astolfo
Confessione – L’anticlericalismo non registra un solo caso di prete che abbia tradito il segreto del confessionale. Per quanto li faccia cinici o corrotti. Anche tra gli spretati.
Una storia sarebbe facile, di un prete che utilizza la confessione per sue trame, di oscenità, o violenza, o d’interesse, ma non è stata scritta.
Conversioni – Sono degli spiriti eletti.
Sanno di accomodamento, opportunismo. A lungo furono quelle degli ebrei a cui era in qualche modo imposto di farsi cristiani. Ma se si guarda alla pratica, delle conversioni per esempio dall’islam al cristianesimo, e viceversa, si vede che fanno parte di un controllo accentuato di sé.
Abbandonare una fede per un’altra, sa però di controsenso.
Democrazia – Fiorì nella schiavitù, si sa ma si dimentica. All’origine, e nella sua migliore esperienza, quella ateniese, prosperò nel “gran buontempo” (Manzoni), perché i cittadini se la spassavano: la politica era la loro occupazione e il loro svago, non votavano per liberarsene ma per occuparsene più di ogni altro loro affare. In una città in cui gli schiavi erano trecentomila e i liberi ventimila.
Ma è vero che gli schiavi non si ribellavano.
Gesuiti – Il papa gesuita fa dimenticare di colpo il pregiudizio. È vero che è stato gesuita da adulto, non si è cioè formato alla scuola gesuita. Tuttavia, viene dopo un lungo papato, quello di Giovanni Paolo II, ostile ai gesuiti. Rosmini diceva che la colpa dei gesuiti era lo spirito di corpo – pur negandola, imputava loro una colpa.
Indipendenza – È il fatto più sovrastimato, dalla diplomazia, dalla storia, e dalla scienza politica. Manzoni ne dava un icastica rappresentazione, in conversazione negli anni dopo il fallimento dei moti del 1848-49 (come è riportata da Margherita Provana di Collegno nel suo “Diario”), dicendo “Stato indipendentissimo” il Piemonte: “Uno Sato piccolo non è mai indipendente, perché bisogna che abbia sempre lo sguardo di condursi in modo da non dare ombra e fastidio agli Stati di prim’ordine”, e “deve accettare consigli ma non esserne mai richiesto”.
Islam - Un tempo non remoto erano gli europei, gli italiani, che emigravano nei paesi arabi. Non sempre da colonialisti, in Egitto, in Libano, in Tunisia, in Algeria ci andavano da artigiani, lavoratori manuali.La geografia del benessere è mutevole.
Tra il fallacismo, o rifiuto netto, e l’integrazione rifiutata, per estraneità o disprezzo. La cittadinanza italiana per esempio è molto poco richiesta, rispetto a quella inglese, la francese, la tedesca, le più ambite in graduatoria.
Il problema con Ramadan, e con gli intellettuali come lui, per un non mussulmano e per i mussulmani democratici, è il loro revanscismo islamico. Il fatto che l’islam di cui si parla sia tra il khomeinismo, che l’ha generato, e il fondamentalismo nelle sue tante forme, ma tutte di orogine e ronfamenti arabi, che l’ha portato a conseguenza. L’esperienza è netta. Fino a Khomeini, 1978-80, non c’era alcun disagio per l’europeo nel mondo islamico, quello arabo compreso. C’era il problema Palestina, ma c’era da dopo la guerra. L’europeo era accettato, e accettava il mondo islamico nel quale si trovasse a vivere o operare.
L’Arabia Saudita, l’Oman e gli Yemen erano singolarità, sopravvivenze nel comune sentire, europeo e islamico. Delle borghesie urbane, ma anche del popolo e delle comunità remote: mai un cristiano si era trovato a disagio nella più sperduta periferia, e non per impersonare l’impero e l’autorità.
Questo avveniva anche nei tempi dell’indipendenza. Nessuna differenza di linguaggio e d’intenti, al Cairo, a Tunisi, in Siria, in Iraq, in Marocco. Neppure in Algeria la guerra di liberazione aveva prodotto rifiuti radicali. L’europeo non era straniero a Istanbul, non più che un islamico in una qualsiasi città tedesca dove i turchi fossero la prima minoranza.
Tutto è cambiato attorno al 1980, con la guerra civile in Libano, imposta da Siria e Israele, con Khomeini, con l’assassinio di Sadat e poi di Rabin, gli hezbollah, i talebani, Al Qaeda, i salafiti. Il vecchio, irrisolto, revanscismo arabo ha ripreso il sopravvento sulla linea del terrorismo.
Il rapporto si rompe perché l’islam abbassa la saracinesca. Non solo in forme violente. Nelle condizioni del vivere civile, delle donne, delle scuole, delle forme d’insegnamento, che è solo indottrinamento. A Istanbul la linea del velo monta di anno in anno in epoca recentissima. Ferma per anni a Bursa, ora morde Smirne e molte famiglie della stessa Istanbul.
Il duello tra Maometto e Carlo Magno è finito da tempo: il mondo arabo-musulmano non ha saputo penetrare in Europa, e ora non può. L’islam è debole, malgrado la demografia, sul piano religioso e su quello militare. Malgrado il fondamentalismo feroce e la bomba atomica, e anzi a causa di essi: si coltiva la dipendenza arabo-mussulmana, la si introietta, di fronte alla modernità, l’estremismo è una reazione. Altra cultura, molto più complessa ma senza complessi, quella persiana, e asiatica in genere di altre tradizioni.
Oriente - Metastasio era specialista, si può dire, di Medio Oriente, fu il primo. Con “Adriano in Siria”, “Alessandro nelle Indie”, “Achille in Sciro”, “Demetrio”, “Zenobia”, “Ciro”, “Artaserse”, “Didone” e “Catone in Utica”. Coi tanti Antigono, echi della maschia Antigone di Sofocle, e le Armide, Zaire, Zaide, Zelmire, Giuditte trionfanti, l’amante che lo taglia all’uomo era anche allora di grande effetto, grande invenzione l’Oriente di Metastasio. Che contagiò Mozart. Händel pure non è male, l’operista fluviale: “Almira”, “Radamisto”, “Giulio Cesare in Egitto”, “Alessandro”, “Siroe”, “Jephtha”, “Serse”, “Tolomeo”, “Esther”, “Berenice”.
All’epoca l’Oriente si vendeva a chili, anche a leggere: “Artameno il gran Circasso”, 8.500 pagine, dieci volumi, “Almahide la schiava regina” otto, “Ibrahim il gran Bassa” quattro. Il Medio Oriente era stato scoperto dal cardinale Federico, dotando l’Ambrosiana di caratteri arabi, ebraici, armeni, e di maestri di queste lingue.
Superpensioni – Le inventò l’onorevole Andreotti, nl 1972, quando infine arrivò a palazzo Chigi, seppure con un governichccio striminzito di destra. Ridusse il prezzo del sale e aumentò le pensioni. Non tutte, quelle dei superburocrati. Offrendo la pensione anticipata, ai quarant’anni, ai dirigenti pubblici: quindici anni di lavoro, studi universitari inclusi, e trenta, quaranta, cinquant’anni di pensione pagata, con una buonuscita di cento e duecento milioni, tre e sei volte lo stipendio dei pa-pabili. per indurli a profittare della pacchia.
Andreotti parsimonioso non lesinò coi prefetti. Una nuova casta costituendosi di prefetti giovani in rapida carriera, da allora sempre a lui fedeli, in ogni cambiamento.
astolfo@antiit.eu
giovedì 4 aprile 2013
mercoledì 3 aprile 2013
La sindrome recessione
Un portiere d’albergo a cinque stelle a Ischia, tanto efficiente da meritarsi la fedeltà all’albergo e l’amicizia personale della Cancelliera tedesca Angela Merkel, è stato licenziato. Tanti articoli strappalacrime sulla visita che la cancelliere gli fa a casa. Senza spiegare perché un grande albergo si priva di un portiere così bravo. Né quanti clienti hanno passato Pasqua a Ischia con Angela Merkel.
La storia strappalacrime era assortita da foto in costume della cancelliere che entra giovanile nella piscina termale, senza cellulite – storia e foto, cioè, sono stati forniti graziosamente dal servizio stampa della Repubblica di Germania, ma questa è un ‘altra storia. La recessione è la grande rimossa.
È la recessione più grave della storia d’Italia. E una che ha interrotto la corsa dell’Italia unita, un secolo e mezzo di storia, per portarsi alla pari con i paesi più ricchi, come dimostra lo studio della Banca d’Italia qui recensito. Ma per i giornali non esiste. Per i grandi giornali, è opportuno precisare: il “Corriere della sera”, “la Repubblica”, “La Stampa”, Il Messaggero”. Che si vogliono tutti, bizzarramente, di sinistra. Anche “Il Sole 24 Ore” ha difficoltà parlarne, e solo di recente, dopo che il presidente della Confindustria infine si è deciso a parlarne.
I segni evidenti, che tutti vedono, della recessione non mancano. Ci sono i licenziamenti, almeno un milione in un anno e mezzo – un milione e mezzo con gli “esodati” (licenziati anch’essi a tutti gli effetti: sono una categoria speciale solo per le alchimie Ue, un qualche trucco che consentirà di pagare loro una pensione prima dell’età legale). Con un ricorso eccezionale alla cassa integrazione, l’anticamera di altri licenziamenti. Un negozio su quattro chiude, e gli altri quattro sono vuoti. Ci sono italiani ora alla mense dei poveri, decine di migliaia, forse un centinaio di migliaia. Ci sono suicidi per debiti, un centinaio nel 2012. Non c’è lavoro per due giovani su cinque, e si riapre l’emigrazione qualificata, con perdita cioè di capitale umani. Per due famiglie su cinque le tasse si mangano il capitale – bisogna svendere il patrimonio per pagare le tasse. Si moltiplicano i piccoli furti, eccetera, di giovanissimi e inesperti, non del mestiere.
Un giornalismo anche solo popolare, scandalistico, ci troverebbe ampia materia. Invece non se ne parla. Perché il partito Democratico non ne parla? È una ragione, molti giornalisti sono burocrati Pd. Ma non basta. La recessione è stata provocata da Monti, per insipienza o per qualche recondita ragione. Si poteva quindi pensare il silenzio dettato dalla riverenza a questo esemplare dell’“Italia migliore” - milanese, bocconiana, eccetera. Ma Monti è in bassa fortuna – dopo averci liberati, bisogna dire meritoriamente, dei Fini, Casini e Montezemoli. È il partito della Germania? In parte sì, alcuni giornalisti di chiara fama sono al soldo di interessi tedeschi. Ma non, naturalmente, i de Bortoli, gli Ezio Mauro, i Calabresi che dirigono i grandi giornali. E allora?
È l’irrilevanza dei giornali. Il primo e più grande segno dell’irrilevanza della politica, prima e più dei Berlusconi e Bersani, in quanto opinione pubblica, che della politica è il cuore e il cervello. Un sorta di dimissione, di volontaria dismissione. Anche se, poi, la botte dà il vino che ha. Una sindrome, in cui il soggetto è vittima e carnefice: la sindrome recessione dell’opinione pubblica.
La storia strappalacrime era assortita da foto in costume della cancelliere che entra giovanile nella piscina termale, senza cellulite – storia e foto, cioè, sono stati forniti graziosamente dal servizio stampa della Repubblica di Germania, ma questa è un ‘altra storia. La recessione è la grande rimossa.
È la recessione più grave della storia d’Italia. E una che ha interrotto la corsa dell’Italia unita, un secolo e mezzo di storia, per portarsi alla pari con i paesi più ricchi, come dimostra lo studio della Banca d’Italia qui recensito. Ma per i giornali non esiste. Per i grandi giornali, è opportuno precisare: il “Corriere della sera”, “la Repubblica”, “La Stampa”, Il Messaggero”. Che si vogliono tutti, bizzarramente, di sinistra. Anche “Il Sole 24 Ore” ha difficoltà parlarne, e solo di recente, dopo che il presidente della Confindustria infine si è deciso a parlarne.
I segni evidenti, che tutti vedono, della recessione non mancano. Ci sono i licenziamenti, almeno un milione in un anno e mezzo – un milione e mezzo con gli “esodati” (licenziati anch’essi a tutti gli effetti: sono una categoria speciale solo per le alchimie Ue, un qualche trucco che consentirà di pagare loro una pensione prima dell’età legale). Con un ricorso eccezionale alla cassa integrazione, l’anticamera di altri licenziamenti. Un negozio su quattro chiude, e gli altri quattro sono vuoti. Ci sono italiani ora alla mense dei poveri, decine di migliaia, forse un centinaio di migliaia. Ci sono suicidi per debiti, un centinaio nel 2012. Non c’è lavoro per due giovani su cinque, e si riapre l’emigrazione qualificata, con perdita cioè di capitale umani. Per due famiglie su cinque le tasse si mangano il capitale – bisogna svendere il patrimonio per pagare le tasse. Si moltiplicano i piccoli furti, eccetera, di giovanissimi e inesperti, non del mestiere.
Un giornalismo anche solo popolare, scandalistico, ci troverebbe ampia materia. Invece non se ne parla. Perché il partito Democratico non ne parla? È una ragione, molti giornalisti sono burocrati Pd. Ma non basta. La recessione è stata provocata da Monti, per insipienza o per qualche recondita ragione. Si poteva quindi pensare il silenzio dettato dalla riverenza a questo esemplare dell’“Italia migliore” - milanese, bocconiana, eccetera. Ma Monti è in bassa fortuna – dopo averci liberati, bisogna dire meritoriamente, dei Fini, Casini e Montezemoli. È il partito della Germania? In parte sì, alcuni giornalisti di chiara fama sono al soldo di interessi tedeschi. Ma non, naturalmente, i de Bortoli, gli Ezio Mauro, i Calabresi che dirigono i grandi giornali. E allora?
È l’irrilevanza dei giornali. Il primo e più grande segno dell’irrilevanza della politica, prima e più dei Berlusconi e Bersani, in quanto opinione pubblica, che della politica è il cuore e il cervello. Un sorta di dimissione, di volontaria dismissione. Anche se, poi, la botte dà il vino che ha. Una sindrome, in cui il soggetto è vittima e carnefice: la sindrome recessione dell’opinione pubblica.
L’Italia s’è fermata
“Tra il 1896 e il 1992, con l’eccezione degli anni Trenta, l’Italia si è sviluppata più rapidamente dei paesi europei che a fine Ottocento avevano un reddito superiore al suo, realizzando nel gergo degli economisti una ‘convergenza incondizionata’. In questo arco di tempo il benessere degli italiani è cresciuto a dismisura in tutte le sue dimensioni. Perché l’Italia ha interrotto, in modo quasi improvviso, il percorso secolare di convergenza iniziato negli anni Novanta dell’Ottocento e realizzato con tanto successo soprattutto nel mezzo secolo postbellico?
“Sono domande che non tollerano risposte banali, costruite su pre-comprensioni ideologiche o culturali. A conclusione di una ricerca durata due anni alla quale hanno partecipato alcuni tra i migliori studiosi mondiali di storia economica, chi ha contribuito a questa ricerca non ha la presunzione di rispondere in modo soddisfacente. Il lavoro fatto si sostanzia di un gran numero di studi empirici che aggiungono molti nuovi dati e qualche nuova interpretazione alle conoscenze sin qui acquisite. Si tratta, soprattutto, di contributi su aspetti importanti dello sviluppo economico italiano che potranno, nel tempo e speriamo anche con il contributo dei colleghi stranieri, affinare risposte a queste domande, certamente destinate a sollecitare gli studiosi per molti anni a venire. Il lavoro fatto consente, tuttavia, di abbozzare una prima risposta”.
La risposta è questa. Dopo una “lunga rincorsa”, e malgrado il rallentamento degli anni 1970, l’Italia aveva agganciato i paesi ricchi: “Nel 1992 il pil per abitante italiano era pari a quello di Germania e Regno Unito”. Poi tutto crollò: produttività in soddisfacente, produzione in calo, deviata verso le produzioni leggere, a basso valore aggiunto, scomparsa della grande impresa. È la conclusione di Gianni Toniolo, economista alla Duke University, che ha curato questa ricerca della Banca d’Italia in veste di consulente.
Piccolo è brutto
I germi erano stati seminati prima. Nei termini di Toniolo: “A partire dall’‘autunno caldo’ e per tutti i difficili anni Settanta, si adottarono in rapida successione misure estemporanee di welfare e di indiscriminati sussidi alle imprese. Crebbe il peso delle micro-decisioni politiche nei processi di allocazione delle risorse, anche nell’impresa pubblica. L’inflazione a due cifre fu più elevata e durò più a lungo che nei paesi concorrenti. Riforme indispensabili delle quali si sentiva sempre più la necessità furono indefinitamente rinviate. La qualità della scuola peggiorò. I tempi della giustizia civile e amministrativa si allungarono. All’indebolimento dell’impresa pubblica si accompagnarono segni crescenti di debolezza della grande impresa privata. Il mercato del lavoro divenne più rigido”.
“Piccolo è bello” è uno dei tanti slogan con cui si copre la superficialità italiana. Ma l’effetto è disastroso. Toniolo: “Nel 2008 la dimensione media delle imprese italiane era la metà di quella media dei cinque maggiori paesi dell’Unione Europea. La grande impresa è la principale produttrice di ricerca applicata, con effetti a cascata sul resto dell’economia, è veicolo di investimenti diretti dall’estero, a loro volta tramite privilegiato del trasferimento di tecnologie. La diminuzione della capacità complessiva di ricerca e sviluppo, quando la produzione e adozione rapida di nuove tecniche è diventata più importante che per il passato,
non può che avere diminuito la capacità sociale di crescita del paese”.
La sopravvalutazione del cambio
Gli altri fattori dannosi sono noti in abbondanza: la spesa e il debito pubblici troppo elevati. Ma la Banca d’Italia ne ha, a sorpresa, uno non scontato – un altro dopo la liquidazione della grande impresa: la sopravvalutazione del cambio. Che portò alla svalutazione catastrofica della lira nel 1992. E alla sua sopravvalutazione, altrettanto catastrofica, nell’euro dieci anni dopo. Entrambi errori, è da aggiungere, della Banca d’Italia di Ciampi – Toniolo non lo dice, ma si sa.
Alla Banca d’Italia precipuamente si deve peraltro una serie di grandi riforme negli anni 1990 (ma a partire dal referendum sulla contingenza nel 1984, che Toniolo trascura), “in materia bancaria e finanziaria, societaria, di lavoro, di concorrenza”. Inoltre, fu attuato il più ambizioso programma di privatizzazioni europeo dopo quello britannico. In un decennio (1994-2004) il debito pubblico fu ridotto di ventidue punti percentuali”. Non è bastato.
Perché la causa principale è un’altra, che si continua a tacere: l’Italia fu bloccata non dalla contestazione (l’“autunno caldo”) né dal terrorismo, ma dal parlamentarismo. Dalla pratica di governare con intese di corridoio, per compromessi sempre riduttivi, e quasi sempre inapplicati. Un proverbio sudamericano dice che il paese va avanti di notte, quando il governo dorme. Ma un’economia avanzata, in un mercato concorrenziale e regolato, non vive senza governo.
Gianni Toniolo (Banca d’Italia), L’Italia e l’economia mondiale 1861-2011, online
“Sono domande che non tollerano risposte banali, costruite su pre-comprensioni ideologiche o culturali. A conclusione di una ricerca durata due anni alla quale hanno partecipato alcuni tra i migliori studiosi mondiali di storia economica, chi ha contribuito a questa ricerca non ha la presunzione di rispondere in modo soddisfacente. Il lavoro fatto si sostanzia di un gran numero di studi empirici che aggiungono molti nuovi dati e qualche nuova interpretazione alle conoscenze sin qui acquisite. Si tratta, soprattutto, di contributi su aspetti importanti dello sviluppo economico italiano che potranno, nel tempo e speriamo anche con il contributo dei colleghi stranieri, affinare risposte a queste domande, certamente destinate a sollecitare gli studiosi per molti anni a venire. Il lavoro fatto consente, tuttavia, di abbozzare una prima risposta”.
La risposta è questa. Dopo una “lunga rincorsa”, e malgrado il rallentamento degli anni 1970, l’Italia aveva agganciato i paesi ricchi: “Nel 1992 il pil per abitante italiano era pari a quello di Germania e Regno Unito”. Poi tutto crollò: produttività in soddisfacente, produzione in calo, deviata verso le produzioni leggere, a basso valore aggiunto, scomparsa della grande impresa. È la conclusione di Gianni Toniolo, economista alla Duke University, che ha curato questa ricerca della Banca d’Italia in veste di consulente.
Piccolo è brutto
I germi erano stati seminati prima. Nei termini di Toniolo: “A partire dall’‘autunno caldo’ e per tutti i difficili anni Settanta, si adottarono in rapida successione misure estemporanee di welfare e di indiscriminati sussidi alle imprese. Crebbe il peso delle micro-decisioni politiche nei processi di allocazione delle risorse, anche nell’impresa pubblica. L’inflazione a due cifre fu più elevata e durò più a lungo che nei paesi concorrenti. Riforme indispensabili delle quali si sentiva sempre più la necessità furono indefinitamente rinviate. La qualità della scuola peggiorò. I tempi della giustizia civile e amministrativa si allungarono. All’indebolimento dell’impresa pubblica si accompagnarono segni crescenti di debolezza della grande impresa privata. Il mercato del lavoro divenne più rigido”.
“Piccolo è bello” è uno dei tanti slogan con cui si copre la superficialità italiana. Ma l’effetto è disastroso. Toniolo: “Nel 2008 la dimensione media delle imprese italiane era la metà di quella media dei cinque maggiori paesi dell’Unione Europea. La grande impresa è la principale produttrice di ricerca applicata, con effetti a cascata sul resto dell’economia, è veicolo di investimenti diretti dall’estero, a loro volta tramite privilegiato del trasferimento di tecnologie. La diminuzione della capacità complessiva di ricerca e sviluppo, quando la produzione e adozione rapida di nuove tecniche è diventata più importante che per il passato,
non può che avere diminuito la capacità sociale di crescita del paese”.
La sopravvalutazione del cambio
Gli altri fattori dannosi sono noti in abbondanza: la spesa e il debito pubblici troppo elevati. Ma la Banca d’Italia ne ha, a sorpresa, uno non scontato – un altro dopo la liquidazione della grande impresa: la sopravvalutazione del cambio. Che portò alla svalutazione catastrofica della lira nel 1992. E alla sua sopravvalutazione, altrettanto catastrofica, nell’euro dieci anni dopo. Entrambi errori, è da aggiungere, della Banca d’Italia di Ciampi – Toniolo non lo dice, ma si sa.
Alla Banca d’Italia precipuamente si deve peraltro una serie di grandi riforme negli anni 1990 (ma a partire dal referendum sulla contingenza nel 1984, che Toniolo trascura), “in materia bancaria e finanziaria, societaria, di lavoro, di concorrenza”. Inoltre, fu attuato il più ambizioso programma di privatizzazioni europeo dopo quello britannico. In un decennio (1994-2004) il debito pubblico fu ridotto di ventidue punti percentuali”. Non è bastato.
Perché la causa principale è un’altra, che si continua a tacere: l’Italia fu bloccata non dalla contestazione (l’“autunno caldo”) né dal terrorismo, ma dal parlamentarismo. Dalla pratica di governare con intese di corridoio, per compromessi sempre riduttivi, e quasi sempre inapplicati. Un proverbio sudamericano dice che il paese va avanti di notte, quando il governo dorme. Ma un’economia avanzata, in un mercato concorrenziale e regolato, non vive senza governo.
Gianni Toniolo (Banca d’Italia), L’Italia e l’economia mondiale 1861-2011, online
La fine del parlamentarismo
Finisce nell’eccesso, come ogni bestia arrivata alla fine violenta, esagerando i suoi difetti: l’inconcludenza, l’irrilevanza. Il soggetto è il parlamentarismo, la deviazione patologica del regime costituzionale, della Repubblica parlamentare. Degli inciuci e degli accordi sottobanco. Della sopravvalutazione, anche, della propria funzione: segno ne è l’attorcigliamento delle Camere appena elette, grillini compresi, sulla riduzione del loro costo di funzionamento. Di cui poco o nulla importa al paese, che ogni mattina ha da affrontare i debiti, la disoccupazione e perfino la fame. Dev’essere una nemesi, o altrimenti il parlamentarismo dovremmo dirlo irriformabile: non si spiega altrimenti che un Parlamento appena eletto in una campagna segnata dall’insoddisfazione verso le beghe di partiti, non trovi altro da fare che ingolfarsi in queste beghe, ingigantirle - si parla di dieci, forse cento milioni di tagli… È una forma agonica, seppure lenta, lunga.
La crisi dell’Italia ha una sola causa. Precisa, e anche nota, a molti. Che però si tace: il parlamentarismo sterile, l’incapacità del Parlamento di fare vere leggi, opportuna, incisive, importanti. A partire dal 1973. Quell’anno Giulio Andreotti, liquidata la sua prima esperienza a palazzo Chigi con un governicchio di destra, si fece eleggere capo dei deputati Dc e in quella posizione si spostò a sinistra. Prese cioè a sopravanzare i socialisti, alleati di governo, con il Pci. Su pressione, si disse, del Vaticano - i socialisti ponevano problemi che i comunisti non ponevano: controllo delle nascite, aborto, divorzio, scuola laica, Israele. E a discutere ogni legge in anticipo col capogrupo Pci alla Camera, Pietro Ingrao.
Andreotti istituzionalizzò Istituzionalizzando la superfluità del lavoro parlamentare che già Moro aveva avviato, con regolamenti che rendevano impossibile alla Camera fare qualsiasi provvedimento dotato di tempestività ed efficacia. I governi intanto avevano così preso a operare per decreti, successivamente rinforzati dai voti di fiducia.
Era l’inizio di quello che Berlinguer dopo qualche mese chiamerà il “compromesso storico”. Su due fondamenti. “Una peculiarità radicata del socialismo italiano, una forte positività” è il non essersi mai “identificato con le socialdemocrazie europee di tipo tedesco o inglese”. Uno. Due: “È necessario operare per il superamento della divisione del mondo in blocchi e zone d’influenza”. Perciò “la via italiana al socialismo passa per un accordo con la Dc. Per un «compromesso storico» tra le forze che rappresentano la grande maggioranza del popolo”. La consecutio non era logica: la rivoluzione che passa per la Dc, e per un compromesso. Ma così incontrava Andreotti. Che invece aveva già trovato la formula giusta: “L’impegno reciproco a non compiere atti di reciproca ostilità”.
Il problema italiano nasce da questo spericolato onniparlamentarismo, dalla furbizia di Andreotti: la moltiplicazione del debito, la burocrazia ingestibile, le spese inutili, i privilegi della politica, l’incapacità di legiferare. Dibattiti estenuanti furono introdotti da Luciana Castellina e altri irriducibili su ogni minimo disegno di legge che non fosse negoziato col Pci. E il compromesso era sempre al ribasso. Craxi, che tentò di rompere questo compromesso legislativo, fu liquidato.
La crisi dell’Italia ha una sola causa. Precisa, e anche nota, a molti. Che però si tace: il parlamentarismo sterile, l’incapacità del Parlamento di fare vere leggi, opportuna, incisive, importanti. A partire dal 1973. Quell’anno Giulio Andreotti, liquidata la sua prima esperienza a palazzo Chigi con un governicchio di destra, si fece eleggere capo dei deputati Dc e in quella posizione si spostò a sinistra. Prese cioè a sopravanzare i socialisti, alleati di governo, con il Pci. Su pressione, si disse, del Vaticano - i socialisti ponevano problemi che i comunisti non ponevano: controllo delle nascite, aborto, divorzio, scuola laica, Israele. E a discutere ogni legge in anticipo col capogrupo Pci alla Camera, Pietro Ingrao.
Andreotti istituzionalizzò Istituzionalizzando la superfluità del lavoro parlamentare che già Moro aveva avviato, con regolamenti che rendevano impossibile alla Camera fare qualsiasi provvedimento dotato di tempestività ed efficacia. I governi intanto avevano così preso a operare per decreti, successivamente rinforzati dai voti di fiducia.
Era l’inizio di quello che Berlinguer dopo qualche mese chiamerà il “compromesso storico”. Su due fondamenti. “Una peculiarità radicata del socialismo italiano, una forte positività” è il non essersi mai “identificato con le socialdemocrazie europee di tipo tedesco o inglese”. Uno. Due: “È necessario operare per il superamento della divisione del mondo in blocchi e zone d’influenza”. Perciò “la via italiana al socialismo passa per un accordo con la Dc. Per un «compromesso storico» tra le forze che rappresentano la grande maggioranza del popolo”. La consecutio non era logica: la rivoluzione che passa per la Dc, e per un compromesso. Ma così incontrava Andreotti. Che invece aveva già trovato la formula giusta: “L’impegno reciproco a non compiere atti di reciproca ostilità”.
Il problema italiano nasce da questo spericolato onniparlamentarismo, dalla furbizia di Andreotti: la moltiplicazione del debito, la burocrazia ingestibile, le spese inutili, i privilegi della politica, l’incapacità di legiferare. Dibattiti estenuanti furono introdotti da Luciana Castellina e altri irriducibili su ogni minimo disegno di legge che non fosse negoziato col Pci. E il compromesso era sempre al ribasso. Craxi, che tentò di rompere questo compromesso legislativo, fu liquidato.
martedì 2 aprile 2013
Ombre - 171
Lo spread non vale, conta il rating, dice Fitch. Non serve sapere cos’è lo spread, il rating, e Fitch: sono tutti modi per fare denaro (conta
solo il Dow Jones, e l’Ftse che ne è succursale: gli indici di Borsa angoloamericani). Ma ci governano. Il mercato esce distrutto da questa crisi, non c’è bisogno di un Marx.
Si capisce che ritornino con Grillo in auge le diffidenze contro le demoplutocrazie.
Nessuno compra più, neanche la pagnotta o l’insalata, si prendono in scadenza al supermercato a prezzo ribassato, e i negozianti trovano più conveniente tenere chiuso nel lungo week-end di Pasqua
È come la settimana lavorativa corta per salvare le imprese.
Si annuncia l’uscita in Italia delle famose memorie di Jan Karski, combattente della Resistenza polacca nella seconda guerra mondiale. Famose perché Karski rivelò e documentò l’Olocausto già nel 1942, in tempo reale. Si pubblicano in Italia dopo settant’anni di screening sul suo antistalinismo – Stalin era l’alleato di Hitler, ma è meglio non dirlo, in Italia no.
Totti dice che i giocatori della Roma sono migliori di quelli della Juventus. Una critica più radicale alla sua squadra e alla sua società non poteva dirla. Vuole prendersi la società?
Ma forse la Roma migliore della Juventus è solo una barzelletta di Totti. Che subito dopo è andato a perdere col Palermo – una squadra che non vince una partita non si ricorda più da quanto. A Roma si può dire di tutto.
Napolitano? Quasi Berlusconi. La tentazione è forte nel Pd, e nel duce vittorioso Bersani, di fare il Sansone. Allora, è vero che Pd sta per PdO, il partito dell’Odio?
Si celebra Orwell senza leggerlo, tanto la sua teoria dell’Odio è viva. Lo si celebra a denti stretti, in realtà contestandolo: Orwell è sempre colpevole in Italia di leso sovietismo.
L’ambasciatore americano Thorne insiste: invita in ambasciata una delegazione di 5 Stelle. Per dare corpo alle voci che 5 Stelle è al soldo della Cia? Ma Grillo accetta, ci va volentieri. E dunque? È un gioco della parti?
Ampio servizio del “Corriere della sera” sulla Lega giovedì, per dire che il partito milanese potrebbe “tornare decisivo”: “Lo scenario sarebbe quello di un esecutivo della «corresponsabilità». Avviato, magari, da una visita al bar dei senatori leghisti al momento della fiducia”. Non è un servizio per ridere.
In cinque articoli sulle dimissioni di Terzi mercoledì 27, il “Corriere della sera” non ha nemmeno cinque righe per le ragioni delle dimissioni. Che Terzi ha letto alla Camera. Solo pettegolezzi, ipotesi, e “indiscrezioni autorevoli” sullo sdegno di Napolitano. Fine regime?
L’ammiraglio Di Paola ha condiviso con Terzi la scelta di non far tornare i marò in India – poi fatta rimangiare da Napolitano. Ma non si dimette, e per questo viene osannato.
Si certifica il crollo del pil nel 2012, a meno 2,7 (ma il calo è superiore), un calo record in Europa e per l’Italia repubblicana. Un titolo a mezza pagina in pagina interna: poi dice che gli editori licenziano giornalisti.
Il mercato è il migliore dei mondi possibili. La crisi è la peggiore da un secolo? Non importa, al giornalista non è stato detto, lui resta sintonizzato sul mercato.
A Massa il partito democratico ha sede nel palazzo della vecchia Dc. Lo ricorda una targa d’epoca, tenuta accuratamente pulita. La verità delle cose.
Si capisce che ritornino con Grillo in auge le diffidenze contro le demoplutocrazie.
Nessuno compra più, neanche la pagnotta o l’insalata, si prendono in scadenza al supermercato a prezzo ribassato, e i negozianti trovano più conveniente tenere chiuso nel lungo week-end di Pasqua
È come la settimana lavorativa corta per salvare le imprese.
Si annuncia l’uscita in Italia delle famose memorie di Jan Karski, combattente della Resistenza polacca nella seconda guerra mondiale. Famose perché Karski rivelò e documentò l’Olocausto già nel 1942, in tempo reale. Si pubblicano in Italia dopo settant’anni di screening sul suo antistalinismo – Stalin era l’alleato di Hitler, ma è meglio non dirlo, in Italia no.
Totti dice che i giocatori della Roma sono migliori di quelli della Juventus. Una critica più radicale alla sua squadra e alla sua società non poteva dirla. Vuole prendersi la società?
Ma forse la Roma migliore della Juventus è solo una barzelletta di Totti. Che subito dopo è andato a perdere col Palermo – una squadra che non vince una partita non si ricorda più da quanto. A Roma si può dire di tutto.
Napolitano? Quasi Berlusconi. La tentazione è forte nel Pd, e nel duce vittorioso Bersani, di fare il Sansone. Allora, è vero che Pd sta per PdO, il partito dell’Odio?
Si celebra Orwell senza leggerlo, tanto la sua teoria dell’Odio è viva. Lo si celebra a denti stretti, in realtà contestandolo: Orwell è sempre colpevole in Italia di leso sovietismo.
L’ambasciatore americano Thorne insiste: invita in ambasciata una delegazione di 5 Stelle. Per dare corpo alle voci che 5 Stelle è al soldo della Cia? Ma Grillo accetta, ci va volentieri. E dunque? È un gioco della parti?
Ampio servizio del “Corriere della sera” sulla Lega giovedì, per dire che il partito milanese potrebbe “tornare decisivo”: “Lo scenario sarebbe quello di un esecutivo della «corresponsabilità». Avviato, magari, da una visita al bar dei senatori leghisti al momento della fiducia”. Non è un servizio per ridere.
In cinque articoli sulle dimissioni di Terzi mercoledì 27, il “Corriere della sera” non ha nemmeno cinque righe per le ragioni delle dimissioni. Che Terzi ha letto alla Camera. Solo pettegolezzi, ipotesi, e “indiscrezioni autorevoli” sullo sdegno di Napolitano. Fine regime?
L’ammiraglio Di Paola ha condiviso con Terzi la scelta di non far tornare i marò in India – poi fatta rimangiare da Napolitano. Ma non si dimette, e per questo viene osannato.
Si certifica il crollo del pil nel 2012, a meno 2,7 (ma il calo è superiore), un calo record in Europa e per l’Italia repubblicana. Un titolo a mezza pagina in pagina interna: poi dice che gli editori licenziano giornalisti.
Il mercato è il migliore dei mondi possibili. La crisi è la peggiore da un secolo? Non importa, al giornalista non è stato detto, lui resta sintonizzato sul mercato.
A Massa il partito democratico ha sede nel palazzo della vecchia Dc. Lo ricorda una targa d’epoca, tenuta accuratamente pulita. La verità delle cose.
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Russell che Dio perseguita
“Manco di sentimenti religiosi”, dice Russell di se stesso. Su che basi? “La creazione del nulla è un fenomeno che non è stato ancora osservato. Pertanto, non c’è miglior ragione di supporre che il mondo è stato causato da un Creatore che di supporre che abbia avuto un’origine spontanea; entrambe allo stesso modo contraddicono le leggi causali”. E la causazione?
Contro Dio Russell ha molte pagine. Questa edizione comprende meno della metà del volumone “Dio e la religione” pubblicato vent’anni fa dalla Newton Compton - e ora anch’esso ripubblicato, segno che il filone ateista tira. Ma non si capisce perché il negazionista abbia bisogno di tante pagine. Ogni tema peraltro argomentando, a partire dal più celebre “Perché non sono cristiano”, paradossalmente al contrario. Non nel senso crociano del perché non possiamo non essere cristiani, ma in senso proprio, quasi teologico: ogni prova di Russell contro Dio, compresa la sua reiterata pretesa di non sapere che dirne, d non avere la prova della sua non-esistenza, sembra un discorso su Dio.
In dettaglio. Russell si vuole agnostico, contrario a ogni fede rivelata, e molto dubbioso sulla natura e la parabola di Cristo. Ma con argomentazioni cristiane – se non cattoliche. Non nell’islam né nell’ebraismo, per dire di due religioni in qualche modo note, le sue argomentazioni incidono: parla di cristianesimo, più che di fede religiosa, e a cristiani. L’obiezione maggiore a Cristo la fa da cristiano: quando rimprovera il Figlio di Dio di aver voluto, nella sua bontà, la dannazione eterna.
Anche gli argomenti sono bizzarramente ritorcibili. Per esempio il libero arbitrio: “Non vi è una netta linea di divisione tra l’uomo e il protozoo. Perciò, se diamo il libero arbitrio all’uomo, lo dobbiamo dare anche al protozoo”. Questa conclusione Russell la traeva nelle sue prime riflessioni, da adolescente, che questa scelta opportunamente tralascia, ma resterà tipica del suo modo di ragionare. Per esempio in tema di Causa Prima, nella conferenza “Perché non sono cristiano”: “L’idea che debba sempre esistere un inizio è semplicemente dovuta alla povertà della nostra immaginazione”. L’infinito, dunque, l’eternità? Che Russell detesta, e nel saggio di questa raccolta ne fa colpa all’idea di Dio.
Il saggio del titolo nasce dal fatto che all’epoca, 1930-1931, molti fisici e biologi avevano decretato morto il vecchio materialismo, e la religione in qualche modo più vera. Russell obietta discutendo o spiegando il principio d’indeterminazione (Heisenberg), per dire che non ha niente a che vedere col libero arbitrio. E con Dio? Più congruo è quando dice di “odiare” gli specialisti del divino. Qui non si saprebbe dargli torto, ma è un’altra cosa.
L’altro scritto famoso, “L’incubo del teologo”, attanaglia lo “specialista del divino” tra l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande. Irridendo all’uomo, a ogni uomo, quindi anche a se stesso, come a un “parassita”. Ma senza considerarsi in realtà tale, non lui, che ne scrive ridendo. E parassita di che? Anche del senso di mollusco, invertebrato, medusaceo. Per poi concludere: Dio è l’effetto del “potere che Satana ha sui nostri sogni”. Non è la stessa cosa?
L’insistenza maggiore, con l’effetto più curioso, di Russell è, fin dall’inizio della sua meditazione sulla religione, e cioè dai suoi quindici anni, da quando cominciò a studiare seriamente, sul libero arbitrio. Di cui fa una colpa al cattolicesimo, e a Dio stesso. O non un merito? L’argomento lo indigna fino a fargli dire sciocchezze. Per esempio che, mentre il libro arbitrio dei cani Pavlov ha accertato che è un riflesso condizionato (un’abitudine), per l’uomo non si sa. Ma non si sa giusto per la complessità del meccanismo, la scienza ne verrà a capo. Il che per un logico, sia pure matematico, è un’insulsaggine prima che un’insolenza. Il riflesso condizionato, aggiunge Russell a un certo punto trionfante, è stato documentato anche nei polli. E lo suppone nei bambini. Poprio così, nei bambini, pur avendo avuto qualche figlio da una delle tante mogli.
Un caso esemplare lord Russell sarebbe stato , per il suo vescovo Berkeley, di solipsismo, ossia di egotismo. O di riflesso condizionato - “la nostra concezione di Dio deriva dall’antico dispotismo orientale, ed è una concezione indegna di uomini liberi”? Giulio Giorello, che presenta questa scelta, sembra prendere le distanze.
Bertrand Russell, Scienza e religione, Longanesi, pp. 190 € 16
Contro Dio Russell ha molte pagine. Questa edizione comprende meno della metà del volumone “Dio e la religione” pubblicato vent’anni fa dalla Newton Compton - e ora anch’esso ripubblicato, segno che il filone ateista tira. Ma non si capisce perché il negazionista abbia bisogno di tante pagine. Ogni tema peraltro argomentando, a partire dal più celebre “Perché non sono cristiano”, paradossalmente al contrario. Non nel senso crociano del perché non possiamo non essere cristiani, ma in senso proprio, quasi teologico: ogni prova di Russell contro Dio, compresa la sua reiterata pretesa di non sapere che dirne, d non avere la prova della sua non-esistenza, sembra un discorso su Dio.
In dettaglio. Russell si vuole agnostico, contrario a ogni fede rivelata, e molto dubbioso sulla natura e la parabola di Cristo. Ma con argomentazioni cristiane – se non cattoliche. Non nell’islam né nell’ebraismo, per dire di due religioni in qualche modo note, le sue argomentazioni incidono: parla di cristianesimo, più che di fede religiosa, e a cristiani. L’obiezione maggiore a Cristo la fa da cristiano: quando rimprovera il Figlio di Dio di aver voluto, nella sua bontà, la dannazione eterna.
Anche gli argomenti sono bizzarramente ritorcibili. Per esempio il libero arbitrio: “Non vi è una netta linea di divisione tra l’uomo e il protozoo. Perciò, se diamo il libero arbitrio all’uomo, lo dobbiamo dare anche al protozoo”. Questa conclusione Russell la traeva nelle sue prime riflessioni, da adolescente, che questa scelta opportunamente tralascia, ma resterà tipica del suo modo di ragionare. Per esempio in tema di Causa Prima, nella conferenza “Perché non sono cristiano”: “L’idea che debba sempre esistere un inizio è semplicemente dovuta alla povertà della nostra immaginazione”. L’infinito, dunque, l’eternità? Che Russell detesta, e nel saggio di questa raccolta ne fa colpa all’idea di Dio.
Il saggio del titolo nasce dal fatto che all’epoca, 1930-1931, molti fisici e biologi avevano decretato morto il vecchio materialismo, e la religione in qualche modo più vera. Russell obietta discutendo o spiegando il principio d’indeterminazione (Heisenberg), per dire che non ha niente a che vedere col libero arbitrio. E con Dio? Più congruo è quando dice di “odiare” gli specialisti del divino. Qui non si saprebbe dargli torto, ma è un’altra cosa.
L’altro scritto famoso, “L’incubo del teologo”, attanaglia lo “specialista del divino” tra l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande. Irridendo all’uomo, a ogni uomo, quindi anche a se stesso, come a un “parassita”. Ma senza considerarsi in realtà tale, non lui, che ne scrive ridendo. E parassita di che? Anche del senso di mollusco, invertebrato, medusaceo. Per poi concludere: Dio è l’effetto del “potere che Satana ha sui nostri sogni”. Non è la stessa cosa?
L’insistenza maggiore, con l’effetto più curioso, di Russell è, fin dall’inizio della sua meditazione sulla religione, e cioè dai suoi quindici anni, da quando cominciò a studiare seriamente, sul libero arbitrio. Di cui fa una colpa al cattolicesimo, e a Dio stesso. O non un merito? L’argomento lo indigna fino a fargli dire sciocchezze. Per esempio che, mentre il libro arbitrio dei cani Pavlov ha accertato che è un riflesso condizionato (un’abitudine), per l’uomo non si sa. Ma non si sa giusto per la complessità del meccanismo, la scienza ne verrà a capo. Il che per un logico, sia pure matematico, è un’insulsaggine prima che un’insolenza. Il riflesso condizionato, aggiunge Russell a un certo punto trionfante, è stato documentato anche nei polli. E lo suppone nei bambini. Poprio così, nei bambini, pur avendo avuto qualche figlio da una delle tante mogli.
Un caso esemplare lord Russell sarebbe stato , per il suo vescovo Berkeley, di solipsismo, ossia di egotismo. O di riflesso condizionato - “la nostra concezione di Dio deriva dall’antico dispotismo orientale, ed è una concezione indegna di uomini liberi”? Giulio Giorello, che presenta questa scelta, sembra prendere le distanze.
Bertrand Russell, Scienza e religione, Longanesi, pp. 190 € 16
lunedì 1 aprile 2013
Le Camerette tecniche
Dunque finisce con un presidente che, invece di nominare un governo, nomina due apparenze di commissioni consultive. Che non sanno cosa fare, ma hanno capito che devono far passare le due settimane che ci vogliono perché il presidente non possa più nominare il governo - le Camere saranno già all’opera per eleggere il successore. Finisce nella viltà una presidenza baldanzosa, e anche, si sperava, di buona politica – in linea certo coi tempi: se rinuncia il papa… (la “linea” piace sempre in certi ambienti).
Ci sarebbe da sorridere alla trovata di Napolitano, di instaurare due piccole “Camere”, di “tecnici” con uno spruzzo di politica. La scienza dell’economia – della gestione pubblica – non nacque del resto “camerale”, degli esperti nell’anticamera del principe? Ci sarebbe anzi da ridere, considerando che le Autorità a garanzia del mercato, di cui i più dei cameristi sono a capo, sono una della cause principali del disastro della funzione pubblica, per costo e inefficienza (subordinazione agli interessi costituiti).
All’apparenza sembra logico: non avendo le Camere vere espresso una politica, il capo dello Stato ci riprova en petit comité. Se non che si tratta in realtà di (piccoli) burocrati, che non faranno assolutamente nulla - è la sindrome Bondi che imperversa. Dunque è una logica di Pulcinella. Mentre la realtà è ben drammatica. Per la recessione che è spaventosa più che per lo spread e la cattiva Germania.
Il commissariamento
Ci sarebbe da sorridere alla trovata di Napolitano, di instaurare due piccole “Camere”, di “tecnici” con uno spruzzo di politica. La scienza dell’economia – della gestione pubblica – non nacque del resto “camerale”, degli esperti nell’anticamera del principe? Ci sarebbe anzi da ridere, considerando che le Autorità a garanzia del mercato, di cui i più dei cameristi sono a capo, sono una della cause principali del disastro della funzione pubblica, per costo e inefficienza (subordinazione agli interessi costituiti).
All’apparenza sembra logico: non avendo le Camere vere espresso una politica, il capo dello Stato ci riprova en petit comité. Se non che si tratta in realtà di (piccoli) burocrati, che non faranno assolutamente nulla - è la sindrome Bondi che imperversa. Dunque è una logica di Pulcinella. Mentre la realtà è ben drammatica. Per la recessione che è spaventosa più che per lo spread e la cattiva Germania.
Il commissariamento
Si può dire – è lecito essere beffardi – anche il
trionfo della politica come commissariamento,
della politica sovietica. Facendo torto a Napolitano, che ci ha sbattuto contro
una vita, e anche alla presidenza della Repubblica è stato ed è quotidiano
rivendicatore delle ragioni politiche. Ma non del tutto. Anche lui come tutti è
ormai succube, dopo un bombardamento ventennale, dell’ideologia della “società
civile” figlia di Mani Pulite, il gentile golpe ambrosiano, della Borsa e delle
banche, per cui un professore o un burocrate è meglio di un politico
liberamente eletto. Succube del commissariamento sovietico in salsa ambrosiana, bancaria: non
ci ha già dato il celebrato governo Monti dei professori e tecnici (burocrati:
Grilli, Barca, Terzi, la ministra dell’Interno…)? Ma come a Monti ha sotteso un
accordo politico di Grande Coalizione, così nella composizione delle Camerette
ha usato il bilancino politico.
Le due Camerette lasciano peraltro inalterato l’impasse politico che l’ex partito di Napolitano ha creato, e a cui lo stesso capo dello Stato, dopo aver resistito una vita, sembra adeguarsi all’uscita. Col supporto - maldestro forse più che opportunista - della residua politica laica, Sartori, Scalfari, Settis (tutti con la s?). Con la barzelletta che non ci può essere altro partito all’infuori di quello: l’ex Pci che ha fagocitato la Dc e governa con la corruzione, in grande e in piccolo, e non tollera altri partiti di massa, se non dicendoli ladri, concussori, mafiosi, trafficanti di droga, golpisti, pederasti, e ora puttanieri – senza senso del ridicolo, Sartori, Scalfari, Settis, e altri ascari affardellati? Dopo la catastrofe Monti, che altro ricino ci propina il popolo diverso?La maledizione del sangue
Il sottotitolo potrebbe essere “I misfatti della consanguineità”, dei legami familiari, anche se senza colpe specifiche. Nella coppia la consanguineità fa inevitabilmente aggio sull’affetto (rispetto) reciproco, è “terzo incluso” della filosofia, anche senza volerlo. Lo stesso nella parentela e nella società.
Irène Némirovsky ne subì il pregiudizio nell’infanzia a Kiev, sotto forma di pogrom e isolamento, e poi sotto forma di diffidenza nella libera Parigi, fino alla denuncia e alla persecuzione razzista durante l’occupazione tedesca,. Per una “identità di sangue” che, senza pregiudizio naturalmente, era un animo buono, sentiva come una gabbia e un limite. Non per colpa ma per la forza dell’abitudine, del pregiudiziale “noi e loro”.
Il racconto è semplice, come sempre nella Némirovsky, è una cosa che tutti facciamo, abbiamo fatto. I fratelli che, come ogni domenica, si ritrovano con le consorti attorno alla vecchia madre, “provano l’indicibile fatica che s’impossessa dei membri di una famiglia quando si trovano riuniti insieme da più di un’ora”. Per quell’indissolubile legame che, pur in mezzo a esperienze e ambizioni diverse, li soggioga. Un piccolo spicchio, ma…, della commedia umana di questa scrittrice senza padrini (procuratori, esegeti, sistematori): la narrazione dei sentimenti della vita borghese, personale e di gruppo, con l’andamento ciclico della “Camera rossa”, senza colpa quindi per nessuno ma con la distinta malinconia della felicità sempre omessa, quasi rifiutata.
Irène Némirovsky, Legami di sangue, Elliot, pp. 93 € 9
Irène Némirovsky ne subì il pregiudizio nell’infanzia a Kiev, sotto forma di pogrom e isolamento, e poi sotto forma di diffidenza nella libera Parigi, fino alla denuncia e alla persecuzione razzista durante l’occupazione tedesca,. Per una “identità di sangue” che, senza pregiudizio naturalmente, era un animo buono, sentiva come una gabbia e un limite. Non per colpa ma per la forza dell’abitudine, del pregiudiziale “noi e loro”.
Il racconto è semplice, come sempre nella Némirovsky, è una cosa che tutti facciamo, abbiamo fatto. I fratelli che, come ogni domenica, si ritrovano con le consorti attorno alla vecchia madre, “provano l’indicibile fatica che s’impossessa dei membri di una famiglia quando si trovano riuniti insieme da più di un’ora”. Per quell’indissolubile legame che, pur in mezzo a esperienze e ambizioni diverse, li soggioga. Un piccolo spicchio, ma…, della commedia umana di questa scrittrice senza padrini (procuratori, esegeti, sistematori): la narrazione dei sentimenti della vita borghese, personale e di gruppo, con l’andamento ciclico della “Camera rossa”, senza colpa quindi per nessuno ma con la distinta malinconia della felicità sempre omessa, quasi rifiutata.
Irène Némirovsky, Legami di sangue, Elliot, pp. 93 € 9
L’Occidente saudita
Dieci anni di guerre di liberazione, dopo l’11 settembre, in Iraq, Afghanistan, Libia, tutto per l’Arabia Saudita. Per proteggere l’Arabia Saudita (con gli Emirati suoi satelliti, Dubai, Abu Dhabi, Sharja, e il Kuwait, il Qatar, Bahrein). Dalla quale provengono e sono finanziati, e dove si ispirano, i cosiddetti fondamentalisti. Che in parte sono terroristi, anche contro le moschee e la madressah, purché sciite. Sono infatti del ceppo sunnita, nell’accezione salafita. Che è lo stesso che wahabita, cioè saudita.
L’11 settembre fu un tentativo di rompere il legame di ferro tra gli Usa e l’Arabia Saudita. Gli Usa hanno reagito legando tutto l’Occidente, Israele compresa, l’asse di ferro. Da tempo avevano ceduto il Medio Oriente, con propaggini nei Balcani, e l’Africa sahariana all’espansione finanziaria e religiosa dell’Arabia Saudita, dal Libano al Nord della Nigeria. Dopo l’11 settembre ne hanno rinsaldato il dominio in Iraq e, ora, in Siria. Col sostegno da ultimo della Turchia, novella potenza economica, specialmente utile nel Medio Oriente mediterraneo, e nei Balcani, nell’ex Jugoslavia, in Macedonia, in Bulgaria. Poco conta che questa espansione, solitamente suadente, con moschee, scuole, campi da golf e da polo, impianti per l’irrigazione qualche autostrada dal nulla al nulla, per l decoro, si eserciti anche nel terrorismo anticristiano.
È un indirizzo irreversibile e inoppugnabile. La visita di Obama in Israele ha avuto uno strano effetto astigmatico, proiettando tutta la regione sotto l’ombrello saudita. Col consenso d’Israele, a lungo perplessa ma ora, all’apparenza, convinta sia nella destra che tra i laburisti. Pegno dell’alleanza è la “guerra all’Iran”. Che non è un pretesto, l’Iran persegue una politica di potenza regionale che può creare degli squilibri. Ma era stata dichiarata prima che l’Iran materializzasse questa politica con l’armamento atomico: l’Occidente - la Nato, l’Italia - è schierato in primo luogo per favorire l’islamizzazione turco-saudita.
L’11 settembre fu un tentativo di rompere il legame di ferro tra gli Usa e l’Arabia Saudita. Gli Usa hanno reagito legando tutto l’Occidente, Israele compresa, l’asse di ferro. Da tempo avevano ceduto il Medio Oriente, con propaggini nei Balcani, e l’Africa sahariana all’espansione finanziaria e religiosa dell’Arabia Saudita, dal Libano al Nord della Nigeria. Dopo l’11 settembre ne hanno rinsaldato il dominio in Iraq e, ora, in Siria. Col sostegno da ultimo della Turchia, novella potenza economica, specialmente utile nel Medio Oriente mediterraneo, e nei Balcani, nell’ex Jugoslavia, in Macedonia, in Bulgaria. Poco conta che questa espansione, solitamente suadente, con moschee, scuole, campi da golf e da polo, impianti per l’irrigazione qualche autostrada dal nulla al nulla, per l decoro, si eserciti anche nel terrorismo anticristiano.
È un indirizzo irreversibile e inoppugnabile. La visita di Obama in Israele ha avuto uno strano effetto astigmatico, proiettando tutta la regione sotto l’ombrello saudita. Col consenso d’Israele, a lungo perplessa ma ora, all’apparenza, convinta sia nella destra che tra i laburisti. Pegno dell’alleanza è la “guerra all’Iran”. Che non è un pretesto, l’Iran persegue una politica di potenza regionale che può creare degli squilibri. Ma era stata dichiarata prima che l’Iran materializzasse questa politica con l’armamento atomico: l’Occidente - la Nato, l’Italia - è schierato in primo luogo per favorire l’islamizzazione turco-saudita.
Problemi di base - 137
spock
Perché le scimmie non parlano? Sembra semplice, sarà stato detto, e invece: perché non imparano le lingue?
Anche i cani, pure così omofili?
E gli uccelli: molti cantano, anche bene, perché non parlano?
Perché la parola sarebbe una semplice modulazione della voce?
Perché il Cristo, tanto buono, ha inventato la dannazione eterna?
O l’eternità non sarà un modo di dire della Bibbia, per dire un tempo lungo (tipo “sette volte sette”, tc,)?
Perché i santi fanno i miracoli, si vogliono contrapporre alle leggi di Dio?
È il prete il ministro del culto o il ministro di Dio (anche papa Francesco)?
Che fine ha fatto l’Agenda Rossa di Borsellino, perché la requisitoria Stato-mafia la trascura?
Perché Borsellino aveva tanti parenti?
spock@antiit.eu
Perché le scimmie non parlano? Sembra semplice, sarà stato detto, e invece: perché non imparano le lingue?
Anche i cani, pure così omofili?
E gli uccelli: molti cantano, anche bene, perché non parlano?
Perché la parola sarebbe una semplice modulazione della voce?
Perché il Cristo, tanto buono, ha inventato la dannazione eterna?
O l’eternità non sarà un modo di dire della Bibbia, per dire un tempo lungo (tipo “sette volte sette”, tc,)?
Perché i santi fanno i miracoli, si vogliono contrapporre alle leggi di Dio?
È il prete il ministro del culto o il ministro di Dio (anche papa Francesco)?
Che fine ha fatto l’Agenda Rossa di Borsellino, perché la requisitoria Stato-mafia la trascura?
Perché Borsellino aveva tanti parenti?
spock@antiit.eu
A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (166)
Giuseppe Leuzzi
Il Sud si vuole speciale
Viaggiando al Sud c’è questo di faticoso: che tutto vi viene rapportato, viene rapportato al Sud. Il resto delle incomodità, pochi alberghi e pretenziosi, ristoranti chiusi, da anni, gallerie e musei forse inesistenti, comunque chiusi, si compensa con le gioie inattese che il Sud sempre riserva, di attenzione, gentilezza, e residue bellezze, anche del paesaggio. Ma la continua commisurazione di tutto alla propria realtà è fastidiosa, “in Sicilia facciamo, in Sicilia diciamo, il siciliano è, fa, dice…”. E più per essere regionale, quindi doppiamente falsa, quasi che l’identità fosse amministrativa, di siciliano, o sardo, o calabrese, o lucano, o pugliese – ma in Puglia la pugliesità è meno assillante. Sicilia e Sardegna sono isole, qui la regionalità si può capire, ma tra quante differenze! E invece, anche nelle isole, per ogni argomento di conversazione, sia pure il cibo o la salute, un raffreddore, un’arancia, un fico secco, inevitabile sorgerà l’“in Sicilia”, l’“in Calabria”, il tarocco siciliano, il clementino calabrese, il mirto sardo, il miele…”
È la sindrome Terzo mondo, dei complessi d’inferiorità che si avvelenano ogni momento della vitta, sociale e anche individuale. È viaggiando per il Terzo mondo che la conversazione è sempre comparativistica. Doppiamente, anche lì, asfissiante, conoscendo come tantissime realtà “nazionali” nel Terzo mondo siano fittizie, a uso di astratte divisioni coloniali. In America Latina poi è asfissiante: non c’è altra conversazione possibile che un continuo rinvio al proprio pese d’origine, l’Argentina, il brsile, il Perù.
Era, perché il Terzo mondo è evoluto, marcia ora al cosmopolitismo americano. Nel Sud invece imperversa. A Sud di Napoli, bisogna dire - il napoletano ha da tempo smesso di dire “a Napoli lo facciamo meglio, o la facciamo peggio…”
La colpa è della Fiat
Nola è probabilmente una delle zone a più alta concentrazione mafiosa. Per via del mercato ortofrutticolo, e perché così è l’hinterland di Napoli – la città soffre effettivamente l’assedio di un hinterland infetto. Si viaggia sull’autostrada Caserta-Salerno col cuore in gola, dopo aver fatto qualche volta una fermata necessitata a una delle sue stazioni di servizio: sguardi indagatori e improvvisi silenzi - ogni forestiero-passeggero può essere uno sbirro – vi perseguiranno a vita. E se rifate la fermata per uno scrupolo di verità, per non voler recare pregiudizio alla Caserta-Salerno, gli stessi silenzi cupi e torvi vi seguiranno – e più se prolungate la sosta, per avere avuto per esempio bisogno impellente di un panino. Ma i giudici di Nola non se ne occupano. Si pensava anzi che non ci fossero giudici a Nola. Invece ci sono e ora hanno trovato finalmente di che occuparsi: di processare la Fiat. Non di Nola, non c’è la Fiat a Nola. Ma di Pomigliano. Che è a Napoli ma non vuol dire, l’azione penale non conosce limiti. Il giudice ha il dovere di perseguire i delitti, e i giudici di Nola vogliono mettere dentro la Fiat, altro che la camorra.
Dilaga il concorso esterno
Dell’Utri si becca l’ennesima condanna a Palermo opera concorso esterno in associazione mafiosa. Magari sarà mafioso, ma perché condannarlo per concorso esterno in associazione? Perché è un processo in cui non bisogna dimostrare nulla. Pio La Torre e Piersanti Mattarella erano contro questo tipo di “reato”.
La mafia è talmente evidente e impunita, c’è bisogno di un concorso esterno in associazione per punirla? I delitti di associazione sono anche l’ultimo rimasuglio dei delitti d’opinione.
Dell’Utri però non è mafioso, si sa. Perché allora a Palermo lo condannano? Per non condannare i veri mafiosi? Questo spiegherebbe perché i mafiosi non si processano più a Palermo da quando c’è l’Ersatz Dell’Utri e comodo punching-ball, e un’occupazione lunga del tempo – lo processano da vent’anni.
Perché la Sicilia – il Sud – ha questi giudici, menefreghisti al meglio, e queste polizie giudiziarie del tutto incapaci. Come si trova una prova del concorso esterno in associazione? Ma è lo sporto preferito dell’apparto repressivo. Mentre i mafiosi, impuniti, dilagano: minacciano, estorcono, incendiano, bombardano, uccidono anche, tranquillamente. Chi viva al Sud, leggendo i giornali del Sud, vive in un mondo governato da politici concorrenti esterni in associazione. E fronteggiare ogni giorno brutti ceffi che magari lo aspettano in piazza per entrare al bar, alla posta, dal ferramenta, insieme con lui per poterlo poi minacciare di concorrenza esterna. Sempre più spavaldi, che si prendono tutto, ora perfino le mance, sfottenti, liberamente.
I carabinieri, interpellati, rispondono: “Lo sappiamo chi sono, ma di che possiamo incolparli?”. Non c’è qui la concorrenza esterna - per i mafiosi, s’intende, non per i carabinieri?
Calabria
Ha rischiato di diventare feudo dei Borgia, i parenti del papa Alessandro VI, a fine Quattrocento – qualche traccia è rimasta nella serie tv di Neil Jordan sul papa Borgia e i suoi familiari. Per patrocinare il suo diritto al regno di Napoli, contro le pretese angioine (francesi), il papa chiese ottenne da Ferrante per il suo secondo figlio Giovanni (Dumas lo dice il maggiore, ma si sbaglia) il principato di Tricarico e le contee di Chiaramonte, Lauria e Carinola, per il figlio minore Goffredo la mano di donna Sancia, figlia naturale di Ferrante, col principato di Squillace e la contea di Cariati in dote. Ma neanche i Borgia fecero sul serio.
Il racconto “Una notte alla stazione” di Anna Maria Ortese (ora in “Silenzio a Milano””), ha un sarto calabrese che con la sua famiglia se ne riparte senza aver “visto” Milano. Dove erano venuti in cerca di fortuna. Uno dei figli, un bambinetto brutto, con le lenti, continua a chiedere: “Pa’, ma quando partiamo?”, “Subito figlio mio” “E a Milano andiamo?”, “Ci siamo già stati”. Per cui il padre si ritiene in obbligo di spiegare: “Dice sempre la stessa cosa, dice. Perché venimmo di sera, e di casa non è mai uscito. Del resto, nemmeno io l’ho veduta bene: dicono ch’è grande, piena di luci: è vero?”
Per spiegare la Mancia, Almodovar dice a La 7 che è come la Calabria. Non è vero, la Calabria è verde e fertile. Ma il carattere è duro, è vero – si diceva “testardo” – e portato con voluttà alle cause perse.
Non ha mai “fatto opinione” quanto per il caso Villella. Il brigante Villella. Il cranio di Villella. Se deve restare al museo Lombroso, di Torino, dov’era stato catalogato per gli occipiti criminali. O se non dev’essere esposto al suo paese natio.
Pane, marmellata, yoghurt: un italiano su tre se li fa in casa. È l’ultimo grido della moda – dell’attualità o stile di vita. Ma il pane quindici anni fa tutto San Luca o quasi, il paese della ‘ndrangheta, se lo faceva in casa. Lo facevano le donne, per scelta, e anche gli uomini. In forni restaurati o costruiti appositamente, non in vecchie case. I mafiosi precorrono le mode? No, le mode vengono dai paesi angloamericani: i mafiosi l’avevano saputo dai parenti in Australia e Canada..
“Non hanno la testa”, dicono i calabresi dei calabresi. “Non ha la testa” si dice di chi è stolido, o in senso più lato di chi non si applica. Dev’essere così, se si pensa a quante risorse naturali il Sud ha di più e meglio rispetto al Nord: fertilità, minerali, insolazione, perfino acqua buona, e beni culturali e naturali (paesaggistici) cresciuti nel tempo.
leuzzi@antiit.eu
Il Sud si vuole speciale
Viaggiando al Sud c’è questo di faticoso: che tutto vi viene rapportato, viene rapportato al Sud. Il resto delle incomodità, pochi alberghi e pretenziosi, ristoranti chiusi, da anni, gallerie e musei forse inesistenti, comunque chiusi, si compensa con le gioie inattese che il Sud sempre riserva, di attenzione, gentilezza, e residue bellezze, anche del paesaggio. Ma la continua commisurazione di tutto alla propria realtà è fastidiosa, “in Sicilia facciamo, in Sicilia diciamo, il siciliano è, fa, dice…”. E più per essere regionale, quindi doppiamente falsa, quasi che l’identità fosse amministrativa, di siciliano, o sardo, o calabrese, o lucano, o pugliese – ma in Puglia la pugliesità è meno assillante. Sicilia e Sardegna sono isole, qui la regionalità si può capire, ma tra quante differenze! E invece, anche nelle isole, per ogni argomento di conversazione, sia pure il cibo o la salute, un raffreddore, un’arancia, un fico secco, inevitabile sorgerà l’“in Sicilia”, l’“in Calabria”, il tarocco siciliano, il clementino calabrese, il mirto sardo, il miele…”
È la sindrome Terzo mondo, dei complessi d’inferiorità che si avvelenano ogni momento della vitta, sociale e anche individuale. È viaggiando per il Terzo mondo che la conversazione è sempre comparativistica. Doppiamente, anche lì, asfissiante, conoscendo come tantissime realtà “nazionali” nel Terzo mondo siano fittizie, a uso di astratte divisioni coloniali. In America Latina poi è asfissiante: non c’è altra conversazione possibile che un continuo rinvio al proprio pese d’origine, l’Argentina, il brsile, il Perù.
Era, perché il Terzo mondo è evoluto, marcia ora al cosmopolitismo americano. Nel Sud invece imperversa. A Sud di Napoli, bisogna dire - il napoletano ha da tempo smesso di dire “a Napoli lo facciamo meglio, o la facciamo peggio…”
La colpa è della Fiat
Nola è probabilmente una delle zone a più alta concentrazione mafiosa. Per via del mercato ortofrutticolo, e perché così è l’hinterland di Napoli – la città soffre effettivamente l’assedio di un hinterland infetto. Si viaggia sull’autostrada Caserta-Salerno col cuore in gola, dopo aver fatto qualche volta una fermata necessitata a una delle sue stazioni di servizio: sguardi indagatori e improvvisi silenzi - ogni forestiero-passeggero può essere uno sbirro – vi perseguiranno a vita. E se rifate la fermata per uno scrupolo di verità, per non voler recare pregiudizio alla Caserta-Salerno, gli stessi silenzi cupi e torvi vi seguiranno – e più se prolungate la sosta, per avere avuto per esempio bisogno impellente di un panino. Ma i giudici di Nola non se ne occupano. Si pensava anzi che non ci fossero giudici a Nola. Invece ci sono e ora hanno trovato finalmente di che occuparsi: di processare la Fiat. Non di Nola, non c’è la Fiat a Nola. Ma di Pomigliano. Che è a Napoli ma non vuol dire, l’azione penale non conosce limiti. Il giudice ha il dovere di perseguire i delitti, e i giudici di Nola vogliono mettere dentro la Fiat, altro che la camorra.
Dilaga il concorso esterno
Dell’Utri si becca l’ennesima condanna a Palermo opera concorso esterno in associazione mafiosa. Magari sarà mafioso, ma perché condannarlo per concorso esterno in associazione? Perché è un processo in cui non bisogna dimostrare nulla. Pio La Torre e Piersanti Mattarella erano contro questo tipo di “reato”.
La mafia è talmente evidente e impunita, c’è bisogno di un concorso esterno in associazione per punirla? I delitti di associazione sono anche l’ultimo rimasuglio dei delitti d’opinione.
Dell’Utri però non è mafioso, si sa. Perché allora a Palermo lo condannano? Per non condannare i veri mafiosi? Questo spiegherebbe perché i mafiosi non si processano più a Palermo da quando c’è l’Ersatz Dell’Utri e comodo punching-ball, e un’occupazione lunga del tempo – lo processano da vent’anni.
Perché la Sicilia – il Sud – ha questi giudici, menefreghisti al meglio, e queste polizie giudiziarie del tutto incapaci. Come si trova una prova del concorso esterno in associazione? Ma è lo sporto preferito dell’apparto repressivo. Mentre i mafiosi, impuniti, dilagano: minacciano, estorcono, incendiano, bombardano, uccidono anche, tranquillamente. Chi viva al Sud, leggendo i giornali del Sud, vive in un mondo governato da politici concorrenti esterni in associazione. E fronteggiare ogni giorno brutti ceffi che magari lo aspettano in piazza per entrare al bar, alla posta, dal ferramenta, insieme con lui per poterlo poi minacciare di concorrenza esterna. Sempre più spavaldi, che si prendono tutto, ora perfino le mance, sfottenti, liberamente.
I carabinieri, interpellati, rispondono: “Lo sappiamo chi sono, ma di che possiamo incolparli?”. Non c’è qui la concorrenza esterna - per i mafiosi, s’intende, non per i carabinieri?
Calabria
Ha rischiato di diventare feudo dei Borgia, i parenti del papa Alessandro VI, a fine Quattrocento – qualche traccia è rimasta nella serie tv di Neil Jordan sul papa Borgia e i suoi familiari. Per patrocinare il suo diritto al regno di Napoli, contro le pretese angioine (francesi), il papa chiese ottenne da Ferrante per il suo secondo figlio Giovanni (Dumas lo dice il maggiore, ma si sbaglia) il principato di Tricarico e le contee di Chiaramonte, Lauria e Carinola, per il figlio minore Goffredo la mano di donna Sancia, figlia naturale di Ferrante, col principato di Squillace e la contea di Cariati in dote. Ma neanche i Borgia fecero sul serio.
Il racconto “Una notte alla stazione” di Anna Maria Ortese (ora in “Silenzio a Milano””), ha un sarto calabrese che con la sua famiglia se ne riparte senza aver “visto” Milano. Dove erano venuti in cerca di fortuna. Uno dei figli, un bambinetto brutto, con le lenti, continua a chiedere: “Pa’, ma quando partiamo?”, “Subito figlio mio” “E a Milano andiamo?”, “Ci siamo già stati”. Per cui il padre si ritiene in obbligo di spiegare: “Dice sempre la stessa cosa, dice. Perché venimmo di sera, e di casa non è mai uscito. Del resto, nemmeno io l’ho veduta bene: dicono ch’è grande, piena di luci: è vero?”
Per spiegare la Mancia, Almodovar dice a La 7 che è come la Calabria. Non è vero, la Calabria è verde e fertile. Ma il carattere è duro, è vero – si diceva “testardo” – e portato con voluttà alle cause perse.
Non ha mai “fatto opinione” quanto per il caso Villella. Il brigante Villella. Il cranio di Villella. Se deve restare al museo Lombroso, di Torino, dov’era stato catalogato per gli occipiti criminali. O se non dev’essere esposto al suo paese natio.
Pane, marmellata, yoghurt: un italiano su tre se li fa in casa. È l’ultimo grido della moda – dell’attualità o stile di vita. Ma il pane quindici anni fa tutto San Luca o quasi, il paese della ‘ndrangheta, se lo faceva in casa. Lo facevano le donne, per scelta, e anche gli uomini. In forni restaurati o costruiti appositamente, non in vecchie case. I mafiosi precorrono le mode? No, le mode vengono dai paesi angloamericani: i mafiosi l’avevano saputo dai parenti in Australia e Canada..
“Non hanno la testa”, dicono i calabresi dei calabresi. “Non ha la testa” si dice di chi è stolido, o in senso più lato di chi non si applica. Dev’essere così, se si pensa a quante risorse naturali il Sud ha di più e meglio rispetto al Nord: fertilità, minerali, insolazione, perfino acqua buona, e beni culturali e naturali (paesaggistici) cresciuti nel tempo.
leuzzi@antiit.eu
domenica 31 marzo 2013
Il ritorno di Pinocchio (Grande Fratello) – Berlusconi 11
Ha rivinto le elezioni quando le aveva perdute, ha rifatto un partito che aveva appena disfatto, ha occupato i media appena dopo l’annuncio ufficiale, con comunicato scritto, che si ritirava a vita privata, e ripropone sempre operazioni semplici, due più due, tre più tre, dal risultato inequivocabile. Che per lo più lo fanno definire un populista, rendendolo quasi simpatico, lui che gareggia a farsi antipatico. È il Berlusconi Pinocchio. Chi l’avrebbe detto?
L’ha detto il capo dei socialdemocratici tedeschi, e poi se l’è rimangiato. E il “kapò” socialista tedesco Martin Schulz, invitato a Palermo per un week-end da Crocetta, che poi anche lui ha detto che non l’ha detto. Ma in Germania lo dicono spesso, da un decennio ormai, e anche questo lo rende quasi simpatico. A dicembre del 2003 un manifesto campeggiava a Berlino pagato da Dirk Rave per propagandare la sua ultima opera “Silvio Berlusconi”. Opera in musica, non robetta. Sottotitolo “gangster, italienischer” - di che prendere la lupara: il tipo preoccupante dunque del tedesco, questo Rave, precursore a suo modo dello spread, ma in fondo è solo un fisarmonicista.
Il manifesto ha dato da pensare a Suzanne Stewart-Steinberg, italianista, germanista, psicoanalista, americana d’Inghilterra. Che ci ha costruito sopra un corposo “Effetto Pinocchio”, sull’identità italiana come pinocchiesca. Una valanga, insomma.
Sarà vero, non sarà vero. Ma Berlusconi è senz’altro Pinocchio.La studiosa angloamericana lo appaia a Benigni, “anche lui recente interprete di Pinocchio e novello rappresentante di un’Italia infantile”. E questo non quadra, Berlusconi tutto sarà meno che infantile. Ma la studiosa insiste: “Benigni e Berlusconi si rappresentano costantemente come acerrimi nemici. Forse lo sono, ma, al di là della natura del loro rapporto, ciascuno di essi può essere considerato come un burattino che tira i fili dell’altro” - come a dire: se Berlusconi, che vince sempre, è Pinocchio, che saranno gli altri? E su questo forse non ha torto.
Berlusconi Pinocchio, dunque: inventivo, superficiale, furbo, svelto, imprevedibile, e alla fin in qualche modo salvo. E geniale? Un burattino non lo è – di Berlusconi non si potrebbe comunque dire, si offende la religione. È capace però di miracoli. E Berlusconi lo è: ha domato infatti la Lega e il Msi, due bruttissime bestie. Risolutore, a suo modo, nella posa del monello che dice il re nudo - nudo qui anche lui.
Ora c’è in ballo Grillo, che sembra pure peggio. E toccherebbe a Bersani di domare, Grillo interpreta i cattivi umori della sinistra. Ma, e se ci riuscisse di nuovo Berlusconi? In fondo è questa la grandezza di Pinocchio, che le combina sempre grosse e sempre, in qualche modo, gli vengono bene.
In questo quadro, recenziore, quello che tutti vediamo a occhio nudo ogni giorno, della politica spettacolo, in cui un Grillo si confronta con un Berlusconi e entrambi vincono la gara, Berlusconi per la verità si spiega per se stesso. Senza il naso lungo. Ha inventato la politica del “Grande Fratello”, di cui ha fatto uno spettacolo per la masse, di presunta verità, ci prospera, e ne paga le conseguenze. A danno, nell’un caso e nell’altro, dell’Italia, ma senza colpa specifica: non ha imposto il “Grande Fratello”, soprattutto non alla sinistra. Ma è vero che, come Pinocchio, Berlusconi ha la capacità di rendere speciali le esperienze più ovvie, Per esempio di capitalizzare sull’odio. L’odio è la sua miniera, la riserva dei suoi reiterati successi campali: è facile distruggere un avversario che solo l’odio tiene compatto, basta attaccarlo – l’odio non cementa, è dissolutore.
L’ha detto il capo dei socialdemocratici tedeschi, e poi se l’è rimangiato. E il “kapò” socialista tedesco Martin Schulz, invitato a Palermo per un week-end da Crocetta, che poi anche lui ha detto che non l’ha detto. Ma in Germania lo dicono spesso, da un decennio ormai, e anche questo lo rende quasi simpatico. A dicembre del 2003 un manifesto campeggiava a Berlino pagato da Dirk Rave per propagandare la sua ultima opera “Silvio Berlusconi”. Opera in musica, non robetta. Sottotitolo “gangster, italienischer” - di che prendere la lupara: il tipo preoccupante dunque del tedesco, questo Rave, precursore a suo modo dello spread, ma in fondo è solo un fisarmonicista.
Il manifesto ha dato da pensare a Suzanne Stewart-Steinberg, italianista, germanista, psicoanalista, americana d’Inghilterra. Che ci ha costruito sopra un corposo “Effetto Pinocchio”, sull’identità italiana come pinocchiesca. Una valanga, insomma.
Sarà vero, non sarà vero. Ma Berlusconi è senz’altro Pinocchio.La studiosa angloamericana lo appaia a Benigni, “anche lui recente interprete di Pinocchio e novello rappresentante di un’Italia infantile”. E questo non quadra, Berlusconi tutto sarà meno che infantile. Ma la studiosa insiste: “Benigni e Berlusconi si rappresentano costantemente come acerrimi nemici. Forse lo sono, ma, al di là della natura del loro rapporto, ciascuno di essi può essere considerato come un burattino che tira i fili dell’altro” - come a dire: se Berlusconi, che vince sempre, è Pinocchio, che saranno gli altri? E su questo forse non ha torto.
Berlusconi Pinocchio, dunque: inventivo, superficiale, furbo, svelto, imprevedibile, e alla fin in qualche modo salvo. E geniale? Un burattino non lo è – di Berlusconi non si potrebbe comunque dire, si offende la religione. È capace però di miracoli. E Berlusconi lo è: ha domato infatti la Lega e il Msi, due bruttissime bestie. Risolutore, a suo modo, nella posa del monello che dice il re nudo - nudo qui anche lui.
Ora c’è in ballo Grillo, che sembra pure peggio. E toccherebbe a Bersani di domare, Grillo interpreta i cattivi umori della sinistra. Ma, e se ci riuscisse di nuovo Berlusconi? In fondo è questa la grandezza di Pinocchio, che le combina sempre grosse e sempre, in qualche modo, gli vengono bene.
In questo quadro, recenziore, quello che tutti vediamo a occhio nudo ogni giorno, della politica spettacolo, in cui un Grillo si confronta con un Berlusconi e entrambi vincono la gara, Berlusconi per la verità si spiega per se stesso. Senza il naso lungo. Ha inventato la politica del “Grande Fratello”, di cui ha fatto uno spettacolo per la masse, di presunta verità, ci prospera, e ne paga le conseguenze. A danno, nell’un caso e nell’altro, dell’Italia, ma senza colpa specifica: non ha imposto il “Grande Fratello”, soprattutto non alla sinistra. Ma è vero che, come Pinocchio, Berlusconi ha la capacità di rendere speciali le esperienze più ovvie, Per esempio di capitalizzare sull’odio. L’odio è la sua miniera, la riserva dei suoi reiterati successi campali: è facile distruggere un avversario che solo l’odio tiene compatto, basta attaccarlo – l’odio non cementa, è dissolutore.
Il giallo burla
Un giallo della non-scrittura. Della decostruzione della scrittura. A ogni passo un’intersezione, di tutto ciò che si potrebbe dire e non si dice, potrebbe essere e non è, potrebbe succedere e si omette, mentre nomi intervengono, se non personaggi, e ipotesi o fatti irrelati. L’esatto contrario della consequenzialità che il giallo vuole.
Dopo il successo inatteso, a sessant’anni, dell’“Autobiografia di Alce Toklas”, Gertrude Stein nell’estate del 1933 non sa che fare, e s’ingegna di scrivere un giallo, genere di cui si vuole cultrice. Così ricostruisce la genesi del racconto Benedetta Bini, riproponendo la sua lontana traduzione del 1986: “Scritto a colmare un esaurirsi della parola, a dirne quindi la morte”. Ma potrebbe essere, così sembra alla lettura, che si sia voluta divertire, dada quale è sempre stata, in anticipo e in ritardo: del giallo, della scrittura, della storia della letteratura.
Non divertente per il lettore - la ricerca letteraria non lo è, essendo fatta di buchi nell’acqua, mulinelli a nessun effetto, e Gertrude Stein è poi ricercatrice dilettante, e più per anticonformismo, da “amica di Picasso”, che per studio (ma il letterato d’avanguardia raramente è filologo, forse solo Pasolini, gli basta lo spirito d’avventura, e un po’ d’incoscienza). A meno che non ne sia complice. l’irrisione è passionaccia condivisa, cenacolare.
Gertrude Stein, Sangue in sala da pranzo, Sellerio, pp. 116 € 10
sabato 30 marzo 2013
Letture - 132
letterautore
Dante – Umanizza l’aldilà (l’eternità) - è questo che Benigni, guitto, evidenzia, ma è così, lo è sempre stato malgrado tutto, alla lettura.
Questa – quella della “Divina Commedia” – è una lettura anche teologica, teologicamente diversa, l’umanizzazione cioè dell’aldilà (nessun aldilà se non umano). In particolare, colma la faglia che la figura del Cristo prospetta, di un Redentore che crede nell’inferno e anzi lo minaccia - un Salvatore che introduce la dannazione eterna ha disturbato e disturba mollti, anche cristiani (anche se poi non è così).
Internet - Il flusso di coscienza dilaga su Internet, ma per fortuna in pillole.
Passione – Bach vuole Cristo baritono nella “Passione secondo san Matteo”. E lo fa cantare impervio. Irritato, anche. Si scioglie solo quando parla al Padre, memoria non ingrata a Johann Sebastian – mentre i discepoli. Inetti, arruffoni, sono le accozzaglie di giovanotti che doveva addomesticare per quattro soldi nelle scuole dei principi, o la sua stessa figliolanza, numerosa e riottosa – eccetto il più piccolo, che diventerà italiano, “Giovannino”, prima che inglese.
Pinocchio - È curioso che non sia un personaggio analizzato dalla letteratura psicoanalitica, benché vasta. È rivelatore (lapsus)? Con l’eccezione di Servadio, che però, grande massone, ci vedeva simbologie massoniche. E quella tutta di scuola di Iakov Levi (online, sul sito psicoanalisi.it, o maranola.it/pinocchio), che dice tutto cioè e niente. Suzanne Stewart-Steinberg, che infine ci prova con una corposa ricerca, “L’effetto Pinocchio”, ci scopre numerose “evidenze - Pinocchio è come la lettera di Poe che nessuno vede perché è squadernata. È l’italiano-che-non-si-fa, secondo la conclusione della stessa studiosa (ci arriva dopo aver letto il leggibile in fatto di “italianità”, dalla Serao alla Montessori, da Sighele a Lombroso). Ma è anche, di suo, spiega Stewart-Steinberg a Pierangelo Garzia (l’intervista è online), “ribelle laico” e “Cristo moderno e popolare”, burattino ma capace di decisioni, un ragazzo sventato e un adulto riflessivo, credulone e inventivo. Il personaggio unico di un libro “allo stesso tempo fin troppo leggibile e profondamente illeggibile”.
Calvino lo vuole un pìcaro, “l’unico vero pìcaro della letteratura italiana”, seppure in forma fantastica. Un modo come un altro per non dire nulla – in un articolo-saggio pubblicato su “Repubblica” nel 1981, “Ma collodi non esiste”, 19-20 aprile 1981, e non ripreso nelle raccolte successive. Le avventure di Pinocchio, spensierate tanto quanto drammatiche, Calvino liquida come “tipiche di questa figura letteraria” – che, aggiunge, non registra grandi presenza nella letteratura italiana.
Calvino ha molte pagine anche buone sulle fiabe e i racconti per ragazzi, di cui era un amatore, e un fertile collazionista. Ma non su Pinocchio: non amava il burattino, che forse lo metteva a disagio?
Profetismo – “La caduta dell’America” è poema d Allen Ginsberg del 1972. Molto ben argomentato, specie sulla distruzione dell’ambiente. Di cui però l’America si è fatta la salvatrice – già al tempo del poema, e con Nixon… – promuovendo la normativa nazionale e internazionale a difesa. Dopo quarant’anni l’America è più potente e meglio messa.
Il poeta diventa profeta, più che per la capacità antevisiva (di previsione), quando la sua stessa forza, la capacità di convincimento legata alla sua persona e alla sua parola, diventa reale. Pasolini ne è il caso più illustre. Il suo “io so” ha influenzato l’epoca, e resta vivo, anche se ingiusto (forse in toto). L’io so di cui molti suoi epigoni si dilettano non ha rilievo – anche se in più casi ben argomentato.
Storia - Goethe la cancella in un momento di stanchezza, negli ultimi anni, nel secondo “Faust”, 11596-11603: “Passato’! Che parola stupida!\ Perché ‘passato’?\ Passato e puro nulla sono un tutt'uno.\ E perché allora questo continuo creare?\ Per travolgere\ nel nulla quello che è stato creato?\ ‘È passato!’ Come dobbiamo\ concepire questa parola?\ È come non fosse mai stato\ eppure vi giriamo in tondo, come esistesse.\ Se fosse per me\ preferirei al passato\ il vuoto eterno...”.
Il nichilismo teutonico non poteva risparmiare Goethe. Che così si cancellava, questa presenza così ingombrante, in Germania e non solo, ancora per un paio di secoli fino a oggi.
Traduzione - Tradurre l’ “Ulisse” di Joyce è impossibile per Borges., Le traduzioni letterali sono brutte, perché traducono il senso, là dove in inglese “ci sono come dei versi, e comunque dei ritmo molto felici all’ascolto”, che in traduzione sono soltanto turpi: “ Mentre le tante parole composte appaiono artificiose o troppo ricercate” – ma solo in traduzione?
Dante – Umanizza l’aldilà (l’eternità) - è questo che Benigni, guitto, evidenzia, ma è così, lo è sempre stato malgrado tutto, alla lettura.
Questa – quella della “Divina Commedia” – è una lettura anche teologica, teologicamente diversa, l’umanizzazione cioè dell’aldilà (nessun aldilà se non umano). In particolare, colma la faglia che la figura del Cristo prospetta, di un Redentore che crede nell’inferno e anzi lo minaccia - un Salvatore che introduce la dannazione eterna ha disturbato e disturba mollti, anche cristiani (anche se poi non è così).
Internet - Il flusso di coscienza dilaga su Internet, ma per fortuna in pillole.
Passione – Bach vuole Cristo baritono nella “Passione secondo san Matteo”. E lo fa cantare impervio. Irritato, anche. Si scioglie solo quando parla al Padre, memoria non ingrata a Johann Sebastian – mentre i discepoli. Inetti, arruffoni, sono le accozzaglie di giovanotti che doveva addomesticare per quattro soldi nelle scuole dei principi, o la sua stessa figliolanza, numerosa e riottosa – eccetto il più piccolo, che diventerà italiano, “Giovannino”, prima che inglese.
Pinocchio - È curioso che non sia un personaggio analizzato dalla letteratura psicoanalitica, benché vasta. È rivelatore (lapsus)? Con l’eccezione di Servadio, che però, grande massone, ci vedeva simbologie massoniche. E quella tutta di scuola di Iakov Levi (online, sul sito psicoanalisi.it, o maranola.it/pinocchio), che dice tutto cioè e niente. Suzanne Stewart-Steinberg, che infine ci prova con una corposa ricerca, “L’effetto Pinocchio”, ci scopre numerose “evidenze - Pinocchio è come la lettera di Poe che nessuno vede perché è squadernata. È l’italiano-che-non-si-fa, secondo la conclusione della stessa studiosa (ci arriva dopo aver letto il leggibile in fatto di “italianità”, dalla Serao alla Montessori, da Sighele a Lombroso). Ma è anche, di suo, spiega Stewart-Steinberg a Pierangelo Garzia (l’intervista è online), “ribelle laico” e “Cristo moderno e popolare”, burattino ma capace di decisioni, un ragazzo sventato e un adulto riflessivo, credulone e inventivo. Il personaggio unico di un libro “allo stesso tempo fin troppo leggibile e profondamente illeggibile”.
Calvino lo vuole un pìcaro, “l’unico vero pìcaro della letteratura italiana”, seppure in forma fantastica. Un modo come un altro per non dire nulla – in un articolo-saggio pubblicato su “Repubblica” nel 1981, “Ma collodi non esiste”, 19-20 aprile 1981, e non ripreso nelle raccolte successive. Le avventure di Pinocchio, spensierate tanto quanto drammatiche, Calvino liquida come “tipiche di questa figura letteraria” – che, aggiunge, non registra grandi presenza nella letteratura italiana.
Calvino ha molte pagine anche buone sulle fiabe e i racconti per ragazzi, di cui era un amatore, e un fertile collazionista. Ma non su Pinocchio: non amava il burattino, che forse lo metteva a disagio?
Profetismo – “La caduta dell’America” è poema d Allen Ginsberg del 1972. Molto ben argomentato, specie sulla distruzione dell’ambiente. Di cui però l’America si è fatta la salvatrice – già al tempo del poema, e con Nixon… – promuovendo la normativa nazionale e internazionale a difesa. Dopo quarant’anni l’America è più potente e meglio messa.
Il poeta diventa profeta, più che per la capacità antevisiva (di previsione), quando la sua stessa forza, la capacità di convincimento legata alla sua persona e alla sua parola, diventa reale. Pasolini ne è il caso più illustre. Il suo “io so” ha influenzato l’epoca, e resta vivo, anche se ingiusto (forse in toto). L’io so di cui molti suoi epigoni si dilettano non ha rilievo – anche se in più casi ben argomentato.
Storia - Goethe la cancella in un momento di stanchezza, negli ultimi anni, nel secondo “Faust”, 11596-11603: “Passato’! Che parola stupida!\ Perché ‘passato’?\ Passato e puro nulla sono un tutt'uno.\ E perché allora questo continuo creare?\ Per travolgere\ nel nulla quello che è stato creato?\ ‘È passato!’ Come dobbiamo\ concepire questa parola?\ È come non fosse mai stato\ eppure vi giriamo in tondo, come esistesse.\ Se fosse per me\ preferirei al passato\ il vuoto eterno...”.
Il nichilismo teutonico non poteva risparmiare Goethe. Che così si cancellava, questa presenza così ingombrante, in Germania e non solo, ancora per un paio di secoli fino a oggi.
Traduzione - Tradurre l’ “Ulisse” di Joyce è impossibile per Borges., Le traduzioni letterali sono brutte, perché traducono il senso, là dove in inglese “ci sono come dei versi, e comunque dei ritmo molto felici all’ascolto”, che in traduzione sono soltanto turpi: “ Mentre le tante parole composte appaiono artificiose o troppo ricercate” – ma solo in traduzione?
Tedeschi poveri, profondamente ingiusti
In Germania la ricchezza è fortemente sperequata: il 10 per cento più ricco della popolazione ha il 58,2 per cento della ricchezza netta di tutte le famiglie. È il risultato, a sorpresa, dello studio condotto dalla Bundesbank tra settembre 2010 e luglio 2011, su una campione di 3.565 famiglie, sulla consistenza e la natura del patrimonio familiare a fine 2010. La ricchezza media lorda per famiglia viene stimata a 222.200 euro, quella netta (il patrimonio meno i debiti) a 195.200.
Sembra molto ma è un valore ipotetico, avverte lo studio: la ricchezza nazionale divisa per il numero delle famiglie è un indicazione statistica di scarso senso. Un valore di riferimento più veritiero è la mediana, la ricchezza cioè posseduta, o non posseduta, dalla metà della popolazione. Questo valore è molto più basso: la ricchezza mediana lorda si situa a 67.900 euro, quella netta a 51.400. Non è un fatto eccezionale, avverte lo studio: i valori mediani solitamente sono molto inferiori a quelli medi, e la distribuzione della ricchezza (il reddito accumulato nel tempo) è solitamente distribuita meno equamente che il reddito annuo. Il fatto inatteso è che ben il 73 per cento delle famiglie tedesche hanno una ricchezza media al di sotto della mediana.
Lo studio arriva a questa conclusione anche applicando l’indice Gini, il metodo statistico di calcolo riconosciuto della distribuzione della ricchezza, che pone a 0 una distribuzione “perfettamente eguale” e a 100 una distribuzione “perfettamente ineguale” della ricchezza. Il coefficiente Gini per la distribuzione del reddito in Germania è risultato pari a 42,8, quello della ricchezza lorda a 71,3, quello della ricchezza netta a 75,8. Un 10 per cento delle famiglie è peraltro risultato all’indagine campionaria possedere il 55,7 per cento della ricchezza lorda, e il 59,2 per cento della ricchezza netta totale.
Il risultato è sorprendente perché la distribuzione della ricchezza non è in realtà comparativamente più sperequata in Germania rispetto agli altri paesi europei. Anzi, secondo Eurostat, che compila periodicamente quadri comparativi, è relativamente più giusta – l’ultima elaborazione Eurostat è del 2008, ma non è pensabile che la situazione si sia deteriorata in due anni). L’indice Gini Eurostat 2008 vede il coefficiente tedesco a quota 29,1, il più basso fra i grandi paesi europei – la Francia era a 29,8, l’Italia a 31,5, la Spagna a 32,3, la Gran Bretagna 32,4.
Nuova politica del debito?
Sia il valore medio che quello mediano si collocano però indubbiamente, nota lo studio, al di sotto della media europea, degli altri “grandi paesi dell’area dell’euro con i quali i dati sono comparabili”. Una differenza da prendere con riserva: “La ricchezza privata delle famiglie offre una prospettiva limitata degli standard di vita o della ricchezza di una società. Specialmente nelle comparazioni internazionali. Altri settori, per esempio, lo Stato, possono influenzare la ricchezza delle famiglie, positivamente o negativamente”. E tuttavia, in fatto di patrimonio, quello delle famiglie tedesche è inferiore a quello delle altre grandi economia dell’euro, per la scarsa diffusione della proprietà immobiliare. Solo il 44,2 per cento delle famiglie tedesche possiede una casa (il 33,7 per cento nella Germania dell’est) contro il 58 per cento dei francesi, il 69 degli italiani e l’83 per cento degli spagnoli (una caratteristica “nazionale”: anche in Austria possiede la propria casa solo il 48 per cento delle famiglie, in Svizzera il 40). E solo un 18 per cento delle famiglie tedesche ha investito in immobili non di residenza.
L’indice Bundesbank non tiene in conto le pensioni – solo quelle private. E questo è un fattore esplicito di distorsione. E c’è forse nello studio il frequente paradosso della Germania che si vuole povera, mal governata, sfruttata, etc, una sorta di sport nazionale a denigrarsi-per-commiserarsi. Ma ci potrebbe anche essere l’accettazione surrettizia – un inizio di accettazione – della posizione italiana sui fondamenti della contabilità monetaria. La chiave è nella spiegazione del significato “economico” della ricerca: “Facilitare, tra l’altro, una migliore valutazione degli effetti della politica monetaria o della stabilità del sistema finanziario”.
Un patrimonio solido dà più garanzie. Il patrimonio viene in considerazione tanto quanto il reddito nel giudizio sulla sostenibilità di un debito, sia esso aziendale o nazionale. Sulla capacità di fare fronte agli oneri del debito. È la posizione che il governo italiano ha tentato di far valere in sede Ue negli anni 2010 e 2011, su input della Banca d’Italia di Mario Draghi. Allora inutilmente. Ora forse qualcosa cambia.
La conclusione dello studio è ambigua. Anche perché vi si parla di banche centrali nazionali come se ancora ce ne fossero nell’euro, mentre c’è una Banca centrale europea. Ma dà corpo alla teoria che il governo di Angela Merkel, e la Bundesbank che ne è emanazione diretta, lavorano, nella loro intransigenza fiscale, che pure tanti lutti ha provocato e sta provocando in Italia e in Europa, a tenere sotto controllo un’opinione pubblica ferocemente sciovinista e razzista, se non a domarla.
Bundesbank, Private Haushalte und Ihre Finanzen (Households and their finances), bilingue, online
Sembra molto ma è un valore ipotetico, avverte lo studio: la ricchezza nazionale divisa per il numero delle famiglie è un indicazione statistica di scarso senso. Un valore di riferimento più veritiero è la mediana, la ricchezza cioè posseduta, o non posseduta, dalla metà della popolazione. Questo valore è molto più basso: la ricchezza mediana lorda si situa a 67.900 euro, quella netta a 51.400. Non è un fatto eccezionale, avverte lo studio: i valori mediani solitamente sono molto inferiori a quelli medi, e la distribuzione della ricchezza (il reddito accumulato nel tempo) è solitamente distribuita meno equamente che il reddito annuo. Il fatto inatteso è che ben il 73 per cento delle famiglie tedesche hanno una ricchezza media al di sotto della mediana.
Lo studio arriva a questa conclusione anche applicando l’indice Gini, il metodo statistico di calcolo riconosciuto della distribuzione della ricchezza, che pone a 0 una distribuzione “perfettamente eguale” e a 100 una distribuzione “perfettamente ineguale” della ricchezza. Il coefficiente Gini per la distribuzione del reddito in Germania è risultato pari a 42,8, quello della ricchezza lorda a 71,3, quello della ricchezza netta a 75,8. Un 10 per cento delle famiglie è peraltro risultato all’indagine campionaria possedere il 55,7 per cento della ricchezza lorda, e il 59,2 per cento della ricchezza netta totale.
Il risultato è sorprendente perché la distribuzione della ricchezza non è in realtà comparativamente più sperequata in Germania rispetto agli altri paesi europei. Anzi, secondo Eurostat, che compila periodicamente quadri comparativi, è relativamente più giusta – l’ultima elaborazione Eurostat è del 2008, ma non è pensabile che la situazione si sia deteriorata in due anni). L’indice Gini Eurostat 2008 vede il coefficiente tedesco a quota 29,1, il più basso fra i grandi paesi europei – la Francia era a 29,8, l’Italia a 31,5, la Spagna a 32,3, la Gran Bretagna 32,4.
Nuova politica del debito?
Sia il valore medio che quello mediano si collocano però indubbiamente, nota lo studio, al di sotto della media europea, degli altri “grandi paesi dell’area dell’euro con i quali i dati sono comparabili”. Una differenza da prendere con riserva: “La ricchezza privata delle famiglie offre una prospettiva limitata degli standard di vita o della ricchezza di una società. Specialmente nelle comparazioni internazionali. Altri settori, per esempio, lo Stato, possono influenzare la ricchezza delle famiglie, positivamente o negativamente”. E tuttavia, in fatto di patrimonio, quello delle famiglie tedesche è inferiore a quello delle altre grandi economia dell’euro, per la scarsa diffusione della proprietà immobiliare. Solo il 44,2 per cento delle famiglie tedesche possiede una casa (il 33,7 per cento nella Germania dell’est) contro il 58 per cento dei francesi, il 69 degli italiani e l’83 per cento degli spagnoli (una caratteristica “nazionale”: anche in Austria possiede la propria casa solo il 48 per cento delle famiglie, in Svizzera il 40). E solo un 18 per cento delle famiglie tedesche ha investito in immobili non di residenza.
L’indice Bundesbank non tiene in conto le pensioni – solo quelle private. E questo è un fattore esplicito di distorsione. E c’è forse nello studio il frequente paradosso della Germania che si vuole povera, mal governata, sfruttata, etc, una sorta di sport nazionale a denigrarsi-per-commiserarsi. Ma ci potrebbe anche essere l’accettazione surrettizia – un inizio di accettazione – della posizione italiana sui fondamenti della contabilità monetaria. La chiave è nella spiegazione del significato “economico” della ricerca: “Facilitare, tra l’altro, una migliore valutazione degli effetti della politica monetaria o della stabilità del sistema finanziario”.
Un patrimonio solido dà più garanzie. Il patrimonio viene in considerazione tanto quanto il reddito nel giudizio sulla sostenibilità di un debito, sia esso aziendale o nazionale. Sulla capacità di fare fronte agli oneri del debito. È la posizione che il governo italiano ha tentato di far valere in sede Ue negli anni 2010 e 2011, su input della Banca d’Italia di Mario Draghi. Allora inutilmente. Ora forse qualcosa cambia.
La conclusione dello studio è ambigua. Anche perché vi si parla di banche centrali nazionali come se ancora ce ne fossero nell’euro, mentre c’è una Banca centrale europea. Ma dà corpo alla teoria che il governo di Angela Merkel, e la Bundesbank che ne è emanazione diretta, lavorano, nella loro intransigenza fiscale, che pure tanti lutti ha provocato e sta provocando in Italia e in Europa, a tenere sotto controllo un’opinione pubblica ferocemente sciovinista e razzista, se non a domarla.
Bundesbank, Private Haushalte und Ihre Finanzen (Households and their finances), bilingue, online
venerdì 29 marzo 2013
La storia d’Italia riflessa in Pinocchio
L’italiano come Pinocchio? Sembra il solito stereotipo dell’italiano marionetta (specialmente ricorrente nella pubblicistica teutonica, e l’autrice nasce germanista). Invece a ogni pagina si rivela una lettura geniale. Da italianista alla Brown University negli Usa, Suzanne Stewart-Steinberg rilegge tutto ciò che ha “fatto” l’Italia unita, dal 1861 al 1922: la pedagogia, la letteratura, la storiografia, con la psichiatria, l’antropologia, la criminologia, la chiesa, la massoneria, insomma tutto quello che una volta si sarebbe detto l’“ideologia italiana”. Compresa la medium Eusebia Palladino, per dire. O Scipio Sighele e Matilde Serao con Maria Montessori. E alla fine del suo ponderoso excursus la conclusione sembra perfino ovvia: una fortissima dose d’irrazionalità caratterizza la vita italiana. Anche la vita pubblica, i “fatti” della pubblica opinione. E quella culturale, che pure si penderebbe più riflessiva.
Psicoanalista della cultura (l’ultimo saggio è “Anna Freud. Impious Fidelity”), la studiosa ha i mezzi per fare emergere la verità che le apparenze, le abitudini, sottendono. Di una sorta di psicologia nazionale, una perlomeno che caratterizza “l’italiano” fra le culture europee: come svelto, credulone, facilmente illuso, e socievole, attivo, inventivo. Umberto Saba la aiuta, con la più eminente delle sue “Scorciatoie e raccontini”: “Gli italiani sono l’unico popolo (credo) che ha avuto, alle origini della sua nascita (o della sua leggenda), un fratricidio”. Mentre avrebbero dovuto uccidere un padre (fare una rivoluzione) per affrancarsi. Ma senza gli eccessi della confraternita: l’Italia, l’italiano, Pinocchio, Stewart-Steinberg rappresenta in perpetuo farsi. Si potrebbe dire che vive nella crisi.
Un libro non riassumibile, tante sono pagina per pagina le sorprese. Ma alla fine uno, Pinocchio o non Pinocchio, ha la chiave del dilemma della “funzione politica” irrisolta in Italia, da sempre (oggi è un momento drammatico tra i tanti), caso unico in Europa, tra ribellismo e succubismo. Che è incostanza, ma non solo, è molto di più. Attraverso Pinocchio, il burattino senza fili (di cui perciò la studiosa indaga i fili nascosti), spiega l’alternanza di creatività e burocratismo, di entusiasmo e fatalismo, di legalismo e illegalismo (l’illegalismo di tanto legalismo),
Suzanne Stewart-Steinberg, L’effetto Pinocchio, Elliot, pp. 576 € 25
Psicoanalista della cultura (l’ultimo saggio è “Anna Freud. Impious Fidelity”), la studiosa ha i mezzi per fare emergere la verità che le apparenze, le abitudini, sottendono. Di una sorta di psicologia nazionale, una perlomeno che caratterizza “l’italiano” fra le culture europee: come svelto, credulone, facilmente illuso, e socievole, attivo, inventivo. Umberto Saba la aiuta, con la più eminente delle sue “Scorciatoie e raccontini”: “Gli italiani sono l’unico popolo (credo) che ha avuto, alle origini della sua nascita (o della sua leggenda), un fratricidio”. Mentre avrebbero dovuto uccidere un padre (fare una rivoluzione) per affrancarsi. Ma senza gli eccessi della confraternita: l’Italia, l’italiano, Pinocchio, Stewart-Steinberg rappresenta in perpetuo farsi. Si potrebbe dire che vive nella crisi.
Un libro non riassumibile, tante sono pagina per pagina le sorprese. Ma alla fine uno, Pinocchio o non Pinocchio, ha la chiave del dilemma della “funzione politica” irrisolta in Italia, da sempre (oggi è un momento drammatico tra i tanti), caso unico in Europa, tra ribellismo e succubismo. Che è incostanza, ma non solo, è molto di più. Attraverso Pinocchio, il burattino senza fili (di cui perciò la studiosa indaga i fili nascosti), spiega l’alternanza di creatività e burocratismo, di entusiasmo e fatalismo, di legalismo e illegalismo (l’illegalismo di tanto legalismo),
Suzanne Stewart-Steinberg, L’effetto Pinocchio, Elliot, pp. 576 € 25
Secondi pensieri - 137
zeulig
Dio – Non ha prove, ma nemmeno controprove. Tutte le argomentazioni contro sono a suo favore.
Gelosia - È tribunale che non si perde una piega, lucida e saettante come ogni logica che non ha fondamento, e più si acumina con le argomentazioni a difesa.
Girard pone la mimesi alla base dei rapporti umani, in quanto emulazione, desiderio di ciò che l’altro ha o è. Una forma di gelosia. Così sarà nella tradizione filologica. Ma Girard la mimesi vive diminutiva, quella del mimo e dell’azione teatrale, una riduzione dell’io e la disponibilità a entrare negli altri. Senza altruismo, la voglia fastidiosa di sacrificio, per naturale modo d’essere. È qui il dandysmo, nel dono fisiologico del gaudium, o laetitia, di cui in Seneca, il piacere che nasce da noi stessi in noi stessi, in opposizione alla voluptas, il piacere che viene da altri: «Il mio milidandysmo», potrebbe dire lo stesso Girard per ribadire il bisogno di autenticità, se usasse l’ironia.
Giardino – Si riempie da qualche tempo. Di qualsiasi cosa, la più costosa e inutile: berceaux, tettoie, forni, casette, bistecchiere. Queste si segnalano, anche se in Italia non è uso utilizzarle, forse il giorno dell’inaugurazione – ma neanche quello: le famiglie ormai si riuniscono attorno al catering: sono la cucina maschile, e l’uomo in Italia non cucina volentieri.
Forse il giardino viene riempito per la fissa italiana di costruire, una derivata dell’abusivismo, che potrebbe ben essere una passione: si innalzano strutture mobili in attesa, una notte, un giorno di Ferragosto, di murarle e coprile con un tetto, anche se a nessuna utilità. Ma riempire il giardino è tendenza non soltanto italiana. All’ambizione di avere attorno una fascia aperta è subentrata l’ansia di riempirla, per un prensile horror vacui.
Scienza – Tanto più si specializza e si parcellizza tanto più si pretende interpretazione della realtà e filosofia. Generale, universale. Einstein e Galileo, e forse Talete, non lo pretendevano, qualsiasi fisico particellaro o fisiologo sì. Una forma di dotta ignoranza, presuntuosa.
Sessi – La lotta dei sessi riproduce vecchi modelli (si ripete periodicamente?). Lo nota Lafargue, “Le Matriarcat”, 1889, e si rileva nella pubblicistica di un secolo dopo. Alla donna che cancella la paternità, con la madre vergine, si contrappose in antico Giove che concepiva e figliava di suo, Minerva dalla testa, Dioniso dalla gamba. Un neo patriarcato deve ancora ricorrere all’utero n affitto, ma fino a quando?
Che senso ha la lotta dei sessi, se non come passatempo (fatte salve le salvaguardie giudiriche)?
Storia – Aristotele nella “Poetica” la dice meno filosofica della poesia: meno veritiera cioè, meno in grado di esprimere verità consistenti, durevoli. Ma in un’accezione “limitativa” della poesia rispetto alla storiografia. “Ufficio del poeta non è descrivere cose realmente accadute, bensì quali possono accadere, cose cioè che siano possibili secondo le leggi della verosimiglianza e della necessità. Lo storico e il poeta non differiscono perché l’uno scrive in prosa e l’altro in versi… La vera differenza è che lo storico descrive fatti realmente accaduti, il poeta fatti che possono accadere. Perciò la poesia è qualcosa di più filosofico e di più elevato della storia: la poesia tende piuttosto a rappresentare l’universale, la storia il particolare”.
La poesia ristretta, come la filosofia, a dei fondamenti logici.
Tempo – Si può dire solo presente. Contro la saggezza prevalente, almeno in campo letterario, di dire il presente inesistente – c’è (esiste) il passato e c’è il futuro, la memoria e l’attesa (speranza). Il tempo presente grammaticale essendo giustamente l’essere, più che l’esistere. C’è il presente continuato, ma è un artificio rappresentativo-narrativo (si applica anche al presente, che meglio, più icasticamente, si rappresenta – si racconta – come un’istantanea. E tuttavia non c’è niente fuori del presente: il passato sarebbe un ammasso vuoto (illeggibile), il futuro non ci sarebbe.
Tolleranza – Il concetto è ambiguo anche culturalmente. A lungo la morale laica, che si vuole tollerante, ha condannato la tolleranza del cosiddetto spirito latino, o di un certo tipo di cristianità, come spirito di compromesso e accomodamento – in senso negativo cioè. La tolleranza è solo buona e ammissibile come segno di orgoglio-superiorità – come dato positivo in un rapporto di disuguaglianza.
zeulig@antiit.eu
Dio – Non ha prove, ma nemmeno controprove. Tutte le argomentazioni contro sono a suo favore.
Gelosia - È tribunale che non si perde una piega, lucida e saettante come ogni logica che non ha fondamento, e più si acumina con le argomentazioni a difesa.
Girard pone la mimesi alla base dei rapporti umani, in quanto emulazione, desiderio di ciò che l’altro ha o è. Una forma di gelosia. Così sarà nella tradizione filologica. Ma Girard la mimesi vive diminutiva, quella del mimo e dell’azione teatrale, una riduzione dell’io e la disponibilità a entrare negli altri. Senza altruismo, la voglia fastidiosa di sacrificio, per naturale modo d’essere. È qui il dandysmo, nel dono fisiologico del gaudium, o laetitia, di cui in Seneca, il piacere che nasce da noi stessi in noi stessi, in opposizione alla voluptas, il piacere che viene da altri: «Il mio milidandysmo», potrebbe dire lo stesso Girard per ribadire il bisogno di autenticità, se usasse l’ironia.
Giardino – Si riempie da qualche tempo. Di qualsiasi cosa, la più costosa e inutile: berceaux, tettoie, forni, casette, bistecchiere. Queste si segnalano, anche se in Italia non è uso utilizzarle, forse il giorno dell’inaugurazione – ma neanche quello: le famiglie ormai si riuniscono attorno al catering: sono la cucina maschile, e l’uomo in Italia non cucina volentieri.
Forse il giardino viene riempito per la fissa italiana di costruire, una derivata dell’abusivismo, che potrebbe ben essere una passione: si innalzano strutture mobili in attesa, una notte, un giorno di Ferragosto, di murarle e coprile con un tetto, anche se a nessuna utilità. Ma riempire il giardino è tendenza non soltanto italiana. All’ambizione di avere attorno una fascia aperta è subentrata l’ansia di riempirla, per un prensile horror vacui.
Scienza – Tanto più si specializza e si parcellizza tanto più si pretende interpretazione della realtà e filosofia. Generale, universale. Einstein e Galileo, e forse Talete, non lo pretendevano, qualsiasi fisico particellaro o fisiologo sì. Una forma di dotta ignoranza, presuntuosa.
Sessi – La lotta dei sessi riproduce vecchi modelli (si ripete periodicamente?). Lo nota Lafargue, “Le Matriarcat”, 1889, e si rileva nella pubblicistica di un secolo dopo. Alla donna che cancella la paternità, con la madre vergine, si contrappose in antico Giove che concepiva e figliava di suo, Minerva dalla testa, Dioniso dalla gamba. Un neo patriarcato deve ancora ricorrere all’utero n affitto, ma fino a quando?
Che senso ha la lotta dei sessi, se non come passatempo (fatte salve le salvaguardie giudiriche)?
Storia – Aristotele nella “Poetica” la dice meno filosofica della poesia: meno veritiera cioè, meno in grado di esprimere verità consistenti, durevoli. Ma in un’accezione “limitativa” della poesia rispetto alla storiografia. “Ufficio del poeta non è descrivere cose realmente accadute, bensì quali possono accadere, cose cioè che siano possibili secondo le leggi della verosimiglianza e della necessità. Lo storico e il poeta non differiscono perché l’uno scrive in prosa e l’altro in versi… La vera differenza è che lo storico descrive fatti realmente accaduti, il poeta fatti che possono accadere. Perciò la poesia è qualcosa di più filosofico e di più elevato della storia: la poesia tende piuttosto a rappresentare l’universale, la storia il particolare”.
La poesia ristretta, come la filosofia, a dei fondamenti logici.
Tempo – Si può dire solo presente. Contro la saggezza prevalente, almeno in campo letterario, di dire il presente inesistente – c’è (esiste) il passato e c’è il futuro, la memoria e l’attesa (speranza). Il tempo presente grammaticale essendo giustamente l’essere, più che l’esistere. C’è il presente continuato, ma è un artificio rappresentativo-narrativo (si applica anche al presente, che meglio, più icasticamente, si rappresenta – si racconta – come un’istantanea. E tuttavia non c’è niente fuori del presente: il passato sarebbe un ammasso vuoto (illeggibile), il futuro non ci sarebbe.
Tolleranza – Il concetto è ambiguo anche culturalmente. A lungo la morale laica, che si vuole tollerante, ha condannato la tolleranza del cosiddetto spirito latino, o di un certo tipo di cristianità, come spirito di compromesso e accomodamento – in senso negativo cioè. La tolleranza è solo buona e ammissibile come segno di orgoglio-superiorità – come dato positivo in un rapporto di disuguaglianza.
zeulig@antiit.eu
giovedì 28 marzo 2013
Femminista cerca uomo
Il titolo è sovrammesso dall’editore, su un fulminante repartee della scrittrice, a due racconti contro il matrimonio, “Matrimonio indissolubile” e “Penso al matrimonio con paura e orrore” – da cui è derivata la citazione. Il secondo racconto, breve, è della madre, per rivalutarne il ricordo. Ma nel ricordo del padre, troppo bello, bravo, benvoluto, e incapace – la nostalgia è forte.
Cicely Fairfield, in arte Rebecca West (come la giovane ribelle di “La casa dei Rosmer” di Ibsen), di cui si celebra il trentennale della morte, è praticamente ignota in Italia, se non per le traduzioni recenti di Mattioli 1885, benché reputata la “migliore scrittrice” di lingua inglese. Femminista liberale, è qui di un femminismo curiosamente nostalgico, di un uomo che non c’è.
Francesca Frigerio lo mette indirettamente in rilievo in un’introduzione che è anche un racconto di suo. Ma il testo lungo che prende tre quarti della plaquette, “Matrimonio indissolubile”, lo dice a oltranza: la scena assassina si rappresenta dal punto di vista di lui, “un poveretto abituato al fallimento”, uno che disprezza il sesso,, come ogni altra cosa della vita, e nella moglie giovane, intelligente, amorevole, donna politica di grande ascendente, non sa vedere che un ammasso di carne.
Rebecca West, Non è che non mi piacciano gli uomini, Mattioli 1885, p. 87 € 10,50
Cicely Fairfield, in arte Rebecca West (come la giovane ribelle di “La casa dei Rosmer” di Ibsen), di cui si celebra il trentennale della morte, è praticamente ignota in Italia, se non per le traduzioni recenti di Mattioli 1885, benché reputata la “migliore scrittrice” di lingua inglese. Femminista liberale, è qui di un femminismo curiosamente nostalgico, di un uomo che non c’è.
Francesca Frigerio lo mette indirettamente in rilievo in un’introduzione che è anche un racconto di suo. Ma il testo lungo che prende tre quarti della plaquette, “Matrimonio indissolubile”, lo dice a oltranza: la scena assassina si rappresenta dal punto di vista di lui, “un poveretto abituato al fallimento”, uno che disprezza il sesso,, come ogni altra cosa della vita, e nella moglie giovane, intelligente, amorevole, donna politica di grande ascendente, non sa vedere che un ammasso di carne.
Rebecca West, Non è che non mi piacciano gli uomini, Mattioli 1885, p. 87 € 10,50
Le banche e la Banca
La Bundesbank pubblica uno studio su risparmio delle famiglie impiantato come quello che alla Banca d’Italia è ormai un classico, dovuto all’ex governatore Fazio, allora dirigente dell’ufficio studi. Nulla di rivoluzionario, dunque, ma quanta autorevolezza (Auctoritas) residua nella Bundesbank, pur a fronte dell’esautoramento da parte della Bce, comune a tutte le ex banche centrali, e alle difficoltà create dalle banche tedesche, il cui attivo è per un 55 per cento intossicato dal sottogoverno.
In parallelo si può osservare che, come che vada a finire l’indagine giudiziaria, il Monte dei Paschi fu molto mal governato. Non ai tempi di Fazio, al tempo di Draghi. Il cui operato comunque resta indiscusso, e forse non ebbe più i mezzi per prevenire o sanzionare la cattiva gestione. Perché Fazio è forse colpevole, ma sicuramente è vittima dell’attacco di Bazoli & Co. alla Banca d’Italia: con Fazio si è voluto scientemente eliminare il ruolo morale e anche giuridico della Banca d’Italia nel controllo dell’attività bancaria.
La questione morale è la questione morale - tre
Chi ha ragione, Caselli o Grasso? Non frega nulla a nessuno, nessuno cioè crede all’uno o l’altro dei magistrati. Nessuno si fila il Csm, che fa finta di nulla e si erige a giurì d’onore. Puro Settecento, ancien régime. E si può liquidare così, come una commediola, di una giustizia che si vuole ridicola.
Ma si sa che travaglio e Santoro hanno armato la questione Grasso come trappola per impedire a Napolitano d’incaricarlo del nuovo governo. Travaglio e Santoro non l’hanno fatto per caso – non sono stupidi, tutt’altro. Quant’altro ci costerà la loro “questione morale”? Ogni giorno d’incertezza in più sul governo delle nuove Camere sono dieci punti di spread in più.
Ma è facile dire Santoro e Travaglio. In fondo non sono che due giornalisti. E sono solo due, per quanto abili e importanti. È evidente che non sono soli, se possono impunemente impedire che l’Italia abbia un governo solido subito. Impunemente, cioè non sanciti da nessun giornale, nessun commentatore, nemmeno un sperso nella giungla. Il partito della crisi e quello della questione morale coincidono.
Ma si sa che travaglio e Santoro hanno armato la questione Grasso come trappola per impedire a Napolitano d’incaricarlo del nuovo governo. Travaglio e Santoro non l’hanno fatto per caso – non sono stupidi, tutt’altro. Quant’altro ci costerà la loro “questione morale”? Ogni giorno d’incertezza in più sul governo delle nuove Camere sono dieci punti di spread in più.
Ma è facile dire Santoro e Travaglio. In fondo non sono che due giornalisti. E sono solo due, per quanto abili e importanti. È evidente che non sono soli, se possono impunemente impedire che l’Italia abbia un governo solido subito. Impunemente, cioè non sanciti da nessun giornale, nessun commentatore, nemmeno un sperso nella giungla. Il partito della crisi e quello della questione morale coincidono.
Monti non è un mostro
Nel giorno in cui apre i conti correnti a curiosi e ricattatori, l’ultima cosa di cui sicuramente si pentirà, Monti va al Senato per dare addosso al “suo” ministro degli Esteri dimissionario. Una comunicazione senza precedenti, oltre che assurda. Senza spiegare al Senato, che glielo chiedeva, perché Terzi era stato suo ministro fino al giorno prima, né perché lui, Monti, si è rimangiato la decisione di non rimandare in India i due marò.
Monti non ha fatto solo questo. A scusante da addetto, benché vago, la possibilità che il Brasile, la Russia e la Cina prendessero misure contro l’Italia a sostegno dell’India. Un’imbecillità che solo il suo sottosegretario Staffan de Mistura, uno che non ci capisce niente, e nella vicenda lo ha dimostrato, poteva prospettarlo. Per colmare la misura Monti ha aggiunto qualcosa come. “Non vedo l’ora di non essere più qui”.
A vederlo così tetro, vendicativo, sibilante, dopo un anno e mezzo di vaselina, non è sembrato più lui. Si vede che il potere non è andreottiano, e logora chi ce l’ha. Specie se lo usa in modo sempre sbagliato. Ma ha sempre buona stampa i commenti sono all’unisono a questa uscita “bestiale” di Monti, nel senso che è l’uomo che ha ridato dignità internazionale all’Italia. Mentre è vero che ha soltanto piegato l’Italia ai diktat della Germania di Merkel, e al suo ufficio distaccato a Bruxelles.
Monti non è infatti un mostro – un’eccezione. E dice due cose importanti. Che il riformista italiano, di sinistra, di centro o di destra, si pensa solo contro tutti. Ha un’opinione di sé che lo isola. Per una volta l’impossibile riformismo italiano emerge come incapacità dei riformisti, di cui forse l’italiano medio è migliore: tutti (ex) notabili, per lunga tradizione. Si può anche pensare che questo capo malato del filo abbia scoraggiato la formazione di una classe media dirigente mediamente efficiente – non inerte o corrotta cioè.
L’altra cosa è la sua distinta milanesità. Monti è talmente pieno di se stesso da non vedere il ridicolo che ha seminato attorno a sé, e le distruzioni.
Monti non ha fatto solo questo. A scusante da addetto, benché vago, la possibilità che il Brasile, la Russia e la Cina prendessero misure contro l’Italia a sostegno dell’India. Un’imbecillità che solo il suo sottosegretario Staffan de Mistura, uno che non ci capisce niente, e nella vicenda lo ha dimostrato, poteva prospettarlo. Per colmare la misura Monti ha aggiunto qualcosa come. “Non vedo l’ora di non essere più qui”.
A vederlo così tetro, vendicativo, sibilante, dopo un anno e mezzo di vaselina, non è sembrato più lui. Si vede che il potere non è andreottiano, e logora chi ce l’ha. Specie se lo usa in modo sempre sbagliato. Ma ha sempre buona stampa i commenti sono all’unisono a questa uscita “bestiale” di Monti, nel senso che è l’uomo che ha ridato dignità internazionale all’Italia. Mentre è vero che ha soltanto piegato l’Italia ai diktat della Germania di Merkel, e al suo ufficio distaccato a Bruxelles.
Monti non è infatti un mostro – un’eccezione. E dice due cose importanti. Che il riformista italiano, di sinistra, di centro o di destra, si pensa solo contro tutti. Ha un’opinione di sé che lo isola. Per una volta l’impossibile riformismo italiano emerge come incapacità dei riformisti, di cui forse l’italiano medio è migliore: tutti (ex) notabili, per lunga tradizione. Si può anche pensare che questo capo malato del filo abbia scoraggiato la formazione di una classe media dirigente mediamente efficiente – non inerte o corrotta cioè.
L’altra cosa è la sua distinta milanesità. Monti è talmente pieno di se stesso da non vedere il ridicolo che ha seminato attorno a sé, e le distruzioni.
La Marina è zavorra
C’è un distinto profumo di Marina, di superficialità cioè sotto le uniformi candide e le mostrine, nella vicenda dei marò. L’ammiraglio Di Paola, che dice di stare eroicamente al suo posto di ministro malgrado la cattiva gestione dell’affaire, ne è l’immagine archetipica. L’ultima di una tristissima vicenda di incapacità. Di Paola è a capo di un ministero non è stato in grado di spiegare al comandante della nave italiana di non approdare al porto indiano. Né poi di far valere che nella stessa posizione del cargo italiano si trovava un cargo greco, che invece non ha riposto all’invito della guardia costiera del Kerala e ha proseguito al sua rotta.
La Marina è l’arma privilegiata della Difesa italiana, in termini di spesa. Ma non ha mai vinto una battaglia in passato, e ha prodotto solo danni nel pattugliamento delle acque territoriali contro l’immigrazione clandestina - compresi i tanti morti della “Kater Rades” nel 1997. Piace agli italiani a cui piacciono le divise, ma perché non dire che si potrebbe addestrare meglio? Magari anche i marò.
La Marina è l’arma privilegiata della Difesa italiana, in termini di spesa. Ma non ha mai vinto una battaglia in passato, e ha prodotto solo danni nel pattugliamento delle acque territoriali contro l’immigrazione clandestina - compresi i tanti morti della “Kater Rades” nel 1997. Piace agli italiani a cui piacciono le divise, ma perché non dire che si potrebbe addestrare meglio? Magari anche i marò.
mercoledì 27 marzo 2013
Sarà un “Corriere” meno democrat
È stato detto infine in assemblea, e il comitato di redazione lo ha capito: tagliare 110 giornalisti su 355, nel prodotto più valido del gruppo, è uccidere questo prodotto, di proposito, tntarci perlomeno. Parliamo del “Corriere della sera”. L’editore Rcs vuole punirlo anche se è il cespite migliore del gruppo, e quello che non dà problemi. Ora rimane al cdr di chiedersi il perché.
Ma tutti lo sanno. Il “Corriere della sera” è “troppo” democrat. Troppo servilmente cioè, di partito più che di opinione, e nel partito centralista democratico – cioè, alla vecchia maniera, subordinato alla “linea” del segretario. Le cronache cittadine specialmente, con l’eccezione di Firenze e Napoli, sono illegibilmente succubi. Il calo diffusionale sarebbe proporzionale al grado dello schieramento, la proprietà ne avrebbe i numeri.
Sia i vecchi proprietari – Rotelli-Bazoli – che i nuovi – Della Valle – concordano su questa diagnosi del management. E su questo potrebbero anche trova una intesa per la ricapitalizzazione.
La riduzione di un terzo dell’organico è anche uno schiaffo alla direzione De Bortoli. Il cui ritorno al vertice del giornale era inteso a dargli autorevolezza nel senso dell’autonomia dalle vecchie alchimie.
Ma tutti lo sanno. Il “Corriere della sera” è “troppo” democrat. Troppo servilmente cioè, di partito più che di opinione, e nel partito centralista democratico – cioè, alla vecchia maniera, subordinato alla “linea” del segretario. Le cronache cittadine specialmente, con l’eccezione di Firenze e Napoli, sono illegibilmente succubi. Il calo diffusionale sarebbe proporzionale al grado dello schieramento, la proprietà ne avrebbe i numeri.
Sia i vecchi proprietari – Rotelli-Bazoli – che i nuovi – Della Valle – concordano su questa diagnosi del management. E su questo potrebbero anche trova una intesa per la ricapitalizzazione.
La riduzione di un terzo dell’organico è anche uno schiaffo alla direzione De Bortoli. Il cui ritorno al vertice del giornale era inteso a dargli autorevolezza nel senso dell’autonomia dalle vecchie alchimie.
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Malinconico fine mandato
“Irrituali” le dimissioni di terzi? E che doveva fare? Il ministro degli Esteri, ambasciatore di carriera, ricordiamolo, e non un politico, aveva preso una decisione, con “l’assenso di tutti”, avendone reso partecipi “tutte le istanze istituzionali”, e questa gli viene poi contestata, ribaltata, e addossata. Chiunque capisce che sarebbe stato meglio se le altre “istanze istituzionali” avessero detto: Terzi ha fatto di testa sua. E l’avessero dimissionato. Oppure dicessero: Terzi ha mentito alla Camera, non è vero che ha agito con “l’assenso di tutti”. No, niente di tutto questo: Napolitano si affretta a rimproverare a un uomo, un ministro, l’onestà. Dicendosene “sconcertato e stupito”. Sconcertante, venendo da un uomo della sua esperienza.
Il sangue non mente, come usava dire? Napolitano, che si ritiene un maestro in politica estera, ne ha del resto combinato troppe in materia. Per primo on l’arrendevolezza alla politica aggressiva di Angela Merkel – prima di scoprire una sponda “obbligata” in Gauck: il pastore, non meno duro e piccolo nazionalista della Merkel, ha perlomeno il senso delle convenienze. Sottostimare la grave offensiva tedesca contro l’Italia da metà 2011 è un fatto grave.
Non c’è altra spiegazione. Napolitano finisce per soggiacere ai vizi del suo (ex) partito. Ha (ncora) consiglieri che avrebbero potuto evitarglielo, ma evidentemente il sentimento – il “sangue” - prevale. L’insulso mandato a Bersani era già stato un segno di debolezza. Che si conclude con un doppio nefasto effetto: la perdita di tempo, una settimana è tanto, e l’impressione che il governo non sia una cosa seria.
Il sangue non mente, come usava dire? Napolitano, che si ritiene un maestro in politica estera, ne ha del resto combinato troppe in materia. Per primo on l’arrendevolezza alla politica aggressiva di Angela Merkel – prima di scoprire una sponda “obbligata” in Gauck: il pastore, non meno duro e piccolo nazionalista della Merkel, ha perlomeno il senso delle convenienze. Sottostimare la grave offensiva tedesca contro l’Italia da metà 2011 è un fatto grave.
Non c’è altra spiegazione. Napolitano finisce per soggiacere ai vizi del suo (ex) partito. Ha (ncora) consiglieri che avrebbero potuto evitarglielo, ma evidentemente il sentimento – il “sangue” - prevale. L’insulso mandato a Bersani era già stato un segno di debolezza. Che si conclude con un doppio nefasto effetto: la perdita di tempo, una settimana è tanto, e l’impressione che il governo non sia una cosa seria.
La croce Crocetta
Simpatia e improntitudine, la ricetta Crocetta sta dilagando? Sciascia diceva che ciò che succede in Sicilia poi succede in Italia, e dunque dobbiamo aspettarcelo.
Il presidente della Regione Sicilia, eletto con non più di un quarti dei voti, e senza maggioranza politica in Assemblea Regionale, ha governato questi quattro mesi con le idee. Anzi con modi dire piuttosto che idee. Appoggiando mozioni dei 5 Stelle – o redigendo come proprie mozioni dei 5 Stelle (si capisce l’aria da conquistatore che il cinquestellino Vito Crimi esibisce a Roma alle assise del suo partito). Nominando assessori dei Nomi – personaggi cioè, che più che altro badano alla propria immagine. Quelli di Crocetta sono poi del tutto improbabili. Il vecchio Zichichi che vulle dieci, o cento, centrali nucleari in Sicilia. E Battiato che dice troie le parlamentari italiane.
Di suo Crocetta si conquista i titoli con l’abolizione della province. Come a dire, e lo dice: io sono veramente rivoluzionario. Senza pensare che uno da Siracusa non può andare a Palermo a sbrigare la sua pratica – materialmente non può. A meno che Crocetta non voglia creare una capitale al centro dell’isola, d’architetto, alla brasiliana – ma con le strade o senza?
Il presidente della Regione Sicilia, eletto con non più di un quarti dei voti, e senza maggioranza politica in Assemblea Regionale, ha governato questi quattro mesi con le idee. Anzi con modi dire piuttosto che idee. Appoggiando mozioni dei 5 Stelle – o redigendo come proprie mozioni dei 5 Stelle (si capisce l’aria da conquistatore che il cinquestellino Vito Crimi esibisce a Roma alle assise del suo partito). Nominando assessori dei Nomi – personaggi cioè, che più che altro badano alla propria immagine. Quelli di Crocetta sono poi del tutto improbabili. Il vecchio Zichichi che vulle dieci, o cento, centrali nucleari in Sicilia. E Battiato che dice troie le parlamentari italiane.
Di suo Crocetta si conquista i titoli con l’abolizione della province. Come a dire, e lo dice: io sono veramente rivoluzionario. Senza pensare che uno da Siracusa non può andare a Palermo a sbrigare la sua pratica – materialmente non può. A meno che Crocetta non voglia creare una capitale al centro dell’isola, d’architetto, alla brasiliana – ma con le strade o senza?
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L'odio rigenera Berlusconi
Ci sono motivi più che validi per il Pd di non imbarcarsi in un governo col Pdl. Non a nome proprio (è diverso se c’è la forza maggiore, e la partecipazione è in nome collettivo, come fu fatto col governo Monti). Ma l’unico motivo che vale in quel partito è l’odio. Nei propri intellettuali – giudici, giornalisti. Nella sua vecchia e nuova base.
Erano tutti ex Pci i convenuti all’adunata viola in piazza Santi Apostoli a Roma sabato. Molti vecchi, e alcuni ex Fgci. E tutti condividevano il livore di Flores d’Arcais e Furio Colombo. L’uno col nazismo di Berlusconi, l’altro con l’ineleggibilità - vedere Furio Colombo con la bava alla bocca faceva effettivamente impressione.
Dei giudici l’ex Pci, conoscendoli, ha diffidato agli inizi di Mani Pulite. Poi ha deciso di cavalcare il dipietrismo. Ma l’avventurismo non paga per un partito di massa, che cura i fatti di tutti, lavoro, reddito, onestà (dei giudici compresi). I giudici sono inaffidabili. Anche nel caso di Berlusconi. Non c’è dubbio che Berlusconi avrà una colpa, ne abbiamo tutti: un vero giudice la accerta e la partita si chiude – basta una colpa accertata, non serve dire Berlusconi golpista, capomafia, trafficante di droga e ora magnaccia.
Non è sbagliato a questo punto dire che l’odio è la forza maggiore di Berlusconi. Di cui non si riesce a trovare il punto di resistenza – la resilience che perfino gli scienziati politici suoi nemici gli riconoscono: ha governato debolmente, ha troppe debolezze senili. Se non appunto l’odio di cui si può fare scudo.
Erano tutti ex Pci i convenuti all’adunata viola in piazza Santi Apostoli a Roma sabato. Molti vecchi, e alcuni ex Fgci. E tutti condividevano il livore di Flores d’Arcais e Furio Colombo. L’uno col nazismo di Berlusconi, l’altro con l’ineleggibilità - vedere Furio Colombo con la bava alla bocca faceva effettivamente impressione.
Dei giudici l’ex Pci, conoscendoli, ha diffidato agli inizi di Mani Pulite. Poi ha deciso di cavalcare il dipietrismo. Ma l’avventurismo non paga per un partito di massa, che cura i fatti di tutti, lavoro, reddito, onestà (dei giudici compresi). I giudici sono inaffidabili. Anche nel caso di Berlusconi. Non c’è dubbio che Berlusconi avrà una colpa, ne abbiamo tutti: un vero giudice la accerta e la partita si chiude – basta una colpa accertata, non serve dire Berlusconi golpista, capomafia, trafficante di droga e ora magnaccia.
Non è sbagliato a questo punto dire che l’odio è la forza maggiore di Berlusconi. Di cui non si riesce a trovare il punto di resistenza – la resilience che perfino gli scienziati politici suoi nemici gli riconoscono: ha governato debolmente, ha troppe debolezze senili. Se non appunto l’odio di cui si può fare scudo.
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La morte del desiderio
Un addio alla vita amorosa, a 55 anni. Di un lui che è in realtà una lei, Marie de Régnier, nata de Heredia, sposa e figlia dei due poeti dello stesso nome che le storie della letteratura annoverano, l’uno tra i simbolisti l’altro tra i parnassiani. Autore noto per i tanti romanzi leggeri, Gérard-Marie ebbe con la raccolta di cui questa silloge è parte nel 1930 l’ennesimo successo, con dodici edizioni in poche settimane. L’apertura è sul corpo ormai inanimato di chi può dire: “Nessuna donna fu più a lungo amata”. Tante furono le relazioni, maschili (D’Annunzio non poteva mancare) e femminili e quasi tutte celebri, sempre senza riserve, e golosamente impure. La sua “Stele” è la celebrazione del desiderio senza residui: “Ho vissuto senza desideri, e soprattutto senza invidia\...\ ho sognato tutto il mio sogno, il resto è inutile.\ Ho prediletto la dolcezza delle cose passeggere”.
Dopo, Gérard-Marie vivrà trenta e più anni ma nel silenzio. Frustrato anche dalla morte precoce del figlio amato. Ma già qui rinunzia, “poiché triste e divino fu il mio amore terreno”. Senza rimpianto: “… Sempre un soffio immortale\ anima le pietre sconnesse\ e i cipressi, tagliati in punta, scrivono versi in cielo”. Il desiderio residuo è “rivivere un giorno della mia giovinezza,\ un intero giorno d’innocenza e limpidezza”. Che fu quella tempestosa del matrimonio in bianco col poeta in età Henri de Régnier, e dell’amore totale col cognato Pierre Louÿs, che sarà il padre di suo figlio, sposo della sorella.
Versi gnomici, semplici, caustici. “La solitudine è la più sapiente strega\ per ricerare il sogno e alleviare il tedio”. O, nella stessa composizione, “Il ritorno”: “Il fascino misterioso della tenerezza umana\ che mi parla a bassa voce e mi prende per mano”. Tracciando “con misteriose parole, estremo arabesco,\ un epitaffio mutevole quanto me stessa”.
Gérard d’Houville, Il vestito azzurro, Via del Vento, pp. 32 € 4
Dopo, Gérard-Marie vivrà trenta e più anni ma nel silenzio. Frustrato anche dalla morte precoce del figlio amato. Ma già qui rinunzia, “poiché triste e divino fu il mio amore terreno”. Senza rimpianto: “… Sempre un soffio immortale\ anima le pietre sconnesse\ e i cipressi, tagliati in punta, scrivono versi in cielo”. Il desiderio residuo è “rivivere un giorno della mia giovinezza,\ un intero giorno d’innocenza e limpidezza”. Che fu quella tempestosa del matrimonio in bianco col poeta in età Henri de Régnier, e dell’amore totale col cognato Pierre Louÿs, che sarà il padre di suo figlio, sposo della sorella.
Versi gnomici, semplici, caustici. “La solitudine è la più sapiente strega\ per ricerare il sogno e alleviare il tedio”. O, nella stessa composizione, “Il ritorno”: “Il fascino misterioso della tenerezza umana\ che mi parla a bassa voce e mi prende per mano”. Tracciando “con misteriose parole, estremo arabesco,\ un epitaffio mutevole quanto me stessa”.
Gérard d’Houville, Il vestito azzurro, Via del Vento, pp. 32 € 4
martedì 26 marzo 2013
Dumas de noantri, Camilleri incassa con l'infanzia violata
Un tributo all’infanzia violata, apparso nel 2009 o 2010, contemporaneo di molte analoghe narrazioni (erano Anni Onu dell’Infanzia? o Unicef? O c’era da sfruttare il filone aperto da Ammaniti?). Fastidioso, come gli altri temi del genere umiliati e offesi – se siamo tutti buoni, com’è che succedono tante cose brutte? Camilleri, onnipresente nelle buone cause, l’autore italiano più libertino è il più politicamente corretto, non poteva mancare. Ma svolge il compito a modo suo, da sapiente colporteur – la sua semiologia del “Conte di Montecristo” Eco potrebbe rimodellare su Camilleri, il nostro Dumas anche se in piccolo, per aneddoti minuti e senza i grandi quadri storici (i suoi sono lamentevolissimi: il filologo del Tremila si meraviglierà che uno scrittore coi suoi talenti scriva dell’attualità il più scontato giornalismo). Non risparmiandoci le malizie dei bambini stessi - la corruttela per il politicamente corretto è ovunque. Le farciture sono anche succulente, fra i traumi infantili e i drammi finali, di erotismo a contatto e penetrazione onnivora, vestiti e nudi, in piedi e in ginocchio, tra maschi e femmine oppure unigenere, al mare, in macchina, in ufficio, nel cantiere abbandonato, di fronte alla vittima di un incidente stradale, e alla mamma suicida annegata nel sangue, o nel letto di casa in assenza del compagno legale. Tutto subito avviene, senza preliminari né pentimenti, come in un film porno, un goloso Krafft-Ebing de noantri. Le scene primordiali (“qual è il tuo primo ricordo?” è il giovo a cui tutti a un certo punto giocano, mentre compiono le peggiori efferatezze) sono ben più numerose della Ur-Szene che ossessionava Freud.
L’editore ne dice “teatrale” la tecnica qui di scrittura, di incastri, flashback e flashforward: “Si sente fortissima la voce del Camilleri uomo di teatro” (da leggere, tanto è eulogico, è confortante: “La si sente nelle clausole immediate, nel disegno rigoroso della trama, nella geometria delle relazioni tra i personaggi, nelle battute perfettamente calibrate per efficacia e verosimiglianza, nelle cadenze stilizzate del tipico dramma contemporaneo: morboso, implacabile, assurdo” - o c’è ironia in questo editore a cui Camilleri augura, sempre corretto, la morte? Ottimo editore se gli vende, però, un centinaio di pagine a corpo 14 a 12 euro, in edizione economica, in centinaia di migliaia di copie).
Andrea Camilleri, Un sabato, con gli amici, Oscar, pp. 132 € 12
L’editore ne dice “teatrale” la tecnica qui di scrittura, di incastri, flashback e flashforward: “Si sente fortissima la voce del Camilleri uomo di teatro” (da leggere, tanto è eulogico, è confortante: “La si sente nelle clausole immediate, nel disegno rigoroso della trama, nella geometria delle relazioni tra i personaggi, nelle battute perfettamente calibrate per efficacia e verosimiglianza, nelle cadenze stilizzate del tipico dramma contemporaneo: morboso, implacabile, assurdo” - o c’è ironia in questo editore a cui Camilleri augura, sempre corretto, la morte? Ottimo editore se gli vende, però, un centinaio di pagine a corpo 14 a 12 euro, in edizione economica, in centinaia di migliaia di copie).
Andrea Camilleri, Un sabato, con gli amici, Oscar, pp. 132 € 12
Ombre - 170
Si sfidano in tribunale le vedettes giornalistiche di La 7, Formigli e Travaglio. Ma perché i giornali, che paghiamo, ce li impongono? Vedettes? Saranno pelosi. Giornalisti?
L’Europa trema, Standard and Poor’s vede il Parlamento bloccato, qualche banca pericola, Squinzi non ce la fa più, e Bersani va in tv, a consultarsi con Saviano, don Ciotti e Susanna Camusso. Ma non sembra divertirsi, neppure lui.
Pare si sia consultato anche col Cai, il Fai e il Touring. Non per scherzo.
E se Saviano, don Ciotti e Camusso aveddero detto di no a Bersani, come Grillo, che non vogliono fare i ministri? Non avrebbero tutti i torti, il governo in effetti non c’è.
Dell’Utri si becca l’ennesima condanna a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa. Magari sarà mafioso, ma perché condannarlo per concorso esterno in associazione? Perché è un processo in cui non bisogna dimostrare nulla. Pio La Torre e Piersanti Mattarella erano perplessi su questo tipo di “reato”.
La mafia è talmente evidente e impunita, c’è bisogno di un concorso esterno in associazione per punirla? I delitti di associazione sono anche l’ultimo rimasuglio dei delitti d’opinione.
Dell’Utri però non è mafioso, si sa. Perché allora a Palermo lo condannano? Per non condannare i veri mafiosi? Questo spiegherebbe perché i mafiosi non si processano più a Palermo da quando c’è l’Ersatz Dell’Utri e comodo punching-ball, e un’occupazione lunga del tempo – lo processano da vent’anni.
Monti, portato al governo da Napolitano ma dopo un carriera “politica” berlusconiana, seppure di parte (ex) confessionale, ha un solo vanto, scrive al “Corriere della sera”: ho perso le elezioni ma senza il mio partito “oggi ci sarebbe un governo Berlusconi-Lega”. Non c’è limite al peggio?.
Cronache romane all’unisono, “Repubblica”, “Messaggero”, “Corriere della sera”, a denunciare gli straordinari dei vigili urbani di Roma impegnati nella manifestazione di Berlusconi a Piazza del popolo. Poiché la manifestazione si è tenuta dalle 15 alle 17, i vigili di Roma “lavorano” solo su straordinario?
Alle 17,30 non c’erano già più per le strade – i vigili.
E Berlusconi, ha tenuto una manifestazione a Roma? C’era gente? Ce n’era molta, poca? E cosa ha detto? Le cronache romane non ce lo dicono.
Appena eletto Grasso alla presidenza del Senato, un magistrato, Procuratore nazionale antimafia, Santoro lo dice mafioso in tv. Allora, c’è un partito della crisi?
O quello dei Santori è solo il partito della audience. Ma non c’è nulla di più appetibile di Grasso, a chi interessa?
Il virtuoso pianista iraniano Bahrami, stanco di vent’anni di rinnovi dei permessi di soggiorno in Italia, dove si è formato e dove vive, ha chiesto e ottenuto, subito, la cittadinanza in Germania, Che essa pure ha un diritto di cittadinanza ancorato, come quello italiano, al “sangue e suolo”. Poi si dice che la Germania funziona meglio dell’Italia.
Il Pd ha due sorprese per le presidenze delle Camere, l’una in petto a Bersani, l’altra a Vendola. Le primarie allora per che cosa si fanno?
Poi dice che questa democrazia non è centralista.
Paginate su Berlusconi corruttore di De Gregorio. Per una settimana o due, ogni giorno Poi il giudice dice che non c’è materia, e questo fa solo poche righe. Poi dice che gli Italiani che votano Berlusconi sono cialtroni.
Cinque Procuratori a Napoli non bastano a mandare Berlusconi ar gabbio. La Boccassini a Milano da sola non gli dà tregua, ogni anno lo processa: i napoletani sono buoni da asporto?
Il teste chiave dei cinque Procuratori napoletani impegnati a dare la caccia a Berlusconi, De Gregorio, anche lui napoletano, anche lui se la prende comoda: dichiara poco.
Rcs che taglia di un terzo i giornalisti del “Corriere della sera” non sposta di una virgola l’attenzione sull’effimero – Grillo, i bersaniani, i renziani, Berlusconi, e se la Lega, o gli ex finiani… Bisogna arrivare alla ventesima pagina per trovare la crisi, un po’ – i licenziamenti, la disoccupazione, i debiti per le tasse. I complottisti si strangolano da soli – il complottiamo come autoerotismo?
Conte, l’allenatore della Juventus, lamenta alla Rai ripetutamente che c’è gente che lancia pietre contro l’autobus della sua squadra e mamme con bambini che insolentiscono, con parolacce. Anche nella civile Bologna. Ma la Rai trova scandaloso che Conte abbia incitato i suoi tifosi allo stadio a tifare – “non si fa nella civile Bologna”. Solo questo.
L’Europa trema, Standard and Poor’s vede il Parlamento bloccato, qualche banca pericola, Squinzi non ce la fa più, e Bersani va in tv, a consultarsi con Saviano, don Ciotti e Susanna Camusso. Ma non sembra divertirsi, neppure lui.
Pare si sia consultato anche col Cai, il Fai e il Touring. Non per scherzo.
E se Saviano, don Ciotti e Camusso aveddero detto di no a Bersani, come Grillo, che non vogliono fare i ministri? Non avrebbero tutti i torti, il governo in effetti non c’è.
Dell’Utri si becca l’ennesima condanna a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa. Magari sarà mafioso, ma perché condannarlo per concorso esterno in associazione? Perché è un processo in cui non bisogna dimostrare nulla. Pio La Torre e Piersanti Mattarella erano perplessi su questo tipo di “reato”.
La mafia è talmente evidente e impunita, c’è bisogno di un concorso esterno in associazione per punirla? I delitti di associazione sono anche l’ultimo rimasuglio dei delitti d’opinione.
Dell’Utri però non è mafioso, si sa. Perché allora a Palermo lo condannano? Per non condannare i veri mafiosi? Questo spiegherebbe perché i mafiosi non si processano più a Palermo da quando c’è l’Ersatz Dell’Utri e comodo punching-ball, e un’occupazione lunga del tempo – lo processano da vent’anni.
Monti, portato al governo da Napolitano ma dopo un carriera “politica” berlusconiana, seppure di parte (ex) confessionale, ha un solo vanto, scrive al “Corriere della sera”: ho perso le elezioni ma senza il mio partito “oggi ci sarebbe un governo Berlusconi-Lega”. Non c’è limite al peggio?.
Cronache romane all’unisono, “Repubblica”, “Messaggero”, “Corriere della sera”, a denunciare gli straordinari dei vigili urbani di Roma impegnati nella manifestazione di Berlusconi a Piazza del popolo. Poiché la manifestazione si è tenuta dalle 15 alle 17, i vigili di Roma “lavorano” solo su straordinario?
Alle 17,30 non c’erano già più per le strade – i vigili.
E Berlusconi, ha tenuto una manifestazione a Roma? C’era gente? Ce n’era molta, poca? E cosa ha detto? Le cronache romane non ce lo dicono.
Appena eletto Grasso alla presidenza del Senato, un magistrato, Procuratore nazionale antimafia, Santoro lo dice mafioso in tv. Allora, c’è un partito della crisi?
O quello dei Santori è solo il partito della audience. Ma non c’è nulla di più appetibile di Grasso, a chi interessa?
Il virtuoso pianista iraniano Bahrami, stanco di vent’anni di rinnovi dei permessi di soggiorno in Italia, dove si è formato e dove vive, ha chiesto e ottenuto, subito, la cittadinanza in Germania, Che essa pure ha un diritto di cittadinanza ancorato, come quello italiano, al “sangue e suolo”. Poi si dice che la Germania funziona meglio dell’Italia.
Il Pd ha due sorprese per le presidenze delle Camere, l’una in petto a Bersani, l’altra a Vendola. Le primarie allora per che cosa si fanno?
Poi dice che questa democrazia non è centralista.
Paginate su Berlusconi corruttore di De Gregorio. Per una settimana o due, ogni giorno Poi il giudice dice che non c’è materia, e questo fa solo poche righe. Poi dice che gli Italiani che votano Berlusconi sono cialtroni.
Cinque Procuratori a Napoli non bastano a mandare Berlusconi ar gabbio. La Boccassini a Milano da sola non gli dà tregua, ogni anno lo processa: i napoletani sono buoni da asporto?
Il teste chiave dei cinque Procuratori napoletani impegnati a dare la caccia a Berlusconi, De Gregorio, anche lui napoletano, anche lui se la prende comoda: dichiara poco.
Rcs che taglia di un terzo i giornalisti del “Corriere della sera” non sposta di una virgola l’attenzione sull’effimero – Grillo, i bersaniani, i renziani, Berlusconi, e se la Lega, o gli ex finiani… Bisogna arrivare alla ventesima pagina per trovare la crisi, un po’ – i licenziamenti, la disoccupazione, i debiti per le tasse. I complottisti si strangolano da soli – il complottiamo come autoerotismo?
Conte, l’allenatore della Juventus, lamenta alla Rai ripetutamente che c’è gente che lancia pietre contro l’autobus della sua squadra e mamme con bambini che insolentiscono, con parolacce. Anche nella civile Bologna. Ma la Rai trova scandaloso che Conte abbia incitato i suoi tifosi allo stadio a tifare – “non si fa nella civile Bologna”. Solo questo.
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lunedì 25 marzo 2013
Italia sovietica - 14
Il sovietismo è morto da venticinque anni, quasi, ma non Italia - dove non c'era. Gli ultimi casi:
Bersani 2 - “Bersani difende la linea”
“Micromega” – cattiva propagandista (Willi Mùntzenberg era un genio al confronto, pluralista ogni tanto)
Furio Colombo
Berlusconi cancellato per legge
Fabio Fazio, recidivo
Le cronache romane di “Repubblica”, “Messaggero”, “Corriere della sera”: unanimi – anche la “Pravda” era pluralista al confronto
La Germania “ha sempre ragione”.
Il premio ai delatori
La volgarità del pm Sangermano al processo Ruby – altro modello al confronto, di sobrietà.
Bersani 2 - “Bersani difende la linea”
“Micromega” – cattiva propagandista (Willi Mùntzenberg era un genio al confronto, pluralista ogni tanto)
Furio Colombo
Berlusconi cancellato per legge
Fabio Fazio, recidivo
Le cronache romane di “Repubblica”, “Messaggero”, “Corriere della sera”: unanimi – anche la “Pravda” era pluralista al confronto
La Germania “ha sempre ragione”.
Il premio ai delatori
La volgarità del pm Sangermano al processo Ruby – altro modello al confronto, di sobrietà.
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La verità di Gadamer
Una rilettura oggi affascinante, in quanto espone l’equivoco in cui l’ermeneutica è stata indotta da letture affrettate nell’ultimo quarto del Novecento. Che Gadamer stesso sembra temere poiché se ne difende anticipatamente, precisando qui i limiti (la specificità) dell’ermeneutica. Un equivoco che ha dell’incredibile. Se non, forse, per un bisogno di verità alla caduta dell’ideologia più che per una lettura affrettata di Gadamer – un bisogno di appigli per un cultura che nell’ideologia si era sciolta (e non sa uscirne). Paradossale.
Il paradosso sembra peraltro legato a questa stagione dell’ermeneutica. Ci si richiama infatti, secondo la formulazione che Hans Robert Jauss a lungo ha elaborato venticinque anni fa (“Esperienza estetica ed ermeneutica”), “a Gadamer contro Gadamer”. Per ristabilire la “verità”.
L’ermeneutica riporta alla Bibbia e al diritto, a un’immagine casuistica, cioè, o poetica (ma più spesso è teologica, quindi essa pure casuistica). Prima e dopo Gadamer, che per i molti ha impersonato una sorta di verità materiale, seppure casuale – un incontro sul marciapiedi. Lo stesso Gadamer da ultimo fu costretto a difendersi senza perifrasi: il terzo degli scritti qui collazionati, “Dalla parola al concetto”, ha come sottotitolo “I compiti di un’ermeneutica filosofica”.
Il primo saggio è la voce “Ermeneutica” dell’Enciclopedia Treccani, 1977, ritradotta da Stefano Marino, che cura l’antologia. Il secondo, “Che cos’è la verità”, eco pilatesca e heideggeriana, ritradotto anch’esso, era uscito nella “Rivista di filosofia” nel 1956. Sull’alétheia come verità verità (non velamento o svelamento, senso letterale del termine) da tempo oggetto della grecità teutonica: già Humboldt, che la traccia fin da Omero, la proponeva come non-dissimulazione - da qui l’“autentico” di Heidegger, il “non falsificato”. È qui Gadamer sembra difendersi in anticipo dall’equivoco, anche se i suoi titoli, incluso “Verità e metodo”, il più celebre, sono fuorvianti. In particolare, in questo secondo saggio, di fronte alla pretesa tecno scientifica, cinquanta-sessant’anni fa, del cammino risolutivo, poi concluso nell’irresolutezza: “Ciò che noi chiamiamo scienza, science, sono scienze sperimentali… e le scienze sperimentali non possono rappresentare in alcun modo un sapere assoluto”.
Marino gliene dà atto nella prefazione. Ciò di cui si tratta è la capacità, che Gadamer aveva, di leggere alcune storie-autori-opere, e alcune tradizioni, alla luce della storicità delle interpretazioni, e del sostrato linguistico delle esperienze – tutto il contrario della verità-verità.
Il paradosso sembra peraltro legato a questa stagione dell’ermeneutica. Ci si richiama infatti, secondo la formulazione che Hans Robert Jauss a lungo ha elaborato venticinque anni fa (“Esperienza estetica ed ermeneutica”), “a Gadamer contro Gadamer”. Per ristabilire la “verità”.
L’ermeneutica riporta alla Bibbia e al diritto, a un’immagine casuistica, cioè, o poetica (ma più spesso è teologica, quindi essa pure casuistica). Prima e dopo Gadamer, che per i molti ha impersonato una sorta di verità materiale, seppure casuale – un incontro sul marciapiedi. Lo stesso Gadamer da ultimo fu costretto a difendersi senza perifrasi: il terzo degli scritti qui collazionati, “Dalla parola al concetto”, ha come sottotitolo “I compiti di un’ermeneutica filosofica”.
Il primo saggio è la voce “Ermeneutica” dell’Enciclopedia Treccani, 1977, ritradotta da Stefano Marino, che cura l’antologia. Il secondo, “Che cos’è la verità”, eco pilatesca e heideggeriana, ritradotto anch’esso, era uscito nella “Rivista di filosofia” nel 1956. Sull’alétheia come verità verità (non velamento o svelamento, senso letterale del termine) da tempo oggetto della grecità teutonica: già Humboldt, che la traccia fin da Omero, la proponeva come non-dissimulazione - da qui l’“autentico” di Heidegger, il “non falsificato”. È qui Gadamer sembra difendersi in anticipo dall’equivoco, anche se i suoi titoli, incluso “Verità e metodo”, il più celebre, sono fuorvianti. In particolare, in questo secondo saggio, di fronte alla pretesa tecno scientifica, cinquanta-sessant’anni fa, del cammino risolutivo, poi concluso nell’irresolutezza: “Ciò che noi chiamiamo scienza, science, sono scienze sperimentali… e le scienze sperimentali non possono rappresentare in alcun modo un sapere assoluto”.
Marino gliene dà atto nella prefazione. Ciò di cui si tratta è la capacità, che Gadamer aveva, di leggere alcune storie-autori-opere, e alcune tradizioni, alla luce della storicità delle interpretazioni, e del sostrato linguistico delle esperienze – tutto il contrario della verità-verità.
Completa la raccolta un’intervista con Jean Grondin, sul tema della verità di “Verità e metodo” - “l’essere che può venire compreso è linguaggio”.
Hans-Georg Gadamer, Che cos’è la verità, Rubbettino, pp. 258 €10domenica 24 marzo 2013
Le confessioni del giovane Eco
Eco al meglio, profondo e leggero, preciso e brillante
in un libro anche importante, che non si pubblica in italiano (uscito due anni
fa a Harvard, dove Eco ha raccontato il suo libro nella serie di Conferenze
Richard Ellmann Lectures in Modern Literature). Di uno degli autori che fanno
la gioia dei librai. È la crisi.
L’argomento è come uno studioso di segni fa il
romanziere. Eco lo spiega senza albagia: partendo da una o più immagini,
sceglie il periodo storico, i luoghi (in genere uno: non si discosta molto
dalle unità aristoteliche, di tempo, luogo e azione). Il tutto assortito di
aneddoti. E di consigli pratici, sulle cosa da fare e da non fare – ma tutti
non ne siamo esperti?
Umberto
Eco, Confessions d’un jeune romancier,
Grasset, pp. 240 € 17
Umberto
Eco, Confessions of a young novelist, Harvard
University Press pp. 240 $ 18,95
Il mondo com'è (131)
astolfo
Autocritica
– C’era, afflittiva, nel sovietismo regnante,
non c’è più oggi. Sembra una liberazione, e invece era una pratica tutto sommato
sana: oggi che è scomparsa sarebbe necessaria.
Si
prenda la riforma delle pensioni. Pietro Ichino giustificava qualche mese fa il
suo malaugurato passaggio nelle file di Monti scrivendone così sul “Corriere
della sera”: “Per
decenni ci siamo consentiti di andare in pensione a cinquant’anni accumulando
debito pubblico, poi debito per ripagare il debito e gli interessi sul debito,
finché i creditori hanno incominciato a dubitare della nostra capacità di
restituire il tutto”. Bene. Male: “Nel 1995 abbiamo fatto la riforma delle
pensioni necessaria. Ma l’abbiamo applicata solo ai ventenni e trentenni, cioè
ai nostri figli e non a noi stessi. Il governo Monti, appena costituito, ha
dovuto fare in due settimane quello che avrebbero dovuto fare i governi precedenti
nell’arco di due decenni, estendendo la riforma del 1995 a tutti”. Ichino tace che
quello che Monti-Fornero hanno fatto nel 2012 era stato proposto nel 1994. Da
un governo che il presidente Scalfaro, la Cgil, Ichino e altri mandarono a casa
per questo con vergogna. E insinua che la
riforma Dini delle pensioni nel 1995 fu una vera riforma, mentre sa che non
risolse nulla. Ma soprattutto evita di ricordare le manifestazioni di milioni
di persone, da lui patrocinate e organizzate dalla Cgil (decine di treni
speciali, migliaia di pullmann), contro lo “scalone” di Maroni dieci anni fa,
nel 2004 – una delle prime cose che il governo Prodi cancellò nel 2006.
Pensare che senza questa “volontà
popolare” non avremmo avuto la recessione, i debiti, i licenziamenti, fa venire
le vertigini. Ma il professore ha dimenticato.
Censura
cosmica – Avviene di non poter riutilizzare un file, se si sta scrivendo in costanza di
connessione internet, con il seguente avviso di word: “Impossibile aprire il
file a causa di problemi nel contenuto”. Come se un occhio invisibile controllasse,
attraverso alcune parole chiave, quello che stiamo scrivendo. Non è così
naturalmente. Ma il senso è quello: troppe parole in libertà nell’etere.
Anche una reazione “stizzita” dell’etere stesso, mai così invaso, non è implausibile.
Anche una reazione “stizzita” dell’etere stesso, mai così invaso, non è implausibile.
Informazione – Il modello
Cnn, reiterato da Sky tg 24 ogni mezz’ora e da Radio Rai, benemerito in quanto fornisce
le informazioni praticamente in diretta, diventa ossessivo e corruttivo. Senza un filtro critico minimo. Le torri che
crollano l’11 settembre, un atto di terrorismo, per quanto spettacolare,
diventano un’invasione irresistibile. Così le tante morti in (quasi) diretta,
di questo o quel grande personaggio, e le tante scene drammatiche, di delitti o
di guerra: l’iterazione della notizia diventa invasiva, e la stessa
moltiplicazione delle “grandezze”, e per le menti meno difese, meno critiche,
cioè per la massa, sempre e comunque epocali e senza difesa. Il danno
psicologico diventa culturale e storico, trasformandosi in un laico destino,
povero cioè. La “notizia” diventa per il semplice fatto della ripetizione entusiasmante
senza fondamenta o, più spesso, depressiva.
È
il motivo per cui la aree e le popolazioni più ricche, prospere e in pace del
pianeta, in Europa e nel Nord America, possono pensarsi vittime e diventare
aggressive – più spesso contro se stesse.
Intellettuali – Il partito
Democratico vi fa ampio ricorso nelle liste elettorali. Dando anche loro, a giornalisti,
storici e filosofi, un posto in lista per la sicura elezione. Ma senza “usarli”
per i loro saperi specifici, se non per il nome. Giusto per poter vantare: “Abbiamo
eletto tanti intellettuali”. Senza però nemmeno più il riflesso propagandistico
che c’era negli Indipendenti di Sinistra - Togliatti preferiva collocare gi
intellettuali , in genere ex socialisti, tra gli “indipendenti”. Per abitudine.
Molti
di essi peraltro sembrano aver operato, retrospettivamente, per prepararsi la
chiamata. Il proprio dell’intellettuale è dunque il conformismo. Per un fine
nobile naturalmente, ma sempre allineato a una “verità” sulla quale non può –
non vuole? non sa? – incidere.
Internet - Nel 1990 la
rete non esiste. Nel 1992 le riviste scientifiche rifiutano ricerche di fisica
applicata e di matematica che la ipotizzano e la disegnano. Nel 1994 la rete
esiste, ma come gioco, e passatempo, specie notturno. Nel 1999 era la stella
della speculazione: solo in Italia una quarantina di titoli si vendevano in
Borsa che promettevano guadagni fantasmagorici in (Tiscali centuplicò il valore
di Borsa al collocamento, e ancora per alcuni mesi dopo). Poi il fenomeno in
Borsa s’è sgonfiato. Infine si è rigonfiato, a valori paperoneschi
(tiscalineschi?), anche basati su provider e venditori solidi di servizi. Ma
nell’insieme la rete appare nell’adolescenza, non solo per il fatto anagrafico.
Ha già avuto il suo sogno di libertà (evasione, immaginazione) e sta per
entrare nella routine-ananke. Dove si
timbra la mattina e la sera, la libertà avendo generato il suo mercato, come
tutte le novità, nel quale il ruolo di attrazione (cosmetico) è stato
rappresentato dall’informazione.
Adesso
si applica alla costruzione di nuovi modelli di partecipazione: le reti invece
dei partiti, dei sindacati, dei gruppi di pressione. Che sembrano “naturali”, e
semplici. Mentre non sono ancora usciti dai vecchi modelli di partecipazione,
solo il veicolo è cambiato – e nemmeno tanto: Grillo usa il comizio alla pari
col blog.
Privilegia
la scrittura lettura breve, spontanea, non curata, aforistica, apodittica, insensata. E semrpe del tipo “a me mi piace”. I blog sono i
corsivi del giornale. “Informati”, moralistici, ironici, quei brevi pezzi che
contrappuntano i grandi argomenti. Oggi raggruppati, sul modello americano, in
una pagina o in una colonna. La parte vecchia (residuale, inutile) del
giornale: serve a puntualizzare, e quindi a spiegare, ma non sposta, plauso e
dissenso finiscono lì – non ci sono berlusconiani, è noto, tra i corsivisti dei
giornali, nemmeno tra i loro interlocutori.
Moda
-
Carlo V, che si ritirerà vent’anni dopo in convento e morirà beghino, si fa
ritrarre nel 1534 da Tiziano, il suo “primo pittore”, in leggings colorati, con pantaloncini aderenti da ciclista, benché
ancora non elasticizzati, e organo maschile ben disegnato, una sorta di
sospensorio. L’imperatore esibisce lo stesso colore per le due gambe, e un
colore sobrio, grigio-giallo – allora gli uomini vestivano coloratissimi, a “pezze”:
colori diversi, tutti vivaci, per le gambe e le braccia, e anche per le diverse
sezioni di gambe e braccia - e questo lo fa un po’ più serio, ma non tanto. Usavano
anche molte essenze profumate. E capigliature o copricapi elaborati, anch’essi
molto colorati. La moda è diventata femminile tra Sei e Settecento, in una con
le femmes savantes (le précieuses ridicules di Molière) – quando le donne cioè
cominciavano a voler dire e operare come gli uomini, fuori casa.
Presidenzialismo
– Non
si vuole nella costituzione perché già c’è, di fatto? A opera di una parte
politica, e a suo vantaggio: gli ex Dc e gli ex Pci trasformisti alleati nel
compromesso – per dare un’altra arma a Berlusconi. La costituzione è stata cambiata
di fatto in questi vent’anni da Scalfaro in poi. Con l’occupazione permanente
delle istituzioni “irresponsabili”, e di nomina di lungo periodo: presidenza
della Repubblica, Csm, Consulta – la giustizia politica ne è un’appendice. Sono
stati accresciuti anche in modo sostanziale i poteri del presidente della
Repubblica, e quelli discrezionali delle magistrature – onuste ancora di Anni Giudiziari,
ermellini, e superstipendi non contestabili (le contestatissime retribuzioni
parlamentari si agganciano a quella dei presidenti di Cassazione).
astolfo@antiit.eu
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