martedì 26 maggio 2026
O Babele o la Città di Dio
“La magnifica
umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare
una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e lʼumanità abitano
insieme”. La torre di Babele o la città di Dio, va subito al punto il papa venuto
da Chicago. L’alternativa naturalmente è sempre quella, tra il bene e il male,
ma nella specie attuale, “Sulla condizione della persona umana nel tempo dell’intelligenza
artificiale”, come la sua enciclica recita nel sottotitolo (un tempo si sarebbe
detto “persona” e basta, ma papa Prevost non si vuole “scorretto”, sa di stare
sui cocci a molti).
47 fittissime pagine,
corredate di 224 note. Per la sua prima enciclica il papa rinnova la “Rerum
novarum”, di cui ricorre il 135mo anniversario, di papa Leone XIII, di cui ha
voluto dirsi seguace, della Chiesa nel mondo. Impegnato a capire. Nella convinzione
che, se Cristo è Via, Verità e Vita, il mondo non può tradire.
Un papato felicemente
proiettato all’esterno delle Mura. Dal
grido per la pace all’impegno per individuare il bene e indirizzarvi il mondo. Il
nuovo Leviatano è l’Intelligenza Artificiale? È sempre minima la distanza fra il
diabolico e l’angelico.
Leone XIV, Magnifica Humanitas, in libera lettura online
lunedì 25 maggio 2026
Il mondo com'è (497)
astolfo
Paolo De Flotte – Un vandeano
divenuto garibaldino: “Fine moduloDe
Flotte, nobile figlio della Francia, era uno di quegli esseri prediletti, che
un solo Paese non ha diritto di appropriarsi”, lo celebra Garibaldi nel “Discorso
funebre per il garibaldino francese Paul De Flotte”. Nobile, esploratore, inventore,
ufficiale di Marina, morto a 43 anni a Solano, alle pendici dell’Aspromonte, in
uno scontro con la Guardia borbonica, dopo aver tentato di creare una testa di
ponte per i Mille nel continente, a Favazzina, presso Scilla.
Era di famiglia
bretone nobile, e vandeana, di militanti per tutto il corso della Rivoluzione tra gli
Chouan cattolici e reazionari, contrari alla leva obbligatoria. Era
entrato in Marina perché il nonno era stato ammiraglio, alla Restaurazione dopo
la caduta di Napoleone.
Aveva riunito a
Palermo, dopo l’entrata dei Mille, un gruppo di agitatori francesi. Che Alexandre
Dumas finanziava e anche organizzava – provvedendo al vettovagliamento e anche all’armamento.
Flavio Mitridate – “Quella
fioritura improvvisa e sorprendente” degli studi cristiani sulla Cabbala, annota
Saverio Campanini, lo specialista di lingua e letteratura ebraica a Bologna, presentando
Gershom Scholem, “Cabbalisti cristiani” (p. 136), quella fioritura in ambito cristiano
nel Cinquecento, dopo le “900 Tesi” di Pico della Mirandola (da lui preparate a
Roma nel 1486, per un congresso filosofico universale che poi non si tenne),
“doveva moltissimo all’opera abbastanza oscura di un ebreo convertito, il siciliano
Flavio Mitridate”. Di cui “oggi sappiamo molto più di quanto ne sapesse Scholem
sulla personalità e le molteplici reincarnazioni dell’ebreo Shmuel ben Nissim
Abulfarag, alias Raimondo Moncada, meglio noto sotto il nom de plume di
Flavio Mitridate”. Se non che, a fronte di altri convertiti, a Scholem “parve
che Mitridate non avesse falsificato i testi che doveva tradurre in latino, o
aggiungendovi interpretazioni o interpolazioni cristiane” – “in Spagna operava una
vera e propria fabbrica di falsi, gestita, guarda caso, da ebrei convertiti”.
Detto anche “di
Girgenti”, essendo nato a Caltabellotta, Moncada conte di Paternò è il cognome
del padrino di battesimo di “Flavio Mitridate”. Segnalato a 25 anni ancora
all’università di Messina. Poi a Napoli.
E nel 1477 a Roma, invitato e protetto dal cardinale Cybo – poi papa Innocenzo
VIII. L’anno dopo era a Tubinga (si ricorderà suo allievo a Tubinga il teologo
svedese Summerhart). Poi sarà di nuovo a Roma, professore di teologia alla Sapienza,
dal 1482. Dove progetta la traduzione in più lingue del “Corano”, sull’esempio
della “Bibbia poliglotta” – lasciandone brani di traduzione in latino. Era
un’autorità, oltre che della Cabbala, dell’arabo e dell’ebraico, nonché dell’aramaico.
Due anni più tardi
risulta chiamato da Marsilio Ficino a Perugia. Nel 1489 figura professore a
Viterbo, alla corte di Alessandro Farnese. E nello stesso anno dichiarato anche in
arresto, per un reato non specificato, a Roma, privato dei benefici papali, e
ostracizzato. Si reca dapprima a Colonia, dove nel 1484 aveva fatto pubblicare
il trattatello “Dieta septem sapientium”. Quindi a Lovanio. In entrambe le
città insegnò. A Lovanio ebbe allievi poi illustri: Giovanni Agricola, che sarà influente
teologo, e Johannes Reuchlin, il filosofo tedesco che molto mediò l’ebraismo e
la Cabbala.
Le notizie su di
lui si perdono dopo il 1489 – qualche anno dopo, il 31 marzo 1492, i re di
Spagna decreteranno l’espulsione degli ebrei.
Come già sapeva
Scholem, le “Tesi” di Pico della Mirandola dovevano molto alla mediazione di
Flavio Mitridate. Che attraverso Pico influenzò anche, con le sue traduzioni e
le testimonianze, la cultura fiorentina – tracce ne sono state individuate
anche nell’opera di Marsilio Ficino.
Manoscritti di sue
traduzioni e interpretazioni, in latino e in ebraico, redatte per Pico
si trovano negli archivi Vaticani.
Mégève – “Megève
significa Cattivo Ebreo”, Malaparte si fa dire da un dottor Picaud, alla cena
al Rotary Club di Chamonix, il 4 marzo 1948, annotando l’etimologia nel suo “Giornale
di uno straniero a Parigi”, p.106: “Mi dice che le valli attorno al Monte Bianco
hanno subito, nel XIImo secolo, un’invasione di ebrei”. E gli fa anche dire,
non correlato con “l’invasione degli ebrei” ma subito dopo: “Guardiamo il Monte
Bianco come se guardassimo un morto, un cadavere. Solo un medico, abituato a
vedere i morti, può capire il Monte Bianco, le montagne. È un cadavere”.
Il dottor Picaud Malaparte introduce tra i tanti altri commensali alla cena
del Rotary, senza più. Lo nomina più volte, ma senza qualificarlo.
Gli ebrei nell’Alta Savoia e nelle Alpi Marittime, i dipartimenti sud-orientali
della Francia, in prossimità dell’Italia, fanno l’oggetto di molti studi, e di (almeno)
uno studio dettagliato degli anni che potevano avere interessato l’interlocutore
di Malaparte, i 1940. Soprattutto in quelli dell’occupazione italiana di quella
parte della Francia, 1940-43, fino all’8 settembre (uno dei tanti è
https://www.researchgate.net/publication/30455230_Les_politiques_antisemites_dans_les_Alpes-Maritimes_de_1938_a_1944).
Il regime di Vichy, che governava buona parte della Francia, tentò di applicare
la normativa e la pratica antiebraiche della Germania nazista. Ma non ci riuscì
in Savoia e nelle Alpi Marittime, regioni occupate dall’Italia dopo il 10
giugno 1940, dopo l’entrata in guerra. Che divennero invece un rifugio e un
polo d’attrazione per gli ebrei delle altre zone della Francia, dato che
Mussolini non volle applicate (in Francia come in Grecia e in Jugoslavia) le
cacce tedesche all’ebreo. Questo fino all’8 settembre 1943, quado la Germania
subentrò all’Italia nel controllo di quelle aree, che quindi finirono per
essere una trappola.
Chie era il dr. Picaud di Malaparte a Chamonix, stizzoso antisemita? Un
dr. Picaud è negli annali. A Cannes, sempre Alpes Maritimes, di cui fu pure sindaco
per qualche mese dopo la Liberazione, che lo onora di un viale, Avenue Docteur
Raymond Picaud, e di qualche targa. Medico dei poveri. Un repubblicano e democratico
anti-tedesco, fino a dirsi “comunista” in guerra. Morto di 68 anni nel 1950.
È il dr. Picaud medico dei poveri l’antisemita di Malaparte? Sarebbe la copia
di Céline - con in più il viale dedicato: medico dei poveri, anarcoide proletarista e antisemita.
Pons de Verdun – “Giurista e
poeta nella Rivoluzione” lo consacrano gli storici. Il traditore per eccellenza
lo vuole Chateaubriand nelle “Memorie”, IX, cap. XVI. I repertori sono apprezzativi:
un letterato, poi avvocato, quindi personalità cospicua nella Rivoluzione.
Philippe-Laurent Pons, detto Pons de Verdun. Chateaubriand lo ricorda in altro
modo: “L’istigatore del massacro delle ragazze di Verdun fu il poetastro
regicida Pons de Verdun, accanito contro la sua città natale”- uno dei pilastri
del parigino “Almanacco delle Muse”: “Ciò che l’«Almanacco dele Muse» ha
fornito di agenti del Terrore è incredibile; la vanità delle mediocrità in sofferenza produsse altrettanti rivoluzionari quanto l’orgoglio
ferito degli storpi e degli omuncoli: rivolta analoga delle infermità dello spirito
e di quelle del corpo”.
Avvocaticchio e poetastro
come lo vuole Chateaubriand, Pons fece carriera nell’apparato giudiziario della
Rivoluzione. E subito poi in quello politico. Deputato della Montagna (i radicali)
per il dipartimento della Meuse, fu il solo della delegazione dipartimentale,
uno su otto, a votare la decapitazione del re. E, successivamente, a votare
contro la messa in stato d’accusa di Marat. Nel 1795 s’illustra – nelle biografie
conciliatorie - per richiedere, e ottenere, la grazia per le donne incinte in
attesa della ghigliottina. Diventa poi napoleonico, per tutti i 17 o 18 anni
dell’ascesa imperiale. Proscritto alla Restaurazione, riesce a recuperare i titoli
e anche i beni.
L’“Almanach des
Muses” fu una pubblicazione letteraria annuale (17655-1833), famosa per i molti
contributi di Voltaire, con una pletora di nomi dimenticati.
Il martirio delle “Vergini
di Verdun”, la città natale di Pons, di cui Chateaubriand l’accusa, è il ghigliottinaggio
nel 1794 di 35 fra donne sposate e ragazze di Verdun, colpevoli di avere offerto
fiori e confetti nel 1792 alle truppe prussiane, nelle guerre con
la Fancia. Il fatto è così sintetizzabile. Nel 1792, nella guerra contro l’Austria
e la Prussia, l’esercito prussiano, comandato dal duca di Brunswick, aveva
posto nel mese di agosto l’assedio a Verdun. Il consiglio comunale dopo qualche
giorno decise di lasciare la città. Per evitare il saccheggio, le “buone donne”
pensarono d’ingraziarsi gli assedianti.
Un corteo fu organizzato, per offrire agli assedianti fiori e mandorle zuccherate.
Guidato da una Baronessa de la Lance, fu formato da signore tra i quaranta e i
sessanta anni, accompagnate da alcune giovani ragazze.
La battaglia di
Valmy, il 20 settembre, la prima vittoria della Francia rivoluzionaria contro
la Prima coalizione, poi decise anche le sorti di Verdun, che fu ripresa dai francesi
il mese successivo.
astolfo@antiit.eu
La storia d’amore (un po’ censurata) che vinse la mafia
Una storia d’amore.
Di due adulti, reduci da unioni non soddisfacenti: i giudici Giovanni Falcone e
Francesca Morvillo. Di cui già sappiamo la conclusione, poiché saranno vittime
di un attentato mafioso, ma del genere militare. Una storia tenera dapprima, ma
senza le smancerie di rito – forse con lei troppo giovane. Poi incalzante. In
un’epoca, non molti anni fa, in cui si uccidevano uno dopo l’altro commissari
di Polizia e magistrati, Cassarà, Giuliano, Terranova, E se ne sa, gli stessi
magistrati lo apprendono dal telegiornale: nessuna rete protettiva, perlomeno informativa.
Poi viene il pool antimafia, un primo raccordo. E il successo in
Tribunale contro gli intoccabili del crimine. Infine, la vendetta – ma non la
vittoria.
È difficile drammatizzare
cose arcinote, già tema di molti racconti. La collaborazione alla sceneggiatura
di Felice Cavallaro assicura un ottimo equilibrio, senza le facili generalizzazioni
postume, e quindi un senso di freschezza. Con una sola concessione all’enfasi:
di Paolo Borsellino avvicinato a Falcone dall’infanzia, una comunanza rionale –
genere “Amica geniale”. Mentre erano due mondi diversi e anche distanti. E una mancanza
– probabilmente non di Cavallaro, che della cosa ha certamente memoria storica:
la lunga, assidui e grave campagna di delegittimazione di Falcone condotta dalla
sinistra del compromesso storico contro Falcone – che pure sarebbe stata ottimo
ingrediente per il dramma (anche criterio storico di valutazione dell’antimafia,
e per opposto del sacrifico personale di Francesca e Giovanni). Condotta da
Leoluca Orlando e Alfredo Galasso, allora animatori della Rete, una Dc di sinistra,
dai microfoni di Santoro alla Rai, non contradetti, per i quali Falcone era un
mafioso in petto, non processando Andreotti. E del Pci, politicamente già
disfatto dal 1989, ma sempre settario e monolitico, con la copertura di “Repubblica”
e “Corriere della sera”, i giornali sostenitori, contro la candidatura di
Falcone alla Procura Antimafia, da lui stesso proposta e istituita, con accuse sempre
loffie. Una delegittimazione che ha un nome preciso nel gergo, anche se inglese,
nel gergo mafioso: to single out, mettere nel mirino. Il sacrificio di Giovanni
e Francesca - e poi di Paolo – e dei tanti uomini della loro protezione, era proprio
necessario per procedere finalmente contro la mafia?
Simona Izzo-Ricky
Tognazzi, Francesca e Giovanni - Una storia d’amore e di mafia, Sky Cinema,
Now
domenica 24 maggio 2026
Una guerra a perdere
Non hanno fatto un deserto e lo chiamano pace. Semplicemente, hanno rimesso in piedi un regime traballante. Uccidendone alcune migliaia di cittadini incolpevoli. Hanno mostrato i limiti della loro superiorità e albagia. Hanno creato il caos nei rifornimenti energetici. E probabilmente, anzi sicuramente, tra le monarchie del Golfo, già solide, e ora insonni.
L’America, non solo Trump, non esce bene da Hormuz, la catena di comando, il deep state. Che si è lasciato trascinare dal levantinismo. Prestandosi a fare quello che Israele vuole fare, disorganizzare il Medio Oriente – l’Israele di Netanyahu, ma non ce n’è un altro da un quarto di secolo ormai. Che poteva anche passare per un atto di realpolitik – provare o accettare le cose come vanno senza attenersi a strategie e programmi – ma si è rivelato al terzo o quarto giorno, esauriti i bombardamenti, un miraggio. Disorganizzare il Medio Oriente è un gioco a cui gli ayatollah sono imbattibili.
All’iniziale sorpresa si poteva anche pensare, per dare un filo all’insensatezza, che l’obiettivo fosse il Resto del Mondo: America First come una scrollatina al mondo. In parte lo è stata, ma a beneficio di pochi, seppure potenti – l’industria americana dell’energia. Però a carico anche dell’America, sia la spesa che l’economia, e presto probabilmente la politica. Con i rincari su tutto per tutti, una minaccia d’inflazione che manterrà alto il costo del denaro (investimenti), e uno scadimento della fiducia dell’elettorato. Con quanto ciò potrà significare per Trump e i suoi, e per il “sistema” democratico.
La normalità distrugge
La rivolta femminile
fatta in cucina – il tema è quello del racconto-romanzo della Nobel coreana Han
Kang, dallo stesso titolo (quello che l’ha fatta conoscere a tutto il mondo e
ai giurati scandinavi). La casalinga buonannulla che scopre quanto sia turpe e
deleteria l’alimentazione carnivora, svuota il freezer di ogni traccia animale,
e si lancia in una nuova vita.
La riduzione
teatrale di Deflorian e Francesca Marciano presenta l’eroina in controluce: non
parla, viene parlata. Dal marito dapprima, mediocre e sprezzante, “mia moglie è
del tutto insignificante”, e poi alla svolta, che si limita a un “ho fatto un
sogno”, dai familiari, la sorella, il cognato, e dalle istituzioni, psichiatriche.
Su una scena vuota e grigia i quattro personaggi, tre più uno in realtà, la “vegetariana”,
si alternano a illustrare il fenomeno moglie-sorella, nella sua nullità, e nella
folle velleità di rifare il mondo. Tranquillamente, nel mezzo del dramma, come
se fosse un caso da curare-reprimere, con saggezza anche se non con tatto. Nello
sgranarsi della giornata normale, rutiniero: il letto, sul quale dormire, fare
l’amore, svegliarsi, e poi apparecchiare, sparecchiare, portare giù la differenziata,
e rassettare, s’immagina, lavare, stirare. La normalità fatta inanimata, e
quindi sordida. Naturalmente “ben ragionata”, ogni tanto uno dei tre affettuosi
carnefici si sbraccia a dire e difendere il perché e il come. La distruttività
della “normalità”, delle buone ragioni.
La “normalità” è
distruttiva – può esserlo. Nulla di nuovo, o di rivoluzionario. In teatro resta
una sfida. Deflorian vi si esercita come in una sfida doppia, anche a se stessa
– il testo di Han Kang è un pretesto. Per una sorta di teatro parlato del silenzio.
Ossimoro ora comune e diffuso, una tentazione, ma – per questo? – poco rappresentabile.
Deflorian ne fa un dramma della presenza-assenza. Di una rivoluzione che si
impone col meccanismo (rifiuto, diniego, cancellazione) della negazione.
Un’idea semplice.
Per uno spettacolo ambizioso: di contenuti netti (messaggio) nella figurazione
e non nella parola. La recitazione senza dizione Deflorian (La Fabbrica dell’Attore)
vuole anche svelta e sottovoce, un mormorio. Per un dramma sdrammatizzato. come
una sagra del buonsenso, dei vari buonismi, solleciti e sordi, deleteri, in una
serie di monologhi.
Un’esercitazione
beckettiana, i dialoghi tra sordi. Nella quale si esercitano la giovane Monica
Piseddu, per lo più nuda, quando avvia la sua muta rivoluzione, con la stessa
Deflorian, Paolo Musio e Gabriele Portoghese. Per un pubblico numeroso e
corrivo ma perplesso. L’abitudine al teatro resta forte, ma l’innovazione, piccola
o grande che sia, va spiegata, con presentazioni (anche se i media non si
prestano più), programmi di sala, pure minimi, note di regia, interpreti a tre dimensioni, fuori
dall’anonimato.
Daria Deflorian, La
vegetariana, Teatro Vascello, Roma
sabato 23 maggio 2026
Secondi pensieri - 584
zeulig
America – È una repubblica presidenziale? Si è portati a crederlo, almeno da un secolo
a questa parte, dai poteri straordinari assunti dalla presidenza F.D
.Roosevelt, passando poi per la decisione del presidente Truman per l’uso dell’atomica,
per la politica destra di Kennedy (Cuba, Vietnam, crisi dei missili), e ora
Trump. Con quattro insorgenze parlamentari in 250 anni di indipendenza, contro presidenti in carica, Andrew Johnson,
Nixon, Clinton, Trump, fallite eccetto che nel caso di
Nixon, più giudiziario che politico.
Hannah Arendt nel 1973, nel corso di un’intervista molto ragionata con la
televisione francese, ne individuava il motivo nella Costituzione: “Lo scandalo
Watergate ha rivelato una delle più profonde crisi costituzionali che l'America
abbia mai conosciuto. Questa crisi costituzionale rappresenta, per la prima
volta negli Stati Uniti, un conflitto aperto tra il potere legislativo e quello
esecutivo. In questo caso, la Costituzione stessa ne è in parte responsabile.
“I Padri Fondatori
non credevano che la tirannia potesse scaturire dal potere esecutivo, perché lo
consideravano nient'altro che la semplice esecuzione, in varie forme, di quanto
deciso dal potere legislativo; mi fermo qui. Oggi sappiamo che il pericolo maggiore
di tirannia proviene proprio dal potere esecutivo.
“Ma se prendiamo
alla lettera lo spirito della Costituzione, cosa pensavano i Padri Fondatori?
Credevano di essersi prima liberati dal dominio della maggioranza, ed è per
questo che sarebbe un grave errore pensare che ciò che abbiamo sia una
democrazia. Un errore che molti americani condividono. Quello che abbiamo qui è
un sistema repubblicano. I Padri Fondatori erano principalmente preoccupati di
preservare i diritti delle minoranze perché credevano che in un organo politico
sano debba esserci una pluralità di opinioni”.
Eguaglianza – “L’esperienza
quotidiana fa riconoscere che i francesi vanno istintivamente al potere; non
amano affatto la libertà; l’eguaglianza sola è il loro idolo”, Chateaubriand, “Memorie
d’oltretomba”, XXIV, VI. Per poi concludere: “Ora, l’uguaglianza e il
dispotismo hanno dei legami segreti”.
Fuori dal programma politico, l’uguaglianza è uno dei motori
dell’ascesa sociale, ma per essere il motore dell’invidia sociale.
Emozioni – Italo Calvino fa professione e proposito di rifuggirne, in un articolo, “Del mantenere la calma”, pubblicato sul “Corriere della sera” il 13 giugno 1976, nel pieno del terrorismo, a Genova e altrove (ora nella raccolta “Saggi (1945-1985”, Meridiani Mondadori, vol. II, pp. 279-284): “Sono sempre stato convinto che dall’emotività non può nascere niente di buono, in nessun caso”. Appaiandola di fatto all’ansia. Ha appena spiegato infatti l’abitudine, quando compra il giornale la mattina, “di saltare le prime pagine coi grossi titoli”, per non reiterare la tensione creata la sera precedente dai telegiornali, che rovina il sonno e i sogni. Facendo proprio, “meccanicamente… quel dispositivo mentale di difesa dall’emotività che ogni individuo possiede per propria salvaguardia interiore”, mettendolo “in funzione ogni volta che qualcuno, noto o ignoto, vuole impormi uno stato d’animo emotivo con un fatto creato espressamente, a freddo”. Ma, facendo la tara delle aggressioni, anche simpatetiche, anche domestiche, non confonde le emozioni con l’ansia? Come ha “creato”, senza emozioni? Come si è innamorato? Come ha coltivato tante amicizie? Lui come ogni altro – lui in particolare, che da redattore di Einaudi era così attento agli autori, al lavoro degli altri, anche sconosciuti?
Sapere - e anche
un po’ volere - di non avere emozioni è oggi un programma informatico, detto
Intelligenza Artificiale.
Libertà - “Soltanto i popoli la cui intelligenza non è molto sviluppata sono liberi”, argomenta lo scrittore Malaparte nel suo “Giornale di uno straniero a Parigi”, alla data Ottobre 1948. Per paradosso ma non del tutto: “Quella di libertà è un’idea primordiale, un’idea molto semplice. È l’intelligenza che corrompe questa idea primordiale”.
Il ragionamento fa continuare aggiungendo: “La stoltezza di
un popolo è la migliore garanzia della sua libertà”. Da un inglese si fa
obiettare: “Noialtri inglesi non siamo degli stolti. Eppure siamo liberi”. Per
concludete: “Voi avete speso, sperperato tutta la vostra stoltezza per
diventare liberi. E adesso sperperate tutta la vostra intelligenza per perdere
la libertà”.
Tribalismo – Il presidente kenyano Ruto in Italia, conversando con i kenyani qui espatriati,
ha fatto dello spirito sui nigeriani,
dicendo che parlano un inglese che ha bisogno dell’interprete. Una battuta, per
dire che gli africani sono tutti “africani”, cioè neri, ma ognuno è diverso. Senza
conseguenze, non tra Kenya e Nigeria. Ma la BBC ne ha fatto un caso di persistente
tribalismo – come dire: l’africa è sempre Africa.
In effetti, del tribalismo si tace, una
forma di politicamente corretto. Le ultime indagini risalgono agli anni 1960,
di Colin Turnbull sul “Popolo della Montagna”, la tribù degli Ik, alla frontiera
tra Uganda, Sudan e Kenya, che si lasciava morire. Ma con molti casi di fatto, che tendono difficile
evitare la categoria antropologica. Il massacro degli Hutu in Ruanda nel 1994.
Molta politica israeliana oggi, e la stessa Costituzione. Così come le tensioni e le guerre fra la Russia e i suoi vicini, Georgia, Baltici, Ucraina, che considerano allogeni i russi, anche se da tempo nazionalizzati, nei tre secoli di impero russo, zarista e ooi sovietico. O proprio la Nigeria, fra i
tanti Paesi ancora tribali, dove il Nord si vuole islamico, anche con la forza
(il terrorismo), il Sud-Est si è voluto cristiano, con l’esperienza, e la
guerra, del Biafra, e gran parte del Paese si professa animista. O il Mali,
dove una guerra tribale, dei Tuareg contro tutti, è in corso da molti anni. Così come nel
Sud Sudan. Persistenti peraltro le divisioni tribali sono nel mondo arabo, compreso
il Nord Africa. In Libia, e ora anche in Algeria, dove è riemersa la divisione
tra arabi e berberi. Tribale è la “costituzione materiale” dell’Iraq. E ancora
di più dell’Arabia Saudita, un reame di 50 milioni di abitanti che si basa unicamente
su accordi matrimoniali tribali, del fondatore Abdelaziz e dei suoi figli, che
si sono succeduti alla guida del regno fino al re in carica, Salman.
La transizione è inefficiente
Investimenti ingenti nelle fonti di energia rinnovabili hanno dato risultati esigui. L'agenzia Internazionale dell'energia, Aie, calcola gli investimenti in rinnovabili nel decennio 2015-2024 in 14,5 miliardi di dollari, e quelli in combustibili fossili in 11,8 miliardi. Ma la quota delle fonti fossili sul totale dell'energia prodotta è scesa solo di due punti, dall'83 all'81 per cento - in un arco di tempo più che raddoppiato, a partire dal 1990. Mentre nello stesso periodo la quota delle fonti alternative è cresciuta di quasi niente, dallo 0,1 al 2,4 per cento.
La poca produttività delle fonti alternative è legata al fattore capacità degli impianti. Ossia al rapporto fra l'energia prodotta da un impianto in un certo tempo e quella che avrebbe prodotto a ciclo continuo. Solare ed eolico scontano la discontinuità di funzionamento-produzione.
La Germania che non passa
“Vuoto politico” e
“generale corruzione della vita pubblica” sono la conclusione. “In nessun altro
luogo questo incubo di distruzione e dolore è meno sentito e meno discusso che
nella Germania stessa” è l’inizio – “questo incubo di distruzione e orrore” è
il nazismo, la guerra, i lager, lo sterminio.
Hannah Arendt nel
dopoguerra tornò più volte n Germania, il tedesco celebrando come “lingua
materna”. Per i motivi più vari: per ricostituire il patrimonio colturale
ebraico, per ritrovare il suo vecchio amante Heidegger, sempre amato, per
tenere conferenze, per ricevere riconoscimenti e premi. Ma non senza un certo
malessere. Che in questo saggio, che pubblicò nel 1950 sulla rivista fondata
nel 1945 dall’American Jewish Committee, e diretta da Elliott Cohen, esterna
con piglio inconsuetamente radicale: “Questa generale mancanza di emozioni, o
perlomeno questa apparente insensibilità, a volte mascherata da un
sentimentalismo a buon mercato, è solo il sintomo esteriore più evidente di un
rifiuto radicato, ostinato e a tratti vizioso di affrontare e accettare ciò che
è realmente accaduto”.
L’atto d’accusa
non conclude ma apre il saggio, sotto la forma dell’abstract, la
sintesi, come è d’uso nella pubblicistica accademica. “L’indifferenza, e
l’irritazione che ne consegue quando viene messa in discussione” la
indispettiscono più che impietosirla. Trovandole, alla fine di varie
supposizioni e deduzioni, solo “una fuga
dalla realtà”. Forse non voluta, forse caratteriale, ma allora peggio. Tra
“vittimismo” e “generalizzazioni prive di senso” (“ah, ma allora i comunisti,
ma allora…”). Salva Berlino. Benché sia, di tutta la Germania, la parte che
continua a “perdere la guerra”, occupata a metà dai russi comunisti.
A volte però l’ira
cede il passo alla scienziata politica. La Germania non si è rigenerata a causa
della “denazificazione”, che deve di per
sé essere lacunosa, e consolatoria (“ricostituente” – “l’unica alternativa al
programma di denazificazione sarebbe stata la rivoluzione”. E la ricostruzione
è stata demandata alle forze economiche, le stesse di prima – “il potere
restituito agli industriali è persino svincolato dai tenui controlli che
esistevano nella Repubblica di Weimar”, prima di Hitler. Una critica analoga a
quelle in Italia sulla defascistizzazione, con l’amnistia.
Il sindacato è
debole. I partiti socialisti tedeschi “hanno una tragica storia”. Le università
sono sovraffollate – da giovani che non trovano altro sfogo. Perfino il
federalismo è sbagliato – la costituzione federale che la nuova Germania si è
data, sull’esempio del federalismo americano: “Il fallimento dei Länder
autonomi è ormai quasi un dato di fatto” – troppa indipedenza, a nessun fine.
Ma non senza, anche qui, una zampata d’autore: “Gli unici legami concreti tra
Bonn – la vecchia capitale provvisoria, n.d.r. – e i governi dei Länder sono
gli apparati di partito”.
Uno sguardo sulla
Germania realistico, non oleografico e ammirativo come è l’uso (perlomeno in
Italia). Datato ma, a leggerlo, non del tutto: non i fatti naturalmente,
soprattutto non “l’elaborazione della Colpa”, come dopo la guerra si imponeva,
ma quella sorta di psicologia nazionale che ad Arendt dava fastidio nel 1950 è
ancora viva e vegeta. Il “non sapere”, “non vedere”, mentre invece tutti
vedevano e sapevano, e denunciavano. Un saggio vecchio, ma sulla Germania che
non passa.
Hannah Arendt, The
Aftermath of Nazi Rule: Report from Germany, “Commentary”, ottobre 1950,
free online, leggibile in italiano, Le conseguenze del regime nazista: un
rapporto dalla Germania).
venerdì 22 maggio 2026
Se Israele fa senso
Fa senso vedere in Israele dei fascisti
al potere, Smotrich, Ben-Gvyr, la torva Miri Regev. Fascisti dichiarati ed eletti,
cioè in regime democratico e non dittatoriale. E impuniti: la costituzione e le
leggi israeliane non hanno limiti contro il fascismo?
Fascisti parte di coalizioni con altri partiti.
Quindi in contiguità con molta politica israeliana, tanta da fare maggioranza
in Parlamento. Gente peraltro di nessun merito, in incarichi di rango: Smotrich
alle Finanze, Ben-Gvir alla Sicurezza, Regev ai Trasporti. Tre di cui nulla si sa,
del cursus honorum politico, se non che Ben-Gvir è stato processato
per l’assassinio di Yitzak Shamir, il primo ministro della pace – “sono stato
processato 53 volte”, vanta avvocatescamente Ben-Gvir, da avvocato qual è, ma
fu diciottenne rifiutato alla leva perché fascista e razzista.
Fa senso vedere l’esercito, di leva, ragazze
incluse, in funzione di polizia. Nelle quali si esercita con violenza, da
sbirri, senza rispetto delle regole.
Fa senso anche la giustificazione che
si porta: Israele è in guerra. Israele è sempre in guerra. In una guerra che
Israele vuole. Avendo sabotato almeno due accordi di pace.
Il marchio Elkann, perdite sicure
Exor in rosso di 3 miliardi, una finanziaria di investimenti finanziari
e non produttivi, redditizi, fuori cioè dalle remore le oscillazioni del mercato,
può destare meraviglia. Ma fa il paio con l’investimento minimo, la Juventus, la squadra
di calcio, che riesce a perdere ogni anno, da quando è da lui curata,
centinaia di milioni, dopo campagne acquisti e ingaggi record per l’Italia.
Mentre si parla di chiudere Maserati. E dopo la Lancia. E poi dopo l’Alfa Romero.
Dopo aver liquidato la Fiat. E l’Iveco. E che dire di Ferrai – come si fa a
mandare in crisi un marchio come Ferrari? O “la Repubblica”.
Sarà un destino. Una madre cattiva come la sua non c’è nemmeno nei
fratelli Grimm, quelli delle favole nere. Ma i fallimenti sono troppi. Tutto
quello che John Elkann tocca va a male, e non può essere destino o sfortuna.
Il capitalismo familiare in Italia ha fatto e fa faville, ma ci sono dei
limiti.
La transizione è piccola e nera
Come il Calimero di “Carosello”, la transizione green dei consumi
di energia resta piena di fumi, come lo
era prima che se ne parlasse. E anzi di più, perché nel frattempo la produzione
industriale è più che raddoppiata, enormi economie essendo entrate nel circuito
produzione-consumo mondiale.
Rispetto al 1990 i consumi di carbone sono raddoppiati, quelli di gas
pure, quelli di petrolio cresciuti del 50 per cento. Come dire che l’effetto
anidride carbonica nell’atmosfera nei 35 anni si è raddoppiato, pur in epoca di
transizione verde o transizione energetica accelerata.
Basta consultare l’“Energy Statistics Pocketbook 2026” dell’Onu. Il peso
del carbone tra le fonti primarie di energia è aumentato di un punto, dal 26,3 al
27,7 per cento del totale. Quello del gas naturale è aumentato, dal 19 al 23,1
per cento. Quello del petrolio è diminuito percentualmente, dal 37,8 al 30,5,
ma è molto aumentato in termini quantitativi – da un fattore 134,5 nel 1990 (in
exajoule) a 191,7.
È diminuito il peso del nucleare, dal 6,1 al 4,7 per cento – pur con un
aumento della capacità e della produzione, da un fattore 21,8 al 29,6. Mentre è
rimasto inalterato, tra l’8,2 e l’8,5 per cento del totale delle fonti di energia,
il peso del biologico e rifiuti, benché raddoppiando, quasi, di volumi, da 29 a
53,7.
Il solare e l’eolico contano sempre poco, passando dallo 0,1 per cento
del 1990 al 2,4.
Amore e corna in vacanza a Tangeri
Due coppie, cresciute
insieme, una con figlia e una senza, con grande dispiacere, in vacanza a
Tangeri, sono assediate dalla vispa allieva del lui professore – l’altro fa il
ristoratore, pratico – che a Roma, alla Sapienza, se ne è fatta l’amante, nell’ambito
della Filosofia che lui insegna.
Si direbbe un dramedy,
dramma e commedia, ma è un melodramma, senza la musica ovviamente. Sceneggiato
dallo steso Muccino, ma col contributo determinante di Delia Ephron, la scrittrice,
sorella della regista Nora, sulla trama del di lei romanzo “Siracusa” – dove le
coppie sono spiccicate, ma newyorchesi, e in vacanza a Siracusa.
Un melodramma che
Muccino sa dosare. Con interpreti che non si rifiutano al “dramma” borghese,
specie Crescentini, Accorsi e Santamaria – ma di più funziona, anima la storia,
la vivace studentessa, l’esordiente Beatrice Savignani. E grazie a una produzione
robusta, che gli consente di usare a dismisura la location Tangeri, comprensiva
di grandi scene di folla (almeno una sulla Grand Socco, la grande piazza che
introduce alla Medina affollata in esterno giorno), dei chiostri lussuosi del
Palazzo delle Istituzioni Italiane (notevole, se non unico, Istituto italiano all’estero),
e dei vicoli della città vecchia desertificati per fughe e rincorse notturne.
Un dramma borghese.
Non muore nessuno.
Gabriele Muccino, Le
cose non dette, Sky Cinema, Now
giovedì 21 maggio 2026
Ombre - 824
Cade una “Vela” a Napoli, in attesa di
demolizione da alcuni anni ma tuttora abitata, e assessore comunale e assessore
municipale si indignano, contro la burocrazia, e contro “la “sorveglianza
carente”. Ma dove li prendono?
Però, sono anche eletti.
“Italia e India, il nostro legame
strategico per il futuro, il “Corriere della sera” ospita in prima pagina i
buoni propositi scambiati dal premier indiano Narendra Modi a Roma con
Giorgia Meloni. Sarà la solita dichiarazione diplomatica, ma non c’è nessuno in
Europa che dedichi tanta attenzione all’India – nemmeno Londra, per dire,
seconda patria degli indiani.
In Asia c’è solo l’Italia, dagli Emirati
all’Indonesia? Come in Africa. La solita piccola o minima Italia - di cui
Meloni è la controfigura fisica, sembra un teatrino. Ma mal pensato non è,
anzi.
“Se esci di casa per uccidere i
cristiani per i pm non c’è premeditazione”. Lo dice “La Verità”, però…. Anche
se non sono “i pm” quanto la solita Pm che fa la Resistenza. La quale esclude
anche che Choukri sia matto. Arriverà a escludere anche che Choukri abbia
provato la strage?
Fa causa al ministero della Giustizia
la presidente del Tribunale per i minorenni dell’Aquila, Nicoletta Orlandi, il giorno
dopo avere assunto l’incarico: “L’ispezione sugli affidi ha esondato”. Che non
vuole dire nulla, ma lei è una ex deputata del Pci, e quindi forzatamente nel
giusto.
Però: il business degli affidi è
di sinistra? E compresi i giornali? Il “Corriere della sera” (ben due cronisti
per una notizia) e “la Repubblica” evitano di ricordare che Orlandi faceva
politica col Pci.
Non solo l’invasione militare, ormai
periodica, di Cipro, per fare prigionieri quelli della Flotilla per Gaza. E i
calci in culo ai prigionieri bendati a pecoroni. Vanno di moda in Israele anche
gli atti sacrileghi, di militari e civili, contro i goyim, come sputare
sulle Madonne in processione a Gerusalemme, o spezzare, con applicazione, un Crocefisso
in Libano. Ma solo “il Sole 24 Ore” se ne occupa. Se non è cronaca, questa – o sono
questioni di Borsa, beghe di mani forti?
Curiosa la protezione di Israele, di questo
Israele avventurista di Netanyahu. Ma il legame tra Stati Uniti e Israele è
indissolubile, al governo e nell’opinione – considerare Israele il 51mo Stato non
sarebbe un’esagerazione. Mentre Germania e Italia, i vecchi Paesi dell’Asse,
devono bloccare qualsiasi iniziativa europea, di sanzioni commerciali (armi
comprese), tecnologiche, accademiche, e limitare le critiche. Ma anche Russia e
Cina stanno zitte.
Dapprima i grandi giornali, ora i siti
e i social, si diffonde la notizia che l’Ucraina sta vincendo la guerra, e che
la Russia è in ritirata. Che non è vero. È ben raccontato (dall’“Economist”) e
si spiega (è l’EIU, Economist Intelligence Unit). E agli inviati, ignari?, non sembra vero: uno, due, tre articoli già
fatti! Ma a che fine, oltre la propaganda? L’Europa non potrà farsi carico in
eterno della guerra - sia pure by proxy.
Sky Tg24 fa un servizio sul nazismo in Ucraina,
sulle accuse di Putin all’Ucraina di essere un Paese nazista. In cui denuncia
naturalmente la propaganda di Putin – senza dire che l’Ucraina non può partecipare
alle feste annuali di fine guerra nel 1945 perché l’aveva combattuta con Hitler.
Ma, poi, fa esercitare contro Putin grevi nazionalisti, mentre fa scorrere
immagini di giovani, in camicia e in mimetica, “duri e puri”, anche col saluto
nazista – senza sonoro, diranno anche “Heil Hitler”?
Le
psicologhe di “Porta e porta”, del piccolo Giovanni Trame, affidato alla madre
che non lo voleva, le tante che lucrano sui “bambini del bosco”, quelle delle
perizie e controperizie del caso Garlasco, la psicologia deraglia in continuazione.
Non altrove però, in Italia. Cattiva scuola? Irresponsabilità? E perché la
psicologia sarebbe materia di donne?
L’assassinio di Kennedy, nelle ristampe storiche del
“Corriere della sera”, così drammatico – anche se senza l’assassinio
dell’assassino, e dell’assassino dell’assassino, grande teatro - prendeva
quattro pagine. Quatro pagine sono oggi – minimo – la razione quotidiana del
delitto di Garlasco.
Il presidente cinese Xi
non avrà letto Tucidide, che cita, e neppure Dante, che si dice abbia studiato.
Ma quanta sicurezza nella pacatezza di Xi, a fronte delle moine di Trump. Una
gara tra potenze? Ma la ricetta è: imparare dal mondo. Oggi come ieri, era la
ricetta di Roma imperiale, poi dei barbari, poi di Carlo Magno. Oggi della
Cina, senza vergogna, che pure vanta una lunga storia.
Guardando i due viene in mente Marco
Polo. Che l’Occidente sia sbarcato in Cina per via d’Oriente, invece che per
quella d’Occidente, di Cristoforo Colombo.
Il governo di destra candida l’ex ministro
Martina del Pd al vertice della Fao – l’Italia ospita la Fao ma non ne ha mai avuto
la direzione. Se non che il premier spagnolo Sanchez, dello stesso partito
di Martina, non lo vuole, vuole il posto per uno\a spagnolo\a. Dopo avere appena
invitato a Madrid la capa del Pd, Schlein, per farla profondersi in lodi (per la
Spagna, contro l’Italia). Possibile che il Pd non abbia un minimo di senso politico? Senza
contare che Meloni per Martina si era spesa in decine di visite di cortesia (il
“piano Mattei”) a capi e capataz in Africa e in Medio Oriente.
Solo la notizia, poche righe, senza ragioni
o pettegolezzi, per Marianna Madia che lascia il Pd. Senza nemmeno ricordare
che la stessa, deputata “storica” (donna, giovane) Pd dal 2008, nel 2013 denunciava
il Pd romano come una “associazione a delinquere”. Lo stesso Pd che due anni
dopo andava dal notaio prima, e poi si dimetteva in massa in consiglio al
Campidoglio, per costringere alle dimissioni il sindaco Marino. Del Pd pure lui,
ma onesto.
Prosegue ma senza pudore a metà maggio
a Ostia il business delle licenze balneari. Chiusure minacciate, aperture
promesse. Del sindaco Gualtieri - che si aspetta che lo facciano segretario del
Pd. Col sostegno pieno del Procuratore LoVoi, il Procuratore Pd di Roma, che ha
mobilitato per questo Carabinieri e Guardia di Finanza. Non si sgarra, bisogna
passare per i canali giusti. Altrimenti, il glorioso Kursaal vada pure in mano agli abusivi.
A Ostia ne ridono, ma masticano amaro.
Poi si dice la mafia a Ostia.
Molto femminismo, naturalmente, a Cannes,
nei programmi, le dichiarazioni, le interviste, le quote rosa, in giuria e,
sicuramente, nei premi. Ma sfilano solo donne vamp¸ in gran numero ogni
giorno, che è il segno del successo del festival, e un po’ nude, anche molto, un
po’ haute couture, monumentale. Il femminismo come “vogliamo
tutto”, un po’ di glamour e un po’ di premi.
Joan Collins, 93 anni, spalle scoperte
e guance lisce, e Jane Fonda, 88, che modella un’armatura di paillettes, a
Cannes, alla sfilata delle celebrità, sono dette Generazione Silente, per essere
nate prima della guerra, mentre invece sono boomers veraci, quelli degli
anni 1940, che nei Sessanta e Settanta si sono presi tutto, dal 30 garantito alle
pensioni baby, e all’Ssn, il Sistema Sanitario Nazionale. Con ampia
opportunità, passati i vent’anni, di scegliersi il lavoro.
Per stare bene ci vuole prima una
guerra?
Isabelle Huppert invece, 77 anni, e Catherine Deneuve, età indefinita,
il giorno dopo, sempre a Cannes, copertissime fino ai piedi. Era vento freddo,
all’improvviso? È sempre Francia vs. Usa? Certamente è la misura contro
l’eccesso
Pace con se stessi nella guerra
La storia del comandante
Todaro, comandante di sommergibili, che nel 1941, mentre perlustrava l’Atlantico
col “Comandante Cappelini”, affonda una nave belga che lo aveva cannoneggiato,
benché il Belgio fosse ufficialmente neutrale (in realtà, come Todaro supponeva,
dacché lo aveva aggredito, trasportava materiale bellico), e poi decide di portare
in salvo i superstiti del cargo affondato, con un percorso lungo, fino alle Azzorre,
e rischioso, in superficie. Una vicenda vera, col lieto fine – il comandante
Todaro morirà l’anno dopo colpito da una scheggia in un bombardamento aereo
inglese su Tunisi.
Un film di guerra,
come non se ne fanno più. Un racconto denso, drammatico, senza effetti
speciali, nell’ordine dei fatti. Cominciato col futuro comandante vittima da
giovane di un incidente aereo che gli frattura la schiena e lo costringe al
busto rigido. Con la vita in immersione, senza uno spazio proprio. Con le
lunghe giornate inattive, in attesa. Col marinaio, corallaro napoletano, che si
sacrifica per disincagliare il sommergibile nel passaggio in immersione di
Gibilterra. O il “Cappellini” con i naufraghi in coperta cannoneggiato da un incrociatore
inglese.
Un super Favino –
un fregoli, quasi irriconoscibile (senza un riconoscimento, non a Venezia né al David di Donatello né al Nastro d'argento). Una superproduzione italiana, la prima dopo
qualche decennio, per un film di guerra. Col tentativo di allargare alla Marina
il filone dei film della bontà in guerra, “Tutti a casa”, “Mediterraneo” (1991).
E un racconto sempre teso, coinvolgente. Ma forse fuori tempo: una lavorazione
complessa, nella darsena di Taranto e a Cinecittà in studio, con miriadi di
ingeneri al lavoro, per un investimento di 14 miliardi, che ne ha ricavato meno
di un terzo.
Edoardo De Angelis,
Comandante, Rai 1, RaiPlay
mercoledì 20 maggio 2026
L’impossibilità di essere\ a sinistra
Abborda Israele in mezzo al mare
La flotilla che fa rima con guerriglia
Tenera preda fornendo al feroce
Netanyahu, dei “guerrieri della pace”.
L’abborda con cannoni finti idranti
Come fare pipì sulla spedizione
E bionde english speaking al
trombone
Altoparlante, se non sono poliglotte
(Israele mille anime ha, rubacchiate),
furenti, code di cavallo al vento,
Le dame per prime trasbordandoChe sono fuscelle, se anche non belle
(ma come hanno fatto con Carotenuto
Che va sul quintale, anche se nudo).
Aveva Trump il presidente arcipotente
Il suo Nelson Mandela a portata di mano
Che sono fuscelle, se anche non belle
(ma come hanno fatto con Carotenuto
Che va sul quintale, anche se nudo).
Per fare il Nobel e vincere la pace
Quel Barghuti arcicattivo (captive)
Che Israele ar gabbio tiene da trent’anni
E non lo condanna e nemmeno lo accusa
Giusto per farsi e mostrarsi strafottente
Anche dei Trump che si ergono a mezzo
Che tutto posson fare, e disfare, a questo mondo
Come l’Altissimo ha fatto, male, nell’altro.
Proust incapace di amore
Un titolo
antifrastico? Una raccolta per dire che Proust non sapeva di amore, o non se ne
curava, o ne trattava profuso, in tutte le sue forme, ma sempre sotto
l’aspetto della gelosia? A partire dalla “scena del bacio negato”, da bambino,
il bacio della madre?
La “scena del bacio
negato” è l’apertura della stessa postfazione del libro - della “proustiana”
emerita Daria Galateria – che si può sintetizzare come lo stesso “Robinson”,
che ha avuto l’idea della rassegna e la pubblica, la sintetizza: “La gelosia
necessaria. Nelle oltre quattromila pagine l’autore francese ha indagato il sentimento
avvilente e oscuro che ci riguarda tutti”. Compreso lui, va aggiunto, a scorrere
le mille e più pagine sull’enigmatica inesistente Albertine. O le tante su
Swann, fin dall’inizio - Swann, o della compassione (il solido borghese che il sempiterno
“ragazzo” Marcel ambiva a essere un giorno).
Benché legato alla
mamma, e con tante vice mamme, Marcel è incapace di amore, anche
d’immaginarselo. Nel romanzo Albertine non parla – e non per mancanza di spazio,
anzi. Di gelosia e disprezzo sì, ma non di amore. Lui, Marcel, ama e sa far
parlare le donne ma da amiche e di blasoni, pettegole, vanesie, carrieriste, donne
di mondo – e così pure gli uomini.
È un limite omosessuale, come si vede dagli outing, l’amore ristretto al
sesso? Sembra eresia supporlo, ma era già così in Gide, in “Le Ramier”, il suo
massimo in fatto d’innamoramento – come sarà ultimamente in White.
Diceva bene
Beckett nel suo “Proust”, che scriveva nel 1930, a 24 anni, mentre studiava
filosofia all’École Normale Supérieure, da italianista che sapeva tutto da
Dante fino a De Sanctis e D’Annunzio, dava una lettura maestra di Giotto e
Giorgione (il “Concerto” e la “Tempesta”), e traduceva in inglese Montale e
Comisso. Il saggio forse più interessante, certo il più solido, ancora dopo
ottant’anni. Che individuava il tema memoria - la “Ricerca” è “un monumento
alla gloria della memoria involontaria”, la memoria involontaria ne è il
leitmotiv. Ma in una celebrazione ambigua, giocata di fatto sull’ironia. O già nel
1926 Giacomo Debenedetti, il primo “lettore” italiano di Proust (il primo professionale,
dopo l’estimatore Corrado Alvaro, che stava a Parigi), e individuava proprio nella
gelosia l’amore di Proust.
È una sorta di animismo che Proust pratica, spiegava Beckett, di totemizzazione
(Beckett lo dice un féticheur): “La sorgente, l’origine di questo «atto
sacro», gli ingredienti della comunione sono forniti dal mondo tangibile e
grazie a un lampo di percezione immediata e fortuita. Il procedimento attiene
quasi a un animismo intellettualizzato”. Dopodiché ritiene di poter fare “la
lista dei feticci”, gli oggetti che scatenano la memoria: la madeleine naturalmente,
le campane di Martinville, gli odori dei gabinetti agli Champs-Elysées, i tre
alberi di Balbec, il cespuglio di biancospino presso Balbec, mentre si abbassa
per sbottonare gli stivaletti, il pavé nel cortile dei
Guermantes, il rumore di un cucchiaio contro il piatto, mentre si asciuga la
bocca con una salvietta, il rumore di una tubazione d’acqua, “François le
Champi” di George Sand. Una lista che, senza le rime, e le magnificenze, richiama
Gozzano.
Il tutto regolato dalle “intermittenze del cuore”, di cui in “Sodoma e
Gomorra”, anch’esse molto crepuscolari. Col gusto cabalistico di scartare in
continuazione, cioè a folle. Nel deserto dei sentimenti. E questo è il tratto
distintivo: non c’è l’amore in Proust. Anzi ne è escluso: “L’amore più
esclusivo per una persona è sempre l’amore di un’altra cosa” (“All’ombra delle
fanciulle in fiore”, II). Oppure (“La prigioniera”, II). “Non si ama che ciò
che non si possiede tutto intero”. Che, cabalisticamente e non, non succede mai
– che vuol dire “possedere tutto intiero”? E dunque siamo condannati
all’amore…E ancora (“Albertine scomparsa”): “Si desidera essere compresi perché
si desidera essere amati, e si desidera essere amati perché si ama. La
comprensione degli altri è indifferente, e il loro amore importuno”.
Peggio ancora per l’amicizia. Che origina in Proust, secondo Beckett, nella
vigliaccheria: “L’amicizia non è soltanto priva di virtù come la conversazione,
essa è per di più funesta” (“All’ombra delle fanciulle in fiore”, II). Nei
“Guermantes” l’amicizia è situata tra la fatica e la noia.
Si può dire di
Proust quello che dirà Sartre trent’anni dopo, “L’essere e il nulla”: “Sono
condannato a vivere sempre al di là della mia esistenza, al di là dei moventi e
dei motivi del mio atto”. Che però era già Bergson, che di Proust si può
pensare papà – se leggeva filosofia (e poi sarà dello straniero di Camus, ma questo non importa).
La storia di
Albertine, ricalcata per intero sulla storia da Marcel vissuta con lo chauffeur
Alfred Agostinelli (non memorabile peraltro, se non per il pettegolezzo), e con i tanti altri ventenni che, come Agostinelli, prendeva a segretari, stipendiati, in casa, è
esempio atroce di mascheratura, così prolungato. Sono questi amori finti tra
finti personaggi che caricano la “Recherche” di artificio, di uno snobismo
incontinente. La frase più lunga delle sue lunghe frasi è, “Sodoma e Gomorra”,
Pléiade, III, 17-19, la classificazione degli invertiti. È anche il suo punto
più drammatico. Artificioso in secondo grado naturalmente, se la letteratura è artificio.
Paolo Di Paolo (a cura di), Un amore di Proust, “Robinson”, pp.176 € 9,90
martedì 19 maggio 2026
Le "sinistre" città senz'anima
Il cinema Pasquino, che a Roma è stato a lungo l’unico a proiettare
i film in lingua originale, negli anni 1960, ha riaperto qualche mese fa, dopo
vent’anni di abbandono, come art center, “spazio culturale che integra
cinema, musica, arti visive, tecnologia e gastronomia”. Questo a marzo. A maggio il Pd romano, capitanato da Matteo
Orfini e Paolo Ciani, denuncia l’art center al “Procuratore della Repubblica Lo Voi, e a tutte le istituzioni
competenti”, secondo il solerte altoparlante del “Corriere della sera-Roma” e di
“la Repubblica-Roma”: “il questore Roberto Massucci, carabinieri, sindaco Gualtieri,
e Mic compreso”, il ministero della Cultura - proprio così, come il Catarella della Vigata di Camilleri. Perché la ristorazione è fatta da
“Pasquale «Lino» Frongia, pittore e amico di Vittorio Sgarbi”.
Lo stesso partito e gli stessi giornali che oggi denunciano la città
senz’anima – e senza cibo, andrebbe aggiunto, se non dai 50 euro a coperto, giusto
la gastronomia che questi influenti media de sinistra” propagandano: “Turismo, affare da 15 miliardi. Ma c’è il rischio
di soffocare la città”. Che invece è già soffocata, tutto il suo enorme centro storico,
e tutti i trasporti e i consumi, cari e senza qualità. Una Venezia in grande,
senz’anima e senz’aria, e carissima. Ma non sono gli stessi che hanno fatto di
Roma un mercatino che oggi compiangono la città? Senza autocritica, naturalmente.
Perché un altro “affare” si prospetta, si può starne certi – questi non hanno
altra anima.
Roma ha evitato con cura la nuova urbanizzazione, commerciale, di
piccolo diffuso affarismo, finché c’è stata dialettica politica in Campidoglio.
L’introduzione delle aree pedonali – “mercatini” all’aperto – fu controllata e
circoscritta. Fino a che non vennero le “giunte Bettini” e del “campo largo”.
Che hanno ridotto la città a una mangiatoia, senz’anima. In centro e fuori.
Solo il business conta. Ma del piccolo interesse nudo e crudo, senza un
briciolo d’intelligenza – e di moralità, ma questo non si può dire.
A Roma, del resto, come in tutta Italia, Firenze, Napoli, Palermo, e ovunque:
i vecchi Pci al potere ne hanno distrutto l’anima. Vengono in mente le “lenzuolate” dell’allora ministro
Bersani – ora testimonial in ogni spiffero tv della Grande Anima di sinistra
– che veicolavano l’urbanistica dei non-luoghi, la “grande distribuzione”
(leggi il ricco business dei centri commerciali, delle campagne urbanizzate),
e la fine del commercio di vicinato, con l’invalidazione delle licenze (il
piccolo “capitale” dell’avviamento), dalle salumerie alle edicole, come inutile,
caro (al confronto dei supermarket?....) e dannoso, e non un continuo,
quotidiano, scambio di bisogni. Gli stessi che ora lamentano che le città non hanno
un’anima. Chi gliel’ha rubata?
O è un nuovo business che si vuole lanciare, di cui ancora non sappiamo? Perché: come si è potuto arrivare a chiudere il vicinato, per quale sociologia, quale dottrina economica? Solo rendite, ricche.
La famiglia non si dissolve
Due sorelle, una
attrice giovane e di successo a teatro, e una moglie e madre di un ragazzo, molto
attaccato alla zia, molto affiatate tra di loro, al funerale per la morte della
madre rivedono il padre, un regista famoso, che se ne era andato quando erano bambine.
Molte schermaglie seguiranno: le sorelle, volti “mediterranei”, sono robuste anche
psicologicamente. Come lo è del resto il padre - “se siete così brave, c’entrerò anche io”,
ma detto senza cinismo.
Trier, danese-norvegese,
è cittadino dell’antico Regno di Danimarca e non svedese, ma è una sorta di
reincarnazione di Ingmar Bergman. Nei progetti e negli esiti. Un po’ più freddo,
quasi meccanico prima, ora con la “problematica scandinava” al giusto bollore. Di
amori che vanno e vengono senza eccessi, né nella passione né nella separazione.
Di famiglie che si amano e poi si dissolvono, nel non detto. Della disperazione
che non si manifesta se non nel suicidio. Senza entusiasmi e senza sconforti
in realtà. Non gridati comunque, sottintesi. Qui allusi con l’ipersensibilità
della sorella attrice a teatro, che ogni sera affronta la scena con le vertigini,
salvo ogni notte il trionfo. Un mondo di sentimenti sospesi.
Il padre regista
ritorna perché, dopo un lungo periodo di inattività, ha un nuovo progetto. Di
cui vuole che sia la figlia attrice la protagonista. Al rifiuto della figlia
prova con una star americana. Che ce la mette tutta, nella fase dello “sviluppo”,
nella figurazione a tavolino scorrendo la sceneggiatura, ma poi getta la
spugna. Per un motivo semplice: la prima scena sarà il suicidio della madre – che
è stato nella realtà della madre del regista, della nonna. Di cui le figlie non
sapevano nulla. E questo poco alla volta le riavvicina al padre, alla vecchia
casa di famiglia che il padre ha voluto riaprire, al suo mondo, e al suo film.
Il passato non passa, e specialmente quello familiare. Un racconto
consolante – bergmaniano ma non troppo. Mai comunque frigido, di testa –
autobiografico, un mea culpa (Trier lo è stato in passato, narratore “di
testa”)? Aiutato da due attrici sempre della misura giusta – espressione,
gestualità, dizione: la quarantenne Renate Reinsve, la Liv Ulmann di Trier, e
Inge Ibsdotter Lilleaas (il padre è lo sperimentatissimo – sembra che reciti
come vive – Stellan Skarsgård). Molto premiato, anche a Hollywood.
Joachim Trier, Sentimental
value, Sky Cinema, Now
lunedì 18 maggio 2026
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (633)
Giuseppe Leuzzi
Racconta N. T., che molti anni fa è passato per lavoro
da Pavia a Bergamo, dove non ha vita sociale. Anche le figlie, che vi hanno fatto
medie e liceo, non hanno maturato nessun rapporto e hanno proseguito gli studi fuori,
dove sono rimaste. Ma anche fuori, nella provincia, che N.T. frequenta per lavoro,
la diffidenza ha trovato e trova massima tra paese e paese. Sono uniti solo nel
leghismo?
“Una cosa buona c’è”, N.T. ha
un soprassalto, “che non ci sono le zanzare”. Intende dire a Bergamo. Che,
certo, fanno grande la differenza con Pavia, Stradella e finitimi - zanzare e
il deumidificatore in casa, che ogni poche ore condensa litri di acqua.
Ancora più grande la differenza,
Pavia e Bergamo, per uno che si considera “romano”, anche se a Roma non ci ha
mai vissuto.
Quando il mafioso
era brutto, sporco e cattivo
C’era una volta il mafioso brutto,
sporco e cattivo – c’era fino a qualche decennio fa, quando Enzo Biagi e la Milano editrice non ne hanno fatto un personaggio, e come un eroe, “drammatico”, “shakespeariano”,
etc.. Silvio D’Amico, che di Shakespeare e di drammi se ne intendeva, carcerato a
Roma per nessun motivo nell’ottobre 1943, e a Regina Coeli ricoverato per qualche
giorno all’infermeria, ci trova solo squallore: “Il figuro ripugnante
è quello del numero 13”, racconta nel memoir “Regina Coeli”, “che per
giunta si finge pazzo (avendone del resto eccellenti motivi). È un siciliano”,
ancora giovane, “fra i trenta e i trentacinque”, con un passato impressionante di crudeltà. Il “mafiuso”
di repertorio, “della fu compagnia di Giovanni Grasso senior:
smilzo, ambiguo, sinistro e – malgrado gli manchino quasi tutti i denti della
gengiva superiore -…. con una punta di triviale civetteria: sul gilé da forzato
ostenta un pullover di maglia grigia che s’è fatto da sé (egli lavora a
maglia come una donna); mette volentieri in mostra le braccia tatuate; va in giro
dimenandosi come un bardassone, e all’occorrenza saluta strisciante, parlandosi
nel naso: «baciamo le mani a Vossìa». Fra tutte le condanne avute in contumacia,
e altre condonategli non si sa come, vanta un totale di centoquarantasett’anni
di galera; più due condanne alla fucilazione, ché tra i suoi delitti principali
(i minori non si contano) figurano quattro omicidi. Una volta ha ammazzato un’impiegata
di banca per depredarla; e siccome un ragazzo era stato testimone del fatto, ha
ammazzato anche il ragazzo, poi per non lasciarne riconoscere il cadavere l’ha legato
alla ruota d’un carro pesante e l’ha spiaccicato rotolandolo per una discesa.
Un’altra volta, per rubare una grossa somma in una cassa rurale cattolica, ha
sgozzato un prete; quindi ha trucidato il maresciallo dei carabinieri venuto ad
arrestarlo”. In prigione, “di lui tutti hanno ribrezzo, e se ne scostano, ma
non troppo apertamente, ché ne hanno soprattutto paura. E le prime a temerlo sono
le guardie: le quali gli mandano buona anche la finta pazzia con la quale
finora ha schivato la morte, e gli lasciano fare il comodo suo come a nessun
altro. Se gli Angloamericani non arrivano presto, finiremo col vederlo a piede
libero, in camicia nera” - i comuni contavano sulla liberazione da parte dei fascisti e dei tedeschi, entrati dopo Cassibile in possesso della città.
Poveri e brutti, ma
con grazia
“Non credo nella vitalità dell’arte
americana, neppure del teatro, che manca di grazia”, Malaparte riflette nel
tardo 1948 nel “”Giornale di uno straniero a Parigi”, p. 152 - anche se “La
pelle” qualche mese prima, il suo maggior libro di racconti, aveva dedicato
“alla memoria del colonnello Cumming, dell’università di Virginia, e di tutti i
bravi, i buoni, gli onesti soldati americani, miei compagni d’arme dal 1943 al
1945, morti inutilmente per la libertà dell’Europa”. Con un rovesciamento pre-trumpiano:
“La grazia è una cosa europea. La patria della grazia è l’Europa”. E “come il
buon vino, che non sopporta il mare, la grazia non può emigrare negli Stati
Uniti. Un giorno l’Europa, quando avrà perso la sua forza politica, militare,
industriale, sarà il regno della grazia, come la Grecia di Pericle verso la
fine della guerra del Peloponneso”. E così via, “il Partenone è l’opera di una
Grecia già al suo declino”, e in Francia non si apprezza la grazia, “la vera
forza della nostra civiltà”.
Per concludere: “Meglio della
bellezza, la grazia sopravvive nei costumi. Ci sono, nell’Italia meridionale,
popoli un tempo famosi per la loro bellezza, divenuti brutti, piccoli, mal
fatti: hanno perso la bellezza, sopravvive in loro la grazia. È la nostra vera
bellezza”.
La grazia, il garbo – potrebbe
anche essere vero.
Quando Milano andò
al governo – da Adua a Porta Ticinese
Con Adua, 1 marzo 1896, finiva
il ventennio della Sinistra Storica al governo, da Depretis, 1876, a Crispi. Entrambi
falliti sulla politica coloniale – l’espansione coloniale fu in Italia (come in
Francia) opera delle sinistre. Quando, il 3 marzo, si ebbe notizia della sanguinosa
sconfitta degli italiani di Barattieri ad Abba Garima, nella piana di Adua, Milano
divenne l’epicentro delle manifestazioni di protesta, con larga partecipazione
della cittadinanza.
Il re, dovendo esautorare il governo
Crispi, cui risaliva la responsabilità politica del disastro, si affidò a un vecchio
generale piemontese, Cesare Ricotti, critico della politica militare di casa
Savoia, che denunciava come costosa e inefficiente, ma senatore conservatore e collare
dell’Annunziata, nonché già ministro della Guerra, nei governi Lanza e Minghetti,
1870-1875, e Depretis ,1854-1887, declinò l’offerta. E indicò, come presidente
del consiglio e ministro dell’Interno, il siciliano Antonio Starabba marchese
di Rudinì, già prefetto (di Napoli), ministro e capo del governo.7 Un altro inviso a casa Savoia,
ma per essere della Destra storica l’uomo del momento, dovendosi sostituire
rapidamente Crispi.
Il 10 marzo il nuovo governo era
formato. Concesse per prima cosa l’amnistia ai condannati per “reati militari”,
cioè politici - soprattutto sindacalisti e altri manifestanti, dal precedente
governo Crispi specialmente perseguiti in Sicilia e in Lunigiana, dove erano stati
più attivi (la Sinistra incarcerava i lavoratori, la Destra li liberava…). Ma
non prima di essersi dato un’impronta “milanese”, e cioè economicistica, e come
“aziendalista” – manageriale, si sarebbe detto poi. Con Giuseppe Colombo al
Tesoro, il fondatore della Edison, che aveva costruito, accanto al Duomo, la
prima centrale elettrica dell’Europa continentale (portando subito dopo l’elettricità
anche alla Scala), già ministro delle Finanze (delle tasse) nella prima parentesi
di Rudinì all’era crispina, 1891-1892. E con Giulio Prinetti ai Lavori
Pubblici.
Il ritorno della Destra storica
al governo sembrò promettente: buona gestione e niente avventure – nonché in
Africa, anche con la Triplice, a fronte della militanza crispina filo-tedesca e
austro-ungarica. “La Perseveranza” e il “Corriere della sera” plaudivano. I
buoni cattolici lombardi si attendevano la chiusura della “questione romana”,
la libertà di fare politica attiva. Insomma, un governo dalla “sana gestione”.
A luglio
l’idillio era finito, ma non del tutto - Milano è volubile, ma up to a point.
Colombo lasciò il governo,
per prendere la presidenza della Edison, e poi anche il rettorato del
Politecnico. Ma il suo posto fu preso
dal veneziano Luzzatti, esperto della materia e bene accetto - con Prinetti
sempre ai Lavori pubblici.
Se non che Luzzatti fece della Destra il motore delle riforme: avviò la legislazione sociale, col
progetto di concessione in enfiteusi delle terre incolte ai contadini poveri,
creò l’antenata
della Cassa depositi e prestiti, la Cassa di credito comunale e provinciale, per
finanziare le
bonifiche dei terreni, e introdusse l’assicurazione obbligatoria contro gli
infortuni sul lavoro. A questo
punto il governo “milanese” del siciliano di Rudinì si può dire finito. Ma il peggio
doveva venire.
Quando il
governo autorizzò l’aumento del prezzo del grano, e quindi del pane, ci furono
proteste di piazza. Milano
in particolare reagì negativamente. I ceti popolari e anche la borghesia. Per
gli impegni
finanziari assunti dallo Stato, giudicati gravosi. Di Rudinì – il re - ordinò severità, compreso l’uso
dell’esercito, contro le manifestazioni. Come dopo Adua, Milano si era distinta per
le proteste. Da
un maggio all’altro, a due anni di distanza. E il comandante della piazza, il
generale Bava
Beccaris, eseguì alla lettera le indicazioni del generale Pelloux, il ministro
della Guerra: fece sparare sui
manifestanti, anche con i cannoni, uccidendone un centinaio, fra il 6 e il 9 maggio
1898 –
particolarmente efferata la strage di Porta Ticinese.
Pelloux e
Bava Beccaris saranno insigniti di commende e medaglie dal re. Milano, che non
aveva amato mai i
Savoia, se ne dimenticò per sempre – non manifesterà per l’assassinio del re,
ma è come se.
Solo trasferirà il rifiuto dal re al palazzo, al Quirinale, cioè a Roma.
Cronache della
differenza: Calabria
Ha l’unica cattedra al mondo
di mafia, di Pedagogia dell’antimafia, all’Università di Calabria, al corso ex
Magistero, di Scienza dell’Educazione, per insegnanti. Ce l’ha da quindici anni,
quindi avrà formato un migliaio, se non duemila, insegnanti. Ma senza intaccare
lo strapotere, dicono i servizi segreti, della ‘ndrangheta, la mafia locale.
Qualcosa non funziona.
“Ha chiuso a Bova il Don
Bosco”, lamenta col “Corriere della sera” Bart Lazzaro da Brancaleone, “l’ultimo cinema ancora aperto nei cento
chilometri tra Reggio Calabria e Locri. Una terra già segnata da spopolamento e
carenza di servizi essenziali”. Ora, Bova non è che servisse i 100 km – sta a 900-1.000
m. di altezza, a una dozzina di km da Bova Marina – per una strada a perpendicolo.
E che il cinema si chiamasse “Don Bosco” suggerisce che restasse aperto per
miracolo – Bova non conta più nemmeno 500 abitanti. E che lo hanno aperto i salesiani.
La Calabria, anche i 100 km tra Reggio e Locri che in altre mani farebbero una
Riviera trumpiana, come terra di missione.
Rocco Commisso, di Gioiosa
Ionica, in America, Aldo Spinelli, di Palmi, a Genova, due che vanno via
giovani, s’inventano il futuro, si arricchiscono, e arricchiscono chi capita, Commisso
la Fiorentina, Spinelli il Genoa e poi il Livorno. Senza tornaconto, giusto per
il gusto di fare. Voglia e capacità di fare, e un approccio irridente alla vita.
Molto topico. “Ho aiutato sempre chi lo meritava”, può dire Spinelli.
Carlo Vulpio va in Calabria,
dove per i medici cubani che presidiano i Pronto Soccorso ospedalieri Trump avrebbe
chiesto l’allontanamento. Li incontra una dottoressa Suarez, “che ha lavorato
in Venezuela, Amazzonia, Kuwait”, contenta e scandalizzata. “L’Italia per me
era un sogno, e qui mi trovo benissimo. Ma non capisco come mai a Cuba, paese
povero, del terzo mondo, negli ospedali abbiamo tutto, anche la neurochirurgia,
mentre qui, mi dispiace dirlo, abbiamo trovato arretratezza e disorganizzazione”.
Vulpio non dice dove la
dottoressa Cobas Suarez lavora in Calabria, ma il suo reportage riguarda
gli ospedali della provincia di Reggio Calabria, una volta la più ricca e intraprendente
della Calabria: Locri, Polistena, Gioia Tauro, Melito Porto Salvo. Si potrebbe
fare della Calabra uno studio significativo sullo sviluppo (Cosenza, Vibo Valentia,
Crotone, Catanzaro), e sul sottosviluppo (Reggio Calabria).
È una regione di feste religiose,
ma soprattutto della Madonna. Ha pochi santi, e molte Madonne, a vario titolo,
anche due, e tre, per paese.
Gli spazi più densi di pietà mariana risultano la Vallis Salinarum, o valle degli ulivi,
l’attuale piana di Gioia Tauro, e il Mercurion, la valle che unisce Calabria e
Lucania sullo Jonio.
Si dice Roma una città calabrese,
tanti vi sono immigrati, specie nelle professioni e i commerci, nel dopoguerra. Ma la Cassa di Risparmio
di Calabria aveva a Roma un solo sportello. Ce l’aveva a Prati, quartiere di cospicue sostanze,
ma in zona residenziale non commerciale, una sorta di “sede di rappresentanza” – il primo taglio
di Intesa quando “salvò” la Cassa. I valtellinesi erano immigrati poveri a Roma negli anni 1930, panettieri,
pizzicagnoli, piccolo commercio. Ma la Popolare di Sondrio, la loro banca, si scopre
ora, alla fusione con Bper, avere, solo a Roma, 32 filiali.
Si dice la povertà, ma è l’ingegno
che conta – intelligenza, un minimo, iniziativa, e costanza.
leuzzi@antiit.eu
B.B. bella e brava
Brigitte Bardot nei
filmetti di famiglia, quando erano rarissimi, prima della erra, bambina
graziosa, poi ballerina provetta, l’incontro con Vadim e l’avventura del primo film.
E quindi l’ondata “B.B.”, tutta la Brigitte Bardot del mito. Provocante sempre,
sullo schermo e fuori, di notte e di giorno, in parole e in atti. Con i
fotografi a frotte con i cannoni-teleobiettivi sempre alle costole – “una foto ti
vale anche un milione”. Ma senza la perdita della privacy: gli amanti
scorrono numerosi, compreso qualche marito, e anche passi difficili, come le gravidanze
interrotte, e la maternità per cui “non si sentiva pronta”. E presto, prima delle
rughe, già nel 1973, ai quarant’anni, l’abbandono del fotografi – niente più
scandalo - e del cinema.
Si direbbe una
programmazione accorta del mito, della carriera di pin-up,
brillante e seducente. Ma B.B. era di più, sotto la svagatezza. Riparte ospite
di una spedizione artica, per controllare la strage periodica delle foche, a conclusione
della quale è la pin-up dell’animalismo, fotografata ora senza “crediti”
su tutte le copertine del mondo abbracciata a un cucciolo di foca. È l’inizio
della seconda vita, di paladina degli animali. Per i quali avvia un’attività
politica intensa. Più spesso con la politica di destra, avendo cominciato le petizioni
e gli incontri col presidente “repubblicano” Giscard d’Éstaing, e poi via
via altri esponenti républicains. Per finire con Marine Le Pen. Ma anche
con Mélenchon, estrema sinistra. Con chiunque la ascoltasse per conto degli
animali. I titoli di coda le accreditano una dozzina di leggi e regolamenti,
francesi e internazionali, a protezione degli animali, dai visoni ai polli.
Un film documentario
pieno di cose e insieme svelto, senza moralismi, critici o apologetici. B.B. maliziosa
e sfidante nella prima incarnazione, argomentativa e solida nella seconda. Anche
nella vita d’ogni giorno, paesana, a Saint-Tropez.
Una ricostruzione che
si è avvalsa della collaborazione della stessa Bardot, con l’apertura della sua
tenuta Les Mandragues a Saint-Tropez, di cui era stata sempre gelosa. Quasi un testamento
– il film si completava mentre lei moriva, a fine 2025. Con la partecipazione di
molti personaggi che l’hanno frequentata, come Marina Abramovic e Stella McCartney,
o studiata e analizzata nella sua lunga vita.
Alain Berliner-Elora
Thevenet, Bardot, Sky Arte, Now
domenica 17 maggio 2026
Cronache dell’altro mondo – scristianizzate (405)
“Sono
un professore di Princeton. Molti studenti non sanno nulla del cristianesimo”,
scrive al “Washington Post” Gregory Conti, che a Princeton insegna Scienza
Politica. Non un caso isolato, afferma: “Gli studenti delle università della
Ivy League (le più prestigiose e costose, n.d.r.) soffrono di analfabetismo
religioso.” E ciò ha ripercussioni sull’apprendimento e la capacità di analisi.
“Alcuni anni fa un mio collega a Princeton ha tenuto un seminario su religione
e libertà di parola”. Che stentava a decollare. “Finché non scoprì il perché:
aveva fatto ripetutamente riferimento ai Dieci Comandamenti, e molti studenti
non sapevano cosa fossero”.
Succede anche altrove: all’università “è sempre più frequente incontrare
studenti che non conoscono gli aspetti più basilari del cristianesimo, come la
differenza tra Antico e Nuovo Testamento o tra cattolici e protestanti.
Raramente riconoscono i riferimenti biblici presenti nelle opere di Shakespeare
o nel secondo discorso inaugurale di Lincoln (o, per esempio, nel primo di
Obama)”. Studenti per lo più “brillanti, coscienziosi e curiosi”.
L’ignoranza “in materia di idee religiose” rende difficile capire molta storia,
e “un’ampia gamma di opere d’arte, di letteratura, di filosofia dell’Occidente”
– “né Shakespeare, né Austen, né Mozart, né Rembrandt, né John Ford, né Oscar
Wilde possono essere apprezzati senza una solida base nel cristianesimo”.
Una novità preoccupante, “persino per i non credenti come me”. Carl Schmitt ha
potuto sostenere che “tutti i concetti politici sono concetti teologici
secolarizzati”. In ogni caso “la mancanza di contatto con la religione – e in
particolare con il cristianesimo e la sua storia – rappresenta un ostacolo alla
padronanza di molte materie”. Nel solo campo del pensiero politico. Di Thomas
Hobbes, p.es., il teorico dello “Stato laico moderno”, di pensiero
“straordinariamente egualitario”, ma solo se si “possiede una certa sensibilità
religiosa”. O di Rousseau, perseguitato “egualmente dai cattolici e dai
protestanti”, che però può dirsi “il solo uomo in Francia che realmente ha
creduto in Dio”. O di Marx, peraltro uno di famiglia di rabbini – se non altro
per l’egualitarismo, o per “l’oppio dei popoli”.
