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venerdì 9 giugno 2017

Il complotto eccolo qua, è il complotto

L’ex capo dell’Fbi Comey si è detto certo al Congresso dell’interferenza russa nelle presidenziali americane. Ma dopo quasi un anno e mezzo che se ne parla, non ha portato nessuna indizio di questa interferenza. Non ha neanche spiegato come si è, o possa essersi, sviluppata. Un rumour – il vecchio boato (oggi si dice fake news).
Sembra “Intrigo internazionale”, il vecchio film di Hitchcock. Un sociologo brillante, Jean Baudrillard, aveva ipotizzato, un quarto di secolo fa, la guerra-che-non-c’è, quella del Golfo. Pure combattuta con notevolissimo spiegamento di mezzi, a stare ai media. Poiché nessuno l’ha vista, quella guerra – neppure chi l’ha sofferta. Una guerra, diceva il teorico del “Sistema degli Oggetti”, che epitomizza la “violenza del virtuale”: della propaganda, del sistema informativo.
Del Russiagate si fa come se fosse una fake news: la si vuole far sembrare tale. Da parte degli stessi proponenti – un po’ come nel 1991 col presidente Bush che volle la guerra del Golfo. Qualche volta si dice che i russi hanno spesso soldi. Altre volte che sono intervenuti con gli hacker. Altre volte l’una cosa e l’altra. Ma dove, quando, chi, in che maniera, con che effetto, questo è segreto.
Solo che a questo punto è come se fosse sì una guerra agli Usa, alla potenza americana, ma dall’interno. Una guerra civile. Da parte dei combattenti meno nobili, le spie.

Camilleri fa cantare "Berlusconi" in crociera

Otto mini-racconti estivi, per “La Stampa”, 1998. Su temi da giallo classico, da Agatha Christie a una “Stella del Nord” d’anteguerra (che però non è il classico di Simenon): quello che non è chi dice di essere, il fantasma  in cabina sulla nave in mare, il gioco dei gemelli, il furto dei gioielli, il cadavere sparito. Camilleri si riposa su brevi aneddoti con schemi scontati. Non rinuncia al mezzo dialetto, tanto più che Collura è palermitano, quindi a doppia doc, ma con parsimonia. Il Nord non è più qui la fidanzata ma il vice del commissario Collura – commissario di bordo - un triestino servizievole. Con un’intervista curata da Giovanni Capecchi in cui Camilleri dà affascinanti tracce di come ha “lavorato” la commessa della “Stampa”.

Camilleri sa raccontare anche le crociere. Quello-che-non-è-chi-dice-di-essere è un omaggio a Berlusconi l’unico di Camilleri al suo maggior editore, tanti improperi e non velate maledizioni.
Andrea Camilleri, Le inchieste del commissario Collura, Libreria dell’Orso, remainders, pp. 88 € 4 

giovedì 8 giugno 2017

Trump a shale oil

Sulla “New York Review of Books” Tim Parks argomenta che Trump ha privato gli Usa, rifiutando gli accordi di Parigi sul clima, di un salvagente  prezioso più per gli stessi Usa che per gli altri.
I termini dell’argomentazione sono giusti. Trump, che si vuole presidente e primo azionista dell’azienda America, fa un errore escludendo il suo paese dalla leadership del business energia pulita. Però decuplica, moltiplica, le riserve americane di fonti di energia. L’una cosa del resto non esclude l’altra, che è un fatto di tecnologia – dominare il business verde.
Proviamo a ragionare nell’ottica della decisione, dell’abbandono dell’accordo di Parigi. Si apre la possibilità negli Usa di sfruttare il carbone e le altre fonti di energia inquinanti. Soprattutto gli scisti, da cui si ricava un non ottimo petrolio – ma buono da bruciare per fare elettricità -  e un ottimo gas, più calorico del gas naturale. È ben un calcolo da presidente e uomo d’affari, quale Trump si impersona - vedi l’attacco agli europei, che non pagano per la loro difesa, e per di più attaccano il difensore col mercantilismo tedesco (l’euro svalutato, salari da sussistenza, politiche commerciali aggressive, al limite del dumping).
Il Nord America si voleva qualche anno fa, quando il petrolio era salito a 100 dollari al barile, il nuovo Medio Oriente, grazie al petrolio e al gas da scisti bituminosi (shale oil, shale gas). Ancora l’anno scorso, ancora con Obama, gli Stati Uniti si proclamavano il paese con le maggiori riserve mondiali di idrocarburi, più dell’Arabia Saudita. Grazie agli scisti:la metà delle riserve “stimate” erano in unconventional shale oil, petrolio da scisti..
Quelli degli scisti sono giacimenti di cui non si conosce la consistenza, ma valutati enormi, sui tremila miliardi di barili di petrolio. Di riserve quasi tutte in Nord America, tra Stati Uniti e Canada. Le  riserve provate sono un decimo, 345 miliardi di barili. E di questi la quota maggiore è della Russia, 75 miliardi di barili. Seguita da Usa e Pakistan con 58 milioni, e dalla Cina con 32.
In alternativa, o in aggiunta, e ciò può spiegare la speciale sensibilità sul Venezuela, ci sono le riserve da sabbie bituminose. Di cui il Venezuela è il più ricco: le sabbie bituminose dell’Orinoco si stimano potenzialmente le maggiori riserve mondiali di petrolio.
Da quindici annui l’“Oil & Gas Journal” quota gli scisti tra le fonti di energia. Ma lo sfruttamento non è redditizio. Non col greggio a 50 dollari: la soglia di redditività è elevatissima, sui 75-80 dollari a barile. In Europa se ne produce, poco, in Russia, Estonia, Gran Bretagna, Germania, Francia, ma, paradossalmente, a titolo di fonte alternativa, a prezzo sussidiato.
Il paradosso europeo sta nel fatto che lo sfruttamento degli scisti è inquinante. La forma peggiore di inquinamento da fonte di energia, peggio del carbone. Sia per l’estrazione che per il trattamento. Trump è anche il bambino che dice al re nudo che è nudo. 

Il mondo com'è (306)

astolfo

Germania – Rieccola, con Merkel, praticamente immutata – c’è anche la birreria. Non da ora, dalla riunificazione: la Germania è un’altra. O meglio è quella che era diventata dopo l’unità, un secolo e mezzo fa: lo stesso pattern ha seguito e segue dopo la riunificazione. Tre anni fa G. Leuzzi lo poteva antivedere, “Gentile Germania”, pp. 133-134, senza speciali poteri profetici:

“La Germania non è più quella dopo la riunificazione, l’Ue non è più quella. La sconfitta è remota, la Colpa rituale, il paese riunito, seppure monco, il comunismo coi carri armati svanito. Angela Merkel sa di essere la cancelliera di una ritrovata Germania. Dice no a Washington senza patemi, va a Mosca e Pechino quando vuole, e a Parigi se non può evitarlo. La bilancia francotedesca squilibrata, il peso specifico della cancelliera gulliverizza i Sarkozy, gli Hollande.
“L’unificazione ha mutato i fondamentali. Gli Ossi, i tedeschi dell’Est, sono entrati nella federazione esenti dalla Colpa, avendo mutuato la comoda certezza che il nazismo era il fatto del capitalismo - si concedono pure il razzismo. Il Lastenausgleich, il principio costituzionale che “la proprietà ha obblighi”, è accantonato: si contesta ogni redistribuzione del reddito, non solo quelle ai paesi europei in crisi. L’“economia sociale di mercato”, costituzione materiale di Bonn, è in desuetudine. Su iniziativa socialista, d’intesa con i sindacati, il lavoro è libero, la protezione ridotta. È troppo dire che la psicologia è mutata, ma la politica sì. “
Nella Ue lo spirito della concorrenza è ora lo “spirito tedesco”. In termini di superiorità, non di gara alla pari. Che ora si dice leadership ma la Germania chiama egemonia, nei termini della vecchia Dottrina dello Stato: una federazione ha bisogno di uno stato guida. In Germania il dibattito è al solito ultimativo e angosciante: l’egemonia è necessaria in uno Stato federale quale l’Europa si vuole. Rivediamone i termini col saggio paradossale di Christof Schönberger, Egemone controvoglia, su Merkur di ottobre 2012, leggibile online. Paradossale perché Schönberger insegna Fondazioni Culturali dell’Integrazione, materia quasi apostolica, e Merkur, edita dalla rinomata casa Klett-Cotta, si sottotitola Rivista tedesca per il pensiero europeo.
“L’egemonia non è “lo slogan trito di un discorso antimperialista alla Gramsci”, ma “piuttosto una nozione costituzionale passabilmente precisa per un fenomeno che non raramente s’impone negli stati federativi, confederati”. La nozione costituzionale è di Triepel, autore di un’opera famosa, Die Hegemonie. Ein Buch von führenden Staaten, nel ferale ‘38: l’“egemonia naturale”. La guida per gli Stati leader non era intesa per Hitler, ma lo stesso vi si delineava e apprezzava il caso della Germania dalla Prussia. Che i più considerano all’origine del perverso “secolo tedesco” – ma è un secolo e mezzo, partendo da Sedan. Triepel argomenta una funzione naturale di guida per lo Stato più forte della federazione. Naturale, cioè imposta dai fatti.
“Ciò non è avvenuto nello Stato federale più longevo e meglio funzionante, gli Usa. Ma Triepel ignora gli Usa, Schönberger pure. Anche  il “caso tedesco” è ignorato: la Germania Federale, che ha una storia di quasi settanta anni, quasi più lunga del Reich prussiano, ha affrontato passi erti, come la riunificazione e l’euro, senza il bisogno d’im-ùporre un’egemonia o sottostarle. Neanche al suo interno: Amburgo odia la Baviera, il profondo Sud, cattolico per di più, che è lo Stato più innovativo e ricco della Germania e dell’Europa, ma è tutto, non si va oltre il leghismo, non ci sono precettori in questa Germania: di che si parla dunque?
““L’egemonia tedesca in Europa non è tema comodo”, Schönberger si cautela. Gli stessi tedeschi “non mettono a fuoco volentieri il problema”. Ma s’impone: le “significative differenze nelle grandezze relative” dei membri Ue impongono “una ripartizione dei compiti tra Repubblica fe-derale e Francia quale nella Germania di Bismarck fu il caso della Prussia con la Baviera”. Su questa in equivocabile tela di fondo: “L’egemonia tedesca all’interno dell’Ue non è da scambiare col dominio tedesco sull’Europa. Per un vero e proprio dominio la Repubblica Federale è ancora troppo debole”. Per la vecchia solfa “che la Germania è più forte di ciascuno dei suoi vicini, ma non abbastanza da dominarli insieme”. C’è solo da aspettare? E i trattati?”
Immigrazione – Si presenta disordinata e avventurosa, di masse allo sbando, governate al più da  trasportatori cinici. Ma segue, stranamente, i cicli economici. In Italia ha avuto un forte calo, di almeno 300 mila unità, nel 2012, in parallelo con la crisi del debito. L’unica parentesi negativa nel Millennio. Lo stesso negli Stati Uniti, dove l’immigrazione ha avuto una fortissima crescita nel Millennio, negli anni del boom seguito alle presidenze Clinton. Con un quasi blocco nel 2007-2008, per il crac finanziario. E una ripresa dal 2009, con Obama e il ritorno alla crescita.

Islam – La sola religione che riempie i luoghi di culto. Di veri credenti, appassionati, fedeli. Gli altri sono vuoti, chiese e sinagoghe. Meno nei giorni di festa, ma sempre vuoti a fronte dello straripante numero di praticanti islamici. Anche in condizioni difficili, inginocchiati su un marciapiedi, in uno stretto garage, in un magazzino abbandonato, anche per strada. Col culto della preghiera sempre, tutte le volte al giorno comandate. Da parte dei credenti beghini ma anche da parte dei tiepidi e rituali.
Per un esercizio della pietà che è semplice e diretto. Per l’attenzione costante, della comunità e della (relativa) gerarchia all’obolo, alle masse. Dal khomeinismo in poi. Non democratico, e anzi per più aspetti gerarchico e indifferente ai diritti, sia pure negativi, di libertà. In Africa gerarchico anche nell’assetto sociale – specie nel Nord della Nigeria, tra emiri e khan. E  nella penisola arabica.

Fino al 1990, prima dell’integralismo, l’islam arabo, sunnita, aveva soprattutto il bisogno di ammodernare, in Nord Africa e in Medio Oriente.. Lo stesso farà lo sciismo khomeinista. Ammodernare le leggi, gli interdetti, le feste, i digiuni, il diritto di famiglia. Ma il khomeinismo avrà l’effetto di acuire l’integralismo sunnita. Contribuendo così a interrompere l’aggiornamento. Nel mondo arabo, e nei grandi paesi mussulmani dell’Asia profonda, Afghanistan, Pakistan, Bangladesh, Malesia, Indonesia.  

Italia – È un’altra con gli immigrati, che ora sono il 10 per cento della popolazione, e nella Padania il 13-14 per cento? Non ancora, ma in una generazione sì. La popolazione immigrata è passata da praticamente zero al 10 per cento in poco più di una generazione, da trent’anni e qualcosa. E si deve agli immigrati se il tasso di natalità è ancora attivo in Italia, se i nati superano i morti – in Germania, per esempio, che pure ha una popolazione immigrata della stessa consistenza in percentuale, il tasso di natalità resta negativo, è per questo che il governo tedesco incrementa gli arrivi.
Non c’erano immigrati al censimento del 1971. Ne furono censiti 211 mila nel 1981, e poco meno del doppio, 356 mila, dieci anni dopo. Ma c’era già una forte presenza di immigrati variamente clandestini: nel 1991, a ridosso del censimento, gli immigrati venivano stimati in un milione, tre volte la cifra ufficiale.
Nel 2001 se ne censivano un milione trecentomila. Poco meno della cifra stimata, un milione e mezzo, comprendendo gli irregolari. A fine 2016 gli immigrati con regolare permesso di soggiorno erano cinque milioni – con gli irregolari tra i 5,5 e i 6 milioni.
Il balzo c’è stato nel primo decennio, da 1,5 a 4,5 milioni. Per la liberalizzazione Ue – la quota di immigrati maggiore è dalla Romania,1,2 milioni. E  per la domanda di manodopera nell’edilizia, nei servizi non qualificati, nei lavori domestici, nonché nel piccolo commercio, che molti immigrati tendono  a rilevare – specie gli asiatici: cinesi, indiani, bengali. C’è stato un saldo negativo forte, di circa 300 mila unità, nel 2012, dopo la crisi del debito. E una consistente ripresa, con quasi un milione di nuovi immigrati dal 2013 al 2016..

Putin – Il suo avvento è stato deciso per porre fine all’anarchia dello sciogliete le righe, l’epoca eltsiniana dell’appropriazione del demanio e del patrimonio pubblico. Dlle mafie e dei boiardi che si appropriavano liberamente di tutto, compresi gli arsenali nucleari. Facendosi fuori senza ritegno. La Russia è tornata con Putin affidabile: una vera potenza nucleare, controllata, governata. E la cosa fu riconosciuta internazionalmente. La Russia tornò rispettabile al punto da essere ammessa al G 7, allargato a 8. Fino al vertice di Pratica d Mare e oltre – prima di Obama. A Pratica di Mare si prospettò perfino una Russia europea, parte del concerto europeo.
Poi è venuto l’indirizzo opposto, di maledire questa Russia, sui diritti civili, in Cecenia (diritti civili in Cecenia…) e in Russia. E di cacciare i russi dall’Ucraina, la metà della popolazione e del territorio. La Russia potenza nucleare controllata e responsabile è un nemico, mentre la Russia delle mafie che si vendevano le atomiche era meglio.
Si sottovaluta il fatto armamenti oggi rispetto ad altri aspetti: si parla ogni giorno, nota Chomsky, delle emissioni nocive più di quanto si parli degli arsenali nucleari in un anno.

astolfo@antiit.eu

Hemingway ecologista armato

Un catalogo illustratissimo, quasi il, catalogo di una mostra, delle armi di cui Hemingway era appassionato. Che deteneva nelle sue case, o aveva utilizzato, in Africa in safari, e altrove. Coi riferimenti per ognuna di esse, quando ci sono stati, nei racconti, nelle interviste e nelle lettere.
Un catalogo impressionmate di armi di ogni tipo. Una raccolta da feticista. Un libro scorrettissimo, ora che la caccia grossa è in abominio. Ma i curatori  possono ancora presentare l’arsenale come quello di un “cacciatore conservazionista” – uno dei tanti: i cacciatori si vogliono ecologisti.
Non è un paradosso, probabilmente. La passione per le armi e la caccia ha relegato Hemingway al basso dalla classifica della popolarità, e anzi fuori. E perfino la lettura dei suoi pur ottmi racconti ne viene inficiata. Ma non c’è altro scrittore americano del Novecento così vicino alla natura - alle Alpi e al Tagliamento, alla savana, al mare, ai fiumi, ai boschi: quella di Steinbeck è artefatta (mitica, mistica), quella rurale (Faulkner, O’Connor, McCullers) non ha occhi per il territorio, la condizione urbana è tutto.
Silvio Calabi, Steve Helsley, Roger Sanger, Heminghway’s Guns, Down East Boojs, pp. 181, ill., € 38

mercoledì 7 giugno 2017

Totti non sarà Enea

Ma il futuro di Totti è il passato, Enea: il padre eponimo di Roma. Un altro Ettore, l’eroe che non ha vinto nulla, compassionevole e bonario. Si vede bene in un’apoteosi di un antichista romanista – a Matteo Nucci verrebbe benissimo, che per di più è zemaniano (Zeman è una sorta di Anchise di Totti). Figurerebbe al meglio in un’“Eneide” moderna: vincente tra le batoste, a Milano, a Torino, in Europa, e spesso anche a Roma.
Pallotta non sa che farsene, il presidente della Roma. E lui stesso è confuso. Ma perché non può avere un futuro fuori dal mito: la strada è tracciata.
Mitizzare le sconfitte ha una funzione catartica.  

Le spie ignoranti della Nsa

Reality Leigh Winner, contrattista dei servizi segreti Usa, la Nsa, ha passato carte sulle interferenze russe nella campagna presidenziale a un sito di rivelazioni, “Intercept”, che le ha pubblicate, e ora è sotto processo per aver diffuso documenti segreti. È stata individuata per macchie di una certa forma di colori invisibili che nella criptazione Nsa sono come una firma.
Il sistema era descritto nel romanzo di Franzen, “Purity”, al terzo capitolo, “Troppa informazione”. Le “agenzie” usano una “firma” diversa per ogni copia dei documenti: la spaziatura, l’interlinea, puntini, macchie, colori invisibili. Un romanzo di due anni fa, ma Franzen aveva preso l’informazione da pubblicistica anteriore.
Reality, giusto il suo nome (i “reality” sono gli sceneggiati in uso in tv, poveri), poteva non sapere perché non legge. Ma com’è che una che non sa della criptazione dei documenti, ormai di dominio pubblico, fa la spia, seppure a contratto?
Certo, bisogna vedere se la spia a termine non avrà poi un premio.

Berlusconi contagioso e esemplare - 24

“Mi consenta” in Usa: ma Trump è Berlusconi, come non pensarci? Viene dopo, lo copia, seppure col ghigno invece che col sorriso, e di ego forse più spropositato: fa tutto anche lui, fa l’anticomunista, cambia delfini e fiduciari senza riguardi, ha una sorpresa ogni poche settimane, e si arricchisce, anche mentre governa. 
Anzi, è più che un modello - Berlusconi, non Trump, che viene dopo, è anzi l’ultimo di una lista. Per molte carriere di affaristi in politica, la lista è lunga: più noti, con Trump, il due volte capo del governo polacco Donald Tusk, uomo d’affari americano che ha trovato comodo farsi eleggere in Polonia, il due volte capo del governo ceco Andrej Babiš, i presidenti  dell’Ucraina, Poroshenko, della Slovacchia, Andrej Kiska, del Brasile, Bolsonaro.  
Un innovatore, dunque, Berlusconi, che ha aperto un’epoca politica. E nella sua carriera ormai lunga di politico in affari, quasi trent’anni, malgardo decine di processi e qualche condanna, esemplare – anche perché, malgrado i processi, dà più fiducia lui dei suoi giudici. Di imprenditori-affaristi capipartito. Di partiti personali, aziendali. Una novità totale nella storia delle istituzioni e delle dottrine politiche. Che due quesiti pone ai futuri studiosi.
Uno è – terreno ancora vergine, specie in Italia, dove pure il berlusconesimo per primo e più a lungo si è manifestato, un po’ per indigenza degli studi politici, un po’ per cecità politica: cosa porta gli elettori, il pubblico, ad avere fiducia in un uomo d’affari? Con una sottoquestione: cosa porta il pubblico ad avere fiducia in un uomo d’affari, a capo di una grande azienda dei media, malgrado l’opposione radicale dell’opinione pubblica – apparato repressivo (giudici e polizie), tutti i media non appartenenti a lui (i quattro quinti dei media italiani), ambienti imprenditoriali, dagli Agnelli a Montezemolo-Della Valle?
L’altro questito è: è Trump ad avere copiato Berlusconi, o è Berlusconi che ha copiato l’America, un modo di fare politica americano. Che porterebbe anche qui a una sottoquestione: che democrazia è quando parliamo di democrazia americana? I fatti portano a dire che Berlusconi ha capito gli americani, più che “i tempi” come lui pretende: ci sono sempre stati in America, nel sistema delle primarie, dei battitori liberi, visionari o affaristi, autocandidati. Ma la campagna e la vittoria di Trump, uomo d’affari peraltro anche lui avversato con asprezza, ma incomparabilmente minore nel mercato Usa rispetto a Berlusconi in Italia, è stata in tutto modellata su Berlusconi. Trump non ha “i comunisti”, ma ha i Democratici, “senza Dio”, “senza patria”, e un po’ “froci”.

Dylan non fa letteratura, come Shakespeare

Dylan si difende dai sarcasmi sul Nobel alle canzonette. Si diceva che non avesse gradito il premio, invece si difendeva dalle ferite che sapeva gli sarebero arrivate – gli sono arrivate: il Nobel lo ha soltanto gratificato. Nella lezione ritorna sul tema dell’accettazione, sei emsi fa a Stoccolma, che è il sottinteso dello “scandalo”: sono le canzoni letteratura?
“Mai una volta”, Dylan concludeva l’accettazione, nella lunga vita di cantautore, “mi sono chiesto: sono queste canzoni letteratura?”  Ma, aveva precisato ampiamente prima, alla maniera di Shakespeare. Che era un uomo di teatro, aveva mille cosa da fare, tra attori, impresari, scene e scenografi, spettatori, per chiedersi se stava facendo letteratura: “Le sue parole erano scritte per il palcoscenico. Da dire e non da leggere. Scommetterei che l’ultima cosa nella testa di Shakespeare era la domanda «è letteratura?»”.
A dicembre Dylan si difendeva con uno sberleffo: “Il pensiero che stava scrivendo letteratura non può essergli mai entrato in testa”, non a uno Shakespeare, era l’esordio. Nella lezione cita meno Shakespeare e irride meno i letterati.  Traccia il suo aproccio, giovanisismo, alla musica folk. La musica folk. Le letture formative. Di tre delle quali, “Moby Dick”, “l’“Odiissea” e “All’Ovest niente di nuovo”, espone lunghe riletture, per significare che la creatività, anche letteraria, viene fuori del canone.  
Le canzoni sono letteratura improbabile, concede. Ma, sottintende, come tutta la buona letteratura. Melville cosa voleva dire, chiede, mettendo assieme quel guazzabuglio di persone, storie, nomi, luoghi, citazioni, mondi diversi, alieni, ostili? “Che significa tutto questo? Io e tanti altri cantautori siampo stati influenzati dagli stessissimi temi. Che possono significare tante cose diverse. Se una canzone ti emoziona, questo è importante… Quando Melville mise il suo vecchio testamento, i riferimenti biblici, le teorie scientifiche, le dottrine protestanti, e tutte quelle conoscenze di mari e velieri e balene in una storia, non credo che neanche lui si sia preoccupato – che cosa significa”.
E ritorna alla fine al suo discorso di accettazione di dicembre, tenuto dall’ambasciatrice americana a Stoccolma: “Le canzoni sono letteratura improbabile”. Ma al modo dei drammi di Shakespeare: “Le parole nei drammi di Shakespeare sono da recitare sulla scena. Come le liriche delle canzoni sono da cantare, non da leggere sulla pagina”.
Bob Dylan, 2016 Nobel Lecture in Literature
https://www.nobelprize.org/nobel_prizes/literature/laureates/2016/dylan-lecture.html

martedì 6 giugno 2017

Letture - 305

letterautore


Abbreviazioni – Twitter dà a tutti patente di epigrammaticità, dire in un lampo. È un evidenziatore. La vecchia funzione dell’abbreviazione era invece di guadagnare tempo e risparmiare materiali. Specie nell’epoca classica, quando l’abbreviazione era una professione. Allora testimoniava la certezza, oggi l’incertezza – l’immediatezza, la volatilità, la superficialità.

Camilleri – Approda da Sellerio, e al successo, tardi, quasi settantenne, dopo la morte di Sciascia, nume tutelare della casa editrice palermitana. Sciascia muore nel 1989, “La stagione della caccia,” con cui Camilleri comincia a pubblicare con Elvira Sellerio, è del 1992. Senza successo immediato peraltro, molti, soprattutto in Sicilia, soprattutto nell’agrigentino, contestavano il suo personale dialetto.
Altri due futuri successi Sellerio Carmileri aveva pubblicato nel 1878 con Lali, a conto d’autore (“Il corso delle cose”), e due anni dopo da Garzanti, pronubo Bertolucci (“Un filo di fumo”).
Con Sellerio, vivente Sciascia, aveva potuto pubblicare, un altro futuro successo, “La strage dimenticata”. Ma confinato in una collana marginale, locale, “Quaderni della biblioteca siciliana di storia e letteratura”.
Ignota totalmente la corrispondenza di Sciascia, non se ne conosce il parere che aveva o dava di Camilleri. Nella raccolta dei suoi risvolti o note editoriali Sellerio, “La felicità di fare libri”, non ce n’è traccia. Né nei quattro corposi volumi antologici “Delle cose di Sicilia”.

Femminismo - Il filosofo Victor Cousin, grande importatore nel primo Ottocento della filosofia tedesca in Francia, si era dilettato di numerose biografie-agiografie di donne del Settecento.

Hemingway – Diciottenne traumatizzato dalla guerra (i brandelli di carne umana della polveriera scoppiata a Milano, la disfatta di Caporetto, con le esecuzioni sommarie a vista dei Carabinieri dei soldati dispersi) ha finito per collezionare, e probabilmente utilizzare, un arsenale incredibilmente vasto di armi, di ogni tipo. Per lo più, anzi, non da caccia. Il libro “Hemingway’s Guns” ne riproduce un centinaio. L’elenco comprende:
Browning automatico 5s,
pistole semiautomatiche Colt Woodman,
fucili da caccia the Winchester 21
fucili da caccia tedeschi di precisione Merkel over and under
il sovrapposto Beretta S3, calibrom12
vecchie carabine austro-ungariche Mannlicher- Schoenauer
le cartuccione da caccia grossa .577 Nitro Expres – con cui diceva di voler uccidere il senatore Joe McCarthy, quello della, caccia alle streghe
Mauser di grande calibro
il mitra Thomson con cui pretendeva di sparare ai pescicani
un fucile a pompa Model 12.
La carabina sportiva Griffin and Howe Springfield 30’06.

Internet – È totalitario, una forma di socialismo sovietico? È un pezzo di bravura di Jonathan Franzen, “Purity”, ma non senza pezze d’appoggio. È anche un realtà, perché no, che il Garante della Privacy Soro oggi così sintetizza: “I monopolisti della Rete possono condizionare l’umanità intera”. 
Uno dei personaggi del romanzo, un dissidente della Germania Est che ha creato un wikileaks in Bolivia, protetto da Evo Morales, si arrende su queste basi. Internet è il socialismo di Pankow. “La risposta a ogni problema grande o piccolo era socialismo”, nell’esame di coscienza che il personaggio si fa: “Se sostituisci reti a socialismo, hai Internet”. Non una rivoluzione: “Il segno di una legittima rivoluzione – quella scientifica, per esempio – era che non doveva vantarsi della sua rivoluzionarietà ma semplicemente accadere. Solo i deboli e i paurosi, gli illegittimi, dovevano vantarsi”. I modi dei “funzionari” di Internet gli richiamano quelli dei burocrati dell’Est: “Il Nuovo Regime aveva perfino riciclato le parole chiave della vecchia Repubblica, collettivo, collaborativo. Assiomatico a entrambi era che una nuova specie di umanità stava emergendo… Come i vecchi politburo, i nuovi politburo si presentavano come il nemico della élite e l’amico delle masse, impegnato a dare ai consumatori quello che volevano”. Comune è anche la paura: in Internet “la paura dell’impopolarità e della non tempestività, la paura di non esserci, la paura di essere bruciati o dimenticati”. Siamo tutti degli Snowden, a conoscenza di segreti e pratiche inconfessabili, ma con la paura: “Molto più terrificati dal Nuovo Regime che dal vecchio” socialismo.  
 
Mamma – Sta diventando americana? Capita di vedere il film “Mothers and Daughters” mentre si legge “Purity” di Jonathan Franzen, che sono tutti sulla mamma: la mamma sola, la mamma ansiosa, la mamma cattiva, la mamma sfortunata, quella putativa, quella vera pentita. Sui figli in rapporto alla mamma.
Il film è una compilazione-omaggio per l’8 marzo. Storielle brevi, che tutte si concludono con l’abbfraccio. Ma già farne un tema di film a grande distribuzione è un segno. Franzen scrive seicento pagine su vere storie di mammismo, terrificanti.

Moravia – “Moravia è come le stoffe inglesi, il rovescio è meglio del diritto”, Leo Longanesi a Montanelli, “La sua signora”, p.7. Quando sfugge a se stesso.

Pavese – Del suicidio Longanesi annotava: “Si è affidato a Dio. Perché chi si uccide si affida a Dio”. Avendone colto, in tempi i cui i compagni di strada venivano arruolati muti, la personalità distinta, irriducibile: “Le cose, qui, non sono andare bene, il Paradiso, Togliatti qui non glielo ha dato, non gli ha dato nemmeno la forza dell’odio”.

Scontro di civiltà – Si recano ridendo oggi su “la Repubblica” gli imam mussulmani alla commemorazione delle vittime del London Bridge. Una foto che è un saggio politico. Lo scontro di civiltà c’è anche se non c’è una guerra: perché quella è un’altra civiltà, che si vuole impermeabile. Anche se immigrata, nel bisogno. Anche quando non è aggressiva: è un altro mondo.
Una civiltà, peraltro, in cui la dissimulazione, la taqiyya, è virtuosa.

letterautore@antiit.eu 

Contro l’Iran oppure no

Il contrasto col Qatar si è acuito nella penisola arabica e sul fronte libico dopo la visita di Trump a Riad e la convocazione degli stati generali arabi contro il terrorismo. E in questa chiave potrebbe rientrare. Quello che Trump aveva in mente era la mobilitazione di tutti i regimi arabi, Qatar compreso, che ospita le forze aeree anglo-americane nella base di El Udeid vicino Doha, la capitale,  e ha partecipato a tutte le guerre di Obama.
È vero che il Qatar contraddice anche a un’altra delle linee di politica estera di Trump, l’antagonizzazione dell’Iran. Non da solo, peraltro: anche l’Oman, che pure ospita una base americana, e il Kuwait sono per un rapporto di buon vicinato. Ma una volta messa al centro la sovversione, l’unanimità potrebbe rifarsi tra gli arabi.
Il regime iraniano, che fino a due anni fa limitava le sue interferenze al Libano, tramite gli Hezbollah, si è allargato allo Yemen, dove combatte una vera e propria guerra contro l’Arabia Saudita, alla Siria, all’Irak, e a Bahrein.    

Le divisioni arabe

L’attacco di Arabia Saudita, Emirati (Abi Dhabi, Dubai tra gli altri), Egitto, Bahrein, Libia contro il Qatar è venuto senza ultimatum, ma non improvviso. È lunga e pubblica la polemica degli Emirati e dell’Arabia Saudita, le potenze confinanti, contro il Qatar (e contro la Turchia), per il sostegno pubblico alla Fratellanza Mussulmana, e ad Hamas, e per il finanziaento e la fornitura di armi a gruppi di Al Qaeda in Siria e in Libia, agli Hezbollah libanesi e al talebani in Afghanistan, da ultimo sotto forma di grossi riscatti per il rilascio di ostaggi. Il Qatar, inoltre, tiene aperto il dialogo con l’Iran di là dal Golfo, col quale condivide alcuni giacimenti di gas. E anche questo non piace negli Emirati e in Arabia Saudita, che sono da serpe schierati contro il khomeinismo . contro la carica sovversiva del khomeinismo.
L’Iran però è un falso scopo. Il nodo della controversia è il sostegno all’islam militante. Tra chi tenta di cavalcarlo, il Qatar, e chi invece lo combatte. Entrambe le scelte hanno lo stesso scopo: disinnescare il militantismo all’interno. Che nella penisola arabica sarebbe letale, essendo i regimi locali tutti patrimoniali, senza base politica se non tribale. I due orientamenti non sono antitetici: l’Arabia Saudita ha sostenuto a lungo il militantismo islamico, solo da tre anni ha cambiato orientamento.

Il Mediterraneo diviso

Si ripropone questo classico del Mediterraneo in chiave di composizione dei conflitti. Lo storico belga vi sviluppa la tesi che l’Europa si rinchiuse nel Medio evo, cioè nel feudalesimo (frammentazione, guerra di tutti contro tutti), in conseguenza della chiusura del Mediterraneo. Della frattura del Mediterraneo a seguito della conquista islamica, tra un Nord cristiano e un Sud mussulmano nemici inconciliabili. L’Europa invertì la direzione dei suoi flussi culturali e migratori, tricerandosi verso Nord. Ne nacque l’impero carolingio, il sacro romano impero come istituzione continentale.
Una delle ultime fatiche di Ovidio Capitani, il medievista di Bologna, nato e cresciuto al Cairo. Che ne precisa alcune imperfezioni, alla luce della storiografia successiva, ma ne salva l’argomentazione di base.
Henri Pirenne, Maometto e Carlomagno, Laterza, pp. XXXVII+293 € 12,50

lunedì 5 giugno 2017

Salviamo Al Jazira, oggi

astolfo


Un divertissement di questo sito agli inizi del 2011, “Salviamo Al Jazira”
anticipava, in forma di raccontino futuribile, gli eventi. L’isolamento oggi del Qatar, l’editore di Al Jazira, avrà ragioni che non sappiamo. Ma è difficile pensare a qualcosa di diverso alla cassa di risonanza mediatica, specie di Al Qaeda al tempo delle teste nmozzate.

Nell’anno 2017 la santa alleanza Al Qaeda-Iran ha avuto ragione della penisola arabica, scacciandone le corrotte plutocrazie. Tutti i residenti del Qatar, quelli che avevano l’aereo personale e anche gli altri, cercano rifugio in Occidente. Il popolo del Qatar in fuga, mezzo milione di persone senza gli immigrati, trecentomila senza gli sciiti iraniani che furono la quinta colonna dell’ivasore, cinquantamila famiglie, forti dei 150 mila dollari di reddito pro capite l’anno, un milione per ogni famiglia, partì sicuro di trovare rifugio in Svizzera, se non in California, dove il mare è tiepido, anche lì. Ma si scoprì che quel reddito esisteva finché esisteva il Qatar. Anzi l’emiro del Qatar. Senza l’emiro il reddito finì nella mani dei nuovi padroni, che se ne servirono per comprarsi in Svizzera e in California batterie multiple di missili di ogni portata, dai venti ai 20 mila chilometri, la metà della circonferenza del globo terrestre, che quindi fu sotto controllo ai punti cardinali, a Est e a Ovest, a Nord e a Sud, fuori portata restando gli apici delle direzioni intermedie, ma trascurabili, le zone vuote del pianeta, con testate di ogni tipo, convenzionali, chimiche, nucleari, batteriologiche.
Una crociata si apre allora, specie in Europa, per salvare al Jazira, i suoi redattori e mezzobusti, alcuni sono leggiadre signore, appena velate, fulcro dell’opinione pubblica negli Emirati e nell’intera penisola. Un’istituzione esemplare, Al Jazira, che pochi titoli del suo indice online bastano a spiegare: “Le amnesie della “Giornata della memoria”, “11 Settembre 2001, inganno globale”, con dvd, e “Perché l’Occidente merita di morire”. Non senza buona volontà. Nel convegno con la rivista “Rest”, sponsorizzata dal magnate della buona coscienza George Soros, che pure sarebbe uno scampato ai lager di Hitler, il 29 febbraio 2008 (la data non è fittizia, il 2008 è stato bisestile), l’emittente si costrinse a un compromesso: il dissolvimento di Israele in uno stato multiconfessionale a maggioranza islamica – l’islam del resto una tradizione ebraica vuole protettore benevolo dell’ebraismo, in Nord Africa, in Turchia e nel Medio Oriente, a differenza del cristianesimo in Europa.
A Bel Air e Pasadena, prima destinazione dei fuggiaschi, non li vogliono. Ci sono stati casi di cannibalismo, di una vezzosa annunciatrice è stato trovato solo il foulard: c’è un Al Qaeda americano che fa sparire i mussulmani. A Londra e in Svizzera li prendono se hanno grossi patrimoni. I grassi emiri e i loro figli sì, che da tempo ve li avevano depositati, uno degli ottomila figli dell’emiro del Dubai ha dichiarato un patrimonio che è il doppio di quello di re Carlo III. Ma i giornalisti, gli intellettuali, e le annunciatrici, benché ricchi per i parametri mediterranei, devono accontentarsi di capitali meno esclusive, Roma, Marbella, Skyantos. Dove è consentito alle donne, coperte dal casto foulard, di andare a prendere il gelato al caffè, seppure voltandosi verso il muro.
Non se la passano male – c’è sempre chi dice che Al Jazira fosse un’invenzione degli americani contro gli americani, una quinta colonna di battone colorate e finocchi. Ma sono isolati, si vedono tra di loro, la protezione è una forma di isolamento, e non si piacciono. La protezione del resto, pur impiegando i paesi europei le loro forze migliori, si rivela in troppi casi inutile. Anche perché, in assenza di una tv benevola, i redattori e i mezzobusti di Al Jazira alimentano sempre il famoso sito in cui non rinunciano a diffondere la verità – negli emirati del Golfo, benché ricchi e dissipati, la verità è sempre stata incontrovertibile: come i servizi segreti israeliani si erano impadroniti di Al Qaeda, e degli ayatollah, per distruggere il vero islam.
(continua)

Ben presto il benevolo intervento europeo per salvare il pluralismo, la libertà di opinione e Al Jazira si rivelò infruttuoso. Le Feste del 2017 e il Capodanno del 2018 furono insanguinati nelle capitali di ripiego, attorno al Mediterraneo, dove i combattenti della libertà del mondo arabo avevano trovato rifugio. Definitivamente lontani dal Golfo, dove l’Alleanza Al Qaeda-Ayatollah si era consolidata col contributo di avveduti manager cinesi, vecchi comunisti dalla mani e il viso di biscuit ma dalla mente rapida e il cuore duro, redattori e mezzobusti dell’emittente persero la speranza e la vita.
L’una dopo l’altra, alcune insieme, le belle annunciatrici furono trovate morte la mattina nel loro letto, seppure senza causa apparente. Qualche giorno più tardi la stessa sorte toccò agli uomini. Il Qatar, il paese dove erano diventati liberi e ricchi, era intanto stato spianato, comprese le loro ville con le piscine e le montagne false. Negli stessi giorni alle Maldive, avamposto appena conquistato dall’Alleanza, fu tagliato il collo agli ultimi turisti nascosti tra le palme, quelli che erano scampati allo tsunami.
Le polizie europee indagarono a lungo per trovare un nesso, ma non lo trovarono, un nesso non c’era. Invece si venne a sapere che non tutti i giornalisti e i redattori dell’emittente erano morti. A un censimento, complesso tra le polizie dei tre paesi, risultò infine che i più militanti si erano salvati. Nel mentre che loro stessi facevano sapere di essersi riorganizzati, seppure sempre con la vecchia sigla del’emittente. Un regolamento di conti tra fazioni evidentemente diverse e avverse, conclusero gli investigatori italiani. Ma nella perplessità generale, il regolamento di conti essendo nozione residua nella Nova Europa,e confinata all’Italia. Inoltre, non fu possibile nascondere a lungo che i morti non erano stati trovati nel loro letto. Ovvero sì, ma in una sorta di lento sgozzamento, che doveva avere provocato per ognuna delle vittime una serie di convulsioni, testimoniate dalle diverse direzioni che il getto del sangue aveva preso. Come se gli assassini, uccidendo lentamente i fratelli di Al Jazira, avessero voluto far rivivere come un incubo, la notte, al buio, gli sgozzamenti che essi per due decenni avevano esibito per dovere di cronaca. Con messaggio subliminale ma forse anche in chiaro: le polizie congiunte d’Italia, Spagna e Grecia non escludevano di ricevere anche loro i famosi video che avevano reso l’emittente autorevole.
Se non che l’attenzione fu presto deviata dal rapido accavallarsi di altri imprevisti eventi. I sopravvissuti riemerso a Zurigo, benché in forma anonima, e Londra. Dove Carlo III venne sfidato dal partito del figlio Guglielmo, che chiedeva l’abdicazione i favore del principe ereditario, e senza attendere lo proclamava monarca col titolo di Guglielmo V. L’insurrezione, avvenuta in contemporanea con l’arrivo a Londra dei sopravvissuti di Al Jazira, fu messa dai legittimisti sul conto della corruzione senza limiti di cui facevano carico all’Alleanza Qaeda-Iran. Ma con riserva: il re di Saint-James essendo anche il grande capo della massoneria, i legittimisti non si vollero precludere i legami con una potenza occulta, quale essa fosse.
Ma non fu la sola novità: altre, di ben più vaste conseguenze, erano intervenute dall’America. E proprio dall’asse Bel Air-Pasadena che era stata la prima scelta dei profughi politici di Al Jazira.
(continua)
(Riassunto delle precedenti puntate: nel sommovimento che rivoluzionò il Golfo nel 2017-8, l’Occidente si era mobilitato per salvare Al Jazira, in omaggio alla libertà di espressione).
Non tutta Al Jazira, si scoprì, era finita nel Sud dell’Europa, tra Roma, Marbella e Skyantos, rifiutata dalla Los Angeles che conta. La struttura dell’emittente, i direttori, i direttori pubblicitari, i direttori finanziari, i direttori dei programmi, e le loro grasse mogli con le figlie avevano evitato l’infida Svizzera, che quando sei in disgrazia ti espone alla persecuzione. Grazie al loro peso politico e patrimoniale, da tempo influente e rispettato nell’industria dell’immagine a Hollywood, avevano potuto occupare le magioni che da tempo avevano acquistato in città – una parte dagli eredi dello scià, una parte dai principi sauditi, o meglio dagli eredi degli ultimi principi finiti nella Grande Mattanza, che si trovavano a non far niente nelle università di Berkeley e Harvard, ma in questo modo erano rimasti in vita e ben dotati.
Questi reduci di Al Jazira conducevano a Los Angeles vita ritirata, a Bel Air e a Pasadena dove si erano rifugiati. Ma la vita riservata non poté durare a lungo. Una serie ripetuta d’inconvenienti costrinse i profughi a ricorrere alle autorità locali. Prima le donne, a una a una, poi scomparvero a gruppi di tre, uomini e donne mescolati, poi di nuovo a uno a uno, ma con più lenta efferatezza. Perché gli illustri profughi scomparivano nel senso che venivano uccisi, in lente operazioni documentate istante per istante da video professionali, di mano sicura, inquadrtire perfette, buona illuminazione. Le donne venivano scannate nude – molte di loro purtroppo non più ben tenute, malgrado la chirurgia e le fisioterapie. Dopo il corpo, la camera indugiava sui volti, mentre la lama prendeva le misure del collo. Dopo il colpo di mannaia, quando la decapitazione veniva completata coi coltelli, l’immagine dissolveva. Ma si faceva vedere il sangue che cola, e il colpo di mano torno torno dei macellai, e si facevano sentire i rumori, le ossa rotte, il fischio del polmone che si affloscia, i gorgogli. Le regie delle esecuzioni erano ripetitive, modellate su tecniche sperimentate da almeno vent’anni nelle immagini e nei tempi.
Il fatto fu d’altra parte presto pubblico, un mercato della mattanza essendosi creato, clandestino ma vasto. La Sunni Airdale fece il pieno, tutte le pay-tv del paese comprarono il programma. Prodotto a costi irrisori, quasi amatoriali: su format della stessa Al Jazira ai tempi d’oro, con personale qaedista a suo tempo addestrato alle esecuzioni, in studi minimi, poco illuminati, con telecamera fissa, manodopera volontaria, tempi eccezionali, mezz’ora di programma si produce in due ore, quasi in tempo reale, senza trattamento, sceneggiatura, piani di produzione, pre-produzione, montaggio, e con post-produzione ridotta. E fu il clou della stagione, con ascolti sempre record, anche in ripetizione, ace di tutti i piani pubblicitari.
Il lavoro maggiore fu da ufficio stampa: creare storie credibili attorno a ognuno dei giustiziandi, di ognuno sottolineare almeno un a colpa anti-americana, incastrare talvolta le singole esecuzioni quasi in un film a episodi. L’industria dei media, non solo la pay-tv, era peraltro partecipata dalla Sunni Bonus Fare, la finanziaria creata, col supporto federale, dagli emiri del Golfo, che anche loro erano dovuti fuggire, ognuno con le sue cento mogli e i mille figli, negli Stati Uniti, dove da tempo avevano indirizzato le loro ricchezze, dopo che l’asse Qaeda-Iran aveva preso possesso della regione.
(continua)

(Riassunto delle precedenti puntate: nel sommovimento che rivoluzionò il Golfo nel 1917-8, l’Occidente si era mobilitato per salvare Al Jazira, in omaggio alla libertà di espressione, ma una serie di decapitazioni si abbatté su giornalisti e mezzobusti dell’emittente, confluendo in una prospera industria dell’horror).
Era l’epoca in America del Tiranno Senza Volto, che il condominio forzoso con la Cina imperiale aveva ridotto a dimensione continentale. Il Tiranno aveva un nome, essendo l’ultimo presidente eletto, succeduto al successore del presidente Obama. Ma da tempo ormai immemorabile era invisibile, dacché aveva decretato la fine delle garanzie costituzionali, e senza sede. Si favoleggiava che stesse in volo, bersaglio mobile imprendibile per il Nemico, in grossi aerei Stealth. Una Legione Volante composita, di Genio Distruttori, contrattualizzati, e kamikaze locali assoldati a poco prezzo, seminava ai suoi ordini il terrore nell’Arco della crisi mediorientale, eretto a Vallum Occidentale, da Ras Khaimah alla Cecenia a San Pietroburgo. E di fronte avanzato contro l’Impero Comunista di Pechino, che facendosi scudo dell’alleanza Qaeda-Iran sterminava i regnicoli del Golfo con false accuse di aggiotaggio, e conseguente impiccagione di massa.
A Ovest del Vallum, nell’Europa orfana del socialismo e di ogni altro potere, la popolazione tentava un’illusoria neutralità. Lavorando alacre giocattoli, cotonate e computer per conto dei monopoli cinesi che controllavano il mercato mondiale. Ma non era inattaccabile al terrore. I commandos americani del Genio Guastatori, che si erano specializzati nella distruzione di monumenti, il Khan Khalil, le Quaranta Colonne, la moschea degli Omayyadi a Damasco, Santa Sofia, si applicavano a distruggere i residui ostacoli alla Difesa Totale, dal Cremlino a San Pietro, che realizzavano con barriere elettroniche, missilistiche, e di ferrocemento. Senza rinunciare al terrorismo di Stato: in proprio, con i contrattualizzati, e con i kamikaze.
A Londra il Pretendente Guglielmo V si allineò all’estrema resistenza anticinese del Tiranno Senza Volto. I guglielmiti suoi volontari ebbero presto ragione dei terzisti, i fautori di suo padre Carlo III. Ma trovarono le porte sbarrate alla Legione Volante. Si applicarono allora a un accetto lavoro di commissariato, facilitando il trasbordo dei nuovi immigranti africani vero l’East Coast, che era anche parte del fiorente commercio della Nuova Schiavitù, volontaria. Folle di africani affluivano in lunghe carovane dal Centro e dal Sud dell’Africa, con ogni mezzo, molti a piedi, alla costa atlantica dell’Europa. Issandosi più in alto possibile, a Cadice, a Lisbona, alla Coruna, da dove, col favore degli alisei e della corrente del Golfo discendente, possenti catamarani li trasportavano di là del’Oceano, in veloce deriva fino a Cuba, quindici o venti gradi più a Sud, che era il cinquantunesimo Stato degli Stati Uniti. Sotto il timone esperto dei normanni guglielmiti, volenterosi broker dei potenti cartelli americani che gestivano, dal Texas e la California, l’analogo afflusso di latini.
Non per altro la Legione Volante respinse i guglielmiti se non l’inaffidabilità. Non dimenticando che gli inglesi sono sempre stati spie e traditori. Dovendo a un certo punto supplire ai kamikaze, la cui tecnica non si riuscì a migliorare, malgrado ogni addestramento e il miglior oppio, mentre l’attività diventava più febbrile, la Legione si adattò a innescare una serie nuovissima di robot da macello, altrettanto precisi e distruttivi. Ma presto la campagna d’informazione della Sunni Airdale, benché non ufficiale, alimentò un forte e costante afflusso di volontari islamici, decisi a vendicare con la morte le vittime della Headcutting Serie contro le ingerenza del fronte Qaeda-Iran e dei suoi padroni cinesi.

(fine)

Ombre - 369

“Quartiere sotto choc: sono gente come noi”. È la frase d’obbligo anche a Londra. Mentre il contrario è vero: uno dei tre assalitori del ponte di Londra era stato denunciato e non indagato. L’omertà, da Bruxelles alla Germania e all’Inghilterra è forte. Si vogliono politicamente corretti, ma è gente che preferisce non  comparire.

La denuncia del terrorista, benché circostanziata, non è stata presa in considerazione perché la denunciante era italiana. L’Inghiltera non fa prevenzione contro il terrorismo. Reagisce “sportivamente”: tu m’ammazzi io t’ammazzo – i tre terroristi di domenica note potevano essere presi vivi, anche ai fini delle indagini.

Esce nei giorni delle stragi in Inghilterra il suo ultimo libro, “Generazione Isis”, e Olivier Roy, islamologo accademico di framcia, spiega che non c’è un islam terrorista ma un terrorismo che si dice islamico – invece che leninista o hitleriano o nazionalista. Ma un terrorista col coltello, come a Milano, a Londra, ovunque? Non c’è stato un terrorismo arabo o asiatico di tipo anarcoide, o leninista: solo questo islamico.

Col precedente libro Roy l’aveva fatta una rivolta generazionale. Le formule fatte non mancano,
Certo bisogna farsele venire a mente.

Ian McEwan argomenta su “la Repubblica” la necessità di una rivincita sulla Brexit, di un secondo referendum  . “Se avesse perso, il partito dela Brexit l’avrebbe preteso a gran voce”. Ma il fatto è che il partito conservatore che si riconosce in Theresa May vuole la Brexit, e vincerà le elezioni: il secondo round c’è già.

Record di ascolti per Juventus-Real Madrid, col 55 per cento degli spettatori in tv, molto più di Sanremo. Si capisce così l’inspiegabile flop della squadra torinese: tanto malocchio – Napoli addirittura ha festeggiato in piazza.

Dice una cosa sensata Pallotta, presidente della Roma: “Con la reputazione che ha, Totti farebbe un grande fund raiser”, procacciatore di finanziamenti. Abominio dei romanisti.  Parlare di soldi a proposito di  Totti? Il cacao, come si sa, è passione, e non si prezza.

A volte, vivendo a Roma, si ha la tentazione di dirla Terzo Mondo. Però, avendo conosciouto il Terzo Mondo in casa, in Africa, in Asia, non è per nulla sciocco.
   
Leila, giornalista investigativa, uno dei personaggi di Jonathan Franzen, “Purity”, 2015, nei contatti a Wasghington, al Pentagono, sta bene attenta a “non lasciare numeri di telefono o email”: “Dopo l’avvento delle reti a strascico NSA(National Seuriy Afìgency), operava sempre più al Modo di Mosca”. Dobbiam giustificare Trump?

“Se Apple, Microsoft, Facebook, Alphabet e Amazon fossero una nazione sarebbero la quinta più ricca del mondo”, Ettore Livini, “la Repubblica”. La ricchezza della fuffa.

Commozione, entusiasmo: Amazon assume, per i suoi magazzini, cento, duecento, cinquecento giovani. In attività gtecniche. A tempo indeterminato. La commozione è giusta: Amazon lavora coi robot, ne ha già 40 mila e qualcosa in attività.

Chi è Ezbieta Bienkovska? Smbra un nome ploacco e lo è. Ma di fatto è una controfigura del ministro tedesco Dobrinski. Molti commissari europoei sono controfigure dei ministry tedeschi – il più famoso era lo spagnolo Almunia.

Nelle celebrazioni di Kennedy il tg 1 evoca Marilyn Monroe come l’eroina di un amore romantico, che alla fine la perde. Mentre fu vittima di un’aggressione, da parte dei due fratelli Kennedy, il president John e il ministro della Giustizia Robert. Che l’annichilì.

“Votare per I dem?”, chiede Enrico Letta al “Corriere della sera” che lo intervista: “Farò le mie scelte”. Voterà per Alfano?

Si fa macello dei Fori Imperiali a Roma per vendere un musical “Nerone”, di notte, all’aperto,  in playback, ai turisti. Mentre si mandano sotto processo, ripetutamente da anni, i “centurioni” in maschera per le mance dei selfie coi turisti. La corruzione vuoe essere forte.

“Nerone incendia il Palatino”, annuncia il “Trovaroma” di “Repubblica”. Mentre “la Repubblica-Roma”, lo stesso giorno, fa la prima sul flop della prevendita: i Fori deturpati per un “evento” da tre mesi che forse non durerà tre giorni. 
Si vede che il settimanale è democratico, il giornale no: l’“opera” è infatti marca Pd, dal sovrintendente che l’ha autorizzata autorizzazione alla Regione Lazio che la paga coi soldi dell’addizionale Irpef. 

Noam Chomsky, l’incontentabile della sinistra Usa, è il primo che non si scandalizza di Trump. Intervistato da Viviana Mazza sul “Corriere della sera” dice “giusto cercare un canale con Mosca”. Ricordando – anche in questo solityario - che il problema è l’atomica e la fine della deterrenza, dell’abbiare per non mordere. Il resto della sinistra invece ci vorrebbe in guerra con la Russia. In guerra chi, gli europei?

Però è vero, Chomsky ha ragione: il clima ci occupa ogni giorno molto di più di quanto ci occupiamo degli arsenali nucleari in un anno.

Tempestivo il ministro Calenda annuncia che il salvataggilo delle acciqierie Ilva si farà, e anzi ne precisa i dettagli: con 6.500 esuberi, la metà, quasi, dei lavoratori. Che cosa ha salvato? O è una mossa del Pd per preparare le elezioni a settembre? Per vincerle?

Mal d'Africa e crimini di guerra

Sotto forma di romanzo, la pubblicazione dei crimini di guerra italiani in Africa nella creazione dell’impero, tra il 1935 e il 1937. A opera non di tre topi d’archivio ma di due avvocati, Dodaro e Panella, e un lobbysta.
Nulla di nuovo per la verità. “La conquista dell’impero” è titolo di una diecina d’anni fa di Andrea Molinari. Il “mal d’Africa”, ancora vivo in molti negli anni 1950-60, era il sesso facile in colonia – ci indulgeva al suo tempo, tenente del XX Battaglion Eritrea, anche Montanelli. Le bombe incendiarie, un piccolo scoppio e un’immensa fiammata, furono descrite all’epoca anche dal figlio aviatore di Mussolini, Bruno, nelle memoriedi guerra – “sembrano formiche inmpazzite”, diceva degli abissini che cercavano scampo, e non era uno cattivo. L’uso dei gas era già documentato all’Onu, che ebbe a lungo molti italiani iscritti dopo il 1945 tra i criminali di guerra. L’“italiani brava gente” è da tempo in disuso: la formula era stata denunciata negli anni 1960 da Davide Maria Turoldo, il prete poeta servita, e Angelo Del Boca l’ha spietata nei dettagli, in Libia e in Africa Orientale, dalla decade seguente.
Una storia nota. Che però non è mai stata fatta – documentata, registrata. La conquista dell’impero fu una cosa da Norimberga, con l’uso senza scrupoli di armi probite, razzie, rappresaglie, stupri.
Badoglio, che nel dopoguera fu iscritto all’Onu tra i criminali di guerra – ma non processato.- usò largamente i gas, specie l’iprite. Mjussolini ne aveva autorizzato espressamente l’uso. Dal Sud, partendo dalla Somalia, gli faceva concorrenza l’altro maresciallo d’Italia, Graziani. Reduce dala Libia, dove avev inventato il quadrilage e le deportazioni di msaa, e i libici recalcitranti buttava  vivi dall’aeroplano - il maresciallo le ha inventate tutte: le rappresaglie con decimazioni e ostaggi, i campi di concentramento, la deportazione delle popolazioni, la colpa dei vinti, moderno Sippenhaft, e i defolianti. In Etiopia, dopo un attentato, ci pensò su una diecina di giorni e il 19 giugno ‘37 fece accoppare tutti i monaci del convento di Debré Libanos, 297, più 129 diaconi e 23 laici, 449 in totale. L’eccidio lo curò un  generale Maletti. Anche Graziani usò liberamente i gas – iscritto e non processato all’Onu tra i criminali di guerra. .
In mancanza della storia, Cosentino, Dodaro e Panella rimediano con una romanzo. Qualche documento lo hanno trovato nell’ex museo dell’Africa Italiana. Ma meglio hanno fatto sapendo narrare i “fantasmi”.
Marco Cosentino,  Domenico Dodaro, Luigi Panella, I fantasmi dell’impero, Sellerio, pp. 52 € 15


domenica 4 giugno 2017

A Pechino a Pechino

E con chi andrà l’Europa di Angela Merkel alla birreria, ora che deve prendere “il suo destino su di sé”? A Mosca no, siamo nemici. Li Keqiang, il primo ministro cinese, a Berlino e Bruxelles come da calendario al settimana scorsa per negoziare gli accordi Cina-Ue, ha aperto la solita finestra della Cina è vicina. Alleluja!
Questo giovedì. Sabato la finestra era chiusa: la Cina è negoziatore tignoso, duro, e la Ue non sa accordarsi.
Difficile però anche non rilevare la straordinaria propensione di Angela Merkel per i regimi forti. Prima per Erdogan, che ci ha indotti a finanziare con tre miliardi. Ora per il cupo regime cinese. Che sorride molto, ma è ferreo,. Putin, bene o male, qualche elezione la tiene, il partito Comunista cinese no, e anzi ogni tanto fa le purghe, ancora nel 2017. Possiamo anche fare a meno della dichiarazione universale dei diritti, ma che si sappia.
E poi, che vuol dire Europa? Ce li ha gli arsenali: bombe, sommergibili, missili? No, e allora, come vuole competere? Non ha neppure un governo – o quello forse sì, poiché se ne fa portare a mali passi.

Il mondo gh’è minga di Bignami

In memoria di Giovanni “Nanni” Bignami, astrofisico, riproduciamo questa pagina del romanzo di Astolfo, “Non c’è anarchico felice” – Bignami diceva di “conoscere” solo il 4 per cento dell’universo, non  il 5, per il resto concordava.
“Il professor Giovanni Bignami a Pavia ha trovato una stella a cui ha dato nome Gemina. Poliglotta per gh’è minga, la stella che non c’è. Per questo motivo forse non ha potuto vederla, ma sa che è fatta di neutroni, che non è distante, solo cinquecento anni luce dal sole, e che è veloce, va a centoventi chilometri al secondo. Ora, come fa a vederla, dato che è vicina? Il professore non fa in tempo a rialzare il capo che la stella che non c’è, è già passata. Ma non ne ha colpa, in un universo in cui tutto va veloce - il diametro della sola galassia della Terra è di centomila anni luce – fa vedere al telescopio il 5 per cento di sé, il Bignami si pone al centro della metafisica, cosa sono le cose, gli esseri, il mondo, che col tempo si scopre vuoto. È il problema posto da Alexius Meinong da Graz. Che Lord Russell vorrebbe sminuire opponendogli il buonsenso: per un 51 per cento la realtà è effettuale. Ma comprendendovi i cavalli alati. E il 49?
“C’è un realismo al fondo della nostra concezione nel mondo. Anzi, prima che della nostra concezione, del modo di essere del mondo. La fisica odierna, quantistica e del caos, lo riconosce, di non poter veni-re a capo dei processi più semplici della materia, pur essendo arrivata all’infinitamente piccolo. La fisica è teistica, l’infinito, piccolo o grande, è fuori dalla pretesa moderna di sperimentazione, è la non fisica. E il tempo che senso ha, che peso? A parte l’ansia del prima e dopo, e della fine. Se un secondo può valere più di una giornata. E i dinosauri, animali a tut-ti gli effetti fantastici, sono realmente esistiti milioni di anni fa. Il tempo si misura in milioni, miliardi di anni. Quanti ne richiede la mutazione minima. È il tempo dei tempi, misura senza metro. Ammassi globulari, grumi di centinaia di migliaia di vecchie stelle, hanno venti miliardi di anni.
“Cinquanta miliardi di galassie, o cinquantamila miliardi, a 186 mila miglia al secondo, mandano informazioni vecchie di eoni. Di due, cinque, dieci miliardi di anni fa, di quando il mondo ebbe origine. Se ebbe origine. Le stelle, un tedesco le ha contate, sono sette con nove zeri – un settilione, dice lo scopritore stupito, e non sa che dice sette per suggestione della Bibbia, quale numero incalcolabile. E tuttavia il messaggio è flebile, non arriva quasi nulla dallo spazio se non questa luce che non illumina, fredda. Un secolo fa c’era la Via Lattea, con miliardi di stelle e nuvole di gas. Ora ci sono galassie come polvere nell’universo. Che potrebbe non essere solo, ma uno di un multiverso. Lo scientismo, che sempre regna, non riesce a capirlo: la scienza non conduce in nessun posto, sempre ferma davanti al mistero della creazione, della stessa scienza. L’universo osservabile è profondo solo quattordici miliardi di anni luce. Forse per questo non se ne hanno notizie, la luce è veloce, il suono lento.
“Mille miliardi di anni luce sono un tempo infinito. Che è un ossimoro, il tempo è breve. È giovane, la scoperta del tempo è recente, si contava per genealogie, e in alcuni posti deve ancora nascere. L’infinito è indistinto, come le galassie e i “vuoti” intergalattici, e non ha tempo. Che è lì ma inerte, non trascorre. Il mondo è il prodotto di una nebulosa primitiva, non intelligente benché complessa. “E dunque che ci facciamo? L’uomo in quanto esere vivente non esiste, non in teoria: ognuno è cento miliardi di neuroni, ancora da sistemare. E una sogliola senza spessore, secca. A due dimensioni o undici, come vuole il mattacchione Gödel, o a un milione: ogni fantasia è possibile, non predeterminata – compresa la memoria ma non la storia. Quantitativamente l’uomo sarebbe una virgola nella storia, se la storia ci fosse – la storia umana, si legge nei sussidiari Usa, occupa pochi secondi se la storia dell’universo si comprime in un giorno. Ma non c’è storia in cielo, non nel senso del progresso, il mondo muta per caso, e si può solo misurare, quantità, massa, velocità. Rusell, Meinong e il mondo lavorano per dare ragione a Campanile, il cui solido fondamento è: “Si è vivi per un minuto, si è morti per l’eternità”.
Astolfo, Non c’è anarchico felice (Anamorfosi 2), Lampi di Stampa, pp. 678 € 21
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