martedì 13 gennaio 2026
In montagna, con Pavese, tra i tedeschi
Nel 2013, a 87 anni, il “creatore” della sociologia italiana (sua la prima cattedra in materia, nel 1960, a Roma) ha scritto e pubblicato questo ricordo del suo primo viaggio in America. Della decisione di abbandonare Adriano Olivetti sul letto d’ospedale, che tanto lo teneva in considerazione, e Cesare Pavese, che lo aveva voluto alleato nell’“aggiornamento” di Einaudi (la famosa collana viola, di scienze umane). Non ha 25 anni, ha già un notevole passato, è in Olivetti e Einaudi con una ricca biografia di creatore a animatore di riviste, nel vercellese (è di Palazzolo Vercellese), lo scultore Carlo Fait ne ha fatto il busto, in bronzo, già ai 18 anni, nonché di attivista politico, con già una delusione all’attivo: il ’48 è stato “un disastro” per un socialista come lui, benché “frazionista”, per il settarismo del Pci. L’America è la scelta di proseguire gli studi, lasciando la politica.
lunedì 12 gennaio 2026
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (620)
Giuseppe Leuzzi
“Il ‘padrino’ era la brutta traduzione italiana – e
certamente ‘nordica’ - di ‘The
Godfather’, che qualsiasi meridionale italiano avrebbe tradotto ‘Il compare’” –
Goffredo Fofi, “Arcipelago Sud”.
Si sequestra cocaina in
container a Gioia Tauto come a Genova e a Livorno, ma il “centro del traffico”
è a Gioia, anche se i carichi presi a Genova e Livorno sono superiori. Senza
contare che Gioia Tauro è un porto di smistamento, non un terminale. Mentre a
Genova e Livorno si scaricano container per clientela determinata – che
utilizza quello perché in qualche misura vi è protetta.
Un quadro delle “liti fiscali”
nel 2025 fatto dal “Sole 24 Ore” mostra una prevalenza netta delle regioni
meridionali – insieme col Lazio - in numeri assoluti e, peggio, per numero di
residenti: Campania 36.049, Sicilia, 31.473, Lazio 22.820, Calabria 17.917, Puglia
8.883. Ma sono ricorsi soprattutto per la Tari e l’Imu. Cioè per le case
abbandonate, da decenni se non da generazioni. Il Sud è spopolato, che i Comuni
pretendono tassare sulla carta.
Sulla Tari pesano anche, si
vede a Roma, i ricorsi degli esercizi commerciali, che sono tassati per cifre
spropositate ma senza un servizio minimamente adeguato.
Emigrare è
viaggiare – o rinascere
“È vero che si parte, anche
senza saperlo, per trovare qualche cosa che si è perduto, n bene andato
smarrito, ma non si trova la cosa desiderata, il valore sognato. Se ne trova un
altro. Ma non si sa ancora che cosa sia, che cosa comporti. Di fatto, si parte
alla ricerca della propria identità, smarrita o debole o confusa, ma nel corso
del viaggio le esigenze e le caratteristiche dell’identità che si va cercando
cambiano, inevitabilmente; si fanno nuovi incontri; alla fine del viaggio ci si
ritrova con una nuova, inedita, inaspettata identità. Uno parte alla ricerca di
se stesso e finisce per trovare un altro che non gli somiglia, uno sconosciuto,
un intruso….
“Il viaggio decongela l’identità, la rende mobile,
itinerante, problematica. In questo senso il viaggio, anche il più banale dei
viaggi per le vacanze di massa, ha un effetto di deritualizzazione
dell’esperienza personale, che può, al limite, intaccare i modi consueti
dell’esperienza psichica e religiosa, provocarne un riorientamento profondo” -
Franco Ferrarotti nell’aureo libretto “1951: oltre l’oceano”, un riordinamento
in tarda età delle prime esperienze di vita, fino al volontario distacco in
America.
Forse una
nascita sola non basta, si vuole-deve riprovare. Ricostituire l’atto della
nascita, in autogestione-autogestazione, una sorta di autofertilizzazione di se
stessi. Si emigra anche di poco, dal paese alla città, ora anche all’inverso, dalla
periferia al centro, o all’inverso, di pochi chilometri e addirittura di metri,
da un quartiere all’altro, da una strada all’altra dello stesso quartiere. Riproponendo
abitudini in un nuovo contesto, oppure mutandole. Per un bisogno di autorealizzazione
oppure di scoperta? O delle sue cose insieme, ci si realizza scoprendosi –
cambiando scena, recitazione, soggetti.
Si emigra
– si cambia – anche solo per l’attrazione dell’ignoto, quando si presenta promettente.
Per una forma di curiosità. Nuovi mondi non necessariamente sono migliori. Ma bisogna
provare.
La fame a Palermo
Al Sud la guerra finì prima,
nel senso delle privazioni, della fame, già dopo l’8 settembre. Ma c’era fame
ancora negli anni 1950, a Palermo, la capitale della Sicilia. Ricordando Danilo
Dolci, in “Arcipelago Sud” (p. 94), Goffredo Fofi racconta: “A Trappeto”, oggi resort
marino, a metà strada tra Palermo e Trapani, “vide un bambino che morì per
denutrizione, fatto non insolito in quegli anni e luoghi di fame, ed è successo
anche a me di vedere dei bambini morire di stenti, a Palermo. Ricordo sempre
che i bambini di Cortile Cascino, anche piccolissimi, con le loro piccole
unghie grattavano la calce dalle mura delle baracche e la mangiavano; ne parlai
con un amico medico che mi spiegò che il calcio è fondamentale per la
formazione delle ossa, e che i bambini erano guidati dall’istinto”.
Dolci scese
a Palermo nel 1952. Fofi nel 1956.
La rendita è
finita, e il capitale non se la passa bene
“Riscoprire in sé il Sud e
tendere sopra di sé un chiaro, splendido, misterioso cielo del Sud;
riconquistare la salute meridionale…. Diventare più vasti, più sovranazionali,
più sovraeuropei, più orientali, infine più greci”. Non era molto tempo, è il
Nietzsche filologo a Basilea, quando se ne stancò, 1879.
“La rendita non basta più,
bisogna intaccare il capitale”, la vecchia litania dei vecchi zii sfaticati -
quelli del circolo dei nobili-notabili-borghesi di Salvemini, Brancati,
Sciascia (e di Camilleri, con qualche virtù) – non basta più. Il capitale è da
tempo che non è più intonso, dal leghismo e anche prima. La simpatia ne era
anche parte.
La simpatia si deve alla
necessità che il Nord ha avuto e ha, i Nord hanno avuto, di un Sud meno
tenebroso. Le Hawaii hanno prosperato solo su questo (modesto e remoto,
modestissimo e remotissimo) capitale, o Tahiti e Bora Bora. Accessibili,
parlanti. Mentre il Sud si macera nell’(auto)rifiuto, invece di farsene una
copertina leggera, rinfrescante. Arcigno invece che simpatico, preso al laccio
della (reciproca) insofferenza.
Sudismi\sadismi –
Se tutto è mafia
“Se non fosse che c’è una cosa
molto forte a tenerli insieme, il Nord e il Sud, essi si sarebbero scollati
ancora di più ed è, semplicemente, la Mafia. Con la M maiuscola, come di
dovere, perché con questa parola s’intende quel complesso di rapporti oscuri di
potere che «fanno Mafia», cioè il legame stretto della Mafia con: a) la
politica; b) le banche (il capitale finanziario). Tramite queste alleanze la
Mafia (o Camorra, o ‘Ndrangheta) è uno dei collanti più forti della Nazione, e
tiene insieme Nord e ud e media i rispettivi interessi” - Goffredo Fofi, che
tutta Italia ha conosciuto di prima mano, avendo vissuto e operato a Palermo,
Torino, Milano, Roma e Napoli, in “Arcipelago Sud”, p. 36.
Dal tutto mafia non ci si
salva. Fofi si cautelava: “So di esagerare, naturalmente, ma poiché mi pare che
ben pochi sembrino accorgersi delle mutate condizioni socio-storiche al nostro
interno e del rilievo che esse potrebbero avere in futuro, o comunque del peso
che esse hanno su ogni nostra possibilità/capacità riformatrice, la
provocazione può servire più dell’analisi”. Una provocazione dunque, ma agisce
da capestro e condanna del Sud, irredimibile.
Cronache della
differenza: Napoli
Dopo la sagra dei parenti alla
Regione Campania – tutti eletti - la foto compiaciuta di gruppo dei capigruppo
in consiglio regionale, ben 13, e tutti maschi. Si dice tanto di Napoli, ma che
manchi il senso del ridicolo no.
Certo, molto capigruppo e
molti parenti non sono napoletani, sono campani. E la differenza è grossa.
Misurare la differenza fa Napoli, città capitale, e le province campane, con
quella, poniamo, tra Milano e le province lombarde, o tra Roma e il Lazio,
quanta somiglianza altrove e in Campania invece no, dovrebbe essere esercizio
istruttivo.
Omaggiata da Daniela Santanché
con false borse Hermès-Kelly, che poi aveva riciclato, Francesca Pascale, l’ex
compagna di Berlusconi, spiega sul “Corriere della sera” le sue ansie quando
“mi hanno chiamata dal negozio. Pensavo: tra una napoletana e una cuneese a chi
crederanno?”
Il più appassionato e continuo
interprete di Napoli a teatro, a Napoli, è un palermitano, Roberto Andò. Ora
con “Non posso narrare la mia vita”, su Enzo Moscato. Sul filosofo poeta,
drammaturgo e regista che per ultimo ha fatto teatro a Napoli, città teatrale –
animatore della “nuova drammaturgia napoletana” degli anni 1980. Dei “tipi” di
napoletano, quelli che lasciano la città pur restando napoletanissimi (Totò,
Eduardo, Pino Daniele, La Capria) e quelli che restano. Questi sono finiti con
Moscato?
S’inaugurano a Roma due
stazioni della metro, dopo dodici anni di lavori, dove sono esposti reperti
archeologici. Una delle due stazioni dal nome altisonante, Colosseo. Si spiega
così l’euforia dei media - per stazioni poi poco funzionali e scomode,
come la altre della metro Roma. Ma senza mai menzionare la metro di Napoli, che
da tempo anima con l’archeologia le tetre stazioni.
Il paragone che si fa è
“sembra New York”. Che vuol dire ignoranza – la metro di New York come esempio,
che è la più inquietante. Ma anche che Napoli è fuori rotta.
Goffredo Fofi, napoletano
d’adozione, ha a proposito di Marotta (il ritratto è ora in “Arcipelago Sud”)
la “«piacioneria» partenopea”. Per dire: “Napoli è una miniera di volti e di
storie appassionanti, ma anche di quella superficialità che vuol essere per
forza simpatica, che spingeva Pasolini, che pure l’amava, a distinguere, come
egli diceva, tra «napoletani» e «napoletanini»”. Napoli in -ino, non si
penserebbe - è una città che va di corsa, anche quando sta ferma.
Sempre Fofi rievoca Natale
Montillo, il proprietario di un cinema a Castellammare di Stabia che si fece
distributore e anche produttore (“c’è il neorealismo, a Napoli si fanno film
con quattro soldi girando nelle strade, li posso fare anch’io”): “E si inventò la
Sap Film, che voleva dire Sant’Antonio Proteggimi Film”.
L’angelo della storia di Walter Benjamin è rivolto
all’indietro. Fuori di metafora, Napoli è capace del miracolo all’incontrario:
Casal di Principe, da tempo epitome irredimibile del malaffare, era – è – al
cuore della Terra di Lavoro, nomen omen. Che, anch’essa, è diventata
Terra dei Fuochi, di veleni sparsi nei campi. A volte si pensa che siano storie
inventate – il progresso al contrario, la povertà che viene con la ricchezza.
Sulla Tari pesano anche, si vede a Roma, i ricorsi degli esercizi commerciali, che sono tassati per cifre spropositate ma senza un servizio minimamente adeguato.
“È vero che si parte, anche senza saperlo, per trovare qualche cosa che si è perduto, n bene andato smarrito, ma non si trova la cosa desiderata, il valore sognato. Se ne trova un altro. Ma non si sa ancora che cosa sia, che cosa comporti. Di fatto, si parte alla ricerca della propria identità, smarrita o debole o confusa, ma nel corso del viaggio le esigenze e le caratteristiche dell’identità che si va cercando cambiano, inevitabilmente; si fanno nuovi incontri; alla fine del viaggio ci si ritrova con una nuova, inedita, inaspettata identità. Uno parte alla ricerca di se stesso e finisce per trovare un altro che non gli somiglia, uno sconosciuto, un intruso….
“Il viaggio decongela l’identità, la rende mobile, itinerante, problematica. In questo senso il viaggio, anche il più banale dei viaggi per le vacanze di massa, ha un effetto di deritualizzazione dell’esperienza personale, che può, al limite, intaccare i modi consueti dell’esperienza psichica e religiosa, provocarne un riorientamento profondo” - Franco Ferrarotti nell’aureo libretto “1951: oltre l’oceano”, un riordinamento in tarda età delle prime esperienze di vita, fino al volontario distacco in America.
Forse una nascita sola non basta, si vuole-deve riprovare. Ricostituire l’atto della nascita, in autogestione-autogestazione, una sorta di autofertilizzazione di se stessi. Si emigra anche di poco, dal paese alla città, ora anche all’inverso, dalla periferia al centro, o all’inverso, di pochi chilometri e addirittura di metri, da un quartiere all’altro, da una strada all’altra dello stesso quartiere. Riproponendo abitudini in un nuovo contesto, oppure mutandole. Per un bisogno di autorealizzazione oppure di scoperta? O delle sue cose insieme, ci si realizza scoprendosi – cambiando scena, recitazione, soggetti.
Si emigra – si cambia – anche solo per l’attrazione dell’ignoto, quando si presenta promettente. Per una forma di curiosità. Nuovi mondi non necessariamente sono migliori. Ma bisogna provare.
Al Sud la guerra finì prima, nel senso delle privazioni, della fame, già dopo l’8 settembre. Ma c’era fame ancora negli anni 1950, a Palermo, la capitale della Sicilia. Ricordando Danilo Dolci, in “Arcipelago Sud” (p. 94), Goffredo Fofi racconta: “A Trappeto”, oggi resort marino, a metà strada tra Palermo e Trapani, “vide un bambino che morì per denutrizione, fatto non insolito in quegli anni e luoghi di fame, ed è successo anche a me di vedere dei bambini morire di stenti, a Palermo. Ricordo sempre che i bambini di Cortile Cascino, anche piccolissimi, con le loro piccole unghie grattavano la calce dalle mura delle baracche e la mangiavano; ne parlai con un amico medico che mi spiegò che il calcio è fondamentale per la formazione delle ossa, e che i bambini erano guidati dall’istinto”.
Dolci scese a Palermo nel 1952. Fofi nel 1956.
“Riscoprire in sé il Sud e tendere sopra di sé un chiaro, splendido, misterioso cielo del Sud; riconquistare la salute meridionale…. Diventare più vasti, più sovranazionali, più sovraeuropei, più orientali, infine più greci”. Non era molto tempo, è il Nietzsche filologo a Basilea, quando se ne stancò, 1879.
“La rendita non basta più, bisogna intaccare il capitale”, la vecchia litania dei vecchi zii sfaticati - quelli del circolo dei nobili-notabili-borghesi di Salvemini, Brancati, Sciascia (e di Camilleri, con qualche virtù) – non basta più. Il capitale è da tempo che non è più intonso, dal leghismo e anche prima. La simpatia ne era anche parte.
La simpatia si deve alla necessità che il Nord ha avuto e ha, i Nord hanno avuto, di un Sud meno tenebroso. Le Hawaii hanno prosperato solo su questo (modesto e remoto, modestissimo e remotissimo) capitale, o Tahiti e Bora Bora. Accessibili, parlanti. Mentre il Sud si macera nell’(auto)rifiuto, invece di farsene una copertina leggera, rinfrescante. Arcigno invece che simpatico, preso al laccio della (reciproca) insofferenza.
“Se non fosse che c’è una cosa molto forte a tenerli insieme, il Nord e il Sud, essi si sarebbero scollati ancora di più ed è, semplicemente, la Mafia. Con la M maiuscola, come di dovere, perché con questa parola s’intende quel complesso di rapporti oscuri di potere che «fanno Mafia», cioè il legame stretto della Mafia con: a) la politica; b) le banche (il capitale finanziario). Tramite queste alleanze la Mafia (o Camorra, o ‘Ndrangheta) è uno dei collanti più forti della Nazione, e tiene insieme Nord e ud e media i rispettivi interessi” - Goffredo Fofi, che tutta Italia ha conosciuto di prima mano, avendo vissuto e operato a Palermo, Torino, Milano, Roma e Napoli, in “Arcipelago Sud”, p. 36.
Dal tutto mafia non ci si salva. Fofi si cautelava: “So di esagerare, naturalmente, ma poiché mi pare che ben pochi sembrino accorgersi delle mutate condizioni socio-storiche al nostro interno e del rilievo che esse potrebbero avere in futuro, o comunque del peso che esse hanno su ogni nostra possibilità/capacità riformatrice, la provocazione può servire più dell’analisi”. Una provocazione dunque, ma agisce da capestro e condanna del Sud, irredimibile.
Dopo la sagra dei parenti alla Regione Campania – tutti eletti - la foto compiaciuta di gruppo dei capigruppo in consiglio regionale, ben 13, e tutti maschi. Si dice tanto di Napoli, ma che manchi il senso del ridicolo no.
Il paragone che si fa è “sembra New York”. Che vuol dire ignoranza – la metro di New York come esempio, che è la più inquietante. Ma anche che Napoli è fuori rotta.
leuzzi@antiit.eu
Virginia sedotta dall’aristocrazia
Il rapporto di Virginia Woolf con la più giovane
esuberante Vita Sackville-West nel diario e nelle lettere della scrittrice. Anche
Vita era scrittrice, di libri già di successo quando le fecero conoscere
Virginia, che aveva dieci anni di più ma poche scritture. Ed era sposata, con
figli, molti amanti, uomini e donne (le note al volumetto sono una successione
di amanti), e viaggi avventurosi, p.es. in Persia, a cavallo. Si direbbe una virago, ma faceva innamorare, evidentemente.
Virginia passa dalla repulsione - “baffuta”, ”florida”,
“tendenza al doppio mento”, “colorata come un pappagallo”, “mascolina”, “generosa
e feconda” ma “poco intelligente” - al richiamo inappellabile. Effetto dell’aristocrazia
– Vita ha “tutta l’agile disinvoltura dell’aristocrazia”.
Virginia è lesbica. Vita sarà “Orlando”. Che non è il
successo di vendite sperato, per essere stata presentata come “biografia”, Ma
non per una “razza” particolare: “Una donna ha scritto che deve fermarsi e
baciare la pagina quando legge O(rlando) – una della tua razza,
immagino. La percentuale di lesbiche è in aumento negli Stati Uniti, tutto
grazie a te”. Poi, cinque anni dopo, il rapporto si raffredda. Il 25 aprile 1930
l’entusiasmo è ancora alle stelle, dopo avere ascoltato Vita alla radio: “Come
diavolo hai imparato l’arte di essere sottile, profonda, umoristica, arcigna,
schiva, satirica, calorosa, intima, profana, colloquiale, solenne, sensibile,
poetica, e un caro vecchio sciatto cane da pastore – alla radio?... un trionfo”.
La lettera del 18 marzo 1933 è un richiamo appassionato, ma comincia con un “be’,
ti ricordi di me?”, Il 22 novembre è una lettera di solitudine: “Oh infedele, perché
tutti hanno un libro e io no? Non ti ho dato Flush e Orlando? Non
sono anch’io un critico, non sono una donna? Non ti interessa quello che dico?
Non sono niente per te, fisicamente, moralmente, intellettualmente?” Cinque anni
dopo, il 4 agosto 1938, l’incontro c’è ma è un addio.
Virginia Woolf, Se t’immagino qui sono molto felice,
Garzanti, pp.95 € 5,90
domenica 11 gennaio 2026
E Salvini si fece due banche
Il governo delle banche è più arduo che non quello del non brillante,
seconde le agenzie di rating, debito pubblico – si parla dell’Italia? Sembrerebbe,
a giudicare dalla politica del ministro leghista (identitario, nazionalista) dell’Economia,
Giorgetti. Perché consegna Bpm al Crédit Agricole, che non è più solido, né più
esposto al credito, né più italiano di Unicredit. Il cui interesse per Bpm invece il ministro ha
bloccato con colpi bassi. Al punto da provocare una reprimenda della commissione
di Bruxelles – che la comune militanza politica con la commissaria portoghese
agli Affari Finanziari Maria Luís Casanova Morgado Dias de Albuquerque gli
ha consentito di annacquare, ma comunque resta.
Ad Agricole Giorgetti ha consentito anche di prendere il controllo di
Bpm senza obbligo di opa, offerta di acquisto ai soci di minoranza e al
pubblico, innalzando nel nuovo testo unico di finanza l’obbligo dell’opa
totalitaria al possesso del 30 per cento.
Un esito che ha bisogno di uno scenario. Agricole è entrata in Italia “da
sinistra”, con Bazoli. In Francia si è scontrata anche violentemente con Marine
Le Pen, la referente di Salvini e la Lega, che una dozzina d’anni fa l’aveva perfino
accusata, alla tv, di essere in bancarotta. A quel tempo il partito di Le Pen
non aveva credito in Francia, si era dovuto indebitare con una banca russa
(ceco-russa), poi fallita. Poi ha estinto anticipatamente quel debito, di sei o
otto milioni. Essendo finita corteggiata dagli affari, anche dalle banche – i sondaggi
danno da tempo il suo partito maggioritario. È in questa ottica che Agricole,
una banca straniera, horribile dictu per la Lega, per Giorgetti gestore
inflessibile del golden power, a protezione della sacra nazione, ha avuto
in regalo Bpm? E una banca così esposta sul debito pubblico francese?
Il fatto ora è che la Lega ha due grandi gruppi bancari, Mps-Mediobanca-Generali e Agricole-Bpm. Con la possibilità di estendersi
anche a Bper – ma qui dovrebbe esserle più difficile, Unipol è ora parecchio più
scaltra di quella di Consorte, il manager ex Pci che si congratulava di “avere
una banca”, ed era Unipolbanca, quattro sportelli.
Italiane le banche più esposte in Francia
Sono italiane, dopo quelle francesi, le banche più esposte sul debito
pubblico francese. Al primo posto Intesa, con poco meno di 10 miliardi un anno fa,
in nona posizione. In testa, fra le banche sottoscritrci, il gruppo francese Bpce, delle
popolari e le risparmio, con Natixis, per 183 miliardi, diciotto volte Intesa.
La Banque Postale seguiva con 93 miliardi, e il Crédit Agricole con 83.
Unicredit risultava il secondo gruppo italiano più esposto, con 4,5
miliardi – una esposizione in linea con gli altri investimenti in bond
europei – in 14ma posizione. Altre banche italiane interessate erano: Fineco (2
miliardi), Sondrio (1,5), Mediobanca (1,4), Cassa Centrale (0,9).
Non essendoci di fatto alcun rischio col debito francese, i creditori profittano
semmai della situazione: se “perdono” sull’aggio, sulla commerciabilità (non finché
non smobilitano), guadagnano sui rendimenti.
Ma la frammentazione bancaria europea è sicuramente un handicap -
ai riequilibri, anche se solo contabili.
Un dato impressionante è che, su mille miliardi di debito pubblico francese
detenuto dalle banche, fra due terzi e quattro quinti sono detenuti da banche
francesi. E per un terzo dalle banche che raccolgono il risparmio “primario” -
delle famiglie, le campagne, le periferie: Bpce, Agricole, Postale.
Con Bene non si ride
Un film fatto per Carmelo Bene, s’intende – santificato,
come “il più grande attore del Novecento italiano”. Il film che Bene non ha mai
completato - ri-girava sempre le scene, finché il produttore non interruppe
la farsa.
Tre film in realtà. Uno su Maresco visto da sodali e gregari
disperati, il barbiere, il direttore d’albergo, il padrone di casa, l’amico.
Uno su Bene che non fa il film. E uno sul documentario che un altro regista sta
facendo su Bene che non fa il film – uno come Maresco, Umberto Cantone, regista
teatrale e attore di cinema (per Maresco) a Palermo.
Non un rovello pirandelliano, su identità e simili. Un divertimento. Sulla sacralità del regista messa a nudo. Che sa però di chiuso,
autoreferente - l’opposto dello humour,
anche nella forma dell’ironia. È anche vero che con Bene (Carmelo) non si ride(va).
Franco Maresco, Un film fatto per Bene, Sky
Cinema, Now
sabato 10 gennaio 2026
Secondi pensieri - 575
zeulig
Freud – Prende molto da Nietzsche, si sa – seppure non
dichiaratamente (inconsciamente?). Dalla distruzione che Nietzsche ha operato.
A fini terapeutici non si direbbe - Nietzsche saltella di baratro in baratro.
L’inconscio è in fondo il radicalismo di Nietzsche, l’irruzione dell’irrazionale
di Schopenhauer.
Immedesimazione – È il verbo del momento – ha sostituito
“adeguatezza-inadeguatezza”? Vale per i comuni come per gli autori, compresi i
registi di cinema, e per gli attori naturalmente – per i quali piuttosto vale
la non-immedesimazione di Brecht, l’esercizio critico della professione, giusto
entrare nella sagoma – la pelle – di qualcuno, litandosi a “fare il personaggio”.
Per i comuni per trovare o esercitare l’empatia, altro verbo recente, la vita
di relazione. E, di più, per i politici, i quali non si occupano più di una
cosa, “come se fosse mia”, ma si immedesimano – p.es. i 5 Stelle, eletti mutuabili
con gli elettori.
Esprime un bisogno di consistenza? Una ricerca di ubi consistam? Nell’età
dei diritti? Che sarebbe quindi dissolutoria – quando si ha tutto non si ha
nulla?
Nazionalismo – Va – viene fuori -per accumulo, per sedimentazione. Si vuole l’identità non la fonte, una delle fonti, ma il prodotto delle nostre azioni. Ma questo è vero e non è - molto siamo determinati, da famiglia, luoghi, lingua, mentalità. È indefettibile, siamo noi – anche nella versione polemica, dell’identitarismo (cioè nella forma anti-, contro qualcosa o qualcuno).
È come tutto, non è buono o cattivo, può esserlo.
Populismo – Non è – era – populismo il neo-realismo,
che tanta Italia ha fatto, anche prima della Repubblica, anche quando si chiamava
libro “Cuore”? L’ala progressista, poi soprattutto “valorizzata” al cinema, ma
anche di tanta letteratura- compresa purtroppo, come no, tanta narrazione della
Resistenza.
La categoria va alla deriva. Non si sapeva cosa fosse, e non si riesce a
incapsularla – salvo, o tanto più perché, in estensione sembra senza limiti o
contraccettivi: se tutto è populismo niente è populismo.
Ricchi e poveri, non è più la questione. Americanismo oppure
anti-americanismo, di questo è ancora questiona ma ininfluente. La Russia bizzarramente lo è: i primi moti populisti
registrati come tali, Lega e lepenismo, sono filorussi. Ma senza un qualificativo,
per una ragione di realpolitik – che un’analisi “scientifica” (marxista?) non
disdegnerebbe? – e cioè farsi una dote politica con l’opposizione a Bruxelles,
al superstato europeo, che non costa nulla, il superstato non essendoci (Lega e
lepenismo al governo in Ungheria con Orbàn marciano indisturbati). Movimenti
populisti che non sono antidemocratici, anzi tutti corrono col voto, libero –
si fanno forti del voto popolare, benché contrastati dall’opinione pubbica, i media
accreditati. Mentre l’anti-populismo, e anche il politicamente corretto, fanno perno
su basi non democratiche, in specie nel comparto pubblica opinione: editoria, televisione,
cinema.
Cosa rimane dell’onnipopulismo? Del tutto populismo, del populismo arrembante?
Mote contraddizioni e forse niente. Perché la categoria è generica – vuota, un
po’ come “fascismo” in Italia. In Spagna
è al governo da quattro anni il partito socialista. Un partito che ha cioè
perso le elezioni, ma governa con un partito
di destra, il partito nazionalista basco Pnv, e uno di estrema destra,
catalano, secessionista, Junts per Catalunya. In realtà non governando – non andando
in Parlamento (non fa il bilancio, non fa le leggi): occupando il potere. L’entourage
del presidente di questo governo è anche sotto processo o in carcere: il suo segretario
politico è in prigione, il predecessore di questo bracci destro è sotto
processo, la moglie del presidente è sotto processo, suo fratello è sotto
processo, il Procuratore Generale dello Stato da lui nominato è sotto processo.
Si direbbe un governo, di fatto e di diritto, come un’occupazione abusiva del
potere. Ma non populista.
Perché, sempre per restare in Spagna, Abascal e Voz sono populisti e Puigdemont
e Junts per Catalunya no?
Possesso – È un’azione, non uno status. Configura sempre una mancanza, qualcosa da riempire-possedere. La felicità del possesso non è quietudine, è sempre minacciosa, inquietante.
Il possesso manifesta una mancanza. È un’azione, si dispiega nel procedere, nel timore di un vuoto, sia pure di memoria, in un abbrancamento qualsiasi, anche solo a un ceppo muto (la forma di “comunicazione” che da quale tempo si accredita, in epoca green – un corpo inerte invece di uno vivo)?
Potere – Il potere è anarchico è vecchio refrain - vecchia
verità, fattuale. Pasolini argomentava, spiegando il. suo ultimo film, “Salò o
le centoventi giornate di Sodoma”, di aver voluto prendere a “simbolo quel potere
che trasforma gli individui in oggetti”. Il potere fascista e nella fattispecie
il potere repubblichino. Che per essere assoluto finisce anarchico: “Ecco”, dice,
“è il potere che è anarchico…. Mai il potere è stato più anarchico che durante
la Repubblica di Salò”. In forza delle leggi: “Nel potere, in qualsiasi potere,
legislativo e esecutivo – c’è qualcosa di belluino. Nel suo codice e nella sua
prassi, infatti, altro non si fa che sancire e rendere attualizzabile la più
primordiale e cieca violenza dei forti contro i deboli”. Di un’anarchia però
speciale: “L’anarchia degli sfruttati è disperata, idillica, e soprattutto
campata in aria, eternamente irrealizzata. Mentre l’anarchia del potere si
concreta con la massima facilità in articoli di codice e in prassi”.
Così, in effetti, la concepiva Sade – l’illuminismo: i suoi violenti non fanno
altro che redigere regolamenti.
Psicoanalisi - Nel trattamento prolungato, e cadenzato, un appuntamento cadenzato, c’è
(anche) il piacere di confessare, che i confessori al confessionale conoscono,
hanno catalogato, e sanzionano come abuso: una forma di esibizionismo, e quindi
di sopraffazione (far pagare questi falsi penitenti, in denaro invece che in avemaria e
paternostri, sarebbe stato meglio, più efficace, produttivo?).
Sottosuolo – “Sottosuolo è il sostrato, in cui
l’individuo, sciolto dai vincoli funzionali degli apparati tecnici e
produttivi, prova a costruire o scoprire la propria identità. Donde un oscuro
agitarsi di istinti e desideri, di ambiguità e smarrimenti. Dove trovare il
mito o la fede, che rivelino noi a noi stessi e pure ci stringano agli altri?
Come percorrere le strade buie e impervie del sottosuolo?” È la presentazione,
in puro stile Dostoevskij, personaggi e storie di “Memorie del sottosuolo”, che
Natalino Irti fa all’Accademia dei Lincei del suo saggio “Sguardi nel
sottosuolo”. Che però nel caso sono sguardi di diritto, Irti è una giurista,
che infatti continua: “E qui il diritto «privato» riprende il suo carattere
privato, e si porge come difesa e riparo. Un diritto, che appare diviso dalle leggi
economiche e finanziarie del soprassuolo, e non obbedisce ad alcuna legge di coerente razionalità”.
Il sottosuolo come campo del diritto – o il diritto come rete (ragnatela)
che regge il suolo.
zeulig@antiit.eu
Il figlio si racconta nel padre
“Potrò dire di
essere stato un ebreo del mio tempo”, riflette il narratore a metà percorso di
questa sua autobiografia – che per lui, per suo conto, fa il figlio, lui sì
letterato, ex cathedra, Pachet. Abbreviato e francesizzato per Opatchevsky,
oscuro ebreo della confusa Bessarabia - parte oggi del conflitto russo con l’Ucraina,
e domani probabilmente con la Romania o Moldavia – anche se con “poche
occasioni di contatto con la massa del popolo russo”. Insomma, un espatriato
già in patria. Che dal fondo della Russia emerge per varie destinazioni, fino a
quietarsi in Francia, compresa quela dell’occupazione tedesca, senza danni, ma
senza nemmeno romanzi.
Pachet non ha
remore a dire – far dire al padre: “Nella Storia, da san Paolo a Marx, la figura
dell’ebreo convertito ha sempre avuto tratti repellenti” (p.79) – per non dire
di Gesù? Con una vindicatio de “L’ultimo dei Giusti”, lenta, lunga, ragionata,
in finale della narrazione, il romanzo di grande successo di André
Schwarz-Bart, poi fatto cadere nell’oblio con l’accusa di plagio, che invece
rivela al narratore se stesso. “Questa non è un’opera immaginaria su un personaggio
immaginario”, Pachet ha cura di notare a metà (auto)-narrazione, “ma un lavoro
di auto-analisi di autoscopia, condotto su un soggetto vivente, o piuttosto
morente, che poi è lo stesso”:
Con poche “verità”,
non un memoir gnomico. Una è “non è la stessa cosa avere la propria mamma
o non averla”. Guardingo, soprattutto con le rivoluzioni – se vanno male “ce le
fanno pagare”. Misogino, ilgiusto.
Un (ri)scoperta
del padre morto? O di sé nel padre. Indubbiamente un racconto simbiotico. L’ennesima
narrazione dell’ebreo errante nella forma inedita dell’imedesimazione filiale,
una novità per un racconto – una forma che Emanuele Trevi rigenererà con leggerezza
e humour, forse con più verità, per amici e congiunti, quelli di cui ha memoria
grata.
Lisa Ginzburg nella
postfazione richiama l’analogo esercizio del fiosofo e psicoanalista Pontalis
alla prma edizione del libro, nel 1987, come di un “libro senza autore, che si
scrive da sé, per immedesimazione. Ciò che, per la verità, è di tutte le
narazioni, anche le più critiche, oniriche o saccenti. Meglio di tutto Ginzburg
inquadra l’autore, Pierre Pachet, “bello e insolito”, e “uomo di grande fascino”.
Pierre Pachet, Autobiografia
di mio padre, Kreuzville Aleph-L’Orma, pp. 157 € 18
venerdì 9 gennaio 2026
Ombre - 806
Una conferenza stampa di tre ore fa sei pagine,
almeno, di giornale. Mentre l’esito è nullo, molta Meloni in video e poche righe
di cronaca. La conferenza stampa è solo un palcoscenico in Italia per i giornalisti,
per trenta secondi di gloria sui Tg 24 ore. Di un giornalismo che non sa di che
si tratta. E del resto è da qualche decennio senza contratto, a paghe residuali.
E così i mille o duemila prigionieri politici di Maduro,
compreso il mite cooperante Trentini di cui “la Repubblica” si è fatto una bandiera, sono liberati da Trump. Il tycoon, il profittatore,
il despota, eccetera. Non sappiamo da che lato girarci, pur che siamo
arrabbiati.
Macron vuole fare la guerra alla Russia e chiama gli Stati
Uniti “aggressori coloniali”. È don Chisciotte? No, è il presidente della
Repubblica della Francia. Forse vuole fare un complimento, mascherato, a Trump,
che di lui aveva detto all’ultimo G 7, a luglio in Canada: “Non capisce mai
niente”.
Trump annuncia 50 milioni di barili di petrolio in
arrivo dal Venezuela. Scandalo – non l’abduzione di Maduro e consorte, il
petrolio. Che probabilmente è pagato, non danno di guerra. Ed equivale a sette
milioni di tonnellate, lo 0,7 per cento, o il sette per mille, del consumo
americano. Di greggio pesante, la cui resa in prodotti utilizzabili sarà dimezzata.
Dal 1973, dalla crisi petrolifera che creò l’oro nero cinquant’anni fa, i media
italiani non hanno ancora imparato cos’è il “barile”, e la differenza tra
barile e barile\giorno, unità di misura della produttività di un pozzo o
giacimento.
Ogni pochi giorni Zelensky silura, come ha usato a Mosca nei lunghi anni della rivoluzione, qualcuno dei
suoi ministri, dei suoi capi dell’esercito, dei suoi servizi segreti. Suoi nel
senso che possono dare fastidio, come usava a Mosca, al “capo”. Silurati non si
sa bene perché – la corruzione è vaga (è di moda in Cina, con la presidenza Xi).
Zelensky è del 1978, quei dieci o dodici anni di sovietismo sono bastati a
plasmarlo?
I siluramenti sono più comunisti o più orientali?
E dopo l’Ucraina chi? Per quanto tempo e con che
esito l’Europa dovrà subire il rifacimento della storia dei tre secoli di impero
russo, da Pietro il Grande in poi? Ce ne sarà per qualche decennio, perché la Russia
“non esiste”, secondo i dotti media italiani: è in declino demografico,
non sa lavorare, non sa produrre, non sa esportare. Sa solo fare le bombe atomiche.
Tanta ignoranza non è possibile. Sembra un copione da
servizi segreti.
La stampa americana più qualificata, “New York Times”,
“Washington Pst”, “Atlantic”, “New Yorker”, “Nation”, “New York Review of
Books”, che giornalmente attaccano Trump su ogni suo atto e misfatto, singolarmente
trattano l’abduzione del presidente venezuelano e di sua moglie, con un
centinaio di morti, e la rivendicazione del petrolio venezuelano come “nostro”,
il Trump più eversivo, da ogni punto di vista, come un fatto di cronaca, uno
fra i tanti. Unica critica: avere aperto a Russia e Cina un’autostrada per le
annessioni in corso, di Donbass e Taiwan. Decisamente l’America è un altro
mondo.
Non c’è stata, nonché la reazione dei media Usa,
pure quotidianamente molto critici su Trump, all’incursione armata in Venezuela,
e alla quasi presa di possesso del Paese (“The Atlantic”, il più anti-trumpiano
di tutti, se l’è fatta spiegare da lui medesimo), ma soprattutto quella dei paesi
latinoamericani, dei Caraibi, o del Sud continentale. Solo proteste formali, e
rade. Nemmeno la solita animosità anti-yanquis.
Fotoritratto a tutta pagina lusinghiero sul “Corriere
della sera” della 56nne Delcy Rodriguez, la vice di Machado, e uno a fronte
tutto grinzoso della coetanea Maria Corina Machado, leader dell’opposizione ora
in esilio, nonché Nobel per la pace, che pure aveva vinto le elezioni. È incredibile
come il giornale della borghesia italiana va ancora al passo dei revolucionarios,
per quanto imbelli accertati e ladri e tiranni.
Ma è strano, o non lo è, che dei giornalisti non sappiano
ancora che da cinquant’anni il sovietismo è scomparso, si è cancellato? È vero
che sopravvive a Cuba, ma a Cuba non si riesce più nemmeno a fare il vecchio
commercio compagno, di belle donne a poco prezzo. E i Chavez e Maduro che compagni
sono, a chi hanno fatto bene?
“la Repubblica” in lutto per Grillo “condannato”
dalla condanna del figlio per stupro. Oppure no, dipende dai commentatori, la
cosa è discutibile. Ma come non vedere, dall’isolamento e l’umiliazione di
Grillo, ridotto alle origini, di guitto solitario, che la democrazia ha dei
limiti: quest’uomo ha vinto un paio di elezioni, e ha aumentato di 200 miliardi,
almeno 200, il debito pubblico.
Lagarde, la presidente della Bce, che prende quattro
volte il suo omologo americano, fa giustamente ridere. Cone tutto, attualmente,
dell’Europa. Ma che dire delle migliaia, decine di migliaia, di impiegati
pubblici italiani, ora definiti manager, Procuratori Capo delle centinaia di Procure,
presidenti di Tribunale, direttori e vice di ministeri (spesso magistrati), che
hanno appena vinto la battaglia contro il tetto ai loro 240 mila euro annuali? Sempre
molto più del presidente della banca centrale americano, con lo zero virgola di
responsabilità. Poi si dice che Trump abusa l’Europa – il tycoon, il
“maiale”.
Lagarde tace. Tutti tacciono.
L’incursione americana a Caracas è da Far West. Ma
poi Maduro è uno che in dieci o dodici anni ha ridotto la ricchezza nazionale
di due terzi. Incompetente quanto duro, con un paio di migliaia di prigionieri politici.
E supermercati gratuiti per i poveri, che dentro non contenevano (quasi) nulla.
Il Sud America delle barzellette.
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Cronache dell’altro mondo – giustiziarie (376)
Più di tutto fa impressione, nei video
dell’assassinio di Minneapolis da parte della polizia dell’Immigrazione, il tiro
preciso, calibrato, contro un mezzo in movimento. Non una sparatoria ma tre soli
colpi di pistola, tutti ed effetto. Contro la guidatrice e non contro l’altra
occupante. Quindi ben mirati, benché lo sparatore non prenda la mira, spari dal
fianco, ben esercitato.
Una scena da film western, benché il
clima fosse umidiccio e grigio. Minneapolis, Minnesota, si candida al genere,
ormai in disuso nelle sale?
Era avvenuto sempre a Minneapolis cinque
anni fa l’assassinio, in massa quella volta, benché uno solo sia stato condannato
come colpevole, e prolungato, un tempo infinito, di George Floyd, tanto da
provocare la rivolta generalizzata di mezzo mondo. Ma alla fine senza colpa: la
violenza paga?
Cronache dell’altro mondo narcisiste – (375)
“Perché ci innamoriamo dei leader narcisisti, a partire dalla scuola
elementare?”, si chiede sul “New York Times” Adam Grant, “psicologo
organizzativo” alla PennState University. Il Narciso della classicità è uno che,
bello e pieno di sé, appassisce guardandosi e presto muore. In America, a volte
è eletto alla Casa Bianca. Come Trump, sottintende lo psicologo.
Un vero leader antepone la sua missione al suo ego, il narcisista fa il contrario.
E allora perché viene votato? La risposta lo psicologo dà con una statistica: uno
studio sull’altezza dei presidenti americani, da1824 al 1992, rileva che “il candidato
più alto ha ottenuto costantemente più suffragi del candidato più basso”. E che
“l’altezza è stata il fattore prevalente nei periodi più difficili, di minaccia
sociale, economica e politica”.
Lo psicologo, anti-Trump, non si interroga su quale era o potesse essere
la minaccia, “sociale, economica e politica” alla base del successo di Trump.
Miracolo a Chieti impossibile, il terzo settore è avido
Insistito,
incalzante, documentato, terrificante atto d’accusa contro il “sistema”
dell’assistenza sociale, a proposito dei bambini felici della coppia felice di
coniugi Trevilion nella campagna di Palmoli in provincia di Chieti, bambini e
genitori disastrati dall’intrusione dell’assistenza sociale, giudici dei minori
compresi, del grande-miserrimo business della protezione dei minori:
Un solo ragazzo che si ricordi è uscito indenne da un orfanotrofio, Totò il buono di
Zavattini, nel film di De Sica “Miracolo a Milano”, che è appunto un miracolo.
Susanna
Tamaro, essendo stata “mandata prima in collegio e poi in una casa-famiglia”,
testimonia quello che tutti sanno, che “nella casa -famiglia in prevalenza
trovano ospitalità bambini e ragazzi che vengono da situazioni più che
disastrate; dunque non compagni sereni, aperti, disposti al dialogo, ma
individui aggressivi, depressi, tristi, feriti profodnamente nel loro bisogno
di essere amati”. E che “la «famiglia» di cui parla è costituita da un
educatore o un’educatrice professionali, solitamente provenienti da qualche cooperativa
che spesso li sottopaga; e in quanto dipendenti, hanno orari e turni, che cambiano
di continuo”.
La scrittrice
ci arriva avendo già demolito tutti i pretesi “capi d’accusa”. Il bagno in casa?
“Negli anni Settanta in Friuli, dove vivevo, quasi
nessuno dei miei compagni di scuola che viveva in campagna aveva il bagno in
casa”. La bambina a sei anni non sa leggere? “Si tratta di bambini bilingui che
hanno naturalmente una difficoltà ad apprendere una lingua sconosciuta”. Non
c’è riscaldamento, solo una stufa? “Devo confessare che anch’io, mentre sto
scrivendo, sono seduta accanto alla stufa mentre il resto della casa non è
riscaldato perché in campagna, da sempre, si scalda solo la stanza dove si sta
più spesso”. Cambiarsi una volta la settimana? “È la norma d’inverno per
tanti campagnoli: non si suda, non ci sono inquinanti, non c’è nessuna ragione
per farlo”. E la scuola, la “scuola parentale”? “Perfino nel mio paese… ne è
nata una. Ormai in Italia sono sedicimila, e questo dovrebbe far riflettere non
poco, perché vuol dire che sempre più genitori non vogliono mandare i figli
alla scuola pubblica…”.
Solo
Tamaro non tocca, per delicatezza, il punto dolente della questione, che l'“assistenza”
è un business. Ora caro, un appalto dello Stato, che non sa o non vuole controllare
i prezzi, non più la buona, o cattiva, volontà e organizzazione delle suore al
tempo di Totò il Buono. Uno dei tanti business delegati, sorti come
funghi dopo la “crisi fiscale dello Stato” di fine Novecento, comunque ben
remunerati. Non terapeutici, solo una forma della spesa pubblica – il cosiddetto volontariato o terzo settore è un campo d’affari. Fino alle psicologhe e le tutrici, nel caso in questione, che si fanno una carriera parallela in tv, sempre a spese dello Stato. Per questo un “miracolo a Chieti” è impossibile.
Susanna Tamaro, La
famiglia nel bosco? Riportatela a casa. Quei bambini hanno sicuramente più
libertà e creatività dei coetanei, “Corriere della sera”, free online
giovedì 8 gennaio 2026
Letture - 602
letterautore
Céline – Malaparte lo
aiutò finanziariamente, facendogli pervenire i diritti d’autore in Francia della
traduzione di “La pelle”. Maurizio Serra, biografo di Malaparte, lo spiega a
Gnoli sul “Robinson”, a proposito di “alcune ricostruzioni fantasiose” che gli
è toccato rivedere della biografia. Una, in particolare, è stata l’attenzione
di Camus per Malaparte, al punto da andarlo a trovare in clinica a Roma nel
1947, malgrado la vertenza che avevano avuto sul titolo di “La pelle” in francese,
che Malaparte avrebbe voluto “La peste” – ma era un titolo già famoso di Camus.
La lettera, spiega Serra, sulla quale aveva basato il racconto della visita di Camus
a Malaparte in clinica, non è di Albert ma di “un personaggio sulfureo, di
estrema destra, amico intimo d Céline. Clément Camus era il nome. Fu il tramite
fra Malaparte e Céline, facendo giungere a quest’ultimo i cospicui diritti
d’autore dell’edizione francese de ‘La Pelle’.
Da una lettera di Céline a Malaparte risulta che quei soldi gli venero
donati per ammirazione. Effettivamente arrivarono e furono utilizzati per
pagare gli avvocati che lo difendevano nel processo in Danimarca”.
Classe media – “La povertà ha
qualcosa di poetico, no?” viene chiesto a Borges (“Non c’è nessuno allo specchio”, 33). “Sì”, è la riposta, “possiede una vaga
poesia. Per questo motivo nessuno ambisce ad appartenere alla classe media, che
è la migliore, perché ad essa sembra mancare il prestigio. Eppure è la classe migliore, direi l’unica: che in un
Paese vi siano dei milionari è un fatto vergognoso come lo è il f atto che vi
siano dei mendicanti”.
Giulio Einaudi – “L’editore
Giulio non l’ho capito bene”, Luciano Bianciardi in “Lettere «inutili» vol. 2:
agli amici”: “Mi sembra però di avere inteso perché nel suo clan ci sono stati
almeno tre suicidi”.
Ricordando Pavese, “l’amico fraterno”, il “caro amico, fratello
maggiore”, che gli sollecita la traduzione di Reik (Theodor Reik, “Il rito
religioso”, 1949, n.d.r.) – “e siamo alla viglia del suo suicidio”, Franco
Ferrarotti fa un (piccolo) quadro della Einaudi, ancora nel 1949: “Italo Calvino
non è ancor arrivato. E neppure Norberto Bobbio. C’è solo Natalia Ginzburg, nel
suo angolino. E, ma da casa, il conte di
Vinadio, Felice Balbo. Solo di tanto in tanto, inatteso e imponente, appare, in
piedi nel vano della porta, Paolo Serini, a declamare la sua introduzione a un classico
francese che viene traducendo”.
Feltrinelli – “Il
Feltrinelli, detto il giaguaro, ventotto anni, occhiali e baffi, alto e
robusto, ignorante come un tacco di frate e ricco da fare schifo” – Luciano
Bianciardi, “Lettere «inutili» vol. 2: agli amici”.
Femminilità – Nell’Ottocento
si studia ora in America attraverso l’opera italiana. La “New York Review of
Books” offre un seminario, in quattro lezioni, sulla femminilità come si viveva
o si concepiva nell’Ottocento attraverso la rilettura di “Madame Bovary” e di
tre opere: “Lucia di Lammemoor”, “La Traviata” e “Madame Butterfly” (che è di
inizio 900 ma di sensibilità sempre ottocentesca, anche se debuttò nel 1904 ta Milano, alla Scala, tra i fischi - non abbastanza ottocentesca?).
Inglesi – “Dei contadini
tedeschi!”, ricorda Borges, nell’intervista “Non c’è nessuno allo specchio”,
che il suo amatissimo e ammiratissimo padre soleva dire della loro apprezzatissima
eredità materna: “Mio padre, che era orgoglioso, come lo sono io, del sangue
inglese, una volta disse: «La gente parla tanto degli inglesi, ma in fin dei
conti chi sono gli inglesi? Dei contadini tedeschi!»”
Manzoni – “Tutto Manzoni per me andrebbe vietato ai minori di quarant’anni, che non sono in grado di capirlo”
– Luciano Bianciardi, “Lettere «inutili» vol. 2: agli amici”.
Un omosessuale
represso, secondo Pasolini. Non “come tutti”, da letteratura freudiana o gay,
ma per motivi specifici. Prendendo a pretesto una riedizione popolare dei “Promessi
sposi”, una delle tante, quella pubblicata l’anno prima con la prefazione di Davide
Lajolo, che fu tante cose ma non un cultore della materia, Pasolini ne fa l’ipotesi,
che dice certezza, sul settimanale “Tempo” il 26 agosto 1974 – la recensione è
leggibile nella raccolta postuma, editoriale, “Descrizioni di descrizioni”, a
cura di Graziella Chiarcossi e con la prefazione di Paolo Mauri. Non un discorso
critico, Pasolini precisa in entrata, “semplicemente delle chiacchiere più o meno
brillanti su un argomento su cui spesso degli italiani, che abbiano fatto
almeno il liceo, usano parlare”. Ma nella
rilettura di Trifone Gargano, “Pasolini e l’omosessualità in Manzoni”, online,
fa un discorso radicalmente critico. È “sotto il segno della «omosessualità
in Manzoni» che, per Pasolini, «si svolge tutto il fitto intreccio di rapporti
dei personaggi dei Promessi sposi, Don Rodrigo e il Griso, Don Rodrigo e
il cugino, il Cardinal Borromeo e l’Innominato, per non citare che i primi che
vengono alla mente». Pasolini, dunque, invitava a rileggere i Promessi
sposi sotto questa chiave interpretativa, per notare che «una volta
privilegiato e messo sull’altare il rapporto d’amore uomo-donna, tutti i
rapporti che formano l’intreccio del libro sono caratterizzati da una strana
intensità (fraternità e odio) omoerotica».
L’omosessualità latente in Manzoni Pasolini aveva in precedenza basato sulla
sessualità prominente della madre, “Giulia Beccaria, soffermandosi sulla
conseguente nevrosi manzoniana, caratterizzata «dall’eterna forma di
complesso nei riguardi del sesso femminile». Tutto questo, concludeva Pasolini,
non poteva non condurre Manzoni a una «cristallizzazione della femminilità,
condizione senza la quale sarebbe stato impossibile per lui pensare al rapporto
sessuale», con caratteri schematici: da un parte, infatti, «la donna si
cristallizza in Gertrude, la peccatrice che si deve ignorare e tener lontana da
sé con orrore […]; dall’altra parte, la donna si cristallizza in Lucia,
l’immagine immacolata della giovane madre, che non può – è inconcepibile –
avere rapporti con l’uomo (e infatti […] il voto di castità)».
Dunque, concludeva Pasolini, a «fiancheggiare tale rapporto così complicato col
sesso femminile – come sempre in tali casi – non poteva non esserci una certa
tendenza, inconscia e del tutto irrealizzata, sia pure, all’omosessualità».
Moralisti – Scrivendo di
Brancati, ora in “Arcipelago Sud”, Fofi accenna a una categoria di “grandi moralisti”
anche tra le lettere italiane: “Sciascia è un erede dei grandi illuministi, ma
anche di Pirandello e Brancati. Brancati non ha scritto soltanto romanzi,
racconti, commedie, ma anche interventi e saggi da grande moralista, nel senso
in cui si può parlare di grande moralismo per maestri come Montaigne, Manzoni
o, più vicino a noi, Savinio e lo stesso Moravia”.
Poetessi –“«Ci sono poeti
e poetessi», diceva la Morante, mettendosi lei tra i poeti e mettendo il Nobel
Quasimodo tra i poetessi!” -Goffredo Fofi, “Arcipelago Sud”, p. 134.
Prologhi – Kierkegaard scrisse
e pubblicò un libro di prologhi – di libri mai scritti. Anche Borges ha un
libro di “Prologhi, con un prologo di prologhi” – pubblicato dal nipote José
Miguel de Torres, figlio della sorella Norah. Sarebbero i sommari (abstract)
della saggistica.
Vita Sackville-West – “L’incantevole, nobildonna piena di talento”,
annota Virginia Woolf dopo il primo incontro, organizzato dal cognato Clive
Bell per Natale, per far conoscere alla commoner Virginia la nobildonna
famosa, e giovane – Vita Sackville-West, scrittrice best-seller, madre
di due figli, aveva trent’anni, Virginia quaranta e poche scritture - “non
corrisponde granché ai miei gusti più severi: florida, baffuta, colorata come
un pappagallo, con l’agile disinvoltura dell’aristocratica, ma senza l’arguzia
dell’artista”. Virginia Woolf ne sarà l’amante – una delle-gli amanti - ma
senza il colpo di fulmine. L’annotazione finale del diario, il 15 dicembre 1922, dopo la cena natalizia, è:
“È un granatiere: dura, piacente, mascolina, tendente al doppio mento”.
Patti Smith – “Lei appartiene
a quella stirpe di mistiche senza convento che attraversa la letteratura
americana da Emily Dickinson – la wayward nun – a Flannery O’Connor – la
hillbilly thomist”: è la sintesi mozzafiato di padre Antonio Spadaro,
“Il Vangelo rock secondo Patti Smith”, recensione del memoir di P. Smith,
“Il pane degli angeli”, su “La Lettura”.
La wayward nun di E. Dickinson, la monaca riottosa, ricorre al
componimento n. 722, “Sweet Mountains” – “Montagne care, voi non mi mentite /
non mi mandate via, né mai fuggite…”.
“A hillbilly thomist”, una tomista montanara (cafona), Flannery
O’Connor, “la scrittrice del Sud”, disse anche lei di se stessa: “Chiunque abbia
etto ‘La saggezza del sangue’ pensa che io sia una nichilista montanara, mentre
… io sono una tomista montanara”. E intendeva: una che indaga come la grazia si
manifesti in persone che non hanno accesso ai sacramenti – come lo faceva san Tommaso
d’Aquino, che s’interrogava su come la grazia di Dio possa operare in tutte le
cose visibili.
Il Catholic Information Center, che spiega questa citazione di Flannery
O’Connor, allarga il “tomismo hillbilly” alla musica bluegrass, “giocosa
ed energica”, che, come la musica folk americana, contiene spesso temi esplicitamente
teologici, come la fede in Cristo, la bontà della vita, il dolore dell’amore
non corrisposto, la definitività della morte, la speranza nella vita eterna”. E
ne deriva anche qui che, quando il bluegrass è suonato dai domenicani
studiosi di Tomaso d’Aquino “non c’è dubbio che ciò che ne deriva sia il tomismo
hillbilly” – padre Spadaro non è domenicano, è gesuita
Stupidità – Non è tema di larga
riflessione. A parte un “Elogio” di Jean Paul, in tono semiserio – da noi curato
nel 1995 - e le note altrettanto semiserie, “Le leggi della stupidità umana”, di Carlo Cipolla, l’economista. Un elogio di Lev Šestov, 1907, ne ne fa la capofila di una futurista guerra al buon senso. Il tema sollecitò
Dietrich Bonhoeffer, il pastore protestante che Hitler aveva imprigionato e poi
impiccherà, con “Dieci anni dopo”, breve riflessione, guardando a dieci anni dopo, con la fine della guerra
e la fine del nazismo: il problema sarà sempre quello della stupidità umana, della
tendenza al conformismo - la Dummheit, la manipolazione della mente, è un dato sociologico costante. Brancati ne scrisse diffusamente, specie ne “Il
vecchio con gli stivali”. E Savinio, anche lui diffusamente, ma specialmente
nel racconto “Casa della stupidità” – nella raccolta “Tutta la vita”.
letterautore@antiit.eu
Borges modesto anarchico, individualista
La condizione della cecità sopraggiunta, “non c’è
nessuno allo specchio”, dal 1955 – appena nominato direttore della Biblioteca
Nacional…. I consigli, modesti, di scrittura – evitare i sinonimi, evitare i
gerghi, preferire le parole abituali a quelle “metravigliosa”, Il reiterato tributo al padre, di stima e di
affetto, per avere avuto da lui un’eredità inglese (per la parte materna del
padre), e perché “era spenceriano, anarchico, individualista e agnostico”,
professore di psicologia.
La trascrizione di un’intervista televisiva, lunga ma
una delle tantissime, nel 1980, alla tv spagnola, quando Borges, il 23 aprile,
ricevette a Madrid il premio Miguel de Cervantes, il più prestigioso per la
lingua spagnola. Un’intervista d’occasione, ma piena di umori, come tutto in
Borges. Alla constatazione che “riesce a comunicare così tanto ai giovani”, pur
tanto radicali, cioè “a un estremo politico completamente opposto al suo”, spiega
paziente: “A dire il vero io non so in quale situazione politica mi trovi. Di
sicuro non sono nazionalista, come non sono stato peronista; non sono comunista,
diciamo che sono un individuo, un modesto anarchico di indole spenceriana, che
crede nell’individuo e non nello Stato”.
Basterebbe la rilettura, da parte dell’intervistatore”,
della dedica delle opere complete alla madre, una paginetta (“sì, una dedica molto
bella, mi piacerebbe ascoltarla – a casa non ho alcun mio libro”): un romanzo
in poche righe, tra figlio e madre, la madre del figlio. Con la coda: la madre
è morta da cinque anni – quasi centenaria - ma “ogni notte quando faccio ritorno
a casa, sinceramente sono sorpreso che lei non sia nella sua stanza…”. Con l’aria
disinibita, qui palese, per più aspetti, di chi ha vissuto e vive con giudizio,
nella sua modesta saggezza, socievole il giusto, in compagnia di chi non è fanatico
e sciocco, lontano dall’ideologia, il veleno del secolo, che tanto ha ammorbato
la letteratura – ora illeggibile.
Jorges Luis Borges, Non c’è nessuno allo specchio,
Mimesis, pp.55 € 3,90
mercoledì 7 gennaio 2026
Le logiche delle follie di Trump
È Trump un pazzo? Sicuramente no. È anzi in salute ottima per gli anni –
si vede dalle quotidiane conferenze stampa improvvisate, con risposte precise e
concise a domande a mitraglia di frotte di giornalisti ammassati nello Studio Ovale
- 11 metri per 9, meno, una sessantina di mq - e perfino dallo stipite della porta
(mentre va in bagno - in aereo?), senza protezione né vaglio preventivo. Gli altri
presidenti hanno sempre concesso al massimo una domanda, a distanza di sicurezza.
Ha vinto la presidenza, e ha fatto
vincere il suo partito, recalcitrante, a 78 anni da solo, anzi contro una mezza
dozzina di giudici che lo perseguivano per reati gravi e gravissimi benché indimostrati.
Trump è un improvvisatore? No. Scrive da improvvisatore, specie sui social,
ma è una tecnica di comunicazione – i messaggi che devono fare scandalo sono approntati
per lui da specialisti del linguaggio. In politica estera e di sicurezza, e in politica
economica, c’è molta continuità nell’amministrazione federale americana, il
ruolo personale del presidente eletto è di favorire questa o quella opzione, ma
tutte sono studiate. Le decisioni più controverse dell’ultimo anno hanno già prodotto
i risultati voluti, senza danno: la cessazione dell’immigrazione selvaggia, la svaluazione
“competitiva” del dollaro, col rilancio dell’export Usa, i farmaci negli Usa agli stessi prezzi praticati fuori (erano il doppio e il triplo), e ora la messa in guardia
– tuti ammutoliti – dei cacicchi latinoamericani.
Ha detto l’Europa miserabile – accattona – e illiberale – antidemocratica.
Ma è quello che dicono Alphabet (Google) e Meta (Facebook). Ed è un fatto che l’Europa
politica non sa accettare la destra, l’alternanza – lo ha fatto in Italia ma
solo per l’abilità di Berlusconi, in Germania, in Francia e in Gran Bretagna
non ci riesce, la respinge nell’estremismo. Quanto alla difesa l’Europa, che
pretende tanto di sé, fa sempre affidamento (Italia e Germania in cima, ma
anche la Francia, e la Gran Bretagna) sull’“ombrello nucleare” americano.
E la Groenlandia? E il Canada? È un assioma strategico, prima che
trumpiano, da ben prima di Trump alla presidenza, che con la “normalizzazione”
della navigazione polare, gli Usa sono scoperti a Nord, e non protetti, da
Canada e Groenlandia, tanto vasti quanto inermi, grandi praterie per l’accerchiamento
e l’invasione. La frontiera sguarnita è una novità totale per gli Stati Uniti,
che hanno vissuto per due secoli e mezzo e hanno prosperato nell’insularità - una
sorta di isola felice tra gli oceani, quando l’imperialismo era europeo,
coloniale fino al 1914 e nel dopoguerra sovietico.
C’è una logica in questa follia, la battuta di Polonio è scontata, ma con
fondamento. È a un protettorato, per usare un istituto del vecchio diritto coloniale, che gli Stati Uniti puntano per la Groenlandia, si arguisce sotto le coloriture trumpiane, che resta sotto sovranità formale danese. E a una associazione stretta, del tipo Unione Europea, con il Canada.
Il mondo com'è (492)
astolfo
Assistenti sociali
–
Una professione che si segnala sempre più, dalle maestre pedofile dell’asilo di Rignano venti anni fa agli
affidi di Bibbiano sei anni fa, e ora in Abruzzo, come una polizia di Stato domestica,
specie nell’“assistenza ai minori” intesa come massacro della famiglia in
quanto istituzione, della genitorialità - col contorno dei “piccoli affari” delle
consulenze, sanitarie, psichiatriche, psicologiche
etc. - ebbe alla nascita e al primo sviluppo, negli anni 1950-1960, dignità
culturale, e politico-sociale, con il Cepas, Centro di Educazione Professionale
per Assistenti Sociali. La prima scuola per assistenti sciali, creata nel 1954
a Roma da Guido Calogero con la moglie Maria Comandini alla Sapienza, e animata
da Angela Zucconi, una cattolica, giovane collaboratrice di don Giuseppe De Luca
all’ “Avvenire” negli anni 1930, e nel dopoguerra esponente politica socialista,
con una vasta esperienza di formazione internazionale, e largo passato di-studi negli Stati Uniti, e da Pina Chiaromonte, sorella di Nicola.
Così Goffrdo Fofi, che si formò al Cepas, ricorda l’origine della
professione in “Arcipelago Sud” (pp. 150-151): nel 1947, “a Tremezzo sul lago
di Como c’era stato un convegno molto importante…. (un) convegno di educatori, con
lo Stato molto presente, (in cui) si lanciò la professione assolutamente
inedita peer l’Italia di «assistente sociale». La fondatrice della scuola che
poi fu finanziata da Olivetti e si chiamò Cepas, Centro di educazione
professionale per assistenti sociali, fu la romagnola Maria Comandini, di
formazione repubblicana e che aveva sposato il filosofo Guido Calogero”, Sua
prima collaboratrice era stata un’altra cattolica, ricorda Fofi ,Anna
Lorenzetto.
Una Scuola di Servizi Sociali era stata aperta a Milano nel 1946, ma nell’ambito ristretto, politico, della Società Umanitaria.
Il Cepas era stato voluto e finanziato da Adriano
Olivetti. Che la professione aveva adottato in azienda già da prima della
guerra, con un’apposita organizzazione (v., sotto, Fondo Domenico Burzio), ma
aziendale, a sostegno delle famiglie dei lavoratori del gruppo. Sulla traccia
aperta da Henry Ford, uno che non rifiutava il lavoro a nessuno, ma dai suoi lavoratori
pretendeva sobrietà, decoro e senso della famiglia, controllandone le abitudini
attraverso forme di sostegno indiretto, per l’abitazione, la salute, l’istruzione.
Enrico Berlinguer – Il personaggio
politico più di culto nella storia della Repubblica. Per i 40 anni dalla morte
una mezza dozzina (o sono stati otto? dodici? difficile tenerne il conto) di film
sono stati a lui dedicati, documentari e sceneggiati, e portati anche in sala, in
più sale contemporaneamente, devotamente. Il teorico e pratico del dissolvimento
del partito Comunista nella Democrazia Cristiana, da Andreotti (boccone amaro,
al governo e alle urne) a Prodi, Letta, Renzi, Gentiloni, Calenda, Franceschini,
Bonaccini, Delrio, con il loro caratteristico mulinare correntizio, è diventato
di culto subito alla morte nel 1984: Gianni Amico inaugurò il filone con
“L’addio a Enrico Berlinguer”, un funerale gigantesco, interminabile. Amico,
che aveva esordito come cinefilo col gesuita Angelo Arpa nella sua Genova, già
vent’anni prima si era esercitato in morte di Togliatti, col film “L’Italia con
Togliatti”. Ma quello su Togliatti era un “documentario collettivo” prodotto dallo stesso partito
Comunista, una sorta di promozione pubblicitaria. E il personaggio non aveva sortito l’effetto Berlinguer. Che è una sorta
di culto della personalità, quale era lo stile sovietico, ma opera di volenterosi,
con qualche capitale evidentemente – il cinema costa. O è l’“elaborazione del
lutto”? Togliatti era stato presto dimenticato, da un partito che dopo di lui
aveva marciato spedito, mentre Berlinguer impersona la fine di un’illusione?
Fondo Domenico
Burzio – La
prima organizzazione sociale d’impresa in Italia, istituita dalla Olivetti nel
1932, di assistenti sociali che sostenevano le famiglie dei lavoratori
dell’azienda. La creò Camillo Olivetti, il fondatore dell’azienda, padre di
Adriano, nel 1932. Istituendo e finanziando un fondo apposito, che intitolò al
suo collaboratore di una vita, Domenico Burzio, che era venuto a morire. Un
analfabeta (aveva la seconda elementare, e un corso si disegno geometrico) ma
di grandi intuizioni tecniche, che lo aveva seguito a Milano nella prima
avventura industriale, e poi, da semplice fuochista era passato via via a
collaboratore di fiducia di Olivetti, e alla posizione di direttore generale
tecnico. Lo stesso Burzio aveva anche il compito di ascoltare gli operai che
presentassero problemi, soprattutto economici, ma anche psicologici e\o
familiari, e di sovvenire eventualmente ai bisogni extra-aziendali. Compito che
poi estese a un gruppo di collaboratori, di formazione simile a quella che sarà degli assistenti sociali.
“Nell’autunno
1894, nella mia villa di Monte Navale, avevo intrapreso un breve corso
elementare di elettricità per operai. Lo frequentarono quattro allievi tutti di
età e di grado di istruzione differente. Il più giovane era un ragazzo di
diciotto anni, piuttosto sviluppato fisicamente, che lavorava da fabbro:
Domenico Burzio. Mi era stato presentato da un suo zio che veniva ogni tanto a
lavorare nel nostro orto. Così ebbi il primo contatto con quella persona che
più tardi divenne il mio migliore collaboratore”. Con queste parole Camillo
Olivetti avviava nel 1933 il Fondo Domenico Burzio, nel primo anniversario
della morte. Nel 1895 si era presentato da Olivetti sapendo che intendeva
avviare un’impresa industriale. Olivetti gli promise il lavoro di incaricato
della caldaia dello stabilimento che progettava, a patto che prendesse un “diploma
di fuochista”. Divenne presto il capo naturale degli operai – che nel 1903,
quando Olivetti decise il trasferimento a Milano, erano già una cinquantina. E
tale posizione manterrà cinque anni dopo, quando Olivetti riportò l’officina a
Ivera, col progetto delle macchine da scrivere. Burzio nel frattempo aveva
fatto un corse serale di elettrotecnica, e sarà in grado di contribuire alle
soluzioni dei problemi tecnici dei primi modelli di macchine da scrivere, M20 e
M40 - e soprattutto alla progettazione delle macchine operatrici necessarie per
costruire le parti dei nuovi prodotti.
Il Fondo Domenico Burzio acquisì
rapidamente un vasto potenziale di attività. Con un ristretto gruppo di
assistenti sociali, arrivò a poter analizzare una sessantina di casi al giorno.
Per una serie variegata di interventi. Le spese per medicinali, specialisti,
ospedali. Sussidi per gli indumenti. O per l’acquisto della legna in inverno.
Per i traslochi. Per il pendolarismo dei dipendenti. Una serie di interventi erano
previsti in automatico in determinati casi: sussidi di allattamento (50 lire al
mese alle operaie che allattavano, per sei mesi), buoni viveri per chi doveva osservare
diete speciali e per le famiglie numerose, buoni latte per gli ammalati e i
bambini. Il tutto su base informale, di un rapporto di reciproca di fiducia.
Adriano Olivetti potrà dire, alla cessazione del Fondo nel 1960: “Le madri
ebbero lettini, materassi, mantelli, scarpe per i loro bambini e a nessuno
mancò la legna nell’inverno […] Imparai, organizzando questi servizi,
a conoscere l’intimo nesso tra l’assistenza sanitaria e l’assistenza sociale.
Imparai a conoscere quanto scarsa sia la sensibilità a questi problemi da parte
di coloro che non li soffrono”.
La Fondazione nel 1960 venne sostituita da un Fondo di Solidarietà
Interna, sempre finanziato dall’azienda, di integrazione del trattamento
assicurativo e previdenziale pubblico.
Florence Beatrice Price – Un suo walzer, benché americana, ha incrociato a Capodanno quelli tradizionali dei Wiener Philarmoniker. Price è stata la prima musicista
afroamericana (per parte di padre), compositrice di musica classica – pianista
e organista. Attiva nel primo Novecento, ma che si viene apprezzando solo ora, dopo
un secolo. Riconosciuta autrice di oltre 300 opere: quattro sinfonie,
quattro concerti, e opere corali, canzoni, musica da camera e musica per
strumenti solisti – l’opera è in via di catalogazione e pubblicazione (nel 2009 una
consistente collezione di documenti e opere manoscritte è stata rinvenuta nella
sua vecchia casa estiva, rimasta abbandonata).
Benché di razza
mista, era di famiglia in vista a Little Rock dove è nata. La madre insegnante
di musica, il padre medico - l’unico dentista afroamericano della città. Con
una casa ampia e frequentata, dotata di biblioteca, un salone grande, e un
pianoforte a coda. Florence frequentò in città la scuola cattolica. Nel 1903, a
sedici anni, fu iscritta al conservatorio New England di Boston, dove si diplomò
in organo e pianoforte. Tre anni dopo, nel 1906, diplomata, tornò a Little Rock,
dove insegnò musica, in due diverse scuole, fin al 1910, e poi al Clark College
di Atlanta, in qualità di preside della facoltà di musica.
Abbandonata dalla
madre alla morte del padre nel 1910, quello stesso anno 1910 si legò all’avvocato
Thomas Price, col quale si sposò nel 1912, e tornò a Little Rock. Ebbe un figlio
morto presto, e due figlie. Finché la situazione non si fece difficile. I neri
erano quasi la metà della popolazione. E Little Rock era così stata una delle
città in cui le “leggi Jim Crow”, cioè segregazioniste (era invalso negli Stati
Uniti l’appellativo “Jim Crow” per una maschera teatrale che identificava personaggi
di colore), dopo la guerra civile furono adottate alacremente – nel 1903, la segregazione
era stata estesa ai tram in città, e durerà fino al 1965. Nel 1927 la coppia
Price si stabilì a Chicago.
A Chicago Florence
ebbe un periodo creativo fertile, nel mezzo della Chicago Black Renaissance – malgrado
il divorzio, nel 1931, l’avvocato Price avendo ceduto psicologicamente al crac
del 1929, seguito da un secondo matrimonio, con un Pusety Dell Arnett, di
professione assicuratore. Fu presto riconosciuta per un suo proprio stile compositivo,
maturato sull’opera di Dvořák, nella struttura classica europea integrando ritmi
e melodie di musica folk americana, jazz, spiritual, blues.
Ebbe successo con composizioni per bambini, con jingle radiofonici
(mediati dall’occasionale esperienza di pianista\organista nei cinema al tempo
dei film muti), e con la Chicago Symphony Orchestra. Che il 15 giugno 1933 eseguì
la sua “Sinfonia n.1 in mi minore”. L’anno seguente fu eseguito, sempre dalla
Chicago Orchestra, il suo “Concerto per pianoforte in un movimento”. La sua “Sinfonia
n. 3” fu eseguita nel 1940 dalla Detroit Civic Orchestra. Completò anche una “Sinfonia
n. 4”, che però non trovò esecuzione. Morì nel 1953 già dimenticata. Due anni
prima aveva lamentato, scrivendo al direttore musicale della Boston Symphony
Orchestra, il famoso maestro Serge Koussevitzky: “Purtroppo il lavoro di
una compositrice è concepito da molti come leggero, spumeggiante, privo di
profondità, logica e virilità. Aggiunga a ciò l’incidente razziale – ho sangue
di colore nelle vene – e capirete alcune delle difficoltà”.
L’opera lasciata
in eredità, in via di catalogazione, è cospicua: oltre le quattro sinfonie,
quattro concerti, opere corali, canzoni d’autore, musica per strumenti da
camera e solisti, inni per organo, brani per pianoforte, arrangiamenti spiritual,
un concerto per pianoforte e due concerti per violino. Nelle note di programma
del suo brano per pianoforte “Three Little Negro Dances”, scrisse: “In tutti i
tipi di musica nera, il ritmo è di preminente importanza. Nella danza, è una
forza trascinante e travolgente che non tollera interruzioni... Tutte le fasi
dell’attività autenticamente nera – che si tratti di lavoro o di gioco, di
canto o di preghiera – sono più che inclini ad assumere una qualità ritmica”.
Un International Florence
Price Festival è attivo negli Stati Uniti, con sede a Washington, dall’estate
del 2020. Con l’obiettivo di realizzare digitalmente dei festival annuali di
musiche della compositrice. E di promuoverne lo studio, academico e nelle scuole.
Obiettivi già largamente affermati: Price è molto eseguita, negli Stati Uniti,
in Germania, in Francia – non in Italia, malgrado i nomi che i genitori vollero
per lei. Più attivo nel revival il maestro canadese che ha diretto l’ultimo
concerto di Capodanno dei Wiener Philarmoniker, Yannick Nézet-Séguin. La sua registrazione della “Sinfonia n. 1
in mi minore” e della “Sinfonia n. 3 in do minore”, con la
Philadelphia Orchestra, ha vinto nel 2022 il Grammy Award per la migliore esecuzione orchestrale.
astolfo@antiit.eu
Lo stato reale dell’economia è (quasi) sconosciuto
Le statistiche economiche e le valutazioni non
colgono cambiamenti importanti in un’economia rinnovata, basata sui dati – l’enorme
messe di “informazioni”. I criteri di rilevazione sono obsoleti, e potrebbero trascurare,
invece che evidenziare, dati significativi della produzione, in termini di produttività,
valore aggiunto, etc.. E anche della distribuzione del reddito – è più o meno sperequata
di quanto si evidenzia oggi?
“Le valutazioni delle economie mondiali potrebbero essere errate di migliaia di miliardi di dollari.
Gli attuali parametri per il pil, i prezzi al consumo, la produttività etc.
faticano a tenere il passo con il rapido ritmo di cambiamento della tecnologia,
dei modelli di gestione e delle abitudini dei consumatori nell’attuale economia, basata sui dati. È necessaria una continua
innovazione nei sistemi di misurazione per evitare un divario crescente tra ciò
che viene misurato e la nuova realtà economica sempre più diversificata in cui
viviamo”.
Anche le politiche economiche, le azioni dei governi
e delle banche centrali, si trovano in difficoltà per insufficienza di dati: “Senza
informazioni accurate sul reale stato dell’economia, i responsabili delle
politiche economiche rimarranno all’oscuro, incerti su quando accelerare per
contrastare una recessione o frenare per rallentare l’inflazione. Senza
informazioni dettagliate sulla struttura dell'economia, non possono sapere come promuovere al meglio la crescita economica per
tutti”.
È strano, ma è l’effetto di una modernizzazione
accelerata: “Questo è più che bizzarro in un mondo digitale caratterizzato da
abbondanti nuovi dati che potrebbero aiutare a monitorare l’economia e a
orientare le azioni delle banche centrali, degli organi di controllo fiscale e
dei responsabili delle politiche economiche in generale”. Ma avviene, è un
fenomeno generalizzato: perché i criteri di misurazione dell’economia, e degli
effetti delle innovazioni sull’economia, sono antiquati.
Rebecca Riley, It’s Time to Modernize Measures
for Growth. Imf “F&D-Finance&Development”, dicembre, free online
(leggibile anche in italiano, É tempo di modernizzare le misure di crescita)
martedì 6 gennaio 2026
L’amore a lungo
Alcune presenze riemergono, insistenti.
Peppino lavora in Africa e ha una ragazza africana. La ragazza è
graziosa, è alta in gambe e quindi soddisfa Peppino doppiamente, che è
piccolo: per avere una donna alta e per fare l’amore guardandola in faccia. È una ragazza fatta, attenta, perfino
premurosa, ma molto giovane, e non sembra che le piaccia, e neppure che le
dispiaccia. Entra
in silenzio, sorride e si dirige verso la camera, dove si mette nuda sul letto.
Lo fanno due volte la settimana, il
mercoledì e il sabato pomeriggio.
La ragazza viene con la mamma e qualche
fratello. Che nell’attesa rassettano, spazzano, lavano, cucinano, e dopo,
mentre mangiano in cucina insieme con Peppino, scelgono discutendone i cibi e
gli oggetti da portarsi via. Tra un mese o tra un anno la ragazza, col suo
giovane fidanzato o marito, riconoscente per la sua ricca dote, si divertirà e
farà figli, centellinando i dollari di Peppino, della cui brutta faccia, le
gibbosità, la secchezza non resterà traccia.
Lui lo fa, buon cattolico e comunista, per
opera di bene, oltre che per il piacere. È parco ma è ghiotto. Ha moglie e
figli a casa, ma talvolta parla della ragazza africana come della
fidanzata:
- È per
bene – dice: - È molto ingenua, è dolce. Le piace farlo a cavalcioni – insiste
convinto - che per me è anche più comodo. - Lui lo deve fare passivamente sdraiato, perché ha un risentimento
muscolare a una coscia, e dura a lungo: un paio d’anni fa per un’infezione si è
dovuto circoncidere, racconta spesso la cosa, e ha perso sensibilità. Talvolta
se ne dice stanco. L’amore capriccio, di cui tratta Stendhal nell’introduzione
all’“Amore”, è più delicato che il grande amore, più intelligente, persino le
ombre vi sono di rosa. Ma non dura.
I vecchi del Bar Lume a briglia sciolta
Scompare il ghiaccio nei bar e i ristoranti nell’estate rovente, senza un
perché – ma c’è. Un trattamento molto svelto, e un pochino horror per il rientro
dei pensionati sfaccendati di Pineta.
A questo primo episdio della quattordicesima serie la
pogrammazione accoda il primissmo episodio, novembre 2013, “Il re dei giochi” –
allora per la regia di Eugenio Cappuccio. Un’evoluzione radicale, tanto legnoso
quello tanto brioso il nuovo. Lasciato alle performances-senza limiti dei
personaggi, Mascino-commissaria, Guzzanti-sindaco e sposo, veneto in trasferta,
l’incontenibile Di Mauro mangiatutti (commissario capo, ministro, questore,
forchetta, seduttore, stratega dell’Azerbaigian). La ricetta Palomar ha rivitalizzato anche i vecchiatti di Malvaldi.
Roan Johnson, Il gioco delle coppie, Sky, Now
lunedì 5 gennaio 2026
La Resistenza in Venezuela è petrolifera
L’ha detto Trump a giustificazione del raid notturno su Caracas e il trafugamento
di Maduro, ma è anche agli atti, lo stato comatoso dell’industria del petrolio
in Venezuela. Per pozzi di estrazione arrugginiti, comunque poco produttivi, e
oleodotti che perdono il greggio strada facendo. Trump l’ha denunciato in chiave
di “il petrolio è nostro”, delle compagnie americane licenziatarie
dispossessate. Ma il malfunzionamento lo attesta la storia recente della stessa
società statale venezuelana dei petroli.
La Pdvesa, Petroleum de Venezuela SA, l’industria petrolifera pubblica,
è stata l’ultimo baluardo contro le dittature di Chavez e di Maduro, che ne
hanno minato la professionalità e la capacità di produrre. Nel dicembre 2002 la
dirigenza del gruppo operò una serrata contro le ingerenze di Chavez, che voleva
dirigenti, e anche semplici lavoratori, suoi “dipendenti”, cioè suoi affiliati
politici, senza competenze specifiche. L’agitazione durò due mesi,
trasformandosi da serrata in sciopero. Chavez licenziò 19 mila dipendenti – tra
accuse e manifestazioni anti-Chavez per arresti e torture. L’azienda fui
affidata a “tecnici” cubani e impiegati fedeli, ma di altre competenze.
Gli impianti sono andati in deperimento e la produzione di petrolio si è
ridotta all’equivalente di 50 milioni di tonnellate l’anno (meno di quanto l’Italia
consuma, anche dopo la riduzione della dipendenza da petrolio, per le politiche
di risparmio e di transizione energetica): buona per i consumi interni, in calo per la crisi economica endemica, e per
modeste esportazioni, indirizzate quasi tutte verso la Cina.
Ed ecco - è Natale - il padre-madre
Che avviene in due coppie giovani, di grande
amicizia, quando le mogli, giovani e amiche, restano incinte contemporaneamente,
e contemporaneamente muoiono al parto? Che i giovani vedovi restano inconsolabili,
e si devono occupare giorno per giorno, ora per ora, minuto per minuto, del
banbino, stanco, afaato, nervoso, malato, tra pipì e cacche inconsulte – il solito
tran-tran, che non lascia una piega libera, del tempo e dell’animo.
Una trama semplice. Ravvivata da Trevso, il nuovo
fondale cinematografico distensivo, di aqcue e verde – inaugurato da Battiston
con la serie “Stucky” di Rai 2 – anche qui genius loci in qualità di agente
immobiliare inconcludente, tali e tane sono le esigenze dei vedovi
neo-genitori.
Un racconto come una lezione. Ma un altro passo nel
filone “riprendiamoci lui”, il maschio. Nella funzione anche del padre-madre.
Antonio Padovan, Come fratelli, Sky Cinema, Now
domenica 4 gennaio 2026
Le radici aeree della memoria
Alcune presenze riemergono insistenti
Un texano colto e sensibile è un albero dalle radici aeree che sia
templi-ce e robusto. Tale è Alan Lomax, che per primo nel 1954 percorse l’Italia
con pazienza per creare un archivio della musica tradizionale, registrando tremila
danze e canti in un centinaio di paesi e città, dando un suono alle raccolte di
Pitré, Raffaele Corso, il barone Lombardi Satriani, con Diego Carpitella, gnomo
gentile:
- Il caso - dice Alan, quieto sessantenne
- ha voluto che fossi la prima persona a registrare la cultura popolare, una
specie di Cristoforo Colombo musicale di ritorno. - In Italia e in Europa, per
otto anni. Filosofo, direttore degli archivi folk della biblioteca del
Congresso, texano di prognato e pettorali, prima che il Texas sparasse a
Kennedy. E di famiglia: suo padre John Avery già faceva a fine Ottocento
archeologia popolare. Là dove il popolo si trova. Insieme hanno girato le
borgate e le prigioni del Sud degli Stati Uniti. Hanno riscoperto cajun
e zydeco, e scovato Leadbelly, Muddy Waters, Aunt Mollie Jackson,
portandoli alla radio. E Woody Guthrie, padre di Baez e Dylan. Ma non ce l’ha
più con Dylan, con i cui agenti si picchiò a Newport, per la chitarra elettrica
nel folk e il blues bianco:
- È un’altra musica – dice.
Il ritorno dell’uomo salvatore
In una Citroën 2 Cavalli da vecchi fricchettoni,
rossa, una mamma giovane ma inquieta porta la sua bambina in fuga ogni volta
che in un posto si trovava bene. In fuga questa volta per una ragione buona, da
un padre che non ne ha mai voluto sapere ma ha ora bisogno della bambina per uno
dei suoi loschi affari, ha bisogno della patria potestà.
Non sapendo dove nascondersi, la madre inquieta torna
a casa, in Calabria, per tentare da lì, da un aeroporto remoto, un espatrio in
qualche modo anonimo verso un Paese lontano, la Norvegia, la Finlandia. E qui un
primo angelo salvatore di palesa nel vecchio zio, Frassica, “grande attore”, “diplomato
all’Accademia di Reggio Calabrie”, “premiato a Tindari”. Il secondo, più
accattivante e rassicurante, è Francesco Arca, avvocato tourné piccolo e
ricco Bezos. I cattivi naturalmente saranno vinti. Ma non dopo averci
fatto godere gli splendidi dehors di Fiumefreddo Bruzio sotto Cosenza,
con vista mare – e il suo caffè Convivio, il primo gestito in Italia da ragazzi
problematici.
Le fuggitive sono Marianna Lancellotti - che con la
“cugina” Chiara Tron spolvera una perfetta cadenza calabrese – e la piccola
Elena Sophie Senise, che dopo la serie di successo “Costanza” è ormai un’attrice,
detta i tempi. Ma il film conferma la tendenza “riprendiamoci lui”, il maschio:
come un addio all’uomo inutile o comunque delinquente, ora la salvezza viene dagli
uomini, dai maschi - anche da loro, ma soprattutto da loro.
Fabrizio Costa, Seduci&Scappa, Rai 1,
RaiPlay
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