lunedì 17 agosto 2026
Sesso e morte, Russia senza misura
Sesso
senza inibizioni, della padrona col servo, liberamente in casa, in assenza del
marito, nel letto del marito, e assassinii senza nemmeno pensarci su, del
suocero, del marito, con furbizia, con cattiveria, con le proprie mani. Per
finire sul Volga, con la tradotta verso la Siberia, tra le angherie di
carcerate e carcerati, e dello stalliere amatissimo, stupido stallone.
Un
racconto anomalo. Di un “verismo” anticipato, 1865 - specie in questa
traduzione, di Margherita Crepax, che non sdolcina e piuttosto acuisce, nel
trionfo e nella disgrazia. Una Lady
Macbeth che ispirerà Šostakóvič, con una partitura che ne ricalca le asprezze
in un’età, 1934, in cui già più non si poteva
(l’opera il compositore camuffò come la prima di una trilogia sulle
donne russe – di cui Katerina L’vovna, assassina a mani nude, non poteva certo
dirsi esemplare).
Un
racconto anomalo nella narrativa pur già aperta alla licenza – a Parigi se non
altrove – del secondo Ottocento. Passionale, anche. Licenzioso, anche – non c’è
donna che “non la dia” al primo che incontra. Libertino, sembra. Perché poi
nudo per mancanza di fede – di fede religiosa.
Un
romanzo breve – il canovaccio di un romanzo – ma pieno. Di umori (cattiveria)
in un mondo remoto – di “cuoche” e chiacchiere, e poi di tradotta notturna,
verso la Siberia. Svelto, gestuale, irriflessivo e ingiustificato. Di
una “libertà” senza limiti, e anche di prudenza, o di furbizia. Forse
antifemminista, anche in questo in anticipo sui tempi – di una donna che passa
su tutto come un carro armato. Sicuramente molto russo - come solo ora si comincia a raccontare, dopo quasi due secoli.
Nikolaj
Leskov, Una Lady Macbeth nel distretto
di Mcensk, Garzanti, pp. 11 € 5,90
domenica 16 agosto 2026
Il mondo com'è (499)
astolfo
Cimitero dei Turchi – Erano “turchi” nella Grande Guerra, inquadrati nell’esercito austriaco in Carnia e sull’altopiano di Asiago, i coscritti bosniaci. Nel racconto di memorie “La bottiglia ritrovata”, uno degli ultimi di Mario Rigoni Stern (pubblicato nella raccolta “Aspettando l’alba” nel 2004, quattro ani prima della morte) lo scrittore di Asiago ripercorre una battuta solitaria di caccia all’alba: “Giunsi al Cimitero dei Turchi – dove erano stati sepolti i soldati bosniaci caduti nel ’17 – che incominciava l’alba…”. Sull’altopiano di Asiago, il luogo per eccellenza di Rigoni Stern, una cinquantina di cimiteri militari si costeggiano, variamente denominati, qualcuno anche dei caduti austro-ungarici, ma nessuno nella nomenclatura ufficiale reca il nome “dei Turchi”: Rigoni Stern riferisce evidentemente la denominazione corrente, comune, della memoria.
Paul Goodman – Dimenticato, e anzi cancellato, dall’editoria e dagli studi, storico-letterari e critici, è immortalato come suo maestro e ispiratore da Susan Sontag da sempre, da quando adolescente puntava all’università. Sui 16-17 anni, nel suo ricordo in morte di Goodman, sulla “New York Review of Books nel 1972 (il ricordo apre la raccolta “Sotto il sole di Saturno”): “Ho letto tutti i suo libri.. .. Non c’è stato appartamento in cui ho vissuto gli ultimi ventidue anni che non abbia contenuto la maggior parte dei suoi libri”.
Era all’epoca, ancora nel 1972, uno degli ispiratori
della rivolta giovanile degli anni 1960. Molto attivo già negli anni 1940. alla
rivista “Politics”, alla quale lavorava con C. Wright Mills e Dwight McDonald, e
nell’introduzione in America della psicologia e terapia della Gestalt. E ancora
negli anni Cinquanta, col Living Theatre di Julian Beck e Judith Malina. Uno dei
protagonisti della scena intellettuale newyorchese e americana. Ha anche una pagina
nella Anarcopedia. Ma del tutto dimenticato.
Xavier
Milei – Il presidente argentino dalla folta zazzera con la
motosega, per disboscare lo Stato, è di formazione economista, studioso della
Scuola Austriaca (Carl Menger, Bōhm-Bawerk, von Wieser, von Mises, von Hayek –
molto barbuti, molto rispettabili). Da lui elaborata in una prospettiva
“anarco-capitalista” - una non avventata elaborazione del liberalismo lo fa
approdare, coerentemente, all’anarchia.
Pondus
– È la parola latina e la misura probabilmente di
più lungo corso e di più vasta applicazione: pound in inglese, Pfund in tedesco, funt in russo. E dovunque con la stessa portata/misura, 0,453 kg.
Solo in italiano (nelle lingue neo-latine:
castigliano, francese, rumeno, ladino) la stessa misura si denomina
diversamente: libbra - da libra¸la
bilancia.
Savitri Devi – Michel
Houellebecq la menziona nel suo ultimo romanzo, “Annientare”, come Maximine
Portaz. È il suo vero nome. Morta nel 1982, in Inghilterra, e presto
dimenticata, è stata un personaggio di peso, severa e nello stesso tempo molto
impegnata, dell’estrema destra nel campo ecologico. Nazista entusiasta in gioventù,
negli anni 1930, apostola e organizzatrice del neonazismo, anche non ecologico,
nel dopoguerra.
Si può definire un’intellettuale francese – ma lei
ambiva a un’origine franco-greca - di metà Novecento. Al secolo Maximine Portaz,
o Maximiani Julia Portgas, come lei si declinava, nata a Lione, 1905 (data di
nascita più attendibile) -1982. Nata in Francia da madre inglese e padre italo-greco,
addottorata in Matematiche, con tesi di dottorato su Gottlob Frege e Bertrand
Russell. Ammiratrice fervente di Hitler, antisemita, futura negatrice dell’Olocausto,
e forse spia tedesca in India – allora sotto dominio britannico – nella guerra.
Prese il nome Savitri Devi, divinità-dea del sole,
dopo essersi convertita all’induismo ed aver sposato un bramino. Animatrice e
\o anticipatrice dell’ecologia radicale o
profonda. Sostenitrice del sistema delle
razze in India, archetipo delle leggi razziali che avrebbero governato il mondo
ordinatamente, tenendo separate le razze. Sostenitrice dell’arianesimo. Di cui
ha teorizzato da ultimo l’origine “polare”.
Johnny
Torrio – È esistito, ed è anche un personaggio (minore) di
da Empoli, “Il mago del Cremlino”. “Presidente del consiglio” dei mafiosi di
Chicago, subito dopo la guerra, la Grande Guerra, un vero boss, “rispettato” da tutti. Fino a quando non emerse nelle sue
truppe un tipo che voleva prendere il suo posto e si chiamava A.Capone. E fu
così che, nel 1924, un pomeriggio di gennaio, verso le cinque, Johnny Torrio,
il presidente del consiglio dei mafiosi di Chicago, si accascia crivellato di
pallottole davanti casa. Lo portano all’ospedale, e lui dice alla polizia: “So
chi ha fatto il colpo, ma non sono un confidente”. Poi, quando sta meglio,
chiama Al Capone, gli dà le chiavi del business
e gli dice che ha voglia di rientrare in Italia. Risultato: “Ha vissuto ancora
quindici anni, per grazia di Dio, ed è morto tranquillamente nella sua casa a
Brooklyn”. (G. da Empoli,”Il mago del Cremlino” § 25).
Rodolfo
Valentino – Si celebra per i cento anni della morte, il 24
agosto 1926, a New York (a 31 anni, di peritonite trascurata), da ultimo su
otto pagine del settimanale “Robinson”, sempre e solo come il modello del latin lover. Per la capigliatura folta impomatata, e lo sguardo assassino delle bionde, da
miope. Trascurando, anche nelle biografie, i dati familiari e personali delle origini. Si sa che è pugliese di
origine, ma non che era di madre francese, Marie Gabrielle Bardin, istitutrice o
dama di compagnia in casa dei marchesi Giovinazzi di Ducenta (la marchesa era una Ruffo
di Calabria), e di padre veterinario, già capitano di cavalleria, appassionato
di araldica (per la quale s’inventerà molti avi), Giovanni Guglielmi.
Battezzato come Rodolfo Pietro Filiberto Raffaello Guglielmi. Terzo di quattro
figli, Beatrice, Alberto e Maria. Con la famiglia costretta presto a spostarsi, alla morte precoce del padre, prima a Taranto in casa di amici, poi a Perugia, dove la madre aveva trovato
occupazione. A Perugia fu interno per tre anni, fino ai 15, in un
convitto dell’Onaosi (Opera Nazionale
Assistenza Orfani Sanitari Italiani). Un adolescente sgraziato, e
indisciplinato. Espulso, tentò l’Istituto Nautico di Venezia. Ma non fu accettato
per la miopia, e altri problemi fisici. Riuscì a diplomarsi in Agraria, a 18
anni, a Genova, e ritornò a Taranto, da famiglie amiche.
Una biografia giovanile molto “contemporanea”, da
generazione Z. Da Taranto partì all’avventura per Parigi. Dove trovò
occupazione come ballerino nei club.
Non guadagnò abbastanza e se ne tornò a Taranto. Qui si diffondeva la fama dei
successi in America di un musicista locale, Domenico Savino, di famiglia amica
dei Guglielmi. Partì allora, aveva 18 anni, per New York. Savino lo introdusse
al night-club di buona fama “Maxim”, dove fu assunto come taxi dancer, “partner a pagamento per
balli di coppia”. E la fortuna cominciò, con le gentildonne.
Rodolfo aveva preso l’onda giusta. Rafforzata dai
legami che presto stabilì con ballerine di lungo corso che avevano formazioni
proprie, Bonnie Glass e poi Joan Sawyer. Si fece un certo nome, e passò sulla
West Coast, a San Francisco, attore-cantante-ballerino di operette. Poi Hollywood.
astolfo@antiit.eu
Si dice corruzione ma il danno è da negligenza
Analizzando i dati dell’Anac, l’ Agenzia
anti-Corruzione, Giuseppe Pasquale, tributarista emerito, accademico e al “Sole 24 Ore”, scopre che in
oltre sei anni i procedimenti
trasmessi per legge all’Anac dalle 100 procure inquirenti, prevalentemente per
reati corruttivi, sono stati 141, meno di due al mese in tutta Italia. È tutta
qui la corruzione? “Il danno economico più ingente alla collettività non deriva affatto dalla
corruzione, bensì dalla semplice negligenza, assolutamente più diffusa e nefasta
della prima”, può sintetizzare il magazine.
Si
parte dalla temibile Corte dei Conti, di negligenza massima. La fittissima
normativa anti-corruzione che poi finisce nell’inapplicazione è infatti seguita
a una falsa stima che la Corte ha fatto nel 2012. Il
16 febbraio 2012 il procuratore generale
della Corte dei Conti dava il danno da corruzione in Italia in 60 miliardi
l’anno. “Cifra clamorosamente smentita dal Sole 24 Ore quattro anni dopo, il 21
agosto 2016”, ma “con una titolazione eloquente: «La leggenda dei 60 miliardi,
stima falsa che tutti citano»”.
Nel frattempo, però, la Corte dei Conti aveva generato l’affrettata
legge n. 190 del 12 dicembre 2012, “tuttora in vigore e foriera di soluzioni
burocratiche alquanto discutibili: con autocertificazioni surreali che nessuno
controlla, con piani anticorruzione che nessuno legge, con una sfilza di corsi
di formazione che insegnano l’ovvio (“oddio, quanto è spregevole il corrotto”)”.
La corruzione certamente c’è. Ma in misura ridotta. Il
danno, alla spesa pubblica, è soprattutto "effetto della negligenza”. Per la
mancata applicazione, o inapplicabilità, delle leggi anti-corruzione. “La
negligenza – sia quella colpevole, sia quella borderline (protette, da
ultimo, da ampi margini di impunità) – è ciò che alimenta, per davvero, la
stragrande maggioranza delle inefficienze, ivi compreso il danno erariale
nazionale”. E qui l’esperto porta un caso che ancora brucia: “Com’è accaduto,
a esempio, con il dl n. 39/2024, dove si è aspettato il 29 marzo 2024 per porre
fine alle proroghe del superbonus edilizio, nonostante che, ‘distrattamente’ e
senza ipotesi di dolo, fossero frattanto state autorizzate, sia
dall’amministrazione (Rgs) sia dalla politica (il Ministro dell’economia e
delle finanze), spese allo scoperto per decine di miliardi”, benché fosse noto “l’avvenuto
esborso di agevolazioni superbonus per 33,7 miliardi oltre la copertura
finanziaria”.
Giuseppe
Pasquale, Corruzione? Meno del previsto, “Start Magazine”, in libera
lettura online
sabato 15 agosto 2026
Letture - 620
letterautore
Coltello – Oggi in uso
tra i ragazzi e i mariti abbandonati, era “l’arma latina per eccellenza” di
Mussolini, ricorda Scurati in “Fascismo e populismo”, p.34, dopo il rapporto
stretto da lui instaurato dopo la guerra del 15-18, da cui usciva isolato, con l’arditismo
– gli ex galeotti utilizzati in guerra
er missioni speciali. Che hanno lasciato qualche modo di dire – “il coltello fra
i denti”.
Ma
era in uso nelle osterie romane prima del’unità, nelle memorie di viaggiatori
francesi di metà Ottocento. Soprattutto all’uscita dalle osterie – solo a Roma
allora il coltello faceva un morto al giorno, così si diceva.
Comunista-tipo – È quello dei film americani del dopoguerra. È – era – uno di noi,
secondo il non simpatizzante Ennio Flaiano, quando faceva il critico
cinematografico, tardi anni 1940 soprattutto, anni non ancora di guerra fredda con
ombrelli atomici. Come ogni altro “cattivo” va raffigurato, spiega Flaiano nella
noterella cinematografica “Una nuova maschera” (ora in “Chiuso per noia”) come
noi, come se fosse uno di noi: “Oggi”, 1949, “il Nemico è il Comunista. Perciò
lo schermo americano tiene ad avvertirci che il «comunista-tipo» non è poi così
brutto come lo dipinge la solita paura…. Anzi, il «comunista-tipo» è un buon
diavolo, arrivato al comunismo attraverso molti complessi di inferiorità, o per mancanza di affetti: un buon diavolo che si adatterà volentieri a indossare una
marsina o a mangiare il pollo con le forchetta purché lo si convinca con
l’Amore…. Il comunista rivoluzionario, l’organizzatore, l’agitatore «non
esistono in natura». I fratelli Pajetta sono un’allucinazione collettiva, forse
uno spauracchio agitato dal Partito. Meglio ancora: sono «mostri» che al primo
bacio d’amore perdono le zanne e diventano bei principini….”.
Umberto Eco – “Eco, vana
voce”, è un palindromo di Bartezzaghi sul “Venerdì di Repubblica” – “in
riferimento alla povera ninfa clamans del
mito di Narciso e non certo al per niente vano Umberto”.
Fate – Fate fatue? “Il nome delle fate, eredi delle ninfe, deriva
dai Fata, le tre Parche, e da certe oscure divinità dette Fatue, nome che si
riferisce al fari profetico”, fari come parlare, “prima di dare
origine, in francese e in italiano, alla parola fatuità” – Roberto Calasso, “La
follia che viene dalle ninfe”, 30.
Fiaba – La ragione ultima – e prima
–per cui ci s’induce a comporre una favola, è la smania di ridurre a chiarezza
l’indistinto-irrazionale che cova in fondo alla nostra esperienza” – C. Pavese,
“Raccontare è monotono”,1949, in “Raccontare è come ballare”.
Giallo-omicidi – “Il nostro è il Paese con il secondo
più basso numero di omicidi in Europa”, in rapporto alla popolazione – Giancarlo
de Cataldo, “Il noir è sovversivo”. E
“la percentuale di risoluzione supera in
90 per cento”, nelle indagini di polizia.
Kitsch – “Ciò che oggi chiamiamo kitsch non
coincide più con il cattivo gusto. Il cattivo gusto appartiene ancora
all’estetica: presupponeva la possibilità del bello e, dunque, anche quella del
suo fallimento. Il kitsch contemporaneo è qualcosa di più radicale. Non riguarda
le forme, ma il governo delle forme: non è un’estetica ma un dispositivo. La
sua funzione è neutralizzare ogni esperienza autentica dell’opera,
sostituendola con un consumo immediato del suo significato – Eduardo Cicelyn,
“La tentazione del kitsch che calpesta la storia”.
Nemico – Non è malvagio: al cinema va raffigurato, spiega Flaiano nella nota “Una nuova maschera
a proposito del comunista-tipo”, a due teste. Come “nato dall’incontro di due
esigenze, una drammatica e l’altra psicologica. Riassume cioè i miti della
«bella addormentata» e del «principe-mostro» (miti fiabeschi che il cinema non
si stancherà mai di rappresentare), e li giustifica con quella tendenza collettiva
all’ottimismo che consiglia di raffigurare il Nemico come un essere che ha gli
stessi nostri pregi e difetti, cioè come un essere convertibile alla nostra
stessa causa, addirittura amabile”.
Pettegolezzo – “La letteratura,
insegna Marcel, è una forma altissima e bassissima di pettegolezzo” – Chiara
Valerio, “Robinson”, “My funny Albertine”.
Marcel
è naturalmente Proust.
’47 - Il
1947, l’anno in cui Orson Welles volle girato a Roma “Cagliostro” (“grosso film
d’appendice assolutamente privo
d’interesse”), l’anno dopo il voto alla donne e la proclamazione della Repubblica,
che ora si celebra, “era l’anno delle difficoltà per la nuova Repubblica”, annota
Flaiano critico cinematografico il 4 giugno 1949 (“Cagliostro”, in “Chiuso per
noia”): “De Nicola, angosciato da dubbi (De Nicola aveva votato per la monarchia
al referendum, n.d.r.), abitava in quattro stanze a palazzo Giustiniani, si lagnava
di non avere il mare sotto casa come a Torre del greco, e il Quirinale era stato
affittato agli americani che vi giravano, appunto, ‘Cagliostro’… Il ’47 è stato
un anno difficile, ed è tutto qui: Togliatti e Nenni che preparavano il voto decisivo
per onorare il centenario del ‘Manifesto comunista’, gli americani che colgono
fiori nel giardino del re; la buona piccola società romana che ammira Orson
Welles, mentre le signore ricominciano a mettersi penne in testa e a organizzare
balli di beneficenza”.
Poeta - È “il pioniere e l’epigono. Il
primo inventa, comprende e passa oltre, il secondo, toccato dall’evidente ambiguo
fascino della terra fino a ieri sconosciuta, ci ritorna e indugia, ci
costruisce la casetta, pianta il frutteto e fa le conserve” - C. Pavese,
“Poesia è libertà”, una riflessione del 1949, pubblicata postuma, ora in
“Raccontare è come ballare”.
Poetica del fascismo – Pavese si fa sollecitare
da “un intelligente lettore” che, a proposito del suo saggio “Il mito” gli scrive: “Di poesia ineffabile, angelica, mitica non ne abbiamo
vista anche troppa nel ventennio?” – in uno degli ultimi scritti, “Due
poetiche”, del 14 giugno 1950 (ora nella raccolta “Raccontare è come ballare”).
E risponde: la poesia “nasce su un mito”, ma non necessariamente prende “lineamenti
rarefatti, demoniaci o angelici, appunto mitici”. Ma è vero, “tutti oggi sentiamo
fastidio per la poesia «rarefatta», per i suoi generi ormai codificati – il
poemetto in prosa, l’«occasione» ermetica, la prosa evocativa, il capitolo, la favola
realistico-magica, ecc. Essa ha dominato in Italia tra le due guerre… - insieme
alla prosa saggistico-ironica, all’«elzeviro»”.
Racconto – Un buon racconto
è come il mito, si spiega Pavese nel saggio “Raccontare è monotono”, del 1949,
ripescato nell’antologia “Raccontare è come ballare”, o come una nuotata: “Narrando non si esce dal
gorgo della naturalità, così come nuotando non si esce dall’acqua, e la massa
indistinta dell’acqua sostiene e determina
il movimento, dà loro un senso e un fine. La chiarezza del racconto corrisponde
alla funzionalità del nuoto – gesti nitidi e precisi che si modellano
sull’acqua indistinta e la modellano in cerchi, in impulsi, in giochi di
schiume”.
Con
un dubbio: “Dobbiamo concludere che tutto nella narrativa è stile, così come nel nuoto?” Cui si
risponde: “Evidentemente, quando per stile s’intenda tutta la composizione –
parole, passaggi, taglio di scene, caratteri, cadenze e riprese”.
letterautore@antiit.eu
Il genio perduto dei luoghi
"Quel
complesso puzzle che è l’idea
classica della sacralità dei luoghi” è il tema di questa riflessione. Di cui le
ninfe, così numerose, varie e incerte, sono state e restano le animatrici, il
soggetto attivo, legato alle acque – ma non soltanto alle acque (Oceanine,
Nereidi, ninfe del mare, Naiadi, dei fiumi e le fonti), anche dei monti (Oreadi),
delle valli (Napee), dei boschi, Aldeidi, degli alberi, Driadi e Amadriadi. Di
un mondo muto animato - poi anche romano, e bizantino, si può aggiungere, e russo (le rusalka). Figlie di Zeus, o delle acque, immortali e mortali, a volte
infanti, a volte guaritrici, o profetesse, ma tutte vergini, ornate di fiori, in
“vesti leggere fluenti”. Lo spirito dei luoghi.
Bevilacqua
è un camminatore esperto, come si suol dire, e felice. Esperto di ogni singola
piega e di ogni singola efflorescenza delle sue montagne in Calabria,
sull’Aspromonte, per le Serre, sulla Sila e per il Pollino, di cui è felice
narratore – una sorta di curatore-creatore della natura locale (di cui i locali
purtroppo, dal recente passato di fatica contadina, poco si curano), in raccolte
che sfidano il tempo – “Le fantasticherie del camminatore errante”, “Il
paesaggio rivelato (Calabria esotica)”, “Lettere meridiane”, “Sulle tracce di
Norman Douglas” tra i tanti. In questo
volumetto, da lettore oltre che camminatore e anzi persona di vasta cultura, si
applica e fare emergere, in forma di saggio, rileggendone la mitologia e la trattatistica,
il “genius loci”, il “daimon” di ogni luogo. Di ogni comunità non solo, ma
anche di ogni anfratto e specie.
Bevilacqua
ne ripercorte la trattatistica, di cui dà la bibliografia in appendice, da
Servio e Esiodo, i primi accenni, a Vito Teti. Con molto Platone naturalmente, e
Emerson, Thoreau, Hadot, La Cecla, Turri, Augé, Assunto, Bodei, molto Hillmann,
recente, Eliade, Calasso, Norberg-Schulz, il “processo di individuazione” di
Jung (“Anima e terra”). E i poeti: Omero naturalmente, Eliot, Pound, Heine,
Rilke – ma in letteratura i richiami sarebbero interminabili (molto avrebbe
giovato Whitman). E Vernon Lee (la prima che vi si è rifatta, con vari
racconti, alcuni raccolti da Sellerio) nella narrativa forse meglio di Buzzati
- o il non considerato Alvaro.
Un
saggio su un bisogno, forse a questo punto, più che su un fatto. Un bisogno di
confermarsi che nasce dall’abbandono dei luoghi, per l’emigrazioene, o la semplice,
inevitabile, inesorabile, urbanizzazione. Non c’è più il genius loci nemmeno nelle piccole comunità ancora persistenti, si
può aggiungere, luoghi e acque che si caratterizzavano per una onomastica e
toponomastica minutissima, che magari l’Igm ancora documenta, l’hanno svanita
del tutto, anche per i residenti,
nell’arco di una generazione o due, con la prima urbanizzazione
postbellica. Non si sa dove si abita, e non
interessa.
Con
due fastidiosi refusi (per Heidegger), alle pp. 31 e 33, non comuni per questo
editore.
Francesco
Bevilacqua, Genius Loci, Rubbettino,
pp. 85 € 8
venerdì 14 agosto 2026
Problemi di base ambientali - 927
spock
L’ambiente va protetto distruggendolo?
Con auto faraoniche?
Con le pale eoliche e i pannelli solari?
Col bosco verticale?
Con i grattacieli?
Con i data center?
spock@antiit.eu
Mussolini eterno
“Mussolini
non fu soltanto l’inventore del fascismo, il fondatore dei Fasci di
combattimento e del Partito nazionale fascista; fu anche l’ideatore di quella
prassi, comunicazione e leadership politica che noi oggi chiamiamo populismo
sovranista”. Insomma, ci siamo capiti, Meloni – il sottotitolo è “Mussolini
oggi”.
È
il discorso con cui Scurati ha partecipato nel 2022 alle Rencontres Internationales
de Genève, un “dialogo culturale” che si tiene ogni anno tra gli amanti della
pace. “La mia relazione fu presentata”, spiega, “giovedì 29 settembre, pochi
giorni dopo le elezioni politiche italiane”. E per questo tanto più oggi ci
tiene, per “il timbro di orazione civile e la vena di commozione che (lo)
caratterizzano anche per via del momento storico in cui fu concepito e
pronunciato”.
Ma
senza novità. L’ennesimo ritratto di Mussolini, pieno di sé – il combattente –
cinico, fortunato, violento. E opportunista: “Io sono l’uomo del dopo”, di se
stesso dicendo, di quando le cose hanno preso il loro verso. Dal socialismo all’arditismo
– degli avanzi di galera, le squadracce. Insomma, quello che si sa, a ufo.
L’eterna
aneddotica – a naso il tema e la fatica di metà buona della storiografia
italiana contemporanea, tra Mussolini, fascismo, guerre, totalitarismo e
tematiche affini.
Dopo
averne scritto per migliaia di pagine nei suoi romanzi storici della seria “M”,
Scurati evidentemente non ne è stufo. Non ci evita nemmeno il “corpo” del duce (ma
perché non si fa il corpo del Führer?
Non si spogliava, certo, ma allora il magnetismo della voce, perché no,
migliaia di pagine se ne potrebbero estrarre).
Con
un nota finale, intitolata “Democrazia”, in cui Scurati, senza volerlo, si
racconta impolitico: quando cadde il Muro di Berlino aveva vent’anni, e non se
ne accorse. Male, no?
E il populismo?
Antonio Scurati, Fascismo
e populismo, “la Repubblica”-Giunti, pp. 91 € 9,90
giovedì 13 agosto 2026
Con la Germania a destra sarà dura
Si dice Germania,
ma s’intende il governo. Si dice il governo Merz, ma non si intende il cancelliere,
uno che sembra finto, messo là per ammortizzare il passaggio della Dc tedesca,
la Cdu-Csu, dalla finta sinistra di Merkel a una solida destra, in grado di
disinnescare la sfida di Alernative für Deutschland. E questo non lo fa Merz, lo
fa Alexander Dobrindt.
L’uomo forte è il
ministro dell’Interno e capo della Csu, “un bavarese talmente raffinato che sembra finto”, così ritratto una quindicina d’anni fa su questo sito, allora
capo della Csu, la Dc bavarese. Con barca di lungo pescaggio - e residenza, si suppone,
sulla Costa Brava, allora molto pregiata, non solo dai mafiosi italiani (le sue
intemperanze scaricava sul Mediterraneo, ma su Grecia e Italia, Spagna esclusa). Quello che nel 2016 disse no alla
Fiat di Marchionne, il salvatore dell’auto, in Europa e negli Usa, che si
proponeva di tirare la Opel fuori dai guai – no, disse Dobrindt, ci vogliono
quarti di nobiltà, meglio la Francia, meglio Peugeot (che di Opel tedesche in
Germania ora ne produce meno che di Fiat in Italia).
Dobrindt
ricorre variamente in questo sito. Per capire con chi avrà da
fare Piantedosi per gli immigrati che non piacciono, se ne può leggere nel nostro
“Gentile Germania”, 2014:
“Giovanile, velista, spigliato, un bavarese così raffinato da parere finto,
Alexander Dobrindt ha impazzato contro l’Italia per tutto il 2012, fino a
Natale, nel quadro d’una crociata anti-mediterranea, Spagna esclusa – per
essere la Spagna mezzo visigota? o mezzo atlantica: su che mare ha casa
l’onorevole Dobrindt? “Vedo la Grecia fuori dall’euro nel 2013”, confidò
alla Bild alla vigilia delle ferie estive. Alla vigilia di
Ferragosto attaccò l’Italia sul Tagesspiel, pigliandosela con
Draghi, in quanto presidente Bce: “Salta all’occhio che Draghi si
attiva sempre e fa acquistare Btp dalla Bce ogni volta che l’Italia è alle
strette”. E intimandogli: “Decida da che parte sta: dalla parte dell’Unione
nella stabilità o da quella dei Paesi in crisi, che tentano, zitti e mosca, di
mettere le mani sui soldi dei contribuenti tedeschi”.
“Il Tagespiel lo commentò beffardo (i bavaresi non hanno
buona stampa in Germania) con la prima del Giornale di
Berlusconi: un QUARTO REICH a tutta pagina. Sommario: “I no
della Merkel e della Germania rimettono in ginocchio noi e l’Europa”. E di
spalla: “I tedeschi salvatori dell’euro? Macché, spende di più l’Italia”. Ma
niente, a fine mese Dobrindt tornò alla carica, precipitando un’altra crisi per
l’Italia e la Grecia, sempre via Bild, in quattro punti: 1) “Più
tempo per la Grecia significa più oneri per la Germania. Non lo permetteremo.
Ciò che ci vuole è una roadmap, che parta da un’ordinata uscita
della Grecia dall’euro”; 2) Draghi, comprando titoli di paesi deboli, aiuta la
speculazione e “fa della Bce una banca dell’inflazione”: a) “La politica di
Draghi è ad alto rischio, per l’import trans-frontaliero del caro interessi”,
b) “Draghi usa la Bce come uno scambiatore, per trasferire denaro dai solidi
Nord ai Sud deficitari”. A novembre Dobrindt si ripeté, sempre con la Bild:
“Il condono del debito greco sarebbe la rottura degli argini”. Con scarso esito
a quel punto, la speculazione fu poco incisiva e Dobrindt sparì. Anche perché,
dopo tanto tuonare, lui stesso precisava: “Il salvataggio della Grecia costa al
contribuente tedesco per la prima volta soldi veri”.”
Ranucci o della giustizia politica
Non si dovrebbe mescolare il
giornalismo con la giustizia, ma è la realtà in Italia - non ce n’è altra: i
Procuratori fanno i giornalisti, i giornalisti fanno i Procuratori, e i
Tribunali seguono l’onda - chi si ricorda
una sentenza fuori onda? Il caso Ranucci, uno che non capisce nemmeno quello
che ha fatto, di balordo e anche di malvagio, fa il paio con l’inettitudine dei
giudici, ormai accodati al primo che passa e gli abbaia. L’ultima assemblea del
sindacato dei giudici, l’Anm, si ricorda perché, nell’Aula Magna della Cassazione,
il top del top, si alzò in piedi per applaudire l’ingresso di Ranucci - e ora sono i soli a non protestare contro il conduttore che si appropria della memoria di Falcone e Borsellino.
Che ora Ranucci sia risparmiato dalle indagini
sulla finta bomba a casa sua, e anche come direttore o caporedattore tv che si
fosse permesso un decimo degli attacchi, le insinuazioni, le malversazioni (sì,
il massacro dei vinai italiani, per nome, fatto senza contraddittorio da un redattore-vinaio
in proprio), è la normalità. Mentre altrove sarebbero state sanzionate in tribunale, in Italia
no, furono e sono osannate, perché “Ranucci è tutti noi”. E che tutti i giudici sono Ranucci, questa è la verità della cosa.
Se gli Usa sono al carro degli ayatollah
La portaerei
senza acqua né cibo, gli arsenali vuoti per i bombardamenti sull’Iran – e per
avere venduto all’Europa, perché li venda all’Ucraina, missili anti-missili e
altra roba del genere. I generali che criticano il loro ministro, e ance il
Presiidente. Il Presidente che dice di volere solo pace e moltiplica i
bombardament, nelo Yemen, in Iran e dove capita – indiscriminati, come sono e
non possono non essere tutti i bombardamenti aerei, anche se i media li vogliono “mirati”, donne e bambini
non esclusi (anzi obiettivi che significano la pelle salva per il pilota). Gli
Stati Uniti sono soliti all’autoflagellazione, salva la coscienza – “siamo
poveri, disarmarti, mal guidati, cattivi e perdenti” – e questa all’Iran non fa
eccezione. Ma questa volta con più riscontri.
È un fatto che la
guerra all’Iran, che il Pentagono sapeva
- come lo sa chiunque sia mai stato in Iran, pre e post-khomeinista (un Paese troppo
grande per le bombe aeree, e inattaccabile da terra) - non doversi mai fare,
per nessun motivo, è sta fatta, due volte, ed è perduta. A tutti gli effetti:
politicamente, militarmente, economicamente. Per gli Stati Uniti, per gli europei
incolpevoli (colpevoli di non contare), e per le petromonarchie, già suddite americane
felici e contente che ora scappano da tutte le parti.
Si vule che Trump
sia stato subornato da Netanyahu, per i troppi affari della sua famiglia in
Israele. Puo’ darsi, ma questo non spiega l’errore Iran. Ben più vasto – la guerra
è un affare serio - e soprattutto ben noto in Israele, al governo e nella intelligence. Una diplomazia che sa tutto
di tutti, e una potenza militare senza eguali nel mondo intrappolatì da una
squadra di ayatollah, sia pure eredi di una cultura plurimillenaria degli affari
del mondo, è una situazione, se non già di cordoglio, molto imbarazzante. Molto:
le conseguenze non sono ancora chiarite, ma già molte cose sono cambiate, a
Hormuz e nella penisola arabica, negli approvvigionamenti energetici, e per l’Europa,
specie per i Paesi petrodipendenti come l’Italia.
Vecchia e nuova geografia politica in M. Oriente
“Per molti versi, la guerra
tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran e la guerra di Gaza che l’ha preceduta
sembrano transformative”, innovative, tali da avere modificato gli equilibri
preesistenti: “Dopo decenni di guerra sotterranea, Iran e Israele si sono ora
attaccati direttamente a vicenda. E Israele e gli Stati Uniti hanno unito le
forze in un modo davvero nuovo per condurre una guerra contro l’Iran”. Non è
tutto. “La Repubblica islamica ha perso il suo leader supremo dopo 36 anni e
gran parte delle sue infrastrutture di difesa”.
Ma poi? La Repubblica Islamica si è per questo arresa, o è sulla
difensiva? A ogni sguardo no – questo lo studioso non dice, ma lascia implicito
nella sua ortopanoramica aggiornata. Anche perché “gli stati del Golfo, un
tempo in gran parte in grado di rimanere fuori pericolo, hanno visto i loro
impianti energetici, aeroporti e hotel andare in fiamme”. E quindi non sono già
più “allineati e coperti” con gli Stati Uniti – e con lo stesso Israele.
Molto
è cambiato con la Guerra di Trump e Netanyahu, ma in meglio? Il Medio Oriente è
quello che era, prima delle ultime guerre, un’area senza equilibri solidi, e
quindi di incertezze. Peggiorate, in numero e consistenza, Non sono diminuite
con la mano dura di Trump, e anzi si sono moltiplicate, in numero e forse in pericolosità.
L’autore
è accedemico emerito di Studi politici all’università Texas A&M, e membro
del Middle East Institute.
mercoledì 12 agosto 2026
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (640)
Giuseppe Leuzzi
Sulle 70 località di mare più pregiate per gli
investimenti immobiliari del supplemento “L’Economia” del “Corriere della sera”
solo dieci sono al Sud, e quasi tutte nella gloriosa “Costiera”, con Capri e
Anacrapri. E ovviamente Taormina. L’unica novità è Cetara. E questi sono dati,
non si possono contestare.
Nella Top Venti c’è solo
Capri – che resiste anche nella Top Dieci. Il Sud non è più nemmeno il paese
d’o sole.
Il 9 agosto 1998 il
“Corriere della sera” dedicava una pagina alla Calabria con questo titolo (lo
ricorda il reprint dell’edizione di
quel giorno): “Calabria, tra le speranze tradite resiste una virtù:
l’accoglienza”. È una pagina di un “Viaggio in Italia” di Enzo Baigi. Che
sceglie di far parlare personaggi “positivi”, come ce ne sono ovunque: la
baronessa Cordopatri (“essere proprietari qui vuol dire solo fare sacrifici”),
Vittorio De Seta, don Massimo Alvaro, il fratello, il vescovo trentino di
Locri, mons. Bregantini (“la prima parola che ho imparato in Calabria è stata
«favorite»” – “La famiglia che viaggiava in treno con noi, eravamo due
studenti, rimasti senza pane, prima di darne una fetta al loro bambino, la porse
a noi”).
Il garbo,
che non è classista.
Biagi vuole anche lui come
Sciascia il suo capitano dei Carabinieri. Il suo capitano si chiama Oresta, è
romano, ma asciutto – più di Sciascia.“Mafioso si nasce o si diventa?”, gli
chiede Biagi. “Credo che si diventi”. “Un uomo d’onore chi è?” “Non esiste
più”. Infatti solo il giudice Gratteri ci crede (per vendere i libri con
Nicaso?).
Troppe lodi al Sud
Quest’anno non è il solito
antipatizzante Gian Antonio Stella, è il giornale, il “Corriere della sera”,
che s’indigna: “Maurità, Calabria batte Lombardia 16 a 1” – di “lodi” alla
Maturità. E com’è possiible, se “il Sud è sul podio anche se ha risultati
peggiori nei test Invalsi”. La cosa è poi corretta (“Calabria e Puglia in testa
nonostante i risultati più bassi nelle prove Invalsi”), ma giusto per
consentirsi un altro grande titolo.
È un progresso. Non c’è più
la mafiosità di insegnanti e commissari quest’anno, ma l’indignazione c’è
uguale. Per tutta una pagina. Di dati e commenti.
Il problema è che ci sono 760
lodi in Lombardia e 1.042 in Calabria, dieci milioni di abitanti contro due.
Peggio ancora forse con la Puglia, 760 contro 2.104, dieci milioni contro
quattro. Si potrebbe anche dire che i lombardi sono ignoranti perché sono
massicciamente pugliesi e calabresi, da un paio di generazioni. Si potrebbe
obiettare che si conosce più di una fanciulla delle meridionali lodi che si
sono già assicurate, prima ancora dela lode, un posto a Medicina alle
università di Roma e di Milano – qualcuna anche con borsa di studio. Ma non si
scherza.
Il solenne quotidiano però
non sa che si arriva alla Maturità con una valutazione numerica esito
di un curriculum regolato da precise norme e criteri, che la commissione
d’esame non può migliorare che di cinque punti, lode compresa. E non si
chiede, neppure per ipotesi, figurarsi, l’essenziale: come sono, e come
funzionano e a che cosa servono (come sono percepite) le scuole in Lombardia.
Perché mai i ragazzi arrivano alla maturità con medie così scadenti, non ci
sarà un problema di metodo, o di percezione, non ci sarà un problema di
famiglie, non ci sarà un vuoto generazionale.
L’alfatetizzazione era un
pietra al collo del Sud molti anni fa, quando il Sud era campagnolo e disperso,
oltre che povero. Ora sono almeno due generazioni che i ragazzi del Sud si
fanno mediamente cinque ore di bus, tra mattina e sera, con levata alle sei, e
anche alle cinque, e ritorno a casa alle tre e mezza del pomeriggio, in
Calabria su strade dell’Ottocento, di curve e controcurve, che seguono passo
passo le anfrattuosità del terreno, e nel mezzo un panino. Forse in queste
condizioni uno non ha di meglio che imparare, qualcosa.
Troppe lodi al Sud? Sì. Ma
il troppo è di gelosia – di meraviglia maligna: il retropensiero essendo “che
può venire di buono dal Sud?” L’Italia è bella e buona col Sud, e sempre gli dà
qualcosa. Ma i Lep sono una palla al piede, non rivalutabile – anzi aggravata
col passare del tempo, altro che eguaglianza di opportunità, altro che
democrazia, qui contano i ricchi. E forse per questo producono miracoli - i Lep
non i ricchi (quelli del Nord-Est, poi, sono particolarmente sterili). Non è
più di un’ipotesi, ma anche questa conta, no?
E questo non è un problema di
comunicazione, di giornalismo, di chi fa le pagine e di chi le scrive. È
proprio un fatto di mentalità. “Come si permettono, razza d’ignoranti?”, vuole
dire il “Corriere della sera”. Mentre la cosa è semplice: perché la scuola di
Bergamo deve essere migliore di quella di Catanzaro?
C’è un Sud (e un Nord) anche in letteratura
A proposito di un film restaurato e rimesso in
circolazione dalla Cineteca di Bologna,”La morte corre sul fiume” – “un
capolavoro fuori del tempo, di valore assoluto”, in una recensione da titolo
“Il cacciatore Robert Mitchum”, ora nella mini-antologia “Scritti di cinema”, Goffredo Fofi adombra
una “letteratura meridionale”, del Sud degli Stati Uniti. Il fim è stato tratto
dal romanzo dallo stesso titolo di Davis Grubb, “meridionale del West
Virginia”: “Grubb non scrisse altre cose dello stesso valore, ma questo romanzo
è diventato presto un classico dela letteratura nordamericana, in particolare
della letteratura del Sud degli Stati Uniti, al paio del ‘Buio oltre la siepe’
di Harper Lee, con cui ha molti punti di contatto”.
Un gruppone se ne potrebbe
estrapolare della letteratura americana che ha tempi e sintassi del Sud: Flannery O’Connor, Faulkner,
Tennessee Williams, Carson McCullers, che infatuò la snobissima Annemarie
Schwarzenbach (che più che altro praticava l’amore de loin, alla provenzale, con infuocate missive), da storie della
letteratura. E Margaret Mitchell, “Via col vento”. Mentre si penserebbe
meridionale ma è “settentrionale”, all’anagrafe e di sentimentalità, Beecher
Stowe (“La capanna dello zio Tom”).
Le radici come
un peccato
“Talvolta se mi accosto a
questa terra ne ho un urto impietoso che mi rapisce come un’acqua in piena e
vuole sommergermi” - è Cesare Pavese che parla, delle sue Langhe, in una prosa
della sua collettanea “Feria d’agosto”, nel felice 1946, “Mal di mestiere”:
“Una voce, un odore bastano a prendermi e buttarmi chissà dove. Sono fatto
pietra, umidità, letame, succo di frutto, vento. Del limite umano non mi resta
che l’istinto di rapprendermi in parole….”.
Il radicamento s’impone, e
finisce nella “restanza”, ultimamente teorizzata da Teti. Pavese vi è immerso,
benché uomo di città: a 21 anni si laureava con un lungo lavoro su Walt
Whitman, fu esperto americanista, si fidanzerà pure (imnaginò di essersi
fidanzato) con una diva di Hollywood, ma era terragno – la stessa scelta di
Whitman evidentemente, il primo e grande poeta delle radici, rientra in questa
sua natura.
E – ma – se ne fa una colpa:
le parole non sono nulla, e il radicamento “è insomma peccato, come il libertinaggio,
come il sadismo e l’ubriachezza”.
È un capitale, ma è un
limite – si soggiace al radicamento come a una debolezza. Non come dice Pavese,
forse, non per un desiderio, o una deriva, di eccessi, ma per un limite
costituzionale (si nasce con l’ambiente, l’imprinting
è esteso – a partire, certo, anche dalla
parola, se è un dialetto, una parlata circoscritta, come familiare).
Il mito scoperto a Brancaleone
Si rileggono con stupore le
riflessioni sul mito che Pavese è andato sviluppando nel 1949-1950, nei “Dialoghi
con Leucò”, in “Feria d’agosto”, in scritti sparsi ora radunati nella raccolta
“Raccontare è come ballare”. Per l’acutezza, e per l’eleganza dell’ordito,
dell’argomentazione, esito evidente di lunga riflessione. Ma col dubbio: perché
non c’è un Pavese “mitico” prima dell’isolamento coatto al confino politico, l’antico
ostracismo, in una remota plaga della Calabria jonica, che si proietta o
specchia, anche se solo idealmente, nella Grecia, jonica e corinzia?
La scoperta avviene in
questo luogo, a Brancaleone, conglomerato isolato di poche case e molte agavi,
congiunto al mondo da una “littorina” che si ferma una o due volte al giorno.
Passeggiando davanti al mare, che è quello della Grecia. E per un garbo dei
locali, pure poveri per lo più e isolati, che sa di antica civiltà, quella della sacralità dell’ospite, dell’accoglienza.
Fa un curioso effetto un
“Pavese calabrese”, poiché tutto cozza, la sua natura contadina delle remote
Langhe, il cosmopolitismo torinese, la formazione e passione culturale
anglo-americana, specialmente caratterizzante negli anni 1930, la vita (e la
morte) da urbano sradicato. Ma ci sono le date, c’è la corrispondenza dal
confino con la sorella, e ci sono le opere - il racconto “Il carcere”,
probabilmente la prima scrittura narrativa di Pavese, anche se pubblicata
tardi, i tanti saggi poi raccolti nel 1949 in “Feria d’agosto”, i “Dialoghi con
Leucò”, il libro più amato, che si portò in albergo il giorno del suicidio.
La mafia della
giustizia
Dell’ennesima mega-assoluzione
all’ennesimo mega-processo del giudice Grateri quando era a Catanzaro si ride –
otto condanne e sessanta assoluzioni (condanne per reati amministrativi:
patente, porto d’armi…). Anche se ha rovinato – provato a rovinare – una azienda
familiare di tre generazioni attiva e
produttiva nel trattamento dei rifiuti, la centrale a biomasse di Cutro.
Con quali prove? Intercettazioni?
Contratti irregolari? Scarichi proibiti? O denunce di concorrenti perdenti? Fatto
sta che le “prove” non sono manipolabili, anche le intercettazioni, i contatti,
i conti. E il problema Gratteri si allarga, a quella che è la realtà delle indagini. Della polizia giudiziaria del caso. Colpire nel mucchio, non c’è altra
metodologia?
La mafia vista da vicino
effettivamente “non esiste”. È un susseguirsi di prevaricazioni e ruberie come
in ogni parte del mondo, che al Sud nessuno contrasta – se non (molto)
raramente. Nel sottinteso: il denunciante s'arrangi, se ha i soldi paghi, qui sono tutti mafiosi.
Berlino ai calabresi
Molto
della politica tedesca, in questa fase delicata di crisi del moderatismo e di sfida
delle estreme, dipende da due fratelli calabresi, Luigi e Alfonso Pantisano.
Figli di calabresi emigrati mezzo secolo fa, nati in Germania e ben tedeschi,
di eloquio e di applicazione, ma cresciuti dai nonni a Cariati Marina, in
provincia di Cosenza. Luigi, 47 anni, architetto e urbanista, con esperienze
anche in Giappone, al vertice della Linke, il partito socialista di sinistra
che sta sopravanzando la storica Spd, il partito socialdemocratico. E Alfonso,
51 anni.
Luigi
ha cominciato prestissimo, a 15 anni era nel Pds, il partito nato dal naufragio
del comunismo all’Est. Poi consigliere comunale a Stoccarda, quasi sindaco a
Ciostanza nel 2020, deputato, vice-capogruppo della Linke al Bundestag. Senza
avere nulla di Pankow, del vecchio comunismo-sovietismo, anzi pratico
nell’impegno seppure radicale – è sua la campagma che ha portato al successo il
sindaco di New York Mamdani, il caro-affitti.
Alfonso è attivista queer, della Lega Lgbtxqi. Primo funzionario di collegamento con la
comunità queer del Senato di Berlino. In vista anche come critico della
Russia di Putin, per i diritti gay.
Nulla di eccezionale, nel
senso che i fratelli non sono gli unici figli di immigrati in carriera
politica, è la prassi in quel Paese, non conta “come nasce”, conta
il saper fare. Ma particolare sì, in questo: Luigi, serio, realistico
(fattivo), sarebbe diventato capo di Avs in Ialia? Sicuramente no, la politica
è per i “dichiaratori”. E questo è un fatto italiano. Mentre un fatto meridionale è se i due fratelli sarebbero emersi nei rispettivi campi di attività a Cariati. Sicuramente no, in nessuna ipotesi - non in poco tempo, non sommersi dalle chiacchiere.
Ma questo è un problema del Sud oppure dell’Italia? È più infetto il Sud o lo è l’Italia? È il Sud che infetta l’Italia o l’Italia che infetta il (debole) Sud?
leuzzi@antiit.eu
Quando c’era l’umorismo
C’erano
gli umoristi, Campanile, Marchesi, Fortebraccio, che ogni giorno
divertivano e si leggevano, e non ci sono più. Benni, che ha ravvivato il
mestiere, ma in teatro e in libreria, è morto da un anno. L’umorismo da molto
più tempo – lo stesso Benni se ne asteneva, e non solo per la malattia,
paralizzante.
Insomma, non ce n’è più. Non alla lettura. Resiste
in teatro e in tv, col vecchio cabaret,
francesismo ora sostituito
dall’americanismo stand-up comedy.
Ma senza bonomia, anzi con una buona misura di acredine.
Il revival del Bar Sport di Benni che “la
Repubblica” propone si sfoglia ridendo. Per la freschezza delle “cose viste”,
il biliardo, il distributore automatico, il flipper, il juke-box. Ma per questo
con un senso di pena. Come vergogna da tenere celata.
Diverso il racconto, del mondo a rovescio – “Il sax
della nuvola rossa” in questi primi fascicoli. Qui invece l’esagerazione s’impone, come di una “critica
radicale”, e stanca.
Sei raccoltine di tre racconti accompagneranno il
quotidiano fino a Ferragosto.
Stefano Benni, Ridere
sul serio (“La Luisona”, etc.), “la Repubblica”, pp. 42, gratuito col
quotidiano
martedì 11 agosto 2026
Ombre - 833
È dunque vero, e fa spavento più che sgomento, che il sondaggio di Lavitola per il lancio in politica del suo amico Ranucci è stato messo a punto con l’expertise di Paolo Mieli e Stefano Cappellini, come dire il “Corriere della sera”, con mezza Rai, e “la Repubblica”. Senza scuse e senza ma dei due. Il Grande Giornalismo a livello di faccendiere sa proprio di putridume.
Con due personaggi del genere Lavitola/Tavares e Ranucci, anche se senza colpe, "Report" ci avrebbe prosperato a lungo: una vicenda tipo, con gli ingredienti della trasmissione.
Stellantis in caduta libera, sotto i 5 euro e prossima ai 4, un terzo-un quarto del suo valore di crociera. Quando inverte il trend, di modelli e di vendite, dopo tre anni di sofferenza. Una evidente manovra speculativa. Che Elkann però non contrasta - non difende la quotazione, non difende il marchio, non difende il (suo) patrimonio. È proprio vero che dove mette le mani fa danni, dalla Juventus alla Ferrari.
“Carcere,
fabbrica d’insicurezza”, può titolare Ferrarella sui tanti impegni per umanizzarlo, tutti disattesi. P.es. “l’annuncio di un ddl sull’ampliamento delle detenzione
domiciliari in comunità per i tossicodipendenti si è trasformato in una
«prospettiva pluriennale»”. Si ha paura di governare. A destra come già a
sinistra. In Italia.
Non senza
ragione, però. In Italia la “gente” dice sempre no – si vede ai referendum.
E perché si fanno
in Italia tanti referendum – il Paese al mondo che ne ha fatti di più? Per non
governare (decidere). Gli italiani non
sono gli svizzeri, che saranno antipatici ma sono stati democratici per due
secoli e mezzo – di fatto da sette o otto secoli.
Un generale a
quattro stelle per Vannacci a sindaco di Milano, grado massimo - seppure in
quiescenza da qualche mese. Per di più dei Carabinieri. Qualche interrogativo
bisogna porselo. Vannacci non era dei Carabinieri ed era a due stelle, ma solo
per essere molto più giovane, ed è rimasto in spe per due o tre anni dopo le
sue furiose polemiche.
Niente funerali
di Stato, senza nemmeno camera ardente nei palazzi comunali, niente “eroismi”
né “santità” scomodate per Guccini. Che forse di tutti i morti recenti è il più
vicino di tutti a tutti – “il fratello maggiore che ci ha regalato la voglia di
capire”, Eduardo Cicelyn. Non era “in linea”.
Rispetto totale
per i turpi capitalisti immobiliari Investire Sgr, che vogliono espropriare lo
SpinTime a Roma, “135 famiglie sul marciapiedi, 450 persone, 150 bambini, 27
nazionalità diverse”. Di più, una “comunità”, in esercizio ormai da 13 anni. E
niente, nemmeno un insulto. Non si evoca nemmeno che Investire è della banca
romana Nattino. Perché? Perché Finnat ha facilitato a suo tempo la liquidazione
del patrimonio immobiliare (molto cospicuo) del Pci?
Devis Dori, diplomato
in pianoforte, avvocato di professione, parlamentare 5 Stelle-Verde, propone che
la Giunta della Camera per le autorizzazioni a procedere, investita dalla
Procura di Roma della richiesta di autorizzazione alla disamina della corrispondenza
(whatsapp) tra l’onorevole Delmastro e il ristoratore ora carcerato Capoccia,
prenda visione dei whatsapp prima di decidere. Cosa che non si può – lo sanno
anche gli studenti di legge, i più neghittosi: la corrispondenza è inviolabile.
Li paghiamo perché?
La Giunta è chiamata
a decidere sulla leggibilità della corrispondenza, non a leggere la corrispondenza
per decidere. L’on.Dori presiede la stessa Giunta - ma dove li prendiamo?
“Gentile signora
Aspesi, la secondo lei nota “underdog” dove terrà la MIGLIAIA di vestiti di cui
fa quotidianamente sfoggio?” “Migliaia di vestiti. Questo è il problema. La Signora
si sente in dovere di cambiarne tanti”. Roba da “signora mia”. Al mercato? No,
l’interrogante si chiama Cereda, e si dice maschio, la risposta è di Aspesi, giornalista,
seppure 97nne, e lei si, femmina. Su “la Repubblica”, il settimanale del venerdì.
Curioso reprint del “Corriere della sera”, per i suoi 150 anni, di un numero, domenica 2 agosto 1998 (ristampato il 6 agosto), in cui non è
successo nulla, e l’apertura è “Clandestini: rivolte e un morto”. O è un
“amarcord” di quando il quotidiano e il ministro dell’Interno, che era
Napolitano, raccomandavano calma con gli immigrati - “Saremo rigorosi, non
possiamo accoglierli tutti”, dice Napolitano nel titolo.
Non c’è giorno
ormai, ormai da molti giorni, che in Ucraina non cada una testa per corruzione.
Anche di molto importante – molti i collaboratori stretti di Zelensky. E non cadono
“alla sovietica”, o alla Xi Jinping, per eliminare avversari scomodi – molti
quelli a cui Zelensky ha appena dato o confermato la fiducia. Non è normale.
Ma tutto questo
non fa opinione –mai un commento. Anche questo non è normale.
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Pavese mitico - il mito è un festa
“Nessun
bambino ha coscienza di vivere in un mondo mitico. Ciò s’accompagna all’altro
fatto che nessun bambino sa nulla del «paradiso infantile» in cui a suo tempo
l’uomo adulto si accorgerà di essere vissuto”, p. 20. O: “Il concepire mitico
dell’infanzia è un sollevare alla sfera di eventi unici e assoluti le succesive
rivelazioni delle cose.Così ognuno di noi possiede una mitologia personale
(fievole, eco di quell’altra) che dà valore, un valore assoluto, al suo mondo
più remoto, e gli riveste povere cose del passato con un ambiguo e seducente
lucore dove pare, come in un simbolo, riassumersi il senso di tutta la vita”.
Un “temps retrouvé”, a cui “non mamca
del mito genuino nemmeno la ripetibilità”.
Una
raccolta di scritti in parte (quattro) già pubblicati in “Feria d’agosto”, in
parte erratici, su pubblicazini di diversissimo orientamento e spessore
culturale, e un paio inediti in vita, sulle sopravvivenze del mito, nell’interesse
e nell’opera di Pavese. La riflessione del titolo, del 1948, fu pubblicata su
“l’Unità”, il giornale del partito Comunista.
Tre
di questi scritti sono del periodo peggiore della guerra, l’inverno 1943-44, e sono
stati pubblicati subito dopo, nel 1946, tanto Pavese ci teneva.In un tenpo cioè
d’impegno politico assorbente, che lui però non sentiva, per formazione o
costituzione, tanto più dopo il confino a Bancaleone, remoto paese sulla costa
basso jonica in Calabria, il punto più
lontano da Torino, dopo una pausa a Regina Coeli, che lo aveva spaventato.
Dove però aveva anche scoperto, nella sua
fantasia vissuto dal vivo, l’incantamento mitico dell’antica Grecia. Una
passione che inizialmente fu per darsi uno scopo nella pena, ma poi vissuta, si
può dire, come una sorta di palingenesi, di vita vissuta altra da quella
condotta fino ad allora - un traduttore, un
po’ invischiato nella politica anti-regime, ma a malincuore, soprattutto
sfortunato con le donne. Mentre tra le rocce e le agavi di Brancaleone, e col
mare davanti, dapprima insopportabile per un terragno quale era, poi compagno
di lunghe passeggiate avanti e indietro lungo la riva, e di rimuginazioni.
Non
del mito colto, da cultore della materia, da studioso, qui si tratta. Del mito
vissuto. “La poesia è altra cosa. In essa si sa d’inventare, ciò che non accade
nel concepire mitico”. La poesia “ricalca le forme del mito e del simbolo,
sperando che in esse torni a battere magicamente il cuore. Ma dimentica che
essa sa d’inventare, e che il mito invece vive di fede”.
Un
lavoro di scavo e di studio, di applicazione, dopo la scoperta del mito “vivente”,
non remoto o trito attributo dell’invenzione Magna Grecia. Ma anche di ispirazione,
nuova, persoale, entusiasta, come di ogni scoperta.
Il
mito accoppiando al selvatico, sia pure sotto forma di simbolo. Al “selvatico
vero”. Nulla da spartire col “Selvaggio” del vinaio Bencini e Mino Maccari, lo “Strapaese”
di Longanesi. Ma sì di simbolico, di “selvatico vero”. Che dobbiamo accettare,
per quanto fardello: “Dobbiamo accettare i simboli – il mistero di ognuno – con
la pacata convinzione come si accettano le cose naturali. La città ci dà simboli
come la campagna ci dà frutti”. Qui la considerazione è legata alla ennesima anamnesi della donna,
“il” mistero di Pavese, per simboli – “tendiamo a parlare di una donna per simboli”.
Ma si può leggere in astratto, fuori dalla psicosi,
Una
full immersion nelle dimensioni
mitiche che Pavese cerca di articolare razionalmente,
spiegandola, illustrandola. Prose iconiche, non solo perché apodittiche come di
ogni scoperta, ma vissute e viventi, in forma d’immaginazione – e di
consolazione, “il mito è una festa!”.
Senza
illusioni sull’impatto del mito nella narrazione, nel suo “mestiere” di narratore:
“Un’amabile provincia di narratori…. applicano senza troppo crederci modi
simbolici del passato – la magia, l’arbitrio, il divino. Solitamente ironizza
(Cabell), qualche volta si atteggiano (Powys, Yeats, Lisi), rarissimi fanno poesia
(Kafka)”.
Notevolissima
la rilettura di Vico, nel quart’ultimo saggio della raccolta, “Il Mito”, del
1950 - di qualche giorno prima della morte.
L’ultimo
scritto della raccolta, “L’arte di maturare”, che sarà pubblicato postumo, fa colpa
alla “puerale e storicistica arte romantica” di non maturare, di coltivare anzi
una sorta di pubere incoscienza - “manca il senso e il gusto della maturità”.
Il mito può essere anche un Ersatz - un succedaneo, una divagazione.
Cesare Pavese, Raccontare è come ballare, Wudz, pp. 118 € 14
lunedì 10 agosto 2026
Migranti al mercatino
Ci sono criteri
per l’accettazione dei migranti irregolari? Ce ne sono per il rifiuto? No. Cioè,
ci sono, ma in complessi regolamenti. Che poi ogni polizia si adatta - i
regolamenti europei sono un optional,
si possono seguire e anche no (basta l’ermeneutica, la interpretazione).
Ora c’è in Germania
un ministro dell’Interno, che “la Repubblica” consacra statista, a cui
altrove non farebbero gestire una drogheria, uno della destra democristiana, la
parte Csu della Cdu-Csu, insomma un bavarese, che ha il compito di “fare la
faccia feroce” contro il partito concorrente Alternative für Deutschland, e rimanda
all’Italia e alla Grecia un buon numero di migranti. In quanto Paesi di primo
approdo. Dicendo semplicemente: non li vogliamo, riprendenteveli, come se fossero
italiani o greci.
Questa conclusione
non è per ridere. Il ministro dell’Interno a Berlino si chiama Dobrindt, ed è
quello che nel 2011 chiese, con dichiarazioni pubbliche, il fallimento dell’Italia.
Come se con l’Italia - a parte la ineticità assoluta della sua richiesta - non sarebbe fallita anche la Germania.
Che fare con
personaggi del genere – lasciamo stare l’Europa? Forse come fa Piantedosi: sì,
me li riprendo (non se li riprende, in realtà . n.d.r. – non è prassi
europea, troppo lineare), ma defalcando tutti quelli che le ong tedesche hanno
depositato in Italia - invece che a Malta (o a Cipro), dove resta di mezzo con la Ue il mare. Altro che politica.
L’immigrazione è
una cosa seria. L’Austria, per dire, che per decenni dopo la guerra, pur a
corto di uomini, di braccia, di faticatori, ha fatto una politica di crescita zero per non avere
immigrati tra i piedi (meglio poveri che pieni di gastarbeiter – quando gli immigrati erano italiani, spagnoli, greci
e portoghesi…), ha oggi la percentuale più alta (escluso il Lussemburgo, alla pari
con Cipro e con Malta, i - non - paradisi fiscali) di residenti nati all’estero, il 20 per cento.
Però, non si riesce a prenderla sul serio – l’immigrazione.
Se l’immigrato è uno spagnolo emigrato
La Spagna ha sempre
avuto il record in Europa di immigrati residenti in rapporto alla popolazione:
erano al 12 per cento dei residenti censiti nel 2010. Quando l’accoglientissima –
e ricercatissima – Germania era solo al 7, 9 per cento (e l’Italia, con la Gran
Bretagna, altro Paese accoglientissimo, per via del Commonwealth, al 7 – e la “razzista”
e “disperata” Francia al 6).
Oggi i numeri
sono e non sono cambiati. Nel senso che la Spagna ha sempre 5 milioni e mezzo
di residenti stranieri (conl’Italia e la Francia poco sotto, a 5,2 milioni), la
metà della Germania (coi governi Merkel è arrivata a 10,6 milioni). Ma con una politica
attiva dell’immigrazione. Selettiva.
Proteggendosi da
quella poco utile, africana e mediorientale, per lo più sprovveduta, e tribale, privilegiando quella sudamericana.
Con una politica di porte aperte ai latino-americani, che arrivano non con l’assalto
alla frontiera ma con visto e passaporto, già formati, già parlanti.
Inoltre, la
Spagna da lungo tempo teorizza l’immigrazione come la valvola principale per battere la denatalità – di cui da tempo ha
afferrato le negatività. Al punto da naturalizzare, a gennaio, chiunque lo
chiedesse, purché fosse in Spagna da cinque mesi. In questo casi a opera di un un governo pencolante,
senza maggioranza da tempo, in Parlamento e nei sondaggi, e sotto attacco dei
giudici. E ora, senza senso del ridicolo, vuole convincerci di essere sotto attacco
da parte del Marocco. Sì, del pacifico Marocco. Un complotto completo con Trump
dietro le quinte, al comando dei Maga. E con Israele al volante – perché no?
Ma questo Ulisse era Scalfari
Ma quanto dell’Ulisse di Nolan non era in Scalfari, in questa riflessione pubblicata nel 2010, uno dei tanti tasselli in forma di autobiografia (giustificazione, rappresentazione) frammentaria, condita di filosofia, intrapresa da Scalfari a cavaliere del 2000. Anzi, benché dimenticato dai più, in questo primo saggio di auto-filosofia, pubblicato nel 2010, Scalfari fa di Ulisse quello che vediamo al cinema
Letto come l’uomo occidentale, personaggio di una vita che si vuole ricerca,
quindi apertura e avventura. Da esploratore e ricercatore, illuminato e applicato,
le due figure eminenti del mondo scalfariano, Ottocento e Novecento. Di una
vita che è insieme filosofia, riflessione sulla vita. E per questo si collega
agli altri pilastri eminenti della cultura occidentale – il “canone” di Eugenio
va da Virgilio a Dante (il titolo è di Dante, XXVI dell’ “Inferno”: “Ma misi me
per l’alto mare aperto”), e poi a Nietzsche e a Joyce – “La modernità e il
pensiero danzante” è il sottotitolo, da lui voluto.
Quello
di Ulisse non è il ritorno a casa, il nostos,
intriso di nostalgia. È il viaggio della conoscenza. Un percorso accidentato,
tra dubbi e incertezze che subentrano imponendosi alla conoscenza, alle certezza
stabilite. E il mare è quello Mediterraneo – questo in Nolan non è detto, ma
c’è, il mare vi è sempre conchiuso, a dimensioni umane, non oceaniche. Il Mediterraneo
come spazio storico noto (e celebrato) di eventi e civiltà. Spazio conchiuso-aperto - casa d’appuntamenti? - rispettabile: luogo d’incontro (e scontro) di storie,
popoli, culture, religioni.
Un
“viaggio” stranamente dimenticato (anche da “la Repubblica”, il suo giornale)
nelle fluviali celebrazioni in atto da un mese dell’“Odissea” di Nolan al
cinema. Lo ricorda solo Saverio Vallone, l’attore, come paratesto di una
mini-Odissea che prepara a Ricadi, sobborgo della Tropea paterna.
Eugenio
Scalfari, Per l’alto mare aperto,
Einaudi, pp. 290 €19,50
domenica 9 agosto 2026
Secondi pensieri - 589
zeulig
Intelligenza Artificiale
– “Le intelligenze artificiali più potenti non sono state programmate, ma
addestrate. Funzionano, ma nessuno – nemmeno chi le costruisce – sa con
esattezza cosa accada al loro interno” – Gilberto Corbellini su “Sole 24 Ore
Domenica” 26 luglio. Qual è la differenza? Dello strumento programmato si sa il
funzionamento, di quello addestrato c’è un margine d’incertezza, il meccanismo potrebbe
“reagire” all’interlocuzione.
L’IA non è una macchina, razionalista. Ma nemmeno la ragione
lo è, di fatto. Qual è il problema? Che la
macchina faccia concorrenza all’uomo? Forse, ma solo per la pubblicità – per
attrarre, con argomentazioni civetta, e vendere spazi.
Memoria – È culturale, storica. Si sa, ora sarebbe “provato”: scienziati austriaci
di neurologia ci sono arrivati seguendo “lo sviluppo dell’ippocampo, la regione
del cervello coinvolta nella memoria, nel cervello dei topi, dalla nascita all’età
adulta”. Ma si sapeva: era l’esito delle analisi di Chomsky, p.es., del linguaggio, nell’innatismo,
o grammatica universale, o della vita pre-natale di Jung.
Populismo –
Rimanda a Hobbes, in linea diretta, senza deviazioni.
Va rivisitato, rispetto alle prime analisi dieci o quindici
ani fa: perché si è imposto largamente, e perché l’analisi, forse, è evoluta –
meno preconcetta (“basta la parola”). È diventato maggioritario ovunque – in
Occidente, ma probabilmente anche altrove, anche se il Resto del mondo continua
a non fare opinione. Va reinterpretato. E la chiave, più o meno, è il ritorno a
Hobbes, al patto politico che si genera con la paura. L’Occidente è ricco ma,
insomma, ha paura. Probabilmente ha sempre avuto paura, sarà stata la molla (la
giustificazione, psicologica e morale) del
suo imperialismo. Ma probabilmente oggi di se stesso, essendosi da tempo ridotto
a vuoto, di ambizioni (traguardi) e di difese (argomenti). Aperto quindi, nel
vuoto, a ogni possibile accesso (politica, cultura, comunicazione, storia, linguaggi,
relazioni umane, futuro, passato – insomma l’intelligenza del mondo che si vive).Tutti
è proteso a un’innovazione di cui solo si considerano e si valutano (si conoscono) i benefici economici – non per
tutti – e nessun altro possibile esito. Il futuro prospettandosi come un’app,
che si apre su un circuito pre-parato (come il pre-pagato): più una trappola
che una via d’uscita o un sentiero che si biforca. Nel dissolversi dalla Cosa Pubblica
– comunità, patto speciale, politica - quando più se ne sente la necessità, il
bisogno. Con la crescita, esplosiva, di domanda di bene pubblico: dal wifi alla
laserterapia.
Un populismo come “Ersatz¨, una esercitazione sul vuoto,
nel nome del niente. Un appello forse, indistinto, “salvateci tutti!”, rivolto
a un non si sa chi. Non essendo individuato il nemico non si sa poi chi è o
deve essere il protettore.
Occasionalmente, nelle comunità poi più periferiche se
non povere, questo bisogno di protezione si estrinseca nella guerra
all’immigrato. Di cui poi tutti hanno più o meno bisogno – l’unico umano disponibile,
e a buon mercato..Il “mercato” ha fatto promesse che non ha mantenuto – non ha
arricchito tutti, e molti poveri li ha creati. Non per i ceti che più hanno bisogno,
più o meno reale o prospettivo, di protezione, le libertà che i prospettavano salvifiche
e rigeneranti materializzandosi piuttosto come un lusso – per chi è già
“protetto”. La domanda di diritti, la solita fuga in avanti dell’America urbana
di ristrette élites, intellettualoidi
più che intellettuali (l’America, certa America, vibra al diapason del fashion, del passeggero, mobile, amovibile). È di protezione che il
“mondo” ha bisogno, e cioè di Bene Pubblico,
Funzione Pubblica, Stato. Solo qui la libertà si conforma per i più.
(continua)
Selfie – La letteratura – narrativa e
poetica- autocentrata, la “letteratura
dell’ombelico”, è antevista (analizzata) da Cesare Pavese ìn uno dei suoi
ultimi scritti. “L’arte di maturare” (pubblicato postumo su “Cultura e Realtà”,
n.2, ora nella raccolta “Raccontare è come ballare”): “La scoperta romantica
che gli stampi mitici della sensibilità, i simboli che orienteranno la nostra
vita, risalgono ai primi contatti con la realtà –in sostanza alla nostra fanciullezza
– ha riempito la narrativa di bambini saputi, di piccoli ribelli primitivi”.etc.
Una “voga”, che “ha logicamente coinciso
col gusto della caratterizzazione storica”, etc.:“L’antico tirocinio di un
poeta, di un narratore, era l’educazione ai valori perenni e comuni…. l’inserimento
in una mitologia collettiva in cui si lavorava come un moderno tecnico o inventore
lavora sui dati tradizionali delle scienze. Il tirocinio romantico invece corrisponde
alla scoperta che ogni valore assoluto è transeunte e che quindi non resta che
erigere la propria esperienza, la propria mitologia in una cultura che paradossalmente
riesca assoluta e normativa a tutti gli altri,
alla collettività”.
Tutto preciso. Eccetto
che per la conclusione: “E siccome ogni assoluto si fonda sulle origini, sul
principio, ecco che tutti prendiamo le mosse dall’unico principio a noi noto –
la nostra individuale prima età”. No, la prima età, come lo “storione familiare”,
è un processo a ritroso, una (ri)costruzione, anche molto selettiva, perfino
radicale. Per l’autorità anche di Shakespeare (“King Lear”) che Pavese cita: “man must endure\ his going hence e’en as is
coming hither.\ Ripeness is all”, l’uomo deve sopportare\ il suo girovagare.\
La maturità è tutto”.
Storia – “La vera conoscenza della storia è
un procedimento di immedesimazione emotiva. La sua origine è l’ignavia del cuore,
l’acedia” – W. Benjamin, ultimo
scritto.
zeulig@antiit.eu
Baudo il tutti noi – f.to “la Repubblica”
Pippo
Baudo, il nazionalpopolare, elevato a promotore della diffusione del giornale
(ex) laico e liberale, ex di Scalfari, da lungo tempo ormai compromissorio, è
la vera notizia – una sorta di disvelamento, di confessione non estorta. Poiché
è di lui che si parla, il volume è una celebrazione, “un anno senza Pippo
Baudo” come dice la copertina. Voluto e curato dalla redazione di “la
Repubblica-Palermo”, per un motivo semplice, argomenta il capo della redazione,
Lauria, in apertura: che è un personaggio – “ha avuto il tempo di essere uno
straordinario influencer prima dell’avvento dei social, di essere nazional
popolare prima dell’avvento dei populismi (quindi uno che annuncia la tempesta,
o la prepara? n.d.r. - ma il seguito è solo lusinghiero), di esportare una
Sicilia colta ed educata quando dilagavano ancora gli stereotipi delle coppole,
dei mandolini e delle lupare”.
Tutto
qui. Qualche critico, alcuni collaboratori, e molti uomini dello spettacolo
testimoniano le tante eccellenze di Baudo, nell’intrattenimento, la canzone, da
Castrocaro a Sanremo, e soprattutto la televisione: della diretta differita
anche pre lo spettacolo lungo, di ore, per una “prussiana” capacità di
organizzazione, del tatto naturale di presentatore, in grado di superare asprezze,
polemiche, disfunzioni, testimoniato da molti nomi, Amadeus, Chiambretti,
Cuccarini, Marcella Bella, Pausini, molto Jovanotti, e da molta Sicilia, Ficarra
e Pocone, Gullotta, Silvia Salemi, Salvo La Rosa, Musumeci e Patavina.
Emanuele
Lauria – a cura di, E riecco a voi,
“la Repubblica”, pp. 191, ill., gratuito col quotidiano
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