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venerdì 8 luglio 2011

Il peccato nazista di Bataille

Una giornata da “Decamerone”, tra una compagnia di spiriti eletti, isolati in un salotto dalla peste nazista che infetava Parigi, il 5 marzo 1944. Ad ascoltare Bataille discettare di peccato una lista interminabile di celebrità, tutte interessate poi a discuterne con lui: il futuro cardinale Danièlou, il commediografo Adamov, Blanchot, Camus, Merleau-Ponty, De Beauvoir con Sartre, molto polemico, Klossowski, Hyppolite, Massignon, Leiris, Paulhan, Prévost. E nell’elenco è trascurato Gabriel Marcel, quello che contrappunta con più appropriatezza l’oratore. Il set è la cosa migliore. Il peccato di Bataille la più sorprendete: nazismo puro. L’ennesimo “rovesciamento” del peccato come giudeo-cristianesimo (non menzionato, ma si sa). Non allegro o propositivo, come ci si aspetta da una proposta rivoluzionaria e non vendicativa. E anzi lo stesso Nietzsche (l’esposizione di Bataille poi confluirà nel suo “Nietzsche”) assume cupo. I religiosi, Daniélou, Maydieu, Burgelin, protestante, scantonano, fra omaggi al “tono convincente” del relatore e commistioni confuse di misticismo sacro e peccato battagliano. Sartre invece a un certo punto glielo dice: “Non vedo perché, secondo i vostri principi, non si dovrebbe violare gli esseri come si beve una tazza di caffè”. La “morale volgare”, il cristianesimo, il bene e il male, è noiosa, la derivazione nietzcheana prende molte pagine. A favore di un’etica del culmine e del declino. Che si governa attraverso il peccato costante, la violazione degli altri che è anche violazione del sé, eccetera. Klossowski, che dell’esposizione di Bataille al seminario si assume la sintesi, così glossa: “Il culmine corrisponde all’eccesso, all’esuberanza delle forse. Conduce al massimo l’intensità tragica. Si lega agli sprechi smisurati di energia e alla violazione dell’integrità degli esseri” Al declino, “che corrisponde ai momenti di esaurimento e di stanchezza”, fanno capo “le regole morali”. Lo stesso Klossowski nel dibattito si dà queste ragioni: “«Essere colpevole o non essere», ecco il dilemma, perché essere senza colpevolezza, per Bataille, significa non spendere, non poter spendere, non avere nulla da dare”. Senza peccato è il ritorno dell’uguale se stesso, la noia, l’insignificanza (sarà il “dibbattito” in Italia, a Roma, naturalmente annoiato, di trent’anni dopo). Ma a un certo punto se ne accorge, che soprattutto “il mondo del peccato è noioso”. Gli sarà balenato l’amato Sade, che nei piaceri si annoiava, ed è noiosissimo. Ma non è di improsamenti liberi che a marzo del 1944, a casa di Marcel Moré a Parigi, l’intelligenza francese occupata discute. Incalzato da Hyppolite, dopo Sartre, lo stesso Bataille candido lo ammette: “Il peccato è la violazione degli esseri”. Pretendendolo naturalmente rigeneratore: in grado di sovvertire il declino, e rilanciare l’ascesi, che sono i suoi due assi della storia, invece degli aborriti bene e male – ancora Nietzsche. Una morale inappellabile (inspiegabile). Che si vuole anticristiana, ma si fa forte del peccato, che è concetto cristiano. Travolgendolo in libertà. Magari del nulla, interno ed esterno.
Ci siamo salvati perché Hitler ha perduto la guerra. Il nazismo, si dice, è “affondato” nell’Olocausto. Come se avesse potuto evitarlo. Ma si vuole dire che ha solo perduto una guerra. 
Georges Bataille, La condizione del peccato, Ass. Eterotopia, pp. 169 € 8

Il romanzo dell’amore amato

Ha l’handicap dell’“amore platonico”. Che ritorna a ogni pagina (un paio di volte perfino in “idea platonica). Per dire dell’amicizia nell’amore con la moglie, anche se, cinquantenne, è sempre lontano con la carne giovane. E del “si”, questo toscanismo castrante già all’epoca (1979) morto. Sono gli unici nei in una storia scritta di getto e tuttavia misurata e pregna di senso – di sensi. L’odore del sangue, da cui tutto germoglia, un ricordo di guerra, è declinato in cento chiavi, tutte calzanti, concludenti, incisive: dolce, esilarante, pieno di linfa, odore dell’origine della gioventù, della passione, della vita.
Il cosiddetto platonismo è però la chiave della vicenda, dove la violenza è in agguato. È “il vero romanzo di Parise”, può dire Giacomo Magrini, che ne ha curato la pubblicazione postuma. È la summa dell’amore estremo (libero, voluto, a ogni istante rinnovato) di coppia, che è il segno dell’epoca – di cui Parise potrebbe avere scritto “il romanzo”, più bello e definitivo, anche nell’eccesso di sperma che ancora fa diffidare molti-e. Nel solco dell’“amore amato” che ha fatto la storia occidentale - anche se il Duecento rifuggiva dalle crudezze. Resta una moderna carte du tendre, una cartina dell’amore a scala Igm, con isobare minuziose, una miniera e un trattato informale se non definitivo, che in materia non è possibile, di quello che l’amore è, “si sa”, “come è noto”, e non è. Malgrado le solite approssimazioni parisiane: Grazia, la ricca e generosa ospite fiorentina del narratore e della moglie, ha “grandi occhi ebrei”, la “forza della ragione protestante”, e “a correzione del protestantesimo” ha “la pietas cristiana”. E l’ingombro di Garboli.
La presentazione di Cesare Garboli, che fa ormai parte del testo, è tanto puntigliosa e affettuosa quanto tetra (gli amici sono un dono, talvolta ingombrante): ne fa “un romanzo invece di una cura psicanalitica”, a sfondo autobiografico. Mentre Parise era semplice, e in fatto di sesso non portato alla gelosia: era uno che si masturbava a Milano, quando faceva il redattore editoriale e divideva per risparmiare una stanza in albergo con Nico Naldini - è vero invece, purtroppo, ciò che Garboli gli porta a vanto, che invitava Gadda a colazione per dileggiarlo, disseminando la casa di ciclopici falli di cartone (dopo avere avuto cura, va aggiunto, di prendere casa nello stesso palazzo di Gadda, per poterlo incontrare casualmente). Insistente, per lunghe pagine, Garboli ne fa il romanzo della gelosia, mentre è, con ogni evidenza, una trasposizione o proiezione: un’immedesimazione, e il rimpianto, di una passione travolgente che non è, o non è stata, nelle corde del narratore.
Goffredo Parise, L’odore del sangue

Letture - 68

letterautore

Camilleri – Ha collaudato, con più costanza che Pirandello, Capuana o De Roberto, anzi come tipologia unica, il meridionale “fascistone”. Specie nei gialli di Montalbano, ma anche negli altri racconti.
Del fascistone Montalbano non è il prototipo in quanto personaggio d’invenzione, ma ha tutte le carature prescritte. Un capoccione dotato di molto ego (si dice personalità) e che non bada a nessuno, al procuratore, al questore, al vescovo, all’onorevole, una sorta di anarchico dell’ordine. È il fascistone simpatico perché integrale, in ogni suo gesto, detto o rapporto, con la fidanzata, gli amici, i subordinati, i cittadini, uno che parla male, un po’, dei carabinieri, e della Dc, e copre le tresche del suo vice, della cui moglie si professa amico. Le donne attorno a lui sono inaffidabili, mantidi, sciocche, ricattatrici, sfruttate, eccetto qualche vecchia insegnante - una tipologia tutta negativa, che Luca Zingaretti nei film ammorbidisce, non resistendo al fascino delle caratteriste locali, tutte con esperienza collaudata di teatro.
Sono del fascistone anche i cliché che fanno Montalbano consolatorio. E i luoghi comuni: tutto è bello in Sicilia, gli sbirri sono un po’ scemi (in basso e in alto, i piantoni e i questori), la politica è bugiarda e ladra, la mafia strana, le donne infide, e c’è pure la svedese, facile. Il lieto fine. I ruoli notabilari. L’immutabilità soddisfatta. Tutto peraltro realistico. Molto. Sicuramente più del tutto mafioso, e più produttivo. Ma in un quadro di compiaciuta stabilità.
Montalbano è peraltro l’ordine di cui di cui Camilleri soprattutto si compiace, nell’intervista con Francesco Piccolo (il lungo colloquio è buona parte del “Michele Sparacino”). Pretendendosi impegnato per la giustizia, che invece teme, e nella politica che invece non cura, giusto per non creare increspature andando controcorrente, e la vita di paese e i plot risolve nei circoli, dei nobili, dei borghesi, dei compagni, gli altri comprimari riducendo a maschere da commedia dell’arte. Al suo personaggio avendo assegnato immutabile, senza sorprese - il fascistone non è uomo di sorprese - questo quadro: una fidanzata impicciona e inesistente, puro dileggio, ragazze e checche ricattabili e ricattate, politicanti mai puliti o intelligenti, questure di trogloditi. La stessa concezione che Camilleri ha del Pci e del movimento è di destra: del galantomismo, per l’ordine e il coraggio. Anche il rapporto di Camilleri col proprio padre naturale, nella stessa intervista, è, sebbene rispettoso, molto fascistone: quando il figlio in carriera è sempre migliore del padre, più sensato, di più esperienza, più generoso, al limite sempre della disperazione (per colpa del padre, la colpa di esistere), più saggio, più capace, più previdente e protettivo.

Fascistone – È il tipo risolutivo: pieno di sé, rassicurante, maneggione, sapientone, introdotto, un trickster aggiustatutto. Senza il riserbo che caratterizzava il vecchio notabile, anzi invadente, se non vantone, pure nel fisico: petto in fuori, testa eretta, occhi perforanti, voce tonante, quando non è sorretto dall’altezza.
Una parola meridionale per una figura però non necessariamente meridionale. Montalbano, il personaggio più popolare e amato, certamente lo è. Anche il suo creatore Camilleri vi si atteggia. Ma Montanelli ne è il prototipo, sempre pieno di sé, nella coerenza e nell’incoerenza, nella generosità e nella cattiveria, fascista e antifascista, comunista e anticomunista, e sempre con la coscienza pulita, anzi più pulita di ogni altro.
Il fascistone meridionale non è un reduce di Mussolini, anzi lo avrebbe disprezzato, ma è autorevole e autoritario, e tutto dice, sa, fa, e risolve. Non è nemmeno di sinistra, non può esserlo, ma un po’ come Croce ci voleva tutti liberali, concede che tutti dobbiamo essere un po’ di sinistra. Si vuole anticonformista, ma con moderazione, un po’ laico, con moderazione, e un po’ bacchettone, sempre con moderazione: non vuole sollevare onde, vuole piacere a tutti. Vuol’essere il centro della simpatia, l’interprete del sentimento comune, quello che tutti vorrebbero essere – magari comunista, una volta, nell’intimo, poiché il Pci, che ha avuto al Sud breve vita, si è creata per quei lontani anni un’aura d’irenismo e giustizia, ma non del Partito. Critica i Dc ma li rispetta. E del fascismo ha solo la doverosa memoria storica, più ridicola peraltro che violenta.

Pasolini – Il poeta debutta con componimenti filologici – subito adocchiati dal filologo Contini – in “volgare”. Sul modello di Dante, con analoga pretesa di separazione dalla cultura colta, e invece con onnivora scienza. Conclude con “Le ceneri di Gramsci”, che sono Foscolo ingigantito. Per l’eloquenza ricercata, che anche la sfida fa sempre retorica – qui è nel metro martelliano, recuperato perché squalificato, “maledetto”. Si può dire che ha perduto l’occasione di una nuova “Commedia” che la storia, personale, politica, gli proponeva?
Pasolini ne ha sempre cognizione, ma sempre la omette, della feroce, violenta antropofagia comunista, benché invasiva, anche sul piano personale, e opprimente. Per pavidità? Per opportunismo? Perché non era nelle sue corde. Era un esteta foscoliano, quindi ingaggiato e polemista nello spirito del tempo nel quale era cresciuto, dannunziano – della vita che imita l’opera (tanto dismesso-omesso quanto invadente nei suoi anni formativi).
Non si misurano ancora abbastanza le omissioni cui la cultura di partito chiamava, con inevadibili autocensure. Togliatti insomma. Altrove, dove c’è un partito con la stessa egemonia culturale, in Francia per esempio, o nell’antifascismo spagnolo, non c’erano le stesse censure, il centralismo fu ferramente democratico solo in Italia. Pasolini ne fu partecipe, anche se si costituiva alibi, ma in quanto letterato, cresciuto nella concezione della letteratura aliena – in contrasto con la vena di polemista, e quindi con la sua capacità di giudizio politico, ma questo è un altro discorso, dell’eroismo o coerenza.

Il friulano non è la lingua di Pasolini. Si dice che era la lingua materna. Ma non si parlava friulano in casa. Pasolini non parlava friulano con la mamma e i cugini. Il suo eloquio, le sue prose non ne hanno gli accenti né le cadenze. Il friulano è il suo “volgare”, un campetto di esercitazione, o uso a freddo delle parole – come lo sarà, con maggiore-minore fortuna, il suo romanesco. Il friulano Pasolini dice, in un testo postumo, “la lingua di mia madre”, che non è propriamente la lingua materna.

Pound – Collaborò negli anni 1930, con William Carlos Wiliams, T.S. Eliot e E.E.Cummings, a una rivista di poesia intitolata “Furioso”, creata e curata all’università di Yale da James Jesus Angleton. Che a fine anni 1940 sarà ai vertici della neonata Cia, dopo aver fatto con successo le prime esperienze di spia a Roma alla Liberazione.
Angleton, cresciuto a Milano, dove suo padre aveva rilevato la sussidiaria italiana della NCR, era bilingue. Fu a capo dell’ufficio Italia dei servizi segreti americani dal febbraio 1944, da Londra. A novembre fu trasferito in Italia, dove rimase dopo la guerra. Gli storici della Cia gli attribuiscono un ruolo di iniziativa e organizzazione nella sconfitta del Fronte popolare l’8 aprile del 1948, aggregando il potere d’influenza della mafia e del Vaticano, e il voto neo fascista. E quindi nella successiva decisione del Congresso Usa di creare la Cia. Nel 1951 fu incaricato dell’ufficio Israele. Nel 1954 fu nominato capo del controspionaggio, carica che mantenne fino alla pensione nel 1975.
Angleton era in eccellenti rapporti con Kim Philby, a Londra e a Washington, per cui negli anni 1950 subì il contraccolpo della defezione di Philby e altri intellettuali inglesi a Mosca. Ma il capo della Cia Allen Dulles apprezzò la sua capacità di giudizio. In particolare la cautela sulle operazione di rollback (sovversione) proposte e tentate da altri suoi dirigenti in Albania e Polonia, tutte fallite.
Con Pound Angleton rimase sempre in contatto – così come con Eliot, Cummings e Williams. Una lettera di Pound al futuro capo del controspionaggio è in testa al sito leconomistamascherato (Geminello Alvi?). Sarebbe di Angleton l’escamotage per cui Pound divenne non giudicabile perché “pazzo”.

J.Roth – Si ricorda – anche Magris - soprattutto che fu cattolico e ubriacone. Cattolico con più forte riprovazione. È un’assurdità ma è la contemporaneità, sia nordica (protestante) che latina (anticlericale). È anche un reliquato della vecchia intramontabile ostilità dell’ebraismo contro il cristianesimo, solo “ribattezzata” (rigiustificata) dall’Olocausto, con la colpa.

letterautore@antiit.eu

giovedì 7 luglio 2011

Bossi flaubertiano

Elementare e geniale. Un’idea non italiana naturalmente - noi siamo arrivati, con difficoltà, all’Uomo Qualunque. Detta in tre battute. L’uso volgare, brutale, provocatore del linguaggio da parte di Bossi, per smontare la politica tradizionale. Il suo parcheggio in una zona ben visibile, un teatro all’aperto da commedia dell’arte, con ruoli riconoscibili, e per questo stesso fatto rassicuranti oltre che distruttivi. La riconquista su queste basi affidabili – la semplicità, la chiarezza, la secchezza - della politica.
È “l’arroganza della semplicità”, nota l’autrice, antropologa di professione. Che però non può non vedere che essa si dimostra, negli enunciati e nei fatti, più “gramsciana” della vecchia sinistra. Nel senso che recupera dal nulla, insomma con poco, l’egemonia culturale, molto al di là dei suoi esiti elettorali, che pure sono lusinghieri – resta da dire che la Lega è fenomeno milanese, e che diventa nazionale perché Milano si è impossessata dell’Italia: è un fatto più propriamente economico e sociologico, e quindi bisognerà aspettare qualcun altro oltralpe ne abbia voglia.
Il titolo echeggia “L’idiota in famiglia”, il volumone che Sartre affettuosamente ha dedicato a Flaubert. Spiritoso. Ma ha propiziato una terribile reprimenda di Pierluigi Battista a Gad Lerner, reo di aver firmato la prefazione: “Bobbio non chiamava idioti gli avversari” – ed è l’unica eco che il libro ha suscitato, per il resto il solito assordante silenzio. Un’altra cosa da dire però ci sarebbe: Lerner stigmatizza lo stilema della beffa, che “svuota di significato la politica”. Lui non si rivede mai? Meglio la beffa comunque dell’indignazione – un Umberto Eco onesto direbbe Bossi più onesto di Lerner.
Lynda Dematteo, L’idiota in politica. Antropologia della Lega Nord, Feltrinelli, pp. 266 € 16

L’enciclopedia sovietica di Togliatti

Uno spiraglio la storica Gilda Zazzara riesce infine ad aprire nel rimosso, un blocco durissimo. Ventidue anni dopo la caduta del sovietismo, venti dopo la fine del Pci. Un segnale tanto più promettente per venire dall’editore che la storia più di tutti ha costipato – perfino Le Goff, perfino Canfora – nella sua seconda reincarnazione postliberale. E da una studiosa alieva di Guido Quazza, che fu censore occhiuto per conto del Partito di De Felice, della popolarità del fascismo.
Fra le tante assurdità del progetto egemonico togliattiano spicca quello di controllare la storia controllando la storiografia. Tanto più assurdo per essere stato non solo tentato ma (quasi) riuscito: basta scorrere la lista degli storici accreditati dal Partito in questo libro e confrontarla con la produzione storiografica edita dalle grandi case editrici e pubblicizzata nei giornali egemonizzati per vedere che poco ne restava fuori – e quel poco massacrato, da Chabod a De Felice. Tutti presto perenti, Spriano, Alatri, Procacci, Ragionieri, Caracciolo, Cafagna, Zangheri, Rosario Villari, Villani, Santarelli, Carocci, Zangheri, Gastone Manacorda, lo stesso Quazza, nessuna opera se ne ricorda, ma dominanti. Maestri della “memoria trapiantata”, guardie giurate del centralismo democratico, o delle parole d’ordine, il politicamente corretto di una volta. A Chabod, alla sua “Storia della politica estera italiana” fu rimproverato di non aver tenuto conto della masse contadine – proprio così: lo scrisse Caracciolo su “Rinascita” nel 1951, e lo ribadirono Arfè e Carocci, la reazione era, come è, sempre corale.
Si suole dire quello dell’egemonia progetto gramsciano ma in realtà è del partito di Togliatti, e poi di Berlinguer. Un progetto talmente insidioso, malgrado la ridicolaggine, da essersi insediato stabilmente nell’“opinione pubblica”, sempre e unicamente faziosa: i media, i talk show, le intercettazioni, le indiscrezioni, i vari servizi che, nell’abolizione della storia decretata da Luigi Berlinguer a fine millennio, tengono ora il posto della storiografia. Del resto si può riderne solo standone fuori: il rifacimento degli eventi e dei personaggi fu collaudata specialità sovietica, già da Lenin e fino a Breznev, di grandi capacità persuasorie bisogna dire (la storia dell’opinione pubblica al tempo del Komintern e di Willi Münzenberg, pure così appassionante, resta sempre da fare).
Gilda Zazzara, La storia a sinistra, Laterza, pp. 208 € 20

Intercettare è peccato, a Londra

Unanime e scandalizzata è la riprovazione di Murdoch, e della sua amante e collaboratrice Rebekah Brooks, bella donna peraltro, perché hanno spiato principi, attrici e calciatori per i loro giornali di pettegolezzi. Oggetto della riprovazione è che avrebbero intercettato i telefonini di alcune bambine rapite, e poi uccise – cosa impossibile: i rapitori per prima cosa distruggono i cellulari dei rapiti. “Intercettare i telefoni è un brutto reato”, salomoneggiano i quotidiani italiani. Eccetto che in Italia, ovviamente.
La vera differenza è che Murdoch e la sua ex segretaria non stampavano cose false, “montate”: tagliate, cucite, e soprattutto ammassate. Murdoch non spreca la carta – e infatti, ora che gli inserzionisti disertano il suo tabloid lo chiude. A questo riguardo anzi Murdoch è un santo verde, non stampa tre milioni di copie al giorno, una foresta, per nulla, e si può star certi che presto se ne farà la proclamazione - troppi giornalisti sono lautamente incensati da Sky. Se non prevarrà l’invidia per la sua rossa e aggressiva Rebekah, che esaurisce tutto l’immaginario nazionale, roba da obliterare i sogni. O il dispetto per l’onestà, malgrado tutto, dell’affarista, che non spaccia la spazzatura per giustizia – anche Rebekah non fa la morale, solo vuole essere prima nel giornalismo di serie B.

Torna la chiesa col proporzionale, senza bipolarismo

C’è la chiesa di Bagnasco dietro il proporzionale e contro il bipolarismo, e dunque il ritorno del vecchio si può dire acquisito. Tutte le forze confessionali, non solo l’Udc, sono mobilitate: le varie associazioni e fondazioni delle opere, gli ex Popolari del Pd, i nuovi credenti di Fini e Rutelli. Che in aggiunta a Bossi e Di Pietro possono, se non fare maggioranza, innescare una valanga maggioritaria.
All’indomani dei referendum - il colpo che la Cei, la conferenza dei vescovi, ha giudicato risolutivo contro Berlusconi, e quindi all’asse centrale del bipolarismo - il cardinale Bagnasco l’ha fatto scrivere con chiarezza al suo giornale, “Avvenire”. La “primavera elettoral-referendaria” ha aperto “quell’agognata «fase nuova» della politica italiana”. Fase che il giornale dice ancora faticosa ma “interessante e coinvolgente”. E il senso del coinvolgimento è la rottura del “bipolarismo «furioso»”, per un nuovo assetto politico: si apre “il cantiere della «ristrutturazione» di partiti e alleanze, e questo sarà certamente un bene”.
La chiesa torna al controllo, e alla gestione del potere, attraverso i governi di coalizione,che un’istituzione extratemporale può gestire agevolmente. E che non si fa più coincidere con l’interesse dell’Italia. L’opzione del Vaticano, col pontificato debole, è tornata quella curiale e degli interessi di bottega, pre-Giovanni Paolo II e pre-Ruini. I quali invece avevano puntato al recupero del senso religioso e cristiano della vita nazionale, e alla proiezione sociale più che politica.

La chiesa specula, contro le parrocchie

Torna la chiesa prim’attrice degli affari italiani, dopo il lungo intervallo di papa Woytiła, e torna la speculazione edilizia. A Milano non è mai cessata. A Roma, dove ha possedimenti immensi da valorizzare, il Vicariato è all’opera per un nuovo sacco. Ora nella zona Nord-Ovest, nei quartieri Aurelio e Monteverde, dove i terreni erano stati frazionati fra i tanti ordini di frati e suore. Cessando l’attività di molti di questi ordini per la crisi dei ruoli e delle vocazioni, conventi, case-madri, scuole, istituti vengono rapidamente ceduti per la valorizzazione immobiliare. Chiavi in mano.
È questa la formula risolutiva del business, che mette i costruttori in grado di vendere, e gli investitori di comprare con sicurezza, prima ancora di avviare la costruzione: il venditore è garanzia che le pratiche procedono senza intoppi e nei tempi, per il souci d’éfficacité che è sempre stato il marchio vaticano. I progetti di valorizzazione fioriscono già muniti di ogni crisma regolamentare, anche contro i vincoli alla valorizzazione – verde, impatto ambientale, servizi, parcheggi, antropizzazione. Che così diventa un affare imbattibile, moltiplicando per dieci e anche per venti le volumetrie rispetto alle vecchie case di religiosi, in altezza e in superficie, cancellando tutte le aree verdi, moltiplicando la densità abitativa e l’intasamento. I margini diventano così enormi.
Il guadagno per il vicariato dev’essere così robusto. Al punto che la politica della valorizzazione viene spinta anche contro gli interessi delle parrocchie. Nel quartiere romano di Monteverde, una scuola raddoppiata in volume e venduta ai bei tempi, cinque anni fa, come immobile di lusso ha tra i nuovi proprietari irriducibili laici, che hanno fatto causa all’adiacente parrocchia contro il suono delle campane, “fonte di angosce”, e l’uso pomeridiano dei cortili come oratorio per i ragazzi, e l’hanno vinta.

mercoledì 6 luglio 2011

Dio e la Svizzera imbroglioni

L’immaginazione è realtà. O singolare allegoria della Svizzera anni 1980, piena di delinquenti, imbroglioni (mercanti d’arte, avvocati, albergatori), ricchi che fanno i poveri, e di Dio. Che, con la barba e senza, non sa fare che male. Al coperto di un qualche (ex) consigliere federale, e il solito poliziotto inutile. Ubriacona e, s’indovina, scorreggiona. Ma più assorta delle altre allegorie di Dürrenmatt – una dama di compagnia “Uriel” vi fa gli orologi a tempo mobile, di cento oppure quindici ore, ore di quindici, o cinquanta o cento minuti. Non polemica né satirica, di normale ferocia – la valle di lacrime echeggiata nel titolo (l’originale è “Durcheinandertal”, la valle sottosopra), i beati poveri del famoso messaggio, e i tanti, specie i ricchi, che “vivono nella grazia, peccato più peccato meno”, anche se specializzati nel crimine. E tuttavia di lettura sempre incalzante e rapida, sorretta da una traduzione molto scorrevole di Giovanna Agabio.
Il Grande Vecchio e Belial vi sceneggiano anche quella che sarà la pubblicità del caffè di Bonolis. Dürrenmatt è morto prima, si sarebbe divertito. La caccia a un cane da abbattere, per avere morso lo stupratore della sua padroncina, impegna a turno la polizia locale, cantonale, federale, e infine l’esercito, con l’artiglieria. Testimone della vicenda è il maestro, che, “influenzato da Robert Walser, era stato uno dei primi a introdurre la candida innocenza nella letteratura confederale” - sebbene perseguitato dalla “maledetta signora von Stein”: il fatto è un fatto.
Friedrich Dürrenmatt, La Valle del Caos, Einaudi Tasc., pp. 116 € 9,50

Il complotto è perfetto contro Strauss Kahn – troppo?

Tutti gli ingredienti del complotto sono presenti nel caso Strauss Kahn. Non è possibile in un albergo americano che una cameriera si prostituisca: i controlli di sicurezza sono al primo posto nei servizi dei grandi alberghi in Usa. Una signorina guineana non pensa a emigrare negli Usa: la Guinea ha come solo orizzonte la Francia. Due problemi che si risolvono se i servizi segreti francesi parlano (lo ricattano, lo minacciano, lo blandiscono, anche senza soldi) col direttore del Sofitel, catena francese di alberghi, di New York. O col suo direttore per la sicurezza. Che normalmente è un ex agente. Mentre la cameriera-prostituta si ritrova sul conto tre versamenti per centomila dollari. Cifra fatidica. Di origine ignota – la polizia di New York parla di entrate dalla droga ma per mascherare la propria incapacità, o connivenza: i soldi della droga non marciano per bonifico bancario da conto cifrato, un pusher non ha un saldo attivo di tale entità.
Il resto è marginale. Una giornalista-politica-poetessa, che copre la psicolabilità con uno strano snobismo, accusa a intermittenza Strauss Kahn di averla stuprata durante un’intervista. Ma la cosa si segnala per essere isolata: di ricordi del genere in questi casi di solito ce ne sono molti. Altre donne che preannunciavano rivelazioni ora tacciono – forse, speranzose, per ingordigia.
I servizi francesi hanno una storia anche recente di obbedienza politica, di spericolatezza, e di approssimazione. Il caso di Gheddafi, dall’abbattimento dell’aereo a Ustica alla guerra in corso, è solo uno. Altre azioni, note perché abortite, tentarono contro Greenpeace, e contro lo stesso Sarkozy. Anche lo sgonfiamento della vittima-teste può fare parte del gioco: i servizi servono sempre più padroni.
L’abbattimento di Strauss Kahn non è da poco: è l’unico spiraglio aperto a Sarkozy alla riconferma tra un anno. Contro di lui il presidente uscente partiva battuto. Addirittura, umiliazione suprema, al primo turno. Il presidente Sarkozy è stato il primo a sapere dell’arresto di Strauss Kahn, tramite la direzione del Sofitel. Sarkozy ha già occupato con una sua fedelissima, Christine Lagarde, l’importante direzione generale del Fmi, al posto dell’ingombrante Strauss Kahn.
Non c’è tassello, insomma, che non combaci nel puzzle del complotto. Che tuttavia probabilmente non c’è stato: i complotti non ci sono mai. Mentre ci può essere, perché no, una prostituta guineana che riesce ad avere il visto per gli Usa (i due paesi, com’è noto, non sono confinanti), e un posto in un albergo di lusso, dove si prostituisce ricattando i clienti. Anche una prostituta che sappia cosa vuole dire direttore del Fmi, perché no.

Il rating (la speculazione) fa grande la Germania

Il disegno è trasparente, a un effetto dichiarato, con un timing perfino annunciato, e in un certo senso obbligato: abbattere l’euro, con la tattica degli Orazi e i Curiazi. Con guadagni spropositati a ogni mossa, e un premio finale di cui è difficile immaginare la dimensione. Benefici cui non si vede perché il mercato debba rinunciare. Le agenzie angloamericane di rating, che sono emanazione e socie in affari delle banche angloamericane, fanno il loro mestiere in questa ottica: com’è pensabile altrimenti che siano a premio i mutui sub-prime, gravati dalla quarta o quinta ipoteca, e spazzatura i debiti di due stati europei, Grecia e Portogallo – non l’Irlanda, perché l’Irlanda è parte del sistema angloamericano? L’obiettivo prossimo è scardinare la Spagna. Infine l’Italia, già costretta a pagare un interesse del 2,50 per cento in più dei titoli tedeschi.
Ciò che non si capisce invece è che difesa voglia fare l’Europa. O l’euro. O la Germania, che si penserebbe la potenza dell’euro. L’Europa non c’è: basterebbe un impegno della Bce sulle emissioni dei titoli di debito nazionali per calmierare i rendimenti, evitandone l’avvitamento sul Bund tedesco. Che, in teoria, in una moneta unica, non ha senso: un costo diverso, anche molto diverso, tra i vari titoli di Stato. Tenendo il timone saldo, sicuro, antiscosse. Con grande risparmio, monetario e di attenzione (annunci, rinvii, polemiche), sulle crisi ricorrenti. Che vanno a beneficio unicamente dei fondi e delle banche. È questo che non si vuole? Ma è possibile che sia solo stupidità.
L’Europa non c’è perché la Germania non la vuole, questa Germania a pochi ani dalla riunificazione. La verità è che la Germania non vuole fare nessuna difesa, la realtà cioè: ogni intervento programma a rate e a gocce, sapendo, lo sa anche l’uomo della strada, che l’interveto rateizzato è solo un invito alla speculazione. Nessuna soluzione globale è studiata, nonché non proposta. Le verità – la realtà – è che la Germania trae, da questo euro “sgranato” per via della diversa affidabilità del debito nazionale, un beneficio concorrenziale enorme sulle altre economie europee, dalla Francia in giù – anche il debito francese deve pagare un premio sui titoli tedeschi.
Si dice la Germania incapace politicamente. O condizionata da un’opinione pubblica contraria a “pagare per gli altri”. La verità – la realtà – è che la Germania già “paga per gli altri”, seppure a vuoto. Ma questo in termini contabilistici. A una sommatoria reale la Germania non paga e anzi ci guadagna: in termini di stabilità sociale, d’incrementi possibili di produttività, di crescita economica, di riduzione del rapporto deficit\pil. La Germania di oggi (di Berlino, riunificata) è molto diversa da quella di vent’anni fa, di Pöhl e Tietmeyer, che creava l’euro.

martedì 5 luglio 2011

Il calcio malato di Milano

Si punta sempre sulle scommesse e le chiacchiere al bar quando l’evidenza è che il calcio è malato al vertice. Ora la Juventus chiede giustizia da Abete, ed è tutto dire. È l’uomo che nel 2006 tentò di affossare Lippi e gli atleti simbolo della Nazionale che poi vinse il Mondiale, Buffon e Cannavaro, con falsi scandali, e Lippi ebbe difficoltà ad abbracciare nelle celebrazioni.
Le prove che l’Inter telefonava agli arbitri sono di due anni fa. Il procuratore Palazzi le ha acquisite un anno e mezzo fa, e dopo “giornate di duro lavoro”, le ha chiuse con la prescrizione. Erano bastate poche settimane nel 2006 per condannare tutti gli altri, a partire dalla Juventus. I debiti dell’Inter sono più del fatturato, e niente, questo non interessa a nessuno. Dopo perdite cumulative negli ultimi quattro anni per 578 milioni, che avrebbero fatto fallire qualsiasi altra società con un fatturato di 300 milioni.
Le perdite sono state in parte colmate con artifici contabili, su cui la Corte Federale ha steso un velo. E col collocamento discusso della Saras in Borsa, e niente nemmeno su questo versante: la Procura di Milano ha dovuto aprire un’inchiesta ma aspetta il momento opportuno per archiviarla, anche se ogni sottoscrittore sa che il furto c’è stato.
Non solo nessun provvedimento di rigore viene preso, ma non del vero malaffare si legge neppure una riga, neppure a titolo di gossip. Anche il gossip è selettivo, come la giustizia. Un arbitro sicuramente corrotto ha diretto per anni il calcio dopo Calciopoli: non se ne parla. Gli organi federali sono stati presi d’assalto nel 2006 da uomini del Milan e dell’Inter, che non li hanno più mollati: non se ne parla. Il consiglio della Figc che dovrebbe ridecidere sullo scudetto che la stessa Figc ha assegnato a tavolino all’Inter deciderà ora di non decidere, i presidenti sanno chi comanda. L’Inter ha vinto due scudetti con due e tre punti, più che sospetti, di vantaggio sulla Roma: non se ne parla – la Roma (società, tifo, e Totti-De Rossi se non la squadra) se la prende sempre con la Juventus, perché sa che non conta niente. Ha pagato la Juventus perché ai due eredi, sicuramente non cerebrolesi, non sembrò vero di potersi liberare d’un colpo di ogni concorrenza all’interno della Famiglia. I due erano disposti per questo a ripartire dalla serie C, si ricorderà, se non dalla Promozione. E ancora non smettono di omaggiare per questo Milano, allestendo società e squadre da Eccellenza, o giù di lì.
Le prove che l’Inter telefonava agli arbitri sono state omesse dai giudici napoletani che hanno istruito il caso (uno dei quali ha fatto un balzo in carriera) e\o dalla polizia giudiziaria che le smaterializzò. E questo è un altro aspetto, più inquietante, perché denuncia lo stato della giustizia. È lo stesso blocco d’accusa che ha ricusato per ben due volte la presidente del tribunale che giudica Moggi, Teresa Casoria, per intimorirla: con che serenità la giudice Casoria potrà giudicare? Un processo senza nessun crimine accertato. Senza nemmeno un tentativo di corruzione. E pieno di “prove” consistenti nelle cronache delle partite il lunedì, e cioè di moviole sui rigori, sul pallone fuori o dentro, sul fuorigioco millimetrico – roba da non credere, ma l’istruttoria è stata stampata dall’“Espresso”, firmata da un colonnello dei carabinieri, ed è ancora recuperabile. Ma si sa che Napoli ha scelto di fare da killer per Milano.
A proposito di notizie occultate basti quanto detto dalla giudice Casoria di fronte al Csm, al quale era stata denunciata, che nessun giornale ha riferito (l'ha denunciata la giudice Francesca Pandolfi, di cui chi ha seguito un poco il processo a Moggi – la giudice è nella terna – si meraviglia che abbia ancora titolo alla professione): “La Procura di Napoli ha chiesto al presidente del Tribunale di fare qualcosa per farmi astenere. La Pandolfi ha reiterato questo invito ma io non avevo nessun motivo per non fare il processo Calciopoli. Ho sostenuto l’accusa in processi importantissimi (alla Nuova Camorra, Cutolo & soci, et al., n.d.r.), non avevo alcun interesse in questo processo, il calcio non lo conosco, non tifo per nessuno, quindi fare il processo era il mio dovere. Ci si astiene se c’è motivo di farlo perché svolgere i processi è un dovere. Due sentenze della Corte d’Appello sulle precedenti ricusazioni hanno ribadito che era un dovere andare avanti.
“Devo notare come è stato strumentalizzato in tutti i modi questo procedimento. Il pm Beatrice (è il pubblico accusatore che ha fatto il salto in Cassazione, n.d.r.) addirittura si era lamentato perché facevo cominciare il processo troppo in fretta. Quando vennero rigettate le richieste per le parti civili si rischiava la paralisi di Calciopoli, ma il pericolo era di avere in udienza come parte civile ogni singolo tifoso di calcio. Invece siamo arrivati alla fine del dibattimento. Piuttosto, vedo i Pm renitenti a fare la requisitoria. Hanno chiesto indagini supplementari…”
Le hanno i Procuratori le hanno poi concluse, prolungando i tempi del processo. Ma ancora non hanno la requisitoria e forse le riapriranno. Hanno ottenuto i nuovi testimoni che chiedevano, che hanno fatto saltare con le assenze (compreso Gianfelice Facchetti) alcune udienze, giusto per tirarla ancora in lungo, e non hanno chiarito nulla. E hanno visto ammonito il loro teste principale, l’ex arbitro Nucini, per “scarsa attendibilità” – “consenziente lo stesso Pm Capuano” (quello subentrato a Beatrice, n.d.r.), ha fatto notare al Csm la giudice Casoria. Napoli resta sempre la succursale di Milano per gli affari sporchi - la Napoli che conta, segreta e fredda come un buon killer.

Ombre - 94

Berlusconi si meraviglia della meraviglia generale sulla non esecutività delle sentenze d’appello da lui introdotta surrettiziamente in un codicillo della finanziaria. Che consentirà a Fininvest di non pagare i danni a De Benedetti (750 milioni….) prima del giudizio della Cassazione. Insensibilità? Ineticità? Delinquenza pura? È Milano.
Milano dà peraltro ragione a Berlusconi nel fatto: è giusto che il soccombente paghi a condanna definitiva. Ma lo massacra personalmente.

Ma la non esecutività è solo una sfida alla Corte d’Appello, la solita corte ambrosiano-partenopea che che si appresta a confermare la cervellotica condanna del giudice monocratico. Berlusconi non avrà problemi a cassarla. Voleva fissare l’attenzione sulla vicenda, per poi poter dire: ecco la prova che sono perseguitato – tanto la sentenza definitiva si fa in Cassazione, cioè a Roma, e secondo diritto. Diabolico? Ma è vero che Milano vuole assolutamente condannato Berlusconi: è stato la sua vittima sacrificale in questi venti anni di ladrocinio generale, e deve continuare a esserlo, una sorta di ombrello protettivo.

Un gruppo ambientalista scopre entusiasta uno squalo bianco al largo della Capraia. È la natura, è una specie in estinzione, è un bell’esemplare, eccetera. Ma la Capraia non ci sta: “Non me la sento di lanciare accuse senza prove su queste campagne di ricerca finanziate dagli enti pubblici”, dice l’assessore Mazzei, una vita da subacqueo. Ma vuole dire il contrario: cosa non si fa per la natura, anche inventarsi gli squali bianchi.

“Il Fatto Quotidiano” ha centinaia, forse un migliaio, di blogger. È la moltiplicazione dei pareri, si sa che la rete offre questa opportunità, gratuiti. Ma i blogger del “Fatto”, e le blogger, si distinguono. Cioè non si distinguono: tutti concordano, sono anzi tutti di un solo argomento, con un’unica parola.
Anche fisicamente sembrano fatti con lo stampo, per piacere: in pose sempre d’autore nelle fotine che animano i blog, molto più giovani, anche i giovani, molto fiduciosi e anzi sfottenti, con i capelli molto curati, arricciolati, o stirati, e tinti.

Furio Colombo, finito purtroppo ad animare uno di questi blog, dice del popolo No Tav: “L’espressione e il rispetto della volontà popolare fa parte del progresso”. Le ferrovie no?
Ma la stessa espressione si può applicare al popolo della Tav – Furio Colombo è un po’ troppo Pd ultimamente.

Non ci sono libri su Berlusconi in libreria a Forte dei Marmi o Viareggio, città che pure votano da sempre a sinistra, nemmeno Travaglio, eroe televisivo, si vede che non sono richiesti e non invogliano. Mentre le librerie Feltrinelli a Roma sono già a un centinaio di titoli, che esibiscono a cataste. Si legge di più a Roma? È dubbio. Sono le Feltrinelli un focolaio antiberlusconiano? È possibile, ma non esporrebbero titoli che non tirano. È che ci vuole uno stomaco infetto per digerire storie di Berlusconi trafficante di droga, terrorista, mafioso – mafioso in senso proprio, uomo di Riina e Ciancimino.

“Avevo letto Proust da piccola ma senza capirlo. Quarant’anni dopo, quando diventai un fan dei Sopranos, ho ripreso a leggere la «Recherche» e da allora nella mia mente i due sono collegati”, dice l’ultimo grido dell’editoria americana Jennifer Egan ad Alessandra Farkas, che non se ne meraviglia: Proust dunque come i Sopranos, “entrambi affrontano il problema del tempo che passa”. E i vecchi no, che sono un terzo dell’umanità? O la serie del “Padrino” prima dei Sopranos.
La bella scrittrice ha 48 anni. Dunque ha letto Proust a otto anni, poveretta: è giustificabile. Ma dobbiamo proprio credere a tutto?

Vittorio Pisani, il capo della Mobile che ha il record del contrasto alla camorra, con arresti eccellenti e sequestri, e alla criminalità urbana – non c’è delitto a Napoli senza un colpevole – è accusato dai giudici napoletani di favorire la camorra. Non proprio accusato, sospettato: giusto per rimuoverlo con l’incompatibilità. Sempre c’è un camorra più forte di un’altra.
Si può essere così camorristi e incolpevoli, se non per quanto basta alla rimozione.

Lucia Annunziata lascia preventivamente la Rai, in polemica con Paolo Ruffini, il direttore di Rai Tre, che voleva estrometterla. Ma questo, quello di Ruffini, non è un attentato alla libertà d’espressione: il sindacato dei giornalisti è – in questo caso – per l’istituzione (la burocrazia, il partito) e non per il giornalista.

Dopo aver messo alla berlina mezzo mondo, politico e non, che con le sue intercettazioni non c’entravano, il Procuratore Capo di Napoli Lepore li irride: “Stiamo subendo una vera e propria aggressione”, insinua mefistofelico alla compiacente Gruber, “i politici vogliono essere intoccabili”. È pronto per la politica?
Vorrei dire la mia “a prescindere dai reati contestati”, continua il Procuratore Capo. Un torturatore? In effetti, a riguardarlo, ne ha il ghigno freddo.

Lepore, questo cacciaotre dei politici, è l’ultimo di una lunga galleria: la giustizia politica è sempre stata l’arma letale del potere - oggi si direbbe della destra. Nella cui nomina Fini (non) ha messo naturalmente bocca - oppure Bocchino, lo dice la parola stessa?

Prima ancora di decidere se c’è materia per un processo, il giudice ammette alcune parti civili. Sembra impossibile ma non nella giustizia a Milano: la giudice dell’udienza preliminare Maria Grazia Domanico l’ha fatto, per questo apprezzata.
La gup Domanico deve decidere se Berlusconi va processato per prossenetismo. Nel merito non si pone problemi perché sa che il procedimento le verrà sottratto dalla consulta. Ma fra sei mesi. Intanto, si sarà acquisiti dei titoli sul fronte della resistenza. Al diritto.

Di Pietro che “si riposiziona” a destra sembra ai più da ridere. Ma è da lì che viene l’ex giudice ex commissario di polizia (in quanto tale organizzava spedizioni per “fottersi le colleghe”, spiegavano i primi biografi autorizzati). La giustizia politica è di destra.

Un padrone vale l’altro (Lactalis non potrà essere peggio della famiglia Tanzi), e anche i manager sono fungibili. Ma Enrico Bondi deve lasciare Parmalat non rimpianto, dopo averla salvata e rilanciata, per un motivo preciso: non ha obbedito a Milano. I fondi volevano un superdividendo, lui ha detto no. Mediobanca voleva fare affari con la liquidità che era riuscito ad accumulare dopo il salvataggio, e lui ha detto no. Intesa voleva rifilargli Granarolo, e lui ha detto no. Ma non si sfida Milano indenni.

lunedì 4 luglio 2011

Prove di Dc col Pdl di Alfano

L’ha proposto Berlusconi, lo propone Bagnasco, e le prime elezioni che si terranno in Sicilia, cassaforte della Udc, diranno se è la scelta anche degli elettori: Angelino, nomen omen, Alfano è stato messo in pista per annunciare la nuova Dc, per ora sotto forma di partito Popolare. Il passaggio più significativo è l’endorsement a scatola chiusa del cardinale, nonché del suo bellicoso segretario, monsignor Crociata. Ma non basta: toccherà alla Sicilia avallare il nuovo corso, oppure confermare finito il ciclo del Pdl, dopo lo scrollone di Milano, che si presume esprima il più grande voto lombardo – come sempre, decidono elettoralmente, e quindi politicamente, le due regioni più popolose.
Nulla però sarà come prima dopo la mossa di Berlusconi, in entrambi i casi, che Alfano si riprenda il voto Dc, oppure che fallisca. In questo secondo caso i liberalrepubblicani e i socialisti del Pdl, gli elettori naturalmente più che gli eletti, potrebbero aprire nuove diaspore, verso il centro di Fini-Casini-Rutelli, o verso il partito Democratico. Una terza ipotesi si fa: che Berlusconi abbia lanciato Alfano subito dopo la sconfitta di Milano per operare poi, in caso di fallimento, un recupero personale prima delle politiche nel 2013. Ma è la meno fondata: a quel punto, dopo il voto di Milano e della Sicilia, ci sarà solo da raccogliere i cocci.
La gara alla leadership del Pdl, finita la gestione laica di Cicchitto, Bondi e Verdini, era com’è noto tra Scajola e Alfano. Il ministro s’è imposto perché va il giovane e bello, e perché è intemerato. Ma era un ritorno alla Dc. Il Grande Centro i vescovi se lo fanno sulle ceneri di Berlusconi, non più con Casini, Rutelli e Fini. Non abbandonano Casini, ma non si fanno più illusioni su di lui, con i Buttiglione, Cesa, Follini, mentre puntano molto sul Pdl senza Berlusconi - in fondo, sono già vent’anni che ne aspettano la morte, di Berlusconi.
La decisione di Berlusconi, poi avallata dai vescovi, era stata peraltro propiziata dal deciso intervento dell’“Avvenire” per una “fase nuova” della politica. Non più morale, o più sociale, ma nel senso di “cantiere della ristrutturazione di partiti e alleanze”, pescando “nel nostro associazionismo, nel volontariato, e nelle parrocchie”. E dalla giunta delineata da Pisapia dopo il successo al primo voto, confermata dopo l’elezione, che reintroduce l’arcivescovado al governo della città: vicesindaco, con delega all’istruzione, è Maria Grazia Guida, direttrice della Casa della Carità di don Colmegna, assessore alla Sicurezza e alla Coesione sociale è Marco Granelli, dipendente della Caritas, presidente della CsvNet, il coordinamento dei servizi per il volontariato, assessore al Bilancio Bruno Tabacci, l’ultimo presidente della Lombardia venticinque anni fa. Il primo atto pubblico della nuova giunta sarà tra un mese la Settimana della Famiglia, per la quale è atteso infine a Milano il papa: Pisapia passa la maggior parte del suo tempo con la presidenza della Fondazione per la Famiglia. Mentre si attende il rilancio della imponente Fondazione Toniolo (Gemelli, Policlinico).

Il Cristo dei Cuorisolitari

Ilare amaro ritratto di solitudini urbane – non dissimili oggi nella neo metropolitana Italia da quelle di New York del proibizionismo, quando l’alcol era d’obbligo (la differenza è che d’obbligo è ora la coca?), Miss Cuorisolitari fa sempre ridere amaro. È un’anticipazione anche della successiva, oggi dilagante, decomposizione del “sogno americano”.
"Nathanael West”, nato Nathan von Wallenstein Weinstein a New York da ebrei russi di Lituania di lingua tedesca, albergatore in quegli anni nella stessa città (specialmente benevolente con l’insolvibile Dashiell Hammett), aveva fatto presto ad afferrarne il frigore luciferino. Con un solo flash, già allora residuo, di ordinaria umanità: quando il ventiseienne titolare della posta del cuore, figlio di pastore battista, giornalista pieno di ambizione e di Cristo, il “Cristo dei Cuorisolitari”, a tratti “un Mussolini dell’anima”, si rivede ragazzo al piano, a una sonata di Mozart, che la sorellina danza, come “tutti i bambini, in ogni paese: al mondo non c’era un solo bambino che non danzasse, con gravità e dolcezza”.
La riedizione tiene a battesimo la nuovissima sigla milanese et al./edizioni. Mantiene il titolo delle precedenti traduzioni, ma con una nuova smagliante versione, di Marina Morpurgo, mozzafiato (“migliore” dell’originale). Il ritmo è tutto, in questa narrativa apparentemente leggera, alla Dorothy Parker, di cui West ha fatto la sua cifra, immortalata poi ne “Il giorno della locusta”, il mondo delle ombre di Hollywood.
Nathanael West, Signorina Cuorinfranti, et al./ edizioni, pp. 103, € 12

sabato 2 luglio 2011

Il nano Montanelli fa gigante Berlusconi

Non c’è bisogno di aspettare il libro per sapere che scalerà le classifiche: Montanelli è la nostra cattiva coscienza, il suo stesso generale Della Rovere. Né c’è bisogno di leggerlo per sapere cosa dice: il libro raccoglie le delicatezze già ammannite su “La Voce”, e poi sul “Corriere della sera”, quando il giornale di via Solferino lo riabilitò. Né si poteva aggiungere altro, ce n’è già abbastanza. A un certo punto Montanelli rivela a Berlusconi, che lo ha finanziato e protetto, senza censurarlo, nei vent’anni successivi all’espulsione dal “Corriere” nel 1973, che tiene in caldo il suo “coccodrillo”, in gergo il necrologio. Era al tempo che gli ex Dc, e Montanelli, si aspettavano la morte di Berlusconi per cancro. Ma il “caimano” è Berlusconi e non Montanelli.
Il giornalista non si smentisce. È il Masaniello che sberleffa i masanielli, più fascista dei fascisti, più comunista dei comunisti, e perfino più democristiano – Andreotti avrebbe da imparare, se leggesse (temesse) i giornali. Sempre nel mainstream, e incompiuto: ma questi personaggi non hano l’ambizione di fare qualcosa, solo di essere (apparire). Ma anche il pubblico non si smentisce.
Il cinismo più volgare, che si ammanta di moralismo, è la “dote” che gli italiani più apprezzano? Non è possibile, ma è il caso con Montanelli, un dio che non muore. La volgarità di Montanelli parla da sola, politica e personale. E tuttavia l’uomo è un’icona, se non un santo. Ora della sinistra – ed è lo scandalo minore, questa sinistra adora anche Andreotti. Sergio Romano, forse per aziendalismo, accomuna sul “Corriere della sera” Montanelli e Sergio Marchionne: Montanelli impersona, dice, “l’italiano scomodo”. Uno che si accomodava con tutti, salvo sbeffeggiarli quando non ne aveva più bisogno. Fascista coi fascisti, comunista coi comunisti, e perfino democristiano. Che si accreditava amante dell’ambasciatrice americana Clara Boothe Luce negli anni Cinquanta quando ne era un semplice informatore, e tale era considerato nelle carte diplomatiche – una sorta di delatore. Che scriveva contro l’Eni cose feroci, mentre cercava di farsene finanziare un giornale, con mediatori alla Bisignani.
È anche grazie a Montanelli che Berlusconi diventa Berlusconi: si diventa giganti di fronte ai nani. In una cosa però i suoi critici, come la concorrente Rcs, hanno di sicuro ragione su Berlusconi: è melenso. La sua Mondadori o i suoi giornali non hanno pubblicato un rigo, figurarsi un libro, contro le malefatte della Rizzoli-Corriere della sera, sulle ruberie, l’ipocrisia, l’opportunismo, i continui maneggi.
Indro Montanelli, Ve lo avevo detto. Berlusconi visto da chi lo conosceva bene, Rizzoli, pp. 179, € 12

Per chi combatte la Nato in Libia?

Trova difficoltà Frattini a convocare l’annunciata conferenza a Roma delle forze anti-Gheddafi. Non c’era unità nel blocco anti-Gheddafi all’inizio, a metà marzo. Le forze ribelli sono andate avanti senza un governo provvisorio e con un coordinamento esclusivamente militare. Le differenze si sono accentuate, fra personalità, gruppi, tribù, regioni, a mano a mano che cresceva il riconoscimento internazionale. In un primo momento perché l’installazione di un nuovo governo sembrava immediata, e quindi ogni componente voleva far pesare la propria parte. Ora perché la guerra è in stallo, benché massicciamente dotata dalle forze Nato di mezzi e armamenti, e alcuni capi si sono messi alla finestra.
L’Italia si è prodigata sul fronte politico, per ricompattare una leadership nazionale. Con l’effetto non secondario di riguadagnare qualche posizione rispetto ai paesi che hanno voluto la guerra, Francia e Gran Bretagna, appoggiati da Obama. Ma non può e non vuole fare pressioni per una soluzione invece che un’altra tra i gruppi di opposizione. Anche perché nessuno di essi è emerso finora con più seguito o più argomenti di altri.

Le bugie di guerra del Tribunale dell’Aja

Gli Stati Uniti, che non volevano la Corte penale dell’Aja e a lungo l’hanno boicottata, hanno deciso di sabotarla? Dall’interno, a opera della corte stessa, come si conviene a una diplomazia intelligente? È l’interrogativo che si pongono le diplomazie europee dopo la decisione della Corte di processare Gheddafi per crimini di guerra chiedendone l’arresto. Non richiesta dall’Onu, né dalla Nato che agisce per conto dell’Onu. E senza addurre motivi validi. Richiesta forse dagli Stati Uniti, ma allora con che scopo? La Corte ha azionato da sé il proprio indebolimento.
Se non fosse stata scritta da Marc Bloch, all’epoca dell’odio incoercibile tra tedeschi e francesi, la storia-manuale delle bugie di guerra (“La guerra e le false notizie”) si ricomporrebbe da sé in questi (pochi) mesi di guerra alla Libia. Un movimento democratico che invece era un colpo di Stato, preparato da tempo, con alcuni governi europei. I mercenari, il viagra, e gli stupri di massa dei militari libri. Le fosse comuni o cimiteri di massa, allestiti da un regista per i fotografi. Tutto ciò falso fin dall’inizio, ma certificato dal giudice supremo Moreno-Ocampo. Che è un sudamericano, ma ciò non toglie – si sa che i sudamericani hanno soprattutto voglia di divertirsi: Moreno-Ocampo ha la carica di Procuratore del Tribunale penale internazionale dell’Aja, è il pubblico accusatore. Il Procuratore ha detto bugie talmente bugiarde da doverle abbandonare presto. Ma il Tribunale le ha prese per buone procedendo contro Gheddafi. Tutto poco “intelligente”.
Troppo per le diplomazie europee. Che danno per certa la volontà americana di sabotare il Tribunale dell’Aja. Per due buoni motivi. Vanno in porto processi per i crimini nell’ex Jugoslavia, mentre la Serbia si è allineata e non è più il caso di infierire contro di essa. L’arrivo all’Aja di allegri giuristi alla Moreno-Ocampo non garantisce gli Usa di non trovarsi un giorno sotto accusa. Direttamente, per i bombardamenti per esempio che liberamente operano ovunque nel globo, sotto forma di antiterrorismo o per la protezione della domanda di libertà (un tempo antinarco, domani chissà). O indirettamente, per gli eventi in Palestina, o in Pakistan.

Meglio il porno che la truffa a San Miniato

A San Miniato al Monte, storica cittadina tra Firenze e Pisa, il sindaco ha deciso all’improvviso che il territorio doveva dotarsi di fonti di energia alternative, anche per usufruire dei tanti soldi che la legge assegna. Su 35 ettari – che a immaginarli cosparsi di lamiere, sia pure al silicio, sono già un incubo. È un sindaco Pd, e quindi ligio alla legge. La quale vuole impianti più piccoli, al massimo di un ettaro l’uno, più o meno. Il sindaco allora ha fatto 25 bandi per 25 parchi fotovoltaici contigui. Che sono stati vinti da tre aziende. Appartenenti a tre persone. Che sono i proprietari dei 35 ettari.
La cosa non è scandalosa, dice il sindaco, le delibere sono tutte iperlegali. Per questo non se ne legge nei giornali - se non nella “Nazione”, che è all’opposizione. Anzi, la cittadina si è subito coperta con un altro scandalo, ben più arrapante: la locale segretaria del Pd, giovane e procace, che si fa improsare in un video porno in commercio.
Il sindaco ha ragione: la “valle degli specchi”, come è stata definita l’enorme superficie destinata alle provvidenze, è paradigmatica dell’affarismo legalitario, verde, toscano. Ed è anche vero che è meglio la segretaria, da quel che si vede, degli specchi ustori. Tanto più che non s’è fatta pagare dallo Stato. Meglio il porno che la truffa, e più se la truffa è legale. Mentre resta da accertare dov’è l’affare: se è del sindaco (la giunta, il partito) o del comune? E le energie alternative?

venerdì 1 luglio 2011

In Italia Dsk senza scampo

In Italia Strauss Kahn sarebbe stato condannato. In America pure, se non fosse stato ricco – o non fosse stato patrocinato dagli attivisti di una qualche causa. In Italia invece sarebbe stato condannato comunque, da uno di quei ridicoli gip e gup, e dal tribunale, sempre di scelta dell’accusa.
In America un secondo grado di protezione è proprio nel lato debole dell’accusa, la sua politicizzazione. Il Procuratore si guarda bene da un processo non fondato, proprio per proteggere la carriera politica. In Italia la carriera del Procuratore è assicurata sempre, raramente col voto (Di Pietro, De Magistris), solitamente con promozioni e incarichi, convegni, libri, collaborazioni giornalistiche, presenze – i Procuratori fanno le “presenze”, come le veline.
Tutto questo avviene in Italia nel sistema della giustizia, non nel diritto. Il diritto prevede un processo alla pari. Le istituzioni lo hanno traviato, per debolezza o per collusione: la Consulta, il Csm, la presidenza della Repubblica. Soggiogati (complici? ricattati?) dall’aperta illegalità delle Procure.

La verità di Nani, bella e intelligente

Un libro di articoli come non se ne scrivono più da trent’anni, da quando Enrico “Nani” Filippini li redigeva e “Repubblica” se ne faceva mostra. Pieni d’intelligenza, oltre che di onestà. A colloquio col vecchio amico Garcia Marquez ne penetra in breve il segreto della scrittura - e configura l’America Latina, ben definita, in rapporto a “noi”europei e allo stesso Nanni, che non si lascia intrappolare dal vecchio affabulatore sovietista. Il ritratto di Foucault basta da solo alla lettura. O di Simone Weil, così perspicace e ancora inedito. Da Sinjavskij estrae un pensiero tanto semplice quanto centrale all’Otto-Novecento russo, da Gogol a Dostoevskij, Tolstòj, Solzenicyn: “lo sdoppiamento dell’utile e del dilettevole” (“Non posso immaginare Proust che pianta tutto per insegnare a vivere senza mentire, mentre noi russi siamo sempre esposti a questa tentazione”, che non è male).
Nella felicità della bottiglia, che oggi non sarebbe possibile, il proibizionismo è radicale (morale?). Allora, 1980, si poteva ancora ridere, in Italia e su “Repubblica”, dell’accoglienza nel 1961 al “Buon soldato Scvèik”, di cui si dimostrava “che il personaggio tendeva a diventare, da anarchico, comunista, del resto in ossequio a una pia tradizione che risaliva a Erwin Piscator e a Bertolt Brecht…”. Nel saggio sulla “popolarità” tardiva di Popper non teme di dire, dietro la questione dell’irrilevanza delle scienze umanistiche in Italia dopo il 1918, la verità: lo studio sopraffatto dal politicismo. Senza dirlo, se non riservatamente, a chi sa leggere – Nanni non ha vissuto felice. Umberto Eco, che introduce la raccolta curata da Federico Pietranera, lo dice “arrogante nella vita” - ma non si offendeva se lo dicevano “Nani”, che è quasi toscano e non lombardo-ticinese, non gliene fregava, aveva lo stesso sorriso distante.
Enrico Filippini, La verità del gatto

Guerra, processi, mercati: questa sinistra è di destra

È la guerra di sinistra, malgrado le marce, le manifestazioni e i vessilli per la pace? Impossibile, le mamme sono sempre le stesse, che portano i figlietti alle marce con i drappi arcobaleno, le suore, i francescani, gli animalisti, e le tante altre anime buone. È però un fatto: la destra è sempre tentata di andarsene dall’Afghanistan, e non voleva bombardare la Libia, la sinistra marcia entusiasta, specie con Obama. Sui giornali di destra è possibile reperire qualche cifra di quanto le guerre per gli Usa ci costano (sui due miliardi di euro, l’anno), sull’“Unità” o su “Repubblica” no.
L’inversione dei ruoli è ormai un dato storico. Partita con la giustizia politicizzata, che in ambiente occidentale è sempre stata di destra, fascista, maccarthysta, democristiana (indimenticabili gli scoop “Lo specchio”-Andreotti a ogni elezione). E ampliata col mercatismo, cui la sinistra, forse per essere arrivata tardi o impreparata, è stata ed è singolarmente prona, a quella finanziaria dei Soros, che pure annientò l’Italia, a quella della grande distribuzione, a quella della rendita urbana, che da un paio di generazioni ormai sa che dev’essere di sinistra per andare impunita. La sfera privata e il libero giudizio, da sempre il fondamento della democrazia, sono ora perseguiti, ma non da destra come ci si aspetterebbe, da sinistra. Mussolini, che non si può apprezzare in nessun modo, ammetteva le barzellette, ora non più: il controllo, morale, impegnato, progressista, si vuole totale, fino alle imprecazioni involontarie.
Ora la destra, da sempre “amerikana”, mette in dubbio che fare le guerre sia l’unico criterio per essere un alleato affidabile. Gli stessi Usa, a destra e a sinistra, discutono d’altra parte l’opportunità di continuare le guerre in ambiente islamico che in dieci anni sono costate più dell’ultima guerra mondiale. A sinistra no, non si può discutere. A partire dal presidente Napolitano, se ne fa una questione dirimente: bisogna fare le guerre, ogni volta che Washington chiama.
I diritti? La pace? Domina a sinistra il conformismo. Si può pensare questo stato della sinistra come un riposizionamento tattico, a destra, per vincere le elezioni. Ma non c’è strategia, né tattica: è proprio un modo d’essere, spontaneo, viscerale, irragionevole. Pieno di sensi di colpa anche, i processi politici sono la macchia più terribile del comunismo, ma soprattutto di conformismo. Come se la Germania fosse alleato meno affidabile dell’Italia perché non va a bombardare la Libia. Due presidenze (ex) comuniste, di D’Alema al governo e di Napolitano al Quirinale, e due guerre, tra l’altro dannose anche all’Italia.

giovedì 30 giugno 2011

Letture - 67

letterautore

Camilleri - Il segreto della speciale lingua di Camilleri è duplice. È il vocabolario limitato, una lingua semplice. In bocca a personaggi fortemente connotati e immutabili – il vecchio procedimento della commedia dell’arte: le parole a volte astruse per gli stessi parlanti siculo-calabresi sono ripetitive e connotative – ogni personaggio ha i suoi “nomi”. La serie dei “Montalbano” è un piccolo villaggio (gruppo, comunità), con ticchi noti. Un teatro. Dai modi noti e attesi, il teatro dell’arte. In cui indefettibilmente tutti fanno sempre e dicono le stesse cose: un teatro di maschere.
È l’uso anche di un dialetto che non è dialetto, che altrimenti lo renderebbe incomprensibile: è una lingua che usa sonorità e terminazioni dialettali in una costruzione e in un contesto italiani. Che è la lingua parlata al Sud dai borghesi – professionisti, proprietari, gente d’affari (quelli del “circolo”, luogo caro a Camilleri, non necessariamente de nobili o dei borghesi, anche degli sfaticati e perfino dei “compagni”).

Dialetto – Camilleri spiega la sua speciale lingua rifacendosi a Pirandello, che “traduceva”, dice, dal dialetto. E ogni personaggio caratterizzava socialmente. Ma Pirandello non traduceva, parlava (pensava) agrigentino. Anche quando, il più delle volte, non lo scriveva: la lingua è una forma mentis. E quando scriveva caratterizzava, a volte anche socialmente, ogni parlante – si fa così in teatro da Molière in poi, comprese le rappresentazioni metafisiche. Lo fa anche nei racconti, che sono teatro raccontato (facilmente adattabili alla scena). Ma non “adattava” il dialetto, come invece fa Camilleri.
In realtà l’ordine espresso dal dialetto è già un ordine sociale: è anzitutto parlato, e si adatta alla classe, alla campagna, alla città, al quartiere (solo a Roma ci sono almeno quattro dialetti: a Trastevere e San Lorenzo, al Flaminio-Parioli, a San Basilio-Tiburtino Terzo, e uno bastardo nelle aree a forte concentrazione d’immigrati abruzzesi o calabresi), alla zona geografica, alla professione. È cioè, in letteratura, borghese: il dialetto articola la rappresentazione che un borghese si fa della realtà, compresi gli interstizi, derisori, in italiano – fino all’autoironia, certo.
Analogamente il romanesco di borgata in Pasolini, fricchettone, e ora già inespressivo, rispetto a quello letterario (che Pasolini conosceva meglio di ogni altro). O il romanesco di Gadda, che è la lingua (il punto di vista) del Flaminio-Parioli – adattabile a San Giovanni (Merulana), ma sempre tra i professionisti, compresi gli impiegati di concetto e le loro mogli.
Il dialetto è una lingua sociale – non nazionale, neppure nel senso (nei limiti) della tribù, della ragione. E umorale (teatrale). E la fazione prevalente dei suoi umori è di tipo classista.

Giallo - I complotti piacciono. Per la natura del complotto, che si costruisce come un giallo - spiega cioè ogni cosa senza che essa debba essere vera. Una corrente di pensiero vuole del resto il giallo, e dunque il complotto, in ogni forma logica: discenderebbe dalla necessità di causa ed effetto. Heisenberg ce ne vorrebbe privare, così presto - è appena un secolo, un secolo e mezzo contando Poe, che l’umanità si gode il giallo e i piaceri della logica. Ma questo è il difetto dell’epagoge, inductio, che abbisogna di una gran quantità di cose per porre il principio logico, o universale. Quante devono essere queste cose? E la conclusione si può sempre rovesciare. Si può immaginare un giallo fatto di deduzioni e controdeduzioni, che vadano avanti per duecento pagine, quanto il giallo dev’essere lungo. Oppure di un monte di fatti cui si contrappone un altro monte di fatti. Questo è stato fatto spesso in letteratura, il volgare “visto dall’uno visto dall’altro”. Né vale l‘inverso, l’apagoge, che non è, per quanto forbita, onorevole e anzi è fastidiosa. Ne era maestro Socrate, di cui gli ateniesi si liberarono con sollievo. L’apagoge è l’abduzione, la tecnica per cui si assume la tesi dell’interlocutore per vera, ma poi, unendola a qualche altra proposizione nota come vera, se ne trae una conclusione palesemente falsa, in quanto contraddice la natura delle cose (argomento ad rem), oppure le altre affermazioni dell’interlocutore (argomento ad hominem). Si dice che Sherlock Holmes ne sia maestro, e invece è simpatico perché le evita.
Costruzione e decostruzione, struttura e sovrastruttura negano la realtà e la storia. Mentre la proprietà pedagogica del meccano è nota, era nota a tutti i bambini, da tempo La scienza non ha il senso del ridicolo, con tutte le sue scoperte. Con le profondità della psicologia, per esempio, o della biologia, così piatte. Potrebbe essere una buona tecnica, la scienza, e per tale va presa. Per esempio nell’alchimia del potere, che si vuole arcano per quanto è miserevole, si autodistrugge forse più di quanto distrugge. Rovesciare la realtà è ottimo esercizio d’ingegno, ma la prima diavoleria fu, nel paradiso terrestre, dire bene il male e male il bene. La logica, compresa del giallo, è semplice. Sherlock Holmes sa già la verità, non la deve dedurre, cioè dimostrare. Non ci vuole mica molto per capire. Il complotto è la politica, organizzata nei dettagli, governata, coi tiranti, le redini, la frusta, annunciata, prevista, spiegata perfino. Il totalitarismo è furbizia prima che forza, e disegno divino. La bugia è inafferrabile se il suo autore ne è anche il regista: Epimenide cretese, Amleto - non nel caso del bugiardo semplice attore: Pinocchio. Per questo sono inestricabili gli intrighi montati dalla polizia. Però sono manifesti.

Inglese – “Sette”, la rivista del “Corriere della sera”, insegna l’inglese corretto agli italiani ignoranti: “L’inglese maccheronico degli italiani”, titola uno sferzante articoletto oggi. Che così comincia: “Incubi linguistici per top manager moderni. Che nonostante un ruolo e un trend de vie da frequent flyer…”. Da incubo. Per i troppi solecismi, il genere “ne so di più”. E quel “trend de vie” che, oltre che incomprensibile, conferma la scomparsa del francese (il désert, il dépliant, etc,) e, effettivamente, la scarsa conoscenza dell’inglese, malgrado la supponenza (“trend de vie” sta per il francese “train de vie”, stile di vita). La cui corretta pronuncia il settimanale poi così impone: MI-nĐt per minute.... Quando invece gli inglesi non sono (più) spocchiosi.
La lingua dell’impero – dell’Occidente? - è da tempo la lingua franca del mondo, compresi i latini e l’ex terzo mondo. Piena quindi di incrostazioni varie, curvature, derive, di lessico, di grammatica e naturalmente di pronuncia. Più povera e più ricca insieme di senso rispetto all’inglese oxoniano, accademico. La pronuncia in particolare è fortemente sregolata. Si prenda l’inglese degli scienziati, che da più tempo lo praticano come lingua comune: quello dei giapponesi, o dei russi, è quasi un gergo (il sonoro, non lo scritto). O quello dei sudamericani, dei filippini, degli indiani e asiatici in genere, degli africani. Di maccheronico ci sono solo i puristi.

Proverbi – “Ricordati, tadduni, quand’eri sarmentu”, è uno dei tanti proverbi con cui la baronessa Agnello anima i suoi libri – in particolare “La zia marchesa”: ricordati ciocco (tronco, ceppo) quand’eri pollone. Che cosa vuole dire? Niente. La maggior parte dei proverbi non vogliono dire niente: non significano, tantomeno un’etica o una saggezza.
La saggezza popolare cui si richiamano i primi folkloristi, raccoglitori di proverbi e idiotismi, li ha traditi trasformandosi in politica, ideologica, di classe o di partito. Tutte realtà che non c’entrano con la saggezza.

Sherlock Holmes - Letto in chiave comica è di una sicurezza rinfrancante. Non propriamente comica, non si ride, ma ironica. Sottilmente canzonatoria nei riguardi della “realtà”. Che è una, ma fra le tante. È il segreto anche di padre Brown, e delle altre storie a sorpresa di G.K.Chesterston.
È in questa chiave che il giallo di Conan Doyle è sempre una storia dell’inverosimile: Sherlock Holmes immagina, inventa, ribalta, accelera, anticipa, con una sua figurativa consequenzialità, non ancora a nessuna verosimiglianza, anzi sfidandola. La sorpresa per la sorpresa, di cui è il domatore.
Lo Sherlock Holmes di Mark Twain “è capace di scoprire un delitto solo se prima ha preparato un piano, classificato i suoi argomenti e accumulato le prove”. Il “paradigma indiziario” è tipicamente una forma di logica deduttiva, o di ragionamento per formule logiche, che fa riferimento a indizi esterni. È circostanziale, cioè non potrebbe essere un paradigma.
Quando si dice delle storie di Sherlock Holmes (o meglio della detective story all’inglese, o alla Agatha Christie): “Indovinate il colpevole dall’errore che ha commesso”, in realtà si fa riferimento a un errore “paradigmatico”, scelto cioè dall’autore per farvi ruotare attorno l’enigma e la sua storia. Di “errori” in realtà il colpevole potrebbe averne commessi a diecine, anche nelle sue azioni o manifestazioni buone, oltre che in quelle cattive, se volessimo far riferimento a una storia circostanziale. In più della buona o della malvagia volontà, c’è l’incidente, la malattia, la costrizione, un insieme incredibilmente vasto di possibilità. Ed è ciò che fa la storia aperta alla Hammett, o noir.

letterautore@antiit.eu

Gor'kij è un altro

È la prima proposta di un nuovissimo Gor’kij, postsovietico. Per ora senza seguito. A opera della russista Erica Klein, che in poche sapide pagine propone un convincente “altro” Gor'kij, ben diverso da quello dell’oleografia sovietica, e si avvale di una traduzione, a opera di Emanuela Guercetti, che fa di Gor'kij un grande scrittore, che si legge ancora come nuovo: passato alla storia come pilastro del sovietismo, è anche personaggio molto poco conformista.
È vero che a lui è toccato l’onore di tenere a battesimo il “realismo socialista”, al primo congresso degli scrittori sovietici, nel 1934, di cui fu presidente onorario per augusta decisione di Stalin. Ma era lo stesso anno in cui l’amatissimo figlio Max moriva in circostanze misteriose. Gor'kij conosceva dall’interno, prima e meglio di ogni altro, le tortuosità del potere sovietico.
È anche il protagonista di una biografia rifatta. Due volte: nella seconda è il prototipo della storia dell’Enciclopedia Sovietica. Nella prima, di cui questo “Infanzia” è il primo tassello (cui seguono “Tra le gente” e “Le mie università”), è il creatore di una fanciullezza tanto straordinaria da sembrare inventata, alla Dickens, alla Mark Twain, molto colorata nel senso dell’avventura, sebbene da povero tra i poveri, abbandonato, senza istruzione, eccetera. Ed è invece il racconto veridico della sua propria infanzia, coi nomi propri, a patire dal proprio, Aleksej Peškov. Nei cinque anni che visse a Nižnij, col nonno Kaširin. Nell’obbrobrio – la stupidità, l’ubriachezza, la sporcizia, le nerbate per i bambini. E la impensabile antropologia della Russia rurale ancora viva alla vigilia della guerra e della rivoluzione, con la prospettiva rovesciata, vista dal bambino (il buon selvaggio, il primitivo).
Maksim Gor'kij, Infanzia, Bur, pp. 301, € 10

mercoledì 29 giugno 2011

Secondi pensieri - 72

zeulig

Creazione - Ferma il tempo, lo fissa – quella dello spirito o dell’arte. Pirandello (“Quando manca la data di morte”): per l’opera dello spirito “l’esser viva da molto tempo non significa esser molto vecchi, cioè più prossima a morir, ma al contrario”.

Dio – Per Campanella (“Realis philosophia”) è “Seminatore, dell’Esistenza, del potere, della Conoscenza e dell’Amore”. Meno di un Creatore, dunque. Ma in questi tempi vuoti è molto. Una figura simpatica, ecologica – ecocompatibile?

Giustizia - Di giudici John Le Carré dice, in morte del padre (“Sunday Times”, 16 marzo 1986), che hanno presa su un certo tipo di donna, di quelle che scrivono lettere, anche sconvenienti.

Logica – Si può dirla agente doppio del fantastico, dell’insolito . Del reale, invece che dell’ideale. Il romanzo giallo se ne avvale per questo.

Massa, Cultura di – Ha sempre avuto un connotato spregiativo, fin dall’insorgere, come cultura elaborata e proposta dai mezzi di comunicazione di massa, giornali, televisione, cinema, spettacolo. Adorno e la scuola sociologica di Francoforte ne hanno, in questa accezione, fatto il tramite d’eccellenza per il controllo politico e sociale. In Italia l’accezione è diversa, più positiva che negativa, per cultura di massa intendendosi solitamente quella popolare. Un’accezione equivoca, poiché è la cultura di massa – dei mass media – che erode e svuota la cultura popolare. Più di ogni altro fattore omologante, standardizzante: la modernizzazione, l’urbanizzazione, lo sradicamento. Una cultura alta può circonvenire la cultura di massa, una cultura popolare è senza difese.

Non è altro che una cultura del mercato, o di consumo – dei non luoghi, della pubblicità. È in questo senso l’inveramento dell’uomo massa e della società di massa di Nietzsche, uomo massa, società di massa. Ma la società di massa è la società del welfare, del benessere garantito. Senza scuola, sanità, pensione e casa garantite non è possibile la società di massa: urbanizzazioni accelerate e contingenti, produzioni di massa. Non è possibile neanche la società industriale?
Se arretra lo Stato sociale si disarticola la società di massa. E la società industriale. Altrimenti si produrrebbe un impoverimento generale e un disordine che renderebbero ugualmente perenta la società industriale, ordinata cioè e produttiva.

Alain Touraine, studioso della contemporaneità, ci vede naturalmente dei segni positivi. Per il non detto (che non vogliamo dire benché lo vediamo) della globalizzazione: che i quattro quinti dell’umanità finalmente sono usciti dal Terzo mondo.

Popolare – Sta per politico, ideologico, di classe, di partito, anche di fazione. È una deriva artificiosa, strumentale. Rispetto alla prima concezione del popolare, di Michelet per esempio, che lo accomuna a spontaneo, radicato nella tradizione e di largo seguito. La democrazia popolare non ne è stata la sola applicazione, anche la musica popolare e la poesia hanno lo stesso difetto: utilizzano ambiguamente connotazioni opposte al loro essere e al loro scopo.

Sostenibile – Sta per abbondanza, una negatività che va limitata. Si presenta e si presume il contrario, la possibilità di creare abbondanza che non sia distruttiva, un concetto quindi sano di abbondanza. Ma implica una serie di condizioni socialmente e produttivamente restrittive: di accessibilità (prezzo, distribuzione), di selettività (diversificazione costante, moltiplicazione dei consumi), di risorse (finanziarie, tecniche). Tanto più in quanto si pretende di consumo (utilizzo) illimitato privilegiato delle risorse esistenti (le fonti di energia cosiddette rinnovabili ne sono un esempio). A una sommatoria sarà – in parte lo è già – lo spreco dell’abbondanza – delle risorse esistenti.

Spreco – È il senso (la connotazione) delle società ricche negli ultimi quarant’anni: lo spreco delle risorse naturali, pubbliche e anche private. All’ideologia del risparmio e dell’investimento per il futuro (accrescimento, accumulo) è succeduta quella dei consumi, o del tutto subito: sfruttamento illimitato dell’ambiente, sfruttamento illimitato dei beni sociali (sanità, previdenza, assistenza). La stessa ideologia sta dietro la sostenibilità o l’ecocompatibilità: nei fatti è un consumo libero (giustificato, come quello degli anni Settanta e Ottanta, presuntuoso) spostato sui beni immateriali (l’opinione pubblica) e, di nuovo, sociali o statali (la spesa pubblica).

Stupidità – È sovrana perché nessuno può permettersi d’identificarla – tanto meno sanzionarla. Per questo finisce anche vincente, sempre.

zeulig@antiit.eu

Il giornalismo del caro-acqua

“Com’era facile prevedere, il secondo referendum sull’acqua, che cancella la norma del 2006 sulla remunerazione del capitale investito nella misura massima del 7 per cento, viene serenamente aggirato dalla prima azienda pubblica italiana del settore, l’Acquedotto Pugliese”, segnala “serenamente” Massimo Mucchetti sul “Corriere della sera”.
Abbiamo votato al referendum per togliere il cap del rendimento massimo 7 per cento delle tariffe per l’acqua, e ancora non lo sappiamo. Vendola sì, che ha promosso il referendum, e si affretta a trarne beneficio: l’Acquedotto Pugliese praticherà liberamente tariffe che consentano una remunerazione superiore (anche perché bisognerà remunerare Merrill Lynch e le altre banche che hanno sottoscritto obbligazioni dell’Acquedotto al 7 per cento e più). L’equivoco in cui sono stati indotti gli entusiasti del sì è perfino grossolano: in nome del bene naturale inalienabile abbiamo votato per pagare alti interessi alle banche, e per sovvenzionare politici famelici.
Si discute se non è cominciato un nuovo ciclo politico, non più favorevole a Berlusconi, dopo la sconfitta a Milano e nei referendum. Oggi come nel 1974 e il referendum sul divorzio, cui seguirono le regionali del 1975 e le politiche del 1976 che registrarono il boom del Pci, a un voto sotto la maggioranza relativa. Una valanga allora – poi gestita da Berlinguer col grottesco compromesso storico di Andrettoi, dei governicchi senza senso nella peggiore crisi finanziaria e politica dell’Italia, e conclusa nel 1979 con la prima sconfitta elettorale del Pci nel lungo dopoguerra.
È possibile che un nuovo ciclo politico sia cominciato per quanto riguarda Milano. Per il referendum abbiamo perso noi. Quelli che paghiamo l’acqua e, di più, quelli che leggiamo i giornali e votiamo con cognizione di causa: i referendum sono stati un tranello teso all’opinione pubblica da chi di quell’opinione si erge a vestale e difensore, i giornali. Con i banchieri loro padroni, e i giornalisti loro gregari. Non ci sono giornali onesti, si sa (la segnalazione di Mucchetti viene “nascosta” nei commenti di Borsa, di nessun interesse per i lettori di quella rubrica dato che l’Acquedotto Pugliese è orgogliosamente proprietà di Vendola), ma in questo caso si è abbattuto ogni record negativo.
Per un interesse politico? È dubbio, non ci sono giornali, compresa “l’Unità” e forse “il Manifesto”, a favore della proprietà pubblica delle aziende di servizi. Per fare uno sgambetto a Berlusconi, trascinando al voto gli italiani con la scusa dell’acqua per votare contro il legittimo impedimento? Ma è evidente che Berlusconi ci sguazza, in queste cose di “giustizia”. No, hanno taciuto perché è interesse delle banche avere enti locali avidi, grandi prenditori, e comunque pagatori garantiti, in ultima ratio dal Tesoro. Una verità estremamente squallida, ma non ce n’è altra.
Si dirà questa l’epoca della dittatura dei media. In politica, nel costume, negli affari, perfino nella guerra. Avendo subornato o “incravattato” l’opinione pubblica: non ce n’è altra all’infuori dei talk-show, dei giornali, del gossip, delle intercettazioni. Giornalisti insegnano all’università, non soltanto il karaoke. Insegnano il civismo, nuova disciplina – il civismo del pettegolezzo? La Costituzione “materiale”, e perfino l’inno di Mameli.Insegnano pure nelle scuole di scrittura, perché il tutto si tiene. E si vede.

martedì 28 giugno 2011

Pirandello sconosciuto

Pirandello a Parigi. Sembra tutto detto e invece era un altro. Non tanto lui quanto il mondo cui si era legato per più fili, quello di Guido Torre Gherson, ex ufficiale dell’esercito, “massone del Re” e per questo osteggiato dal fascismo, tenutario di bordelli, impresario di ogni genere di teatro e più dell’avanspettacolo e dello spogliarello, musicista, in proprio e con Luigi Russolo, occultista, guaritore, gestore a Parigi di un Circolo della Massoneria, e per otto anni, fino alla morte di Pirandello, suo agente per il mercato angloamericano. Una maschera più che un essere reale, a tratti ubuesca, a tratti inquietante – si voleva in lotta all’ultimo sangue con Logge a lui avverse, e si difendeva prendendo più nomi, travestendosi, nascondendosi (ma sempre viaggiando nei migliori alberghi).
Un personaggio che sembra inventato, questo “ebreaccio” un po’ troppo grasso. Che ebbe il potere di far ridere e insieme irritare Pirandello, che così lo apostrofò talvolta nelle sue lettere inappetenti a Marta Abba, la leonessa fulva. Torre catturò Pirandello nel 1928 alla rappresentazione parigina della “Traviata” che segnò il debutto di Margherita Carosio, allora ventenne, introdotto dai fratelli Isola, due oriundi italiani impresari di teatro leggero che sembrano anche loro inventati. Torre abbordò Pirandello in compagnia di una contessa di Lunelle, detta anche Talc-d’Azur, ex spogliarellista regina del Mogador, il locale officiato dagli Isola. Che sarà la sua compagna per tutti gli anni del rapporto con Pirandello, e poi si dileguerà, dopo i Fronti Popolari del 1936, essendo una probabile – a giudizio del Torre – spia sovietica (e Torre di chi era spia, tra gli emigrati a Parigi, con quella biografia così inventata? facile indovinello).
Anche il Mogador ha una storia che ben figurerebbe nel fogliettone Torre-Pirandello. Il nome è di una località del Marocco, di cui il romanzo “La gioia del giorno” dà succose coordinate: “Nel 1844 il principe di Joinville vi aveva sconfitto il sultano del Marocco. Dalla vittoria prese il nome d’arte Céleste Vénard, che debuttava quindicenne nel bordello di Musset a Parigi, poi ella stessa poetessa e scrittrice di fama, Céleste Mogador, contessa di Chabrillan, che sarà con Garibaldi madrina di un figlio non riconosciuto di Dumas. Essendo stata il centro della porpora per i romani, da cui le isole Porporarie, e piazza portoghese nell’Atlantico meridionale, piazza di schiavi, l’aria di decadenza vi è connaturata. A Mogador il sultano del Marocco sognò il suo Risorgimento e la rifece col nome Essauira, la ben disegnata”.
Pirandello non mancava di contatti diretti con i migliori editori angloamericani e i maggiori impresari teatrali e produttori di cinema, ma Torre seppe prospettargli lucrosi contratti, e anche fargli effettivamente guadagnare qualcosa. In particolare, con Torre nelle vesti di musicista, “Gad Gherson”, e del jazzista Jack Berls, Pirandello mise a punto una commedia musicale, in francese e in inglese, impresaria in America una traduttrice e adattatrice che Torre si era inventata, Irma Bachrach, da cui si aspettava grandi cose. Il titolo è “C’est ainsi” o “Just like that”. Di essa si era saputo finora pochissimo, e invece esiste, quasi a stampa, lasciata in eredità al nipote Paron dallo stesso Torre. Con tanti altri inediti di Pirandello, e un altro musical inedito degli stessi Gherson-Berls, “Rudy”, su Rodolfo Valentino. Delle cose di Pirandello Torre non riusciva ad andare oltre le bozze di copertina, fantasiose bisogna dire, colorate.
Il libro si legge come un’invenzione – un falso letterario (costruito però con ingenuità). Mentre i testi, i progetti, i personaggi e gli eventi narrati sono documentati e reali, e non marginali nella vicenda di Pirandello. Come dire che di lui sappiamo sempre poco, il muso della censura è ancora in funzione.
Paron racconta lo zio. Pedersoli illustra l’archivio da Paron ereditato. E in appendice lega l’esperienza del mondo di guitti e maghi che attorniava Torre a Parigi con la genesi dei “Giganti della montagna”, nel soggetto e nei personaggi, uno per uno, il poeta Cotrone, la C0ntessa etc. Non escluso un sorprendente ribellismo politico di un Pirandello reduce dalla censura in Germania per “Questa sera si recita a soggetto”, e dal fallimento in Italia col Teatro dell’Arte: i nomi delle due famiglie imbarbarite, i Buronzo e gli Arluffi, echeggerebbero l’ira contro Benito e Adolfo.
Giuseppe Paron, Giacomo Sebastiano Pedersoli, Un amico di Pirandello, Edizioni Fondo Torre Gherson, pp. 224 €15

In Persia, per smettere di “vivere contro di sé”

Troppo ricca e viziata, troppo bella, troppo androgina, e ora si può dire troppo brava scrittrice per i suoi tempi, che la ritennero non meritevole di pubblicazione. Anche il suo alter ego Klaus Mann. Anche quando la raccomandava Thomas Mann. Si leggono questi racconti, recuperati e tradotti alcuni anni fa da Melania Mazzucco, che li situa con una corposa presentazione (tanto golosa, dotta, piena di sorprese, quanto singolarmente sgrammaticata) come se fossero nuovi e contemporanei, anche se risalgono agli anni 1930, e l’Oriente che ritraggono dovrebbe essere del tutto mutato. "Storie di esuli - alcuni volontari, altri controvoglia" (Mazzucco). Racconti secchi, al modo di Hemingway (allora al modo di Gertrude Stein). In una Persia dove smettere di “vivere contro di sé”.
Il raccontino “Tre giorni d'alba” (da intendere “Tre giorni all'alba”, secondo il “calendario” delle caserme e delle prigioni) è un formidabile ritratto dell’imperialismo stracione e del “lavoro italiano nel mondo”.
Annemarie Schwarzenbach, La gabbia dei falconi, Bur, pp.235, 8,80

lunedì 27 giugno 2011

Col Pci senza socialismo, caso unico in Europa

Si fa la scissione comunista nel gennaio 1921 a Livorno nell’ipotesi che l’Italia sia matura per la rivoluzione. Così dicono i compagni della terza Internazionale o Komintern, un’Internazionale già russificata, ben prima di Yalta, e così è. Gramsci e Bordiga animano la scissione “anche se”, dice Spriano, “sono tutt’altro che convinti che in Italia si sia alla vigilia di una rivoluzione”. Ma lo storico poi conferma, nel saggio centrale di questa raccolta “Sulla rivoluzione italiana”, le ragioni della scissione di Livorno – è il titolo del saggio stesso.
Il nodo centrale del socialismo mancato in italia, e della storia d’Italia nel Novecento (e della Germania), è la “scissione di Livorno”, la divisione dei socialisti in due partiti aspramente avversi. Che aprì la strada nazifascismo (in Germania molto dopo che in Italia perché i socialisti bene o male, dopo la Novemberrevolution, governavano). La divisione ha poi segnato i settant’anni del secondo dopoguerra, nell’irrilevanza politica dei due partiti, se non come gregari della Dc, fino alla loro obliterazione, caso unico in Europa (in Germania il secondo dopoguerra fu segnato dalla divisione, che praticamente annientò il partito Comunista, prima e dopo la riunificazione, riconducendo i socialisti a una sostanziale unità all’interno del partito Socialdemocratico).
Spriano certifica in questi saggi tutti i fenomeni deleteri legati alla scissione: la faziosità, il kominternismo (si può dire subordinazione a Mosca?), il frazionismo a catena. Ma non ne coglie il significato storico, la sterilizzazione politica del socialismo (eccetto che per alcune fasi del centro-sinistra - riconoscimento che però non si può pretendere da uno storico del Pci). Più che fare storia gli interessa dare ragione sempre e comunque al Partito. Si legge così retrospettivamente come un giornalista dell’“Unità”, naturalmente argomentato, un burocrate. Che non è colpa personale, l’uomo non era fazioso (nel successivo “Le passioni di un decennio (1946-1956” lui stesso riconoscerà questo limite), ma un dato politico – è l’essenza del togliattismo. Purtroppo perdurante, anche se di socialismo in Italia non c’è più neppure l’ombra, caso ancora unico in Europa.
Il progetto di Togliatti era semplice e non celato: monopolizzare la storia contemporanea. Che sembra eccessivo e anche ridicolo, ma così è stato, e anzi è – il controllo è se si può oggi più ferreo (gerarchico, totale) sull’“opinione pubblica”: media (basta vedere o ascoltare la Rai), editoria, scuola, giustizia. Rifare la storia, degli avvenimenti, dei personaggi, era specialità sovietica, già da Lenin e fino a Brezenev - di forte caratura, bisogna riconoscere (resta sempre da fare la storia del kominternismo, di Willi Münzeneberg, pure così appassionante).
Paolo Spriano, Sulla rivoluzione italiana

Problemi di base - 65

spock

La scienza è noia per gli scienziati della scienza, miliardi di particolari insignificanti o inutili, mentre è meraviglia costante per i profani, e gli scienziati: è Dio uno scienziato della scienza?

Se la morte non è un fatto della vita (Wittgenstein), allora ci sono fatti nella morte?

Se l’ieri non è domani, che cos’altro è? E il domani?

Perché bisogna dire pane al pane, se le cose non hanno nome? Ci può essere un’etica senza una logica, seppure linguistica?

Perché Caldoro appicca il fuoco all’immondizia a Napoli? Per farsi scoprire poi da un Lepore, nomen omen?

La Yamaha senza Valentino Rossi vola, la Ducati con Valentino arranca? Dov’è il problema?

Alonso, bravo, bello e simpatico, stravinceva con ogni macchina che gli capitava di pilotare. Arrivato alla Ferrari, è sempre bravo, bello e simpatico ma non vince più: dov’è il problema?

Montezemolo prezzemolo?

Non avrà messo un Bisignani nel motore della Ferrari?

spock@antiit.eu

domenica 26 giugno 2011

L’immondizia di Napoli sull’Italia

Internet è pieno di video degli assaltatori di notte sui rifiuti di Napoli. Tutti in maschera ma non irriconoscibili. E tutti di estrema violenza: impediscono agli autocampattatori la raccolta dei rifiuti, appiccano il fuoco dove i mucchi sono più consistenti, con minaccia grave alla salute - anche i rifiuti napoletani combusti, sebbene non sia più di moda ricordarlo, producono diossina. Ma nessuno dà loro la caccia, neanche come ignoti. Il serafico Procuratore Capo Lepore e il suo sostituto Curcio, quello di Bisignani, non trovano anzi di meglio che inquisire il presidente della Regione Campania Caldoro, per “epidemia colposa”. Un imbattibile duo, bisogna dire, se ha scovato i nuovi untori della nuova peste napoletana. Anzi uno, l’uomo di Berlusconi a Napoli.
Si può restare allibiti, e anche indignarsi. Ma a Napoli e per Napoli è inutile. Il problema è l’Italia, l’evidente trabordare della spazzatura napoletana in due settimane su tutto il Paese, dell’immoralità profonda, della criminosità, dei suoi amministratori e dei giudici loro complici, della strafottenza, dell’incredibile arroganza per cui tutti devono prendersi i rifiuti della città eccetto la città stessa – era facile previsione di questo sito e non ha mancato di avverarsi, la scoperta di Napoli non è recente. Ma, è questo il problema, onorevole Vietti, presidente Napoletano, Csm tutto intiero: non c’è più il reato di omessa denuncia di un reato, tanto più in flagranza di reato? Tanto più se si è nella polizia giudiziaria, e anzi a capo di essa? Che ci stanno a fare tutti questi procuratori della Repubblica a Napoli che non prendono nessun delinquente e non lo cercano neanche? Le telefonate di Bisignani? Le telefonate di Bisignani sono roba seria, lo assicura lo stesso Procuratore Capo. Tato seria, si vede, che non gli lascia il tempo se non di incriminare Caldoro, troppo ingenuo per questi Procuratori della Repubblica.
È impensabile una giustizia complice dei violenti. Se non, come pare, del crimine organizzato che taglieggia la città e l’Italia con i rifiuti. Ma è quello che succede a Napoli, senza alcun dubbio: sono tre anni, gli anni di Lepore, che questa delinquenza spadroneggia indisturbata. La giustizia politica sarà stata il danno peggiore inflitto da Napoli all’Italia tutta, da vent’anni a questa parte, a Nord e a Sud. Ma c’è anche la giustizia incapace. Protetta, è vero, purtroppo al vertie delle istituzioni. E si ritorna alla politica.

Ombre - 93

Amnesty International ha cercato per tre mesi le prove degli stupri perpetrati dai soldati di Gheddafi e non le ha trovate. Pur aggirandosi liberamente tra i nemici di Gheddafi. Ma continua a cercarle con impegno, assicura la responsabile italiana. Perché? Gli stupri sono stati denunciati dal segretario di Stato americano Hillary Clinton: anche Amnesty è amerikana?

Il sindaco di Napoli De Magistris si fa fotografare domenica con vezzoso ombrellino al Gay pride. Il sindaco ha bisogno di svagarsi, è naturale, ma fa caldo a Milano a giugno. O è a un altro Gay pride, che magari si è tenuto si è tenuto a Napoli? Tra le immondizie, a rischio infezioni?

Il Louvre nega a Firenze la “Gioconda”: rischioso trasportarla. Ma Gian Antonio Stella non scrive un’articolessa di prima pagina, e nemmeno un breve articolo in pagina interna, contro il Louvre come quella che scrisse contro Reggio Calabria che non vuole mandare in giro i Bronzi. Nemmeno il suo giornale, il “Corriere della sera”, questa volta si scandalizza. Forse perché il sindaco di Firenze è toscano e non veneto come Stella e il ministro Galan, che voleva usare i Bronzi? Siamo alla patria veneta.

Ruggiero Palombo, l’ex vice direttore della “Gazzetta del Sud” che cinque anni fa aveva tirato la volata all’Inter contro la Juventus – insieme con l’altro napoletano illustre, il direttore del “Mattino” Mario Orfeo – avendo accesso privilegiato alla Procura della sua città, ora, sempre sulla “Gazzetta dello Sport”, dice che il Procuratore del calcio Palazzi deve “fare i conti col materiale che cinque anni fa chissà perché e da chi non gli era stato messo a disposizione”.
Ma il chi non sarebbe lo stesso Palombo – insomma il giudice suo referente? E Perché ora Palazzi deve fare i conti, la Juventus promette di più – di più dell’Inter (Palazzi deve decidere se lo scudetto della Juventus assegnato all’Inter dagli interisti Guido Rossi e Borrelli non debba essere revocato)?

L’Inter prende Gasperini come allenatore ma non i suoi collaboratori Rampulla e Ventrone perché, fa sapere, “troppo juventini”. E Gasperini, che alla Juventus è stato una vita? A Milano si può dire tutto.

Il video è Ansa, che mostra le violenze degli insorti libici contro la popolazione, quindi neutro – anche se l’agenzia nazionale è di sinistra. Non ci vuole molto per sapere che non è in corso in Libia una battaglia di libertà, ma il solito scontro per il potere. Né il “Corriere della sera” né “la Repubblica” lo rilanciano sui siti, né ne stampano sulla carta le immagini raccapriccianti, non ne parlano nemmeno: la guerra non riguarda i grandi giornali? O non se ne deve parlare?

Il timing è perfetto per lanciare Luigi Bisignani con tutte le sue confidenze: è estate e si usano le confidenza a paginate, con supplementi. Ma, dice il Capo della procura di Napoli Lepore, “sto leggendo cose assurde sui giornali, questa è un’indagine seria”. La sua Procura è infatti specializzata in indagini non serie, le telefonate dell’ex direttore di Rai Uno, che aveva deciso d fare di Napoli il suo centro principale di produzione, le confidenze di una prostituta che sembravano dovessero far cadere il governo e si sono perse nel nulla, e la vecchia inchiesta con Moggi e la Juventus, per la quale non si trovano giudici che li condannino. Giudici napoletani, che è tutto dire.

In tutti i telefilm l’ispettore o il sergente apre ogni conversazione dicendo il suo nome e mostrando il tesserino. Il ministro Prestigiacomo invece è stata interrogata da due sottufficiali di polizia giudiziaria d cui non sa nulla. Alla fine ha chiesto i loro nomi e i due sottufficiali hanno messo la richiesta a verbale. Per la gioia golosa di Fiorenza Sarzanini. La quale è cronista giudiziaria principe del “Corriere della sera” e ne fa oggetto di accurata informazione sul giornale.

sabato 25 giugno 2011

Consigli da Londra, la Milano inglese

Due o tre giorni di attacchi all’Eni, grazie alla pronta disponibilità della Procura milanese, per il gas di Kashagan nel Kazakistan, poi più nulla. Solo sul”Corriere della sera”, non sul “Sole 24 Ore” né su “Repubblica”. Con accuse tanto gravi quanto confuse. È stato un tentativo di speculare sul titolo? È stato un attacco all’ad di Eni Scaroni, in favore di un candidato che ancora non sappiamo? Tutto è possibile, ma accusare l’Eni di corruzione in Kazakistan e in Iraq, dove tutto si deve comprare, è soprattutto un tiro mancino. Tanto più che il dossier girava da tempo, prima ancora della supposta indagine della Procura milanese, e si dava per scontato che fosse opera dei concorrenti del gruppo italiano, Shell o Bp, che in Kazakistan e Iraq evidentemente pagano gli interlocutori sbagliati.
Non è per caso che l’Eni è rimasto per sessant’anni alla porta in Iraq, feudo (ex) britannico – benché avesse perfino congegnato la fornitura di una centrale atomica a Saddam Hussein (poi distrutta da Israele). E non è il solo caso in cui Milano, e il “Corriere della sera” in particolare, fanno da cassa di risonanza agli interessi britannici. È prassi normale amplificare ogni critica, buona o cattiva che sia, dell’“Economist” e del “Financial Times”, i giornali delle banche britanniche, contro la finanza pubblica o società italiane. Siamo entrati ultimamente su spinta milanese in una guerra, alla Libia, che si sa montata di sana pianta dai servizi britannici, con proprio uomini sul terreno, e molte armi – la Francia ha preso l’iniziativa contro Gheddafi per non farsi scavalcare dalla Gran Bretagna.
Non c’è scandalo, Nel senso che non è una novità. “Consigli da Londra, la Milano inglese”, titolava un mese fa il “Corriere della sera”. Era sembrato un eccesso, forse ironico, di provincialismo. Ma potrebbe ben essere la verità: si fanno gli affarucci, non dichiarati, non onesti, a Londra come a Milano. Ma Milano non “vende” nulla a Londra, né dritte né dossier velenosi, mentre se ne fa terminale. E fa riemergere l’ombra di quando, nel 1960, lo stesso “Corriere della sera”attaccava, per la penna illustre di Indro Montanelli, l’Eni coi le carte fornite dai servizi segreti francesi (questa è storia, fanno male i biografi di Montanelli a non tenerne conto): In particolare Montanelli attaccò personalmente il presidente dell’Eni Enrico Mattei, che poco dopo farà una brutta fine.