura estestizzante. A partire dal “Rienzi”.
Il saggio è un rifacimento di un precedente lavoro, 2009, “Wagnerian self-fashioning: the case of Adolf Hitler”. Vaget si colloca nella revisione in corso sulle origini e la natura del nazismo. Con cautela: la “scoperta” che Hitler non era antisemita prima del 1919 temperando col fatto che, negli anni di Vienna, 1908-1913, può avere assimilato l’antisemitismo ordinario nella capitale imperiale,  anche per impulso del suo popolarissimo sindaco, Karl Kueger, antisemita prima che ogni altra cosa, in carica dal 1897 al 1910. Un assorbimento tanto più ovvio in quanto Hitler fu autodidatta, lettore vorace e confuso, di arte e storia, le sue passioni – il “dilettante” di Stendhal, curioso e indifeso. Ma fa di questo humus culturale la radice e insieme il concime del nazismo, più dell’economia, la fame, l’umiliazione, in guerra e dopo. Nel segno di Wagner. 
Rienzi
Non fu Cesare né Masaniello, fu Cola di Rienzi, il tribuno populista romano, che ispirò Mussolini e Hitler. Per loro espliciti riferimenti. Di Mussolini al romanzo del popolarissimo Bulwer-Lytton (“era una notte buia e tempestosa” è suo ©). Di Hitler per l’opera che Wagner ne ricavò, da lui ascoltata quindicenne, la seconda volta che andava a teatro, che gli lasciò impressione durevole e decisiva. Nel 1939, ospite come sempre d’onore della famiglia Wagner a Bayreuth, dirà: “Tutto cominciò in quel momento”, all’ascolto del “Rienzi”.
Hitler, prima che al titolo di Führer aveva pensato a quello di Tribuno, e del “Rienzi” volle l’ouverture diffusa in apertura ai suoi comizi. Prima di Wagner Hitler non aveva idee, non ne manifestava. Dopo sì, dopo il “Rienzi”. Il personaggio e la musica avendo innescato il meccanismo del self-fashioning. Il meccanismo mentale, così definito dallo storico della cultura Greenspan nel 1980 (“Renaissance Self-Fashioning. From More to Shakespeare”) per cui si diventa quello che si immagina o si vorrebbe essere. È l’estetismo che solo può portare a estremi illimitati, spiega Vaget in apertura: “Nella mappa dell’estetismo non c’è un Rubicone morale”.
Con l’estetismo e con Wagner, in quella che viene chiamata la “svolta estetica” degli studi sull’hitlerismo, Vaget entra nel vuoto che si apre, dopo il rifiuto dei fattori “strutturali” (ex strutturali), in questi stessi studi. Di cui dà conto in sintesi col parere dell’ultimo biografo del Führer, Peter Longerich: “Oggi, contrariamente a quanto i più credono, il nazionalsocialismo non è per nulla un capitolo chiuso; non ci sono ancora interpretazioni definitive”. Della radice del male. Vaget propone la radice estetica: il sogno dell’arte, come quello che è disgiunto da ogni considerazione di morale. Un invaghimento, un invasamento. Sulla traccia aperta nel 2003 da Frederic Spott, “Hitler and the power of Aestetics”. Mentre è noto, dalle memorie di Speer e altri, il fascino che su Hitler esercitava l’architettura, quella militare, delle fortezze e i castelli, e qualla urbana, di rimodellamento delle città. Con Spott, e con Thomas Mann, con la sua prima intuizione di Hitler, il suo “fratello Hitler”, provando a spostare le origini del nazismo nella cultura. Non nell’economia, né nella politica, o in un’ideologia precisa, ma su un sostrato culturale. Quale emerge consistente dalle lettere, i discorsi, le abitudini e attitudini. Di una cultura “wagneriana”. Del Wagner pangermanista, illimitato.
È su Wagner che Hitler, un giovane come tanti altri, non particolarmente brillante ma nemmeno facinoroso, ha costruito il suo modello di vita. Per il meccanismo dell’automodellazione – self-fashioning. Del Wagner che, dopo il “Rienzi”, assorbì a Vienna, nei cinque anni che vi risiedette, a partire dal 1908. “Un Wagner molto diverso da quello degli amanti dell’opera a Parigi o a Londra”: tradizionalista, nazionalista, razzista. Cinque anni nei quali Wagner fu programmato ben 426 volte nella capitale austro-ungarica. Sede della prima importante Società wagneriana, il Wiener Akademischer Wagner-Verein, creato nel 1872 con lo scopo sociale di “liberare l’arte tedesca dall’adulterazione e la giudeizzazione”. Iperwagneriano era il genero del compositore, Houston Stewart Chamberain, lo scrittore antisemita, che visse a Vienna vent’anni, 1889-1908, molto in vista,  molto presente con discorsi e scritti. Nacque a Vienna il mito e il rito di Bayreuth.
Non c’è modo di misurare l’estetismo di Hitler, come di chiunque altro. Ma Vaget può ricordare che non ebbe altra vita. Dipingeva. Prese lezioni di dizione. E di recitazione. Viveva in un mondo wagneriano. L’ambasciatore francese François-Poncet, che fu a Berlino dal 1931 al 1938, lo ricorda immerso nel suo Wagner, al punto da credersi Lohengrin, Siegfried, Walther e Parsifal. Un “dilettante” e un “dandy – anche questo in linea con l’esperienza viennese, del gruppo letterario di quegli anni conosciuto come Jung Wien, Vienna giovane.
Gli eredi Wagner furono ferventi hitleriani, dopo una prima esitazione – dopo la guerra finanziavano Ludendorff. Già dal 1923 lo sostengono entusiasti, con lettere e finanziamenti. L’assunzione del patrocinio fu resa pubblica con due lettere di Chamberlain e una di Winifred Wagner, la moglie di Siegfried. Chamberlain lo nomina prima “Siegfried” poi “Parsifal” – nuovo re e leader della comunità del Graal. E gli prescrive l’antisemitismo – di cui Hitler subito dopo, in carcere per il fallito putsch, terrà ampio conto nella redazione del “Mein Kampf”. Winifred sarà invitata alla rifondazione del partito Nazista, finite la carcerazione di Hitler, il 25 febbraio 1925. Bayreuth sarà sempre patrocinata da Hitler.
“Nel suo Kulturrede del 1934”, ricorda Vaget, l’allocuzione culturale, “parlando dei grandi artisti come precursori del futuro, Hiter definisce i geni come incarnazioni dei più elevati valori del Volk e il suo proprio ruolo come quello di un educatore della nazione, che insegna ai Volksgenossen la riverenza a ogni manifestazione del genio. La nozione teologica di «incarnazione» porta pienamente alla luce il carattere del culto di Hitler per Wagner” che era stato “un potente corrente sotterranea  del culto”. Da qui anche il genocidio: “È perciò dall’intersezione fra le convinzioni estetiche e quelle razziali che emerge nella mente di Hitler la giustificazione per l’estrema barbarie del genocidio”. Che lo porterà a un doppio fallimento: “Il suo donchisciottesco sforzo di rifare la Germania a immagine della mitologia wagneriana era palesemente anacronistico, e condannato dall’inizio. Hitler ebbe poco sostegno su questo nei ranghi del Partito e di conseguenza non quella risonanza popolare che all’evidenza si attendeva”.
Già Thomas Mann era arrivato a questa conclusione. È la traccia del voluminoso “Doctor Faustus” già nel 1945, ”la malinconica meditazione sulla concatenazione della musica tedesca con la storia tedesca”, e “l’amara realtà che nel mondo moderno ha avuto il legame tra estetismo e inumanità”. Un romanzo che “ci impone di considerare la prova profondamente disturbante della prossimità tra estetismo e barbarie, e di ponderare”, con le parole di Thomas Mann, “«ognuno nel proprio intimo» i modi come «l’estetismo prepara la strada alla barbarie»”.   
 Hans Rudolf Vaget, Come Hitler divenne “Hitler”, Istituto Italiano di Studi Germanici

domenica 28 ottobre 2018

Il mondo com'è (357)

astolfo


Classe operaia – È ben più forte oggi di quanto sia mai stata. Pur in assenza di comunismo – la Cina può ancora dirsi comunista? E malgrado la crisi del 2008, la più grave che si ricordi, anche più del crac del 1929. Il mensile “Lotta Comunista la censisce con orgoglio, ma bisogna anche aggiungere che è una classe operaia senza, o quasi, sindacalismo – ha i sindacati, in Italia per esempio in gran numero, ma poca combattività e poca adesione. 
Scomparso Marx, anche nella forma addomesticata del tradeunionismo, del sindacalismo, la classe operaia dunque si moltiplica. Sarà stato l’effetto maggiore della globalizzazione, avere portato a reddito grandi masse ovunque nel mondo: stando ai dati dell’Ilo, International Labour Organization, il numero dei lavoratori salariati è raddoppiato in venticinque anni, da uno a due miliardi. Non per caso. “A grandi passi verso il miliardo di salariati”, ricorda il mensile di avere scritto a luglio del 1994. Quindi, un anno dopo, “un miliardo di salariati per il nuovo secolo”. Dieci anni fa, a giugno del 2008, “un miliardo e mezzo di salariati” veniva censito. Al 2020 i salariati sono dati in due miliardi – 1.980 milioni.
Le metà della popolazione mondiale è dunque salariata – due miliardi sono la metà della popolazione mondiale in età attiva.
L’aumento è stato di 360 milioni nel primo decennio, e di 280 nel secondo: un rallentamento dovuto agli effetti della crisi del 2008. “Con un tasso di crescita medio anno nettamente superiore a quello della popolazione (e addirittura quasi doppio nel 2000-2010)”.
Crescono i salariati in rapporto a tutta la popolazione in attività. Nel 2000 era nella condizione di salariato poco più della metà degli occupati, oggi la quota è al 60 per cento. In Cina e in India l’aumento della quota dei salariati è stato più ampio: dal 45 al 64 per cento, e dal 38 al 53.
Crescono i salariati, contrariamente all’impressione diffusa, anche in Europa e negli Stati Uniti, sempre nei primi venti anni. Di 30 milioni in Europa, di 20 in Nord America, di 4 in Oceania.
Si  muove anche l’Africa, che con 140 milioni di salariati al 2020 approssima la metà dell’occupazione salariata in Europa. Ma più di tutti si proletarizza l’Asia. Cina e India da sole coprono quasi i due quinti del lavoro salariato nel mondo, il 38 per cento, avendo mosso passi giganteschi negli ultimi decenni, quelli della globalizzazione. La Cina ha 483 milioni di occupati, più 162 dal 2000, l’India 275, più 127. Cresce anche il resto dell’Asia, con 432 milioni, più 170 dal 2000.

Cola di Rienzi – Fu Cola di Rienzo (Cola de Rienzi nel suo proprio detto), l’ispiratore di Mussolini e  Hitler, prima che derivassero alla guerra e allo sterminio. Il protopopulista, “l’ultimo dei tribuni del popolo” a suo dire. Idolo di Mussolini per sua reiterata ammissione, da lettore ammirato del romanzo di Bulwer-Lytton. Di Hitler nella ricostruzione che il germanista ceco-americano Hans Rudolf Vaget ne ha fatto a metà mese all’Istituto Italiano di Studi germanici – “Come Hitler divenne «Hitler»”.
L’accostamento non è nuovo. Fu operato già nel 1942, nel primo approccio filosofico al fascismo, da Frank Neumann, “Behemot, struttura e pratica del nazionalsocialismo”. Neumann identificava il prototipo del moderno fascismo non in Cesare, come avrebbe voluto Mussolini, ma in Cola di Rienzo. E, più in dettaglio e estensivamente, il nazismo delineava come un regime che si direbbe populista. Neumann, per questo osteggiato dopo la guerra in Italia e anche in Germania, per quanto di formazione marxista, per questa sua analisi controcorrente, metteva in rilievo nel nazismo, al fondo del terrorismo e del razzismo, una componente popolare molto vivace, mediata peraltro con la terminologia para-marxista, molti simboli socialisti, e una divisione costante fra plutocrati e proletari.  
Il futuro Führer, ricorda Vaget, fu condizionato molto giovane dalla figura del tribuno romano, la cui vicenda scoprì andando all’opera, ad ascoltare il “Rienzi” di Wagner. Aveva quindici anni, e il piglio tribunizio del personaggio, oltre che la musica, lo affascinò. “Cominciò in quel momento”, dirà nel 1939 a Bayreuth, ospite dei Wagner, della sua avventura politica. Lo ricorda il suo amico della prima giovinezza, August Kubizek, “The young Hitler I knew”. I suoi comizi vorrà preceduti dall’ouverture del “Rienzi”.
Otto Wagener, un architetto diventato familiare e consulente economico di Hitler, nei racconti degli incontri con Hitler (“Memoirs of a Confident”, pubblicate postume nel 1985, p. 217) ha una profusa conversazione sul “Rienzi”, attorno al 1933. Di cui Hitler avrebbe detto, del tribuno romano: “Quello mi piace proprio”.Wagener ribatte – nella sua memoria sorpreso e scettico - che Rienzi fallisce l’impresa politica e muore nell’incendio del Campidoglio che il popolo ha appiccato. Al che ricorda che Hitler ribatte spiegando che l’opera di Wagner gli aveva comunque insegnato una lezione, importante: Rienzi fallisce perché ha trascurato di crearsi strumenti di potere, e non ha eliminato i suoi nemici, i membri delle grandi famiglie romane.

Vaget trova altri effetti dell’opera “romana” di Wagner su Hitler. Come Rienzi, che non volle sposarsi perché, diceva, aveva preso Roma come moglie, Hitler fece e disse lo stesso. Nel testamento politico Hitler maledice la Germania per non essere stata all’altezza della grandezza che lui voleva per lei, come Rienzi morente aveva maledetto la volubile e degenerata Roma. Entrambi scelgono di morire nella sede del potere.

Terza guerra mondiale – È tema di fantapolitica, narrazioni ipotetiche. Dürrenmatt, “La guerra invernale nel Tibet”, la lega all’assenza di statualità, più che a un eccesso – non a un paese che ne aggredisce uno o più altri, per un disegno di conquista o anche solo di difesa, lo schema bellico classico. Allo Stato legando molte proprietà del mondo fisico. Tra esse l’entropia. “Il moto di un singolo atomo è imprevedibile”, spiega lo scrittore tourné scienziato, “prevedibili sono invece le stelle, in quanto istituzioni di atomi”. Istituzioni che “di necessità deformano gli atomi”. Lo stesso con gli uomini: “Allo stesso modo le istituzioni degli uomini deformano gli uomini. Lo Stato è un’istituzione degli uomini”. Che però è in grado di deformare ma non di decidere. La terza guerra mondiale “non è dovuta alla mancanza di un governo in grado di impedirla”, ma al fatto che un governo non c’era.
È una guerra di distruzione naturalmente, in cui si perde la cognizione di Amico\Nemico, tutti essendo nemici, comunque da distruggere.

astolfo@antiit.eu

A.Christie tradita

“Ordeal by innocence”, uno dei suoi ultimi libri, tradotto come “Le due verità”, Agatha Christie diceva il suo preferito. Una vendetta tardiva del vecchio tradimento coniugale di cui era sata vittima? Ma anche per meriti suoi, del racconto, che è, benché senza il Risolutore, né Poirot  né Miss Marple, il più “christiano”: dialogato, deduttivo, induttivo, logico. Anche se duro, quasi noir, e non divagante e divetito, da gioco intellettuale. Così era nella prima  e più famosa trasposizione, “Prova d’innocenza”, di Desmond Davis, 1985, con molti attori famosi, Faye Dunaway, Donald Sutherland, Christopher Plummer. In questa edizione Bbc A. Christie è pretesto a immagini ansiogene, la suspense si cerca con le luci e il montaggio, invece che con i dialoghi. I famosi dialoghi ci sono ma non hanno mordente. I continui rovesciamenti di verità – il procedimento “christiano” - vengono annacquati, passano inavvertiti. Le caratterizzazioni sono vaghe, benché il film ricavato dalla miniserie duri tre ore, e il finale non c’è, catartico, come è necessario nei gialli.
Il tema è ora corrente, dei parenti serpenti – ma già all’epoca non nuovo, Mauriac l’aveva inaugurato con “Nido di vipere” venti anni prima. Una coppia di nobilastri ricchi, lui suadente, persuasivo, lei materna benché aggressiva, che non avendo figli ne adottano sei. Quando lei muore assassinata, la colpa se ne fa risalire al più piccolo dei “fratelli”. Che muore in prigione. Questa seconda fine risveglia la memoria di un dottore, che ricorda di avere dato un passaggio al giovane, bisognoso di cure in ospedale, la notte dell’assassinio, la vigilia di Natale.
Sandra Goldbacher, Le due verità