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martedì 30 novembre 2021

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (475)

Giuseppe Leuzzi

Non si può fare conversazione in Calabria, anche in Sicilia, in molti ambienti, se non brillante. Sui toni dello scherzo o della satira – “a zannella” in dialetto calabrese. Negli stessi luoghi e nelle stesse conversazioni che non si sottrarranno alla pratica della luttuosità: ai malanni, di parenti, amici, conoscenti e propri, e alle morti. Il segno è più lo scherzo o più il lutto? O entrambi, la “zannella” per esorcizzare (alleviare) la malattia e la morte.  
“Lo scherzo”, dice Jean Paul, “non conosce altro scopo che il suo proprio esistere”. Ma forse no, è un  falso scopo.
 
Uno studio di Olga Cerrato qualche anno fa, “La Berlino degli italiani”, della “colonia” italiana a Berlino tra le due guerre, nota curisamente che tutti, o quasi, erano meridionali: calabresi Corrado Alvaro e Boccioni, siciliani Borgese, Pirandello, Rosso di San Secondo, il pittore futurista Ruggero Vasari, il pubblicista, corrispondente della “Gazzetta del popolo”, e de “L’Italia Letteraria”, Pietro Solari – che spesso li riuniva, al Romanisches Cafè.
 
Sembra strano, essendo il Sud come l’Avvocato Agnelli lo diceva ironicamente (a proposito di De Mita) “umanista”, ma a molto Sud, anzi ovunque, manca la storia – eccetto isolate fioriture. Non quella nozionistica, di quella ce n’è anzi in eccesso, di ogni campanile, anzi di ogni cortile – naturalmente nobile, tutti nobili al Sud (il genere agiografico, tipo santini). Manca la Storia, l’intelligenza del passato. Un millennio buono di storia. Quella greco-bizantina in Sicilia, cancellata dai Normanni, quella greco-bizantina, e albanese-epirota, in Calabria, quella greco-bizantina, normanna e aragonese in Puglia, quella longobarda in Calabria e Puglia, e nella Campania finitima, da Salerno a Benevento. Quella araba un po’ dovunque, anche in Sicilia malgrado le tante pubblicazioni. Quella politica e religiosa – anche se la religione, è vero, si esclude ovunque, non solo al Sud, anche dalla storia Moderna.
 
La mafia come mito
Il mito è autoreferente: rimbalza sulle sue origini, sugli autori, e li assedia, li convince, li esaspera. E si autoalimenta. Così si è creato purtroppo un mito della mafia. Che non c’era trent’anni fa, c’era la mafia ma non il mito: ancora negli anni 1980 Riina e soci facevano solo paura, e generavano disprezzo – assassini, e più dei propri, sodali, perfino familiari. Un mito curiosamente politico alle origini, di Leoluca Orlando e Luciano Violante, che lo avvolsero dell’imbattibilità . Poi editoriale, sulla linea Enzo Biagi-Roberto Saviano, e quindi dilagante, il mito oggi più scontato – una sorta di cavalleresco Ciclo della Mafia, come già di re Artù, dei Carolingi, di Guerrin Meschino. In parallelo con le numerose accademiche “Storie della mafia”, altro genere fiorente. Storie naturalmente dei giornali che parlano di mafia, e di qualche processo - non molti, i processi sono faticosi, un paio. Di cui la punta di diamante è stato venticinque anni fa, all’inizio del ciclo, “La regia occulta”, la summa della storia dell’Italia repubblicana “Da Enrico Mattei a Piazza Fontana” che mette al centro la mafia, a opera di Giorgio Galli, il professore di Storia delle Dottrine Politiche a Milano – che la “strategia della tensione”, con le bombe e poi il terrorismo, sia opera della mafia il professore l’ha saputo dal senatore Pisanò.
La mafia è sempre quella: in varie accezioni a seconda del mercato della criminalità, ma sempre sopruso, invadenza, con minacce, danneggiamenti, e anche omicidi, sterilità sociale e politica, e organizzzazione degli affari illeciti, droga, appalti pubblici, pizzo. Di brutti, sporchi e cattivi. Di cui sono piene le carceri. Ma evidentemente non abbastanza – troppi processi finiscono nel nulla. Ma come idealizzata, o nobilitata: dei “guanti bianchi”, delle “cupole” o grandi organizzazioni planetarie (con discussioni e votazioni…), della finanza sofisticata, della vita lussuosa o spericolata. Che è l’esatto contrario delle realtà mafiose, ma non nell’immaginario.
 
La mafia non è una famiglia
Un padre amorevole che si rivela essere un trafficante di droga. Freddo e impunito. Se non per le inevitabili denunce e vendette fra trafficanti. Nell’ultimo dei tre film di Jonas Carpignano ambientati a Gioia Tauro, “A Chiara”, la mafia entra di striscio nella vita normale dei ragazzi, anche figli di mafiosi, fra chiacchiere, pettegolezzi, gelosie, motorini, canzoni, cotte, dispetti, complicità. Perché il film, “povero”, di pochi mezzi, con attori non professionali, di marginalità, ma non traumatiche (esterni, atmosfere, personaggi, vicenda), attrae? Perché non c’è l’ipostatizzazione della mafia, in un mondo, un’area, un paese, nella stessa ristretta famiglia. In cui la vita normale, avventurosa nella normalità, di una ragazza volitiva scorre immune al malaffare. Come solitamente avviene in altri contesti. Senza l’imponente sociologia della mafia che vi si sovrappone, dell’unità mafiosa nella famiglia (col figlio maschio…), l’omertà, i codici d’onore, i giuramenti. Di pubblicisti cinici, giudici in carriera, terzo settore della “legalità” - non senza qualche sociologo di professione.
La foto che sempre si rivede di Giuseppe Di Matteo a cavallo, alla barriera al concorso ippico, in cap e giacca neri, cravatta bianca, cavallerizza bianca, stivali neri, commuove certo per il destino che si sa del ragazzo, sciolto nell’acido, dopo lunghe torture, da Giovanni Brusca, il capo-boia di Riina che è ora pensionato dello Stato. Ma sempre anche sorprende, che si possa condurre una vita normale, quella di tutti i ragazzi, accanto al crimine, e senza macchia. Spensierata perfino. Perché circoscrive la mafia – la violenza, i traffici. Fa vedere – anche ai Carabinieri se mettessero gli occhiali – che la mafia non è uno Stato anti-Stato, non è pervasiva, non è premiante o vincente. Non è: è una banda criminale, come ce ne sono sempre state. Con suoi linguaggi e caratteristiche, che però è sbagliato ipostatizzare, non ne cambiano la natura – si veda l’omertà che fine ha fatto, che adesso dobbiamo difenderci dai pentiti, troppi, ingestibili, onerosi. E soprattutto non regola niente, certo non le società che affligge – spesso anche la famiglia in senso proprio.
 
Allo sviluppo basta poco
L’Autostrada del Mediterraneo (Salerno-Reggio Calabria ) è l’unica grande infrastruttura moderna della Calabria post-bellica, dei quasi ottant’anni della Repubblica. Con il  porto di Gioia Tauro. Con l’università infine della Calabria. E un aeroporto internazionale nel mezzo della regione. Tutt’e quattro le strutture sono state volute da Giacomo Mancini, di Cosenza, leader socialista post-Nenni, e più volte ministro.
La provincia di Cosenza, collegio elettorale di Mancini, è anche una Calabria particolare, in molte cose sembra Toscana, ordinata, pulita. Con una agricoltura sempre innovativa e in grado di stare sul mercato, anche internazionale. Con la messa in attività di vastissime aree semiabbandonate, deserte o paludose: il massiccio del Pollino, rinverdito e animato, d’estate e d’inverno, e l’Alto Ionio cosentino, o Sibaritide, una vastissima area bonificata, e avviata a produzioni pregiate, di risi e agrumi. Con aree turistiche montane e marine regolamentate, nell’edilizia e l’urbanistica, e commercialmente organizzate. La criminalità vi è fra le più basse in Italia. Allo sviluppo basta poco.
Vittorio Sgarbi è stato deputato per pochi mesi nella circoscrizione jonica della provincia di Reggio Calabria, la Locride. Eletto nel 1994, portato da Franco Corbelli, il milanese che combatte la malagius7tizia, e poi nel 1996 – ma già distaccato dalla Calabria: nel 1996 optò per il Veneto, e ha cancellato le due elezioni dal suo pur dettagliato sito. Pochi mesi dunque da deputato calabrese e forse di malavoglia. Con presenze che s’immaginano al suo modo fulminee e svagate, da gita nel tempo libero. Ma tanto gli è bastato per ridisegnare alcuni paesi, partendo dalla pavimentazione stradale e dal colore delle case, Gerace, Serra San Bruno, Mileto, Ardore. Che hanno trovato una nuova identità e la mantengono. E questi sono i pochi segni congruenti di ammodernamento nella ex Calabria Greca o Ulteriore – invece delle solite immagini di plinti di calcestruzzo in vista e pareti di mattoni forati. A volte basta un volto in televisione, sia pure simpatico.

Milano
Napoli, dice De Simone presentando la sua “Opera buffa del Giovedì Santo”, “fin dalla seconda metà del Cinquecento era contrassegnata da un altissimo tasso di consumo musicale, determinato dalla politica dei viceré spagnoli, che con manifestazioni musicali e teatrali stabilivano un rapporto rappresentativo tra il Potere e le varie classi sociali”: città da allora musicale, con ben quattro conservatori di Musica”. E a Milano, i governatori?
 
“Milano, dopo Mani Pulite”, ricorda Enrico Pazzali a pranzo con Bricco sul “Sole 24 Ore”, “era livida. Roma viveva il buon governo dei sindaci Francesco Rutelli e Walter Veltroni”. Pazzali è milanese, anche se atipico (ha risanato l’Eur romano), e può dire la verità. Mani “pulite”?
 
Gli atleti ginocchioni di Black Lives Matter non hanno fatto in tempo a rialzarsi che Milano si apriva a settembre la Fashion Week – “Black Liver Matter in Italian Fashion”. Come se il made in Italy fosse già nero, afro-americano. E può non essere cinismo, nemmeno opportunismo. Indubbiamente è senso degli affari – perché non sfruttare l’onda?
 
Cremona “si conferma”, scrive “L’Espresso”, cioè è da anni, la seconda area più inquinata in Europa, “con la più alta concentrazione di PM2,5”, le polveri ultrasottili,  con potenziale incidenza su morti premature e malattie perfino superiore al PM10” (le polveri sottili). Ma “la Regione Lombardia assolve il locale polo industriale e l’indagine epidemiologica non è mai partita”. Ma, per dire la evrità, la cosa si sa perché “L’Espresso” ne scrive, nessuno l’ha mai denunciata.
Se non c’è mafia, se non c’è Sud, non c’è inquinamento.
 
Carlo Levi, “Le parole sono pietre”, sui suoi viaggi in Sicilia, ha la storia di Pippinu ‘u Lombardu, una “sorta di Pisciotta del suo tempo” – il processo a don Pippinu è del 1860 (Levi non dice se prima o dopo Garibaldi). Un maestro milanese sceso ad esercitare iin Sicilia, terra di analfabeti, per guadagnare qualcosa di più. Salvo scoprire presto che facendo il capo brigante guadagnava meglio. Diventando popolare, costrinse la polizia ad arrestarlo. Don Peppino se la prese, e al processo rivelò i legami con la polizia e le autorità.
 
Ha, aveva nel 2019, prima dei lockdown, un reddito medio pro capite di 49 mila euro - al secondo posto, Bolzano veniva con un reddito medio di 40 mila euro, il 24 per cento in meno. Ed è la prima città in Europa per attrazione di imprese e capitali – davanti a Monaco di Baviera. Ma Stoccolma, Londra, Parigi denunciano un reddito molto superiore. Anche Madrid, anche Amsterdam vengono prima di Milano. Molto reddito è nascosto?  
San Siro pieno, nei limiti delle norme anti-covid, per fischiare l’inno della Spagna e Donnarumma. Si paga, si va allo stadio, almeno quattro ore fra traffico, parcheggio e seduta, per fischiare. Si sottovaluta la violenza di Milano.
 
Il Re del Panettone è un romano, di Fiano,  Fabio Albanesi. Premiato da una giuria composta dai dieci ultimi vincitori del premio, tutti non milanesi, non lombardi, uno di Torre Annunziata, uno di Lecce, eccetera. Di un  prodotto milanese beneficiano in molti: è il principio della ricchezza, la diffusione della tecnica.
 
Il portiere Handanovic prende l’avversario per le gambe, per le spalle, solo al collo non gli mette le mani, per l’arbitro Pairetto fa bene, il Sassuolo non ha “chiara occasione da gol”, e l’Inter può così vincere. Non è un errore. L’arbitro è secondato dal Var, Nasca.  E assolto dai commenti milanesi (“Corriere della sera”, “Gazzetta dello Sport”): un errore e basta. Tacciono perfino i social. Tre punti che potrebbero fare la differenza quest’anno alla fine in classifica. Milano non discute quando deve discutersi.

leuzzi@antiit.eu

Il complotto eccolo qua - 5

A conclusione di un primo decennio della “stagione dei complotti”, avviata in Italia dall’Autunno Caldo del 1969, Astolfo, “Vorrei andarmene, ma non so dove”, ultimo volet dalla serie narrativa “Anamorfosi” in quattro volumi, può trarre queste considerazioni:
 
“Dei golpe il repertorio è invece acclarato, con repliche: con l’eccezione dei forestali tutto è già avvenuto. Il colpo alle spalle nel tentativo di fuga è il modello Liebknecht. L’avvelenamento degli acquedotti è storia repubblicana, della repubblica di Spagna. O del repertorio antigesuitico: l’acqua l’avvelenano, di solito, i gesuiti. Dopo gli ebrei, il complotto a lungo è stato gesuitico. O si può pensare a un complotto olandese: ancora nel Seicento l’Olanda segretamente importava, sotto forma di zanne di narvalo, e vendeva il corno del liocorno, per depurare  le acque avvelenate. Torneranno dunque i liocorni? Ma anche i forestali hanno tradizioni, e proprio all’Interno, se non rifanno Robin Hood. Era della Forestale il generale Clerici, l’ultimo capo della Polizia di Mussolini. Tutto è possibile: Hitler non cominciò sequestrando il capo dei vigili urbani di Monaco?
“Con l’avvento di Moro e le interviste di Andreotti ci sono complotti del resto ovunque. Il filone si dimostra provvidenziale dopo il Piano Solo che asservì i socialisti. Il golpe del ‘74, che a opera di cinquanta uomini, non più ventitré, doveva prendere il Quirinale, chiudere le Camere, e nominare Delle Chiaie capo delle Forze Armate, nella calura di Ferragosto, lo capeggiava un odontotecnico della Spezia, che aveva segnalato alla mafia migliaia di oppositori da assassinare. I mafiosi dunque sanno leggere, che sono d’obbligo anch’essi. E i massoni. Ventitré sapeva di già visto: erano i disarmati compagni con cui Bakunin voleva prendere Bologna, e da lì proclamare la rivoluzione mondiale. Il piano alternativo della massoneria, alternativo all’eliminazione fisica, prevedeva l’arresto del presidente della Repubblica in costume da bagno nella tenuta di Castelporziano a Torvajanica, luogo dei complotti nella storia breve della Repubblica avviata col caso Montesi. La Repubblica che cade in costume da bagno non è male, anche se nelle fattezze del presidente Leone. I massoni i marpioni Dc li mettono ovunque perché non contano, mentre bisognerebbe chiuderli allo zoo, anche loro, dichiararli specie protetta.
“Il golpe Borghese nel 1970 fu organizzato da Nixon, con due agenti della Cia, due soli. Lo rivelano Remo Orlandini, un ragioniere che si vede nella gloria di Danton, e un notaio, Giordano Gamberini, che voleva lavorare per la Cia e non l’hanno preso. Uno vero della Cia è un ingegnere della Selenia, il quale più volte telefonò a Nixon in presenza del ragioniere, che però non sa l’inglese. Claudio Vitalone, il giudice inquirente, intimo dell’onorevole Andreotti, ha passato una notte insonne, racconta all’Espresso, nel dubbio se arrestare o no l’ex presidente Usa. Feltrinelli naturalmente pure lui preparava un complotto, sempre nel ‘70, in forma di controcomplotto: voleva rapire Borghese. Lo preparava all’osteria Ho chi min, alla stazione Garibaldi, dove lo zio Ho ragazzo fu cameriere? Piazza Fontana ha aperto le cateratte, sarà lo gliommero del Prefetto, il groviglio che si scioglie tirando il filo giusto. Ma i morti sono veri.
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“Il complotto è ripetitivo, è un difetto. C’erano delatori alle calcagna dell’Aretino, il più delatore di tutti, e in carcere con Campanella e Bruno. L’acqua avvelenata verrebbe dalla Bibbia. È dunque idea americana - questo è un fatto, nessun prefetto italiano legge la Bibbia. La regia occulta del politologo Galli spiega che il Maggio fu opera dell’Oas. Cominciò con la caduta dell’aereo del generale Ailleret, che aveva combattuto l’Oas per conto di de Gaulle. Non è escluso, il Maggio indebolì de Gaulle. La strategia della tensione, che innesca le bombe, è invece opera della mafia. Questa idea lo scienziato politico la deve al senatore Pisanò.
“Non valgono più le quinte colonne e i giochi doppi e tripli. I servizi segreti, pilotati dalla Cia, stanno coi fascisti. E con i settimanali dei complotti a numeri alterni, che hanno invece giornalisti di sinistra e di estrema sinistra? O la Cia utilizza i settimanali per avere la copertura dei servizi e dello Stato? Ma si può pure pensare che la Cia utilizzi i servizi segreti e i fasci contro lo Stato. Con la collusione dei settimanali, cioè della sinistra. Limitando il gioco a quattro soggetti si avrebbero matematicamente sedici ipotesi. Introducendo le coppie con\contro, collusione\ opposizione, copertura\denuncia, le possibilità diventano centinaia. Per non parlare dei tanti Stati. L’onorevole Moro, per esempio, che ha fregato Fanfani e i socialisti sul centrosinistra, voleva far dimettere il Nostro Padre Ingegnere perché gli Usa lo pretesero, poco prima della morte, quando cercava sbocchi in Cina, ha espresso “comprensione” agli Usa in Vietnam, ha coperto il Piano Solo, e controlla - controllava - i servizi attraverso un uomo di destra, è il leader della sinistra. Stocasticamente le possibilità sono infinite.
 (fine)

Napoli, in attesa della Pasqua di Resurrezione

Il Giovedì Santo è di Napoli, in attesa di una domenica di Resurrezione. Non un vero intreccio si svolge, ma la riproposizione di ritmi, miti, storie, tradizioni, illusioni: una sorta di identikit della città, illusoria sullo sfondo, sorniona. Un magazzino di robivecchi, vivificato da una lingua ora furbesca, ora colta, anche barocca, e popolare, anche molto – un po’ come ora ci ha (non) abituato la serie “Gomorra”, per suoni più che per parole distinte. Anche i personaggi sono misti – come era un tempo l’uso a teatro: sono un po’ questo e un po’ quello, si travestono, cambiano identità, trasformisti e ambigui. Come Napoli, che attende la sua Pasqua – ma tra il giovedì dei Sepolcri e la domenica di Resurrezione non c’è la Passione?
Non c’è trama, non c’è una storia. Sono lacerti storici, mitici, rituali, e linguistici. Sui toni, più che drammatici, dell’elegia, dolenti. Sullo sfondo della tradizione, sempre comunque spessa e viva, a fronte della piattezza contemporanea, della vita senza memoria.
Un teatro che si vuole in musica, un melodramma. Anche se non risulta ancora mai rappresentata – musiche di De Simone? Doppio insomma l’omaggio a Napoli, città “dai quattro conservatori di Muisca, per la frequente committenza di composizioni musicali per la camera, per il teatro e per la chiesa” – “La città”, spiega De Simone nell’introduzione, “fin dalla seconda metà del Cinquecento, era contrassegnata da un altissimo tasso di consumo musicale, determinato dalla politica dei viceré spagnoli, che con manifestazioni musicali e teatrali stabilivano un rapporto rappresentativo tra il Potere e le varie classi sociali”.
Roberto De Simone, L’opera buffa del Giovedì Santo, Einaudi, pp. XIII-107 € 9,30

lunedì 29 novembre 2021

Il complotto eccolo qua - 4

Nella luna oscura storia di complotti che  da oltre mezzo secolo, dalla “strategia della tensione”, ha attanagliato  l’Italia, l’autunno del 1974 segnò un balzo di qualità, nell’esercizio cimentandosi Andreotti e Mori, i duellanti democristiani. La vicenda è così evocata da Astolfo, “La morte è giovane”, un romanzo in via di pubblicazione (Pietro, il Prefetto, Metello, Domenico sono personaggi di fantasia):

“(Ad agosto) l’Italia invece aspetta sempre il golpe. Lo ha stabilito Feltrinelli in un opuscolo che le sue librerie ancora vendono, Persiste la minaccia di un colpo di Stato in Italia!: il golpe si farà ad agosto. “L’estate sembra particolarmente adatta”, scriveva Feltrinelli: “Gli operai sono in ferie, le fabbriche semichiuse, uomini politici, giornalisti, ecc. sono pure loro al mare o in montagna, grava sul paese dalla metà di luglio un clima di «stanchezza» e di disinteresse generale: sono le condizioni ideali per portare a compimento un colpo di Stato”. Anche Cromwell fece il golpe ad agosto. Ma ad agosto a Londra piove. 

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“Andreotti ha fatto il golpe. Ha abbattuto il governo Rumor, ha denunciato tre complotti, e ha arrestato Miceli, l’uomo di Moro. Si direbbe in affanno: i suoi amici democristiani alzano barricate contro il suo ritorno a capo del governo - propongono Fanfani, per prendere fiato, ma puntano su Moro. Va però come un treno: ha fatto arrestare Curcio e gli altri capi brigatisti - i carabinieri obbediscono, se il morso è teso – immemore del pontiere Taviani e del terrorismo che è di destra, il Pci portandosi ai piedi.
“I tre golpe li ha denunciati il tre ottobre, direttamente in Procura, come ogni cittadino visitato dai ladri. Un’iniziativa personale e urgente, per l’ansia di salvare la libertà, senza consultarsi col capo del suo governo, l’onorevole è un duro. E il governo si è dimesso, subito. Sublime Dc: denuncia golpe di destra, ma dentro manda Miceli, il generale dell’onorevole Moro. “In generale l’astinenza sessuale non giova a formare uomini d’azione energici né pensatori originali o anche libertari o riformatori, ma deboli dabbene”: Freud toppava anche qui, ma si può scusarlo, non poteva sapere degli uomini d’azione democristiani, conducono essi le truppe uscendo dalla sacrestia e non dall’alcova. L’eroe Dc è uno  che vince negandosi. Non é facile arrestare Miceli, intimo dell’ambasciatore Usa Martin, che da Roma è andato a Saigon, e di James Angleton, specialista italiano della Cia e uomo di fiducia del Mossad israeliano.
“Andreotti ha annunciato la denuncia il 28 settembre, mentre il presidente Leone e il ministro degli Esteri Moro erano negli Usa. Miceli era andato all’ambasciata, prima della loro partenza, per dire al successore di Martin, John Volpe, che non è il caso di puntare su Andreotti per il nuovo governo. Bene, ora gli americani sanno chi comanda in Italia. L’onorevole Andreotti nega. Ma Pietro queste cose le sa per certe. È così che Leone e Moro non hanno convinto Ford, cioè Kissinger. L’Italia è stata prima invitata poi esclusa dal vertice sul dollaro dei grandi dell’Occidente a Camp David. Il presidente Ford e il segretario di Stato Kissinger ne avevano già discusso, del problema sollevato da Miceli, riservatamente coi membri più influenti del Congresso. “Non vorrei biasimarmi d’aver fatto troppo poco per salvare l’Italia”, Kissinger ha detto loro. Il professore è, è stato, un intellettuale liberale, in contatto con Alvaro, Moravia, Enriques Agnoletti. Moro ha troncato la visita, Leone è stato fotografato a fare le corna. Volpe vuole esclusi dal governo pure i socialisti. Che già si erano esclusi: l’1 ottobre l’onorevole Tanassi, per conto dei socialisti di destra, aveva dichiarato il centrosinistra finito. D’accordo l’onorevole De Martino, per i socialisti di sinistra. E insieme chiedono elezioni subito. Per fare il compromesso? De Martino è consigliato da una Margherita, che viene dal Pci praticando l’entrismo e collaborava col Prefetto.
“Non c’è tempo di rifiatare. A metà mese Kissinger lascia Delhi per Roma, per l’assemblea della Fao, premettendo non richiesto: “Non chiedetemi della politica italiana, non la capisco”. Moro snobba il primo incontro fra Kissinger e Leone. Al secondo evita di stringere la mano al segretario di Stato, e fa dire: “Esistono interessi che si traducono in pressioni, ma è compito del ministro degli Esteri opporsi alle pressioni illecite e respingere le interferenze: un’area di libertà si conquista puntigliosamente, vigilando”. Una dichiarazione di guerra. Moro pare un pappamolla e invece è un incondizionale, secondo Pietro, che dei Dc sa tutto:
“- L’onorevole Moro sempre fu fedele all’America, che nel 1964 lo salvò dal golpe di Segni. Ma dopo il Cile ha paura. – Metello invece, come Kissinger, lo ritiene un incapace: “Ha svilito il centro-sinistra e ora si ritrova al posto di Segni”, ha detto in altra occasione, il presidente che contro il centro-sinistra voleva un golpe, “senza averne la sfrontatezza”. Ma non ha mai fatto accordi con nessuno. È guerra totale tra Moro e Andreotti, dunque.
“L’analisi di Pietro ricalca quella di Domenico, che si occupa ancora di politica interna nelle pause della guerra matrimoniale:
“- Si somigliano, in realtà sono uguali. Sono per questo nemici spietati, è la concorrenza: l’uguale è il nemico. Non per fare questo o quello, per loro è indifferente, il governo è per loro il potere. Il potere per grazia di Dio, sì, non un dovere. - Si può concordare. Entrambi gli onorevoli parlano breve, sono il Tiberio che Tacito inventò, dal linguaggio svelto benché oscuro. E Roma, diceva Anatole France, “grazie alle sue colline, si vede da Roma”. Ma sono politici alla Henri Queuille, “non c’è problema, per quanto urgente, che in assenza d’una decisione non si risolva”, che de Gaulle ha spazzato con un soffio, con tutti i radicalsocialisti. Il Vaticano dovrebbe saperlo, che il potere non è eterno, che si riproduce finché produce. Domenico si difende: - È per questo che l’Italia si sta sbarazzando della chiesa. Sì, il sogno dei liberali – irride – lo realizzeranno i preti, di cancellarsi dalla storia, per la protervia. – Roma senza papa, ultima fantasia dell’Amico Sconosciuto scrittore, è nell’aria.
“Nello sparigliamento Moro prevale. È stata ordinata la cattura di Sindona e del suo aiutante Bordoni per bancarotta fraudolenta alla veneranda Banca Privata italiana, e quindi Andreotti non ce la può fare: ha incontrato più volte Sindona per fantomatici progetti di salvataggio della lira, e il generale Miceli li ha implacabile registrati. Bordoni è un ex della Banque pour le Commerce Suisse-Israélien. Il governatore Carli, che si immaginava ministro del Tesoro del compromesso storico di Andreotti, deve invece lasciare anche la Banca d’Italia: a Sindona ha fatto prestare 124 preziosi milioni di dollari dal Banco di Roma, un istituto pubblico gestito dal fido Ventriglia. I socialisti hanno fatto molto, come Fanfani, in meno anni: lo Statuto dei lavoratori, il Sistema sanitario nazionale, il divorzio, l’aborto assistito, il nuovo diritto di famiglia con la parità fra i coniugi, dopo aver cancellato il delitto d’onore, il divieto di propaganda anticoncezionale, e l’abitudine di sparare ai dimostranti. Non sono riusciti a intaccare l’articolo 544, che autorizza lo stupro delle minorenni, e questo è fantastico – il 544 è un’idiozia, prima che una violenza legale: la mentalità è dura, la tradizione, l’antropologia. Hanno dato però una spallata robusta, aiutati da Franca Viola, la giovane siciliana che per prima ha rifiutato il matrimonio riparatore. Hanno perfino tentato, inserendovi Fo e Biagi, di rivoluzionare la Rai, la lingua cioè e il linguaggio d’Italia, una sorta di antimanzoniana. Ma il professor De Martino, illustre antichista, si tira fuori. È l’uso napoletano: anche Enrico De Nicola, quando volevano eleggerlo presidente della Repubblica, nel 1948, non si fece trovare.
………………………
“Esce incognito in Italia l’Arcipelago Gulag, libro di duemila pagine. Il Partito non gradisce, e dunque non se ne parla. Se non perché Parigi ne parla, per sparlare dei francesi. Di mediocre romanziere e reazionario ignobile anche per i compagni critici alla Fortini: “Una pagina di Živago distrugge tutto il bravo Solženitsin”. Il mite Cassola opina il complotto: il Gulag è una manovra della Cia per oscurare Pinochet.
”

(continua)

Il mago di Oz era la suocera

“I libri di Oz sono molto in anticipo sul tempo sia scientificamente che politicamente. Sono pieni di invenzioni che non sarebbero avvenute per gran parte del secolo, tra esse un uomo robot, un cuore e delle labbra artificiali, un sistema di monitoraggio televisivo, dispositivi anti-gravità, e un servizio di notizie tipo computer. Oz è anche una specie di utopia socialista, e profondamente matriarcale e occasionalmente transsessuale”. Anticipa anche l’elicottero. L. Frank Baum, l’autore del “Mago di Oz”, dovette molto del suo lavoro alla suocera, Matilda Gage, una delle più famose femministe in America.
Un po’ sul genere “l’autore è sua moglie”- o la compagna: di T.S.Eliot, Orwell, Tolstoy, Brecht, Montale, Remarque, Fitzgerald. Ma Lurie, l’autrice di “Cuori in trasferta” e altri romanzi, saggista reputata, morta un anno fa, ne è cosciente e porta buoni argomenti.
Baum sposò Maud, l’ultima dei cinque figli di Matilda, nel 1882, quindi per sedici anni ancora si confrontò con la mitica suocera. Matilda Gage, finita teosofa e occultista, è stata femminista per una vita, fin da ragazza, nonché indianista, al suo tempo quasi unica (i Mohawk l’hano per questo adottata), storica a metà Ottocento del (non) diritto di voto alle donne, con Elizabeth Cady Stanton e Susan B. Anthony, “libera pensatrice”, cioè atea professa (polemista contro l’uso pratiche e riferimenti religiosi nella vita pubblica: il riposo domenicale, la Bibbia a scuola e nei tribunali), considerando il cristianesimo il maggiore responsabile dell’asservimento femminile, è reputata una delle “scrittrici scientifiche” più logiche e disinibite del secondo Ottocento. Esclusa da ultimo dal movimento femminista dalle due coautrici, Stanton e Anthony, ma non dalla memoria. Da lei prende il nome l’“Effetto Matilda”, la tendenza a trascurare il contributo femminile alla ricerca scientifica.
Inizialmente contraria al matrimonio di Maud, la figlia minore e la più accudita, con un uomo d’affari, fu poi lei a incoraggiare il genero a scrivere, e a cercare le riviste e gli editori per i  racconti che andava facendo ai bambini in famiglia e nel vicinato. Il genero trovando rispondente “I quattordici libri di Oz rifletteranno molte delle idee più radicali di Matilda”. Il matriarcato originario. Le streghe come perpetuazione del potere femminile sotto il patriarcato. Il mondo – il mondo di Oz – governato da una trinità femminile: Glinda, Ozma e Dorothy. I governanti maschi deboli o cattivi. Il disprezzo dei lavori domestici. Le identità di genere confuse. La passione per la scienza e la tecnica.
Alison Lurie, The oddness of Oz, “The New York Review of Books”, free online

domenica 28 novembre 2021

Il complotto eccolo qua - 3

L’Italia ha una storia lunga di complotti, da oltre mezzo secolo, dalla “strategia della tensione”. Nei fatti una strategia politica, di manovra e comunicazione. Con non fantasiose applicazioni, alcune raccontate, con i loro meccanismi, da Astolfo, “La morte è giovane”, un romanzo in via di pubblicazione, di cui seguono alcuni estratti. Il referendum è sul divorzio, 1974 – allo stesso anno si riferiscono gli altri eventi menzionati. Il “pollaio” di Taviani è il suo rifugio estivo, di vacanza.  L’intervista di Andreotti è quella rilasciata a Massimo Caprara, già segretario di Togliatti, a lungo deputato Pci di Napoli, sul “Mondo” del 20 giugno 1974.  Vanni e Severo sono personaggi di fantasia. 
 
“La vigilia del referendum è stata, si sa ora, un fuoco d’artificio. Il 2 maggio, giovedì, i brigatisti hanno lasciato incustodito l’ostaggio per perquisire a Milano il Comitato di Resistenza Democratica di Edgardo Sogno. Che dunque è anch’egli più che un nome, “Eddy” Sogno Rata del Vallino, conte, comandante della brigata Franchi nella Resistenza e medaglia d’oro, uno che parla come Gianni Agnelli e Giulio Einaudi, verrà pure lui da Pinerolo, scuola di cavalleria, un liberale diplomatico in carriera, segato da Moro dopo che da Fanfani, la Dc può essere inflessibile. Sogno e il repubblicano di Spagna Pacciardi sono golpisti infine patentati dal ministro dell’Interno Taviani, che è uscito dal pollaio per gettare un ponte tra Moro e Andreotti, e uno tra la Dc e il Pci, il fronte antidivorzio, confermando e circostanziando i golpe: “Il terrorismo è di destra”, ha annunciato solenne a Scalfari a pranzo. Lui certo lo sa che, ministro sempre dell’Interno, fece l’ultima retata di scioperanti nel ‘62 a piazza Statuto, fermando gli operai Fiat scontenti del contratto, 1.200 – un centinaio li fece pure processare, dopo le mazziate. Sogno che era socio di Taviani. Anche Fumagalli esiste e complotta, benché sia stato ragazzo partigiano bianco, dell’organizzazione che Taviani presiede. Dice il maggiore dei carabinieri Delfino che teneva pronti i chiodi a quattro punte per isolare le strade, e le bombe a forma di pacchetto di sigarette, per il giorno del divorzio. E progettava una repubblica in Valtellina, un’altra Ridotta.
“A Sogno si affianca Cavallo, un professionista. Già nazista, poi Pci, editorialista dell’Unità, attivista quindi Dc, di Pace e libertà, giornalista a New York per la Gazzetta del Popolo, collaboratore del colonnello Rocca al Sifar e di Valletta alla Fiat, braccio destro del suo capo del per-sonale Garino, specialista in spionaggio tra ‘68 e ’69 per la stessa azienda, dove ha schedato 350 mila dipendenti, mille al giorno, duemila con le morose. Il golpe si lega alla sezione italiana del movimento antisovietico Paix et Liberté, creato a Parigi nel ‘47 da suore e laici pii, che nel ‘53 aprì una sezione a Milano, affidandola a Sogno, a iniziativa di Silone, coi soldi dei governi Pella e Scelba e della Fiat, prima della ripresa dei traffici con Mosca. Pace e libertà s’è sciolta nel ‘57, succeduta da Giustizia e Pace, di cui è segretario in Italia Andrea Cordero Lanza di Montezemolo, monsignore, figlio del capo della Resistenza militare – i badogliani restano il Nemico, più dei tedeschi, anche se combatterono i tedeschi, almeno tremila i morti tra i soli carabinieri, più d’ogni altro gruppo partigiano. Dal ‘71 Sogno, dalla Birmania dov’è confinato ambasciatore, organizza Comitati di resistenza, che a Ferragosto dovevano prendere il Quirinale.
“C’è in scena materia per tutto, benché non tutta nuova. Sindona non manca, per il diletto del Dottore, con un progetto di golpe esposto all’ambasciatore americano Volpe, nomen omen. E ci sono “gli eredi del golpe Borghese”, dice all’Espresso il generale Maletti: anch’essi progettano un colpo di stato. Bande dunque di odontotecnici, commercialisti, pensionati e guardie forestali. L’elenco di Maletti è soprattutto interessante per i tanti generali in servizio, sia delle forze armate che dei carabinieri, suoi superiori in carriera, che partecipano ai golpe. Chi sono Maletti non lo dice, per rispetto, dice, delle gerarchie, li lascia indovinare. C’è anche il generale Miceli, il suo capo, l’uomo dell’onorevole Moro?
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“Dice Andreotti nell’intervista che Parigi è il centro della sovversione. Pompidou è dunque sovversivo, e Giscard d’Estaing. Ma Vanni lo sarà stato, che non credeva a un complotto, ma al complotto:
“- Bisogna tornare a credere al diavolo, l’uomo non è aria. Dentro il complotto, avendo guida appropriata al male, si può riconoscere questa o quella trama. Crederesti tu che il tuo migliore amico, io stesso qui, possa complottare? Ma bisogna essere malvagi, non meno degli altri.
“- Potrebbe essere lo Stato un complottardo?
“- No, solo l’uomo. Perché l’uomo, avendo un intelletto separabile e l’immaginazione tanto originale da creare ciò che non sa sperimentare, può pensare una cosa ed essere un’altra. Un uomo e non una donna. Questa è una citazione. Ci vuole dissimulazione. Le donne simulano meglio degli uomini. Ma solo le mogli degli scrittori che, Kierkegaard l’ha scoperto, sono gelose della scrittura. Lo Stato può essere un guardaspalle.
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“È il Novecento. Il secolo del processo, incessante, indistinto: Kafka. Della demoralizzazione dell’Occidente: Spengler. Se per Occidente s’intende l’Europa. E del complotto. Per la scoperta della guerra permanente, calda e fredda, o della libertà. Le due cose, legate, hanno effetto suicida. “La menzogna nuoce sempre agli altri, anche se non reca pregiudizio a qualcuno nuoce all’umanità”, è il famoso assioma di Kant nel corollario Contro Hobbes al quesito Sul luogo comune: può essere giusto in teoria, ma in pratica non vale. Sì, ma quando Constant gli obietta: “Un filosofo tedesco arriva a pretendere che verso degli assassini che vi domandassero se il vostro amico che essi inseguono non si è rifugiato in casa vostra, la bugia sarebbe un crimine”, Kant è perplesso: “Riconosco di aver effettivamente detto questo, ma non ricordo dove”. E quando Constant insiste: “Nessun uomo ha diritto alla verità che nuoccia ad altri”, se la cava col dovere di “essere veridico (onesto) in tutte le proprie dichiarazioni”. Dalla verità alla veridicità. E all’onestà? Con quei nomi di battaglia che sempre suonano falsi. Severo sapeva che il colonnello Rocca dei servizi segreti, quello che gestiva la cassa per portare la Dc al governo coi socialisti, ma morì “suicida” alla prima estate del ‘68, si presentava non col suo vero nome, ma come Alberto Revelli, Pino Renzi, Roberto Riberi, Carlo Bernini – che però esiste, è politico potente del Veneto amico di Dario.
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La storia dell’abate Barruel distingue nel complotto giacobino le logge segrete ma accessibili dalle retrologge ultrasegrete e inaccessibili. Sarà questa una retrologia accessibile.
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“Il primo complotto è gesuita, lo inventò nel 1612 un novizio polacco espulso dall’ordine, i massoni l’hanno solo copiato. E i gesuiti come gli ebrei sfuggono, che l’editore dei Monita privata polacchi, o Monita segreta, fanno disperare, il mangiapreti mangiadei Lourilot: “I gesuiti si fiutano ovunque, non si trovano in nessun posto”, e dunque “come colpirli, sono imprendibili, come difendersi?” Si trovavano pure in Russia, dove non c’erano. Gli zii litigiosi di Gor’kij il nonno li ingiuria in Infanzia dicendo alla nonna: “Il tuo Miška è un gesuita, Joška un framassone”.”
(continua)

Il romanzo del Novecento, nichilista

Un noir torbido, cattivissimo, senza limiti al peggio. Un mondo di deiezione, nella Brighton brillante anni 1930. Tra i rifiuti umani, ancorché ragazzi imberbi, che parlano coi coltelli, coi rasoi, per sfregiare quando non uccidono. Un noir truce, una rappresentazione del Male in tutte le sue forme, dall’alcolismo alle corse truccate, tra bande mafiose, a tutte le età. Con tracce poi “scorrette” di cattivi “ebrei” ed “ebree”, ma di forte impatto: uno “scorretto” Greene vi rappresenta nel 1938, benché già in clima di guerra epocale, una storia di bande criminali, piccole e truci, in una frigida Brighton di week-end lunghi e lollypops.
Uno sforzo immenso, e forse unico, di calarsi nella malavita qual è, non romanzata. Nella violenza senza limiti, contro nemici e sodali – la violenza non ha limiti, non di onore  né di lealtà, di amicizia, di gruppo, di correità – una vicenda da “corleonesi”. A contrasto col “modello borghese”, del tempo libero e della vacanza – “rocce di Brighton”, spiega in nota la traduzione, sono “bastoncini di zucchero candito, duro come roccia, che recano impresso il nome della cittadina”. Con un fondo filosofico forse del tempo, se Sartre e Camus lo svilupperanno in narrazioni analoghe, qualche anno più tardi.
Il male più radicale è nella storia che fa da filo conduttore, benché esile: l’amore di una ragazza sedicenne per un ragazzo diciassettenne, un capobanda senza codici morali, benché cresciuto in parrocchia, glabro di pelo e di sentimenti, anche nell’assassinio, ripetuto, di compagni e sodali, “la dura bocca di puritano” incapace di baci. Applicato “alla più bella di tutte le sensazioni, quella di infliggere il dolore”. Per “un confuso desiderio di annientamento, l’immensa superiorità della non-esistenza”.
Il racconto forse più “impegnato” del Greene neo catecumeno, convertito alla chiesa, quasi un trattato di teologia morale. Ma il “significato” teologico del racconto non guasta la lettura. Un esercizio di nichilismo, cifra del coevo “esistenzialismo”, che i successivi tentativi di Camus e di Sartre non eguaglieranno in intensità, anche se su propositi forse più raffinati. Sulle parole della Messa: “Egli era nel mondo e il mondo fu fatto da Lui e il mondo non Lo riconobbe”. Forse per quello che il confessore dice in conclusione: “Un cattolico è più di qualsiasi altro capace di male. Forse per la ragione che crediamo al diavolo siamo a contatto con lui”. Sul finale, la ragazza cammina “rapida nel tenue sole di giugno verso l’orrore peggiore di tutti” – che è ambiguo, ma sottintende la nascita di un figlio - niente di peggio?
Una pietra miliare della narrativa Novecento, che il fumo di antisemitismo non offusca. A lungo non si è (ri)tradotto, e non si è ripubblicato dopo il successo all’uscita – se non nella Bompiani del F.lli Fabbri Editori, negli ani 1970-1980, con la vecchissima impacciata traduzione di Maria Luisa Giartosio De Courten. L’introduzione di Coetzee alla riproposizione, in parallelo col remake del primo film che ne fu tratto, nel 1947 (col giovanissimo Richard Attenborough, poi baronetto), in parallelo con le canzoni di Morrissey, dei Queen, e del gruppo canadese hair metal Brighton Rock, devia l’attenzione: è un dramma della religione integrale, tutta forma, che non aiuta a vivere. La nuova traduzione di Michele Piumini allevia le punte velenose.  
Graham Greene,
La roccia di Brighton, Oscar, pp. 318 € 12

sabato 27 novembre 2021

Il complotto eccolo qua - 2

L’Italia ha una storia lunga di complotti, a partire dall’Autunno Caldo del 1969, quindi da oltre mezzo secolo, dalla cosiddetta “strategia della tensione”. All’evidenza una strategia politica, di manovra e comunicazione. Con numerose, non fantasiose, applicazioni, si direbbe leggendo Astolfo, “La morte è giovane”, romanzo in via di pubblicazione – un racconto in forma di memoriale, di difesa e testimonianza (l’Ente di cui si parla è un grande gruppo presso il quale il narratore lavora, “il Pazzo” s’intende Gheddafi, Pietro è nome d’invenzione. Questi alcuni estratti – riferiti al 197i:
 
La cultura dell’Ente ne rifugge, per il complotto senza esito sulla morte del Fondatore. E per il vezzo terzomondista di segnalare golpe annunciati a ogni passo. Non che il Terzo mondo ne difetti, ma il golpe annunciato sa di classico, della disinformazione: “Ti butto un golpe tra i piedi”, si potrebbe dire. Per primi gli ateniesi dormivano “fuori la notte in armi”, narra Tucidide, quando uno spione s’inventò il golpe di Alcibiade. Liquidato il quale fallirono la conquista della Sicilia, che li avrebbe resi padroni del Mediterraneo, e di duemila anni di storia, e anzi persero la stessa Atene. E sempre c’è il sospetto dell’ignoranza consapevole, il metodo socratico della verità simulata, far credere che si sa pure ciò che s’ignora. È il vizio di chi, sapendo quello che non sa, pensa di doverlo denunciare come complotto, ciò che fa il piccolo borghese, nel fascismo e dopo, il soggetto politico contemporaneo, delle democrazie. Bacone per questo spregia la Fama, l’opinione pubblica: la natura del popolo essendo “malvagia e triste, e propensa alle novità”, i turbolenti se ne giovano con “pettegolezzi, malignità, denigrazioni, ricatti”, per muovere alla “femminea invidia verso coloro che governano” – il complotto è femmina per il barone di Verulamio, la ribellione maschio. Il popolo sospetta di tutto, la democrazia ateniese è una serie di complotti, democratica solo perché spesso sovvertita. Ma sempre ci vuole un giudice per un complotto.
“E se le cose occulte poi avvengono? Si veda negli Usa, dove sono teatro a scena aperta, e “Tania” s’incarna, ultima compagna del Che in Bolivia, per svaligiare banche. Rapita dai Simbionesi, tra un colpo e l’altro ci fa l’amore, scrivendolo ai suoi, gli editori Hearst. Dev’essere novità eccitante, per chi è stata virginea fidanzata d’America. Per quanto, se si dicono simbionesi devono sapere il greco. Congiura avrebbe più senso che complotto, filologico e storico, più onorevole. È anzi per alcuni la storia, Francesco Patrizi, o la rivoluzione. “Fra tutte le imprese degli uomini nessuna è grande come la Congiura”, scrive l’abate di Saint-Réal, lo stesso della Congiura degli Spagnoli contro Venezia, allievo dei gesuiti: “(Sono) questi i luoghi della storia più morali e istruttivi”. La retorica è politica, così com’è storia e giustizia, là dove modella la storia e la giustizia. E molta politica è retorica, un bel dire: Marx lo scoprì di Machiavelli, che riscriveva Sallustio, La congiura di Catilina, o Tacito, che rifece Sallustio. E dunque il complotto è progetto politico, non rivoluzionario:
“– Ingegnoso – ha detto Pietro dell’ingegner Francia. Chiunque può avvelenare l’acquedotto, è il complotto classico: è il ruolo che si dava agli ebrei nella preparazione dei pogrom, di avvelenatori dei pozzi. Di Gheddafi si danno i campi per terroristi, con liste dei partecipanti, nomi arabi incerti, in articoli anonimi. Che il Pazzo potrebbe scriversi da sé, è vanitoso, senza scomodare il Mossad. Roscioni individua nell’Esploratore Turco Paolo Marana un mitomane che prosperava nel Seicento inventando complotti. Il sospetto è un bisogno umano, non solo di preti e prefetti. Ma l’Imitazione di Cristo contesta la “magna cavillatio de occultis et obscuris rebus”. I complotti hanno il difetto, o pregio, che sono già successi. In 1984 è scritto pure il tempo che farà.
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“All’alba della Rivolta di Gennaio (1919), Rosa Luxemburg venne rapita, e assassinata, insieme con Liebknecht, dai Freikorp, i volontari della restaurazione (germanica), agli ordini del governo socialista. A Rosa si arrivò pedinando Wilhelm Pieck, futuro presidente della Repubblica Democratica: Pieck, preso con gli altri, fu rilasciato. Alcuni hanno perciò ipotizzato un tradimento, contro Rosa e Liebknecht, ordinato da Lenin e dal suo uomo in Germania, Radek. Non ci sono prove naturalmente, perciò l’ipotesi è non vera per gli storici. Ma è vera, il partito ha sempre tradito i comunisti. Spartacus, bisogna aggiungere, nel cui nome Rosa si ribellò era un “grosser General” per Marx, un bruto, “mica Garibaldi!” - che egli peraltro aveva in antipatia e motteggiava.
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 “In cambio del giudice Sossi le Br volevano liberi i compagni della XXII ottobre. Ce l’hanno fatta. I giudici compagni in assemblea hanno chiesto lo scambio. La Corte d’appello di Genova lo ha sancito, la “folle Genova scespiriana” di Dos Passos. C’è il problema di dove mandarli, Castro non li vuole. I brigatisti, rilasciato Sossi, in massa si sono fatti catturare. Dopo essere usciti, finalmente, sull’Espresso, intervistati con foto.
“Della Ventidue Ottobre\vogliamo i comunisti\e sono stati i primi\i primi brigatisti”, diceva l’inno dei sequestratori, deboluccio, che hanno fallito anche l’attacco al divorzio. Tutti compagni, anche se Antonio Massari è fascista professo e Augusto Viel è a Praga, dopo aver assassinato un postino - “ma era socialista”. Sossi aveva arrestato il vecchio partigiano Lazagna come terrorista, e voleva processare Fo e Franca Rame per l’assistenza in carcere agli otto della XXII Ottobre. Le Br non convincono L’Unità: “La loro prosa li rivela per quelli che sono: gente istruita in scuole nazionali o internazionali di anticomunismo”. Istruita sicuro, anche addestrata? A Praga? Giorgio Bocca spiega che le Brigate Rosse sono “una favola per bambini scemi”: secondo lui non esistono. La questione si complica col Prefetto, il quale nelle more del rapimento ha coronato l’ascesa di esperto gastronomo assurgendo all’Espresso, anche lui. In un’intervista ha spiegato al settimanale: “Le Br non sono più di quaranta persone, tutte genuinamente rivoluzionarie e non infiltrabili, il mio ufficio è perfettamente edotto della loro esistenza”. Perché quaranta e non cinquanta? Perché sono un decimo di quattrocento, numero fatidico. Guicciardini asserisce non potersi “tenere Stato secondo coscienza”. I servitori dello Stato dunque non  hanno coscienza. Ma si aspetta di vedere che ne sarà del Procuratore Capo a Genova Coco,  il superiore di Sossi. Coco ha detto che non eseguirà la decisione della Corte d’Assise”.
(continua)

Non ci resta che l’ologramma

Un film comico, amaro – la commedia all’italiana portata al limite. L’unico lavoro possibile per un manager quarantenne licenziato è il rider, il fattorino delle consegne in bicicletta, con la gerla a cubo sulle spalle anche se porta una semplice pizza. E l’unico contatto umano disponibile è un ologramma: parlante, e di buoni sentimenti, ma un’ombra.
Un titolo infelice per un racconto tanto semplice quanto potente. Giocato con troppa insistenza sull’algoritmo –“la colpa è dell’algoritmo”, la combinazione segreta che ci governa, che sembra in linea con i complotti no vax – ma girato con sapienza, tra un magazzino-periferia talmente assurdo da sembrare irreale, e interni senza luce e senza colori, senza contrasti, bianco-grigi, scenografie da normalità allucinate. Un po’ anche, il giusto, scorretto, per l’effetto comico: c’è l’arabo, c’è l’africano a capo dei 10 km. di fatica in bici del manager licenziato per ricevere sodisfatto la pizza o il panino.
Un film corale, articolato con sapienza con poche facce, De Luigi, Pastorelli, lo stesso Pif e Maurizio Marchetti. Un film che è il ritratto di un’epoca, allucinata e vuota – e meno insistito farebbe anche epoca.
Pif, E noi come stronzi rimanemmo a guardare, Sky Cinema

venerdì 26 novembre 2021

Il complotto, eccolo qua

La sociologia politica ascrive il complottismo a una forma mentis americana. Della politica americana come la esprimono i media, o opinione pubblica. Radicata nella storia del paese, che si vuole (si ritiene) di continue battaglie di liberazione - coma tale è stato impostato mezzo secolo fa in America da Richard Hofstadter, nel classico sullo stile paranoide della politica nazionale. Ma l’Italia ha una storia ormai lunga di complotti, ricordava zeulig ieri su questo sito, a partire dall’Autunno Caldo del 1969, quindi da oltre mezzo secolo, dalla cosiddetta “strategia della tensione”. Facendo l’ipotesi che siano una strategia politica, di manovra e comunicazione. Con numerose, non fantasiose, applicazioni, si direbbe leggendo Astolfo, “La morte è giovane”, romanzo in via di pubblicazione – un racconto in forma di memoriale, di difesa e testimonianza (l’Ente di cui si parla è un grande gruppo presso il quale il narratore lavora, Angela, Pietro, Omar sono nomi d’invenzione - il “riscatto Mancia” sta probabilmente per Gancia, l’industriale rapito). Questi alcuni estratti – riferiti al 1974, anno in cui di complotti parlò perfino il cauto Andreotti.


“I Precijsen olandesi non attaccarono Spinoza, lo attaccarono i Latitudinari, tutte le specie di liberali: cartesiani, sociniani, collegianti, labadisti. E Spinoza si assomigliava a Masaniello - lui che parlava solo con se stesso, essendo portoghese in Olanda, scrivendo in latino e leggendo in italiano, spagnolo, molto Quevedo, e francese. I ruoli vengono attribuiti ma sono anche assunti. Angela è accusata di aver portato il riscatto Mancia ai palestinesi, l’ex tennista rifatta skipper a Mombasa. O di averlo speso per loro al mercato libero di Zanzibar. Omar sarebbe stato il contatto.

“Quella donna, o cos’è, è il genere Henri de Montfreid, che si romanzava la vita, eccetto che lui era per Mussolini e Pétain. Anche lei si potrebbe fare musulmana, baiadera al suk: nella posizione che privilegia accosciata sulla sinistra, che viene bene a Baldung Grien negli schizzi all’Albertina, la parte destra della groppa ad arco retto col ginocchio, non si resta a lei inerti, benché inattingibile – ma chissà, è spia chi ama farsi fare. È Omar il contatto o l’informatore? C’è una fonte confidenziale, e Omar, lo spicciafaccende dell’Ente a Nairobi, potrebbe essere entrambi: è il tipo indifferente, al bene e al male. O la fonte è anonima, è un classico, una lettera che il Procuratore si scrive, si cerca quello che si vuole trovare. Negli Usa è la regola: si prende una vacca che giura a pagamento di essere stata stuprata, e per il personaggio da incastrare è finita, dato che l’America è morale, non si può dire di una puttana che è puttana.
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“L’onorevole Andreotti, chiusa la crisi di governo aperta per portarlo alla Difesa, pronto rientra in gioco. Al segretario di Togliatti spiega che il terrorismo è a destra, sotterrando il suo governicchio. E tanti golpe cita, genera, resuscita, lui che la destra e i servizi conosce meglio di tutti:
“- Ha Miceli e Moro nel mirino – Pietro decide sommario. Il generale Miceli fu il mio comandante alla Centauro, a Vercelli: era lui a ordinare gli allarmi OP? Ora è capo dei servizi segreti, per conto di Moro. Andreotti ha insomma nel mirino Moro.
“Pietro ha telefonato, telefona spesso dalla latitanza, da luoghi incerti, ma senza problemi. C’è da temere l’ira dell’onorevole Andreotti, se fu il generale Miceli nel 1971 a bloccare a Trieste le armi e i mercenari del golpe contro Gheddafi, il golpe del Principe Nero, tanti benefici apportando all’Italia e all’Ente in Libia. Si scavano trincee e si ammassano sacchi. Anche se il Presidente, ingegnere, moderato costituzionale, è per Andreotti, e questo dovrebbe agire da parafulmine.
“Per la forma la crisi è stata aperta dai socialisti, avendo il ministro Giolitti dichiarato che i vincoli di un prestito del Fondo Monetario Internazionale non erano applicabili all’Italia, e che anzi l’inflazione si vince allargando la spesa. Poteva essere la rivoluzione, la Nuova Era oltre che un Nuovo Modello di Sviluppo, il moto perpetuo dell’economia. Ma Andreotti lesto s’è infilato e la crisi si è chiusa. Fanfani, che ha tentato di mettersi di traverso quale capofila della destra, è stato zittito con puntuale rievocazione del caso Montesi, nel quale non fece buona figura. Il senatore, fra i tanti utensili con cui ha modellato la Repubblica pezzo per pezzo, ha introdotto con quel primo scandalo, della ragazza annegata in poca acqua a Torvajanica, anche l’inquinamento da dossier, le voci malevoli. I socialisti, che si sono ridivisi, vorrebbero ancora dividersi. È il frazionismo, malattia morale del socialismo, per albagia intellettuale, antipolitica, antidemocratica. Valpreda si continua a processare a Catanzaro. Pur sapendo che le bombe le mettono i fascisti. Soltanto si unificano i processi, Valpreda insieme coi fascisti. Dei golpe denunciati in serie sarebbe stratega un generale, da Pietro ascritto all’onorevole Andreotti:
“- Maletti. Fa la guardia a Miceli, è il suo vice. – Andreotti è diffidente, ma se ne serve perché gli alza comode palle, come dare a Miceli la colpa di Borghese e Gheddafi. Nella guerra fra Andreotti e Moro, Maletti sapiente introduce i cani sciolti, Pacciardi, Sogno, Fumagalli, bersagli convenienti a entrambi. E a Berlinguer. L’onorevole farebbe meglio a dire che Maletti ha dato il passaporto, con  comodo vitalizio, a Giannettini, l’agente Zeta, l’autore di Tecniche di guerra rivoluzionaria, già spia dell’Oas, che sa tutto delle bombe perché non lo dica. Cioè lo dice, dice che farlo fuggire è stato un errore, ma non dice perché, né punisce alcuno, artista qual è del falso scopo, mirare a un punto e colpirne un altro. Sogno e Pacciardi si sono fatti la guerra in Spagna, ma erano insieme nella Resistenza. Colpire è facile, bastano un sostituto Procuratore della Repubblica e un paio di giornalisti. Si torni, anche qui, al ’68, a un momento prima: che Dc sarebbe stata senza Moro e Andreotti. Che Italia?
“L’onorevole Andreotti non è solo, la vigilanza è massima. Su L’Espresso e Panorama i golpe si rincorrono. Prima a settimane alterne, ora in contemporanea. L’ingegner Francia vuole avvelenare l’acqua. Delle Chiaie rapire ventitré notabili. Il principe Borghese prendere Roma coi forestali di Gualdo Tadino – un’altra volta? Gheddafi bombardare gli aeroporti. La massoneria voleva rapire il presidente Saragat. Un golpe preparano i militari. Un altro i capi della Resistenza Sogno e Pacciardi. E un Fumagalli Carlo, eponimo lombardo. Carlo Cassola invece organizza un gruppo anticomplotto – lui è pacifista e complotta contro le Forze Armate.
“I golpe contati tra gennaio e Pasqua sono venti o ventuno. Candelotti di dinamite si scoprono in tempo in posti impervi delle ferrovie, in galleria, sotto i ponti, altri deflagrano talvolta senza vittime. Borghese è il Principe Nero, personaggio di Conan Doyle venuto utile in Libia prima che in Italia, nonché figlio di Edoardo III, il re d’Inghilterra che si disse re di Francia, e per lui scatenò la guerra dei Cent’Anni, vincendo a Poitiers. I reduci del Principe si sono persi per strada. Il commando che doveva rapire il capo della polizia Vicari ha prima sbagliato numero civico, poi è rimasto bloccato in ascensore tutta la notte, avendolo sovraccaricato. Ma non si può ridere del complotto, i bolscevichi presero il Palazzo di Inverno entrando alla spicciolata da una porta secondaria rimasta aperta”.
(continua)

Eco enigmista

Eco soprattutto si divertiva, e dei giochi linguistici, che qui propone, dice di avere un “fondo privato, e inedito, ricchissimo” – anche se poco utilizzabile (“alcuni sono semplici variazioni su modelli ormai usurati, altri sono estemporanei e scipiti, altri ancora troppo osceni” – ma qui non ne mancano). Il lettore si diverte meno, anche col “quadrato magico” del titolo, ma certo la produzione è notevole.
Qui c’è un “Dante all’indietro”, a ritroso: tre canti dell’ “Inferno”, tra cui il XXXIII (“La bocca sollevò dal fiero pasto”) fieramente porno. Effetto ripetuto, naturalmente, nel “Monica” (Lewinsky), collage di titoli che vari autori, da Shakespeare, Verdi e Collodi a Sergio Leone, e a Pietro Valpreda, Eco fa dedicare all’affare. E molti esercizi da enigmista. Seriosi invece i “38 consigli di buona scrittura” (ricavati in rete, annota Eco onesto, in inglese, e solo leggermente adattati in traduzione).
Umberto Eco, Sator arepo eccetera, nottetempo, pp. 77 € 7

giovedì 25 novembre 2021

Secondi pensieri - 463

zeulig

Amore materno - Non è istinto naturale, ha spiegato Elisabeth Badinter, “L’amore in più”, e anche come sentimento lo ha rilevato non diffuso, forse anche raro. È stato inventato da Rousseau, spiegava ancora, e fu adottato largamente a metà Settecento per frenare l’emorragia demografica, la mortalità infantile. Mentre è vero che la natura di Rousseau una volta tanto funziona: nelle specie animali i calori sessuali vanno con la riproduzione, e non c’è specie in cui le femmina non si occupa dei figli, o casi di figli abbandonati dalle madri (col capriolo e altre specie si arriva all’assurdo che il neonato casualmente separato dalla madre dovrà vivere poi sempre accudito e isolato, altrimenti indifeso dai predatori .....).
La maternità è anche apprezzata in tutti i periodi e i luoghi storici. Eccetto l’epoca attuale, in cui il complesso genitoriale si trasferisce di preferenza su un pet, per lo più canino, rispetto a un figlio, anche se richiede più cure e più costi.  
Per gli umani si può ipotizzare una evoluzione inversa, dalla funzione naturale alla scelta deliberata.
 
Complotto – Si può dire una falsa scienza – falsa in quanto fondata sul segreto, sull’indimostrabile. O una sindrome: piace dirsi in mano a forze segrete. Per negare la politica, che è la democrazia.
 
La logica del complotto è imbattibile, poiché incita alla difesa, che sempre è nobile. E poi la leggenda non mente.
 
Emerge come un dato di cultura politica americana, in una società divisa nella storia recente, un momento storico che vede un reppraisal del modo di esse e della storia degli Stai Uniti. Ma fu in auge mezzo secolo fa in Italia, e per un lungo periodo. Dopo il Sessantotto, a partire dall’Autunno Caldo del 1969 e degli attentati di piazza Fontana a Milano, e di Roma all’Altare della Patria - un attentato sottovalutato ma contemporaneo di piazza Fontana, una contemporaneità non casuale. L’Italia visse successivamente un lungo periodo di attentati e colpi di Stato, veri o presunti,  di terrorismo, di destra e di sinistra, fino alla stazione di Bologna e ancora oltre, una dozzina d’anni. Non c’era si può dire settimana che un progetto eversivo non venisse denunciato, solitamente attraverso i settimanali che allora facevano opinione, “l’Espresso” e “Panorama”. Partendo dall’editore Feltrinelli, da un opuscolo che le sue librerie vendevano, “Persiste la minaccia di un colpo di Stato in Italia”, a maggio o giugno del 1970.
Il golpe Feltrinelli voleva ad agosto: “L’estate sembra particolarmente adatta”. Ma di più ad agosto: “Gli operai sono in ferie, le fabbriche semichiuse, uomini politici, giornalisti, ecc. sono pure loro al mare o in montagna, grava sul paese dalla metà di luglio un clima di «stanchezza» e di disinteresse generale: sono le condizioni ideali per portare a compimento un colpo di Stato”. Anche Cromwell fece il golpe ad agosto. Ma ad agosto a Londra piove.
Qualche ano dopo i complotti si erano moltiplicati, rincorrendosi su “L’Espresso” e “Panorama”. Prima a settimane alterne, poi in contemporanea. L’ingegner Francia vuole avvelenare l’acqua. Delle Chiaie rapire ventitré notabili. Il principe Borghese prendere Roma coi forestali di Gualdo Tadino. Gheddafi bombardare gli aeroporti. La massoneria voleva rapire il presidente Saragat. Un golpe preparano i militari. Un altro i capi della Resistenza Sogno e Pacciardi. E un Fumagalli Carlo, eponimo lombardo. Carlo Cassola invece organizzava un gruppo anti-complotto – lui era pacifista e complottava contro le Forze Armate. I golpe contati tra gennaio e Pasqua 1974 furono venti o ventuno. Candelotti di dinamite si scoprivano per tempo in posti impervi delle ferrovie, in galleria, sotto i ponti, altri deflagrano talvolta senza vittime.
Borghese era il Principe Nero, personaggio di Conan Doyle venuto utile in Libia prima che in Italia, nonché figlio di Edoardo III, il re d’Inghilterra che si disse re di Francia, e per lui scatenò la guerra dei Cent’Anni, vincendo a Poitiers. I reduci del Principe si erano persi per strada. Il commando che doveva rapire il capo della polizia Vicari aveav prima sbagliato numero civico, poi era rimasto bloccato in ascensore tutta la notte, avendolo sovraccaricato.
Non si può ridere del complotto, i bolscevichi presero il Palazzo di Inverno entrando alla spicciolata da una porta secondaria rimasta aperta. Ma impossibile non pensare queste denunce, con i relativi piani, forniti da una “mano segreta”, un’organizzazione, per quanto controvertibile. E dunque il complotto ha logica esponenziale: c’è sempre un complotto del complotto. 
 
Ma, poi, la sindrome è antica e ricorrente. Per Rousseau, Voltaire e Diderot erano corrotti complottatori.
 
Epoca – Si può dire suicidaria. Della buona morte e della morte del mondo, dopo quella della natura e degli altri. Della letteratura dell’io – diari, confessioni, memoriali, blog. Inevitabilmente misantropica, di rifiuto del mondo. Nel mentre che ne vive (esplora, consuma) tutti i recessi, i più alti e i più bassi, di ogni angolo e di ogni persona. E, per contrasto, vive nel migliore storicamente possibile di benessere (istruzione, comunicazione, reddito, sanità, abitazione, tempo libero). E afferma e impone i diritti, in ogni loro singola frazione. Non è un cupio dissolvi, o allora non ragionato.
 
Si può ipotizzare il complottismo come una reazione a questa ideologia suicidaria. Che sospetta e denuncia come artefatta, gestita da interessi subdoli per sfruttare i più, anche se per motivi reconditi, non vedendosene il vantaggio, e restringere le libertà. Anche a opera dello Stato, che non si ha remora ad acculare agli interessi reconditi, subdoli.
 
Felicità – È personale, precaria, comunitaria (famiglia, scuola, ambiente), e intermittente. Niente di più occasionale – o “complesso” per dirla col Nobel Parisi.
Le statistiche danno per paese più felice al mondo la Finlandia. Perché no, anche se ha l’indice di suicidi – scontenti della vita – fra i più alti in Europa, dopo i baltici e gli slavi.  
 
Libertà – Alcuni filosofi hanno preso posizione contro gli obblighi imposti contro la pandemia da covid e le misure restrittive che ad essa si collegano, nella fruizione del tempo e nella socievolezza, anche quella obbligata (lavoro, svago, affetti). Li criticano come un’estensione indebita, se non artefatta, dei poteri dello Stato sull’individuo e la società.
La critica si è portati a colorare (ridurre) politicamente: venendo da pensatori che professano o hanno professato posizioni politiche di sinistra, Agamben Cacciari, Vattimo, si vede in essi riduttivamente un’espressone tardiva di antindustrialismo (lo Stato servo del Big Pharma, eccetera). Riduttivamente, perché la polemica contro lo Stato è tipica topica, malgrado il bisticcio di parole, liberale. Ma è anche vero che le critiche e riserve sono state piuttosto enunciate che spiegate, e quindi è difficile collocarle – Agamben, che ne aveva scritto, ha sentito subito il bisogno di riscriverle.
 
Si va verso la quarta ondata, con grave sacrificio di tutti, perché i no vax vogliono propagare il virus, con le manifestazioni di piazza, per lo più “selvagge”. Se è una battaglia di libertà, perché non vaccinarsi e stare tranquilli? È libertà fare da untori? No, è un “battaglia” politica. Con danni per tutti, no vax compresi, enormi (sanità, lavoro, reddito).
L’opinione pubblica è debole e manipolabile. Anche da pochi, incapaci. Ci vogliono leggi. Costituzionali ma obbligatorie.
 
“La quarta ondata in Europa e in Usa: nessun altro continente così colpito”. Nelle patrie della libertà? Insensato, ma non inspiegabile: la libertà è concetto scivoloso, anche se l’Occidente (Europa e Usa sono l’Occidente) ne vanta il brevetto. Libertà non è individualismo.
 
Politica – È forma. Il presidente Mattarella, accompagnato dalla figlia, va in visita a Madrid. La foto ufficiale lo mostra insieme con il re e la regina di Spagna. I reali seduti compostamente, come di rito, per rispetto agli ospiti. Mattarella e la figlia con le gambe accavallate. O della politica inutile – la politica è istituzione e rispetto delle forme.
 
Stato - Burckhardt diceva: “Lo Stato moderno ha un padre e una madre. La madre è la rivoluzione, il padre è il cesarismo”. Tutto si legherebbe secondo la “legge ferrea dell’oligarchia” michelsiana: “Nei popoli e le rivoluzioni l’aristocrazia è durevole: eliminatela nella nobiltà, rispunterà nelle casate ricche del Terzo Stato; eliminatela anche qui, riemerge nelle aristocrazie operaie”. L’aristocrazia della legge sarebbe meglio, seppure imperiale. Meglio di quella dei furbi. Gramsci ne ha avuto l’illuminazione. Quando legò la democrazia all’impero, nella nota «Egemonia e democrazia» del “Quaderno 8”, quando è l’impero a introdurre i primi diritti, con la legge.
 
Storia – “Ogni storiografia è autobiografia”, voleva Ernesto De Martino. Dunque niente passato? E niente etnografia, il mestiere di De Martino.

“Fa bene la storia ad affidarsi al caso”, dice Carlo Ginzburg intervistato lungamente su “La Lettura”, sulla sua ultima raccolta di saggi, “La lettera uccide”. Fa bene allo storico? Ai fini della scoperta? Ma poi va provata. O fa bene alla narrazione, ariosa. Ma con che verità? La storia, quale che sia, è una combinazione non casuale. Non solo per la metodologia - i precedenti, le “cause”, i contesti. Anche in quanto ricostruzione, e poi “narrazione”. Oppure lo è?

C’è determinazione nella storia. Anche nell’errore (sconfitta): la storia, quella vissuta e quella narrata, non procede a occhi chiusi ma per trials and errors – come la ricerca. La storia, nel suo farsi come nel suo racconto, è ricerca.

zeulig@antiit.eu

Napoli, una favola

Un racconto d’amore per Napoli, dove si arriva dal mare, come angeli del mattino a volo radente. Un mare umbratile, che resterà sempre presente – il mare materno. Con la storia della famiglia, affollata, chiassosa, anche folle, e protettiva – doppiata dai vicini di casa, di sopra e di sotto. E con quella del giovane Paolo, che fa le sue prime esperienze, fino alla decisione di lasciare Napoli per Roma. Una scelta di “realtà”, ragionevole, quanto la storia familiare e quella personale sono invece oniriche, nei colori, le figure, i dialoghi, le situazioni – si dice “felliniane”, paternità che Sorrentino non nega: Fellini lo a parlare dal vivo, e per bocca del fratello del giovane protagonista, che con Fellini ha tentato un provino (“Il cinema non serve a niente”, gli ha sentito dire a un intervistatore, “però ti distrae. Dalla realtà. La realtà è scadente”).
Un racconto farcito di aneddoti veri, vivaci. Alla Fellini anche qui: non mostri ma persone. La zia che vede san Gennaro e ci parla, è abbracciata dal Munaciello, che le promette l’attesa maternità, fa il bagno nuda, e finisce al manicomio. La parente tornata dall’Argentina, che veste in pelliccia, mangia con le mani, e parla un dialetto stretto e sconcio. Il contrabbandiere che manovra il motoscafo meglio della velocissima Finanza, porta il protagonista a Capri di notte, soli nella piazzetta, e di mattina fa con lui il bagno nella Grotta Azzurra. La contessa del piano di sopra che insegna all’implume protagonista rimasto orfano come “fare” l’atto. Inarrivabile il cicaleccio politico, anti-capitale, anti-sistema, dei bravi borghesi, per i quali veramente Maradona finisce per essere “la mano di Dio”.    
Un racconto corale, senza primi personaggi o primi ruoli. Di attori tutti nel ruolo. Un racconto fiabesco. In una luce morbida, di forme e di colori. Il Maradona del titolo e delle tante interviste di Sorrentino c’è, ma di striscio – solo, smarrito. La figura del padre è tutta paterna – nulla anche qui delle tante interviste che lo dicono un superficialone e un fedifrago: i genitori sono la sola coppia amorevole che si veda al cinema da molti anni. La verità – la realtà – Sorrentino vuole qui consolante. Seppure nei toni posati e le sfumature della memoria, del sogno, della favola.    
Paolo Sorrentino,
È stata la mano di Dio

mercoledì 24 novembre 2021

Ombre - 589

Il selfie vaporoso di una modella-blogger tunisina sul “barcone” verso Lampedusa suscita ire e sdegni. È curioso che un mondo così vicino all’Italia, come il Nord Africa e l’Africa tutta, resti in Italia terra incognita: non si sa niente dell’Africa, non si capisce niente dell’immigrazione. Siamo sempre al buon selvaggio. A opera delle organizzazioni caritatevoli, il cosiddetto terzo settore, che perpetuano l’ignoranza dei missionari.
 
Della Juventus tremolante a Londra, sul campo del Chelsea, colpisce che nello stesso giorno il club chieda 150 milioni di capitale  al mercato – non agli eredi Agnelli, agli investitori.
Colpisce anche che il club torinese si presenti in vesti così dimesse, pur pagando un monte ingaggi doppio della media della seria A, quando gioca in chiaro, cioè visibile da tutti. Specula al ribasso?
 
Arnoldo Mosca Mondadori, credente fervoroso e uomo di chiesa, fa fabbricare le ostie da consacrare ai detenuti. “Fa concorrenza alle carmelitane” gli obietta Lorenzetto. “No”, è la risposta, “alle ostie made in China”. Le ostie made in China!
La Cina comunista grande business per gli sfaticati, soldi a palate. La conquista del mondo con l’avidità e la corruzione?
 
 “In quattromila senza mascherine a Roma”. Sono molti o sono pochi (sono in realtà fra due e tremila? Sono niente. Ma allora perché farci una pagina? Si spera che aumentino, non hanno già imbastardito  abbastanza, tanto casino tanto onore? Anche a costo di rinchiudere tutta l’Italia?
 
Fa piacere il Watford di Ranieri, quarto o terzultimo in classifica,  che prende a calcioni il Manchester United di Cristiano Ronaldo. Per i quattro gol che gli rifila, ma più per il modo. Con velocità, atletismo, geometria, un calcio-spettacolo . Niente a che vedere con i passeggini a rientrare di Lazio-Juventus. Anche, malgrado i tanti gol, di Fiorentina-Milan – quanti “errori”, per esempio, dare la palla all’avversario per farlo  segnare meglio.
 
Incredibile a vedere l’arbitro Guida di Fiorentina-Milan, che ha sotto gli occhi un pestone con sgambetto del milanista Messias al fiorentino Saponara in area  e non fischia il rigore. E convalida un gol di Ibrahimovic, con la collaborazione di un fiorentino che la mette dentro, benché il milanista fosse in fuorigioco evidente - non “millimetrico”. Senza che il Var, nell’un caso e nell’altro, lo richiami. Non sono errori o sviste. Ma allora perché non sarebbero roba penale, considerato che ai gol e al risultato sono legati montagne di scommesse?
 
Dopo il blocco di Andreotti al Quirinale, nel 1992, quando i “dorotei” Dc si schierano per Forlani, e il con seguente fallimento di Forlani a opera degli andreottiani, “Craxi spinge su Scalfaro”, spiega Pomicino a Labate sul “Corriere della sera”, “presidente della Camera. Convinto che avrebbe potuto ‘garantirlo’ dal Colle”, da “Mani Pulite”, il golpe di Di Pietro e il debole Borrelli. Scalfaro che affosserà la politica e la Repubblica.
 
Ferrari “vale” di più di Banca Intesa? E di Eni? Vende di più, fa più utili, è più competitiva, è più ambientalista? È il mercato di Borsa.
 
Il neo sindaco di Roma Gualtieri, ex ministro del Tesoro (ministro del Tesoro?), professore associato di Storia contemporanea, che debutta con un premio ai netturbini se non si mettono in malattia per le Feste, sconcerta. Non sa che c’è una macchina amministrativa da rimettere sui binari? Compresi i netturbini che non raccolgono la spazzatura.
 
L’Ama, l’azienda comunale romana dell’Ambiente che ha quaranta o cinquanta mezzi fuori uso per averli alimentati con olio degradato, non andava prima subito rinnovata nei vertici? Non  si amministra col sorriso, e le prebende.
E i giornali romani: perché non si fa il nome della ditta che ha fornito l’olio degradato? Perché l’Ama non la denuncia?

Il cinema per pochi

Le favole rovesciate, per un racconto “corretto”, al femminile, seppure con bonomia e anzi in allegria. Biancaneve risolutiva con i sette nan - , tutti, scoperta, maschi, risolutiva. Mentre addormentato è il principe azzurro. In una casa di Cenerentola tutta al maschile.
Un’operazione di testa ma ben raccontata, al limite tra il realistico e il fiabesco: recitazioni accentuate ma non troppo, figure esagerate ma non troppo, e un fiabesco realistico. Che però non è piaciuto: uscito in estate, il film è campione di non incassi. Forse perché è difficile portare al cinema i piccoli. Ma non sarebbe andato meglio come serie, sulle piattaforme? Forse il cinema comincia – per molti segni – a non andare più, il cinema in sala, non è questione di distanziamento
Susy Laude, Tutti per Uma, Sky Cinema

martedì 23 novembre 2021

Problemi di base - 672

spock

“De nihilo nihilum, in nihilum nil”, Persio, e dunque?
 
Dio esiste ma non c’è?
 
Senza religione, senza legge?
 
Il pensiero è libero, da che cosa?
 
C’è un senso nella perdita del senno?
 
E nelle liti madri-figlie, con chi stare?

spock@antiit.eu

Il ritorno di Delfini, irregolare, eccentrico

Si legge Delfini perplessi, per la figura dell’autore, la figura fisica, di signore corpulento, molto stempiato, posato, giacca, camicia bianca, cravatta, in contrasto con quanto e come diceva e scriveva. Mentre è di fatto uno giovane, anche in tarda età, gioviale e irregolare, e le immagini concordano. La sua è una presenza “per sottrazione piuttosto che per accumulazione”, nota il curatore. Ha avuto una vita molto piena, anche perché breve, e molto pubblica, ma di lui si sa poco.
Delfini fu famoso per avere spiegato che “La Certosa di Parma” è invece di Modena, che il romanzone di Stendhal si svolge a Modena. Con lo stesso piglio “surrealista”, serio e scanzonato, ebbe un momento di celebrità in politica nel dopoguerra, portando armi dapprima ai partigiani comunisti, poi i comunisti legando ai badogliani (monarchici), da ultimo creando partiti e candidandosi come conservatore rivoluzionario – nel 1951 pubblicò un “Manifesto per un partito conservatore e comunista in Italia”. Ha scritto anche racconti e poesie. Ma soprattutto ha tessuto una rete vastissima con l’Italia letteraria e artistica degli anni 1930-940. Stabilendosi nel 1935, a 28 anni, a Firenze, fino al 1946. Amico in particolare di Montale, di cui il catalogo reca alcune gustose lettere, e di Bonsanti, che lo editerà e lo promuoverà. Ma anche pokerista con Landolfi, Gatto e lo scultore Messina. E goliarda – sfidò a duello il mitissimo Luzi, che non capiva perché. Poi fu stabilmente a Viareggio, che aveva frequentato molto anche da Firenze, per un altro decennio, fino al 1956. Quindi a Roma, dove il giovane Garboli lo prese in simpatia e stima. Tornerà a Modena per morirvi, a febbraio del 1963 - qualche mese dopo la morte della sorella e della madre, la sua unica famiglia, il padre essendo mancato giovane.
Era di famiglia ricca, e si distingueva, oltre che per lo humour, per finanziare riviste, giornali e case editrici di tutti i conoscenti, Guanda, Pannunzio, Benedetti, Vicari, Scheiwiller eccetera. Anche dopo che il patrimonio familiare, da lui curato,  si fu assottigliato.
Ritorna ora con i “Racconti”. Ma fu soprattutto un personaggio. Scrittore “umbratile, irregolare ed eccentrico”, secondo Ungarelli, che presenta il Catalogo - “eccentrico ma non isolato”. Qui, nella mostra “Immagini e documenti” del 1983, di cui Scheiwiller pubblicò il catalogo, Modena lo celebra come colui che la eleva a “provincia letteraria” – dopo Tassoni... Il catalogo gli rende giustizia in almeno un punto: c’era un ragazzo dentro il corpaccione.
Con una bibliografia, l’unica finora apprestata.
Franco Vaccari (a cura di),
Antonio Delfini - Immagini e documenti, Libri Scheiwiller

lunedì 22 novembre 2021

Quarta ondata da Nobel

Il 2 marzo Giorgio Parisi, ora Nobel per la Fisica, poteva già “prevedere” la quarta ondata di contagi. E non c’era ancora il fenomeno dei no-vax in piazza e al chiuso. Interrogato dal “Corriere della sera”
https://www.corriere.it/cronache/21_marzo_02/covid-terza-ondata-piu-contagiosa-letale-prepariamoci-quarta-0c1a05b2-7b23-11eb-a9cc-1eebe11a6a7c.shtml
spiegava la logica dei numeri. Non per stregoneria ma ragionando sugli indici di progressione dei contagi – non sul numero, che sembra sempre, inizialmente, basso, ma sulla progressività giorno per giorno.
In quell’intervista Parisi dava i numeri che poi si sono realizzati nel corso della primavera, con la “terza ondata”. Per prevenire la quarta ondata, chiedeva una campagna vaccinale di richiamo in autunno. Questa campagna è in corso, ma Parisi non sapeva dei no vax schierati, non in difesa di una “libertà” di non vaccinarsi ma in veste di untori, per la diffusione del morbo, nei masi chiusi in Alto Adige, e in piazza a Trieste e Milano. 

Gualtieri nella spazzatura

Ma Gualtieri sa qual è il problema? Ieri era un mese che il professore, storico contemporaneista, già ministro dell’Economia, è sindaco, e in questo mese la spazzatura non è stata mai ritirata. Nemmeno, vivendo in un quartiere con la differenziata nei cassonetti, l’umido, che pure prende poco spazio ed è il rifiuto più facile e produttivo da riciclare: il cassonetto è strapieno, non “riceve” più, e l’umido puzza, e infetta. Il quartiere è piuttosto disciplinato ma carta e cartoni bisogna tenerli in casa, e anche platica e metalli: non solo i cassonetti sono ingombri ma anche gli spazi attorno.
Il neo sindaco in un mese ha trovato solo il tempo per un regalo ai netturbini, il famoso premio contro l’assenteismo, e questo è un cattivo presagio: fa capire che probabilmente il neo sindaco non ha capito nulla. Certo, un Comune si governa facendo piuttosto che punendo, ma sempre con mano ferma. Fare in questo caso significava e significa sfiduciare l’Ama, rinnovarne la gestione, e organizzare i controlli. Non solo a Roma, ma in ogni città di ogni parte del mondo, i controlli sono il cuore della buona amministrazione.
Il caso del sindaco Marino, dello stesso partito di Gualtieri, sfiduciato e cacciato dal Campidoglio con disonore (poi riabilitato, roba sovietica, nel 2020…) dai vigili urbani di cui aveva tentato di controllare l’assenteismo e la corruzione, non fa testo: Marino è stato cacciato dal suo stesso partito, che a Roma era pieno di gente corrotta. Questo non dovrebbe essere più il caso ora – molti corrotti sono stati snidati e condannati - e comunque non fa testo.
Un intellettuale sindaco può trovare difficoltà a fare l’amministratore. A controllare le pratiche, i carichi di lavoro, l’assenteismo, ed eventualmente altri abusi. L’altro intellettuale sindaco di Roma, Argan, debuttò dicendosi soddisfatto se fosse riuscito a far segnare il tempo agli orologi del Comune nelle piazze. Perlomeno è rimasto nel (suo) ruolo. Ma aveva dietro un partito robusto e non corrotto, che lo affiancava con gente robusta come Vetere e Petroselli, che gli sarebbero succeduti – rinnovando la città, con le sue bellissime, malgrado tutto, periferie. Gualtieri è persona mite, ma allora perché fa il sindaco, a Roma?    

Cantando con Socrate a Napoli capitale

Un omaggio all’abate Galiani, alla Napoli del Settecento virtuosa e invidiata – l’abate era stato una stella dei salotti e dell’illuminismo a Parigi. Rendendo rappresentabile, con nuovi e concisi recitativi (l’opera originaria prenderebbe quattro ore e mezza), il Paisiello delle parti musicali. Che in quest’opera, spiega De Simone in avvertenza, ha “raggiunto una delle più alte picche” del teatro musicale napoletano. Per le “evidenti contraffazioni della musica francese e dell’Orfeo di Gluck, rappresentato al San Carlo nel 1774” (il “Socrate immaginario” viene l’anno dopo), per lo sviluppo ampio del “tradizionale melodismo meridionale di tipo larmoyant”, e per i concertati “di nuova dirompenza ritmica… costruiti con una tecnica compositiva che risulta avanzata e genialmente innovativa”.
È un’opera buffa. Che ha già un barbiere, a cui il padre-padrone, fissato grecista che nella eloquenza del barbitonsore ritrova Platone, vuole dare in moglie la figlia. Il grecista “visionario delirante” gli autori del libretto, Galiani e Giambattista Lorenzi, dicono discendere da don Chisciotte, in una excusatio pubblicata dopo la semi-censura regale alla rappresentazione dell’opera, giudicata lesiva della reputazione del personaggio messo in satira come Don Tammaro Promontorio, “l’erudito barone don Saverio Mattei, eminente giureconsulto, grecista e dotto in linga ebraica”, nonché alla sua rispettata consorte, “l’esuberante Donna Giulia Capece Piscitelli”. Don Chisciotte non c’entra, spiega De Simone, il libretto originario era solo una presa in giro del  barone Mattei. Poco godibile fuori di Napoli – re Ferdinando fece quasi un favore proibendo le repliche della commedia per le “indiscrezioni” che conteneva, una sorta di diffamazione. E riporta il libretto, nelle parti recitate, alla dimensione reale, del tempo e del luogo. Alle novità del tempo rivoluzionarie. E al vero personaggio di Don Tammaro, nonché alla consorte. Di Donna Giulia fa interlocutrice una giovanissima Eleonora Pimentel, con la quale conversano in francese. Del barone Mattei l’adolescente Mozart – “il giovanissimo genio salisburghese visitò Napoli all’inizio degli anni Settanta,  e sicuramente conobbe il dottissimo musicofilo Saverio Mattei”.    
In appendice un saggio succulento del dimenticato Giovanni Macchia, francesista eminente, “Galiani e la «nécessité de plaire», l’intervento al convegno su Ferdinando Galiani all’Accademica dei Lincei nel 1975.

Roberto De Simone, Prolegomeni al Socrate immaginario, Einaudi, pp. 88 € 10

domenica 21 novembre 2021

Letture - 473

letterautore

Africa – È sempre “l’Africa dell’atlante vittoriano”, di cui in Graham Greene, “In search of a character” (“Congo Diary”, 1955), “il vuoto continente inesplorato, a forma del cuore umano”.

Bach – Erano una tribù, tutti musicisti. Gian Mario Benzing conta su “La Lettura” “almeno 83 Bach musicisti (51 dei quali si chiamano Johann-qualcosa)”. Partendo “dal mugnaio Veit Bach, la cui discendenza dissemina in tutta la Germania una favolosa quantità di «cittadini musicanti», organisti, strumentisti di corte, fino al Kapellmeister, fino al sommo in assoluto, Johann Sebastian”. Se ne contano 83 da Veit Bach incluso a Wilhelm Friedrich Ernst, 1749-1845.
Notevoli le famiglie di musica anche in Italia. Nella strumentazione: i liutai del Sei-Settecento furono dinastie, gli Amati, i Guarneri, gli Stradivari. Anche i musicisti: la più numerosa, esecutori e compositori, è quella degli Scarlatti – Alessandro, i fratelli, le sorelle, i figli, tra essi Domenico, e discendenti.

Balzac – Collezionava quadri vuoti: appendeva le cornici e dentro scriveva a carboncino, su un cartello: “Qui uno splendido Raffaello”, “In questo posto il mio bel Giorgione”.

Dante – O della complessità: “Certo, un critico avrebbe molto a dire su un foglio dattiloscritto da una scimmia (le scimmie cui Borges voleva affidare le macchine da scrivere, n.d.r.); mentre un canto della Divina Commedia è infinitamente più complesso”, Giorgio Parisi a Cazzullo su “7” – “Eppure è fatto con le stesse lettere. È la ricombinazione della stessa cosa. Proprio come gli esseri viventi”.

Galileo – Ha unificato cielo e terra. Ha fatto scoperte e dimostrazioni, ma principalmente, “come fa notare lo storico della scienza Paolo Rossi, ha avuto al grande intuizione che il mondo terrestre e il mondo celeste fossero simili e che si potessero utilizzare le stesse leggi per entrambi”.  

H – Mancando in questa ripreso dopo il lockdown la carta per stampare i libri, e anche il cartone per imballarli (“se li è accaparrati la Cina in gran quantità”?), Giuliano Vigini evoca la guerra, “quando Bompiani pubblicava il suo «Dizionario letterario» omettendo l h nel verbo avere per risparmiare sulla carte”.
 
Italia –Un paese per lo più d’invenzione, esportato (importato). Da Shakespeare naturalmente, e da Stendhal. Ma già da Chaucer, e poi da innumerevoli romantici e post, per il genere gotico, Walpole, Radclyffe Hall, Vernon Lee, Mérimée, Hugo, Gautier, E.T.A.Hoffman, e per quello sentimentale.
È il paese da “Mille e una notte” europee. Per la novellistica, che ha sviluppato prima e con più vigore?
 
Metafora – Uno dei “ragionamenti intuitivi” la dice il Nobel Parisi  a proposito delle sue ricerche di fisica matematica-teorica (“In un volo di storni”), “che sono alla base del progresso scientifico”. Il principale, con l’analogia, il modello, il teorema, le derivazioni. Nonché la forma o vaso di comunicazione e identificazione di un periodo: “Le metafore hanno un ruolo decisivo nel trasferimento di immagini e di idee tra discipline diverse nello stesso periodo storico”. Sono il luogo e il mezzo della trasmissione dei concetti e della loro “convivenza”, prosegue: “Se esaminiamo con attenzione un periodo storico possiamo percepire l’esistenza di uno spirito del tempo: spesso siamo in grado di trovare corrispondenze e assonanze non solo fra discipline scientifiche diverse, come potrebbero essere la biologia, la fisica e così via, ma addirittura tra la musica, la letteratura, l’arte e la scienza. Basti pensare alla crisi di un certo razionalismo all’inizio del Novecento, ai cambiamenti simultanei che ci sono stati nella pittura, nella letteratura, nella musica, nella fisica, nella psicologia… Tutte queste discipline, molto lontane l’una dall’altra, comunicano tra loro  ed è ragionevole pensare che le metafore abbiano un ruolo importante nella formazione del sentire comune”.
 
Paesaggio – L’Italia ne è, ne è stata, il luogo d’elezione, il paesaggio per eccellenza – un fondale in realtà, ma era la sua realtà. Nel romanzo italianato “L’odalisca perduta”, Adrien Goetz così può far ricostituire a Corot vecchio il suo vagabondare  in gioventù per la campagna italiana: “«Cascatelle di Tivoli», «Templi della Minerva» e «Grotte di Posillipo»; erano cinquant’anni che non si faceva altro. Sulle rive del Tevere c’era anche una fabbrica chiamata «la casa di Poussin» perché già il grande maestro la metteva spesso nei paesaggi che componeva. Vi si esercitavano tutti, e l’Italia raccoglieva i mediocri di tutta Europa”, fino ai danesi e ai russi: “I pittori si mettevano negli stessi posti dei loro predecessori, senza nemmeno nutrire la speranza di poter fare meglio. Il fatto è che quella roba vendeva”.
Si facevano figurazioni “storiche” per lo più: “Il massimo era ovviamente il «paesaggio storico», Didone, Pan, Eros e Psiche, Scipione, “copiando alla bell’e meglio Poussin: in primo piano piccole sagome di cartapesta, più lontano montagne rese da una parte erano assemblate con qualche roccia copiata da un’altra parte, due o tre ciel a scelta a seconda delle ore del giorno”. O copiando dai manuali: alberi, sorgenti, edifici e templi, piccoli e grandi, “una falesia o un orrido roccioso tanto per cambiare”.
Ricordando quegli anni a Roma, il Corot di Goetz si dice felice: “Da nessun’altra parte si sarebbero trovati insieme inglesi, tedeschi, russi, francesi, nordici e americani. Tutti insieme eravamo un Congresso di Vienna del paesaggio”. Erano gli anni della Restaurazione, due secoli fa.
  
Post – È l’ingrediente più usato delle “parole macedonia” (Migliorini), o porte-manteau, del giorno, a sfogliare “La Lettura”, lo speciale Bookcity di Milano, la fiera del libro. Post-umano e postu-manismo, per dire l’ecologia. Oltre ai correnti post-crisi e post-pandemia. La post democrazia. La post Europa. C’era già la post-stampa – i social, le fake news. E prima ancora il postmoderno. E la post-scrittura?
 
Soratte – “Montagna logora come un vecchio filosofo”, Adrien Goetz, “L’odalisca perduta”.

Spie – “Si è spia per voler essere spia”, non per patriottismo, o per una sfida, nota Graham Greene in “Una specie di vita”, la prima parte della sua autobiografia, ricordando la sua attività nel Servizio Informazioni durante e dopo la seconda guerra – e anche prima, a ven t’anni, ma allora per ridere. Lo spionaggio di direbbe di moda nell’intellighentsia inglese del Novecento, tra scrittori e accademici. Ma senza lustro, forse per curiosità.

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L’autore da giovane, o la manomorta del passato

Un’analisi, più che un ricordo, o anche un ricordo analitico, dei primi vent’anni. Finiti a Oxford nell’alcol, e in numerosi “giochi” alla roulette russa, in solitario. Dopo essersi brutalizzato fisicamente, con tagli, cadute, fratture, da adolescente.  Dopo un’infanzia e un’adolescenza che non riesce a trovare triste, ultimo di sei fratelli e sorelle, compagni d giochi, inventivi, pazienti, il padre direttore-gestore di una scuola privata, severo ma molto presente, la madre prima cugina di Stevenson – che Greene apprezza. Di estesissima parentela. Un prozio fondatore di St.Kitt’s nei Caraibi. Un cugino, Ben, impiegato nella seconda guerra all’internamento degli elementi pacifisti o comunque contrari alla guerra contro la Germania. Il fratello del padre, omonimo dello scrittore, sottosegretario permanente all’Ammiragliato – morto di 93 anni dopo essere sopravvissuto a una serie di incidenti “mortali”. Un’incertezza, una svagatezza, insomma una inconsistenza, che dà ragione. Ma come il nonno paterno, lo scrittore constata a metà riflessione, incapace di una vita familiare tranquilla, che emigra due volte a St. Kitt’s, la prima a 14 anni per aiutare un fratello nella conduzione di una fattoria di canna da zucchero, la seconda da solo e senza conforti, dopo il rientro in patria, alla morte repentina del fratello. Un nonno che aveva “energetici fratelli”, oltre allo sfortunato imprenditore a St.Kitt’s: un governatore della Bank of England, un deputato Tory, un avvocato di successo. Tutti gli ingredienti di una vita, di un racconto, che si presenta amabile. E invece no, “l’infelicità è una pratica giornaliera”, lo scrittore constata a un certo punto, di sé naturalmente.
Graham Greene è allora sfuggito miracolosamente a un triste destino, che lui stesso in gioventù si era venuto creando. Per una sorta di introspezione acuta. Arriva qui ai vent’anni, quasi trenta, senza un’amicizia stretta, né maschile né femminile. Anche il debutto da scrittore è visto con pessimismo: “La prima tiratura del mio primo romanzo, nel 1929, fu di 2.500 copie (che non si vendettero n.d.r.), e quella del mio decimo romanzo, “Il potere e la gloria”, nel 1940, fu di 3.500 copie”. Del resto, sembra dire citando il grande successo di “New Magdalen”, il romanzo didascalico, quasi didattico, pedagogico, di Wilkie Collins sulla redenzione dalla prostituzione (ma qui sarebbe un dramma), di nessun libro si può dire fu vera gloria – “dov’è “The New Magdalen” adesso, e quanti ricordano il nome del suo autore?”.
In analisi da ragazzo da un Kenneth Richmond che ha ancora tutta la sua simpatia, un sorta di “musicista eccentrico”, con lui si trova a considerare il rimosso come “la manomorta del passato”. Si forma su Robert Browning e se ne nutre. Finirà per considerarsi maniaco depressivo, malgrado l’analisi. A Oxford le sperimenta tutte: la vita di ateo, i giornaletti, la roulette russa, il palco, il comunismo, e subito, a 19 anni, lo spionaggio, per i tedeschi contro la Francia – erano gli anni dell’occupazione francese della Ruhr, degli ultimatum a raffica di Parigi – ingaggiato da un conte von Bernstorff, gay e resistente antifrancese, poi anti-Hitler. La stessa irrequietezza  che lo spingerà in posti ingrati dell’Africa e dell’America Latina - “si è spia per voler essere spia”, non per patriottismo, o per una sfida. Lascia Oxford pieno di debiti.
Ricorda il suo primo romanzo, “Rumour at Nightfall”, sui fuoriusciti carlisti di Spagna a Londra – di cui nulla sapeva. E l’influenza di Conrad: “Conrad era l’influenza ora, e in particolare il più pericoloso dei suoi libri, ‘The Arrow of Gold’,  scritto quando era caduto lui stesso sotto la tutela di Henry James”. La conversione al cattolicesimo, in vista del matrimonio, alla Tommaso, l’apostolo incredulo. E il lavoro al “Times”, da capo redattore del settore opinioni. Il primo libro pubblicato, “The Man within”, dice “molto giovanile e molto sentimentale. Non ha senso per me oggi e non vedo la ragione del suo successo”. Autore, ricorda, di “molti romanzi non finiti”.
Una memoria tradotta da Mondadori all’uscita, cinquant’anni fa, e non più ripresa. Il narratore di avventure straordinarie-ordinarie, fa della sua normalissima giovinezza un’esistenza, come tutte, sfiorata dallo straordinario, dall’impensabile.
Graham Greene, A sort of life, Random, pp. 192 € 8,50