martedì 7 marzo 2023
Complotto per la morte di Pasolini
Una dichiarazione d’intenti, quella del titolo, più che una inchiesta. Difficile da dimostrare, anzi impossibile, come al solito, non è il primo film sull’assassinio che mette in dubbio la confessione di Pelosi, il prostituto minorenne con cui Pasolini si accompagnava - ci hanno già provato Roberta Torre e Marco Tullio Giordana tra gli altri.
lunedì 6 marzo 2023
Ombre - 657
La Cassa Depositi
e Prestiti (lo Stato) assolutamente vuole la rete telefonica Tim, a qualsiasi
prezzo. Una rete che Tim ha gestito male e malvolentieri. Una ricostruzione della
Tim privata avrebbe, a naso, dell’incredibile: una “vera storia” delle privatizzazioni
dei servizi essenziali.
Ora, dopo un
quarto di secolo e molti guasti, come per le autostrade, si va a una
ri-pubblicizzazione, a caro prezzo. Sarà l’ultimo regalo al “mercato”?
Il papa ribalta i
filoscafisti e dà ragione a Giorgia Meloni: è uno scandalo che s’imbarchino
dieci, cento bambini. Naturalmente non è vero, non è così che vanno le cose, il
papa ha un ministero degli Esteri minimamente efficiente e sa da molto tempo,
da sempre, come vanno le cose in questo mercato dei migranti. Che sfrutta i
motivi umanitari prendendoci per scemi. Prendendo alcune anime buone per scemi.
Il problema vero
è: come mai il papa che meglio di tutti sa, da sempre, come vanno le cose in Africa,
o l’Italia, o l’Europa ancora meglio, in venti anni o quasi da quando c’è la tratta
dei clandestini, non hanno fatto nulla per un’immigrazione regolare, a condizioni
e costi normali. Umani.
Fanno sempre senso
le cifre del reddito di cittadinanza, di due milioni e mezzo di italiani, per
lo più venti-trentenni, che “non trovano lavoro”. Quando si vive a contatto quotidiano
con taciturni filippini o chiacchierone “donne dell’Est”, perpetuamente al cellulare
per “drizzare” da remoto mariti ubriaconi e figli sventati, non rifiutare nessun
lavoro pur di guadagnarsi i 600 euro che i redditieri di cittadinanza hanno
gratis. C’è un che di malato, non in chi si gode la pensione di Stato, ma nell’opinione
pubblica: sociologi, psicologi, politici, giornalisti. L’Italia è malata, e
felice di esserlo.
Il price cap
del gas, che sarebbe stato, è stato, la bandiera dei governi italiani, di Draghi
e di Meloni, a Bruxelles non è servito a nulla. Nel senso che il prezzo era già
sceso sotto il cap, e tale è rimasto, ma non per paura: c’è sempre troppo
gas in giro, anche togliendo dal mercato la Russia.
Assise
pre-elettorale nel Maryland del Conservative Political Action Committee, dei
Repubblicani americani puri e duri, con folta partecipazione internazionale di
partiti fratelli. Compresi i Conservatori e Riformisti Europei di cui è
presidente Giorgia Meloni – ha mandato nel Maryland una delegazione folta di 40
rappresentanti, guidata da Italo Procaccini, europarlamentare Fratelli d’Italia.
Da presidente del consiglio Meloni avrà una visita non facile, la sua prossima
all’estero, che farà al democratico Biden. Ma ha terreno fertile con il sostegno incondizionato a Kiev, insieme con quello della Polonia, altro governo dei suoi Conservatori, e con quello della Estonia di Kallas, ben di destra benché apparentata in Europa con i Popolari.
Hanno rapito Moro,
Luciano Violante lavora al ministero di Giustizia, coordina le Procure che si
occupano di terrorismo. Il Partito lo convoca. A una riunione ristretta,
“c’erano 4 o 5 persone”, sul “dilemma se trattare o no”. Tocca a lui, Berlinguer
lo interpella. “Risposi che il problema era loro”, del Partito. Ma che
“scendere a patti col nemico non era facile né opportuno”. Cioè, la morte di Moro in qualche modo decretata da Violante. Che di Moro era stato, ha spiegato
nella stessa intervista a Gnoli sul “Robinson”, allievo a collaboratore,
traendone grandi lezioni di etica, personale e politica.
Ci sarà una
patologia legata alla funzione giudiziaria.
Erede di Cariplo e
Commerciale, la popolazione bancaria probabilmente più innovativa ma anche più
coriacea, personalmente, dura a morire, Banca Intesa è il groppo bancario che
più stringe la camicia di contenzione tecnologica sui suoi correntisti. Che non
è una semplificazione ma una correzione e una costrizione, anche complicata. Abolire
l’assegno, per esempio, che aveva ed ha una molteplicità di funzioni, col bonifico.
Come già l’abolizione del personale di banco con terminali complicati come una console
d’aereo. Si dice per risparmiare, ma non per il correntista – e forse nemmeno per
la banca, considerando il cambio continuo di tecnologie - e il costo, comunque,
dei controlli sugli automatismi.
Fa ricorso a
Juventus contro la decisione balzana della Corte d’Appello della Figc, la federazione
del calcio. Su motivi procedurali e di civiltà giuridica. Mentre la condanna era
ed è politica, come questo sito spiegava a suo tempo
http://www.antiit.com/2023/01/le-manone-della-pdc-sul-calcio.html
Sarà interessante
vedere se il nuovo corso Pd agiterà le acque “democristiane” della Figc e delle
Sue Procure. O se queste sono “democristiane” di Berlusconi, cioè del Milan e
di Lotito.
Non c’entra nulla,
naturalmente, ma è curioso ricordare che la scelta di Schlein, che se è qualcosa
di preciso è una scelta contro il Pdemocristiano, fosse indirettamene nelle “antevisioni”
di questo sito, a proposito del potere nel calcio – come nell’istruzione, le Poste,
la ricerca scientifica, dal Cnr all’Asi, l’energia. E nel Pd, nella lunga lista
di Letta, Franceschini, Renzi, Gentiloni:
http://www.antiit.com/2023/01/le-manone-della-pdc-sul-calcio.html
La popolazione non
cresce, anzi diminuisce, e tra i giovani, sotto i 30 anni, uno su dieci, il
10,7 per cento su un totale di 1,8 milioni, ha scelto di vivere all’estero – lavora
o studia all’estero.
In testa nella fuga
le regioni del Nord. Tra il 2019 e il 2022 i trasferimenti di residenti all’estero
sono stati in Lombardia: Milano + 18 per cento, Mantova 40, Lodi 34,5, Cremona
32,9, Brescia 32,2. In Veneto: Venezia + 23,1 per cento, Rovigo 39,7. In
Emilia: Bologna + 26, 3 per cento, Reggio E. 31, 5.
L’emigrazione non
è più un fatto di bisogno ma di attrattiva, di convenienza. L’Italia non attrae
più, nemmeno gli italiani, che pagano volentieri lo scomodo di cambiare lingua,
ambiente, abitudini.
Casalino che ama
Baudelaire, e in particolare la sua poesia “Madame Bovary”, o non sarà
Butterfly?, e dice di essere stato “portavoce del governo”, non è un’eccezione,
in questi tempi di Isola dei Famosi. Ma portavoce, anzi “stratega della
comunicazione”, come dice, di Conte, questo sì, lo è stato e lo è. L’ignoranza
al potere, bel tema.
Gli affari della Turchia sulla tratta magnogreca
Il focus immigrazione illegale dei media si punta sulla
Libia, interfaccia di Lampedusa, ma il vero hub di questo mercato è oggi
la Turchia. In direzione ancora delle isole greche ma sempre più anche - seguendo
la rotta magnogreca, di venti e correnti – della Calabria jonica.
Sulla rotta magnogreca i numeri sono inferiori a
quella dalla Libia a Lampedusa, ma in forte crescita: si sono contati 2.500 arrivi
nel 2020, quadruplicati a quasi diecimila nel 2021, un numero che sarebbe
raddoppiato nel 2022.
A differenza dalla Libia, le partenze dalla Turchia
sono controllabili e controllate. La Turchia ha coste sull’Egeo e sul
Mediterraneo orientale lunghe e frastagliate. Ma emigrare dalla Turchia comunque
si può solo regolarmente: la vigilanza è oculatissima, in ogni anfratto. Le
barche di questa nuova tratta schiavistica, d’altra parte, partono da Smirne, la Napoli della Turchia, non da
località remote.
La Turchia lamenta un numero di rifugiati, specie dalla Siria,
calcolato in 2 milioni e mezzo. Ma lo stesso numero di rifugiati sostiene il
piccolo Libano, senza creare problemi. Inoltre, per il sostegno a questi
rifugiati, e il loro controllo contro fughe di massa verso l’Europa, temute
dalla Germania, la Turchia ha beneficiato in sette anni, dal 2016, di nove
miliardi di euro da parte della Unione Europea, su decisione della Germania, in
tre tranches da tre miliardi. E in più di un aiuto speciale, sempre Ue,
nel 2022 di 1,2 miliardi, in passato anche di tre miliardi, per il controllo delle
frontiere dall’immigrazione clandestina, sempre da Siria, Irak, e Iran (che è
anche paese di passaggio per afghani, pakistani, bengalesi).
Dare lavoro ai vecchi
La riforma delle pensioni contro cui si protesta in Francia
si limita a innalzare l’età pensionabile da 62 a 64 anni – non a 67. Con l’obiettivo
non tanto di risparmiare sulle erogazioni dell’Inps francese quanto di “aumentare
il tasso d’impiego degli anziani”. Nell’ipotesi che sia una delle chiave per
contrastare il “declino economico”, demografico e dei “saperi” - che la Francia
ritiene di poter misurare, in rapporto alla Germania. Nell’ipotesi che si allenti
il mercato del lavoro, si migliori
la produttività, e si incrementino risparmi e consumi.
Per anziani s’intende la fascia d’età dai 55 ai 64
anni.
I numeri da cui parte la riforma francese sono di per
sé significativi. Il tasso medio europeo di occupazione di questi “anziani” è
del 60,5 per cento. Ma è a percentuali molto superiori nei apesi che funzionano
meglio: al 76,9 per cento in Svezia, 72,3 in Danimarca, 71,8 in Germania, 71,4
in Olanda. In Francia il tasso è invece basso: 55,9 per ceto – 55,8 in Spagna,
solo 53,4 in Italia, che negli anni delle “esternalizzazioni” fece falcidia di
questi “anziani”, scaricandoli sull’Inps, sullo Stato, sull’inattività
(obbligatoria per legge: niente cumulo).
Anche la spesa, però, il progetto di riforma francese
non sottovaluta. La spesa per le pensioni assorbe il 14,4 per cento del pil francese
(in Italia è ancora peggio, il 14,5 per cento). Contro una media europea molto
inferiore, l’11,3 per cento. Mentre in Germania assorbe molto meno, il 10,9 per
cento del pil – e il 10,8 in Danimarca, il 9,6 in Svezia, il 7,4 in Olanda,
paesi che pure non affamano i pensionati.
L’ombra del carcere oscurò la musica
Il titolo è di un
film di Antonio Pietrangeli, anni 1950, prima della “Dolce vita”, un film molto
turistico (tra gli sceneggiatori Dario Fo). Autore della colonna sonora, con la
canzone del titolo, è Lelio Luttazzi, il personaggio del docufilm. Pianista
jazz, autore di canzoni swing, e anche di “Una zebra a pois” per Mina, cantante,
intrattenitore. E molto triestino, in tutto, affetti, amicizie, ricordi,
canzoni. Un artista-non-artista, creativo ma equilibrato, e felice. Finché non
viene incarcerato, per sbaglio, per detenzione e spaccio di cocaina. Starà in carcere
un mese, meno, ma basta a distruggerlo.
Verdelli lo rappresenta
nella sua integrità, di triestino, artista, manager musicale (creatore e
direttore di orchestre, produttore discografico). Ma, non fosse che per le
testimonianze della moglie e della figlia, la vicenda giudiziaria prende nello
spettatore il sopravvento sul personaggio: l’italiano teme la giustizia.
La carcerazione non
fu la fine – a differenza di un altro caso celebre, Enzo Tortora. Luttazzi pure
fu estromesso dalla Rai, dove aveva programmi popolari, e dal cinema. Ma per
poco. Si rifece con un romanzo, “Operazione Montecristo”, su cui Alberto Sordi
imbastì un film di successo, “Detenuto in attesa di giudizio”, e con un film,
entrambi autobiografici, “L’illazione”. Il film fu un flop, ma Luttazzi
riprese anche l’attività in Rai, nel mondo della canzone, e i concerti jazz. E
niente, il filo non fu riallacciato: vivrà da allora in poi, per altri quarant’anni,
non in pace con se stesso. L’anno primi di morire, nel 2009, va a Sanremo, e
accompagna al piano Arisa in “Sincerità”, tiene un concerto in piazza dell’Unità
a Trieste per Ferragosto, è ripreso da Pupi Avati in un film documentario. E niente:
l’ombra del carcere non si dissipa, anche nel film.
Giorgio Verdelli, Souvenir
d’Italie, Rai 3, Raiplay
domenica 5 marzo 2023
Problemi di base migratori - 737
spock
Perché l’Europa
non concede i visti per ricongiungimenti familiari – che Canada, Australia e
gli stessi Stati Uniti hanno praticato fino agli anni 1960, fino a quando hanno
avuto bisogno di immigrati (l’“atto di richiamo”)?
Perché l’Europa,
che ha tanto bisogno di manodopera immigrata (la sola Italia di 90-100 mila l’anno),
non apre uffici immigrazione in Africa, in Libano, in Irak, in Afghanistan, in
Pakistan, in Bagladesh, con visti – un biglietto aereo costa un decimo della
tariffa dei contrabbandieri?
Perché partono
barconi da Smirne, dove il semplice turista, e ogni turco, è controllato passo
dopo passo - provarsi a parcheggiare in Turchia fuori da un parcheggio, anche
in campagna?
Perché la
sinistra, che ha governato l’Italia per undici anni di seguito, o dodici, non
ha fatto nulla contro lo sfruttamento dei clandestini?
Perché dire
che la Guardia costiera italiana, ricevuto un Sos, non si attiva per il
salvataggio (salva 50-60 mila persone ogni anno) – i marinai non sono giornalisti cinici?
Perché l’odio
politico si nutre della morte dei bambini?
spock@antiit.eu
La guerra degli Stati Uniti contro l’Europa
Abbiamo avuto un
Francia-Germania per un secolo e mezzo al cuore dell’Europa, dalle guerre
napoleoniche a Hitler, avremo un Russia-Ucraina a tempo indeterminato. Nessun governo
ucraino dopo Zelensky accetterà l’amputazione di Donbasss e Crimea, nessun governo
russo dopo Putin rinuncerà. L’Europa resterà amputata di materie prime e difesa,
una brava piccola fabbrica di oggettistica, forse inventiva, comunque
necessaria a sopravvivere. L’esito dei trent’anni di pensiero unico è questo, l’Europa
è destinata alla sopravvivenza, non di più – se ci riesce, perché la concorrenza
manifatturiera è sempre più vasta e agguerrita.
La storia si
ripete? Si e no. In questo fatto – la guerra - è stata creata, artigianalmente.
Con cura, con abilità. Sul terreno cioè di quello che l’Europa vanta come suo brand,
la creatività. Gli Stati Uniti volevano separare, da trent’anni, dalle presidenze
Clinton, la Russia dall’Europa, e ci sono riusciti. Una guerra che hanno vinto,
contro Fortress Europa, senza combatterla, senza un solo morto – l’unica guerra
che hanno vinto in mezzo secolo.
L’Europa resta indifesa
Molti annunci,
anche roboanti, poca sostanza: la difesa europea si rinnova, dopo gli extrabuget
tedesco e francese, ma nel senso di rinnovare gli arsenali, niente di più. La Zeiutenwende
tedesca, il cambiamento epocale, con 100 miliardi subito di spese militari, e la
“legge di programmazione militare” di Macron 2024-2030, con 413 miliardi da spendere
nei sette anni, non cambiano molto, a una lettura dei contenuti dei
due provvedimenti.
Il governo tedesco
di coalizione, sinistra, destra (Liberali) e Verdi, punta a un “partneriato atlantico
rafforzato”. Fa cioè il suo dovere nel quadro Nato, come voleva già Trump, portando
gli impegni militari al 2 per cento del pil – i 100 miliardi della Zeitenwende
si spalmano su più anni. L’aumento della spesa si giustifica anche - in
Germania come in Italia e altrove nella Nato – con la necessità di rinnovare
gli arsenali dopo l’impiego di quelli esistenti in Ucraina. Ma niente per una difesa
europea, né spese né idee.
Lo stesso per il
programma francese. Molto più sostanzioso di quello tedesco, quattro volte
tanto. L’obiettivo è, come Macron ha pure detto, di ammodernare il deterrente
nucleare, e di trasformare l’esercito, dopo i fallimenti in Africa, da corpo di
spedizione a formazione territoriale per conflitti “ad alta intensità”. Nessuno
spiraglio, nemmeno un auspicio, per una difesa europea – assenza tanto più
notevole per un personaggio che si era qualificato per un progetto di rinascita
continentale.
Lo Stato fascista – e il totalitarismo cattolico
I conflitti del
titolo sono due: tra il partito fascista e lo Stato, e tra lo Stato mussoliniano
e la chiesa. Questo è noto, passata la luna di miele dei Patti Lateranensi, evento eccezionale - diedero finalmente cittadinanza politica ai cattolici, chiudendo la incredibile
parentesi del “non expedit”. Meno scontata è invece la questione d’apertura del
volume: la diatriba interna al partito Fascista sul fascismo che diventa Stato.
Che in realtà funziona al contrario: lo Stato diventa fascista, assorbe il
fascismo. Ma così facendo lo depotenzia. Anche nell’analisi del partito
Comunista a Parigi.
Un “impaludamento”
di cui è atto notarile la nomina di Giovanni Battista Giuriati a segretario del
Pnf, un devoto di Casa Savoia, amico del principe ereditario, e di papa Ratti. Col
compito di epurare il partito, soprattutto dei vecchi arnesi. Compito che assolse
presto dilegente, portando a Mussolini la
cifra abnorme di “circa 120 mila tessere ritirate”. E presto fu liquidato.
Ma anche sul secondo
punto, più noto, Gentile adotta un punto di vista originale: la diatriba
(soprattuto sulla scuola e l’insegnamento) fu tra “totalitarietà cattolica e
religiosità fascista”. Una sorta di inversione dei termini a confronto.
Il totalitarismo,
nella nuova declinazione di “totalitarietà”, non si addice alla chiesa - alle
chiese, ma più alla cattolica, la più tollerante, in virtù della confessione
assolutoria. Ma forse Gentile, che ha in uscita un saggio sul “totalitarismo”,
ha in mente altre componenti del concetto. In questo volume è un’accusa o critica
del fascismo, della rivista “Critica fascista” di Bottai, “la voce fascista
meno incline all’estremismo”: nel numero dell’1 febbraio 1930 nota che “alla
volontà educatrice e intransigente del Fascismo si oppone una concezione anche
più totalitaria e intransigente”.
Emilio Gentile, Storia
del fascismo – Regime a conflitti, “la Repubblica”, pp. 152, ill. € 14,90
sabato 4 marzo 2023
Pochi a Bruxelles i conservatori della presidente Meloni
Giorgia Meloni è presidente dei Conservatori e
Riformisti Europei (Ecr, European Conservative Party), che però è uno dei raggruppamenti
più piccoli rappresentati a Bruxelles. Solo due paesi, oltre all’Italia, sono
governati da esponenti dei Conservatori e Riformisti, la Polonia e la
Repubblica Ceca.
Una delegazione Ecr, molto folta, presieduta da un
europarlamentare di Meloni, Italo Procaccini, partecipa oggi al forum dei Repubblicani
conservatori americani nel Maryland, che dovrebbe intronare Trump come sfidante
di Biden di nuovo alle presidenziali del 2024. In Europa, dove i governi di
destra sono numerosi, più di quelli di centro-sinistra, fanno capo invece di più
all’Alde, Alleanza dei Liberali e dei Democratici per l’Europa, e ai Popolari.
Di destra dichiarata, al punto da essere messo in mora dalla Commissione di
Bruxelles sui diritti civili, c’è anche l’Ungheria di Orban, ma Orban fa parte
del partito Popolare europeo, non dei Conservatori. Così come la destra al
governo in Svezia, il Partito Moderato di Uli Kristersson.
La maggior parte dei conservatori sono più vicini ai
Popolari in tema di federalismo debole, e di diritti civili anch’essi deboli, o
misurati. Di destra ma Popolari, oltre Orban, sono i governi di Austria, Cipro,
Croazia, Grecia, Irlanda, Ungheria, Romania, Lettonia, Lituania, Slovacchia.
Molti conservatori sono nell’Alde – volendosi
distinguere per l’approccio liberale, più che conservatore: la prima ministra
dell’Estonia Kallas, il primo ministro Rutte in Olanda, i fiamminghi al governo
in Belgio, i Liberali tedeschi, nel governo di coalizione in Germania.
Meloni può vantare parentele solide fuori
dall’Europa, essendo il suo Ecr (European Conservative Reformist Party)
affiliato all’internazionale conservatrice fondata nel 1983 da Margaret
Thatcher, George Bush, Helmut Kohl e Jacques Chirac, l’Unione Democratica
Internazionale, Idu (International Democrat Union). Oggi acquartierata a Monaco
di Baviera, con ottanta membri, di sessanta paesi, presieduta dall’ex primo
ministro canadese Stephen Harper.
Gli altri governi Ue sono progressisti, come la
maggioranza nel Parlamento. Eccetto la Francia, Macron fa parte a sé. Fuori
schemi solo la Bulgaria, con un governo, del “tecnico” Galb Donev, che ha la
fiducia del presidente Rumen Radev.
Cronache dell’altro mondo - “suviane” (250)
L’anno scorso i
Suv di tutto il mondo hanno emesso un miliardo di tonnellate di ossido di carbonio.
Tutti i Suv messi assieme costituirebbero il sesto più grande inquinatore al
mondo, subito dopo il Giappone” “The New Yorker” – il Giappone è la terza
economia mondiale, dopo Stati Uniti e Cina.
Un Suv, pesante e
di larghe dimensioni, produce più polveri, e consuma mediamente un venti per
cento di combustibile in più rispetto a una berlina di pari cilindrata.
Analogamente il Suv elettrico: richiede batterie molto più pesanti, con l’effetto
globale di emissioni nocive molto superiori a quella della berlina elettrica.
Nel 2022 le
vendite di suv negli Stati Uniti sono aumentate, mentre le vendite totali di
automobili sono diminuite.
Nel 2022, sempre negli
Stati Uniti, le vendite di suv elettrici hanno superato le vendite di tutte le
altre auto elettriche.
I costruttori favoriscono
la tendenza, per tre motivi. Il guadagno unitario è mediamente del 50 per cento
superiore rispetto alle berline di cilindrata analoga, e di costo di fabbricazione
analogo – “Automotive News” calcola il 51 per cento in più. Negli Stati Uniti si
possono venderli come camion, e quindi non sottostare ai più rigidi limiti sulle
emissioni nocive in vigore per le automobili. Sempre negli Stati Uniti, un suv
elettrico, in quanto “camion”, ha diritto al credito fiscale previsto per le
auto elettriche anche se il suo costo supera il tetto dei 55 mila dollari che
la legge prevede per l’incentivo.
Essere russi e ucraini
Una patria persa,
in realtà. “Ho tre case”, e la conclusione, “la mia terra bielorusa, che è la
patria di mio padre e dove ho vissuto tuta la mia vita; l’Ucraina, che è la
patria di mia madre e dove sono nata; e la grande cultura russa, senza la quale
non riesco a immaginarmi. Ho care tutt’e tre, ma è difficile parlare d’amore,
di questi tempi”.
Una di tre verità.
Un’altra Svetlana Aleksievič annotava trenta anni fa: “La letteratura russa ha
di interessante che è la sola a poter raccontare l’esperienza più unica che
rara cui è stato costretto un paese un tempo enorme”. Di rimpicciolirsi. La
terza è semplice: “L’«impero rosso» non esiste più, ma l’«uomo rosso» è ancora
fra noi. Continua a esistere” E “il male non conosce pietà”: “Siamo gente di
guerra, noi: o l’abbiamo fatta o alla guerra ci preparavamo”.
Nel mezzo, la
riflessione che tutti si fanno sula Russia: “«Eravamo liberi solo durante la
guerra, in prima linea»: ho sentito anche questo, una volta. Il nostro vero
capitale è il dolore. Non il petrolio. Non il gas. Il dolore. È l’unica cosa
che produciamo costantemente. Ma perché tanto dolore non si converte in
libertà? Sto ancora cercando una risposta…. Eppure di grandi libri ne abbiamo
in quantità….”.
Notazioni brevi,
rapsodiche. Di un progetto sulla guerra, probabilmente, rimasto allo stato di
appunti. Che oggi si pubblicano per altro motivo. Aleksievič, bielorussa, Nobel
per la letteratura 2015, la guerra l’ha vista da dentro, da ragazza, in
Afghanistan, ne ha visto le menzogne e la bruttezza. E l’ha sentita raccontare,
dalle donne, carriste, artigliere, di cavalleria, contro e dentro la Germania
di Hitler, le “”giovani donne del 1941”: “La guerra delle donne. Una guerra
senza eroi. Senza eroiche uccisioni di altri esseri umani”.
Svetlana
Aleksievič, Una battaglia persa, Adelphi, pp. 46 €5
venerdì 3 marzo 2023
La guerra del papa è mondiale
La guerra in Ucraina non “un film di cowboy, dove ci
sono buoni e cattivi”, ben divisi. Il leitmotiv del papa Bergoglio va inteso in
questo senso: 1) non è una guerra “tra Russia e Ucraina e basta. No, questa è
una guerra mondiale”, 2) “fattori internazionali” hanno portato al conflitto: “Io
vedo imperialismi in conflitto”. Il papa non lo dice, ma il senso è netto: sono
gli Stati Uniti in guerra con la Russia – e un po’ anche con la Cina.
Qualche mese dopo l’inizio della guerra, il papa
aveva condiviso le “confidenze di un uomo di Stato”, “un uomo saggio, che parla
poco”, che si era detto con lui “preoccupato per come si stava muovendo la Nato”,
“abbaiando alle porte di Mosca”. Una situazione che poteva “portare alla guerra”
dichiarata,
L’“uomo di Stato” è stato individuato in Angela Merkel, che però era fuori scena politica già all’epoca, e mai era stata in sintonia col Vaticano. Più verosimilmente è il presidente della Germania Steinmeier, con cui il papa ha avuto più incontri. Un’analisi comunque, la sua, in linea con quella tedesca, il cosiddetto “asse renano”, col quale il Vaticano ha sempre condiviso l’autonomia europea e l’ordine mondiale multilaterale.
Il papato Bergoglio è decisamente
puntato su una chiesa meno eurocentrica, ma anche multipolare – il papa non è “il
cappellano dell’Occidente” (Andrea Tornielli, direttore della comunicazione del
Vaticano).
Al rischio di guerra in Europa il papa assomma l’offensiva
americana contro la Cina, con la quale invece ha sottoscritto e mantiene un accordo.
Gli Stati Uniti hanno esercitato forti pressioni sul papa per indurlo a recedere
dall’accordo. Il segretario di Stato di Trump, Mike Pompeo, lo ricorda più
volte nell’autobiografia. Anche Biden, nella visita al papa a fine ottobre
2021, avrebbe toccato questo tasto, seppure con delicatezza, senza però far
deflettere il papa.
Problemi di base funerari - 736
spock
Schlein e
Costanzo in un solo giorno, è l’Italia colpita dall’asteroide?
È l’effetto
della crisi demografica – nati all’estero, morti in casa?
Sinistra e
destra, festa e funerale (la festa come funerale) un solo funerale?
I funerali dei
personaggi tv diventano una liturgia medi(ev)ale?
Non ci resta
che piangere?
spock@antiit.eu
L’antisemitismo è insidioso
La vendita di una
cantina in disuso a una persona che ha problemi di abitazione si trasforma in
un incubo per la giovane copia che se ne è disfatta. Perché il compratore ne fa
la sua residenza, e si manifesta un antisemita negazionista (dell’Olocausto). Seminando
dubbi, sgarbi e liti nel condominio, e nella famiglia della coppia, di origini
ebraiche.
Un thriller psicologico,
di effetto non scontato. Lascia anzi tracce insidiose. Partendo dallo sterminio
in America di dodici milioni di indiani, ma non solo.
Le Guay, il
regista di Fabrice Luchini, genere leggerezza e simpatia, muove una dialettica
poco rassicurante, da regista e anche soggettista e sceneggiatore. Satirica ma
non convincente. Come del resto il titolo italiano suggerisce – e forse per
questo il film non è stato visto in Italia, benché doppiato: troppo inquietante.
Il titolo originale, “L’homme de la cave”, l’uomo della cantina, era più
anodino. Benché il soggetto si voglia derivato da un personaggio reale, il professore
della Sorbona Robert Faurisson, e i riferimenti reali abbondino. Faurisson,
morto quattro anni fa, dopo aver alimentato mezzo secolo di polemiche non sostanziate,
è un personaggio squalificato, su tutti i piani, scientifico, giornalistico, personale.
Ma l’acquirente della cantina no.
Philippe Le Guay, Un’ombra
sulla verità, Sky Cinema
giovedì 2 marzo 2023
L’Italia è l’India, che differenza c’è
Non ci sono rapporti
bilaterali speciali con l’India, il Paese che la presidente del consiglio
Meloni ha scelto come sua prima visita di Stato. Eccetto che per le iniziative dei residui campioni nazionali, i gruppi pubblici Leonardo, Fincantieri, Enel e Ferrovie. E per la carestia del
1965-1966, l’ultima dell’India, quando l’Italia si mobilitò, eccitata e commossa,
mandando nell’estate del 1966 le eccedenze del suo raccolto frumentario. Montagne
di sacchi che rimasero a marcire sui moli indiani, perché l’India si nutriva
quasi solo di riso – e non perché allergica al glutine.
I due Paesi sono
uniti dal culto della “antica civiltà”. In passato, un secolo fa, dalla comune
angoflobia. Ma anche, in un passato più remoto, poco meno di due secoli fa, dagli
exploits professorali cui indulgevano Carlo Cattaneo
e Carlo Marx. Pur sapendo poco, Marx, dell’Italia e entrambi niente dell’India.
“L’Indostan è un’Italia di dimensioni asiatiche”, più volte Marx informò i suoi
lettori sulla “New York Herald Tribune”, con profusione di analogie
geografiche, tettoniche, agricole, storiche, politiche. Identicamente Cattaneo,
che scese nei particolari: “La penisola indostanica rammenta l’Italia.
Anch’essa ha le sue Alpi: anch’essa protende fra due mari una catena di
Appennini; l’indole fluviale del Gange simiglia a quella del Po; il Bramaputra
raffigura l’Adige; la Nerbudda l’Arno; l’Indo gira intorno alli Imalai come il
Rodano alle Alpi; l’altipiano del Seichi e di Casmira potrebbe compararsi a
quello dell’Elvezia”. E così via: “Quello dei Rageputi al Piemonte, le campagna
d’Agra e di Benares alla Lombardia, la laguna veneta al Bengala, i monti dei
Maratti alla Liguria e all’Etruria, le lande del Coromandel al tavoliere
dell’Apulia, il Malabar alle riviere della Calabria, e l’isola di Ceilan, se
non giacesse verso levante, alla Sicilia”.
Un’ultima corrispondenza
avrebbe fatto sussultare Cattaneo, se non Marx: le intercettazioni. “L’India è
il paradiso delle persone che origliano”, stigmatizza il giustiziere di “I sei
sospetti”, il classico del giallista indiano Vikas Swarup - un giustiziere che di
mestiere fa l’intercettatore. E la corruzione anche – ma questa non è pratica
difficile.
Secondi pensieri - 508
zeulig
Dubbio - È la verità della scienza – la via della verità
(che invece è rara). Di ogni epistemologia.
Della
riflessione, evidentemente.
L‘accettazione dell’ignoranza. Non ovvia
come appare, se c’è voluto qualche millennio per arrivarci: Socrate essendo
stato messo a morte, si è andati avanti per un paio di millenni sulla strada
della fede, della verità come ipostasi, il progresso limitando ai “tentativi ed
errori” di Popper epistemologo.
All’altro
capo del filo, all’altra estremità, si pone l’ignoranza come assunto teorico e teoretico
– come verità. Nelle parole del fisico Nobel Richard Feynman: “L’unica speranza
per un progresso dell’umanità in una direzione che non ci porti in un vicolo
cieco… risiede nell’ammissione dell’ignoranza e dell’incertezza. Io dico che non sappiamo quale sia il
significato della vita e quali i giusti valori morali, e non abbiamo modo di
sceglierli” – “Il senso delle cose”, p.44. E altrove (p. 58): “”Il dubbio e la
discussione sono essenziali al progresso”.
Di
fatto l’età del dubbio è della crisi. Quale oggi, l’epoca in cui il mondo se la
cava meglio, più prolifico, più curato, e più ricco, con una ripartizione quasi
equanime della ricchezza, fra Stati se non nelle società. Per un’ipocrisia di
fondo, l’agnosticismo (l’equivalenza, l’indifferenza) sui “valori morali”.
Look – “Il wolf
haircut, il taglio delle “ragazze lupo”, il taglio dei capelli, trascende i
confini di genere, esprime individualità e anticonformismo, esprime il rifiuto
del mainstream, del conformismo. Intimidatorio a prima vista,
eppure democratico e d’avanguardia”. Il look è politico e psicologico - fa
la personalità. In teoria la riflette, in realtà la fa, nella proiezione
pubblica, sociale, della persona, compresi i familiari. Il wolf haircut “esteticamente
funziona perché apre collo e viso, attirando l’attenzione su colo e zigomi” (settimanale
“D “). Si dice creativo, in realtà creatore?
Parola – È un segno di
classificazione – di individuazione e assegnazione – prima che di
comunicazione. I caratteri nel cassetto del vecchio tipografo disposti più o
meno casualmente, in base ai suoni, più o meno gutturali, più o meno
articolati, che saranno le parole. Delimita, certo, più che arricchire, ma con
un numero elevato di carati, dall’inarticolato (inclassificato, inappropriato)
al produttivo (significante, utile). Da sempre open source.
Pedagogia – È una disciplina
– una forma di disciplina. Con l’imprinting forma (condiziona) il soggetto. Un
bambino che ha un’educazione religiosa sarà un adulto diverso da uno che non ne
ha, non solo come conoscenze ma come sensibilità e criterio di giudizio.
È una costrizione? È un aiuto? La libertà si vuole senza confini – del
bambino cresciuto senza religione si dice: da adulto sceglierà? Ma tanti Tarzan
cresciuti soli nella foresta, anche nella prateria, non arriverebbero a nulla, dovrebbero
cominciare tutto daccapo, a partite dale, arole, come segno di riconoscimento
(classificazione) prima ancora che di comunicazione.
Scienza – Non è democratica.
Implica un principio di autorità, se non si basa su di esso - non c’è scienza senza
un pedigree.
È altro dal potere, e non lo condiziona. Ci può essere, c’è stato da poco
(nazismo, sovietismo), un potere fondato sulla scienza, senza che la scienza ne
abbia minimamente influenzato presupposti e natura, o carattere.
Tolleranza – Non è egualitaria,
implica un dislivello alto-basso, superiore-inferiore. È una sorta di
concessione, di una persona, un gruppo, una società nei confronti di altri, non
eguali - un po’ in difetto, un po’ in torto, un po’ in errore. Si “tollera” la
differenza. Come dire che non si procede con la condanna. Una sorta di perdono,
preliminare.
Totalitarismo – È il
monopolio della forza. E la pervasività della stessa, con la coercizione e con la
persuasione occulta (propaganda – pubblicità), fino alla “verità”, al convincimento.
Alla sua interiorizzazione, nel “consenso”.
La storia non registra fenomeni di consenso politico più vasto di quello
dei regimi totalitari del Novecento: fascismo, nazismo, sovietismo. Se non quelli
della fede: la fede è – è stata – un fattore di forza più vasto e radicato di qualsiasi
argomentazione propagandistica o politica. Nelle guerre di “religione”, nel persistente
jihad, inteso come guerra all’infedele, anche al di fuori del perimetro
del fondamentalismo, p. es. nel khomeinismo, nell’induismo.
Se ne torna a parlare per il saggio di Emilio Gentile. Senza riferimenti,
curiosamente, alle primissime analisi del fenomeno, di Hannah Arendt,
1949-1951, “Le origini del totalitarismo”, di Adorno, 1950, “La personalità
autoritaria”, e di Jacob Talmon, 1952, “Le origini della democrazia totalitaria”
– e di A. Huxley, di Orwell. Per non dire, per restare in Italia, dell’ing. Sorel.
E di “Roberto” Michels: un certo elitismo è il picco emergente di un iceberg
totalitario. Curiosamente perché si evitano i connotati del fenomeno oggi
contemporanei, perfino dominanti.
Della sociologia e la politica totalitarie la sintesi più probante è
proprio di Hannah Arendt, e di Talmon. Un fenomeno politico nuovo - quasi lapalissianamente
tale, per le radicali novità delle forme di comunicazione e persuasione (subliminare,
occulta, e invadente). E anche distruttivo, nel senso che fa tabula rasa delle nozioni
politiche e degli ordinamenti sociali storici: è il regime politico della
società di massa, per l’isolamento e la “intercambiabilità” degli individui. Con
- ma anche senza, va aggiunto – il bastone o i manicomi giudiziari.
I regimi politici moderni sono tendenzialmente totalitari perché di
massa? No, ma anche si: anche nelle società democratiche, andrebbe aggiunto,
oggi per i social ma da sempre in epoca costituzionale, dal suffragio
universale e i suoi “partiti di massa”. Ci sono pochi elementi democratici nelle
democrazie, e più sotto forma di controlli (checks) e denunce
(sovversioni), cioè a posteriori.
Adorno ne ha rilevato in una sorta di ricerca demoscopica, di psicologia
induttiva, i caratteri salienti. Talmon la quintessenziale parentela tra giacobinismo
e stalinismo – di una dottrina politica “egualitaria” con un solo interprete. Al
di fuori delle leggi, andrebbe aggiunto, anche morali, e contro di esse, ma con
la forza della convinzione, non solitaria.
Il fenomeno è italiano, si dice, perché la parola è italiana. Simona
Forti ne ha accertato la primogenitura in un articolo di Giovanni Amendola sul “Mondo”
nel 1923. Dove non ne faceva un’eccezione o un caso, ma un “sistema”. Come “promessa del dominio assoluto e dello spadroneggiamento
completo ed incontrollato nel campo della vita politica ed amministrativa”.
Promessa e non premessa: una paetitio favoris, una
induzione al consenso – senza più l’olio di ricino. Ma più esso è l’effetto, italiano,
di un certo hegelismo, che più confluiva in Gentile (da
ultimo nell’“ordinamento corporativo”), dello Stato etico. Che non è propriamente
e non si vuole totalitario nel senso repressivo, censorio, ma del consenso sì. Una
deriva che sarà applicata anche alla dottrina dello Stato elaborata da Hans
Kelsen.
zeulig@antiit.eu
Salvarsi salvando
L’isola di Lesbo
nell’Egeo nel 2015 come Crotone oggi, con i morti infanti. Come Oscar Camps, un
bagnino sulle spiagge spagnole, decide di recarsi a Lesbo, e lì scopre la
tragedia quotidiana, minuta, appassionante, di gente in fuga, con tutti i mezzi,
da guerre e persecuzioni. Si prodiga, e decide di fondare un’associazione per il
soccorso in mare, Open Arms.
Una sorta di biofilm
su Open Arms. Un po’ all’“arrivano i nostri”, che su questo tema è fuori luogo
- la dedizione personale aiuta, è anche indispensabile, ma non risolve, e
purtroppo peggiora: l’impegno personale, la generosità anche, dovuti e benemeriti,
purtroppo illudono. Ma ben costruito, e senza smancerie.
Marcel Barrena,
Open Arms – La legge del mare, Sky Cinema 2
mercoledì 1 marzo 2023
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (517)
Giuseppe Leuzzi
Un bandito di Vieste, Marco Caruano, evade dal carcere “di
massima sicurezza” di Badu e’ Carros in Sardegna, e a Vieste si fanno i fuochi
d’artificio. Non è vero. Ma è “naturale” scriverlo. Il sindaco protesta. Ma, si
sa, i sindaci… La “narrazione” è quella, ineluttabile.
Caruano evade col lenzuolo, come nei romanzi. Sotto l’occhio
di una telecamera. Questo chiunque può vederlo, ma non si dice – non si
commenta: come la criminalità viene contrastata.
“Terra di tutti e di nessuno\ terra dove abitano i morti\ terra
che entra ed esce\ con la forza di un bacio\ terra che conosce\ lo slancio del
perdono\ terra che abiti lontano\ e uccidi per amore”.
Alda Merini, “Terra del Sud” – in Id., “Ogni volta ti vedo
fiorire”
“Buone notizie”, il settimanale del “Corriere della sera”,
racconta di una curiosa inchiesta di alcune Ong nella Casamance, il Mezzogiorno
del Senegal, sui migranti di ritorno. Riprovati dai familiari, non più
considerati nella comunità, isolati. L’inchiesta è vera, si può testimoniare,
ma va inquadrata nella mercificazione tribale, dei legami familiari e comunitari
– quante famiglie non sono in golosa attesa in Nigeria degli euro della figlia,
sorella, nipote prostituta a Roma o Livorno. È vero però che l’emigrato di ritorno
non ha più status, non solo in Casamance, o più genericamente in Africa.
Pentite di banca
Sono quattro donne, tre membre
del consiglio d’amministrazione della Juventus, Laurence Debroux, Suzanne
Heywood, Daniela Marilungo, e una sindaca, Maria Cristina Zoppo, le “gole profonde” dei pm torinesi professi
odiatori del club. Incontenibili, non lasciano inappagata nessuna ipotesi di reato che i giudici sollevano, anzi ci mettono del proprio. La cosa si svolge a
Torino, ma c’è sentore di Sud in queste chiamate di correo senza la correità.
Le quattro non sono le sole. Segue a ruota una consigliera di
Unicredit, Jayne-Anne Gadhia, “donna d’affari britannica” (wikipedia),
cavaliera dell’Impero (DBE): presidente del comitato Remunerazioni del gruppo
bancario, si dimette per non aumentare quella dell’ad Orcel – che non è uno
qualsiasi: ha raddoppiato in diciotto mesi il valore del titolo, ora sui 20 euro,
e veleggia verso quota 24.
Un tempo si sarebbero
liquidate le consigliere come casi di “isterismo”. Oggi vanno a rimpolpare la schiera
dei “pentiti”, quelli che dopo avere attizzato l’inferno si fanno angeli. Avevamo
i “pentiti” di mafia, avremo le “pentite” dei consigli d’amministrazione. Al
peggio non c’è limite, come si suol dire, non c’è fine alla vergogna, la peste dilaga,
o il colera, o il covid, eccetera. Un-a “pentito-a” sa di taumaturgia, capace
di miracoli di Cana, di moltiplicazione dei pani e dei pesci.
Ora, Unicredit è di un’altra galassia rispetto al Sud. Ma non si può
dire, il pentitismo è infettivo - anche la squadra di calcio degli Agnelli si
pensava di un’altra galassia. Se poi, con le quote paritarie, diventa
femmina...
Gadhia non è andata dai Procuratori, Orcel evidentemente
(ancora) non ha nemici, è andata al “Financial Times”, ma è lo stesso: il
potere è del blocco Procure-media.
Però, sempre il
potere è maschile in agguato, dei Procuratori.
Scalfari calabrese
Di Eugenio Scalfari molto c’è ancora da dire. Del suo appassionato
cinismo, un ossimoro inevitabile, perché vero. Non cattivo, giocoso, e
soprattutto “naturale”, istintivo. Distintivo della “calabresità”. Mediata dal padre,
probabilmente, e dai due o tre anni che passò a Vibo, con la famiglia del padre,
notabile della città, nel primo dopoguerra. E con i nonni Capialbi, famiglia
preminente, dai quali fu iniziato alla massoneria.
Poche ma grate memorie, nelle conversazioni con Gnoli e Merlo
di “Grand Hotel Scalfari” e in altre opere della vecchiaia, fino a dichiararsi “calabrese”.
Dell’infanzia a Sanremo, a scuola, ricordando che lo chiamavano “Napoli”. Perché
di padre calabrese, ancorché di vocazione “continentale”, “parigina”, quale era
della borghesia meridionale Fine Secolo-inizio Novecento: Pietro Scalfari finì per dirigere il Casino di
Sanremo, aperto da Mussolini, dopo aver perso tutto al gioco, dopo Fiume con
D’Annunzio, e dopo un paio d’anni al fronte, medaglia di bronzo nella Grande
Guerra – da cui il fratello maggiore, medaglia d’argento, uscì tanto menomato
da arrivare presto al suicidio.
Calabrese si può dire per la peculiare diffidenza della
politica. Lui diceva dei partiti ma in realtà della politica. Un gioco senza le
fiches, nessun capitale immobilizzato, da battitore libero – in cui non
si perde. Vissuto con leggerezza, da “zannella” dice il dialetto, rinviando
agli antichi “zanni”, da giocherelloni. In vecchiaia lo dice lui stesso allegramente,
di essere stato fascista,
antifascista, liberale e radicale, socialista e antisocialista, anticomunista e
comunista. Solo democristiano precisando di non essere stato, ma sempre beffardo:
la campagna antisocialista fece per De Mita prima che per Berlinguer, per le
banche di De Mita, le banche pubbliche, di Napoli e di Roma.
Un capolavoro,
di questo speciale aspetto calabrese, fu il suo peculiare tardo
“comunismo”, nella forma del berlinguerismo. Dell’erotismo, come diceva, di
Berlinguer. Mentre girava per il giornale sghignazzando che “i comunisti non
hanno ancora scoperto il tasso di sconto”, la potenza di Baffi dopo Carli, della
Banca d’Italia, della politica monetaria.
(continua)
Sud manomorta
“Un sistema che ha prodotto una gigantesca manomorta
pubblica, in assenza di qualsiasi capacità gestionale”, Alessandro Barbano può
dire in “L’Inganno” la normativa e la pratica delle “misure di prevenzione” del
crimine, sequestri e confische. Ai danni del Sud com’è ovvio, essendo le
“misure di prevenzione”, amministrative, prefettizie, di polizia, slegate da un
giudizio di colpevolezza, legate alla “mafia”: è il Sud che è mafioso,
variamente ma interamente.
Manomorta è in gergo giuridico – era – l’insieme di immobili
(terreni e7 fabbricati, con coltivazioni, impianti di trasformazione, macchinari,
depositi, e ogni altra fonte di reddito) in proprietà a soggetti privati, inalienabili
e insieme esentasse. Secondo un istituto giuridico di origine longobarda. Una
sorta di dotazione a fin di bene.
L‘appropriazione della manomorta, a più riprese, dello Stato sabaudo
e poi ita.liano, fu all’origine della borghesia italiana. Della sua parte
improdutitva, che la connota, seppure non ne è la parte maggiore: notabilare,
petulante, e un po’ mafiosa, anch’essa. Lo Stato nazionalizzò la manomorta, e
la cedette, praticamente gratis, agli amici e agli amici degli amici. Nacque
così la borghesia improduttiva caratteristicamente italiana, il notabilato.
Ma tutto questo avvenne soprattuto al Sud. Fu a Napoli, come
già denunciava nel 1862 Pasquale Villari, e in Sicilia che la manomorta ecclesiastica
fu confidata alle persone di fiducia, non necessariamente massone – Napoli lasciando,
spiegava Villari, senza alcuna assistenza pubblica, che la manomorta eccelesistica
assicurava, in qualche misura. Da qui l’origine della speciale borghesia
meridionale, per lo più notabilare e improduttiva – e senza stamina contro
i facinorosi e i violenti, i mafiosi, anzi singolarmente mite. Lo stesso si può
dire, dalle cifre che Barbano accumula, e dai test-case che racconta,
ora. Lo Stato toglie alla borghesia produttiva, accusandola di mafia, per salassare
le aziende a vantaggio di amministratori giudiziari anche poco capaci ma molto
amici, dei tribunali delle misure di prevenzione.
Assistenza sociale alla mafia
Graziella Crialesi lascia la Calabria, dove è nata e
cresciuta, per non sottostare al maschilismo, al familismo. Va in Emilia, dove
diventa campionessa italiana di sollevamento pesi e sposa uno che poi la
picchia.
Ma non è la sola lezione della sua vita. Vedova del terzo marito,
si trasferisce a Roma con l’ultimo figlio e rileva un bar. Lo rileva a
Cinecittà Est, uno stradone prospiciente la Romanina, il quartiere dove i
Casamonica sono padroni, i mafiosi rom.
È un locale che paga poco, probabilmente, uno spazio
commerciale a livello strada, ricavato però tra due appartamenti. Uno a destra
e uno a sinistra, assegnati dal Comune, dall’assistenza sociale, a donne sole
con bambini. Assegnatarie che ospitano quantità numerose di persone. Meglio per
il locale? No, perché la fauna che i due appartamenti “sociali” ospitano si
serve voluttuosa al bar, pretende di non pagare, e di utilizzarne il bagno per
fare le dosi, da vendere poi poco lontano.
Le prime donne che entrano vogliono, per saggiare la nuova
gestione, caramelle e tè, gratis. Graziella dice no. Insulti, calci, strattoni,
ma Graziella è ancora forte e si difende.
Uomini in attesa delle due donne osservano dall’altro lato della
strada. Non intervengono perché Graziella intanto ha chiamato il 112. Ma sputano,
giurano che bruceranno il locale, sghignazzano che Graziella non sa con chi a
che fare, con i Casamonica.
Non è la prima volta dei Casamonica naturalmente, sono lì da
tre generazioni almeno, se non quattro. Tra furti, droga e usura. In un’area della
capitale grande più di qualsiasi città della Calabria. Noti a tutti. Ricchi sfondati, di supercar, ville
e ori. Privilegiati dall’assistenza comunale. Com’è possibile?
P.S. Pignatone, Prestipino, Lo Voi, i giudici palermitani che
la “linea della palma” di Sciascia hanno portato su fino a Roma, i tre ultimi
Procuratori Capo, pensano veramente che la mafia sia solo siciliana?
Napoli
Si celebra
sempre molto, a opera di comici, cananti, registi, ma non più per la cultura,
che ebbe di prim’ordine – in Italia poi, da sempre patrimonio dell’umanità.
Sappiamo sempre molto dello stento illuminismo milanese, ma poco e niente di quello florido napoletano, Vico, Genovesi, Galiani, Filangieri, la lista sarebbe interminabile.
O la musica, operistica e non. O l’Ottocento filosofico, che tanto contruibuì
al rinnovamento dell’idea d’Italia: si celebra molto la (piccola)
modernizzazione agricola introdtta da Cavour in Piemonte e nulla di Hegel in
Italia, di De Sanctis e Spaventa, e più giù, fino a Labriola, Croce, Gentile,
alla mediazione di Marx.
Si ricorda l’economista
Palomba in età avanzata, a fine anni 1980, quando si discuteva di
deindustrializzare Napoli, partendo dall’acciaieria. Scandalizzato dalla “supeficialità”
con cui si poneva la questione. “Pensano di far vivere i napoletani con le
pizze e i gelati”, commentava sconsolato, dei tanti discorsi che la città
faceva sul passaggio a un’economia di servizi.
L'acciaieria,
impianto pubblico, di Stato, era stata rinnovata nel 1985 con un investimento
di 1.200 miliardi di lire. Nel 1989 fu deciso di dismetterla, e gli impianti furono
svenduti per 20 miliardi alla Cina e all’India. Ma di questo Napoli non ha
colpa, solo delle chiacchiere. Che ancora si fanno sui resti dell’acciaieria.
Curiosamente
credono nella città – ne hanno convenienza – il business della moda, milanese, per l’arte
incomparabile del lavoro à façon (che la “Gomorra” frimata
Saviano ridocolizza), l’ex Fiat ora Stellantis, e ancora i grandi gruppi
pubblici, seppure sempre meno, Finmeccanica-Leonardo, Fincantieri.
Si sono
dimenticati Spaventa e De Sanctis totalmente anche per le celebrazioni del centocinquantenario
dell’unità, a Napoli e altrove. L’ultimo ricordo dell’introduzione di Hegel e
di Marx in Italia risale, scrive Fernanda Gallo, “Gli hegeliani di Napoli e il
Risorgimento”, a Eugenio Garin: “Se
una cosa deve dirsi dell’hegelismo italiano, e non solo dell’Ottocento, è che
non si è trattato mai di un fatto accademico. Il nome di Hegel in Italia è
indissolubilmente legato ai grandi eventi della storia, sia che si tratti
dell’opera degli Spaventa e di De Sanctis nel Risorgimento, o di Antonio
Labriola nelle battaglie socialiste; sia che si pensi alle “riforme” della
dialettica hegeliana di Benedetto Croce e di Giovanni Gentile, o all’Hegel
“romantico e mistico” fra le due guerre, o alla discussione del rapporto
Hegel-Marx dopo la seconda guerra mondiale. Proprio perché non neutrale né
accademica, la “presenza” di Hegel in Italia è stata varia secondo i momenti:
diverse le vie di accesso, diverse le opere “tradotte”, discusse, assimilate”.
Gallo insegna
all’università della Svizzera Italiana a alla Queen Mary di Londra. Garin
scriveva nel 1972, “L’opera e l’eredità di Hegel”, quando Laterza ancora se ne
occupava.
“Napoli” – si censura
troppo Malaparte, nel caso “La pelle”: è uno dei pochi italiani che conosceva le
lingue e più culture, aveva anche viaggiato - “è la più misteriosa città
d’Europa, è la sola città del mondo antico che non sia perita come Ilio, come
Ninive, come Babilonia. È la sola città del mondo che non è affondata nell’immane
naufragio della civiltà antica. Napoli è una città che non è mai stata sepolta.
Non è una città: è un mondo”.
Città di mare e
di altura, come si sarebbe poi provato a fare per i grandi scali marittimi, a
difesa dai malintenzionati, Amalfi, Genova – a differenza di Pisa, Marsiglia,
Venezia.
Si eclissa nelle
memorie dei viaggiatori dell’Ottocento, già prima dell’unità, in favore di Ercolano,
Pompei, Capri, Sorrento. Risorge nel Novecento, in controluce della nascente
“questione meridionale”, del Risorgimento “incompiuto” o “tradito”. Napoli è la
“questione”.
Vive da tempo
nel Pallone, molto prima del tifo quest’anno, e di Maradona. La notizia della
riconquista di Napoli da parte del cardinale Ruffo, il 13 giugno 1799, arrivò a
Ferdinando IV in esilio a Palermo mentre assisteva a una partita di pallone. Lo
annota lui stesso nel “Diario segreto”: “Alle sei andato con i miei soliti a
vedere giuocare al pallone fuori la porta di Craste, dove la partita è stata
buona ed il concorso grande. Ricevuto la consolante notizia di esser entrati i realisti
in Napoli”. La “notizia” viene dopo, solo “consolante”.
leuzzi@antiit.eu
La violenza delle donne, giudici e non
Bizzarra idea di
Ivan Cotroneo e Monica Rametta. Di un thriller al femminile più insolente
e prepotente di uno maschile – nei primi due episodi ce n’è una vagonata. E di
una sostituta Procuratrice della Repubblica ricca e pazza – appare in un attico
da sogno, accudita da una cameriera giovane, italiana, con la cuffietta. Come
il pubblico s’immagina forse i suoi giudici?
La rivoluzione –
rivolta – in partenza dai Rai 1?
Vincenzo Marra,
Sei donne, Rai 1
martedì 28 febbraio 2023
L’Europa spaventapasseri
Sembrerà bizzarro,
e lo è, ma è solo in Italia che si agita l’Europa come una severa maestra di
scuola, uno spauracchio, uno spaventapasseri, una severa dominatrice su
un’Italia alitante frustate. Altrove, prendiamo le concessioni balneari, ognuno
fa come la sua legge dice, la Spagna le dà per 90 anni, la Croazia per 105.
L’Europa
correttrice è comoda invenzione dei corrispondenti a Bruxelles, una pacchia,
che risolvono la giornata di lavoro con la bacchettata di questo o quel portavoce
- che, si sappia, non contano nulla. Un format in uso da trent’anni, che si risolve
in pochi minuti di lavoro, al giorno, il tempo di cambiare il nome del-la portavoce
e la materia della sculacciata.
Una forma di
farniente che i giornali s’ingegnano di trasformare in acerrima lotta politica,
coi grandi titoli, con l’insistenza. Con l’esito di creare un antieuropeismo sofferente,
di europeisti in cuor loro – e di perdere copie, ma questo è un altro discorso.
Si è creato così
il fantasma di mr. Bolkestein, nome malignamente evocatore. Di una “direttiva” che non ha mai detto che bisogna
togliere l’attività a chi l’ha impiantata e coltivata per anni, che scemenze
sono. Solo in Italia – ci hanno tentato perfino con i mercatini rionali, o
Bersani, segretario del Pd… Come hanno fatto con le targhe - mentre la Germania
ha orgogliosamente conservato le città capoluoghi, e anzi le ha moltiplicate. O
con le aiuole spartitraffico in autostrada.
Mentre non si dice
nulla, non si è detto nulla, bisogna farci caso, dell’Europa a confronto sul
Superbonus, un’aberrazione, anche per i criteri di contabilità Ue. Forse perché
è opera di un governo tutti d’accordo, con Pd e 5 Stelle. E questo potremmo
doverlo alla cecità politica.
Ma non è solo giornalismo
perverso. Il problema italiano è di volere l’Europa come “vincolo esterno”.
Come correttrice della discola Italia. Che dobbiamo ultimamente alla migliore
Italia, di Ciampi e Draghi, e ora di Monti – che pure è stato a Bruxelles, e dovrebbe
sapere di che parla. Ma perché voler fare gli italiani degli antieuropeisti,
cosa che peraltro non sono – votano alle Europee il doppio che alle Regionali?
La verità sull’ombrellone, prego
Mario Monti, sempre
più nel pallone dello Stato-fisco, accusa i concessionari balneari di
patrimoniale inversa – così come i condomini e tutti quelli che si sono rifatti
la casa col superbonus: come chi imponesse una tassa allo Stato.
È il mal di
giornalismo, che si vede contagia professori, senatori e presidenti del
consiglio, nonché capipartito, di spararla grossa. Ma di che cosa si sta
parlando? Di concessioni da 5-10 mila euro l’anno. Che vengono pagate allo Stato
– ai Comuni: vengono pagate, non sono evase. E di un’economia di piccolo
commercio-artigianato, di piccola imprenditorialità. Sono concessioni di un
certo tipo, diverse da quelle petrolifere (minerarie). Come questo sono diverse
da quelle delle telecomunicazioni. Più simili alle licenze-privative della
tabaccheria. E comunque onerose.
Le concessioni
balneari sono circa 104 mila. Sulle quali sono sorti poco più di 6 mila
stabilimenti balneari fissi.
Un terzo di tutte
le concessioni, 20.500, sono in Liguria, per circa 380 km. di costa. Un quarto
in Emilia-Romagna, 15.500, per 130 km. di costa. Quasi niente in Sicilia, meno
di 500 concessioni per un’isola che ha 1.640 km. di costa – i turisti-bagnanti
vanno a mare con l’ombrellone proprio, magari sporcano o deturpano ma senza
pagare dazio, è demanio. Dodici volte di più per la Calabria, 6 mila concessioni, per 800 km..
Ora, che cos’è
questa direttiva Ue che il prof.-sen.-pdc. Monti evoca e invoca? Qualcosa per azzerare
l’avviamento a 20 mila famiglie, nella sola Liguria, o per espropriarle? Perché
di questo si tratta, la Ue non c’entra: Monti, come già Draghi, Ciampi e Bersani
vogliono una “liberalizzazione” per sé, come un totem, incuranti delle conseguenze:
hanno deformato l’Italia dei servizi. Impoverendo milioni di famiglie a cui
hanno annientato l’avviamento, e favorendo la grande distribuzione, con grandi
spese pubbliche anche, per allacciamenti stradali e autostradali, svincoli,
parcheggi - e le banche: tutta l’economia è ora bancaria, dalla pensione
sociale in su, e chi paga? Sotto le bandiere dell’Europa e del liberalismo, che
invece tradiscono scioccamente.
Problemi di base democratici
spock
Dopo Fedez
Schlein?
Una
maggioranza di non iscritti al Pdi elegge a segretaria del Pd uan non iscristta
al Pd?
Il partito è
partito, telegraficamente?
Per dove?
“Nessuno
capisce il mondo in cui viviamo, ma alcuni se la cavano un po’ meglio”, Richard
P. Feynman?
spock@antiit.eu
Sherlock Holmes in nuce
Il signor John Smith, cinquantenne, bloccato a letto per una
settimana, da gotta e reumatismi, consigliato dal medico passerà il tempo
scrivendo. Di ciò che gli passa per la testa. È un personaggio anonimo, con una
vita anonima, non sappiamo nemmeno di che vive, ma ha molte idee su molte cose,
specie di letteratura, e se le racconta a ruota libera.
Un esercizio, si direbbe oggi, di autofiction. Ma è
piuttosto una divagazione alla Sterne – uno dei pochi autori che la “Narrativa”
non cita. Di politica, della Germania, delle Piramidi, della biblioteca, della
letteratura, di tutto. Di sé non avendo nulla da dire, giovane medico,
venticinquenne, alla prima condotta, a Southsea, sobborgo di Portsmouth, a metà
del 1882, un estraneo, con pochi mezzi, e con pochi pazienti – è due anni più
tardi che potrà riferire con orgoglio alla madre di accudire “cento famiglie” e
di fare consulenza una società di assicurazioni, la Gresham Life.”
Un esercizio in minimalismo, sulla professione di scrittore,
se tema si vuole individuare. Verso la metà del racconto riflette anche sul suo
stato “narrativo”, di personaggio cioè. Sempre su consiglio del medico, che ammonisce
contro il “dolce far niente”, già allora italiano, e non esclude la
circolazione inavvertita di “muti ingloriosi Milton”, per dirla con Thomas
Gray, “Elegia in un cimitero campestre”. Anche se, ammonisce, scrivere è
fatica: “I migliori scrittori e più di successo sembrano trovare l’avvio di un
nuovo lavoro uno sforzo penoso. Carlyle parla di tornare alla scrittura non
come un guerriero che va al campo di battaglia, ma come uno schiavo risospinto al
suo compito”.
Insomma, Conan Doyle giovane di belle speranze si parla doppiamente,
come medico e come autore, e autorevolmente. Prima ancora del successo, prima
ancora anzi di sapere se sarebbe stato pubblicato, faceva i conti con la
critica malevola, i “mosconi”. È irresistibile, una tentazione, argomenta
subito, alle prime pagine: “Una persona abbia cinquanta delle più nobili virtù
e un solo piccolo vizio, incontinente il critico moscone si avventerà su
questo” – “Addison era uno stimabile uomo di buon cuore - «ma un ubriacone»,
ronza il moscone. Burns era generoso e di mente nobile - «ma un dissoluto»
ronza il moscone. Coleridge ci ha lasciato parole che respirano l’intimo
spirito della virtù - «Oppio! Oppio!» sussurra il moscone”. Su Carlyle, celebratore degli eroi, ritorna spesso, “il
san Tommaso di Chelsea” - santo per essere stato ferito da indiscrezioni e malevolenze
dopo la morte: “Di tutti i tristi casi letterari”, creati dai “mosconi della
letteratura”, “gli attacchi alla memoria del grand’uomo quando la terra era
ancora fresca sulla sua tomba fu uno per me i più destabilizzanti”. Inedito,
già si vedeva crocefisso.
Del
tutto inedito Conan Doyle non era, aveva pubblicato versi e racconti su riviste sparse, anche di nome, ma senza guadagno, e
anonimi o con pseudonimi. Il primo racconto di un certo successo, anonimo, era
stato attribuito a Stevenson. Anche come medico, non era alle prime
armi. Aveva lavorato per il dott. Reginald Radcliffe Hoare a Birmingham, il suo
“secondo padre”. E già prima, dopo una sorta di laurea breve, aveva fatto il medico
di bordo per sei mesi, da febbraio ad agosto 1880, su una baleniera, la “Hope”
– una sorta di rito di passaggio, dirà di questa esperienza nelle “Memorie”.
Prima di stabilirsi a Southsea aveva fatto il medico di bordo sulla nave
passeggeri “Mayumba”, sulla rotta dell’Africa Occidentale, un viaggio che gli
costò una quasi fatale febbre tropicale.
Si
direbbe un antiromanzo, senza il contesto biografico, questa prima opera di un giovane medico
che sarà poligrafo instancabile, soprattutto di romanzi, di ogni genere, oltre
che di Sherlock Holmes. Un primo romanzo di cui le poste si perdettero il
manoscritto. E Conan Doyle determinato riscrisse. Romanzo “fantasma” nella
edizione curata da Masolino D’Amico (Il Saggiatore), un po’ perché romanzo del
niente, ma soprattutto perché andato perduto. E, riscritto, ha dovto aspettare
128 anni per essere pubbicato, il 2011 – Conan Doyle non lo completò, e sebbene
lo ricordasse lo aveva riposto.
Un racconto di
digressioni con l’avvertenza che le digressioni non aiutano: “È tanto impertinente
quanto inartistico per un romanziere vagare lontano dalla sua storia per darci le
sue opinioni su questo o quell’argomento”. Anzi, il debuttante dottorino sa il
segreto, semplice, del romanzo di successo: “No, il segreto di un romanzo è
l’intreccio”. Non lo pubblicò perché senza intreccio?
Sulla scia di Sterne, all’evidenza
incoscia, questo racconto come viene è un esercizio triplamente post-moderno.
Dell’autore che s’impersona. Sdoppiandosi. Per non mettere in scena nessun
romanzo. Questo per duecento pagine di romanzo. Nel mezzo, in poche righe, la
quintessenza della “scrittura”: “Il nostro autore ha la meglio nella grammatica
e nella finitura, ma gli appunti del reporter fanno una narrativa più vivida”.
Come sarà di Sherlock Holmes, buttato giù come viene. Non c’è il morto, ma c’è
già Sherlock Holmes. Anche la distribuzione è già di Sherlock Holmes: interlocutori
della narrativa sono sopratuttto il dottore, e la padrona di casa – la triade
di Baker Street. La sola differenza è che qui la padrona di casa, Mrs. Burns, è
“prosperosa, timorosa”. In linea con la difesa appena fatta da John Smith del
corpo, del corpo umano, “indebitamente snobbato e diffamato da ecclesiastici e
teologi”.
Arthur Conan
Doyle, La storia di John Smith, Castelvecchi, pp. 256 16
Romanzo fantasma, Il Saggiatore,
pp. 208 € 20
Un esercizio, si direbbe oggi, di autofiction. Ma è piuttosto una divagazione alla Sterne – uno dei pochi autori che la “Narrativa” non cita. Di politica, della Germania, delle Piramidi, della biblioteca, della letteratura, di tutto. Di sé non avendo nulla da dire, giovane medico, venticinquenne, alla prima condotta, a Southsea, sobborgo di Portsmouth, a metà del 1882, un estraneo, con pochi mezzi, e con pochi pazienti – è due anni più tardi che potrà riferire con orgoglio alla madre di accudire “cento famiglie” e di fare consulenza una società di assicurazioni, la Gresham Life.”
Un esercizio in minimalismo, sulla professione di scrittore, se tema si vuole individuare. Verso la metà del racconto riflette anche sul suo stato “narrativo”, di personaggio cioè. Sempre su consiglio del medico, che ammonisce contro il “dolce far niente”, già allora italiano, e non esclude la circolazione inavvertita di “muti ingloriosi Milton”, per dirla con Thomas Gray, “Elegia in un cimitero campestre”. Anche se, ammonisce, scrivere è fatica: “I migliori scrittori e più di successo sembrano trovare l’avvio di un nuovo lavoro uno sforzo penoso. Carlyle parla di tornare alla scrittura non come un guerriero che va al campo di battaglia, ma come uno schiavo risospinto al suo compito”.
Insomma, Conan Doyle giovane di belle speranze si parla doppiamente, come medico e come autore, e autorevolmente. Prima ancora del successo, prima ancora anzi di sapere se sarebbe stato pubblicato, faceva i conti con la critica malevola, i “mosconi”. È irresistibile, una tentazione, argomenta subito, alle prime pagine: “Una persona abbia cinquanta delle più nobili virtù e un solo piccolo vizio, incontinente il critico moscone si avventerà su questo” – “Addison era uno stimabile uomo di buon cuore - «ma un ubriacone», ronza il moscone. Burns era generoso e di mente nobile - «ma un dissoluto» ronza il moscone. Coleridge ci ha lasciato parole che respirano l’intimo spirito della virtù - «Oppio! Oppio!» sussurra il moscone”. Su Carlyle, celebratore degli eroi, ritorna spesso, “il san Tommaso di Chelsea” - santo per essere stato ferito da indiscrezioni e malevolenze dopo la morte: “Di tutti i tristi casi letterari”, creati dai “mosconi della letteratura”, “gli attacchi alla memoria del grand’uomo quando la terra era ancora fresca sulla sua tomba fu uno per me i più destabilizzanti”. Inedito, già si vedeva crocefisso.
Sulla scia di Sterne, all’evidenza incoscia, questo racconto come viene è un esercizio triplamente post-moderno. Dell’autore che s’impersona. Sdoppiandosi. Per non mettere in scena nessun romanzo. Questo per duecento pagine di romanzo. Nel mezzo, in poche righe, la quintessenza della “scrittura”: “Il nostro autore ha la meglio nella grammatica e nella finitura, ma gli appunti del reporter fanno una narrativa più vivida”. Come sarà di Sherlock Holmes, buttato giù come viene. Non c’è il morto, ma c’è già Sherlock Holmes. Anche la distribuzione è già di Sherlock Holmes: interlocutori della narrativa sono sopratuttto il dottore, e la padrona di casa – la triade di Baker Street. La sola differenza è che qui la padrona di casa, Mrs. Burns, è “prosperosa, timorosa”. In linea con la difesa appena fatta da John Smith del corpo, del corpo umano, “indebitamente snobbato e diffamato da ecclesiastici e teologi”.
Arthur Conan Doyle, La storia di John Smith, Castelvecchi, pp. 256 16
Romanzo fantasma, Il Saggiatore, pp. 208 € 20
