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lunedì 18 maggio 2009

Sono i preti il nemico alle porte

Si leggono gli interventi degli ex Dc, dei vescovi e del Vaticano (anche se non di Bertone, cardinale forse un po’ più saggio) e si torna indietro di venti-trent’anni. All’incartarsi andreottiano della Dc, che diventò tutto e il contrario di tutto, e ha fottuto l’Italia. Che tuttora minaccia evidentemente, con gli impuniti qui lo dico e qui lo nego (“buttateli a mare”, mentre “siate dannati”), e i minuscoli cesariani capimanipolo delle sette o otto mini-Dc.
Dopo la parentesi di Ruini, un cardinale evidentemente d’eccezione, sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, che giustamente diffidava dei vescovi italiani, e li mise in riga, bisogna guardarsi dai preti. Che hanno subito preso le misure e la mano al buon Ratzinger, un po' vecchio e un po' troppo intellettuale, intriganti come non mai. E si camuffano dietro gli immigrati, dei quali però non gliene fotte in realtà nulla, al più un pasto e un consiglio dalla Caritas, pagati lautamente dal Comune. Non per la tonaca, naturale, ma per il fatto che tutto scivola addosso, alle tonache come a ogni burocrate, per esempio quelli Onu, che solo devono salvarsi le anime, ne hanno infatti più di una, lavandosi le mani. Anche davanti alle mattanze delle Canarie, o al largo di Lampedusa.
I rimpatri forzati di Napolitano
Non sono i soli, il silenzio del presidente della Repubblica è anzi più di una loro predica. Di uno che inaugurò dodici anni fa, da ministro dell’Interno, i rimpatri forzati (cinquantamila lire, un pacco viveri, e via). E ha sulla coscienza, benché tutti rimuovano, lo speronamento nello stesso 1997, il 28 marzo, della motovedetta Kater I Radis, e la morte di 106 albanesi. Con plauso ammirato, la prima e unica volta nel dopoguerra, della Europa teutonica.
I morti della Kater erano profughi politici come altri mai, poiché si erano rivoltati contro il governo Berisha, che aveva depredato i poveri albanesi di ogni risparmio con le finanziarie fantasma, e ne fuggivano. Nessuna scusa fu chiesta, né da Napolitano né dal governo Prodi, e nessuna giustizia offerta ai morti. Se non piccole somme ai parenti perché rinuncino al processo. Che va avanti ma stancamente: dopo dodici anni è in appello, e si sa che si concluderà senza condanne.
Tutto ciò è parte di una memoria arteriosclerotica, sugli immigrati come su ogni altra questione. Di un paese che nella ignoranza sembra avere trovato approdo di elezione, dalla grande politica ai grandi giornali. Abbiamo avuto per un periodo un pieno di polacchi, ma nessuno che abbia detto o scritto chi sono i polacchi e la Polonia. Poi ci siamo riempiti di rumeni, ma mai nessuno che ne parlasse, della loro terra, della loro storia, la religione, la lingua, della alfabetizzazione, che è - era - alta, nei giornali, nei talk show, nelle chiese. Ora ci sono, più misteriose ancora, le ucraine, le moldave, terra incognita. O il Marocco, la Tunisia, che per tante cose vivono in simbiosi con l'Italia, per l'olio, li agrumi, la pesca, il turismo. O la Libia, di cui ci sfuggono perfino, dopo cinquanta anni di colonialismo, le dimensioni. Non è possibile parlare, in tanta ignoranza, di politiche dell'accoglienza. Ma i preti, come i politici, non ci sono per nulla.
Ipocrisia dichiarata
Di Napolitano si può suporre che se ne vergogni. Quella delle sacrestie è invece ipocrisia dichiarata. Se Napolitano tace, il suo successore al Viminale, Dc di razza, infatti parla. Beppe Pisanu denuncia sul “Sole 24 Ore” mercoledì “razzismo e xenofobia” nel paese e nel governo, che è il suo. Non è una novità, già al “Corriere della sera” del 2 febbraio Pisanu rappresentava “un problema razzismo che in Italia non rappresenta ormai più una deriva, ma un elemento normale”. Che non vuole dire nulla, solo l’amarezza di non essere più ministro. Perché Pisanu è ben lo stesso ministro dell’Interno che nel 2002 promulgò il decreto ministeriale che ha introdotto il fermo delle navi dei clandestini e il rinvio ai paesi di origine della navigazione, prospettando anche la forza, certo proporzionata alla offesa.
Bisogna diffidare dei preti e dei loro accoliti, ora che pensano di riprendersi i voti di Berlusconi e di tornare a prendersi, le sette formazioni ex Dc unite, o otto, quante sono le ex correnti, il governo. Più Fini, altro grande democratico (dopo Andreotti). Al quale dobbiamo la famosa legge che impone la clandestinità, poiché non si possono fare accordi di emigrazione con i paesi d'origine. Pisanu e il suo predecessore Scajola all’Interno, due buoni ex Dc, non solo non hanno avviato una politica dell’immigrazione, lasciandola ai carabinieri e alla Caritas, ma nemmeno quella necessaria dell’ordine pubblico. Quando i capimafia dell’immigrazione s’incontravano per i bar a Brindisi e in piazza a Crotone – e ora, s’immagina, sulla spiaggia a Lampedusa.
Il problema, lo sanno anche le pietre, è che l’Italia, il paese in questo momento in Europa a più forte flusso immigratorio, non ha una politica dell’immigrazione. Non sa di quanti immigrati ha bisogno, dove prenderli, come gestirli (integrarli). Nessuno in Europa ce l’ha, a parte la Gran Bretagna, che però da una diecina d’anni è insofferente, e mostra di subirla. La Germania, già da prima dell’unificazione, quindi da oltre vent’anni, aveva rinunciato alla politica dell’accoglienza, ostracizzando i “polacchi” e i “turchi”, dopo avere bene o male integrato gli jugoslavi, gli spagnoli e gli italiani. La Spagna, paese faro delle sinistre in Italia, ha una politica dell’immigrazione raccapricciante, con “respingimenti” di massa ed espulsioni ogni giorno a centinaia e a migliaia. Ma è dell’Italia che dobbiamo parlare.
Berlusconi, al solito, naviga a vista. Gheddafi, che vuole venire a Roma, per andare in visita dal papa e fare la pace con Israele, si riprende in cambio i clandestini che partono dalle coste libiche, e questo basta, Lampedusa potrà fare la sua stagione estiva di mare. I preti, che non hanno mai proposto e non hanno una soluzione, si fingono scandalizzati, per andare in paradiso. E si finisce che in Italia i cani hanno più diritti degli immigrati, con spese mediche deducibili per quelli di famiglia, e anche i gatti.
Il Vaticano vuole un’Italia multietnica. Dice, un assurdo nel mentre che non vuole scuole separate, arabe, islamiche. Un assurdo nel momento in cui il modello è in crisi in Gran Bretagna, che l’aveva adottato, dove ogni comunità è in armi contro la vicina. Se non è la solita malvagia disposizione a guidare il popolo sempre a mali passi. Certo, c’è il grande esempio storico degli Stati Uniti, che in questo momento sono tutti noi, grande faro di civiltà quando fa comodo, ma è meglio non aspettare duecento anni, e anzi evitare se possibile massacri, sia pure di indiani e non di negri, guerre civili, linciaggi in serie, e esecuzioni schiettamente razziste. Il Vaticano aveva adottato il multiculturalismo, dopo aver forzato l’inculturazione (neanche al Vaticano piacciono le messe vudù, con sacrifici di sangue), e ora finge di scambiarlo per multietnicismo. Che solo uno Stalin, forse, riuscirebbe a reggere.
Basta del resto lasciare il menefreghismo dei preti per sapere, si vede, ci viene detto, che il menefreghismo culturale è la non ultima delusione degli immigrati. Uno che mette in gioco la vita e il futuro non vuole ritrovare a Roma quello che con sdegno ha abbandonato al suo paese: l’esclusione sociale, il notabilato politico, lo sfruttamento delle donne, e sotto forma di carità l’indifferenza. All'ombrello dell'ipocrisia, i diritti umani. L’immigrato vorrebbe non senza ragione una pratica di soggiorno che non duri un anno e mezzo, un lavoro poco sfruttato, e possibilmente un letto in affitto non a ore, non a duecento euro al mese. L’Europa è per gli africani e gli asiatici la libertà nella dignità, non i sorrisi benedicenti.
I vescovi vogliono diritto d’asilo incondizionato. Per chi? Prosseneti, spacciatori, ambulanti? Loro lo sanno, loro non possono far finta che le folle ammassate ai porti libici, dopo quelli turchi e quelli albanesi, siano di poveri cristi che fuggono le dittature, e non invece semischiavi in mano a trafficanti di ogni bordo. Il diritto d’asilo è politico. Mentre quello che si vede, chiaro, irridente perfino, è un mercato, pagato dagli stessi schiavi. Della carne. Del letto a duecento euro, esentasse, in una camera con cinque letti, un lavandino e un gabinetto per due camere, dieci letti. O delle braccia in fabbrica e nei campi, altro che caporalato. Nonché, da venti o trenta anni ormai, degli ambulanti, per l’infinita produzione di falsi di Napoli, della Turchia e della Cina, della carne. Pagato il giusto, dicono i mercanti, giusto per pagare questa o quella protezione, dai visti alla buoncostume.
Giustizia è la Caritas
Si prenda il cardinale Tettamanzi, così sensibile alle foglie: perché non promuove una moschea decente per le centinaia di migliaia di mussulmani della sua arcidiocesi, invece di lasciarli in ginocchio sul marciapiedi a viale Jenner? Roma, per dire, senza fare storie, e senza fare la ramanzina a nessuno, gliel’ha fatta costruire e in parte gliel’ha pure finanziata - ma sospinta dalla politica. La concezione della giustizia per gli immigrati è un tozzo di pane alla Caritas. Non è affare della chiesa lo sfruttamento. Le organizzazioni che portano ogni anno in Europa questi milioni di schiavi, a pagamento. Non è cosa sua l’umiliazione delle code e delle carte infinite, per avere n permesso di soggiorno che a un lavoratore tocca di diritto. Solo i cinesi non fanno queste code, ed è inutile chiedersi perché. Non è cosa sua che centinaia di migliaia di lavoratori, milioni anche, non abbiano un contratto dopo cinque anni, dopo dieci. Compresi i tanti cristiani dell’India e del Pakistan fuggiti alla ferocia indù e mussulmana, e non possono nemmeno tornare indietro. Se tutti i camerieri in pizzeria e tutti i portieri di notte avessero un contratto la concorrenza non ne soffrirebbe, ci sarebbe più reddito distribuito, e il nuovo lavoro sarebbe nuova ricchezza – è elementare, ma certo non si può pretenderlo, i padroni guadagnerebbero meno. I diritti umani degli immigrati sono per la chiesa come quelli delle signorine che rappresentano l’Onu, a prescindere direbbe Totò. Sarà un effetto della verginità?
Senza contare il lato tutto italiano del traffico umano. Di cui Pisanu e Scajola, oltre che Maroni, non possono non sapere. Dopo venti anni di schiavismo tal quale, non c'è altro nome, i preti si fanno vivi. Si fannbo vivi quando, incapace di accogliere e integrare i nuovi schiavi come esseri umani, un governo finalmente decide almeno di interrompere il laido mercato. In tutti questi anni il Vaticano sicuramente si è chiesto, e anche i vescovi, come fanno prosseneti e dealers nigeriani, paese non confinante a anzi lontano alcune migliaia di miglia, a gestire comodamente in un ventina di città italiane i loro traffici, con migliaia di semischiavi e semischiave, a Livorno per esempio o a Genova, là dove le africane piacciono - Bagnasco, che è di Genova, sarà pure uscito qualche volta per strada: e perché non ce lo spiega, anche solo per compassione? Sa anche chi si procura, rifornisce e organizza le centinaia di migliaia di venditori ambulanti algerini, senegalesi e ghanaiani? Che vengono da tribù da secoli mercantili, ma vengono pure da enormi distanze?
Il Vaticano come il ministero dell'Interno. E se non lo sanno perché non si informano? Si controllano i telefonini di tutti, ma non quelli degli scafisti e dei loro compari a terra, dealers, magnaccia, caporali. Coraggio, Genchi, De Magistris, ancora uno sforzo.

San Violante che sanò i rimborsi in Italia

Si parla con curiosità ma con prudenza dello scandalo britannico dei rimborsi spese ai parlamentari. Luciano Violante, allora presidente della Camera, si guadagnò status e perdurante stima liberalizzando i rimborsi: non più pezze d’appoggio entro un plafond, ma un plafond senza pezze d’appoggio – più o meno a livello della retribuzione. Come dire che ogni parlamentare ha in Italia due stipendi, quello propriamente detto e uno, peraltro non tassabile, in conto rimborso spese.
Una “rivoluzione”, quella di Violante, di cui bizzarramente non c’è traccia nei volumi feroci sulle caste politiche - per una riserva politica che naturalmente non è ipocrisia.
Bisogna però dire che, con un solo peccato assunto in proprio e una volta sola, Violante ha eliminato gli incessanti peccati delle fatture false. Nonché le tentazioni, anch’esse peccaminose, di ricatto di ogni dipendente di segreteria, ancorché maschio e con la pancetta. Tanto prezioso tempo liberando degli stessi parlamentari e dei loro amorevoli collaboratori.
In Gran Bretagna peraltro lo scandalo è grande, anche se i rimborsi sono minimi, perché il paese si vuole retto. Ma non c’è spazio per lo scandalo vero: come e perché le istituzioni sono riuscite e negare per anni le cifre dei rimborsi, le istituzioni appositamente create e pagate per la pubblicità degli atti pubblici. Uno scandalo per il quale in Italia il sindacato si spende: il sindacato in Italia fa cause, costose cause amministrative, per non rendere pubblici gli atti pubblici.

Letture - 8

letterautore

Citazione - È una rassicurazione. Un ritrovarsi, sempre, necessariamente, in buona compagnia. E un riposo, pensare per procura.

Classici – Sono il luogo della libertà, basta che siano d’ieri. Della libertà dell’esercizio critico, che altrimenti è impaniato nell’attualità del testo, nellautore in carne e ossa, nell’editore (il mercato).

Dante - Dantesco è, in tutte le lingue, infernale. Inimmaginabile perché orrido. È questo in realtà Doré, se Benigni ha potuto fare di Dante un festival di Sanremo, una canzone d’amore.
È come Leopardi annota nei “Pensieri di varia filosofia, III”: “Dante è un mostro per li francesi, è un Dio per noi”.

Il grande realista concepiva la filosofia come simbolo e allegoria.
Si può anche dire, è stato detto, che ha messo in versi e introdotto nella storia i “Dialoghi dei morti” di Luciano: il genere è quello. Borges è certo che una delle fonti di Dante è la visione di Tundela – uno dei suoi “Esseri immaginari”.

È l'artefice della ripresa umanistica della tradizione filosofica occidentale della poesia come vera filosofia. È detto hedeggerianamente da Ernesto Grassi (“Heidegger e il problema dell'umanesimo”, pp. 27-28), ma è vero.

L'elegantissimo Niccolò Niccoli, che per i Medici raccoglieva codici latini, vituperava Dante per “la mancata cognizione del latino ciceroniano”, scrive Eugnio Garin (“Il Rinascimento italiano”, p. 341). Mentre Leonardo Bruni, che benché aretino è per molti il prototipo dell'umanista fiorentino, gli contesterà di non aver letto Virgilio o di non aver capito il suo latino, nonché di non saper scrivere una lettera.
Il cancelliere aretino, che fu la gioia dei latinisti, non fa testo. Altrove dice Dante superiore a Petrarca perché buon cittadino oltre che poeta. Dante si ferma a Boccaccio. Il Quattrocento lo restringe nel buco nero del Medio Evo che è venuto scavando per ricongiungersi alla latinità – ebbrezza dei codici.

Rensi nell'”Autobiografia” dice Dante in poche righe, a p. 198, “un pirronista positivista pascalianamente colorato”. Uno scettico, cioè. E lo scetticismo esito dell'individualismo: “Lo scetticismo in Italia” è “preparato dal potente individualismo di Dante, che si stacca e in certa misura si oppone alle due grandi credenze generali dell’epoca, Papato e Impero, le giudica, le critica, non vi soggiace, ma vuole modificarle secondo il proprio personale pensiero”.
Tutto si può dire.

Esilio - Céline, Gadda, Kerouac, Némirovsky, Berberova, i deplacés. Non sradicati, anzi radicati, malgrado tutto, ma a disagio “esistenziale”. Esiliati, fuggitivi.

Heidegger – Il nichilismo è tra noi, più niente di tanta ricchezza e tanto progresso se non il vuoto. Si può dirlo, anche, con semplicità – complicandolo, Heidegger lo annienta, annienta il niente. Dietro, sopra, sotto di esso prospettando profondità e anzi abissi.

Il tragico dell’esistenza (l’ineffabile, l’angoscia) è il tragico di un filosofo neo scolastico che non può dirsi.
È chiaro in Jaspers: l’esistente rimanda al trascendente, altrimenti la storia soffoca l’uomo e la filosofia è inerte.
All’origine – anche del nefas mistico di Wittgenstein – è la necessita della fede di Kierkegaard.

Immagine – Si pubblica, a fine esornativo, una foto seppia di Oreste Del Buono all’osteria. Con Alfonso Gatto e Vittorio Sereni. A un tavolo di legno si suppone traballante. Con le carte ciancicate. Il portacenere sporco di cicche. Tutto falso. L’istantanea è una posa. Curata da Federico Patellani, fotografo professionale del rotocalco “Tempo”. Di visi non invoglianti, anche quello giovanile di Oreste. Di poeti in camicia bianca e doppiopetto. Sul tavolo, con le carte, anche biglietti larghi da diecimila ciancicati, che all’osteria non usano. Di un’“osteria” che è al terzo o quarto piano di una casa borghese su un viale. E perché i peti dovrebbero giocare a carte? Sono malinconiche le foto dei poeti, benché scelte. Quelle che editori e librai inalberano su cataloghi e muri. Il bisogno è comprensibile di dare un volto alla poesia, nell’età dell’immagine. Ma perché darlo trist e falso? Si penserebbe questa 'immagine deterrente, uno scongiuro, e invece, evidentemente, “vende". La letteratura si vuole triste? In posa, falsa.

Letteratura - È piena di turpitudini. Soprattutto nelle Scritture. Nei testi e nei contesti. Si salva con le citazioni decontestualizzate, le sortes vergilianae.
Attraverso le quali, però, rovesciamenti agghiaccianti sono possibili anche nei Vangeli. L’Antico Testamento è sempre orrendo nei testi, e spesso nei contesti – personali, storici, razziali.

Pasolini - Nel 1946 aveva scritto e polito una poesia in morte del fratello Guido, nel primo anniversario dell’eccidio. Ma non l’ha pubblicata. Neanche dopo, quanto poteva pubblicare tutto – ha pubblicato anche i versi da bambino. Un opportunismo che il Pci non richiedeva.

Proust – O della pittura pop? Potrebbe essere. Se non bastano cinquecento e più pagine per dare spessore a Alberatine, che si regge unicamente sull’equivoco lei-lui, mancando il guizzo, il tratto caratterizzante, l’aneddoto, la parola chiave, il taglio, la vita, l’origine di tanta malia potrebbe essere la ripetizione. Non per calchi, per multipli. Magari nobilitata, in estenuazione, ossessione, deliquio, deragliamento, goticismo – Albertine è un fantasma.

Sciascia - È una favola che sia illuminista. Un uomo e uno scrittore che vive invece l’altra faccia della vita e della realtà, benché immerso nei libri, piena di limo e di pulsioni inconfessabili, che non l’astratta verità e il cammino retto del bene.
Molto siciliana, la favola di Sciascia illuminista. Della Sicilia che è, nella storia e nel suo voler essere, l’antitesi dell’illuminismo.

Scrivere - È un narcisismo. Disumano ma umano.

Sherlock Holmes - È un confusionario. È ingegnoso, misterioso, sorprendente, ma anche Agata Christie lo è, che però non affascina, anzi è freddissima. Sherlock Holmes, di suo, è scritto di prima stesura, asimmetrico, attaccaticcio, artigianale. È approssimativo, messo insieme con cura minima, e con l’ansia di finirla: è raccontato vivo.
Ma, poiché non dubita, è l’archetipo positivista. Per questo anche è solo: senza legami sentimentali, e senza famiglia, benché abbia un fratello. Gode anche da solo, col violino e la coca. È eroe positivista in quanto, anche con la mano sinistra, svela l’arcano. È un risolutore, certo.

Silenzio - È il modello del racconto aperto?

Storia – I maestri inglesi non hanno avuto una storia, e uno storico, prima di Gibbon, Settecento avanzato.

Tedesco - È la lingua più studiata (pensata). Come il greco antico. Per ricavarne misteri, che probabilmente non ci sono – ma il mistero è una proiezione.

letterautore@antiit.eu

A Sud del Sud - a Sud di nessun Nord (35)

Giuseppe Leuzzi

Vent’anni fa c’era il marocchino al semaforo e Milano Centro votò Lega. Oggi c’è il marocchino nella metro, e Milano Centro vuole i vagoni riservati. Le signore di Milano Centro non prendono la metro, giacché hanno l’autista. Ma in caso che.

Il Moro – Ludovico il Moro – si chiama il miglior sovrano dei milanesi.

Primo Levi, “L’altrui mestiere”, p. 25, critica “Tartarino di Tarascona” per il suo odio contro “i meridionali”. Per esempio, là dove dice: “L’uomo del Mezzogiorno non mente, si inganna… La sua menzogna non è una menzogna…, è una specie di miraggio”.
Solo gli espatriati – la diaspora – possono capire la condizione del meridionale, il meridionale del meridione non può.

La svalutazione del Meridione è nelle origini, nel plebiscito. Che si chiamò Plebiscito Meridionale. Non nazionale, unitario, italiano.
Si è annessi con disdoro. È meridionale, dirà Carlo Dionisotti in “Geografia e storia della letteratura”, p. 13, arguto certo (polemico non si può dire), l’Italia unita: “Al fondo il nobile castello della meridionale «Storia» del De Sanctis con tutt’attorno le modeste casette della meridionale «Letteratura della nuova Italia»” di Croce”. Spregevole, insomma. Manzoni non c’entra, che invece ci affligge – sarà vittima dei napoletani, anche lui.
Altre arguzie, Dionisotti è uno che si è molto divertito: il “Decamerone” è roba napoletana (p. 39), la preminenza veneta sulla letteratura toscana del Cinquecento (p.37), tutto lombardo è il Manzoni creatore, toscano è quando si mette in vacanza (pp.50-51). Del resto è come lui stesso dice all’inizio: “Fuori d’Italia si poteva anche evadere, in Italia no”. Né si può, il conformismo è totalitario.
Per Dionisotti c’è il padovano, il ferrarese, il fiorentino, e c’è il “meridionale”.

Perizie
Guido Papalia, sostituto Procuratore a Reggio Calabria, aveva capito nel 1975 che la “bistecca sintetica” era finanziaria, si volatilizzava attraverso Liquigas e altre holding finanziarie all’estero, e che nell’impianto di Saline Joniche si montavano solo vecchi tubi. Che ci sono rimasti e ancora si vedono. Ma le perizie, contabili, chimiche, finanziarie, diedero ragione al patron della Liquichimica Ursini, e Papalia chiese e subito ottenne il trasferimento. Qualche anno dopo Ursini ha lasciato il gruppo sul groppone dello Stato, per le liquidazioni e i debiti.

Calabria
Gobineau, “Sull’ineguaglianza delle razze”, trova che i calabresi hanno il viso e la conformazione corporea dei cherokee, gli indiani d’America.

Capita di rileggere Campanella, che, con tutti i suoi difetti, e malgrado le incredibili persecuzioni subite in Italia, fu “il più eclettico dei nostri filosofi, e quindi il più ricco di rapporti con la filosofia precedente e posteriore; il più radicale nello spirito riformatore e rinnovatore, e insieme il più conservatore; il più ricco di concetti che entreranno nella trama di tutto il pensiero moderno…” (G. Gentile), e sempre riserva sorprese. E ritrovarlo sintetizzato da Massimo Jevolella (sulla rivista “Meridiani”, luglio 1996): “Filosofo, mago e utopista rivoluzionario: Tommaso Campanella credette che la rivoluzione sarebbe cominciata in Calabria. Con l’aiuto dei turchi”.

Siamo in un racconto di Borges: “Lei sa fino a che punto sono rancorosi e vendicativi i calabresi”. È un racconto poliziesco a quattro mani, scritto da Borges con un amico. Il loro calabrese viene da Salerno.
È un padre cattivo, questo calabrese, di cui il figlio potrà dire la battuta chiave: “Quello che mio padre ha fatto per me non lo ha fatto nessun padre al mondo”.

In “Bella del signore”, romanzone di successo degli anni 1960, la “questione calabrese” è posta dallo spregevole amante all’amata a due terzi circa della narrazione. La questione è se, dovendo soggiacere a un altro che l’amante, per esempio a un bandito che l’avesse rapita, e per ordine del capo brigante dovesse sceglierne uno bello o uno brutto, quale dei due sceglierebbe. L’autore, Albert Cohen, non ha bisogno di dire che i briganti sono calabresi, l’identificazione è automatica. Lei dice, per sfuggire al tormento, “l’uomo brutto”. Il calabrese dell’ipotetica violenza, detto peraltro dal malvagio amante “bello”, viene descritto con calze verdi e scarpe di feltro a punta ricurva, puzzolente, grossolano, dal naso grosso. Il che sarebbe promessa di voluttà: il naso in certa cultura semitica simboleggia il pene.

“Va’ studioso nell’Italia Meridionale! Va’ in Calabria”, se vuoi sapere di greco, e quindi di poesia, di filosofia. Così Ruggero Bacone nel 1300, nella sua “Grammatica greca”, secondo John B. Trumper, il fine glottologo britannico dell’università di Calabria.
Non è vero. E' Petrarca che dà questo consiglio a un giovane ("Senili", XI, 9), e lo raccomanda a Ugo di S.Severino. In realtà il francescano Doctor Mirabilis, meraviglia di filosofo e di scienziato, peraltro morto nel 1293, consiglia, nello stesso testo citato da Trumper, di fare il viaggio in Magna Grecia, e qui particolarmente in Sicilia. Ma che la Calabria faccia aggio sulla Sicilia presso uno studioso britannico, e in un non marginale campo di studi, è lusinghiero.

I calabresi hanno sempre rapito le persone. Virgilio per esempio, che non se ne risentì. Ma quella Calabria era il Salento.

Condannato a “ber aceto forte galavrese” è l’uomo nel “Gennaio” di Cenne de la Chitarra, poeta realistico toscano del Duecento.

“Martore di Calabria” sono tra le pellicce pregiate che Rabelais pone nell’abbazia di Thélème, una sorta di casa dei folli.

In “Lelio, o il ritorno alla vita” Hector Berlioz immagina che il protagonista, all’improvviso, dopo avere aspramente redarguito un critico musicale sul palco di proscenio, uno che non si perdeva mai una rappresentazione di Berlioz ma che il compositore detestava, dichiari: “Simile compagnia, per un artista, è peggio dell’inferno, me ne vado in Calabria”. Dopodichè esce di scena e subito vi torna mascherato da brigante, naturalmente calabrese, armato, accompagnato da un coro che intona, sul ritornello della “Marsigliese”: “Berremo alle nostre donne\ Nel cranio dei loro amanti”. Dopodichè un terzo cambiamento si produce repentino: Lelio rinsavisce e, in lacrime, si dice colpito dalla speranza.
Di che non si sa. Ma è giusto, anche se all’opera si può dire tutto: è difficile giustificare i calabresi tutti cornuti e contenti, oltre che feroci.

Margherite Yourcenar ha in “Pellegrina e straniera”, il suo libro di viaggi, “le calabresi dallo sguardo infuocato”, soggetto delle cartoline illustrate.

Sudismi\sadismi 
“Contship in fuga da Gioia Tauto – Investimenti senza programmazione, peso delle cosche e concorrenza di Algeciras – Un porto che fa gola a 65 clan”. È una pagina del “Sole 24 Ore” del 19 febbraio 2006. Ma non era vero.
Il porto s’è ingrandito, Contship continua a prosperarvi, Algeciras non è concorrente, semmai Port Said. Che però non ha funzionato, e ha costretto Gioia Tauro ad assumersi già nel 2007 obiettivi di traffico al limite della sostenibilità. E 65 cosche sono troppe anche per Gioia Tauro.

Nell’Ottocento la mafia era detta camorra. Per lamentarsi dei ricatti e dei soprusi, a Milano, Roma e Palermo si parlava di camorra.

La Lega è l’orrida scoperta di essere fatti. Non manipolati, non utilizzati ma proprio costruiti, pezzo a pezzo, coi libri di scuola, i giornali, il birignao e la banca. Il Nord ha fatto il meridionale, come il puparo fa i Pulcinella, e ogni tanto lo bastona.

Finanziariamente è il Sud che ha fatto l’Italia. Con i fondi del banco di Napoli. Culturalmente pure: quanta retorica italiana al Sud.

Si potrebbe anche argomentare che il Nord non esiste, poiché il Sud non l’ha inventato. Il Sud esiste, com’è noto, perché il Nord l’ha inventato.
E dunque il Sud si dia una mossa, è un dovere civico, e un debito anche di riconoscenza, e inventi il Nord. Com’è il Nord?

La frase più famosa Garibaldi la disse a Nino Bixio: “Con le budella dell’ultimo papa impiccheremo l’ultimo re”. Mentiva Garibaldi, posava? Sì.

leuzzi@antiit.eu

domenica 17 maggio 2009

I Democratici di Capalbio, razza da proteggere

Capita di viaggiare da Reggio Calabria a Forte dei Marmi in macchina scoprendo due Italia inattese. Al Sud si tagliano boschi, si scavano gallerie, le colline e anche le montagne si trasformano in cave. Per un’opera, l’ammodernamento della superstrada Anas, che è già durata quattro anni di troppo e chissà quando finirà – dal 2013 il termine per la fine dei lavori è passato al 2017, venti anni. Senza una protesta, nemmeno accennata, di un verde, un ambientalista, un difensore della natura. Si critica anzi l’autostrada perché va per lungo tratto per valloni impervi dell’interno invece che adornare le coste.
Da Civitavecchia in poi invece bisogna pagare pedaggio. Procedere in colonna. Pagare supermulte al terribile comune di Orbetello. Sorpassare in continuazione, in terza e anche in seconda. Un tratto dove l’autostrada è semplice, e già fatta, in piano, e non vuole sventramenti. Una dorsale marittima Nord-Sud che andava completata cinquant’anni fa in parallelo con l’Autostrada del sole, per alleggerire la dorsale appenninica, ma non si può completare perché i verdi, gli ambientalisti, i difensori della natura non lo consentono. Per proteggere la Maremma, dicono. Che invece hanno occupato e sventrato con le seconde case, le villette a schiera e i villaggi turistici – poco, bisogna dire, ma i protettori dell’ambiente ce l’hanno messa tutta.
Al vertice della difesa la società di Capalbio. Che, a lungo Pci e oggi Democratica, è un caso esemplare di letteratura politica della Seconda, o Terza, Italia. O così si vorrebbe, perché ci marcia: un gruppo di persone che, loro essendo a ridosso dell’autostrada a Tarquinia, beneficiano del doppio privilegio, di arrivare venerdì rapidamente in villa e di non avere l’autostrada fra la villa e il mare. Sono un fenomeno affascinante e andrebbero protetti: si potrebbe pensare a un tratto di autostrada in mare, per salvare i loro privilegi. O a interrarla, con una lunga galleria sotto i loro possedimenti.

Malpensa terzo hub di Lufthansa

Malpensa targata Lufthansa potrebbe decollare già in autunno, in dipendenza dalla stagione estiva e, soprattutto, dalla ripresa degli affari. La compagnia tedesca ha pronte le risorse, gli aeromobili e un programma di rotte intercontinentali, per fare dello scalo varesino il suo terzo hub europeo, con Fancoforte e Monaco di Baviera (come questo sito poteva segnalare già a ottobre, "La nuova Alitalia sarà Lufthansa"). Lufthansa ha anche il vantaggio di avere con sé la Sea, l’azienda comunale milanese degli aeroporti. Mentre il rinnovato interesse della provincia di Varese per lo scalo, dopo il minacciato ridimensionamento, dovrebbe portare a soluzione rapida i residui problemi di infrastrutture – gli accessi e il costo degli stoccaggi e delle forniture di kerosene e gas.
Lufthansa punta anche sulle rotte interne italiane, il Milano-Roma e altri scali. E può perfino lamentare una discriminazione a vantaggio di Alitalia. Questo è tutto dire, al confronto, sull’operazione salvataggio Alitalia. Quarantamila azionisti, centomila obbligazionisti, tre (o quattro, o cinque) miliardi di debiti e ammortizzatori sociali speciali, a carico cioè dello Stato, e una pletora di grandi azionisti che stano lì solo per lucrare sul passaggio dell’azienda residuale a Air France. Dopo Telecom Italia il predatore Colaninno lascerà un’altra grande preda stecchita?

Ludibrio in Borsa sull'As Roma

Tanto malaffare in pubblico è indecente perfino in Italia. L’As Roma che non si può vendere, perché nessuno vuole acquistarla, ma che ogni primavera alimenta una non piccola speculazione in Borsa, sulla base delle voci più fantasiose, è roba che neppure al listino della Triade cinese verrebbe tollerata. La Consob invece è più buona: il presidente Lamberto Cardia in persona segue il caso, e consente i suoi buoni guadagni a chi neppure segretamente manovra il caso.
L’ultima notizia è una trattativa ufficiale per la cessione. Con nessun compratore, però. Ci sarebbe, forse, in Svizzera, un signor Fioranelli. Ma Fioranelli, che giornalisti fessi se non complici presentano come “fiduciario Fifa”, è un procuratore di calciatori. Uno cioè che li “vende”, al miglior offerente. E modestamente sta profittando della pubblicità per collocare il suo assistito Morgan De Sanctis, portiere peraltro bravo del Galatasaray, evidentemente in crisi di nostalgia per l’Italia. Mentre il farmaceutico Angelici, l’altro compratore, candidamente dice di essersi lasciato trasportare dall’entusiasmo di tifoso, e di non avere né i mezzi né la voglia di comprare la squadra. Lo ha detto a Cardia in persona, il quale seraficamente ne ha preso atto.
Il farmaceutico è peraltro un Angelini dei tanti della famiglia di industriali di tale nome. Come già
il Flick dei Flick della Bmw. Ma tutto questo non è illegale?

venerdì 15 maggio 2009

Fuori Lepore, lotta continua a Napoli

Giandomenico Lepore dovrà lasciare la guida della Procura di Napoli. Il Csm lo ha deciso, anche se ritarda la pronuncia in omaggio alla richiesta di Napolitano di un “recupero di serenità”. Si farà quindi prima un processo interno alla stessa Procura, convocato dallo stesso Lepore ma in realtà promosso dai Procuratori a lui ostili.
L’ostilità nasce dal fatto che Lepore non ha avallato dieci mesi fa, come questo sito tempestivamente segnalava (“L'arresto era per Bertolaso", Anti.it del 28 maggio 2008), la decapitazione della Protezione Civile che si apprestava a liberare Napoli dai rifiuti. Lepore, contrario al procedimento, che a tutt’oggi è inceppato, ottenne solo che esso fosse limitato alla tecnostruttura della PC, con alla testa Marta Di Gennaro, che ne era il direttore generale, lasciando fuori il sottosegretario Bertolaso e quindi il governo. Ma questo era quello che i promotori dell’accusa volevano, e ora intendono comunque ottenere attraverso l’allontanamento di Lepore. L’intento è preciso: non si dirà che il procedimento non aveva fondamento, si dirà che Lepore ha salvato il governo, Berlusconi per intendersi.
Non è la prima volta che i Procuratori della Repubblica napoletani, “piuttosto che lavorare”, come rimproverava loro il predecessore di Lepore, Cordova, fanno il processo al Capo ufficio. Il primo ad essere allontanato fu lo stesso Cordova, ora toccherà a Lepore. E l’avvertimento vale per il successore. D’altra parte, niente di più “napoletano”, in questo senso, del Csm.

Ombre - 19

Entra Veronica, esce la suina. Perfetti i tempi, riuscita la drammatizzazione, i macellai ringraziano.
Ma purtroppo Veronica non ci libera, non di Berlusconi né di se stessa.
Era sembrato, i blogger democratici avendola eletta a capo della opposizione, ma i sondaggi dicono che nessuno si intenerisce ai suoi tormenti.
Domenica lei non ha mancato il pranzo con le amiche, mentre lui si è intrattenuto, addirittura un'ora, pare, anzi due, il tempo della partita, con il figlio Luigi. Che alcuni dicono parteggiare per lui, altri per la madre. E così è: a Silvio Veronica ha aggiunto se stessa. Le sue aggressioni al marito continueranno, nessun dubbio, manca per esempio ancora il book sull’“Espresso” dell’harem di Berlusconi, e quindi ne avremo due sul gobbo invece di uno. Fino ai pranzi con le amiche.

Ieri D’Avanzo ha mandato a Berlusconi due pagine ultimative di chiarimenti sui Letizia di Casoria. Oggi il suo direttore Mauro lo difende su “Repubblica”. Le richieste di D’Avanzo, che di Casoria sa tutto, sono dieci: “1. Quando e come Berlusconi ha conosciuto il padre di Noemi Letizia, Elio? 2. Nel corso di questa amicizia, che il premier dice «lunga», quante volte si sono incontrati e dove e in quali occasioni?... 6. Quante volte Berlusconi ha avuto modo di incontrare Noemi e dove?.......”. Senza virgole, proprio come nei verbali di polizia, incalzanti. Forse per ragione di economia?

Per "Fahrenheit" di Radio Tre Marino Sinibaldi presenta con enfasi alla Fiera del Libro di Torino "la filosofa indiana" Vandana Shiva, che condivide con Ermanno Olmi il progetto di Slowfood “Terra Madre”. “Nessuno, di nessuna parte politica, può dubitare che le elezioni non siano in Italia una farsa”, dice Vandana Shiva a metà dell’intervento. La traduttrice non traduce, e del resto alcune scariche rovinano l’audio – per imperizia del fonico, per intervento del regista? Sulle elezioni indiane, che durano un mese, Vandana Shiva sorvola. E trionfale conclude: “Ci sono al mio paese due milioni di coltivatori, e questo significa che l’India non muore”, intendendo forse venti milioni, o duecento.
I numeri non difettano all’India. Ma nessun filosofo, sia pure indiano, scambierebbe la democrazia italiana con quella indiana. E infatti Vandana Shiva non è filosofa. È certamente indiana: la filosofia, sua e dei suoi intervistatori, è sempre quella velenosa del nazionalismo, dei primati.

Cannavaro ha una villa a Posillipo, che abita. Ma ora che ha firmato per la Juventus, la Procura della Repubblica di Napoli ha accertato che la villa è fuorilegge. Il manufatto è sequestrato, il calciatore andrà sotto processo. Proprio come si fa, qualche volta, con i camorristi.
La villa ha un muretto in cemento invece che in tufo, alcune aperture del prospetto non combaciano col progetto, i metri quadrati costruiti potrebbero essere in eccesso, rilievi di poco conto. Ma il processo contro la Juventus impegna la Procura antimafia e tutta la magistratura inquirente di Napoli, che come si sa è in Svezia, e il fronte della resistenza è compatto e determinato. Tutti per uno e uno per tutti, come i moschettieri.

Muore il chirurgo Marcelletti, forse suicida. Senza pietà, non dei giornali, solo curiosità. All’ombra dei torvi palermitani che lo hanno demolito, alcuni procuratori della Repubblica, alcune amanti, e Ignazio Marino, un medico in carriera politica. Era un chirurgo dalla mano felice col cuore dei bambini. Ma il Vaticano ha dovuto allontanarlo dal Bambin Gesù, il pediatrico di Roma, per aveva l’amante, benché donna. E, forse, era un corrotto.
Sul “Corriere della sera” Paolo Di Stefano, che pure è uno scrittore, rimesta la salsa nella chiave ambrosiana del gossip. Sì, è “uno che ha salvato diecimila bambini”, ma amava i ciondoli d’oro e teneva la Ferrari in garage a Modena. Allo stile milanese il rivierasco esuberante tra Pesaro e Rimini è in genere simpatico, ma per “uno che ha salvato diecimila bambini” e muore di crepacuore non c’è nemmeno pietà, nonché interesse.

Una signorina Borromeo, cognata del padrone della Fiat, che Santoro ha eletto a giornalista, lamenta che una sua intervista a Daria Bignardi su Rai 2 non vada in onda prima delle elezioni perché lei tratta male Berlusconi. Non avendo la giornalista di Santoro fatto nulla in vita sua degno di nota, si suppone che sia stata intervistata per sue specialità antiberlusconiane - Daria Bignardi è l’intervistatrice, la nobilsignorina il personaggio, i mondo va ‘narreri, direbbe il siciliano Domenico Tempio.
Chissà perché gli antiberlusconiani più feroci sono di destra, dichiarata, indefettibile: i Borromeo d'Adda appunto, Travaglio, D'Avanzo, Zucconi, Di Pietro. Che sono vedettes della sinistra.

Le gentile Daria Bignardi invita su Rai 2 due feroci critici di Berlusconi, e poi si lamenta sul suo blog: lei non ha attentato alla par condicio. Poi uno si chiede perché la destra vince.
È però vero che la gentile Bignardi non ha detto taroccate senza ombra di dubbio le foto di Berlusconi al compleanno della minorenne. Non sul blog, non sul suo.

Si richiudono a uno a uno i quadri di Berlusconi poligamo: non s’è fatto la signora Letizia, non ha regalato un bracciale di diamanti a Letizia figlia, non ha taroccato le foto della festa della stessa, conosce da vent’anni Letizia padre, con testimone attendibile, e non ha candidate veline - ce ne sono, ma per il Pd. Le scenette si richiudono come finestrelle del calendario dell'avvento, fino al prossimo scandalo cioè: inalterate e scontate.
Chiedersi perché si montino questi siparietti è inutile: ogni giornale si fa scudo della copia in più di vendita. Ma a chi giovino dovrebbe essere ormai chiaro, il ruolo di certi giornali non è di portare sfiga alla sinistra, la sfortuna come si sa non esiste, ma di imbracarla a mali passi.

Nel bosco di Bagno a Ripoli, a Firenze, un giovane sgozza l'ex fidanzata, e si sgozza. “I carabinieri”, dice l’Ansa, “non escludono che Lapo abbia portato il coltello con sé solo per un «gesto dimostrativo», per «mostrare di essere capace di suicidarsi per lei», e che invece abbia perso la testa, uccidendo Giulia. poi, colto dal rimorso, avrebbe deciso di farla finita”.
La psicologia dei carabinieri, se ne sentiva la necessità in questo delitto..

Non usano la psicologia i carabinieri quando invece vanno a prelevare due bambini a scuola, lontani da casa e dalla madre, per spedirli in Germania. Perché così ha deliberato un tribunale tedesco, noto per essere razzista - i figli di un genitore tedesco, è la filosofia del tribunale, in nessun altro posto possono essere felici che in Germania.
Ma, a parte la psicologia dei carabinieri, un giudizio tedesco non dev’essere delibato in Italia per essere efficace? Un giudice italiano l’ha delibato, secondo l’ordinamento italiano? Il razzismo non è reato in Italia?

Emma Bonino va da Santoro e accusa Berlusconi di sessismo. Lei che è stata l’unica donna, per di più non velina, portata da Berlusconi a Bruxelles. Nella stessa trasmissione una giornalista, che non si sa a quale titolo è arrivata alla Rai, tenta in tutti i modi di far dire all’ex preside della ragazza di Casoria che la sua ex allieva è una puttanella. Il preside resiste in tutti i modi, insistendo che è una brava ragazza. L’avvocato Ghedini, avvocato di Berlusconi, deve rimproverare ripetutamente Santoro e i suoi fans: “Continuate così”, a fare le vergini snob, “e Berlusconi vincerà sempre le elezioni”.

“Io sempre ho una parola buona per gli umili, per chi lavora ai piani bassi, nelle cucine, nelle rimesse, e se ne hanno piacere mi faccio fotografare con loro”. È la prova suprema di Berlusconi a “Porta a porta” che lui è un democratico, e non l’imperatore tiranno che dice sua moglie. Lui se la fa con gli “umili” e non con le minorenni: lo dicevano le mogli dei prefetti ed è la verità profonda sua, e di sua moglie, la cafoneria.
Ma è anche la verità dell’Italia, cioè della sua opinione pubblica. Quella del gossip cioè, che è milanese ma a questo punto ci ha infettati tutti. E quella del “popolo”, che Berlusconi lo vota e lo ama. Nonché quella degli stessi “intelligenti”, i “belli-e-buoni” della Repubblica, che non lo sopportano, la società civile. È un chiama e rispondi, di due mondi che si tengono l’uno con l’altro - come la moglie di Berlusconi, che si confida sempre trepida a “Repubblica”, tiene il marito.

mercoledì 13 maggio 2009

Torino "risorpassa" Milano

Mediobanca che insegue la Fiat è una notizia. Ma è tutto l’asse Mi-To che si ribalta: con gli Agnelli Torino aveva abdicato alla leadership industriale e finanziaria, e quindi politica, in favore di Milano. Con la conquista del “Corriere della sera” si disse che Torino conquistava Milano, ma in realtà ci portava le carte, anche nel senso del diritto fallimentare. Il passaggio dei poteri fu sanzionato da Mani Pulite, l’offensiva moralistica di Milano, e culminò nella cessione dei telefoni, nel fallimento di Olivetti, nel quasi fallimento di Fiat Auto, e nella cessione del San Paolo. Ora la bascula funziona all’inverso. Le banche milanesi sono in coda alla Fiat, compresa l’onnipotente Mediobanca. La Fondazione San Paolo si rafforza in Intesa. Mentre Milano affonda nelle sue ridicolaggini, l’Expo, Mourinho, il gossip, i vagoni riservati nella metro, e i Berlusconi stile “Verissimo”.
Le Olimpiadi e Marchionne hanno rilanciato Torino, che non si preoccupa più di bypassare Milano. Mentre Milano, pur dominando ancora la politica e l’opinione, sembra tornata alla sua vocazione provinciale e anzi strapaesana, con la Lega e lo stesso Berlusconi, Torino rilancia il suo ruolo di guida industriale e morale, dall’agricoltura di Cavour al cinema, ai telefoni e ai mezzi di trasporto. Si è dato un ruolo di punta in tutte le aree di ricerca, teorica e applicata, con le sue fondazioni e finanziarie regionali, il Politecnico, e l’informatica applicata. E anzi punta a tornare il pivot dell’Italia in Europa con l’alta velocità, la Livorno-Civitavecchia, e la rete della autostrade padane.

Speculazione libera in Borsa sulla Roma

I Flick veri, quelli della Bmw, non c’entrano con la Roma. Hanno lasciato correre perché qualche nipote scapestrato s’è fatto mettere in mezzo dalle finte cordate romaniste. Neanche Spalletti c’entra. Ma lo “Spalletti juventino” ha consentito un’altra settima di delirio contro i Sensi. Poi è stato di turno il gruppo Unicredit, e il debito dei Sensi con Unicredit-Banca di Roma, che esiste da una diecina d’anni, e ultimamente semmai s’è ridotto. Ora gli acquirenti si moltiplicano: tutti i tifosi, in pratica, pensano a un’offerta. Il partito di chi gioca sull’As Roma, apparentemente contro i Sensi, si sta concedendo un pantagruelico bis. Dopo la farsa, di cui ancora non si è finito di ridere, di Soros giallorosso. Ma quel gioco ha pagato, e anche molto, e dunque…
Si dice - si sa, i portavoce di entrambi gli affari sono i suoi portavoce - che dietro le due campagne c’è Franco Baldini, l’ex direttore sportivo della Roma degli stessi Sensi, che dopo aver demolito la Juventus sui applica alla sua ex squadra. Un personaggio di cui non mette conto chiedersi le motivazioni - lui si presenta, ed è accreditato dai magistrati, come un onesto ingenuo. E può darsi che lo sia, anche se si è fatto mettere in carico da Capello alla nazionale inglese.
Né c’è da chiedersi che gioco giocano i proprietari della Roma, la famiglia Sensi. I quali si difendono ma non molto, non come potrebbero e dovrebbero. Non come ci si aspetterebbe, se si pensa che la farsa Soros ha demoralizzato la squadra e quindi indebolito i bilanci (di una sessantina di milioni tra diritti Champions e tv, abbonamenti, biglietti), e ridimensionato il patrimonio.
Non si capisce invece come mai ci sia libertà di speculazione in Borsa sulla Roma. Perché il titolo non venga sospeso, quando le prime pagine dei giornali romani lo pongono in cessione. Quando la proprietà smentisce e non. E' un aggiotagio neanche mascherato. Che solo passa attraverso le cronache sportive invece che finanziarie: la Consob non legge le pagine dello sport?

Il mondo com'è - 17

astolfo

Antifascismo – Da tempo è scaduto a maschera della conservazione. Contro un esecutivo elettivo e in grado di governare, e a favore dei poteri forti (burocrazie, giudici, affari). Contro una progettazione locale del territorio. Contro l’aggiornamento sindacale. Contro un’opinione pubblica critica (intelligente). Contro l’insegnamento e la ricerca. Contro la libertà di giudizio e per la faziosità. È un trapianto del fascismo, per la stessa paranoia del complotto (la “reazione in agguato”), l’ottimismo della storia, la durezza (la verità). Per le masse.

“Che” - Si consacra eroe romantico a quarant’anni dalla morte, e venti dalla caduta del comunismo sovietico, in attesa che si levi l’embargo, e Cuba entri nell’immaginario Usa. Per una furbata commerciale: l’eroe romantico nell’epoca degli interessi e della competizione - del mercato, che mette a frutto pure la sbrindellata cialtroneria latinoamericana.
Le librerie Feltrinelli hanno un intero scaffale a lui dedicato, una cinquantina di titoli. È un simulacro. Dopo James dean, Marylin, Jim Morrison, Presley, in contemporanea con Lady D. Ma è anche un Ersatz. Ritorna del resto con costanza.
Il “Che” è eroe negativo sotto tutti gli aspetti: vanitoso, incostante, irresponsabile. Negativo per gli africani in Congo, per il governo di Cuba, per i boliviani. Negativo per i latinoamericani, di cui perpetua l’irrealismo (azteca, inca), la millenaria irresolutezza, il languido veleno dell’isolamento, la passione vacua, il ribellismo mortuario. E il machismo, da drogati o ubriaconi, che sterilizza il subcontinente – solo le donne vi pensano fattualmente, ma limitano l’attività a una buona posizione da seconda, o terza, moglie.
L’immagine del “Che” viene però incontro a bisogni, da noi, diversi. Uno è il comunismo, che si abbranca naturalmente a uno dei suoi pochi esponenti che non ha commesso delitti. L'altro è che l'Italia è un paese ancora sovietico – non nostalgico, proprio sovietico. E che la stessa destra vi rincorre eroi romantici, rivoluzionari - di marca comunista non avendone di suoi propri.

Demoralizzazione - L'ha studiata Santo Mazzarino alla caduta dell'impero romano e si riproduce oggi - la demoralizzazione è dell’Occidente. Motivation from demotivation? A che fine? Si chiama flessibilità, mobilità, mercato, ma è un concorso verso la distruzione della fiducia nei soggetti - il mercato è, in teoria, uno stimolo. Quasi una strategia di “mercato negativo”: dallo slittamento costante del desiderio ai fini del consumo, all'incertezza.

Destra-sinistra - La capacità mitologica è tutta di sinistra. La destra non ha eroi e rincorre quelli di sinistra, Gramsci, il “Che”, i palestinesi, perfino i terroristi. Gli stessi miti che morfologicamente sono di destra, Elvis o Lady D., sono virati a sinistra.
Sono questi miti inerti per questo, per essere mal localizzati – la sinistra in teoria è razionale? O è la sinistra che li anestetizza?

Regimi – Alcuni nascono all’improvviso, con sforzo minimo (fascismo, nazismo), altri all'improvviso si cancellano, da soli (scià di Persia, comunismo sovietico). I corpi politici hanno esistenza organica: durano a lungo se robusti o curati, altrimenti deperiscono in fretta.

Togliatti – Per i molti è uno stalinista – per gli anti e per buona parte dei comunisti del suo partito: Gramsci, la Spagna e l’eliminazione dei non comunisti, i patti di opportunità col fascismo (Hitler), la prima Praga, l’invasione dell’Ungheria, l’indifferenza e il sospetto per il Terzo mondo. L’uomo di Stalin, di cui ebbe la freddezza ma non le passioni e il genio politico. Per i molti è anche quello che ha risparmiato all’Italia dopo Salerno la guerra civile. Ma il Pci a Salerno era minoritario, sarebbe finito presto.
Fu invece abile creatore del mito comunista nella Repubblica, o gestore dell’opinione pubblica. Che ha portato dagli anni Settanta ad appiattire la storia e perfino la natura sulla rivoluzione proletaria. Che non si sa cos’è, ma ha marciato sul deserto che Togliatti aveva fatto, col sostegno convinto delle maggiori intelligenze nazionali, quando si rilegge la migliore cultura degli ultimi cinquanta anni, questo 2009 incluso, si resta di stucco, per la melensaggine e il conformismo - forse opportunista? Di un Seicento ricchissimo, e anche del Settecento, dell’Umanesimo e del Medio Evo, dei romani, dei greci, e di chiunque altro, delle Cinque Giornate (di Milano, di Napoli) e le Trenta Gloriose, di Dante e Brunetto, Bruno, Galileo e Campanella, Gregorio Magno e Giovanni XXIII, hanno fatto e fanno un mondo a una sola dimensione, il riscatto sociale secondo Bertolucci (l’hollywoodiano “Novecento”). Senza passioni, illusioni, destini, né mattinate piane in barca al mare di maggio.
Un effetto Togliatti a lui posteriore, quindi non imputabile, che anzi ne dice la grandezza. Di questa intelligencja conformista, molto tattica, un po’ imbrogliona, Togliatti è il maestro, oltre che lo specchio.
La sua grandezza si misura oggi che l’ex partito Comunista si mostra nudo, retrivo cioè e esclusivo (arroccato, minoritario, fazioso). È togliattiana la cultura italiana della Repubblica, compresi i lampi liberali - quando questi non erano all’origine, con Spaventa-Croce, idealisti, hegeliani, e quindi “togliattiani”. Una cultura costantemente di sinistra, dopo essere stata di destra (conservatrice, bozzettistica, eroica, decadente) per oltre un secolo. E ciò è opera di Togliatti: è togliattiano l’egemonia di sinistra della funzione mitologica. La spinta al rovesciamento, impressa dalla guerra perduta con il re e con il fascismo, fu colta dal colto Togliatti che ne pose alla testa il partito Comunista. La natura del suo Pci è manifesta al raffronto col partito francese o spagnolo, o di altri paesi europei che pure apprezzano la cultura più di quanto si apprezzi in Italia: un partito culturalmente aperto, fino all’opportunismo, e sicuramente egemonico, tanto più di fronte alle chiusure grette degli altri Pc.
Sotto la sua leadership si posero i socialisti, dal praticone Nenni al farfallone Pertini, e i laici. Acquisendone indirettamente quel peso specifico del tutto sproporzionato rispetto alla loro massa: se la cultura laica ha tanto prosperato in Italia nel dopoguerra, da Einaudi a Ernesto Rossi e a Pannunzio, pur non avendo capacità e seguito in politica, si deve alle aperture e alle annessioni di Togliatti. Il cui impianto culturale era talmente radicato da persistere anche in quest’ultimo quindicennio in cui il paese è voltato sicuramente a destra.

Totalitarismo – È sempre legato al segreto. Ed è sempre quello hitleriano. Ma il totalitarismo di Hitler era dichiarato, anche in campagna elettorale. È la verità strumento d’inganno?

È, anche nella scienza politica, quello di “1984”, un'invenzione d'autore e un sistema gotico. Mentre ha creato, crea, vaste aree per l’esercizio critico, assumendosi intero l’onere del potere. Il fascismo degli italiani, o il comunismo dei russi. La dittatura, anche nella forma totalitaria, non è esclusiva. Si regge anzi sulla possibilità, per l’onore dei sudditi, di spostarsi ora su questa ora su quella casella libera. A questo gioco induce anzi, più che tollerarlo - è una facile forma di compensazione. Si può condannare l’invasione di Praga se si apprezza l'impegno dell’Urss per la pace e la distensione, cioè contro gli Usa. E così via: condannare i missili a Cuba e (per) apprezzare Krusciov, condannare lo stalinismo stando dentro lo zdanovismo, e naturalmente giustificare Stalin contro Hitler - e Stalin e Hitler insieme contro l’Occidente capitalista. Il totalitarismo, come l’Inquisizione, non manca di ragioni: le dittature anzi si reggono su queste riserve di libertà, che esse stesse creano monopolizzando il potere, con le relative responsabilità. La capacità di circonvenzione si basa anzi sull'illusione dell’autonomia, in interiore e nel foro pubblico. Non si spiega altrimenti l’adesione di tanta intelligenza, anche dotata di cultura politica, al totalitarismo sovietico. Crollano, anche senza spinte, le dittature che tolgono il respiro, per quanto totalitarie.

Usa – Erano lo Stato razzista che smentiva il razzismo. Sul più inverosimile calderone di razze “biologiche” avendo costruito in poco tempo, il tempo di una costituzione di diritto, la nazione (tribù, razza) più monoliticamente omogenea.

astolfo@antiit.eu

Secondi pensieri - (25)

zeulig

Ateismo - È una forma d’idolatria, come si sa. Non è mai, in nessun caso, una forma della verità.

Bambini – Quando vanno via dagli adulti hanno lo sguardo ironico e assorto. Fio ai quattro-cinque anni, si finisce di essere bambini, un mondo a parte, a quell’età, entrando nell’accumulo delle esperienze.

Conoscenza - È catalogazione e riordino. È acquisizione e scoperta in quanto i fatti ordinari, anche quelli che si presentano normali e già ordinati, sono di per sé bruti, cioè insignificanti.

Corpo – È l'espressione dell’anima, o il suo stampo. È l’unico suo modo di essere.
In città è il codice preminente di linguaggio, e dell'estetica. La civiltà urbana è visiva, sta a quello che si mostra. In Africa – o in Calabria, in Garfagnana – il corpo viene dietro ad altre considerazioni, di carattere, fisionomia, ingegno, applicazione.
Il corpo è una semplificazione. Non difficile – le ragazze nigeriane del bush si trasformano in pin-up senza sforzo se indirizzate alla prostituzione in città. È la città che privilegia l’occhio. Per cortezza di vedute? Per velocità – la mancanza del tempo. Per cinismo, la disaffezione alle persone, sovrastando le cose.

Cristo – Ha desacralizzato il mondo, ponendolo alla ricerca della verità – filosofica. Il Messia arriva con la salvezza. Ma la salvezza si fa attendere: il Mondo non è finito duemila anni fa, il Tempo non è finito. I riti che la chiesa ha elaborato aiutano a ingannare l’attesa, ma non molto.

È la responsabilità individuale. In questo senso si è ribellato a Dio ancora prima dell’invettiva sul Calvario. L’urlo sacrilego è l’epilogo della rivolta, il suo fallimento. La resurrezione non è un riconoscimento postumo ma la continuazione del calvario. E non interrompe la deriva aperta verso la secolarizzazione, la ragione laica.
Né è un rimedio l’invenzione della grazia, assurda. Di anime – Lutero, Calvino – forse caritatevoli ma facinorose, piccoli cristi ribelli. Il cristianesimo è la liberazione dell’uomo, sì, ma da Dio

Non muore in realtà, né può risorgere. Il cristianesimo pone, per prima tra le religioni, la religione come un problema: la teologia vi è filosofia, anche se con fastidio.

Darwinismo - È stato decretato certo, fino a coprire le forme deteriori e più povere del progresso, perché si ha bisogno di certezza. Ma resta ancora da provare. Che organismi monocellulari diventino sempre più complessi, fino a costituirsi in mammiferi e altre specie.

Elettronica - È la parodia radicale dell’individuo, di cui sarebbe la materializzazione. Nel mondo virtuale ognuno è al centro. Di niente.

Eternità - È umana, si sa: solo l’essere umano la concepisce e la vive, solo in funzione dell’essere umano l’eternità è concepibile. Ma ha a che fare con la storia. Non col mero fluire del tempo, ma col progresso – il miglioramento, il perfezionamento, la santificazione.
È un metronomo dell’umano sentire e agire. Non neutro: è una calamita, seppure lieve, che accresce-rallenta il movimento in rapporto alla sua stessa complessità, al senso morale (a un senso morale che ne è la complessità).

Filologia – Tristissima ne è l’età, una vecchiaia prolungata, a rimuginare la creazione, da troppo tempo sempre già avvenuta. La mucca ebbe in India 21 nomi segreti. Oggi si possono ricostruire i significati, anche con scrupolo, ma non più nominare.

Labirinto – È una costruzione e non una prigione, uno spazio definito (predeterminato). Nel quale si vaga per curiosità, per vezzo, per sfida. Di cui non si è prigionieri in realtà, se non al modo del ragno nel suo reticolo, per il piacere dell’attività – e per la natura?

Legge – Quando è l’ordine, crea il massimo di disordine. È un principio fisico, e dei gruppi sociali.

Passione – È un modo d’essere, più spesso che non un atto, più o meno volontario. Gli stessi impulsi nascono da un modo d’essere: la “natura”, la Bildung.

Realtà - È comunicazione. E la comunicazione è rappresentazione: una immagine della realtà

Rimozione – Senza, non si sopravvive.

Riso – È invenzione recente, poiché non c'è nella Bibbia, dove pure succede di tutto. Nella Bibbia s piange, ma non si ride. Dio dunque non ride. Né mai ha riso Gesù.

Storia – La memoria libera il passato. Anche l’oblio. Ma quanto è libero il passato? Morto o rivissuto che sia?
La verità è che il passato continua. E non è libero né coatto, è in divenire.

“La memoria va ‘narreri” dice Domenico Tempio, oscenamente intendendo: il mondo va in culo! Ma anche figurativamente: è la cecità della storia. E fisicamente: il mondo finisce in un culo di sacco se la materia finisce nel buco nero.

Tempo – Una città come Roma ancora non lo ha inventato (scoperto): una cosa vi può succedere, indifferentemente, in un minuto, un giorno, una settimana, un mese, un anno.
Una professione come quella giornalistica l'ha abolito, tutto è istantaneo.

Ma l'uomo è il tempo. Che è il presente, ieri non 'era, domani non ci sarà. Il presente esteso nella memoria e nell'immagoinazione.

Viaggiare - Sui viaggia per stare soli. Senza perdersi: nella differenza ci si ritrova.

zeulig@antiit.eu

domenica 3 maggio 2009

Fiat 1: niente Italia in Germania

Non bastano le tre carte di Marchionne, la Fiat non ha alcuna possibilità in Germania per la Opel. Non per le garanzie sull’occupazione, che nessuno dei concorrenti all’acquisto dà, ma perché è un’azienda italiana. A nessuna condizione un’azienda italiana salverà una grande azienda tedesca, Verheugen non è un bisbetico isolato - e anzi conferma che la Ue non esiste, si parla di unione solo quando fa comodo alla Germania e alla Francia.
È comprensibile: le maestranze e gli impiegati tedeschi non vogliono capi italiani. Ma il mercantilismo vi è pure feroce. Il riflesso condizionato è comune ai partiti e al sindacato dei metalmeccanici, anche se sfumato per ragioni di buoni rapporti europei nel capo del governo Angela Merkel. Nonché alla Volkswagen, che è la Germania, e che non vuole Fiat tra i piedi. Ed è un riflesso, si sarebbe detto un tempo, razzista: non ci può essere un’azienda italiana migliore di una tedesca, non nell’automobile. Il fatto è già stato spiegato a Torino dai consulenti svizzeri e tedeschi presentiti sull’operazione.
Marchionne insiste, nell’ipotesi che una scelta ponderata prevalga. Opel si acquista in definitiva da General Motors, la quale ha solo interesse a passarla alla Fiat. Ma il general manager di Fiat sa che la vecchia casa automobilistica, benché americana da quasi ottanta anni, è in realtà tedesca a tutti gli effetti, come tutto ciò che si trova in Germania. Dove il mercato è finto, il riflesso mercantilista sempre prevalente: il negoziato vero è con i governi, centrale e regionali, e con i sindacati.
Al sindacato aziendale e ai ministri della Merkel Marchionne illustrerà i tre punti di forza di una possibile intesa: gli ottimi risultati ottenuti da tre anni, l’integrazione fra il Nord Italia e la Baviera-Svevia nell’industria dell’auto, il parziale disimpegno di Fiat-Opel dal gruppo Fiat, per costituire un’entità proprietaria e gestionale autonoma - sull’esempio di Unicredit-Hypovereinsbank, il gruppo bancario influente proprio nelle regioni meridionali della Baviera e della Svevia. Ma il riflesso antitaliano è generale tra i giornali e i politici, il commissario europeo Verheugen, che l’ha detto pubblicamente, rispecchia l’opinione dominante.

Fiat 2: il ricatto delle banche

Le banche sono scontente dell’amministrazione controllata alla Chrysler. Avevano detto sì all’accordo Fiat-Chrysler con l’intento non celato di pressare il gruppo italiano per ottenere subito contropartite in affari, e presto margini su cui ripagarsi. L’amministrazione controllata ora protegge Torino.
Dell’insoddisfazione delle banche è portavoce il “Financial Times”, che ha scomodato ieri Machiavelli per denunciare l’appiattimento dei creditori nelle procedure dell’amministrazione controllata. Non ci sono più crediti privilegiati, crediti senior, ma tutti concorrono agli stessi attivi, compresi quelli dei lavoratori.
Per il gruppo italiano, che inizialmente non aveva gradito il Chapter 11, la prospettiva complessiva sembra mutata. Il Chapter 11, la procedura semi-fallimentare, rischia di interferire con la gestione, qualora qualche creditore, anche piccolo, decidesse di ricorrere in tribunale per essere liquidato con la cessione di un asset pari al suo credito. La gestione cioè rischia di essere appesantita da questa possibilità. Contro la quale però il sostegno della Casa Bianca all’accordo può essere dissuasivo, e comunque di grande protezione. Mentre le pressioni delle banche su Fiat, la parte sana dell’accordo, si indeboliscono.

A Sud del Sud - a Sud di nessun Nord (34)

Giuseppe Leuzzi

“Mi scatta l’ignoranza”, spiega più volte Gattuso a Daria Bignardi che lo intervista su Rai 2. Per dire la collera insensata che fa tanta cronaca nella sua regione, la Calabria. Anche tra le persone miti come lui. È una forma di anarchismo inconsiderato, ma non caratteriale – a meno che non ci siano geni regionali. Si collega all’anarchismo sociale, alla “coscienza” che si è sempre e comunque vittime. Atavica ma anche recente.
E' anche una forma di difesa, l’ignoranza targata Gattuso. Il calciatore è un incontrista, si adatta al gioco dell’avversario. Saprofitico. Ma sempre determinato, per la natura del calabrese eponimo che gli interlocutori (avversari) gli fanno impersonare e lui impersona. Per i giornalisti lui è il calabrese, e lui fa il calabrese. Ci guadagna anche, con la pubblicità: il pregiudizio ha trasformato in rendita.

Gattuso ha fatto più partite col Milan di qualsiasi altro compagno di squadra. Ma non può diventarne il capitano. “È giusto che lo diventi chi ha più anzianità col club di me”, si giustifica. Dunque, anche il terzo portiere? Gattuso non può essere capitano a Milano perché è calabrese. E sa che non può dirlo.

“A Sud di nessun Nord”. se il Nord è la bussola.

Assolvono definitivamente Mannino dall’accusa di mafia. Dopo averlo perseguitato per quindici anni, con testimonianze, prove e foto sui giornali.
L’assoluzione si merita poche righe, nei giornali che la danno. Ma non è questo il punto – ai giornali non frega nulla, né della mafia e tanto meno di Mannino, devono solo vendere una copia in più. Il punto s’illustra ripubblicando questo taccuino in data 20 dicembre 1997:
“Viene Siino in deposizione straordinaria a Roma e, dopo avere affondato Martelli e i Carabinieri, demolisce i supertestimoni dei baci di Andreotti. Siino che è Alfredo Galasso, cioè Leoluca Orlando. Salvano Andreotti sacrificando la Dc di sinistra: Salamone, Nicolosi, Mannino (era pur sempre l’uomo di De Mita in Sicilia, ultimamente). Perché si tratta ora, sbancato il Pci-Pds in Sicilia, di recuperare il voto andreottiano. La tenaglia si stringe anche, via Lo Forte-Dell’Utri e Borrelli-Previti, sui voti catturati da Berlusconi. La Dc non perdona – anche se oggi, certo, non uccide più”.

Dopo quindici anni di Lega, e prima del federalismo fiscale, i trasferimenti pubblici per investimenti al Sud, poco più di un terzo della popolazione, si sono ridotti dal 41 esattamente al 35 per cento. Ma al 25 considerando i trasferimenti nazionali, al netto dei sussidi europei.

Sul “Magazine” di giovedì 23 Cesare Fiumi fa una cronaca sorprendente di “avvertimenti” mafiosi nelle campagne trentine, non dissimili dagli avvertimenti in Sardegna e in Sicilia. Una serie di meleti e vigneti distrutti di notte con cura, tagliando le piante alla base. Sorprendente, la cronaca, perché “normale”: non se ne è fatto scandalo. Non prima, e neppure dopo – dopo la pubblicazione su un giornale che è del “Corriere della sera”.
La rubrica di Fiumi è impegnativa, s’intitola “La storia”. La storia è che la mafia fa scandalo solo al Sud.

Milano è città di falsa solidità. È città d’acqua, che a un certo punto fu ricoperta – come se oggi, arrivando a Amsterdam, i canali si trovassero ricoperti.

Il Cimitero Monumentale di Milano Walter Benjamin (“Il mio viaggio in Italia”, 34) dice “monumento al Dio del denaro”.

La capitale morale nacque come capitale del regno napoleonico d’Italia. Di un regno pigliatutto. All’ombra di belle leggi. Si spiega l’avidità, impunita.
Prima era la capitale della Controriforma: “lavorerio” e colli torti.

De Amicis (“Ricordi di un viaggio in Sicilia”, 28): “Se l’Italia peninsulare, come fu detto con felicissima immagine, è un braccio teso dell’Europa in direzione dell’Africa, la Sicilia è pur sempre la mano di quel braccio….”.
Insomma: è “nell’avvenire dell’Africa il risorgimento dell’«organo prensorio»” dell’Europa.

Gentile si è occupato a lungo di Petrarca per affermarne il platonismo. Raccogliendo le sue note su Petrarca in “Sudi sul Rinascimento” lo dice “iniziatore in qualche modo del platonismo” e “il nostro iniziatore del platonismo della Rinascenza”. Con difficoltà, poiché il poeta non conosceva il greco: al greco e a Platone fu iniziato con pazienza da fra’ Barlaam, Bernardo di Seminara, il monaco calabrese che trattò per il papa la ricomposizione dello scisma d’Oriente e fu poi vescovo di Gerace. Di cui dirà, tra i tanti riferimenti al suo greco, che era “latinae facundiae pauperrimus”, ignorante di latino.
Ciò non è vero, dice Gentile: quando Barlaam divenne vescovo scrisse in ottimo latino, di cui dà esempio. Ma il filosofo si compiace di rilevare la “finissima ironia” di Petrarca nei confronti del maestro di greco. Al punto da correggere un inscium con inscius: all’accusativo ignorante sarebbe lo stesso Petrarca, in linea con lo spirito polemico di ciò che scrive, un libello contro chi lo accusava d’incompetenza filosofica, al nominativo si riferisce a Barlaam, un ignorantone quindi. Ma, allora, che Platone avrà scoperto Petrarca con Barlaam?

La mafia è concetto privilegiato dell’opinione pubblica perché si nasconde. I mafiosi sono criminali, e sono solitamente gli scarti della società, anche esteticamente. Ma il segreto, il male onnipresente, l’opinione privilegia. Per assolversi – delle debolezze morali, dei comportamenti trasgressivi, della politica incapace, della furberia.
Alla mafia viene appaiata la politica perché è l’altra realtà italiana sfuggente, da qualche tempo,

La lingua del Sud, “la parola magra e disadorna, acuta e disperata, vestita di pelli e nutrita di locuste”, Corrado Alvaro lega alla Passione, di Cristo. La rivelazione gli viene negli interminabili esercizi spirituali che i gesuiti gli imponevano a scuola, con i quaresimalisti, specialisti di pratiche diaboliche. E si legge in un gruppo di articoli autobiografici che Alvaro pubblicò sul “Mondo” nel 1922, raccolti da Anne-Christine Faitrop-Porta in “Lettere parigine e altri scritti, 1922-1925”.
Forse è qui il “segreto” del successo di Camilleri: nel suo dialetto lieve, riderello. Falso, ma in quanto calco giocoso del terribilismo di Verga, di Pirandello, dei poeti dialettali, e delle cronache. Della lingua di mondi “piagati e grondanti sangue”, direbbe Alvaro: un altro calco, anch’esso di maniera.

“Collaboratori di giustizia” Giovanni Falcone ha voluto i “pentiti”, e non pentiti. Solo pochi collaboratori sono pentiti, altri vendono informazioni in cambio di una pensione protetta. Sono “mafiosi collaboratori”, dice il Procuratore antimafia Grasso. Molti Procuratori pero hanno eretto i collaboratori a martiri ed eroi, col sostegno di pubblicisti di fama e di grandi editori. O a loro beneficio.
A danno di molti meridionali incolpevoli, su cui i collaboratori hanno esercitato i loro ricatti o le vendette. Con l’aiuto sollecito dei Procuratori.

Sugli ottocento collaboratori di giustizia, dice il Procuratore Grasso, solo un centinaio sono della ‘ndrangheta, e non attendibili. Questo certamente è significativo: la ‘ndrangheta (ancora) paga.

Stevenson (“Olalla”, 24) lo scirocco dice “vento nero”.

Per Calasso (“Ka”, 185) il Sud è “la direzione della morte”.

leuzzi@antiit.eu

sabato 2 maggio 2009

Roma tra Israele e Iran

Si apre a Roma una tornata di rapporti indiretti tra Iran e Israele, col fine condiviso di svelenire la questione nucleare e quella Hamas. Non una mediazione, l'Italia non ha nulla da offrire alle parti in causa, né idee risolutive da suggerire, ma una iniziativa di buona volontà. Teheran ha dato la sua disponibilità e quella del nuovo governo israeliano verrà saggiata in settimana con l’arrivo a Roma del neo ministro degli Esteri Lieberman, apparentemente un irriducibile. I precedenti, se non risolutivi nel caso specifico, sono di buon auspicio per quello che la Farnesina definisce un approccio: la diplomazia italiana è già riuscita a riavvicinare la Libia agli Usa, e ha aperto la strada al riconoscimento reciproco tra la Libia e Israele.
Il tentativo sul fronte Iran-Israele si propone molto più modesto. Con l’intento di avviare rapporti forse non risolutivi, ma neanche formali. I due paesi del resto non sono mai stati realmente nemici, non al modo dell’Iran con l’Iraq di Saddam, per esempio, e anzi in qualche modo Teheran riconosce e protegge la sua minoranza ebraica. È un gioco di “chiama e rispondi” tra nemici disponibili, o cavie volontarie, che Franco Frattini ha deciso di favorire. La non-indisponiblità iniziale facendo presagire una buona intenzione di fondo reciproca di arrivare a un modus vivendi stabile.
È un’iniziativa “locale”, tra paesi vicini del Mediterraneo, tra i quali l’Iran si annovera. Con l’intento di promuovere un disgelo, tra i due soggetti chiave in questa fase della questione palestinese. È un’iniziativa che Frattini prende in autonomia rispetto a Bruxelles, anche se in linea con la politica genericamente negoziale dell’Unione europea. Il cui risultato potrebbe essere una carta da visita non di maniera, sostanziale, con la nuova presidenza americana.

Scudéry, bugiarda antenata di Proust

La menzogna è maschio in francese, ma ne trattano qui sensibili signore, con l’ausilio di La Fontaine, Pellisson, Sarrasin - il titolo d’esordio di Madeleine de Scudéry è peraltro “Lettres masculines”. Concludendo, come si deve, in favore della verità, “anima della probità”. L’anima della clarté, quale si vuole la Francia. “E tuttavia”, dice l’autora, “ci sono più mentitori di quanto credessi”. Ce n’è che si inventano: inventano titoli di nobiltà, relazioni importanti, influenze, ricchezze, e gli anni. Perché il paradosso del mentitore (tutti i cretesi sono bugiardi, dice Epimenide cretese) è anche quello della verità:
“- Se si stabilisse una volta la verità nel mondo, riprese Plotina (l’autora), non vi si direbbe quasi più nulla di quello che vi si dice.
- Ciò significa, ribatté Amilcare (Jean-François Sarrasin), che non bisogna fidarsi troppo delle vostre parole”.
Il tutto nel deserto delle passioni. Oggetto unicamente, allora e dopo, di dissezione, all’ombra della fatale raison cartesiana, “il più radicale misconoscimento della poesia che s’incontri nella storia del pensiero umano” (G. Gentile).
Mademoiselle de Scudéry si dedicò in vecchiaia (morì a 94 anni), quando i romanzi non andavano più, al genere gossip si direbbe oggi, delle varie moralità, pubblicando cinque serie di “Conversazioni” su argomenti disparati – in buona parte estratti dai suoi voluminosi romanzi di dodici e passa tomi. Animando un suo proprio salotto, in parte autonomo da quello di Rambouillet, che è il prototipo di tutti i salotti letterari, al quale La Fontaine e gli altri facevano capo.
Madeleine de Scudéry è il modello delle “preziose”, le donne intellettuali che Molière ridicolizzò. Che però furono centrali, si direbbe oggi, per l’instaurazione della letteratura francese, la scrittura e lo spirito Francia che conosciamo - la “preziosità”, notava Barthes, benché seppellita da Boileau, Molière e La Bruyère, fa la letteratura del Seicento, “se nel 1663 una raccolta di poesie galanti della contessa di Suze aveva avuto quindici ristampe di tomi multipli” (la contessa, nipote dell'ammiraglio Coligny, aveva anch'essa un suo proprio salotto, oltre a frequentare Rambouillet). La breve introduzione di Sylvie Robic ribalta un mondo, la proiezione della modernità centrando in Francia sul secondo Seicento, prima e più che sul Settecento. E introduce nello stesso spirito ottimi neologismi piani nel vocabolario di genere, quali autora e scrittora, auteure, écrivaine - il francese non ha scrittrice né autrice, a tre secoli dalle non ridicole “preziose”, del cui senso pratico c’è dunque sempre bisogno, per quanto anticonformista.
Degno di nota, benché Robic trascuri totalmente il fatto, è che il rinnovamento francese fu opera di una coscienza critica, nonché femminile, italiana di origine. Tre italiane fondarono infatti e presiedettero il famoso hotel di Rambouillet: il fatto era sottolineato a fine Ottocento da J.E.Spingarn, lo studioso americano che, in "A history of literary criticism in the Renaissance", illustrò nel 1899 il ruolo tutto italiano nella nascita della coscienza critica. Le tre dame erano Giulia Savelli, sposata al marchese Pisani de Vivonne, italiano di origine ma diplomatico francese, la loro figlia Caterina de Vivonne, nata a Roma, marchesa di Rambouillet per matrimonio, e Maria dei Medici, che volle nel palazzo del Lussemburgo lo stesso salotto (una sfilata di saloni) della marchesa di Rambouillet. L'hotel di Rambouillet era in realtà palazzo Pisani, vicino al Louvre, dove ora è il Palais Royal. Ancora Proust sarà deluso, essendo andato alla ricerca delle sorgenti della Vivonne ("una specie di lavatoio quadrato da cui montavano delle bolle"), ma in senso metaforico sbagliava - non ci sarebe stato Proust senza Scudéry.
Madeleine de Scudéry, Du mensonge, Rivages, pp. 95, €6,60

Ma il Corpo del capo è santo

L’ennesimo articolo, lungo, contro Berlusconi. Belpoliti vuole ridurre Berlusconi alla celebrità warholiana, “ognuno ha diritto al suo quarto d’ora d celebrità. In un testo che non è ghiribizzo d’autore, si vuole di scienza sociale. Al fine di scongiurare che ce lo teniamo fino al 2020, come capo dello Stato dopo la presidenza del consiglio. Ma col risultato di favorire il sortilegio – la scienza politica vuole impegno, intelligenza. L’assunto è solo doveroso, l’occasione sprecata: c’è un’occupazione quasi materiale, ingombrante, della politica, schiacciante. Da parte di corpi estranei. Un’occupazione che da un lato viene dalla mutazione genetica della politica stessa. Da corpo articolato, perfino puntiforme, e flessibile, in ammasso indistinto e massiccio, come vuole la moderna propaganda – le tecniche della comunicazione. Ma per altro verso viene dall’utilizzo abile, intelligente (appropriato?) di queste tecniche.
Belpoliti sa che la tecnica (la comunicazione) è neutra. Ma dissolve la politica, che è fatti, nella lettura dello storione che Berlusconi si è costruito per le elezioni del 2001, i suoi detti e le sue pose fotografiche. Perché “il creatore della neotelevisione ama così tanto le sue fotografie”? è l’assunto di Belpoliti. Perché è un cialtrone è la risposta ovvia, camuffata per 150 pagine. E non ce n’era bisogno. Belpoliti era riuscito a scrivere un saggio su due foto di Moro, e ci deve avere preso gusto. E questo è tutto, Berlusconi poi vende, più di Moro.
L’assunto vero è che il “corpo” c’è. Odora, del buon odore del corpo dei santi. Si fa toccare, nelle “passeggiate”. Fa miracoli, specie tra le donzelle. E unto, in qualche modo – a questo punto del Signore, poiché non ci spieghiamo altrimenti il suo successo, il tanto amore per quest’uomo, la fiducia che ingenera con le sue apparenti cialtronate. Kantorowicz non avrebbe difficoltà a riconoscerlo. Belpoliti no.
Il vero “corpo del capo” è l’occupazione della politica, fisica, materiale. La mutazione della politica, che era riflessiva e d’improvviso è assertiva. Il suo salto da critica a carisma, da saggezza a improntitudine, da intelligenza a glamour – il tema è forse la natura segreta del glamour. In questo senso il “corpo del capo” va berlusconizzato. Ma anche qui in gloria di Berlusconi, gli altri essendo comparse, imitatori tardivi. Il Capo che si proietta nei candidati: li sceglie uno per uno, secondo categorie immaginarie (merceologiche) definite, il giovane, il bello, il saggio, la mamma, in proporzioni prestabilite, tre di questo, quattro di quello, o anche individualità caratterizzate, Sgarbi a Locri, Zeffirelli a Catania, Jannuzzi a Milano Centro, e tutti poi annichilisce nella figura del Capo – nelle sue decisioni. Un fatto molto evidente (Sgarbi ne ha fatto la satira in tv: “Volete la bella fica? Eccola qua”, fuori dal cestino, “la volete rossa?, allora eccola”, cambio di parrucche…). E anche semplice, da capire, da analizzare. Ma è vero che Berluconi “si vende”.
Marco Belpoliti, La foto di Moro, Nottetempo, pp. 24, € 3
Marco Belpoliti, Il Corpo del capo, Guanda, pp. 153 € 12

Ombre - 18

“Repubblica” apre mercoledì e giovedì drammaticamente su Berlusconi:
“Veronica attacca Berlusconi”, martedì, “veline candidate: “è ciarpame””.
“Berlusconi cede: via le veline”, il giorno dopo.
Martedì “Repubblica” aveva avviato le ostilità facendo la spia sulla visita di Berlusconi a una ragazza a Napoli che festeggiava i diciott’anni.
Erano i giorni in cui la peste suina contagiava gli Usa, e la Fiat comprava la Chrsyler. Anche il terremoto non era finito in Abruzzo.
Mai Berlusconi avrebbe potuto immaginare più interesse per le sue candidate belle e giovani. Grazie anche al grido di dolore di “Medea” sua moglie, con i figli al seno.
È “Repubblica”, faro delle sinistre, che crea la storia, l’avviluppa, e poi la scioglie, coartando i suoi lettori? O sono i lettori di “Repubblica”, compresa la moglie di Berlusconi, che vogliono queste storie?

Si può anche pensare “Repubblica”, nonché non più “Le Monde”, un giornale scandalistico. Giovedì completava la spiata con le foto della diciottenne, e di sua madre. Che Berlusconi, dice, chiamano “papino”. D’obbligo le ipotesi: è la ragazza figlia adulterina? è l’amante (lei o a madre)? o non c'entra la camorra (il padre)? Nessuna delle tre vera, direbbe Guzzanti figlio.

Ma se è così sia siamo solo all’inizio dell’ennesima storiaccia berlusconiana – si tratta di sbarrare a Berlusconi il Quirinale, per il quale ci vogliono ancora quattro anni. La Medea di Arcore potrà scrivere, o raccontare confidenzialmente, a “Repubblica” i suoi strazi di moglie tradita, le perversioni del marito, sadico, pedofilo, violentatore dei figli, gli assassinii perpetrati o ordinati, i conti segreti. Mentre “l’Espresso” avrà foto a profusione per l’ennesimo “corpo del capo”, il fotoromanzo berlusconiano, genere a grande richiesta.
La cosa non è senza lati positivi, se sovverrà alla crisi dei giornali. Inoltre, dà una cornice infine adeguata al grand-guignol che è la cifra della buonissima Milano, e forse ce ne libera.
Ma il rischio è forte che, il cappone Berlusconi ridiventando così gallo, la Medea-Veronica non ce lo imponga a vita. Scatenando il feroce antifemminismo degli italiani, e di metà delle italiane.

L’infanta di Spagna in visita a Parigi è celebrata su tutte le prime pagine di dietro, con la signora Sarkozy, mentre salgono le scale all’Eliseo – una foto lusinghiera, bisogna dire, anche se in diverso modo, per entrambe.
Ponderati articoli delle giornaliste più impegnate commentano la foto, sui diversi colori, tessuti, tagli, sarti, e i modelli delle scarpe delle signore.

Milano ha vinto l’Expo 2015 col programma “nutrire il pianeta, energia per la vita”. Dopo un anno e mezzo non ha fatto nulla, ma questo non importa. Diana Bracco, industriale farmaceutica, presidente dell’Assolombarda e della società di Milano Expo 2015 (Soge) spiega anzi al “Corriere” che è stato fatto moltissimo: riunioni in serie, “al limite dell’esaurimento per chi come me ragiona con la logica d’impresa”. Che tutto quindi va bene. E che saranno creati “settantamila nuovi posti di lavoro”. Nel 2150?
In genere non si parla dell’Expo, che Milano ha voluto a scapito del resto d’Italia, e per la quale non fa nulla, eccetto che litigare. Milano tratta molto soprattutto i problemi degli altri.

Dice il Procuratore Capo dell’Aquila in tv dopo il terremoto: “A parte che, se ci saranno illegalità, chi le ha commesse non sarà indagato ma subito arrestato”.
A parte che?

Viene spesso in tv il Procuratore Capo dell’Aquila e assicura che vigilerà contro le infiltrazioni mafiose nella ricostruzione. In una zona fra le più civili d’Italia, meno violente.
Bisogna “vigilare” contro la mafia per andare in tv? Anche i giornali, se “vigilano”, è contro la mafia. O per non dire che era meglio vigilare sulla costruzione interminabile dell’ospedale, su quella affrettata della casa dello studente, sulla ristrutturazione della prefettura?

Salvatore Settis passa la Settimana Santa sul “Tirreno” a vituperare, in quanto residente di quella cittadina, il sindaco di San Vincenzo per le villette a schiera. È stanco delle beghe ministeriali, a favore di ministeriali neghittosi, quando non impegnati a occupare graziosamente palazzi demaniali. Il sindaco, anch’egli democratico, risponde che l’ambiente è protetto, come no, ma lo sviluppo ci vuole.
Per chi San Vincenzo è un toponimo, in quarant’anni di transumanza su e giù per l’Aurelia, il luogo era verde e ora è ocra, del colore delle villette, come tutta l’Aurelia prima e dopo Grosseto e la sua provincia: Santa Marinella o Tarquinia, Populonia e San Vincenzo. È cioè la prova di un mistero: che un’istituzione, per giunta labile, la provincia, “faccia” il paesaggio, con le attitudini e la mentalità. Una differenza non c’era, poniamo un secolo fa, tra il grossetano o il viterbese, a Sud, e il livornese a Nord, ora è robusta.

Si moltiplicano nell’alto Lazio e in Toscana, nelle province di Siena e di Livorno, le colline coperte di villette a schiera, per lo “sviluppo popolare”, come abitazioni o investimento modico. Ma sono complessi sigillati, sempre intatti e muti: sono stati costruiti fuori tempo? Da trent’anni la seconda casa ha perso richiamo, per la scoperta delle vacanze in pillole dapprima, tutto compreso, invece della villeggiatura, e dall’infausto 1992 per le tasse.
È qui la tristezza che le colline occupate inducono. Non le villette al posto delle pinete, ogni paesaggio acquista personalità col tempo, e il bosco si ricostituisce. Ma lo spreco di risorse, compreso a questo punto anche il verde originario. L’incapacità di coniugare il sesto senso dell’iniziativa libera col bisogno di prevedere e programmare il futuro.

mercoledì 29 aprile 2009

Le milanesi preferiscono l'islam

Il burqa no, si privilegia l’eleganza griffata. Come le mogli degli sceicchi e degli emiri, peraltro. Per il resto le mogli milanesi privilegiano in tutto l’islam. Le mogli dei politici. Fatto il figlio, dimenticano il marito. La serie è ormai lunga, la moglie di Berlusconi che si dice “vittima” del marito si inscrive in una lunga lista, tanto lunga da costituire un caso sociologico ben distinto. Da Craxi a Bossi e ai tanti padani che si sono dovuti trasferire a Roma, per eccesso di successo, le mogli li lasciano soli: si ha successo in politica a una certa età, e a quell’età le signore milanesi preferiscono starsene tra donne, ben provviste naturalmente.
C’è questo tipo di matriarcato sotto il maschilismo della sharia, delle api regine che cancellano il maschio. È comunque certo che l’islam è amato dalla donne islamiche. Il sostegno delle donne al khomeinismo, a ogni forma di radicalismo, è stato ed è massiccio. Quando lo scià impose la parità dei sessi, nel lavoro e in società, quello fu il suo più grande passo verso la destituzione: le donne non gli perdonarono di doversi mescolare in pubblico con gli uomini, dare la mano, andare a lavorare in ministeri e commissariati di polizia. La casa e i figli, con opportuna dotazione, anche di cosmetici, abiti e ogni altra civetteria (il chirurgo estetico, la prima alla Scala, il guru, etc.), fanno un orizzonte sempre riposante in Oriente.
Insomma bisogna distinguere, ha ragione la signora Berlusconi che, pur padrona di tante televisioni, critica le veline ("tutte troie") e le verità televisive. C’è un islam televisivo, e c’è l’Oriente. Quello vero, da cui viene l’Occidente. Mentre qui, malgrado la frenesia, nulla è cambiato da duemilacinquecento anni, da quando c’è la storia, con Aristofane e “Medea”. Un esempio, questa, di donna islamica ante litteram, che mette in campo i figli per farsi scudo del padre (e per altri fini meno nobili: vendetta, investimento, e perfino castrazione, poveri figli).

Norman Douglas Casanova omofilo

Douglas lo considerava il suo libro più importante, anche se ha scritto di meglio. È pieno di luoghi, Siena gelata, Firenze antipatica, Levanto felice “zona di guerra”. Di situazioni – come imboscarsi a Londra per evitare la guerra. E di personaggi. Anche importanti: Ouida, Malwida von Meysenburg, il vecchio Ramage. Di Craufurd Tait Ramage, il primo viaggiatore inglese, in realtà scozzese, come scozzese è Douglas, e il più perspicace anche se affrettato, dell’Italia meridionale, negli anni 1820, quello che più ha lasciato traccia nei futuri viaggiatori, Douglas fa il suo interlocutore. Non senza i soliti sorprendenti punti di vista. L’usignuolo meridionale, importuno alle ore antelucane, non ha nulla del melodioso usignolo inglese. Ponendo l’interrogativo se la letteratura non è tutto – e niente.
Ma più che altro la felicità del ricordo viene dagli incontri. Molti giovani allietano il bighellonaggio di Douglas in Italia, troppo vecchio per andare al fronte, durante la Grande Guerra. Senza altra traccia se non, dice Douglas, le “ore liete” - un filone erotico sempre e solo sessuale, che arriverà fino a Pasolini. Non ancora “caprese”, Douglas se ne compiace come un piccolo Casanova omofilo Norman Douglas, Alone. In viaggio per l’Italia

Le due dimensioni di Fruttero

Carlo Fruttero è la voce garbata del celebre duo. Lontano dallo zolfo mentale, sociale, fisico, che appestava i racconti a quattro mani con Lucentini, seppure ingentiliti dal torinese Fruttero. Da “A che punto è la notte”, per dire, macbethiano già nel titolo. Fruttero si diverte a rifare i linguaggi della testimone, la figlia, la migliore amica, la barista, la giornalista, la bidella, la carabiniera, la vecchia contessa. E a estrarre l’impensabile dalla normalità. Da linguaggi cioè che sono la televisione, in copia. Senza nervi, e senza neppure spessore. Il Fruttero letterato ambizioso della gioventù potrebbe pretendere di avere scritto il vero romanzo a due dimensioni, la flatlandia di Abbott.
Carlo Fruttero, Donne informate sui fatti, Mondadori, pp. 198, € 12

martedì 28 aprile 2009

La modernità di Simone Weil

La modernità è la tradizione. Non c’è futuro senza radicamento.
Due terzi del libro, che forse per questo non ha avuto fortuna e ora si riedita, sono presi dalla sradicamento, della città, della campagna, della patria. Nell’ottica della sconfitta e della difficile resistenza a Hitler, da New York dove la filosofa si era rifugiata e poi da Londra, dov’è morta di tubercolosi, cioè di debolezza, nello stesso 1943 in cui febbrilmente scriveva. Questa parte contingente ha forse segnato il destino di un libro che invece si rilegge come una colossale costruzione etica. Le pagine ancora più vive della filosofia del Novecento sul modo di essere dell’uomo nella natura e nella storia.
Numerose ne sono le tracce, storiche e di pensiero. Più vive perché inesplorate. L’eredità arida della romanità, dell’imperialismo feroce, rilevata nei danni persistenti alla religione, la scienza, l’assetto sociale (legge, giustizia, potere, o sovranità). In filigrana, attraverso gli accenni degli storici greci schiavi dei romani. E con tagli vigorosi al conformismo: la sterilità della forza che tradisce la forza, a causa della schiavitù (possesso) come ragione di vita, annientando la religione e la vera cultura – la ricerca.
Il genio puro. La storia impura. La virtù che s’insegna ma non si pratica, non in un solo episodio della storia, eccettuati tre o quattro.
L’argomento centrale della fede che è scienza. La scienza greca, la nostra scienza – “l’investigazione scientifica non è che una forma della contemplazione religiosa”.
La religione della domenica, svuotata dallo scientismo. Che pure è piccola cosa.
La natura del miracolo.
La Provvidenza generale, impersonale, sui buoni e sui cattivi (Matteo, Marco) e la miserabile Provvidenza speciale, degli ex voto, dei calciatori quando entrano in campo, dei calciatori quando segnano un goal, e di Manzoni - “ogni interpretazione provvidenziale della storia è di un grado eccezionale di stupidità”.
Il mondo determinato dalla perfetta obbedienza: è questo il senso della fede, e la via della scienza.
Qua e là la rilettura dell’hitlerismo, che troppo ritarda.
La vera psicologia, la vera sociologia, che introiettano la necessità del lavoro e della morte: “Le forze di quaggiù sono sovranamente determinate dalla necessità; la necessità è costituita da relazioni che sono pensieri; di conseguenza la forza che è sovrana qui è sovranamente determinata dal pensiero. L’uomo è una creatura pensante: è dal lato di ciò che comanda alla forza”.
Simone Weil, La prima radice, SE, pp.288, € 24

Le origini di Alvaro

Alvaro nasce e sarà, in quanto giornalista e linguista, il primo scrittore-viaggiatore del Novecento (il secondo, Arbasino, ne ripercorre molte maniere, e perfino alcuni lessemi – anche se non saprà chi è Alvaro). Ma con un distinto senso delle radici, benché sofferto, della famiglia, del paese. Questa raccolta di una parte dei testi che egli scrisse per il “Mondo”, in prevalenza da Parigi (c’è anche una prima prova di traduzione di Proust) dà corpo duraturo, benché accennato, irriflesso, alle nostalgie dello scrittore. Nel quadro delle frequentazioni internazionali, Proust, Pirandello, Copeau, Crémieux, ritornano San Luca, il padre, i fratelli, la madre-donna. L’introduzione di Anne-Christine Faitrop-Porta, lunga un quarto della raccolta, ne rileva i motivi, assortendoli della bibliografia di tutti gli articoli di Alvaro per “Il Mondo”.
Ci sono anche molti elzeviri, genere oggi in disuso. Non lunghi, una paginetta, ma densi. Del rifiuto della “letteratura”? Non dicono infatti niente, ma usavano molto, per il bello stile.
Corrado Alvaro, Lettere parigine e altri scritti 1922-1925

lunedì 27 aprile 2009

Dopo la Juve Baldini attacca la Roma

Non c’è una cordata tedesca, o svizzero-tedesca, che vuole comprare la Roma, meno che mai il proprietario della Porsche, c’è Franco Baldini. Che però, allo stato, non può, e forse non vuole, comprare, ma divertirsi sicuramente sì. L’ex direttore sportivo della squadra capitolina ha architettato l’anno scorso la fantomatica cordata Soros, con un avvocato newyorchese che non chiedeva nemmeno il rimborso spese. Ora prova col playboy Flick, un altro che non si prende la briga di smentire, insieme con un procuratore di calciatori, la cordata tedesco-svizzero-romana è tutta qui.
Oggi come un anno fa la manovra ha un solo obettivo: speculare sul titolo, poiché sull'As Roma in Borsa si può farlo liberamente. E in subordine, perché no, svilire l’As Roma in debolendo la proprietà attuale, della famiglia Sensi che per la squadra si è svenata. Baldini è quello che era: un procuratore di calciatori, famoso per essersi inventato un in esistente passaporto italiano di Recoba.
Tutto questo è un fatto noto, anche se non se ne parla. Baldini non è mai apparso dietro la cordata Soros, e appare molto di striscio dietro quella Flick, ma di entrambi gli affari sono fonti giornalisti notorimente suoi confidenti. È una bizzarria, più che un azzardo o uno scherzo, ma a Roma e sull'As Roma può succedere. È poi Baldini non è la coscienza del calcio italiano? È anche facile: Baldini, che non ha nulla da fare a Londra, dove si trova al seguito di Capello, pur essendo pagato dalla federazione inglese, si diverte a sovvertire ogni regola del calcio, con i suoi fidati giornalisti romani e alla “Gazzetta dello sport”.
Speculazione
Resta da capiare la ratio di queste voci. Senza escludere la voglia di fare male: Baldini è un genio del calcio, che dopo avere affossato la Juventus affossa ora la Roma - del calcio come s’intende in Italia, molto intrigante. Ma l’uomo è anche interlocutore privilegiato delle forze dell’ordine, il confidente che ha costruito per intero tutto lo scandalo Moggi, il suo concorrente. È insomma un virtuoso, uno che vuole salvare il calcio. E dunque bisognerà che i Sensi si arrendano. Fino ad ora ne hanno beneficiato, anche loro: le cordate di Baldini hanno fruttato notevolissimi sbalzi del titolo in Borsa, con notevoli plusvalenze per i bene informati, al rialzo e al ribasso - la Roma è quotata in Borsa, proprio come la Juventus. Ma, prima o poi, è facile scommessa che ci sarà una Roma targata Baldini. Magari dalla B, se qualcuno alla Consob vorrà infine vedere le carte – questo è il vero mistero di entrambe le misteriose vicende: come mai il titolo non è stato sospeso in Borsa.

Centro-sinistra? "L'Unità" non l'ha detto

C’è spazio per tutto, le canzoni, i film, le crisi di coscienza del Pci, Arbasino, Camilla Cederna, Deaglio, ma per il centro-sinistra solo di striscio, a proposito di un disegno di legge di Lombardi e della programmazione (fallita) di Giolitti - anche Morandi c’è, ma è Gianni. Non c’è altro spazio per l’esperienza centrale della modernizzazione nella Repubblica: il sistema sanitario nazionale? lo statuto dei lavoratori? il diritto di famiglia, senza gli NN e le ragazze madri? i parchi nazionali? Sotto il termine vago peraltro di riformismo, il Psi non esiste. Più che una storia, sembra un lungo articolo dell’“Unità” anni Cinquanta, quella che faceva la realtà.
L’autore, Crainz, curatore di Enzo Forcella, ha tutta l’aria di essere un (ex) socialista. È anche una buona ragione per essere un ex storico?
Guido Crainz, Storia del miracolo italiano

Le tre metamorfosi di Camilleri

Infaticabile (è ormai a un libro a settimana, a meno che non avesse i cassetti stracolmi), ma pieno di fascino, Camilleri costruisce la sua terza metamorfosi, dopo “Maruzza Musumeci” e “Il casellante”. Genere lontano dalla contemporaneità, e tuttavia riuscito: fresco, agile, sorprendente il giusto. Roba da storia della letteratura. Tanto più sorprendente per essere scritto in quella lingua falsa che Camilleri ha adottato come sua con Montalbano: un dialetto italianizzato, e viceversa, che i professionisti della provincia siciliana privilegiano, quale segno di autenticità e modernità insieme, ma che non è una lingua per nessuno, tanto meno per i caprari del racconto - lingua peraltro comprensibile solo in Sicilia (e in Calabria, che si è latinizzata un paio di millenni fa via Sicilia).
Ciò malgrado, terza sorpresa, il racconto è stato a lungo in vetta alle classifiche di vendita. E dunque non è vero che il Sud non legge.
Andrea Camilleri, Il sonaglio, Sellerio, pp.197, € 12

La scoperta di Scerbanenco

Un’ambientazione esotica, Boston d’inverno, approssimativa come nel “Ballo in maschera”, l’opera di Somma e Verdi, ma qui negli anni 1930, con personaggi falsi pure nei nomi, un Faletti di settanta, ottant’anni fa, ma una vicenda pure persuasiva, un giallo al modo della Christie di Poirot – “indovinate chi tra i presenti?”. Una grande capacità narrativa per uno scrittore che l’editoria inflessibile ha costretto a lavura’.
Scerbanenco era di destra, e per questo non è potuto diventare il Simenon italiano, come ambiva, non a torto – fu confinato ai “femminili”. Il modello Simenon era anche lui di destra, ma era franco-belga.
Scerbanenco era famoso giallista in Francia negli anni 1950. Ora, dopo cinquant’anni. questo è possibile anche in Italia.
Giorgio Scerbanenco, La bambola cieca, Sellerio, pp. 283, € 13