giovedì 10 dicembre 2020
Cronache dell’altro mondo (83)
Il big business (“donatori dalle grandi tasche che hanno fatto fortuna a Wall Street, nella Silicon Valley e in altri potenti settori dell’America finanziaria”, inclusi gli Emirati Arabi Uniti, per una somma tra 1,5 e 3 milioni di dollari – “The Wall Street Journal”) ha finanziato la campagna elettorale di Biden. Attraverso il Cap, Center for Economic Progress. La cui direttrice, Neera Tanden, dirigerà l’Office of Management and Budget – l’amministrazione - alla Casa Bianca. Il direttore dell’Office of Public Engagement nominato da Biden, il deputato Cedric Richmond, ha esordito assicurando i top manager che essi avranno sempre ascolto alla Casa Bianca, e un rapporto privilegiato.
La scoperta di Pompei
La giovane Marcella, figlia di
Arrio Diomede, “invisibile agli occhi grossolani”, è sensibile al minimo segno
di attenzione: lo sguardo del giovane Ottaviano sulla polvere rappresa degli
scavi con le forme del suo giovane seno. “Non si è veramente morti”, gli dice
una notte di luna, “che quando non si è più amati”. E viceversa: “Il tuo
desiderio mi ha reso la vita, la potente evocazione del tuo cure ha soppresso le
distanze che ci separavano”.
Una novella romantica, con molta
storia, e cose viste. Un incantesimo, una notte di luna, passeggiando per gli
scavi dopo avere assistito nel teatro della città sepolta alla commedia
“Casina” di Plauto. Del desiderio, o voglia di vivere, che gli dei non saprebbero
conculcare o cancellare. Ma sì nel caso di Marcella, che il padre Arrio, neofita
cristiano, condanna col peccato alla dissoluzione.
Un racconto modellato sull’esperienza
vissuta da Gautier a Napoli nel 1850 - ne fu espulso per motivi politici - ma
di più sui “Souvenirs de Pompéi”, di Nerval, 1845. E su alcuni temi dello
stesso Nerval, il poeta narratore visionario che sarà un paio d’anni dopo
suicida: la morte delle religioni, l’amore che vince la morte, la conoscenza
attraverso le passioni.
Un racconto del soprannaturale, di
Pompei dal vivo. Ma di un mondo, Napoli, il Vesuvio, gli scavi, oggi e ieri,
tutto declinato al sublime. Che incanta per la malinconia che suscita. Non per
Arria Marcella, ma per il mondo che evoca, compresi i
“ciceroni” che vi s’impongono, apprezzato, ammirato, rispettato, e non
insolentito come ora usa.
Théophile Gautier, Arria Marcella, Flavius, pp. 64, ill. €
12
Livre de Poche, pp.96, ill. € 2
mercoledì 9 dicembre 2020
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (442)
Giuseppe Leuzzi
Dal 2007 al 2020,
calcola “Il Sole 24 Ore”, per i due cicli europei settennali di programmazione
delle politiche di coesione sociale, cioè, in Italia, per il Sud, è stata spesa
la metà del pacchetto di aiuti disponibili, 89 miliardi invece di 178. È una
costante, l’incapacità italiana di avvalersi delle risorse europee – che
l’Italia finanzia. Che si suole imputare alle Regioni del Sud. Mentre esse ne
sono vittime, di “Roma”.
È vero, però, che al Sud non si ribellano.
“Se qui da noi, e in genere al Sud, funzionasse la sanità finirebbero i viaggi
della speranza verso altre regioni, e strutture private del Nord dovrebbero
chiudere”: “Famiglia Cristiana” sintetizza così medici e operatori sentiti
nella sua inchiesta sulla sanità in Calabria. Questo è vero di tutta la sanità,
in tutta l’Italia, disegnata dalla riforma Bindi per la privatizzazione
surrettizia – a spese del servizio sanitario nazionale, ma delle regioni come
la Calabria, certo, in particolare.
Non si capisce altrimenti perché non vengono realizzati gli ospedali da tempo
appaltati – uno, a Vibo Valentia, dal neo commissario alla Sanità in Calabria,
cinque anni fa.
È meridionale prevalentemente, in assoluto e in in rapporto alla popolazione,
il fenomeno degli scomparsi - residenti di cui è stata denunciata la
sparizione. Dal 1 gennaio 1974, da quando se ne tiene il conto, a fine 2019
sono state denunciate 245 mila scomparse. Su base regionale (i dati disponibili
sono di fine 2018, quindi su un totale di circa 230 mila denunce) il fenomeno
interessa in primo luogo la Sicilia: 26.635 denuncia su 230 mila. Seguivano il
Lazio, con 8.023 casi, la Lombardia, 6.103, la Campania, 4.699, la Calabria,
4.659, e la Puglia, 4.080.
Svanisce l’Italia con la memoria
Si gira per Roma come nel vuoto. Un’impressione più forte che in primavera.
Anche se c’è più gente. Romani, presumibilmente, incupiti, curvi sul cellulare. In primavera s’incontravano meno persone in giro, ma
erano turisti, attardati. Visitatori. Perplessi, ma non scontenti, anzi col sorriso di
sempre, della gente che visita Roma – e Firenze, s’immagina, Venezia. È questa
presenza che “fa” le nostre città, le città simbolo dell’Italia?
La lettura in contemporanea della “Cerimonia degli addii”, in cui Simone de
Beauvoir racconta gli ultimi anni di Sartre, corrobora questa impressione.
Nell’orrida serie di decadimenti corporei che colpirono il filosofo, la vacanza
d’agosto a Roma – con Capri, una volta, un’altra Venezia, o Firenze –
rappresenta sempre una pausa e uno svago: quattro, cinque, sei
settimane di felicità.
Non c’è in effetti, a ripensarci, altra immagine dell’Italia che quella del
turista: del bello, dell’antico, del decoro - non un paese senza una piazza,
una piazza senza una fontana, una fontana senza un putto, o un tritone - e
della luce, del colore, perfino della natura – quello che comunemente s’intende
per natura, i pini, i cipressi, le ville padronali, le colline, le montagne, le
spiagge accoglienti. Era ritornante, negli anni Sessanta, Settanta, negli
incontri fra industriali, imprenditori, politici, la messa a fuoco di una
immagine Italia modernizzante, tecnologica, innovativa, per poter competere fra
i giganti del mercato mondiale - era ancora il tempo di una Italia quinta o
quarta potenza economica. Ci resta lo sguardo del turista.
E un incubo ritorna, nel semi-lockdown, dagli anni 1980, che in “Fuori l’Italia
dal Sud” si poteva così esternare già nel 1992: “Sempre meno stranieri vengono
in Italia. Troppo cara. Troppo sporca. Spiacevolmente disordinata. Vengono
sempre meno anche per le città d’arte. E se un giorno non venissero più, perché
alla pittura e all’architettura della Pietà di Michelangelo debbono preferirsi
i grigi gessi del pietismo nordico? È possibile, il gusto cambia Anche l’asse
del mondo sta cambiando, c’è insofferenza verso il Sud e l’Ovest. Del resto, se
ha bisogno di serietà, è al Nord pensoso che il Sud deve rivolgersi. I greci
antichi già lo sapevano: è tra gli iperborei che Atlante accigliato regge sulle
spalle il mondo. La stessa attrattiva della civiltà romana la dobbiamo al culto
che le hanno votato gli inglesi e i tedeschi. Agli inglesi, che non hano più
soldi per farlo, sono subentrati i francesi. Ora la Germania torna a dare, come
già ai tempi di Wagner e di Hitler, segni di disaffezione, tentata dal Nord e
dall’Est, Grecia compresa. Domani potrebbero disinteressarsene anche i
francesi, e Roma resterebbe una delle tante città del mondo. L’età di mezzo,
Comuni e Rinascimento, deve molto a svizzeri, francesi e americani, della
piccola parte d’America che sta a nord di New York. Ma gli svizzeri da tempo
non se ne occupano più, e l’America è sempre meno New England. L’Italia,
insomma, potrebbe scomparire”.
La Sicilia abbandonata
Si girava per la Sicilia, negli anni 1980-1990 in solitario. Niente
traffico, niente file, niente prenotazioni. Da Capo d’Orlando, la villa dei
Piccolo, a Cefalù, a Segesta, a Selinunte, a Tindari, tutto per noi, soli. A
Trapani, a Siracusa, a Catania, perfino a Taormina lo spazio era ampio, e
l’attenzione delle persone.
Cresciuti con le immagini dei treni delle “svedesi” che arrivavano o partivano,
si scopriva un’altra Sicilia. Centinaia di poliziotti, carabinieri, giudici,
politici trucidati, con centinaia, forse migliaia, di mafiosi, avevano
desertificato l’isola.
La liberazione è avvenuta poi per mano di siciliani coraggiosi, giudici,
giurati, polizie, anche mafiosi pentiti, a partire dal maxiprocesso di metà
anni 1980. Ma ancora nel 1998, o 1999, si poteva assistere a Catania alla
premiazione dell’ex capo della Procura di Palermo Caponnetto in
un Palazzo Municipale chiuso, da cui fuoriuscivano applausi sordi,
mentre la piazza era occupata da un centinaio di torve macchine delle autorità
e delle scorte, con nugoli d’inquieti, sospettosi, autisti. Ma questa era già
l’antimafia.
La scoperta della mafia, antipatica
Non ha richiamato grande pubblico il film Rai sul maxiprocesso alla mafia,
1985, che poi stroncò la mafia stessa. Niente al confronto con gli altri film
siciliani della Rai, quelli di Montalbano, o della Piovra. Si direbbe che se la
mafia non è vincente non attira.
Può essere. Il film di Micciché, “Io, un giudice popolare al processo”, oppone
filologicamente un netto “noi e loro”, le tre civilissime giurate donne al
processo, tuttora sensate, giuste, e i barbari in gabbia, assassini vilissimi,
bruti e brutti, stupidi, non si dice bestioni per non vilipendere le bestie.
Con i giudici, Giordano, Grasso, Ayala, come sono i giudici, appassionati di
procedure. Senza trionfalismo, insomma, ma con mano corretta, ferrea.
Il pubblico non è avvezzo alla verità della mafia, solo alla terribilità – che
è spettacolarità. Perfino Camilleri, lo spregiatore forse massimo della mafia
(l’unico scrittore siciliano che non abbia un “suo” mafioso in pregio – la
sindrome Robin Hood), la ipostatizza, inaccessibile.
I momenti di verità del film sono numerosi. Delle donne giurate che non hanno
paura. Del palazzo-tribunale costruito in pochi mesi. Delle gerarchie mafiose
nelle stesse gabbie. Del silenzio che accoglie la testimonianza di Buscetta: è
un capo. Mentre Contorno, altro pentito, è contestato: non è un capo. Ma
nessuno viene impiccato, o fucilato, non c’è neanche una storia d’amore, come
si fa con la mafia?, è quindi non è spettacolare? La mafia non è spettacolare,
è un corpo freddo. Brutto anche, sporco.
Napoli
“Era una di quelle giornate felici così comuni a Napoli, dove per il brillare
del sole e la trasparenza dell’aria gli oggetti prendono colori che sembrano
favolosi al Nord, e sembrano appartenere piuttosto al mondo del sogno che a
quello della realtà” - Théophile Gautier, che non era tenero con i luoghi
visitati, in “Arria Marcella”: “Chiunque ha visto una volta questa luce d’oro e
d’azzurro ne riporta al fondo della sua bruma una incurabile nostalgia”.
“Arria Marcella” è un racconto del 1852 - dopo un viaggio a Napoli del 1850:
non molto prima dell’anatema che si abbatterà sulla città, ormai da
centosessant’anni.
È stata a lungo, Napoli come il Golfo, trademark speciale, del bello e del
ricco. “Kississana” è nel racconto “Rumori” di Nabokov (il racconto di un
infelice amore dell’autore per una cugina, Tatiana Evghenievna
Segelkranz, bella, colta, snob, e sposata), il nome di “un celebre ristorante
frequentato dagli intellettuali”, nei dintorni di San Pietroburgo.
“A Napoli si dice che siano morti ventimila al giorno”. Morti di peste, riporta
Daniel Defoe, che pure è uno accurato, ma qui è distratto, in mezza riga, là
dove esalta l’organizzazione londinese, nel “Diario dell’anno della peste” a
Londra, 1665. Un diario noioso, in versione integrale, tanto è preciso. Ma i si
dice corrono sempre allegri.
“Se vi è un paese dove i furti e gli assassinii siano frequenti, questi è
Napoli.
“Se vi è un paese dove i furti e gli assassinii restino impuniti,
questi è Napoli”, è l’attacco si A . Dumas, “L’assassinio di rue Saint-Roch” –
Dumas raccontava il malaffare di Parigi ma scriveva da Napoli.
“Certo il nome di Spaventa è un bel nome per un prefetto di
polizia, ma un nome non basta per far paura ai ladri”, è il seguito di Dumas.
In effetti. Silvio Spaventa, poi, non era un prefetto di polizia tra i tanti:
futuro ministro e senatore, primo hegeliano d’Italia e protoliberale, prozio di
Croce, fu ministro di Polizia a Napoli nel governo luogotenenziale, fino cioè
all’annessione, nell’inverno 1860-61 – per conto di Cavour, in lite con i
garibaldini. Dumas dice che la storia non ferma i ladri, il crollo del regno
millenario, Garibaldi, l’Italia.
Giletti su “La 7” mette in scena il contagio in Campania con un’immagine del
Vesuvio, su un mare blu che sputa covid. Proteste. Giletti si giustifica: “Il
grafico è un meridionale”. In effetti, non c’è nulla per cui protestare, ma il
“complesso meridionale” non è solo del Sud.
Al referendum istituzionale del 2 giugno 1946 la circoscrizione
Napoli-Caserta votò al 79 per cento per i Savoia. Non male per una dinastia che
aveva “invaso” Napoli ottant’anni prima.
leuzzi@antiit.eu
Quando c’era ancora Natale
Il film di Natale, un anno
fa di Ficarra e Picone. Un aneddoto non
male, svolto col garbo consueto: Ficarra ladro di professione, di oggetti
sacri preferibilmente, e Picone parroco impegnato, con acribia filologica, nel
Presepe vivente, sono trasportati per magia nella Palestina di duemila anni fa.
Dove la storia viene ricostruita così come avvenne e si dimentica. Assisteranno
a molti parti, in cerca del Bambino. E alla rivolta contro Erode Antipa, servo
dei Romani. Per ritornare infine al loro tempo su un barcone, sfuggendo alla
caccia del re di Giudea.
Un film, inconsapevolmente,
della nostalgia.
Valentino Picone-Salvatore
Ficarra, Il primo Natale
martedì 8 dicembre 2020
Ripensare la globalizzazione
Il boom stratosferico delle Borse, nel mezzo
di una crisi, senza precedenti che si ricordino, della produzione e del
reddito, non è certamente sano, ed è il segnale più macroscopico che il mercato
così com’è funziona male. È eccezionalmente selettivo a favore di pochi
fortunati: Ed è distruttivo: di reddito, quindi di produzione e consumo, e
anche di tecnologia.
Un mercato, si direbbe, autodistruttivo. Per
un disegno fallimentare della globalizzazione. Sia per quanto concerne la
produzione e il reddito sia per quanto concerne le aspettative (la finanza). Le
due crisi, del 2000 e del 2007-2008, e una terza ora temuta, con una frequenza
senza precedenti nella storia dei cicli economici, ne sono l’effetto.
La globalizzazione intesa come delocalizazione
verso gli sterminati mercati del lavoro asiatici, del lavoro non protetto, è
suicida. Per le economie che delocalizzano e, in seconda battuta, per gli
stessi mercati che ne beneficiano.
Una forma di imperialismo della merce si è imposta,
a vantaggio di ceti non produttivi - importatori, finanziatori - che la le
stesse debolezze dell’imperialismo politico-militare: l’improduttività. Alla sommatoria,
certo, di passivi e anche di attivi, ma sempre l’imperialismo è tendenzialmente
controproduttivo. Anche ad addobbarlo di disegni di potenza.
La Cina, che sotto la presidenza Xi ha avviato
un progetto imperialista, dichiarato, ne comincia a tirare somme negative, in Africa
e sulla stessa via della Seta. In entrambi i dispiegamenti: nella spesa
ostensiva, e nella borghesia compradora,
affaristica, che ne affianca l’espansione e ora non controlla più l’opinione,
non se ne cura – con ripercussioni negative sulla parte più solida,
tecnologicamente, e più concorrenziale, come la nuovissima telefonia mobile.
Su un mare, minaccioso, di liquidità
Tesla ha superato i 400 dollari di quotazione
a Wall Street, e si fa già l’ipotesi di quota 800. Una valutazione che consentirebbe
a Musk, il patron di Tesla, di comprarsi senza problemi la Mercedes – anche Volkswagen
volendo, non ci fosse la proprietà pubblica. E che dovrebbe essere un richiamo
per la liquidità in cerca di collocazione, e invece fa paura.
Il 25 novembre Wall Street (l’indice Dow
Jones) ha sfondato quota 30 mila punti (oggi è 30.070). Sarà stato l’ultimo trionfo
di Trump, nel 2016 il Dow Jones era poco più della metà, a 18 mila punti.
Non è infatti un boom campato sul nulla, come quello che sfociò nella crisi bancaria
2007-2009, con i mutui spazzatura, alla sesta o alla settima ipoteca. In
parallelo, e di poco meno, il 50 per cento, è cresciuto nei quattro anni anche
il debito pubblico americano, da 18 a 27 mila miliardi – dodici volte il temutissimo debito
italiano.
Quello delle Borse – sulla scia di Wall
Street, anche se con meno euforia, si muovono le Borse europee e asiatiche –
non è un crescita basata sul nulla: ha a fondamento il quantitative easing delle banche centrali, la creazione
illimitata – ha statuito la Federal Reserve americana – di liquidità. Che però
ha un fine, e quindi una fine: stimolare la domanda, rianimare i prezzi al livello
di galleggiamento del sistema, l’inflazione al 2 per cento. Ma è lo steso una
liquidità drogata. Fino a quando?
È anche vero che molte quotazioni sono
spropositate. Google a 1.810 dollari, Amazon a 3.133 - con variazione giornaliere
di 30 e anche di 40 dollari, quanto basta per farsi una fortuna in poche ore,
sapendo o potendo manovrare, ma senza altro senso economico. Sono quotazioni
che non hanno base, e quindi come finirà?
La paura è quella del crack dot.com, vent’anni
fa. Il 10 marzo 2000 il Nasdaq, il listino a Wall Street delle novità, aprì al massimo storico, e chiuse con una perdita
di 84 punti, l’inizio di una valanga. Amazon crollò da 107 a 7 dollari – Bezos è
un mago della capitalizzazione di Borsa, più che della logistica (naturalmente
è uscito dal crollo più ricco). Si sgonfiò in poche settimane, drenando le risorse di molti milioni di risparmiatori, il boom delle dot.com, le mille germinazioni della
nuova era digitale, pompate a livelli stratosferici - Soru quotava con Tiscali più
degli Agnelli - e d’improvviso ridotte a zero o poco più.
Accademia alla Scala
Titolo un po’
dopolavoristico per la non-prima alla Scala alla vigilia dell’Immacolata. Anche
la scelta, di un recital di «arie»,
sapeva di accademia di fine corso. Con poco balletto. Con molti buoni sentimenti
- Michela Murgia l’opera ha voluto vendicatrice dei poveri, i servitori e le
donne... Le scene di Livermore, i suoi filmati evocativi, sono state l’unica
animazione.
Si poteva fare di meglio?
Ma Milano non per caso è stata al centro della pandemia. Una prima del lutto –
singolare la scena dei fili del telefono, sui quali eravamo abituati a vedere
riposare le rondini migranti, sostituite dalle cornacchie.
A risentir le stelle,
Teatro alla Scala, Rai 1
lunedì 7 dicembre 2020
Secondi pensieri - 436
zeulig
Amore
-
Dice bene Lou Salomé, l’amore dura finché ognuno resta se stesso nella coppia,
non si adatta, si piega, si uniforma. Ma ci vorrebbe un giardino per questo, e
almeno un paio di saloni. Nelle tre stanze le differenze urtano. Tanto più che
non c’è più l’osteria al rientro dal lavoro, il biliardo, le chiacchiere con
gli amici al bar, attorno a una birra, ma casa e lavoro, lavoro e casa,
invariabilmente, accumulando i malumori e non disperdendoli.
L’amore finisce con la rendita urbana.
La coabitazione dovrebbe insegnare a
esser senza essere. Un nuovo tipo di umanità. Una sorta di campo di concentramento
senza recinzioni né cani lupo. Riscaldato. In muratura solida. Magari col
telefono, e un letto con la porta, ma per il resto sempre a urtarsi, in cucina,
al gabinetto.
Anima – Non è cambiata dopo l’invenzione di Platone.
Che la inventò senza l’aiuto di Socrate (Socrate ne sarebbe stato contento?),
anche se la fa spiegare a lui, nel “Fedone”: è la memoria del tempo. All’interlocutore
Cebete, il Socrate-Platone risponde: “Tu dici che l’anima è qualcosa di forte e
simile al divino, e che essa esisteva già prima che noi fossimo uomini; ma
tutto questo proverebbe non già che l’anima è immortale ma solamente che essa
ha lunga durata, che è esistita in qualche luogo per un tempo lunghissimo, e
che sapeva e faceva molte cose”.
Citazione
-
Thomas Bernhard, “Perturbamento”, 1967: “Siamo chiusi in un mondo che cita
continuamente tutto, rinchiusi in una citazione continua che è il mondo”. E: “In fondo tutto ciò che
viene detto è citato”. E in “Correzione”, 1975: “Tutto il resto è correzione
della correzione della correzione”.
Parliamo per citazioni, tutto ciò che
diciamo è stato detto, infinite volte. Il miracolo è che si possa dire di nuovo, come se non fosse stato detto.
Complotto - Un Grande Complotto non si installa contro una comunità, contro l’opinione,
neanche come ipotesi o sospetto.
Tanto
vale non elaborarci sopra.
Gesù
Bambino -
La Madonna col Bambino esposto in braccio, che si veda che è un maschio, è già
nelle ceramiche micenee – anche a Cipro. Quindi del secondo millennio a.C..
Ideale – Come antitesi del reale, lo esclude? S’intende
comunemente l’ideale come una meta, un gradus
ad parnassum della condizione umana verso l’ideale originario, totalizzante,
del Bene, il Bello e il Giusto coniugati. Ma è – è anche – l’opposizione del reale,
quello che il reale non è, o non può, non vuole, essere. Una forma, per quanto
compatta (estrema, totale), vuota.
Funziona
come un richiamo per uccelli? Allora falso – un falso reale.
Il cammino
del Bene (Bello, Giusto) sarebbe più arduo o più facile (possibile, agevole) senza
l’ideale? La stessa pedagogia sarebbe più o meno produttiva senza l’ideale,
l’irraggiungibile perfezione? Un metro ci vuole, una misura delle cose.
Io
so –
Quello di Pasolini forse no, se era persona angelica, ma è l’Io inquisitoriale.
Sciascia – che di Pasolini si diceva “fraterno e lontano” – lo ha spiegato: è il
procedimento infernale dell’Inquisitore, quello-che-sa-ma-non-ha-le-prove. E
imponeva, quello storico, la tortura senza magari essere un sadico - alcuni inquisitori
ne soffrivano: per il dovere della verità.
La verità ha molti nemici tra i suoi
sostenitori accesi. Tra gli imbroglioni come tra gli sbirri.
Morte – “Niente muore di ciò che ha colpito
l’intelligenza” è il Faust di Goethe. Che Gautier, leggendo “Faust” nella
traduzione di Nerval, può parafrasare così: “Niente muore, tutto esiste sempre;
nessuna forza può annientare ciò che fu una volta”.
Nerval
introduce la traduzione, su questo puto, così: “Per lui come per Dio, senza
dubbio, niente finisce, o almeno niente si trasforma se non la materia, e i secoli
passati si conservano tutti interi allo
stato d’intelligenze e di ombre”.
“Ciascuno
porta la sua morte in sé, come il frutto il nocciolo”, è Rilke. Una
constatazione.
San Paolo – Un santo, si direbbe, da filosofi – da pensatori,
Pasolini compreso. Da Heidegger a Agamben, con Carl Schmitt, Taubes, Foucault,
Derrida, Badiou, e anche, da ultimo, Vattimo. Da filosofi del Novecento, secolo
marciante ma insoddisfatto, che volle riscoprire il sacro.
Si
direbbe non il
calvo sudaticcio di tanta iconografia, un semita indaffarato, ma il vichingo
rossodorato, barba fluente, ricci in abbondanza, del Prado, il San Paolo di
Rubens, e molta autorevolezza, un Mosè riflessivo.
Parola – Divise invece di unire? Lo scrittore
Houellebecq così la sintonizza nel linguaggio, per esempio, dell’amore: “La parola
non ha per vocazione di creare l’amore, ma la divisione e l’odio, la parola separa
a misura che si produce”. Paradossalmente, ma non del tutto, nella relazione
d’amore: “È male che gli amanti parlino la stessa lingua, è male che possano realmente
capirsi, che possano comunicare con le parole”. Mentre “un informe balbettio
amoroso, semi-linguistico, parlare alla propria donna o al proprio uomo come si
parlerebbe al proprio cane, crea le condizioni di un amore incondizionato e
durevole”.
Peccato - È una condizione
(una colpa) soggettiva. Ci sono leggi e ci sono catechismi, ma è il peccatore
che decide cosa è peccato, nella confessione: l’adultero pubblico e anche
l’assassino potrebbero sfuggire a questa colpa, nel senso del peccato.
Si è discussa la raccomandazione del papa Bergoglio di non
considerare automaticamente peccatori, quindi non ammessi ai sacramenti,
nemmeno ai riti, i divorziati. Tra i quali invece, ha ragione il papa, ci possono
essere dei buonissimi fedeli.
Preliminare è la confessione, in caso di peccato, cioè il riconoscimento
della colpa: è in capo al peccatore decidere se e quando ritenersi in colpa. Il
comandamento non è la legge, l’applicazione autonoma,
automatica, della legge, con aggravanti e attenuanti. Il confessore giudica il
peccato dopo che il peccatore l’ha riconosciuto, in confessione.
Lo stesso che per il divorzio si può arguire della convivenza, anche
dello stesso sesso. Ogni proibizione, anche oggettiva, dello stesso diritto
canonico, è peccato solo in soggettiva. Il confessore non può dichiararlo
autonomamente. Lo stesso il comunicatore – il diacono o il sacerdote che dà l’ostia
consacrata: non può escludere dalla comunione, il sacramento più diffuso insieme
con la confessione, e il più immediatamente correlato al peccato.
zeulig@antiit.com
L’amore melenso – di genere
Il titolo italiano echeggia la
trilogia comica di Ben Stiller e Robert De Niro. Il titolo originale è “The
Happiest Season”, le feste di Natale. Ma non è né una commedia né una satira. È
un incredibile pasticcio di una figlia confusa sessualmente, che torna in famiglia
per le feste di Natale con la fidanzata, quasi moglie, si rimette col suo
vecchio ragazzo, e infine sceglie lei. Scandalo. Liti. Riconciliazioni. Nuova
vita felici e contenti.
Un soggetto da tempo visto in
tanti film italiani, senza drammi e con una buona dose di umorismo. Qui scolastico,
sulla morale del coming out, del dichiararsi.
Tra gli stereotipi delle vecchie storie di amori contrastati. Non saprebbe
essere più melenso.
Clea DuVall, Non ti presento i miei, Sky Cinema
domenica 6 dicembre 2020
Appalti, fisco, abusi (191)
Mustier va via ma
non per Mps, il presidente di Unicredit Padoan sente il bisogno di dire a Fubini sul “Corriere
della sera”: Cioè: l’operazione Mps si fa, Unicredit se la deve comprare. Ma
perché non dirlo? Perché il governo affossa così Unicredit, capitale
(azionisti) e redditività.
Le assicurazioni
aumentano la Rca. Benché abbiano avuto un anno di zero incidenti, o
pressappoco, con la circolazione più che dimezzata - vedi i tanti fallimenti del settore autonoleggio, la Hertz, la più grande, per prima. Possono aumentarla nel nome
della trasparenza e della chiarezza. Che sembra un controsenso, e lo è. Ma non
per l’Ivass, l’Istituto di sorveglianza.
Succede all’Ivass
come con tutte le altre Autorità di controllo del mercato: che non agiscono a
garanzia dell’utente, come dovrebbero, ma delle aziende di settore. Intervengono,
quando lo fanno, nell’interesse di un’azienda, ma non del consumo, dell’utenza in
generale, per assicurare il miglior bene al miglior costo.
La legge sulla
trasparenza e chiarezza delle polizze è del 2012. Si è dovuto attendere otto anni
per avere il regolamento attuativo. Che non ha posto problemi di stesura – è, a
leggerlo, perfino comprensibile. Ma non piaceva alle compagnie assicuratrici.
La assicurazioni sono un settore con una miriade di soggetti. Tanto è remunerativo. Assicurazione a delinquere è vecchio gioco di parole, ma non uno scherzo – capitalizzare sulla fiducia.
La sparizione della libido occidentale
“Ero capace di essere felice nella
solitudine”. Senza più desiderio sessuale – se non l’immagine di una ragazza
castana intravista a Al Alquial. Senza più desiderio. Giusto quello di nascondersi,
anonimo, in città. Un Mattia Pascal aggiornato – se non che pretende di avere
cambiato banca in quindici minuti, e domiciliazioni bancarie in poche mail: in
che paradiso? Ma è vero che internet aiuta, non c’è più necessità di un
domicilio fisico.
La storia di un deragliamento,
minimale, urbano, da pianerottolo. Seguito passo passo, come fosse organizzato,
dalla vittima-soggetto della narrazione. Un filo tenue per un reportage in realtà, della Francia,
dell’Europa, come è oggi, come Houellebecq la vede. Una volta creata con poco, il ricorso a uno degli
antidepressivi oggi in gran spolvero, che inducono l’impotenza, una nicchia, un
posto d’osservazione marginale, esterno, comodo, per l’osservatore-soggetto.
Non un romanzo - o allora uno come ora usa, di narrazione documentaria.
Houellebecq capitalizza sulle
proprie fobie, quelle riconosciute o coltivate, che ne fanno personaggio. Il suo narratore, scorretto per principio, fuma, beve, e procede
tematico, per una serie di catilinarie come da scaletta. Il sesso - unico tema
ricorrente, in tutti i modi (obbligato in Francia il successo vent’anni fa di Catherine Millet, già
direttrice della Biennale d’arte di Parigi, con il racconto illustrato della
sua vita sessuale di gruppo). La fine delle albicocche del Roussillon o dei
formaggi di Normandia. Gli amori, uno a uno, storie di quello che è stato o
avrebbe potuto essere. Il governo nazionale delle cose inesistente, quello
europeo impotente. La “libertà di fumo” anch’essa è ritornante, contro “l’oppressione
legale”. Una lunga serie di arrabbiature le prende da Cioran, dai pensieri di
Cioran, dando loro forma narrativa: sul peccato, il futuro, gli ogm, il porno,
le donne, i nerd. Da “perdente, quarantenne”. Contro Blanchot, la scrittura inedibile,
e contro Laurent Bafie (Binet?), la scrittura facile.
Sempre felicemente scorretto, ma
meno spiritoso. Da femminista antifemminista – qui sa di resa dei conti, anche
cattiva: le uniche donne che salva sono le puttane, per la “generosità”. Da bio
antibio. Da (sartriano) razzista antirazzista – disprezza le “identità”, quelle
degli altri, dall’Olanda al Giappone, dal ministeriale al trafficante, dal
cattolico al buddista, mentre lamenta la sparizione della Francia, dell’Europa.
Da consumatore anticonsumista. Da antifranchista, perfino, franchista: il
deragliamento inizia col genio di Franco, che ha creato i paradores – il restauro e riutilizzo degli edifici storici – per i
turisti di lusso, e gli apiari di Benidorm e Torremolinos come seconde case per
i macellai del Nord Europa. Dopo la Francia governata dal mussulmano, “Sottomissione”,
la Francia - l’Europa - dei formaggi e le albicocche impossibili, come degli
amori, scaduti a youporn. Una lettura che deve avere
stancato i recensori – o Houellebecq è antipatico, essendo scorretto? – poiché
nessuna lettura collima.
L’impotenza come una metafora
della Francia, dell’Europa, dell’Occidente. Lo sguardo critico è di uno che si
è voluto impotente e si è cancellato alla società, se non all’anagrafe. Giusto
un amico torna a incontrare, di gioventù: un nobile che vuole preservare l’allevamento
e l’agricoltura biologici, e per questo viene abbandonato dalla moglie e spogliato
da banche e creditori, da cui il narratore si fa insegnare, sempre depresso ma d’un tratto
volitivo, a sparare. C’è anche questo, una sorta di raptus trumpiano. In
parallelo con un curioso straparlare – curioso per un autore solitamente controllato,
misurato. E molto alcol, oltre che sesso, in ogni piega, fino al vecchio
pastis. Un racconto forse da disappetente, più che da depresso.
Il tema non è semplice: è “la sparizione della libido occidentale”. Sotto il “catenaccio ideologico” della mondializzazione. E il personaggio non è antipatico,
benché ci ripensi per quattrocento pagine. È contro le “dittature legali” – niente
fumo, limiti di velocità “ridicoli”, 120 km\h, che sull’autostrada piatta e
diritta inducono il sonno. Per il “turismo di charme”, con frigorifero fornito.
Contro Daikichi Amano, il fotografo lutulento. Ma coltiva la bravura. Per
liberarsi dalla compagna giapponese, che ha invitato da Parigi sulla Costa
Brava in una colonia naturistica, scrive una frase di tre pagine. Bissata, a
seguire, da due pagine per Franco, l’inno alla gloria – ironico ma non del
tutto.
Un Houellebecq sempre più
identitario. Che annienta alla fine Proust e Thomas Mann, i giganti del secolo
– il suo, il Novecento. Solo salvando Conan Doyle…: il più leggibile – page turner - “senza dubbio il migliore
della storia letteraria mondiale”, ma “soprattuyto un animo nobile, di cuore
sincero e buono”.
Michel Houellebecq,
Michel Houellebecq, Serotonina, La Nave di Teseo, p. 332 €
19
sabato 5 dicembre 2020
Letture - 141
letterautore
Casinò –
Figlio del caos? L’etimologia è incerta, anche perché ritorna, per questo
accentato, dal francese. Ma la più probabile lo collega a “Casina”, una delle
commedie riconosciute di Plauto, della ragazza “figlia del caso” – una commedia
che sarebbe stata ispirata dal greco Difilo, da una commedia che aveva a
protagonista Casina e si intitolava “L’estrazione a sorte”.
Classico – È romantico, Proust, “Journées de lecture”, 71:
“La preferenza dei grandi scrittori va ai libri degli antichi. Quegli stessi
che sembrarono ai loro contemporanei i più «romantici» non leggevano che i
classici”. Perché il pubblico è romantico, lo scrittore è classico: “Si
potrebbe quasi arrivare a dire, rinnovando forse, con questa interpretazione
d’altronde tutta parziale, la vecchia distinzione tra classici e romantici, che
sono i pubblici (i pubblici intelligenti, beninteso) che sono romantici, mentre
i maestri (anche i maestri detti romantici, i maestri preferiti dai pubblici
romantici) son classici”. Il fascino è classico, anche, l’antico.
Freud – Il “guignol austriaco, - M. Houellebecq, “Serotonina”.
Glaciazioni –
Storia vecchia, non sole geologicamente – e immodificabile: “Tutta la storia umana
s’è svolta nell’intervallo tra due glaciazioni che ora sta per finire”,
scriveva Calvino nel 1975 come promozione per una ditta giapponese di whisky
(poi pubblicata sul “Corriere della sera” come “La glaciazione”, e ripreso in
volume in “Prima che tu dica «Pronto»”), prima del “buco nell’ozono”.
Govoni – Lo
ricordano due lettori sul “Robinson”, che pubblica le loro lettere, chiamandolo
Carlo. Nessuno legge “Robinson”, o le lettere. Giusto sfogliarlo?
Lettura - “Si
vuole sempre un po’ uscire da sé, viaggiare, quando si legge”, Proust,
“Journées de lecture”,74
Morte –
Meglio non essere nati, meglio la morte che la vita, etc., tutto l’armamentario
schopenhaueriano, “le forse venti citazioni in fila” del “Mondo come rappresentazione
e come volontà”, dapprima Proust sceneggia -
“riassumo naturalmente le citazioni” – nelle “Giornate di lettura”, da
Voltaire a Byron, Erodoto, eccetera, come Schopenhauer li ha citati, collegandoli
agli “Aforismi sulla saggezza della vita”, opera evidentemente compilativa,
dice sempre Proust, di cui “Schopenhauer può dire il più seriosamente del
mondo”: ‘Compilare non è il mio genere’”. Salvo poi concludere per sé, subito
dopo, in relazione all’amicizia, “poiché non siamo tutti, tutti i viventi, che
dei morti ancora non entrati in funzione”, etc. etc.
Nietzsche – È
declinato in “l” da Cavino nel “Piccolo sillabario illustrato”, “l” da Lou
Salomé – in un’ottima sintesi del rapporto-non rapporto tra i due. “Nei suoi
inquieti amori con Nietzsche, Lou Salomé avrebbe ben voluto provocare nell’amico
una levitazione non solo spirituale ma anche fisica”, Nietzsche le rispondeva
che poteva levitare solo con la mente. Da qui la successione delle cinque
vocali che Calvino immagina della lettera “L”: “L’ale li l’ho, Lou!” Lambiccato
ma il senso è quello.
Occidente –
“L’Occidente allo stadio orale” ripercorre Houellebecq, “Serotonina”.
Padre –
Resta sempre in ombra, semisconosciuto?
È tutto per David Livermore, il regista della Scala, che parlando con
Iolanda Barrera, su “L’Economia”, attribuisce tutto il talento e tutto quanto
ha fatto al padre: “Volevo fare qualcosa che rendesse felice il mio babbo:
amava l’opera e desideravo che la persona che amavo di più sulla terra fosse
fiero di me”. Un padre, però, che tiene nascosto e quasi segreto – sarà stato
un signore inglese, a giudicare dal nome, ma altro?
Poesia
–
Si vuole giovane? Pasolini è morto di 53 anni, Baudelaire di 46 – alla stessa età
Nerval si è impiccato. Leopardi di 41 anni, Campana di 47.
Moltissimi i russi morti presto: Griboëdov di
trentaquattro anni, Puškin di trentasette, Lermontov, che trovò pure il tempo
per valorose campagne nell’esercito, di ventisette. Nel Novecento Chlebnikov è morto di
trentasette anni, di vagabondaggio e miseria, Gumilëv di trentacinque, di
piombo rivoluzionario, Blok di quarantuno, di toska, la fatica di vivere, ubriachezza e amori infelici, Esenin e Majakovskij,
i due vitalisti suicidi, di trenta e trentasette, Mandel’štam di quarantasette,
ai lavori forzati nel ghiaccio.
Trentasette potrebbe ritenersi l’età fatidica,
segnata da Puškin e Majakovskij, dieci più dei poeti del secondo Novecento. Attorno
al 1970 – o al mitico Sesantotto – morivano i poeti in musica di ventisette
anni: Tomi Morrison, Jimi Hendrix, Janis Joplin, Brian Jones - Tenco di 29. Esistenze
già piene, di poesia, e di sesso, droga
e depressione. Reincarnazioni di Freud, si direbbero - o sue vittime: della
sessualità serpentesca, da animale a sangue freddo. O è l’artista che presto
non ha più nulla da dire – il manager che fa un’ultima puntata sulla morte? O erano
i figli della guerra, che avendo vissuto in pace non reggevano la paura? Un tempo
si moriva di trentatré, a partire da Alessandro Magno, poi l’età per questo
tipo di sparizioni è calata. Sono i
numeri che reggono il mondo? E chi li calcola con tanta stolida arguzia?
Tedeschi-ebrei – Sebald,
“Storia naturale della distruzione”, nell’edizione originaria in inglese ha un
saggio su Améry e uno su Peter Weiss. Due scrittori tedeschi che si sono
scoperti all’improvviso non tedeschi – è il tema di Hannah Arendt – per le
leggi di Norimberga. Con padri o madri, loro come tanti, ormai cristiani,
qualcuno da tempo. E hanno avuto, hanno mentre scrivono, difficoltà a capirsi
diversi. Weiss dà spesso nei drammi nomi di ebrei a figure di tedeschi-tedeschi
– persecutori, torturatori, carcerieri. Ogni tanto congratulandosi. Weiss
scrive nel diario nel 1964: “Quanto sono contento di non essere tedesco”. Ma
nel poema dantesco “Die Ermittlung”, un inferno in 33 canti, dà nomi ebrei
perfino a assistenti al genocidio, come a comprenderli nella Colpa – Per “un senso
soggettivo di coinvolgimento personale nel genocidio” (Sebald, “On the natural
History of Destruction”, 189), seppure “nevrotico”.
Yiddish – Per Manldel’stam (“Il rumore del
tempo”, 1925, p. 33), “lingua melodiosa, interrogativa, sempre stupefatta e
delusa, con accenti marcati sui semitoni”. Stupefatta dunque, ancora poco prima
dell’Olocausto: gli ebrei si sorprendono a essere tedeschi.
letterautore@antiit.eu
Feste tristi per Montalbano
Due Capodanni di Montalbano,
naturalmente solo, in lite con le feste – tratti da “Un mese con Montalbano” e
“Gli arancini di Montalbano”. Due prove che senza la Sicilia non c’è “Montalbano”,
non c’è Camilleri.
Il whodunnit alla Poirot di “Capodanno”, chi è stato, è poca cosa - poco
lussureggiante nella ambientazione, cervellotico nello schema assassino. Lo “sfunnapedi” di “Gli
arancini di Montalbano”, il tranello, che il commissario si inventa, per potersi mangiare indisturbato gli arancini di Adelina, la “cammarera”, è perfino
irritante.
Entrambi i racconti, recuperati in
due dei film tratti dai Montalbano, invece funzionano: “Gli arancini di Montalbano”,
il secondo o terzo film di Sironi, l’inventore del Montalbano al cinema, e
dieci anni dopo il secondo della serie “il Giovane Montalbano” di Tavarelli –
che ricalca, in economia, quello di Sironi. E allora? C’è, anche, un Montalbano
al cinema, di Sironi?
Andrea Camilleri, Capodanno, la Repubblica, pp. 47,
gratuito col quotidiano
venerdì 4 dicembre 2020
Ombre - 540
Parte
il “cashback” a dicembre? Quando? Sarebbe semplice dirlo, ma non si sa - forse
per l’Immacolata. Come ci si iscrive al programma “cashback”? Che non è semplice – nemmeno per i “nativi
digitali”. Sono tutti i caffè, i commerci, i siti online (i siti online, dove i
pagamenti si fanno solo per carte di credito, non possono concorrere) pronti a
gestire un sistema di pagamenti radicalmente nuovo? Il fatto più rilevante per
le abitudini nazionali prende poco o niente spazio, rispetto a Conte e Di Maio, e Salvini.
L’informazione non vuol essere informazione.
Azionisti
Unicredit da tanto a niente: dai dividendi solidi, con buy back di rinforzo al
titolo, all’acquisizione forzosa del Monte dei Paschi. Tutto in pochi minuti,
nella disattenzione. Come
se niente fosse, l’avvelenamento della prima o seconda più grande banca
italiana con l’iniezione di Mps.
Si liquida Unicredit con la regia del Tesoro. Solidamente in mano
al Pd, a Gualtieri con l’impavido Padoan. Non si può dire nemmeno un maleficio
del malefico Grillo. Ma nemmeno del fu partito dell’“abbiamo una banca”. No, è
il solido vecchio partito del potere, del comandare è meglio che godere. Dei
vecchi, confessionali, Dc tournés Democrat: un altro Andreotti, vicepresidente,
con le fondazioni ex casse di risparmio venete e torinese – e con la Banca d’Italia?
S’innesca una crisi di proporzioni incalcolabili. Ma come non detto.
“Siamo
nell’unica regione al mondo che destina il 70 per cento del suo bilancio alla Sanità,
con risultati fallimentari”. E: “Quando ho visto che girava la candidatura di
Rosy Bindi (a commissario alla Sanità in Calabria, n.d.r.) mi sono messo le
mani nei capelli: da lei è iniziato lo slittamento verso il privato”. La
tragedia – della Calabria da un quindicennio e dell’Italia nel contagio - è tutta
qui. Ci volevano un senza patria come Gino Strada e un cronista non corretto come
Smorto per dire queste semplice verità, su “la Repubblica”.
La
privatizzazione della sanità, opera della sinistra Dc, a favore delle assicurazioni,
e dei “compagnucci della parrocchietta” delle cliniche, ha portato alla
catastrofe, che Strada sintetizza efficace: “Il pubblico ha perso, i servizi
sanitari sono stati depauperati, chiusi gli ospedali, tagliato l’organico. E
gli stessi medici si sono trasformati in imprenditori di se stessi, all’interno
degli ospedali”.
Le
ricchezze dei ricchi si moltiplicano da qualche tempo per effetto del basso
costo del denaro, che alimenta i boom di Borsa, e di conseguenza gli attivi
finanziari. Non è questo il problema della disuguaglianza, spiega Alberto
Mingardi, il direttore dell’Istituto Bruno Leoni, su “L’Economia”: il problema è la “distruzione
di competenze, socialità e formazione” per effetto del lockdown – che ormai, si può aggiungere, prenderà un ano, almeno uno.
Gli effetti sono pesanti sull’apprendimento, e sul lavoro: “Il Covid ha aperto
una voragine fra coloro che hanno un reddito garantito, in larga misura perché lavorano
per lo Stato, e tutti gli altri”. Come tra chi ha una famiglia che supplisce alla
scuola, e chi non ce l’ha. Che ha perso un anno, e gli stimoli. Ma di questo
non si parla.
“Non
abbiamo mai fatto tagli al personale”, spiega a “L’Economia” il ceo di Crédit Agricole
in Italia, Giampiero Maioli. Che vanta: “Sì, dopo 15 acquisizioni siamo
italiani”. Quindici acquisizioni senza licenziare nessuno – anzi con
“assunzioni giovanili, skill digitali e tecnologiche”. Forse i francesi governano
in Italia perché ci sanno – le banche in Italia sopravvivono eliminando
personale.
La scoperta della mafia
Finalmente un film vero sulla mafia.
Sulla barbarie, la stupidità, la bassezza della mafia in Sicilia negli ultimi
trent’anni del Novecento. Un film documentario, con pochi fronzoli sulle
sceneggiate di contorno, ma potente, per montaggio, e immagini e audio d’epoca.
Con le testimonianze dal vivo delle giudici popolari che Angela Finocchiaro
riassume nel docufilm: Teresa Cerniglia, Maddalena Cucchiara, Francesca Vitale –
più Mario Lombardo, uno dei giurati. E i giudici del processo, Giordano, Grasso
e Ayala.
Un film vero perché centrato finalmente
sul “noi e loro”, com’è giusto, di siciliani che giudicano e condannano,
inorriditi, altri siciliani. Per il diritto, e per rendere giustizia alle centinaia
di servitori dello Stato trucidati, alle migliaia di mafiosi (e non mafiosi)
vittime della mafia. Dei terribili anni 1970-1980.
Un capolavoro. Che pochi hanno
visto. Poco promosso, è vero, ma le cifre della audience sono misere: 3,4 milioni di spettatori– che si penserebbero
molti ma non per Rai 1: sono un terzo degli spettatori di un Montalbano sulla
stessa rete. Non piace la mafia così com’è, trucida – è la colpa dell’antimafia,
che l’ha magnificata.
Francesco Micciché, Io, un giudice popolare al maxiprocesso,
Rai 1
giovedì 3 dicembre 2020
Il mondo com'è (416)
astolfo
Disgelo – Non fu sempre guerra,
seppure fredda, nella guerra fredda. Alla morte di Stalin a Mosca, il 5 marzo
del 1953, seguì un periodo detto in russo del “disgelo” – da titolo di una
romanzo di Ilya Ehrenrburg, del 1954. L’ala dura del partito Comunista sovietico,
capitanata dal capo dei servizi segreti Beria, fu presto sconfitta: a luglio
Beria è in disgrazia, la polizia segreta sottomessa al partito, e il capo del
governo, Malenkov, e del partito, Krusciov, annunciano un nuovo indirizzo: più
beni di consumo, prezzi remunerativi ai produttori agricoli, soppressione dei
campi di lavoro forzato, amnistia
politica. Un gruppo di riforme che sarà ribattezzato col titolo del romanzo di Ilya
Ehrenburg allora in uscita, “Il disgelo”. Mentre si fanno contestare nella
stampa di partito gli abusi di potere autoritario e le spese di prestigio. E si
lasciano circolare voci sull’impreparazione sovietica a fronte della minaccia
hitleriana, ridimensionando Stalin nel suo titolo di maggior gloria, la sconfitta
di Hitler. Si riaprirono i contatti con gli Stati Uniti e i primi colloqui
furono avviati a Ginevra in vista di accordi di disarmo bilaterale. Si conclude
con un armistizio la guerra di Corea. Mosca partecipa alla conferenze internazionali
sulla Germania e sull’Indocina. Abbandona le pretese su Porkkala (Finlandia) e
Port Arthur (Cina). Smobilita un milione 200 mila soldati.
Il XXmo congresso del Pcus, quello della denuncia
dello stalinismo, lancia la strategia della coesistenza pacifica: competizione
economica con l’Occidente e sostengo sempre alle guerre di liberazione, ma la
guerra mondiale non è più in agenda.
Un periodo breve, che verrà alimentato dalle
voci sul rapporto di Krusciov al Pcus contro lo stalinismo, e porterà nel 1964
all’accordo per il bando degli esperimenti nucleari. Ma si è già chiuso politicamente
nel 1956, con la repressione in Polonia, dopo i fatti di Poznan a giugno
(l’insurrezione operaia è repressa dalle truppe sovietiche), e con l’invasione a
ottobre dell’Ungheria, contro la rivolta popolare.
Italo Calvino lo ricorda, ma in chiave si
direbbe contemporanea, di un dissidio con l’egemonismo cinese - nella “Nota
1979” al racconto che aveva scritto nel 1957, “La gran bonaccia delle Antille”,
sullo stallo in Italia tra Democrazia Cristiana e partito Comunista. Crede di
ricordare “la prospettiva di una guerra atomica che proprio allora divideva i
sovietici, che la presentavano come la fine della civiltà, dai cinesi che
tendevano a minimizzare i pericoli”.
Scomparsi
- Gli
scomparsi sono tanti, in ogni paese, persone di cui all’improvviso non si sa
più nulla. Sono stati 245 mila in Italia negli anni dal 1974, da quando se ne
tiene il conto, fino al 31 dicembre 2019. Rintracciate solo per due terzi. E
vanno ad aumentare, per effetto dell’immigrazione ma non solo. Nel 2018 sono stati
quasi 5 mila, con un aumento del 16 percento – in Francia 13 mila. Nel 2019
oltre quindicimila - 15.044 (di queste ne sono state ritrovate i due terzi,
9.846 – di cui 227 prive di vita).
Per classi di età, il maggior
numero sono minori. Soprattutto dei centri di accoglienza per immigrati. Nel
2019 le denunce di scomparsa di minori sono state 8.331, il doppio del 2018. In 2.955 casi i
minori scomparsi sono stati italiani, per 5.376 stranieri. Dall’1 gennaio 1974
al 31 marzo 2019 il numero dei minori scomparsi censito dal ministero dell’Interno
era di 122.208, per un terzo ancora da ricercare, 42.044. Un caso a settimana,
in media, in Italia riguarda bambini sottratti per liti familiari e finiti in Stati
esteri. Ma questo aspetto del fenomeno è legato soprattutto allo sfruttamento
dei minori, per lavoro illegale, accattonaggio, prostituzione. Il numero dei
bambini che ogni anno scompaiono nel mondo è attorno al milione
In Italia il fenomeno si è accresciuto
soprattutto con l’immigrazione. Dei 61.036 residenti in Italia che al 31 dicembre 2019 risultavano ancora da
rintracciare, erano italiani poco meno di un sesto, 9.959. I cinque sesti erano
stranieri, esattamente 51.077. È su questa quota di sparizioni che è molto
forte l’incidenza dei minori: erano 41.848 a fine 2019, i quattro quinti del
totale degli immigrati mancanti all’appello.
Dei 15.044 residenti di cui è stata denunciata
nel 2019 la scomparsa, più delle metà erano italiani, 7.905 (gli stranieri sono
stati di meno, 7.109) Le donne scomparse sono state 4.776. I minori molto più
della metà del totale, 8.331.
Su base regionale (i dati disponibili sono di
fine 2018) il fenomeno interessa in primo luogo la Sicilia: 26.635 denunce - sul
totale (1974-2018) di 229.687. Seguivano il Lazio, con 8.023 casi, la
Lombardia, 6.103, la Campania, 4.699, la Calabria, 4.659, e la Puglia (4.080.
Tedeschi-ebrei – In quarantamila
sono tornati a Berlino. Da Israele, non da un qualsiasi ghetto orientale.
Qualcuno a titolo di risarcimento, o così dice, “ci riprendiamo un po’ di
quello che ci hanno tolto”, in realtà perché in Germania si ritrovano, non
hanno mai smesso di essere tedeschi. A lungo in Israele, a Tel Aviv ma anche a
Gerusalemme, la lingua franca è stata il tedesco, puro o nella forma yiddish.
È più di un paradosso, che degli ebrei
si vogliano tedeschi. E ancora di più il viceversa, dei tedeschi ebrei, in petto, seppure recalcitranti e
maneschi. È ebrea la cosa più simpatica della Germania, il Maggiolino
Volkswagen. Era di Josef Ganz la Standard Superior del 1933, pubblicizzata come
“deutsche Volkswagen”, e come tale spiegata a Hitler al Salone dell’Auto di
Berlino in primavera, macchina popolare. Nel nome in codice, Maikäfer,
maggiolino, e in alcune componenti poi decisive per il successo: telaio a tubo
centrale, motore posteriore orizzontale, assali oscillanti, sospensioni
indipendenti. Ganz era ebreo. Volkswagen riconoscerà il debito nel 1961, quando
era incalzata in tribunale in una causa plurimiliardaria dal vecchio
costruttore Tatra, per dodici brevetti rubati alla Tatra 11, la prima
utilitaria tedesca. Cercò Ganz, lo trovò in Australia malato di cuore, effetto
di una cronica sindrome maniaco-depressiva, e gli chiese di certificare il suo
contributo originale al Maggiolino. Ganz testimoniò, gratis, ebbe solo una
decorazione di Prima classe per servizi resi alla Repubblica tedesca, il
Bundesverdienstkreuz I. Klasse des Verdiestordes der Bundesrepublik
Deutschland, e morì contento.
Il Novembre Rosso, col licenziamento del
kaiser e la proclamazione della repubblica, delle repubbliche, alla fine della
Grande Guerra, furono opera di ebrei. L’agitazione e la lega di Spartaco ebbero
in primo piano Rosa Luxemburg, Leo Logisches, Paul Levi. Preminente la presenza ebraica nella
repubblica socialista presieduta da Kurt Esiner, che il 7 novembre 1918 a Monaco
aveva liquidato i regnanti di Baviera – prodromo alla cacciata del kaiser. E
quando, il 6 aprile 1919, dopo l’assassinio di Eisner, fu proclama la
Repubblica dei Consigli, erano ebrei i membri più influenti: Erich Mühsam,
Ernst Toller, Frida Rubiner, Tobias Akselrod, Gustav Landauer, Ernst Niekisch. Così
pure Eugen Levine-Nissen, il capo degli spartachisti che subentrarono agli
anarchici.
astolfo@antiit.eu
Un paese attorno al Gianicolo
Un album di foto dei residenti,
dei padri, i nonni, del quartiere come cominciò a formarsi, dalle ville fuori
porta, che furono la scena, attorno al Gianicolo, della fine della Repubblica Romana,
nel 1849. Il secondo di una serie, iniziata, sempre a Roma, col Salario, per riacquistare alla città la dimensione paese, nell’ambito del quartiere –
siamo alla nuova questione identitaria, ma Roma è sempre stata una città di
quartieri, ognuno con una propria fisionoma. Una dimensione urbana fatta di
conoscenze, punti di riferimento comuni, valori condivisi. Illustrata dai nomi
importanti ”. Qui soprattutto scrittori, Gadda, Pasolini, Caproni, Elsa Morante
– dimenticati stranamente i Bertolucci – e da Escher (trascurati i musicisti,
Morricone, Piovani). E dai personaggi comuni, negozianti, artigiani,
professionisti, che per un qualche motivo si ricordano, l’anzianità, la
cordialità.
Le immagini familiari sono mescolate
con quelle tratte dagli archivi pubblici. Con pochi contributi scritti, ma
bastanti a delineare una fisonomia. Di Paolo Masini, ex assessore alla Cultura
in circoscrizione e in Campidoglio, che attivò l’archivio storico culturale del
Municipio, e presiede il Rome Best Practices Award. Di Simona Marchini con le
memorie familiari. Dello scrittore Emanuele De Luca, che per molti anni editò il
mensile di quartiere “Quattro passi”. E una serie di aneddoti e figure evocati
da Sara Fabrizi e Martina Gatti. Carlo Picozza ricostruisce la “ferita aperta”
del Forlanini, il grande ospedale, venti ettari, da venti anni abbandonato – e
questa è la storia di Roma città – Roma capitale?
Una realizzazione Typimedia, la
società di Luigi Carletti e Edoardo Fedele, che ha avviato a Roma il progetto
“Community”; custodire, e in fondo creare, una pratica di vita d’insieme, di quartiere,
Com’eravamo:
Monteverde 1849-1950,
Communitybook, pp. 213, il. € 14,90
mercoledì 2 dicembre 2020
Il salto nel buio - lo strano caso di Unicredit
Si dice che i grandi azionisti Unicredit erano scontenti
del pay-back, non sufficientemente remunerativo, a partire dalla quotazione in
Borsa. Perché, la quotazione dopo Mustier è migliorata – ha perso il 5 per
cento il primo giorno, l’8 il secondo? Non volevano, si dice, fanno dire, una
presenza più marcata in Germania. Che è la ragion per le quale, spiega
Mediobanca, le banche francesi guardano a Unicredit come preda, per entrare nel
mercato tedesco. Volevano, si dice
anche, dividendi più sostanziosi, e ora non avranno nulla, nemmeno uno di
consolazione. Mentre erano al sicuro dalle rischiose avventure M&A, fusioni
e acquisizioni, tipo il Monte dei Paschi di Siena, e ora vi saranno
costretti.
La
vicenda sembra insensata, ma evidentemente non lo è. Gli azionisti passano da
una banca prospera, con l’annuncio di dividendi, e di un solido buy-back, al nulla
– all’ipotesi che Unicredit sia vittima di una banca francese. Qual è la ratio di questo “imbroglio”? L’unica spiegazione è
politica, la “vecchia politica” che non si peritava di distruggere pur di
comandare. Qui rappresentata dal dominus dell’operazione, il vice-presidente Lamberto
Andreotti, il figlio, per conto delle fondazioni ex casse di risparmio che lo
hanno nominato, il quale ha portato dentro Padoan, l’ex ministro del Tesoro di
Renzi. Non è bastata, si vede, la rovina di Mps, quella delle banche venete,
quella di banca Etruria, Marche, Chieti e Ferrara.
Appalti, fisco, abusi (190)
A Roma lo straordinario notturno dei Vigili
Urbani scatta alle 16.
A Roma è giorno dalle 8 alle
16, poi è notte fonda?
Due crolli e mezzo di
Unicredit in Borsa per l’allontanamento dell’ad Mustier domenica, senza una
discussione preliminare e senza un sostituto. Difficile non vederci una
speculazione al ribasso sul titolo. E già si parla di un “cavaliere bianco” che
verrebbe dalla Francia a salvare Unicredit. Ma Unicredit non è – era – la
migliore banca in Italia, insomma la seconda migliore?
Si è proceduto all’allontanamento
di Mustier dopo l’ingresso in banca di Padoan, l’ex ministro del Tesoro.
Portato dal responsabile nomine per conto del consiglio d’amministrazione, il
vice-presidente Lamberto Andreotti (figlio, sì). Per conto delle fondazioni delle
ex casse di risparmio torinese e venete. Il vecchio mondo Dc ora Pd. Che ha guastato
le banche venete, al fallimento, il Monte dei Paschi di Siena, e le banche
tosco-umbro-marchigiane minori. Ora ci prova con Unicredit? Senza difese?
Enel fattura 450 kWh mensili
per 100 euro – tutto compreso: abbonamento Rai, oneri di sistema, trasporto,
accise e iva. Ora propone 200 kWh mensili per 50 euro, come promozione
speciale, eccezionale, solo per un anno. L’offerta, cioè, costa più del
servizio ordinario.
Il signor Nessuno
“Era il rovescio di ogni cosa che
m’incuriosiva, il rovescio delle case, il rovescio dei giardini, il rovescio
delle strade, il rovescio delle città, il rovescio dei televisori, il rovescio
delle lavastoviglie, il rovescio del mare, il rovescio della luna”. Ancora nel
1978, mentre cogitava questo “Palomar”, forse
lo stava scrivendo, Calvino immaginava un “Fulgenzio” che la sua giovinezza
vede così (“Lo specchio, il bersaglio”,
sul “Corriere della sera” 14 dicembre 1978, ora in “Prima che tu dica
«Pronto»”). Insoddisfatto: “Ma quando riuscivo a raggiungere il rovescio,
capivo che quello che cercavo io era il rovescio del rovescio, anzi il rovescio
del rovescio del rovescio, no; il rovescio del rovescio del rovescio….”.
Questo è quello che fa il signor
Palomar. In spiaggia d’estate guarda e indaga le onde e il topless, fa la
“nuotata serale”, perplesso, forse stanco, trova nel giardino di casa lo
strombazzare degli uccelli, specie il “fischio del merlo”, con qualche fastidio
(“ma i dialoghi umani sono qualcosa di diverso?”), strappa le erbacce,
osserva i tre “pianeti esterni” per una notte visibili tutt’e tre insieme,
Marte, Saturno e Giove. Poi si sposta in città. A Roma combatte i piccioni,
“lumen-pennuti”, “progenie degenerata e sozza e infetta, né domestica né
selvatica ma integrata nelle istituzioni pubbliche, e come tale
inestinguibile”. E osserva gli storni, perplesso – sull’intelligenza animale, o
delle trasmigrazioni. Indeciso la sera se guardare la tv o il geco. A
Parigi va dal formaggiaio, dal macellaio, allo zoo di Vincennes, che gli richiama
lo zoo di Barcellona, e al Jardin des Plantes. Ogni capitoletto segnando con
tre cifre, 1, 2, 3, ma non nello stesso ordine, spiega infine in nota, le cifre
si spostano col racconto. Perché ognuna di essere corrisponde a un particolare
senso tematico della zona del capitoletto che designa: “Gli 1 corrispondono
generalmente a un’esperienza visiva” (“un’immagine”), “nei 2 sono presenti
elementi antropologici, culturali in senso lato”, “i 3 rendono conto di
esperienze di tipi più speculativo”, cosmo, tempo, infinito, io, mondo –
passando così “dall’ambito della descrizione e del racconto a quello della
meditazione”. A Parigi seguono “i viaggi di Palomar”. Che iniziano con “I
silenzi di Palomar” – i silenzi per cui Calvino era famoso. Combattuto tra “il
parlare in certa misura e il non parlare mai”. Prova ad occuparsi della diatriba
tra i giovani e i vecchi. Ma non si appassiona che a modelli, fisici,
matematici, logici. Prova a farne forme di vita, non ci riesce. E allora guarda
il mondo, come se non fosse mondo. Insomma, ha “difficoltà di rapporti con il
prossimo”, ci “soffre molto”, e finisce per pensare al mondo senza di lui.
Una parabola della vita – di
Calvino. Un exploit notevole, ma niente più di questo, niente di appassionante
o memorabile. Poco empatico, come si dice oggi, e un pizzino anzi misantropo.
Scorre in fretta, come il fischio
del merlo, si chiude con disappunto, per il signor Palomar a disagio, e per sé.
Il racconto di un’inappetenza.
Italo Calvino, Palomar, Sorrisi e Canzoni tv + la
Repubblica, pp. 132 € 8,90
martedì 1 dicembre 2020
Armi spuntate a Teheran
L’uccisione dell’ing.Fakhrizadeh è un “avvertimento”
di Netanyahu a Biden? È la sola conclusione, seppure in forma interrogativa, cui
è arrivata la Farnesina, di concerto con le altre cancellerie europee. Pochi o
nulli i timori per la minacciata rappresaglia iraniana. La rappresaglia non si
è avuta per l’uccisione del generale Suleimani, ben più drammatica, non la si
aspetta per il direttore del programma nucleare di Teheran, di cui gli ayatollah
non sanno nemmeno spiegare le modalità dell’uccisione, malgrado le minacce
solenni di vendetta.
In Libano l’organizzazione sciita filoiraniana
degli Hezbollah, in altri tempi una spina nel fianco di Israele, è sulla
difensiva, per i disastri provocati dai suoi governi, su iniziativa delle forze
sunnite e cristiane. In Europa, la rete dei killer iraniani è ovunque
sotto processo dopo le tante morti tra le fila dell’opposizione agli ayatollah.
L’uccisione dell’ing. Fakhrizadeh,
indubbiamente per mano israeliana, anche se non rivendicata, viene spiegata
come un altolà all’amministrazione entrante Biden in America. In particolare al
nuovo segretario di Stato Blinken. A Blinken Nethanyahu imputa la politica di appeasement verso l’Iran del secondo
mandato Obama, nella posizione, allora, di vice-segretario di Stato.
Una nave traghetto è l’ammiraglia iraniana
La “scoperta” che l’ammiraglia della flotta
iraniana è una nave traghetto costruita trent’anni fa in Italia, la Galaxy F
(riadattando un vecchio cargo, Altinia), non turba la Farnesina. La scoperta è
stata fatta dal sito russo Sputnik, con dovizia di particolari.
Galaxy F sembra un nome a effetto, essendo al
sigla dell’ultima linea di cellulari Samsung. Una traghetto ro-ro (roll on-roll off, per il trasporto di
automezzi) con questo nome c’è stata, varata nel 1992 dai cantieri Visentini
sul mare di Rovigo, ma non battente bandiera italiana né armata da italiani.
Del fatto interessa di più la sorgente dell’informativa-denuncia.
Che cioè essa sia arrivata da Mosca. Un segno forse che il rapporto già stretto
fra Russia e Iran, sul nucleare, e sulla
guerra in Siria, si è incrinato. In parallelo, la Russia ha avviato una
concertazione col reame saudita, l’arcinemico degli ayatollah, sulla politica
petrolifera e su quella degli armamenti.
La foto del ponte della nave iraniana, diffusa
da Sputnik, è sembrata peraltro una sorta di fiera degli armamenti disponibili per la
Marina dei pasdaran, razzi e droni. Cioè
un segno di debolezza. Analogamente per l’ipotesi fatta circolare che la Shahid
Rudaki, come l’ex cargo è stato ribattezzato, abbia abbattuto il drone stealth americano Global Hawk nello
stretto di Hormuz il 20 giugno 2019, e\o abbia lanciato i droni che colpirono i
siti petroliferi sauditi (senza peraltro danneggiarli) il 14 settembre dello
stesso anno.
L’horror dell’horror
Un affastellamento di identità,
storie, orrori, attorno agli scomparsi, tanti i bambini – nel 2018 oltre
quindicimila, solo in Italia. Un fenomeno reale, che Carrisi drammatizza sul lato
perversioni.
Si va alla follia, e oltre. Attorno
a due mostri sacri, Dustin Hoffman e Toni Servillo, ma il filo scappa sempre, per
due ore d’immagini tetre, tra personaggi inconcludenti, in luoghi non luoghi, dai
nomi vagamente americani – come il dottor Green, ambigua “specie di dottore”. E
non finisce mai, il contorcimento di budella dura due ore e passa.
Ci sarà un zoscar dei film di serie B, cui Carrisi avrà voluto concorrere. Ma perché farsi pagare per mostrarlo?
Donato Carrisi, L’uomo del labirinto, Sky Cinema
lunedì 30 novembre 2020
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (441)
Giuseppe Leuzzi
È al Sud la
percentuale più alta di non fumatori: il 70 per cento in Basilicata, il 66 in
Calabria, il 63 in Puglia, il 61 in Campania, il 59 in Sicilia. In fatto di prevenzione,
della salute, il meridionale è vigile.
“È la
democrazia”, dice il senatore Nicola Morra a proposito dei calabresi che hanno
votato Jole Santelli, colpevole di essere poi morta: “Ognuno deve essere
responsabile delle proprie scelte: hai sbagliato, nessuno ti deve aiutare, sei
grande e grosso”. Ma anche lui è eletto in Calabria, benché genovese. Che non
abbia tutti i torti.
A “Non è la
D’Urso” su Canale 5 domenica l’ altra Sansonetti, ora direttore del
“Riformista”, un tempo impegnato in Calabria con un paio di giornali sul fronte
della legalità, continua a contestare, come soleva, il giudice antimafia Gratteri,
che accusa di carrierismo e di troppi processi andati a vuoto. Gli contesta
l’arresto del presidente del consiglio regionale Calabria, senza nessuna colpa
specifica o addebito agli atti della sua indagine. Salvini, anche lui in studio da remoto, ne approfitta per fare lo statista e si
proclama difensore di chi combatte le mafie a rischio della vita. Ma si
professa “buon amico” del giudice Gratteri: terminologia equivoca, non lo sa?
Gratteri va da
Fazio e ci scherza sopra. Non si querela mai, e quindi non sta a contestare i
giornalisti. Salottiero, benché sotto scorta da decenni. Gratteri è
autore di best-seller, in tandem con Nicasio, per la Mondadori – il filone
aperto dall’indimenticabile “Gomorra”, prodotto editoriale da due milioni di
copie, solo in Italia (la mafia rende).
Buccini sul
“Corriere della sera”, dovendo ritinteggiare la farsa del commissario alla
Sanità in Calabria, ripesca lo storico De Cesare, che a Ferdinando II,
penultimo re di Napoli, fa trovare “le sue Calabrie”, con sgomento, “divise dal
mondo, separate fra loro da distanze assurde” e, come oggi per la sanità,
“senza alcun conforto della vita civile”. Ma si dimentica che Ferdinando II era
pur sempre il re, anche di quelle Calabrie, di un regno ereditato da molte
generazioni.
Sudismi\sadismi
Klaus Davi si è
trovata la mafia a letto. Non propriamente, forse un semplice carcerato – uno
che aveva abbordato in chat, col quale aveva avuto “molti incontri in albergo”,
a Reggio Calabria, nella piana di Gioia Tauro, sulla Sila, finché a un certo
punto il giovanotto si era cancellato, scomparso. Aveva un tatuaggio, piccolo, un quadrato
coi puntini, ricorda Davi. Che ha poi scoperto essere comune tra i carcerati, ma lui preferisce
dirlo di ‘ndrangheta - tipo i santini del giudice Gratteri. La mafia è componente necessaria anche all’orgasmo? C’era
un dubbio, se tanti non riescono a farne a meno.
Davi dice anche
- da sociologo di massa, non più di massmedia: “L’omosessualità è molto diffusa
nella mafia. Ogni grande famiglia di ‘ndrangheta ha almeno un omosessuale o una
lesbica in casa”. Finalmente una parola chiara, ma a pro della mafia o non
contro? Davi rischia il politicamente scorretto.
Forse,
indirettamente, nel subconscio - nel subconscio dell’analista Davi? - c’è la
nobilitazione della mafia. Le “grandi famiglie”, certo, sono ingorde, di tutto
– una volta si sarebbe detto che si permettono tutti i vizi, ma la gloria è
quella.
Calabria gaudiosa
Eugenio
Gaudio, anatomopatologo di fama, con un impact factor elevatissimo, 75, e
amministratore capace, all’Aquila e alla
Sapienza, che ha retto egregiamente per sei anni, è finito nel ludibrio per
avere detto che rinunciava all’incarico di commissario alla Sanità in Calabria
perché sua moglie non vuole “andare a Catanzaro”. Magari è una battuta, Gaudio non aveva nessuna
voglia di fare il medico dei poveri – aveva avuto una richiesta, non aveva
detto sì. Un understatement naturale
per lui, che è british di educazione
e di modi. Ma siccome lui e la moglie sono calabresi la cosa è stata messa in
ridicolo: tutti hanno riso della moglie, come di una cretina – e di Gaudio
zimbello della moglie, come nelle vecchie vignette di Manzi su “Tempo” illustrato.
Come se Ida Cavalcanti, nata e cresciuta a Cosenza, come il marito, non
esistesse. Non potesse dire: “Non voglio trasferirmi a Catanzaro”. Nemmeno una donna, in epoca di femminismo,
solitamente ciarliero sul ruolo della donna, si è sentita di dover protestare:
perché un marito non dovrebbe considerare la volontà della moglie? La “donna
del Sud”, poi, figurarsi.
La
questione in sé è diversa e semplice, e Gaudio, alla calabrese, l’ha detta: la
Calabria è considerata, dai commissari valtellinesi, campani, emiliani, zona di
confine o coloniale, dove si va qualche giorno l’anno, giusto per scaldare la
poltrona. Anche per 200 mila euro, l’anno, ma questo naturalmente non è elegante
dirlo.
La scoperta di Siracusa
Lunga intervista
in punta di penna di Francesco Merlo sul “Venerdì di Repubblica” dieci giorni
fa con Lucia Azzolina, l’insegnante siracusana ministra delI’Istruzione, la
sola che si batte nel governo, con intelligenza, per tenere aperte le scuole. Cosa
che lo stesso Cts, il comitato tecnico-scientifico da cui il governo si fa
assistere nella pandemia, raccomanda: “Le scuole vanno aperte. O per i ragazzi
sarà un massacro”, va dicendo il presidente del Comitato, Agostino Miozzo. Ma a
vuoto: il governo chiude le scuole per evitare di dover limitare o chiudere la
produzione, il commercio – è la
posizione anche del giornale di Merlo. E questo si capisce, della sorpresa di
Merlo: fa colpo incontrare qualcuno intelligente contrario alle posizioni che
uno deve sostenere. Un po’ insegnante, un po’ Teresa Mannino.
Ma non è solo questo.
Di più c’è il fatto – Merlo lo ripete più volte, segno della sua sorpresa – che
la ministra è di Siracusa. Come dire di origine bassa, “babba” in siciliano –
vuota, insipida, muta. Anche se la città si è fatta in pochi anni uno dei posti
più civili, in Italia e in Europa. Merlo, di Catania (i giorni in cui non è di Parigi),
si vede che da parecchio non ci va, se mai c’è stato. Il più restio a scoprire
il Sud è il meridionale. A scoprirlo al di sotto della patina greve di abomini
e insulti.
È tanto sorpreso,
Merlo, che si dimentica di dire al lettore che la ministra è sostenuta dal Cts.
Il quale ha spiegato più volte che, contro il contagio, basta scaglionare gli
ingressi a scuola, e predisporre mezzi di trasporto aggiuntivi per l’ora di
ingresso e quella di uscita dalle scuole. Bastava, sarebbe bastato. Perché le
scuole, con Azzolina, si sono organizzate, i trasporti no. Cioè i sindaci e il
governo, la politica.
Oicofobia
“Dopo il caso Calabria
esplode il caso Sicilia”. Il ministro della Sanità Speranza manda gli
ispettori a monitorare la sanità in
Sicilia. Non l’ha fatto per Vò né per Lodi, o Alzano, dove il contagio era
diffuso dagli ospedali, lo ha fatto quando finalmente ha potuto farlo in due
regioni del Sud, che invece riescono a contenere disagi e morti. Per consentire
i titoli infamanti? Un finto ingenuo, di Potenza, che si conquista i media col
tasto leghista? È l’oicofobia di Roger Scruton, l’odio dei luoghi d’origine.
Lo stesso è di
Annunziata? Faceva rabbia, fino alla pena, l’intervista sdraiata a “Mezz’ora in
più” su Rai 3 ieri con l’impresentabile Morra, quello dei calabresi bastardi perché hanno votato Jole Santelli. Dopo avergli letto, ammiccando complice, “una
letterina per lei da parte dei vertici…, del vertice aziendale” – una lettera
di scuse per avere escluso lo stesso Morra da una precedente trasmissione di
Rai 3. Si può cercare lo scandalo – si fa per dire: questo Morra chi è, a chi interessa? – ma
non a costo di un minimo di dignità. Anche soltanto di solidarietà femminile.
Per una irpina di De Mita la Calabria sarà terra incognita, l’“Affrica”, il
deserto.
leuzzi@antiit.eu
Dopo il matrimonio c'è un domani
Un formidabile exploit. Di Annette Benning soprattutto,
e del regista-autore William Nicholson, sceneggiatore di film di successo,
drammaturgo, che filma in proprio un suo dramma di vent’anni fa, “Hope Gap”.
Della donna che il matrimonio vive scontato, finché il marito non la lascia, al
trentesimo anno di vita coniugale.
Un dramma senza drammi: niente
Ibsen, un dramma borghese, comune, ovvio, nell’inciampo, nello svolgimento,
nella conclusione. Fra persone ordinarie, seppure con le loro peculiarità, come
è di ognuno. In una relazione di cui niente lasciava presagire la crisi. Ma la
stanchezza è un motivo. Sul presupposto ovvio che “il matrimonio funziona se
entrambi i coniugi vogliono che funzioni”. E tuttavia un dramma speciale. Come
lo è ogni anche minima o consueta o scontata vicenda umana. Ma qui con arte,
con pochi “attrezzi” cinematografici: pochi personaggi, poche scene, poche
ambientazioni, pochi esterni, e sempre gli stessi, le stesse luci e inquadrature.
Sul viso, i tagli, le parole di Benning, eterna giovane amante della poesia,
con la quale si esprime.
Un film parlato, di parole, come
si diceva il teatro di parola, ma in realtà calcolato finemente, nelle immagini,
il taglio, la successione.
La crisi del matrimonio non è un
dramma. O meglio, lo è ma non una dannazione. E può aprire una nuova vita – cambiare
fa bene.
William Nicholson, Le cose che non ti ho detto, Sky Cinema
domenica 29 novembre 2020
Problemi di base - 609
spock
Non sono morali le azioni per amore di sé, p.es. fare l’elemosina – I. Kant?
Solo
il rispetto merita rispetto – I. Kant?
“Solo
abbattendo ogni pretesa dell’amore di sé si conferisce autorità alla legge
morale” – I. Kant?
Meglio
della “morale delle intenzioni” è la morale della “responsabilità”, delle
conseguenze delle nostre azioni - Max Weber?
La
morale dell’uguaglianza non implica la disuguaglianza – sia pure nella forma
della diversità?
Si
tollera se si comprende, o si comprende se si tollera?
Si
comprende anche se non si capisce?
spock@antiit.eu
Nabokov ironico, malinconico, e il fascino della Russia
Un’immersione nel fantastico,
anche quando è realistico, storico, scientifico, entomologico. Per la scrittura
rarefatta che snoda i racconti, eterea, umbratile. Di persone, situazioni,
storie come avvolte o dissolte in una nebbia, di certezze, di sentimenti. Nella
bizzarria – la bizzarria è il segno di Nabokov, il sorprendente, ma con il
coinvolgimento dell’autore, come trasognato. Racconti di sogni, come sogni. Irenici.
Anche nei disastri: “La parola”, il racconto di un esiliato cui una schiera di
angeli mostra un mondo idilliaco sopra una realtà barbarica, è stato scritto
dopo l’assassinio del padre di Nabokov, a Berlino dove i due abitavano - per
mano di due emigrati estremisti che non gli perdonavano di essere stato
segretario alla presidenza del governo Kerensky, del governo provvisorio dopo
la prima rivoluzione, di febbraio (figlio a sua volta di un ministro della
Giustizia dello zar Alessandro II, un ministro riformista).
Molti i racconti di figure
femminili, che più spesso sono la ragazza piena di felicità. Con Berlino e
Parigi, i luoghi dell’emigrazione, e il ricordo costante di Pietroburgo. La
Russia – molta Russia d’antan -
sempre con malinconia, ma vista indefettibilmente con lente ironica. In
“Rumori” l’evocazione nostalgica dell’amore impossibile per la cugina Tatiana
Evghenievna Segelkranz, sposata, tra fughe di Bach, abiti vaporosi, gite in
bici, chiacchiere perse con l’amico artistoide, nel mezzo reca la domanda: “Ma
dov’è questa Sarajevo?” Il racconto del titolo è il matrimonio a trent’anni,
dopo molti rifiuti, di una donna affascinante, naturalmente russa, con uno
sconosciuto incontrato in casa di amici che le chiede di sposarlo.
È la summa dei racconti di
Nabokov, scritti a partire dal 1921, dapprima a Berlino e poi a Parigi, alcuni
ripescati e tradotti dal russo da Dmitri, il figlio dello scrittore, gli altri ritradotti
dall’inglese, come li aveva riscritti lo stesso autore, che li ripubblicò in
quattro raccolte, tra il 1958, dopo il successo di “Lolita”, e il 1976, un anno
prima della morte. Questa, curata da Dmitri, cantante lirico e italianista, li
comprende tutti, una cinquantina, eccetto i tredici pubblicati a parte col
titolo “La Veneziana”. Compreso un inedito, “Natascia”, datato Berlino 1921 e
firmato Vl. Sirine, che compendia Nabokov: le realtà rarefatte, l’emigrazione,
la povertà dignitosa, la solitudine, la morte – ma la morte non turba
l’innocenza.
Molto avviene in treno. A segnare
le distanze, che per un russo sono un fatto, e la casualità, degli incontri,
delle conversazioni, delle considerazioni, delle conoscenze. “In balia del
caso” inscena un russo emigrato che serve come cameriere nel vagone ristorante
di un treno sul quale viaggia la moglie amata, che lui crede dispersa in Unione
Sovietica. Il treno è il mezzo dell’avvicinamento e, di più,
dell’allontanamento. Il luogo di un mondo sradicato: il successo di Nabokv, non
vittimista, e anzi bonario ironista della storia, copre un mondo di fatiche e
sacrifici, anche nei casi, pochi, di riuscita, di rinascita.
Con la percezione acuta della violenza nella Germania di Hitler già
nel 1933: “Il Leonardo”, slang della mala americana per falsario, traduce il
russo “reuccio”, titolo originale del racconto, che mette in scena la violenza
insensata tra coinquilini a Berlino. Con le note dello stesso autore. Altri
racconti, a volte, nei racconti. Di “Favola”, che non rileggeva, dice, dal
1930, traducendolo in inglese scopre che anticipava Lolita: “Lavorando alla
traduzione, ho trasalito incontrando un Humbert un po’ decrepito ma
inconfondibile, che già scortava la sua ninfetta”. In nota a “Terrore” ironizza
su Sartre: “Precedette di almeno una dozzina d’anni ‘La Nausée’ di Sartre, con
cui condivide certe sfumature di pensiero, ma nessuno dei difetti fatali di
quel romanzo”.
L’edizione è arricchita da Dmitri
di una informata prefazione e di altre note esplicative, con ricordi personali
e paterni. Le traduzioni italiane sono dello stesso Dmitri, e di France Pece,
Anna Raffetto, Ugo Tessitore.
Vladimir Nabokov, Una bellezza russa e altri racconti,
Adelphi, pp. 768 € 22
Iscriviti a:
Post (Atom)
