Cerca nel blog

giovedì 10 dicembre 2020

Cronache dell’altro mondo (83)

Il big business (“donatori dalle grandi tasche che hanno fatto fortuna a Wall Street, nella Silicon Valley e in altri potenti settori dell’America finanziaria”, inclusi gli Emirati Arabi Uniti, per una somma tra 1,5 e 3 milioni di dollari – “The Wall Street Journal”) ha finanziato la campagna elettorale di Biden. Attraverso il Cap, Center for Economic Progress. La cui direttrice, Neera Tanden, dirigerà l’Office of Management and Budget – l’amministrazione - alla Casa Bianca. Il direttore dell’Office of Public Engagement  nominato da Biden, il deputato Cedric Richmond, ha esordito assicurando i top manager che essi avranno sempre ascolto alla Casa Bianca, e un rapporto privilegiato.
In vista della proclamazione lunedì a Washington del vincitore al voto presidenziale, la Procura dello Stato del Texas ha aperto un procedimento presso la Corte suprema per frode elettorale: quattro stati, Georgia, Michigan, Pennsylvania e Wisconsin, avrebbero “modificato illegalmente le procedure elettorali”. Trump sostiene che altri 17 Stati hanno sottoscritto il ricorso del Texas, e insiste: “Ho ricevuto centinaia di migliaia di voti in più del mio rivale in tutti gli stati chiave. Tutti i dati raccolti dopo il voto dicono che per me era impossibile perdere se non in un’elezione truccata”.
Chiuse le elezioni presidenziali, il figlio di Biden va sotto processo per reati fiscali – il presidente eletto viene solitamente “azzoppato”. In precedenza  gli affari dubbi di Biden figlio avevano alimentato molti pettegolezzi. E sono costati a Trump un processo di impeachment al Congresso, per aver sollecitato dal presidente ucraino, ascoltato dalla Cia, un’indagine sulla corruzione di Biden figlio in quel Paese – cosa che il presidente ucraino, un comico come Grillo, trovò sconveniente fare. Altri affari chiacchierati Biden figlio ha trattato in Cina.
“Freud considerava l’America «un aborto della civiltà», e Clemenceau «l’unica nazione della storia passata direttamente dalla barbarie
 alla decadenza, senza la fase intermedia di viltà»” – Antonio Monda, “la Repubblica”.

La scoperta di Pompei

La giovane Marcella, figlia di Arrio Diomede, “invisibile agli occhi grossolani”, è sensibile al minimo segno di attenzione: lo sguardo del giovane Ottaviano sulla polvere rappresa degli scavi con le forme del suo giovane seno. “Non si è veramente morti”, gli dice una notte di luna, “che quando non si è più amati”. E viceversa: “Il tuo desiderio mi ha reso la vita, la potente evocazione del tuo cure ha soppresso le distanze che ci separavano”.
Una novella romantica, con molta storia, e cose viste. Un incantesimo, una notte di luna, passeggiando per gli scavi dopo avere assistito nel teatro della città sepolta alla commedia “Casina” di Plauto. Del desiderio, o voglia di vivere, che gli dei non saprebbero conculcare o cancellare. Ma sì nel caso di Marcella, che il padre Arrio, neofita cristiano, condanna col peccato alla dissoluzione.
Un racconto modellato sull’esperienza vissuta da Gautier a Napoli nel 1850 - ne fu espulso per motivi politici - ma di più sui “Souvenirs de Pompéi”, di Nerval, 1845. E su alcuni temi dello stesso Nerval, il poeta narratore visionario che sarà un paio d’anni dopo suicida: la morte delle religioni, l’amore che vince la morte, la conoscenza attraverso le passioni.   
Un racconto del soprannaturale, di Pompei dal vivo. Ma di un mondo, Napoli, il Vesuvio, gli scavi, oggi e ieri, tutto declinato al sublime. Che incanta per la malinconia che suscita. Non per Arria Marcella, ma per il mondo che evoca, compresi i “ciceroni” che vi s’impongono, apprezzato, ammirato, rispettato, e non insolentito come ora usa.

Théophile Gautier, Arria Marcella, Flavius, pp. 64, ill. € 12
Livre de Poche, pp.96, ill. € 2

mercoledì 9 dicembre 2020

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (442)

Giuseppe Leuzzi

Dal 2007 al 2020, calcola “Il Sole 24 Ore”, per i due cicli europei settennali di programmazione delle politiche di coesione sociale, cioè, in Italia, per il Sud, è stata spesa la metà del pacchetto di aiuti disponibili, 89 miliardi invece di 178. È una costante, l’incapacità italiana di avvalersi delle risorse europee – che l’Italia finanzia. Che si suole imputare alle Regioni del Sud. Mentre esse ne sono vittime, di “Roma”.
È vero, però, che al Sud non si ribellano.
 
“Se qui da noi, e in genere al Sud, funzionasse la sanità finirebbero i viaggi della speranza verso altre regioni, e strutture private del Nord dovrebbero chiudere”: “Famiglia Cristiana” sintetizza così medici e operatori sentiti nella sua inchiesta sulla sanità in Calabria. Questo è vero di tutta la sanità, in tutta l’Italia, disegnata dalla riforma Bindi per la privatizzazione surrettizia – a spese del servizio sanitario nazionale, ma delle regioni come la Calabria, certo, in particolare.
Non si capisce altrimenti perché non vengono realizzati gli ospedali da tempo appaltati – uno, a Vibo Valentia, dal neo commissario alla Sanità in Calabria, cinque anni fa.
 
È meridionale prevalentemente, in assoluto e in in rapporto alla popolazione, il fenomeno degli scomparsi - residenti di cui è stata denunciata la sparizione. Dal 1 gennaio 1974, da quando se ne tiene il conto, a fine 2019 sono state denunciate 245 mila scomparse. Su base regionale (i dati disponibili sono di fine 2018, quindi su un totale di circa 230 mila denunce) il fenomeno interessa in primo luogo la Sicilia: 26.635 denuncia su 230 mila. Seguivano il Lazio, con 8.023 casi, la Lombardia, 6.103, la Campania, 4.699, la Calabria, 4.659, e la Puglia, 4.080.
 
Svanisce l’Italia con la memoria
Si gira per Roma come nel vuoto. Un’impressione più forte che in primavera. Anche se c’è più gente. Romani, presumibilmente, incupiti, curvi sul cellulare. In primavera s’incontravano meno persone in giro, ma erano turisti, attardati. Visitatori. Perplessi, ma non scontenti, anzi col sorriso di sempre, della gente che visita Roma – e Firenze, s’immagina, Venezia. È questa presenza che “fa” le nostre città, le città simbolo dell’Italia?
La lettura in contemporanea della “Cerimonia degli addii”, in cui Simone de Beauvoir racconta gli ultimi anni di Sartre, corrobora questa impressione. Nell’orrida serie di decadimenti corporei che colpirono il filosofo, la vacanza d’agosto a Roma – con Capri, una volta, un’altra Venezia, o Firenze – rappresenta sempre una pausa e uno svago: quattro, cinque, sei settimane di felicità.
Non c’è in effetti, a ripensarci, altra immagine dell’Italia che quella del turista: del bello, dell’antico, del decoro - non un paese senza una piazza, una piazza senza una fontana, una fontana senza un putto, o un tritone - e della luce, del colore, perfino della natura – quello che comunemente s’intende per natura, i pini, i cipressi, le ville padronali, le colline, le montagne, le spiagge accoglienti. Era ritornante, negli anni Sessanta, Settanta, negli incontri fra industriali, imprenditori, politici, la messa a fuoco di una immagine Italia modernizzante, tecnologica, innovativa, per poter competere fra i giganti del mercato mondiale - era ancora il tempo di una Italia quinta o quarta potenza economica. Ci resta lo sguardo del turista.
E un incubo ritorna, nel semi-lockdown, dagli anni 1980, che in “Fuori l’Italia dal Sud” si poteva così esternare già nel 1992: “Sempre meno stranieri vengono in Italia. Troppo cara. Troppo sporca. Spiacevolmente disordinata. Vengono sempre meno anche per le città d’arte. E se un giorno non venissero più, perché alla pittura e all’architettura della Pietà di Michelangelo debbono preferirsi i grigi gessi del pietismo nordico? È possibile, il gusto cambia Anche l’asse del mondo sta cambiando, c’è insofferenza verso il Sud e l’Ovest. Del resto, se ha bisogno di serietà, è al Nord pensoso che il Sud deve rivolgersi. I greci antichi già lo sapevano: è tra gli iperborei che Atlante accigliato regge sulle spalle il mondo. La stessa attrattiva della civiltà romana la dobbiamo al culto che le hanno votato gli inglesi e i tedeschi. Agli inglesi, che non hano più soldi per farlo, sono subentrati i francesi. Ora la Germania torna a dare, come già ai tempi di Wagner e di Hitler, segni di disaffezione, tentata dal Nord e dall’Est, Grecia compresa. Domani potrebbero disinteressarsene anche i francesi, e Roma resterebbe una delle tante città del mondo. L’età di mezzo, Comuni e Rinascimento, deve molto a svizzeri, francesi e americani, della piccola parte d’America che sta a nord di New York. Ma gli svizzeri da tempo non se ne occupano più, e l’America è sempre meno New England. L’Italia, insomma, potrebbe scomparire”.
 
La Sicilia abbandonata
Si girava per la Sicilia, negli anni 1980-1990 in solitario. Niente traffico, niente file, niente prenotazioni. Da Capo d’Orlando, la villa dei Piccolo, a Cefalù, a Segesta, a Selinunte, a Tindari, tutto per noi, soli. A Trapani, a Siracusa, a Catania, perfino a Taormina lo spazio era ampio, e l’attenzione delle persone.
Cresciuti con le immagini dei treni delle “svedesi” che arrivavano o partivano, si scopriva un’altra Sicilia. Centinaia di poliziotti, carabinieri, giudici, politici trucidati, con centinaia, forse migliaia, di mafiosi, avevano desertificato l’isola.
La liberazione è avvenuta poi per mano di siciliani coraggiosi, giudici, giurati, polizie, anche mafiosi pentiti, a partire dal maxiprocesso di metà anni 1980. Ma ancora nel 1998, o 1999, si poteva assistere a Catania alla premiazione dell’ex capo della Procura di Palermo Caponnetto in un  Palazzo Municipale chiuso, da cui fuoriuscivano applausi sordi, mentre la piazza era occupata da un centinaio di torve macchine delle autorità e delle scorte, con nugoli d’inquieti, sospettosi, autisti. Ma questa era già l’antimafia.
 
La scoperta della mafia, antipatica
Non ha richiamato grande pubblico il film Rai sul maxiprocesso alla mafia, 1985, che poi stroncò la mafia stessa. Niente al confronto con gli altri film siciliani della Rai, quelli di Montalbano, o della Piovra. Si direbbe che se la mafia non è vincente non attira.
Può essere. Il film di Micciché, “Io, un giudice popolare al processo”, oppone filologicamente un netto “noi e loro”, le tre civilissime giurate donne al processo, tuttora sensate, giuste, e i barbari in gabbia, assassini vilissimi, bruti e brutti, stupidi, non si dice bestioni per non vilipendere le bestie. Con i giudici, Giordano, Grasso, Ayala, come sono i giudici, appassionati di procedure. Senza trionfalismo, insomma, ma con mano corretta, ferrea.
Il pubblico non è avvezzo alla verità della mafia, solo alla terribilità – che è spettacolarità. Perfino Camilleri, lo spregiatore forse massimo della mafia (l’unico scrittore siciliano che non abbia un “suo” mafioso in pregio – la sindrome Robin Hood), la ipostatizza, inaccessibile.
I momenti di verità del film sono numerosi. Delle donne giurate che non hanno paura. Del palazzo-tribunale costruito in pochi mesi. Delle gerarchie mafiose nelle stesse gabbie. Del silenzio che accoglie la testimonianza di Buscetta: è un capo. Mentre Contorno, altro pentito, è contestato: non è un capo. Ma nessuno viene impiccato, o fucilato, non c’è neanche una storia d’amore, come si fa con la mafia?, è quindi non è spettacolare? La mafia non è spettacolare, è un corpo freddo. Brutto anche, sporco.


Napoli

“Era una di quelle giornate felici così comuni a Napoli, dove per il brillare del sole e la trasparenza dell’aria gli oggetti prendono colori che sembrano favolosi al Nord, e sembrano appartenere piuttosto al mondo del sogno che a quello della realtà” - Théophile Gautier, che non era tenero con i luoghi visitati, in “Arria Marcella”: “Chiunque ha visto una volta questa luce d’oro e d’azzurro ne riporta al fondo della sua bruma una incurabile nostalgia”.
“Arria Marcella” è un racconto del 1852 - dopo un viaggio a Napoli del 1850: non molto prima dell’anatema che si abbatterà sulla città, ormai da centosessant’anni.
 
È stata a lungo, Napoli come il Golfo, trademark speciale, del bello e del ricco. “Kississana” è nel racconto “Rumori” di Nabokov (il racconto di un infelice amore dell’autore per una cugina, Tatiana  Evghenievna Segelkranz, bella, colta, snob, e sposata), il nome di “un celebre ristorante frequentato dagli intellettuali”, nei dintorni di San Pietroburgo. 
 
“A Napoli si dice che siano morti ventimila al giorno”. Morti di peste, riporta Daniel Defoe, che pure è uno accurato, ma qui è distratto, in mezza riga, là dove esalta l’organizzazione londinese, nel “Diario dell’anno della peste” a Londra, 1665. Un diario noioso, in versione integrale, tanto è preciso. Ma i si dice corrono sempre allegri.  
 
“Se vi è un paese dove i furti e gli assassinii siano frequenti, questi è Napoli.
“Se vi è un  paese dove i furti e gli assassinii restino impuniti, questi è Napoli”, è l’attacco si A . Dumas, “L’assassinio di rue Saint-Roch” – Dumas raccontava il malaffare di Parigi ma scriveva da Napoli.
 
“Certo il nome di Spaventa è un bel nome per un prefetto di polizia, ma un nome non basta per far paura ai ladri”, è il seguito di Dumas. In effetti. Silvio Spaventa, poi, non era un prefetto di polizia tra i tanti: futuro ministro e senatore, primo hegeliano d’Italia e protoliberale, prozio di Croce, fu ministro di Polizia a Napoli nel governo luogotenenziale, fino cioè all’annessione, nell’inverno 1860-61 – per conto di Cavour, in lite con i garibaldini. Dumas dice che la storia non ferma i ladri, il crollo del regno millenario, Garibaldi, l’Italia. 
 
Giletti su “La 7” mette in scena il contagio in Campania con un’immagine del Vesuvio, su un mare blu che sputa covid. Proteste. Giletti si giustifica: “Il grafico è un meridionale”. In effetti, non c’è nulla per cui protestare, ma il “complesso meridionale” non è solo del Sud.
 
Al referendum  istituzionale del 2 giugno 1946 la circoscrizione Napoli-Caserta votò al 79 per cento per i Savoia. Non male per una dinastia che aveva “invaso” Napoli ottant’anni prima. 

leuzzi@antiit.eu

Quando c’era ancora Natale

Il film di Natale, un anno fa di Ficarra e Picone. Un aneddoto non male, svolto col garbo consueto: Ficarra ladro di professione, di oggetti sacri preferibilmente, e Picone parroco impegnato, con acribia filologica, nel Presepe vivente, sono trasportati per magia nella Palestina di duemila anni fa. Dove la storia viene ricostruita così come avvenne e si dimentica. Assisteranno a molti parti, in cerca del Bambino. E alla rivolta contro Erode Antipa, servo dei Romani. Per ritornare infine al loro tempo su un barcone, sfuggendo alla caccia del re di Giudea.
Un film, inconsapevolmente, della nostalgia.
Valentino Picone-Salvatore Ficarra,
Il primo Natale

martedì 8 dicembre 2020

Ripensare la globalizzazione

Il boom stratosferico delle Borse, nel mezzo di una crisi, senza precedenti che si ricordino, della produzione e del reddito, non è certamente sano, ed è il segnale più macroscopico che il mercato così com’è funziona male. È eccezionalmente selettivo a favore di pochi fortunati: Ed è distruttivo: di reddito, quindi di produzione e consumo, e anche di tecnologia.
Un mercato, si direbbe, autodistruttivo. Per un disegno fallimentare della globalizzazione. Sia per quanto concerne la produzione e il reddito sia per quanto concerne le aspettative (la finanza). Le due crisi, del 2000 e del 2007-2008, e una terza ora temuta, con una frequenza senza precedenti nella storia dei cicli economici, ne sono l’effetto.   
La globalizzazione intesa come delocalizazione verso gli sterminati mercati del lavoro asiatici, del lavoro non protetto, è suicida. Per le economie che delocalizzano e, in seconda battuta, per gli stessi mercati che ne beneficiano.
Una forma di imperialismo della merce si è imposta, a vantaggio di ceti non produttivi - importatori, finanziatori - che la le stesse debolezze dell’imperialismo politico-militare: l’improduttività. Alla sommatoria, certo, di passivi e anche di attivi, ma sempre l’imperialismo è tendenzialmente controproduttivo. Anche ad addobbarlo di disegni di potenza.
La Cina, che sotto la presidenza Xi ha avviato un progetto imperialista, dichiarato, ne comincia a tirare somme negative, in Africa e sulla stessa via della Seta. In entrambi i dispiegamenti: nella spesa ostensiva, e nella borghesia compradora, affaristica, che ne affianca l’espansione e ora non controlla più l’opinione, non se ne cura – con ripercussioni negative sulla parte più solida, tecnologicamente, e più concorrenziale, come la nuovissima telefonia mobile.

Su un mare, minaccioso, di liquidità

Tesla ha superato i 400 dollari di quotazione a Wall Street, e si fa già l’ipotesi di quota 800. Una valutazione che consentirebbe a Musk, il patron di Tesla, di comprarsi senza problemi la Mercedes – anche Volkswagen volendo, non ci fosse la proprietà pubblica. E che dovrebbe essere un richiamo per la liquidità in cerca di collocazione, e invece fa paura.
Il 25 novembre Wall Street (l’indice Dow Jones) ha sfondato quota 30 mila punti (oggi è 30.070). Sarà stato l’ultimo trionfo di Trump, nel 2016 il Dow Jones era poco più della metà, a 18 mila punti. Non è infatti un boom campato sul nulla, come quello che sfociò nella crisi bancaria 2007-2009, con i mutui spazzatura, alla sesta o alla settima ipoteca. In parallelo, e di poco meno, il 50 per cento, è cresciuto nei quattro anni anche il debito pubblico americano, da 18 a 27 mila miliardi – dodici volte il temutissimo debito italiano.
Quello delle Borse – sulla scia di Wall Street, anche se con meno euforia, si muovono le Borse europee e asiatiche – non è un crescita basata sul nulla: ha a fondamento il quantitative easing  delle banche centrali, la creazione illimitata – ha statuito la Federal Reserve americana – di liquidità. Che però ha un fine, e quindi una fine: stimolare la domanda, rianimare i prezzi al livello di galleggiamento del sistema, l’inflazione al 2 per cento. Ma è lo steso una liquidità drogata. Fino a quando?
È anche vero che molte quotazioni sono spropositate. Google a 1.810 dollari, Amazon a 3.133 - con variazione giornaliere di 30 e anche di 40 dollari, quanto basta per farsi una fortuna in poche ore, sapendo o potendo manovrare, ma senza altro senso economico. Sono quotazioni che non hanno base, e quindi come finirà?
La paura è quella del crack dot.com, vent’anni fa. Il 10 marzo 2000 il Nasdaq, il listino a Wall Street delle novità,  aprì al massimo storico, e chiuse con una perdita di 84 punti, l’inizio di una valanga. Amazon crollò da 107 a 7 dollari – Bezos è un mago della capitalizzazione di Borsa, più che della logistica (naturalmente è uscito dal crollo più ricco). Si sgonfiò in poche settimane, drenando le risorse di molti milioni di risparmiatori, il boom delle dot.com, le mille germinazioni della nuova era digitale, pompate a livelli stratosferici - Soru quotava con Tiscali più degli Agnelli - e d’improvviso ridotte a zero o poco più.

Accademia alla Scala

Titolo un po’ dopolavoristico per la non-prima alla Scala alla vigilia dell’Immacolata. Anche la scelta, di un recital di «arie», sapeva di accademia di fine corso. Con poco balletto. Con molti buoni sentimenti - Michela Murgia l’opera ha voluto vendicatrice dei poveri, i servitori e le donne... Le scene di Livermore, i suoi filmati evocativi, sono state l’unica animazione.
Si poteva fare di meglio? Ma Milano non per caso è stata al centro della pandemia. Una prima del lutto – singolare la scena dei fili del telefono, sui quali eravamo abituati a vedere riposare le rondini migranti, sostituite dalle cornacchie.
A risentir le stelle, Teatro alla Scala, Rai 1

lunedì 7 dicembre 2020

Secondi pensieri - 436

zeulig


Amore - Dice bene Lou Salomé, l’amore dura finché ognuno resta se stesso nella coppia, non si adatta, si piega, si uniforma. Ma ci vorrebbe un giardino per questo, e almeno un paio di saloni. Nelle tre stanze le differenze urtano. Tanto più che non c’è più l’osteria al rientro dal lavoro, il biliardo, le chiacchiere con gli amici al bar, attorno a una birra, ma casa e lavoro, lavoro e casa, invariabilmente, accumulando i malumori e non disperdendoli.
L’amore finisce con la rendita urbana.
La coabitazione dovrebbe insegnare a esser senza essere. Un nuovo tipo di umanità. Una sorta di campo di concentramento senza recinzioni né cani lupo. Riscaldato. In muratura solida. Magari col telefono, e un letto con la porta, ma per il resto sempre a urtarsi, in cucina, al gabinetto.
 
Anima
– Non è cambiata dopo l’invenzione di Platone. Che la inventò senza l’aiuto di Socrate (Socrate ne sarebbe stato contento?), anche se la fa spiegare a lui, nel “Fedone”: è la memoria del tempo. All’interlocutore Cebete, il Socrate-Platone risponde: “Tu dici che l’anima è qualcosa di forte e simile al divino, e che essa esisteva già prima che noi fossimo uomini; ma tutto questo proverebbe non già che l’anima è immortale ma solamente che essa ha lunga durata, che è esistita in qualche luogo per un tempo lunghissimo, e che sapeva e faceva molte cose”.
 
Citazione
- Thomas Bernhard, “Perturbamento”, 1967: “Siamo chiusi in un mondo che cita continuamente tutto, rinchiusi in una citazione continua che è il mondo”. E: “In fondo tutto ciò che viene detto è citato”. E in “Correzione”, 1975: “Tutto il resto è correzione della correzione della correzione”.
Parliamo per citazioni, tutto ciò che diciamo è stato detto, infinite volte. Il miracolo è che si possa dire di nuovo, come se non fosse stato detto.
 
Complotto
- Un Grande Complotto non si installa contro una comunità, contro l’opinione, neanche come ipotesi o sospetto.
Tanto vale non elaborarci sopra.
 
Gesù Bambino
- La Madonna col Bambino esposto in braccio, che si veda che è un maschio, è già nelle ceramiche micenee – anche a Cipro. Quindi del secondo millennio a.C..
 
Ideale
– Come antitesi del reale, lo esclude? S’intende comunemente l’ideale come una meta, un gradus ad parnassum della condizione umana verso l’ideale originario, totalizzante, del Bene, il Bello e il Giusto coniugati. Ma è – è anche – l’opposizione del reale, quello che il reale non è, o non può, non vuole, essere. Una forma, per quanto compatta (estrema, totale), vuota.
Funziona come un richiamo per uccelli? Allora falso – un falso reale.
Il cammino del Bene (Bello, Giusto) sarebbe più arduo o più facile (possibile, agevole) senza l’ideale? La stessa pedagogia sarebbe più o meno produttiva senza l’ideale, l’irraggiungibile perfezione? Un metro ci vuole, una misura delle cose.
 
Io so
– Quello di Pasolini forse no, se era persona angelica, ma è l’Io inquisitoriale. Sciascia – che di Pasolini si diceva “fraterno e lontano” – lo ha spiegato: è il procedimento infernale dell’Inquisitore, quello-che-sa-ma-non-ha-le-prove. E imponeva, quello storico, la tortura senza magari essere un sadico - alcuni inquisitori ne soffrivano: per il dovere della verità.
La verità ha molti nemici tra i suoi sostenitori accesi. Tra gli imbroglioni come tra gli sbirri.
 
Morte
– “Niente muore di ciò che ha colpito l’intelligenza” è il Faust di Goethe. Che Gautier, leggendo “Faust” nella traduzione di Nerval, può parafrasare così: “Niente muore, tutto esiste sempre; nessuna forza può annientare ciò che fu una volta”.
Nerval introduce la traduzione, su questo puto, così: “Per lui come per Dio, senza dubbio, niente finisce, o almeno niente si trasforma se non la materia, e i secoli passati si conservano tutti interi  allo stato d’intelligenze e di ombre”.
 
“Ciascuno porta la sua morte in sé, come il frutto il nocciolo”, è Rilke. Una constatazione.
 
San Paolo
– Un santo, si direbbe, da filosofi – da pensatori, Pasolini compreso. Da Heidegger a Agamben, con Carl Schmitt, Taubes, Foucault, Derrida, Badiou, e anche, da ultimo, Vattimo. Da filosofi del Novecento, secolo marciante ma insoddisfatto, che volle riscoprire il sacro.
Si direbbe non il calvo sudaticcio di tanta iconografia, un semita indaffarato, ma il vichingo rossodorato, barba fluente, ricci in abbondanza, del Prado, il San Paolo di Rubens, e molta autorevolezza, un Mosè riflessivo.
 
Parola
– Divise invece di unire? Lo scrittore Houellebecq così la sintonizza nel linguaggio, per esempio, dell’amore: “La parola non ha per vocazione di creare l’amore, ma la divisione e l’odio, la parola separa a misura che si produce”. Paradossalmente, ma non del tutto, nella relazione d’amore: “È male che gli amanti parlino la stessa lingua, è male che possano realmente capirsi, che possano comunicare con le parole”. Mentre “un informe balbettio amoroso, semi-linguistico, parlare alla propria donna o al proprio uomo come si parlerebbe al proprio cane, crea le condizioni di un amore incondizionato e durevole”.
 
Peccato - È una condizione (una colpa) soggettiva. Ci sono leggi e ci sono catechismi, ma è il peccatore che decide cosa è peccato, nella confessione: l’adultero pubblico e anche l’assassino potrebbero sfuggire a questa colpa, nel senso del peccato.
Si è discussa la raccomandazione del papa Bergoglio di non considerare automaticamente peccatori, quindi non ammessi ai sacramenti, nemmeno ai riti, i divorziati. Tra i quali invece, ha ragione il papa, ci possono essere dei buonissimi fedeli.
Preliminare è la confessione, in caso di peccato, cioè il riconoscimento della colpa: è in capo al peccatore decidere se e quando ritenersi in colpa. Il comandamento non è la legge, l’applicazione autonoma, automatica, della legge, con aggravanti e attenuanti. Il confessore giudica il peccato dopo che il peccatore l’ha riconosciuto, in confessione.
Lo stesso che per il divorzio si può arguire della convivenza, anche dello stesso sesso. Ogni proibizione, anche oggettiva, dello stesso diritto canonico, è peccato solo in soggettiva. Il confessore non può dichiararlo autonomamente. Lo stesso il comunicatore – il diacono o il sacerdote che dà l’ostia consacrata: non può escludere dalla comunione, il sacramento più diffuso insieme con la confessione, e il più immediatamente correlato al peccato.


zeulig@antiit.com

L’amore melenso – di genere

Il titolo italiano echeggia la trilogia comica di Ben Stiller e Robert De Niro. Il titolo originale è “The Happiest Season”, le feste di Natale. Ma non è né una commedia né una satira. È un incredibile pasticcio di una figlia confusa sessualmente, che torna in famiglia per le feste di Natale con la fidanzata, quasi moglie, si rimette col suo vecchio ragazzo, e infine sceglie lei. Scandalo. Liti. Riconciliazioni. Nuova vita felici e contenti.
Un soggetto da tempo visto in tanti film italiani, senza drammi e con una buona dose di umorismo. Qui scolastico, sulla morale del coming out, del dichiararsi. Tra gli stereotipi delle vecchie storie di amori contrastati. Non saprebbe essere più melenso.
Clea DuVall, Non ti presento i miei, Sky Cinema

domenica 6 dicembre 2020

Appalti, fisco, abusi (191)

Mustier va via ma non per Mps, il presidente di Unicredit Padoan sente il bisogno di dire a Fubini sul “Corriere della sera”: Cioè: l’operazione Mps si fa, Unicredit se la deve comprare. Ma perché non dirlo? Perché il governo affossa così Unicredit, capitale (azionisti) e redditività.
 
Le assicurazioni aumentano la Rca. Benché abbiano avuto un anno di zero incidenti, o pressappoco, con la circolazione più che dimezzata - vedi i tanti fallimenti del settore autonoleggio, la Hertz, la più grande, per prima. Possono aumentarla nel nome della trasparenza e della chiarezza. Che sembra un controsenso, e lo è. Ma non per l’Ivass, l’Istituto di sorveglianza.
 
Succede all’Ivass come con tutte le altre Autorità di controllo del mercato: che non agiscono a garanzia dell’utente, come dovrebbero, ma delle aziende di settore. Intervengono, quando lo fanno, nell’interesse di un’azienda, ma non del consumo, dell’utenza in generale, per assicurare il miglior bene al miglior costo.
 
La legge sulla trasparenza e chiarezza delle polizze è del 2012. Si è dovuto attendere otto anni per avere il regolamento attuativo. Che non ha posto problemi di stesura – è, a leggerlo, perfino comprensibile. Ma non piaceva alle compagnie assicuratrici. 

La assicurazioni sono un settore con una miriade di soggetti. Tanto è remunerativo. Assicurazione a delinquere è vecchio gioco di parole, ma non uno scherzo – capitalizzare sulla fiducia.

La sparizione della libido occidentale

“Ero capace di essere felice nella solitudine”. Senza più desiderio sessuale – se non l’immagine di una ragazza castana intravista a Al Alquial. Senza più desiderio. Giusto quello di nascondersi, anonimo, in città. Un Mattia Pascal aggiornato – se non che pretende di avere cambiato banca in quindici minuti, e domiciliazioni bancarie in poche mail: in che paradiso? Ma è vero che internet aiuta, non c’è più necessità di un domicilio fisico.
La storia di un deragliamento, minimale, urbano, da pianerottolo. Seguito passo passo, come fosse organizzato, dalla vittima-soggetto della narrazione. Un filo tenue per un reportage in realtà, della Francia, dell’Europa, come è oggi, come Houellebecq la vede. Una volta creata con poco, il ricorso a uno degli antidepressivi oggi in gran spolvero, che inducono l’impotenza, una nicchia, un posto d’osservazione marginale, esterno, comodo, per l’osservatore-soggetto. Non un romanzo - o allora uno come ora usa, di narrazione documentaria.
Houellebecq capitalizza sulle proprie fobie, quelle riconosciute o coltivate, che ne fanno personaggio. Il suo narratore, scorretto per principio, fuma, beve, e procede tematico, per una serie di catilinarie come da scaletta. Il sesso - unico tema ricorrente, in tutti i modi (obbligato in Francia il successo vent’anni fa di Catherine Millet, già direttrice della Biennale d’arte di Parigi, con il racconto illustrato della sua vita sessuale di gruppo). La fine delle albicocche del Roussillon o dei formaggi di Normandia. Gli amori, uno a uno, storie di quello che è stato o avrebbe potuto essere. Il governo nazionale delle cose inesistente, quello europeo impotente. La “libertà di fumo” anch’essa è ritornante, contro “l’oppressione legale”. Una lunga serie di arrabbiature le prende da Cioran, dai pensieri di Cioran, dando loro forma narrativa: sul peccato, il futuro, gli ogm, il porno, le donne, i nerd. Da “perdente, quarantenne”. Contro Blanchot, la scrittura inedibile, e contro Laurent Bafie (Binet?), la scrittura facile.
Sempre felicemente scorretto, ma meno spiritoso. Da femminista antifemminista – qui sa di resa dei conti, anche cattiva: le uniche donne che salva sono le puttane, per la “generosità”. Da bio antibio. Da (sartriano) razzista antirazzista – disprezza le “identità”, quelle degli altri, dall’Olanda al Giappone, dal ministeriale al trafficante, dal cattolico al buddista, mentre lamenta la sparizione della Francia, dell’Europa. Da consumatore anticonsumista. Da antifranchista, perfino, franchista: il deragliamento inizia col genio di Franco, che ha creato i paradores – il restauro e riutilizzo degli edifici storici – per i turisti di lusso, e gli apiari di Benidorm e Torremolinos come seconde case per i macellai del Nord Europa. Dopo la Francia governata dal mussulmano, “Sottomissione”, la Francia - l’Europa - dei formaggi e le albicocche impossibili, come degli amori, scaduti a youporn. Una lettura che deve avere stancato i recensori – o Houellebecq è antipatico, essendo scorretto? – poiché nessuna lettura collima.
L’impotenza come una metafora della Francia, dell’Europa, dell’Occidente. Lo sguardo critico è di uno che si è voluto impotente e si è cancellato alla società, se non all’anagrafe. Giusto un amico torna a incontrare, di gioventù: un nobile che vuole preservare l’allevamento e l’agricoltura biologici, e per questo viene abbandonato dalla moglie e spogliato da banche e creditori, da cui il narratore si fa insegnare, sempre depresso ma d’un tratto volitivo, a sparare. C’è anche questo, una sorta di raptus trumpiano. In parallelo con un curioso straparlare – curioso per un autore solitamente controllato, misurato. E molto alcol, oltre che sesso, in ogni piega, fino al vecchio pastis. Un racconto forse da disappetente, più che da depresso.
Il tema non è semplice: è “la sparizione della libido occidentale”. Sotto il “catenaccio ideologico” della mondializzazione. E il personaggio non è antipatico, benché ci ripensi per quattrocento pagine. È contro le “dittature legali” – niente fumo, limiti di velocità “ridicoli”, 120 km\h, che sull’autostrada piatta e diritta inducono il sonno. Per il “turismo di charme”, con frigorifero fornito. Contro Daikichi Amano, il fotografo lutulento. Ma coltiva la bravura. Per liberarsi dalla compagna giapponese, che ha invitato da Parigi sulla Costa Brava in una colonia naturistica, scrive una frase di tre pagine. Bissata, a seguire, da due pagine per Franco, l’inno alla gloria – ironico ma non del tutto. 
Un Houellebecq sempre più identitario. Che annienta alla fine Proust e Thomas Mann, i giganti del secolo – il suo, il Novecento. Solo salvando Conan Doyle…: il più leggibile – page turner - “senza dubbio il migliore della storia letteraria mondiale”, ma “soprattuyto un animo nobile, di cuore sincero e buono”.   
Michel Houellebecq,
Michel Houellebecq, Serotonina, La Nave di Teseo, p. 332 € 19

sabato 5 dicembre 2020

Letture - 141

letterautore

Casinò – Figlio del caos? L’etimologia è incerta, anche perché ritorna, per questo accentato, dal francese. Ma la più probabile lo collega a “Casina”, una delle commedie riconosciute di Plauto, della ragazza “figlia del caso” – una commedia che sarebbe stata ispirata dal greco Difilo, da una commedia che aveva a protagonista Casina e si intitolava “L’estrazione a sorte”.
 
Classico
– È  romantico, Proust, “Journées de lecture”, 71: “La preferenza dei grandi scrittori va ai libri degli antichi. Quegli stessi che sembrarono ai loro contemporanei i più «romantici» non leggevano che i classici”. Perché il pubblico è romantico, lo scrittore è classico: “Si potrebbe quasi arrivare a dire, rinnovando forse, con questa interpretazione d’altronde tutta parziale, la vecchia distinzione tra classici e romantici, che sono i pubblici (i pubblici intelligenti, beninteso) che sono romantici, mentre i maestri (anche i maestri detti romantici, i maestri preferiti dai pubblici romantici) son classici”. Il fascino è classico, anche, l’antico.

Freud – Il “guignol austriaco, - M. Houellebecq, “Serotonina”.

Glaciazioni – Storia vecchia, non sole geologicamente – e immodificabile: “Tutta la storia umana s’è svolta nell’intervallo tra due glaciazioni che ora sta per finire”, scriveva Calvino nel 1975 come promozione per una ditta giapponese di whisky (poi pubblicata sul “Corriere della sera” come “La glaciazione”, e ripreso in volume in “Prima che tu dica «Pronto»”),  prima del “buco nell’ozono”.
 
Govoni – Lo ricordano due lettori sul “Robinson”, che pubblica le loro lettere, chiamandolo Carlo. Nessuno legge “Robinson”, o le lettere. Giusto sfogliarlo?
 
Lettura - “Si vuole sempre un po’ uscire da sé, viaggiare, quando si legge”, Proust, “Journées de lecture”,74
 
Morte – Meglio non essere nati, meglio la morte che la vita, etc., tutto l’armamentario schopenhaueriano, “le forse venti citazioni in fila” del “Mondo come rappresentazione e come volontà”, dapprima Proust sceneggia -  “riassumo naturalmente le citazioni” – nelle “Giornate di lettura”, da Voltaire a Byron, Erodoto, eccetera, come Schopenhauer li ha citati, collegandoli agli “Aforismi sulla saggezza della vita”, opera evidentemente compilativa, dice sempre Proust, di cui “Schopenhauer può dire il più seriosamente del mondo”: ‘Compilare non è il mio genere’”. Salvo poi concludere per sé, subito dopo, in relazione all’amicizia, “poiché non siamo tutti, tutti i viventi, che dei morti ancora non entrati in funzione”, etc. etc.
 
Nietzsche – È declinato in “l” da Cavino nel “Piccolo sillabario illustrato”, “l” da Lou Salomé – in un’ottima sintesi del rapporto-non rapporto tra i due. “Nei suoi inquieti amori con Nietzsche, Lou Salomé avrebbe ben voluto provocare nell’amico una levitazione non solo spirituale ma anche fisica”, Nietzsche le rispondeva che poteva levitare solo con la mente. Da qui la successione delle cinque vocali che Calvino immagina della lettera “L”: “L’ale li l’ho, Lou!” Lambiccato ma il senso è quello.
 
Occidente – “L’Occidente allo stadio orale” ripercorre  Houellebecq, “Serotonina”.
 
Padre – Resta sempre in ombra, semisconosciuto?  È tutto per David Livermore, il regista della Scala, che parlando con Iolanda Barrera, su “L’Economia”, attribuisce tutto il talento e tutto quanto ha fatto al padre: “Volevo fare qualcosa che rendesse felice il mio babbo: amava l’opera e desideravo che la persona che amavo di più sulla terra fosse fiero di me”. Un padre, però, che tiene nascosto e quasi segreto – sarà stato un signore inglese, a giudicare dal nome, ma altro?
 
Poesia – Si vuole giovane? Pasolini è morto di 53 anni, Baudelaire di 46 – alla stessa età Nerval si è impiccato. Leopardi di 41 anni, Campana di 47.
Moltissimi i russi morti presto: Griboëdov di trentaquattro anni, Puškin di trentasette, Lermontov, che trovò pure il tempo per valorose campagne nell’esercito, di ventisette.  Nel Novecento Chlebnikov è morto di trentasette anni, di vagabondaggio e miseria, Gumilëv di trentacinque, di piombo rivoluzionario, Blok di quarantuno, di toska, la fatica di vivere, ubriachezza e amori infelici, Esenin e Majakovskij, i due vitalisti suicidi, di trenta e trentasette, Mandel’štam di quarantasette, ai lavori forzati nel ghiaccio.
Trentasette potrebbe ritenersi l’età fatidica, segnata da Puškin e Majakovskij, dieci più dei poeti del secondo Novecento. Attorno al 1970 – o al mitico Sesantotto – morivano i poeti in musica di ventisette anni: Tomi Morrison, Jimi Hendrix, Janis Joplin, Brian Jones - Tenco di 29. Esistenze già piene, di poesia, e di sesso, droga e depressione. Reincarnazioni di Freud, si direbbero - o sue vittime: della sessualità serpentesca, da animale a sangue freddo. O è l’artista che presto non ha più nulla da dire – il manager che fa un’ultima puntata sulla morte? O erano i figli della guerra, che avendo vissuto in pace non reggevano la paura? Un tempo si moriva di trentatré, a partire da Alessandro Magno, poi l’età per questo tipo di sparizioni è calata. Sono i numeri che reggono il mondo? E chi li calcola con tanta stolida arguzia?
 
Tedeschi-ebrei – Sebald, “Storia naturale della distruzione”, nell’edizione originaria in inglese ha un saggio su Améry e uno su Peter Weiss. Due scrittori tedeschi che si sono scoperti all’improvviso non tedeschi – è il tema di Hannah Arendt – per le leggi di Norimberga. Con padri o madri, loro come tanti, ormai cristiani, qualcuno da tempo. E hanno avuto, hanno mentre scrivono, difficoltà a capirsi diversi. Weiss dà spesso nei drammi nomi di ebrei a figure di tedeschi-tedeschi – persecutori, torturatori, carcerieri. Ogni tanto congratulandosi. Weiss scrive nel diario nel 1964: “Quanto sono contento di non essere tedesco”. Ma nel poema dantesco “Die Ermittlung”, un inferno in 33 canti, dà nomi ebrei perfino a assistenti al genocidio, come a comprenderli nella Colpa – Per “un senso soggettivo di coinvolgimento personale nel genocidio” (Sebald, “On the natural History of Destruction”, 189), seppure “nevrotico”.
 
Yiddish – Per Manldel’stam (“Il rumore del tempo”, 1925, p. 33), “lingua melodiosa, interrogativa, sempre stupefatta e delusa, con accenti marcati sui semitoni”. Stupefatta dunque, ancora poco prima dell’Olocausto: gli ebrei si sorprendono a essere tedeschi.

letterautore@antiit.eu

Feste tristi per Montalbano

Due Capodanni di Montalbano, naturalmente solo, in lite con le feste – tratti da “Un mese con Montalbano” e “Gli arancini di Montalbano”. Due prove che senza la Sicilia non c’è “Montalbano”, non c’è Camilleri.
Il whodunnit alla Poirot di “Capodanno”, chi è stato, è poca cosa - poco lussureggiante nella ambientazione, cervellotico nello schema assassino. Lo “sfunnapedi” di “Gli arancini di Montalbano”, il tranello, che il commissario si inventa, per potersi mangiare indisturbato gli arancini di Adelina, la “cammarera”, è perfino irritante.
Entrambi i racconti, recuperati in due dei film tratti dai Montalbano, invece funzionano: “Gli arancini di Montalbano”, il secondo o terzo film di Sironi, l’inventore del Montalbano al cinema, e dieci anni dopo il secondo della serie “il Giovane Montalbano” di Tavarelli – che ricalca, in economia, quello di Sironi. E allora? C’è, anche, un Montalbano al cinema, di Sironi?
Andrea Camilleri, Capodanno, la Repubblica, pp. 47, gratuito col quotidiano

venerdì 4 dicembre 2020

Ombre - 540

Parte il “cashback” a dicembre? Quando? Sarebbe semplice dirlo, ma non si sa - forse per l’Immacolata. Come ci si iscrive al programma “cashback”?  Che non è semplice – nemmeno per i “nativi digitali”. Sono tutti i caffè, i commerci, i siti online (i siti online, dove i pagamenti si fanno solo per carte di credito, non possono concorrere) pronti a gestire un sistema di pagamenti radicalmente nuovo? Il fatto più rilevante per le abitudini nazionali prende poco o niente spazio, rispetto a Conte e Di Maio, e Salvini. L’informazione non vuol essere informazione.
 
Azionisti Unicredit da tanto a niente: dai dividendi solidi, con buy back di rinforzo al titolo, all’acquisizione forzosa del Monte dei Paschi. Tutto in pochi minuti, nella disattenzione. Come se niente fosse, l’avvelenamento della prima o seconda più grande banca italiana con l’iniezione di Mps.
 
Si liquida Unicredit con la regia del Tesoro. Solidamente in mano al Pd, a Gualtieri con l’impavido Padoan. Non si può dire nemmeno un maleficio del malefico Grillo. Ma nemmeno del fu partito dell’“abbiamo una banca”. No, è il solido vecchio partito del potere, del comandare è meglio che godere. Dei vecchi, confessionali, Dc tournés  Democrat: un altro Andreotti, vicepresidente, con le fondazioni ex casse di risparmio venete e torinese – e con la Banca d’Italia? S’innesca una crisi di proporzioni incalcolabili. Ma come non detto.
 
“Siamo nell’unica regione al mondo che destina il 70 per cento del suo bilancio alla Sanità, con risultati fallimentari”. E: “Quando ho visto che girava la candidatura di Rosy Bindi (a commissario alla Sanità in Calabria, n.d.r.) mi sono messo le mani nei capelli: da lei è iniziato lo slittamento verso il privato”. La tragedia – della Calabria da un quindicennio e dell’Italia nel contagio - è tutta qui. Ci volevano un senza patria come Gino Strada e un cronista non corretto come Smorto per dire queste semplice verità, su “la Repubblica”.
 
La privatizzazione della sanità, opera della sinistra Dc, a favore delle assicurazioni, e dei “compagnucci della parrocchietta” delle cliniche, ha portato alla catastrofe, che Strada sintetizza efficace: “Il pubblico ha perso, i servizi sanitari sono stati depauperati, chiusi gli ospedali, tagliato l’organico. E gli stessi medici si sono trasformati in imprenditori di se stessi, all’interno degli ospedali”.
 
Le ricchezze dei ricchi si moltiplicano da qualche tempo per effetto del basso costo del denaro, che alimenta i boom di Borsa, e di conseguenza gli attivi finanziari. Non è questo il problema della disuguaglianza, spiega Alberto Mingardi, il direttore dell’Istituto Bruno Leoni,  su “L’Economia”: il problema è la “distruzione di competenze, socialità e formazione” per effetto del lockdown – che ormai, si può aggiungere, prenderà un ano, almeno uno. Gli effetti sono pesanti sull’apprendimento, e sul lavoro: “Il Covid ha aperto una voragine fra coloro che hanno un reddito garantito, in larga misura perché lavorano per lo Stato, e tutti gli altri”. Come tra chi ha una famiglia che supplisce alla scuola, e chi non ce l’ha. Che ha perso un anno, e gli stimoli. Ma di questo non si parla.
 
“Non abbiamo mai fatto tagli al personale”, spiega a “L’Economia” il ceo di Crédit Agricole in Italia, Giampiero Maioli. Che vanta: “Sì, dopo 15 acquisizioni siamo italiani”. Quindici acquisizioni senza licenziare nessuno – anzi con “assunzioni giovanili, skill digitali e tecnologiche”. Forse i francesi governano in Italia perché ci sanno – le banche in Italia sopravvivono eliminando personale.

La scoperta della mafia

Finalmente un film vero sulla mafia. Sulla barbarie, la stupidità, la bassezza della mafia in Sicilia negli ultimi trent’anni del Novecento. Un film documentario, con pochi fronzoli sulle sceneggiate di contorno, ma potente, per montaggio, e immagini e audio d’epoca. Con le testimonianze dal vivo delle giudici popolari che Angela Finocchiaro riassume nel docufilm: Teresa Cerniglia, Maddalena Cucchiara, Francesca Vitale – più Mario Lombardo, uno dei giurati. E i giudici del processo, Giordano, Grasso e Ayala.
Un film vero perché centrato finalmente sul “noi e loro”, com’è giusto, di siciliani che giudicano e condannano, inorriditi, altri siciliani. Per il diritto, e per rendere giustizia alle centinaia di servitori dello Stato trucidati, alle migliaia di mafiosi (e non mafiosi) vittime della mafia. Dei terribili anni 1970-1980.
Un capolavoro. Che pochi hanno visto. Poco promosso, è vero, ma le cifre della audience sono misere: 3,4 milioni di spettatori– che si penserebbero molti ma non per Rai 1: sono un terzo degli spettatori di un Montalbano sulla stessa rete. Non piace la mafia così com’è, trucida – è la colpa dell’antimafia, che l’ha magnificata.
Francesco Micciché, Io, un giudice popolare al maxiprocesso, Rai 1

giovedì 3 dicembre 2020

Il mondo com'è (416)

astolfo

Disgelo – Non fu sempre guerra, seppure fredda, nella guerra fredda. Alla morte di Stalin a Mosca, il 5 marzo del 1953, seguì un periodo detto in russo del “disgelo” – da titolo di una romanzo di Ilya Ehrenrburg, del 1954. L’ala dura del partito Comunista sovietico, capitanata dal capo dei servizi segreti Beria, fu presto sconfitta: a luglio Beria è in disgrazia, la polizia segreta sottomessa al partito, e il capo del governo, Malenkov, e del partito, Krusciov, annunciano un nuovo indirizzo: più beni di consumo, prezzi remunerativi ai produttori agricoli, soppressione dei campi di lavoro  forzato, amnistia politica. Un gruppo di riforme che sarà ribattezzato col titolo del romanzo di Ilya Ehrenburg allora in uscita, “Il disgelo”. Mentre si fanno contestare nella stampa di partito gli abusi di potere autoritario e le spese di prestigio. E si lasciano circolare voci sull’impreparazione sovietica a fronte della minaccia hitleriana, ridimensionando Stalin nel suo titolo di maggior gloria, la sconfitta di Hitler. Si riaprirono i contatti con gli Stati Uniti e i primi colloqui furono avviati a Ginevra in vista di accordi di disarmo bilaterale. Si conclude con un armistizio la guerra di Corea. Mosca partecipa alla conferenze internazionali sulla Germania e sull’Indocina. Abbandona le pretese su Porkkala (Finlandia) e Port Arthur (Cina). Smobilita un milione 200 mila soldati.
Il XXmo congresso del Pcus, quello della denuncia dello stalinismo, lancia la strategia della coesistenza pacifica: competizione economica con l’Occidente e sostengo sempre alle guerre di liberazione, ma la guerra mondiale non è più in agenda. 
Un periodo breve, che verrà alimentato dalle voci sul rapporto di Krusciov al Pcus contro lo stalinismo, e porterà nel 1964 all’accordo per il bando degli esperimenti nucleari. Ma si è già chiuso politicamente nel 1956, con la repressione in Polonia, dopo i fatti di Poznan a giugno (l’insurrezione operaia è repressa dalle truppe sovietiche), e con l’invasione a ottobre dell’Ungheria, contro la rivolta popolare.

Italo Calvino lo ricorda, ma in chiave si direbbe contemporanea, di un dissidio con l’egemonismo cinese - nella “Nota 1979” al racconto che aveva scritto nel 1957, “La gran bonaccia delle Antille”, sullo stallo in Italia tra Democrazia Cristiana e partito Comunista. Crede di ricordare “la prospettiva di una guerra atomica che proprio allora divideva i sovietici, che la presentavano come la fine della civiltà, dai cinesi che tendevano a minimizzare i pericoli”.
 
Scomparsi
- Gli scomparsi sono tanti, in ogni paese, persone di cui all’improvviso non si sa più nulla. Sono stati 245 mila in Italia negli anni dal 1974, da quando se ne tiene il conto, fino al 31 dicembre 2019. Rintracciate solo per due terzi. E vanno ad aumentare, per effetto dell’immigrazione ma non solo. Nel 2018 sono stati quasi 5 mila, con un aumento del 16 percento – in Francia 13 mila. Nel 2019 oltre quindicimila - 15.044 (di queste ne sono state ritrovate i due terzi, 9.846 – di cui 227 prive di vita).
Per classi di età, il maggior numero sono minori. Soprattutto dei centri di accoglienza per immigrati. Nel 2019 le denunce di scomparsa di minori sono state  8.331, il doppio del 2018. In 2.955 casi i minori scomparsi sono stati italiani, per 5.376 stranieri. Dall’1 gennaio 1974 al 31 marzo 2019 il numero dei minori scomparsi censito dal ministero dell’Interno era di 122.208, per un terzo ancora da ricercare, 42.044. Un caso a settimana, in media, in Italia riguarda bambini sottratti per liti familiari e finiti in Stati esteri. Ma questo aspetto del fenomeno è legato soprattutto allo sfruttamento dei minori, per lavoro illegale, accattonaggio, prostituzione. Il numero dei bambini che ogni anno scompaiono nel mondo è attorno al milione
In Italia il fenomeno si è accresciuto soprattutto con l’immigrazione. Dei 61.036 residenti in Italia  che al 31 dicembre 2019 risultavano ancora da rintracciare, erano italiani poco meno di un sesto, 9.959. I cinque sesti erano stranieri, esattamente 51.077. È su questa quota di sparizioni che è molto forte l’incidenza dei minori: erano 41.848 a fine 2019, i quattro quinti del totale degli immigrati mancanti all’appello.
Dei 15.044 residenti di cui è stata denunciata nel 2019 la scomparsa, più delle metà erano italiani, 7.905 (gli stranieri sono stati di meno, 7.109) Le donne scomparse sono state 4.776. I minori molto più della metà del totale, 8.331.
Su base regionale (i dati disponibili sono di fine 2018) il fenomeno interessa in primo luogo la Sicilia: 26.635 denunce - sul totale (1974-2018) di 229.687. Seguivano il Lazio, con 8.023 casi, la Lombardia, 6.103, la Campania, 4.699, la Calabria, 4.659, e la Puglia (4.080.
 
Tedeschi-ebrei – In quarantamila sono tornati a Berlino. Da Israele, non da un qualsiasi ghetto orientale. Qualcuno a titolo di risarcimento, o così dice, “ci riprendiamo un po’ di quello che ci hanno tolto”, in realtà perché in Germania si ritrovano, non hanno mai smesso di essere tedeschi. A lungo in Israele, a Tel Aviv ma anche a Gerusalemme, la lingua franca è stata il tedesco, puro o nella forma yiddish.
È più di un paradosso, che degli ebrei si vogliano tedeschi. E ancora di più il viceversa, dei tedeschi ebrei, in petto, seppure recalcitranti e maneschi. È ebrea la cosa più simpatica della Germania, il Maggiolino Volkswagen. Era di Josef Ganz la Standard Superior del 1933, pubblicizzata come “deutsche Volkswagen”, e come tale spiegata a Hitler al Salone dell’Auto di Berlino in primavera, macchina popolare. Nel nome in codice, Maikäfer, maggiolino, e in alcune componenti poi decisive per il successo: telaio a tubo centrale, motore posteriore orizzontale, assali oscillanti, sospensioni indipendenti. Ganz era ebreo. Volkswagen riconoscerà il debito nel 1961, quando era incalzata in tribunale in una causa plurimiliardaria dal vecchio costruttore Tatra, per dodici brevetti rubati alla Tatra 11, la prima utilitaria tedesca. Cercò Ganz, lo trovò in Australia malato di cuore, effetto di una cronica sindrome maniaco-depressiva, e gli chiese di certificare il suo contributo originale al Maggiolino. Ganz testimoniò, gratis, ebbe solo una decorazione di Prima classe per servizi resi alla Repubblica tedesca, il Bundesverdienstkreuz I. Klasse des Verdiestordes der Bundesrepublik Deutschland, e morì contento.
Il Novembre Rosso, col licenziamento del kaiser e la proclamazione della repubblica, delle repubbliche, alla fine della Grande Guerra, furono opera di ebrei. L’agitazione e la lega di Spartaco ebbero in primo piano Rosa Luxemburg, Leo Logisches, Paul Levi.  Preminente la presenza ebraica nella repubblica socialista presieduta da Kurt Esiner, che il 7 novembre 1918 a Monaco aveva liquidato i regnanti di Baviera – prodromo alla cacciata del kaiser. E quando, il 6 aprile 1919, dopo l’assassinio di Eisner, fu proclama la Repubblica dei Consigli, erano ebrei i membri più influenti: Erich Mühsam, Ernst Toller, Frida Rubiner, Tobias Akselrod, Gustav Landauer, Ernst Niekisch. Così pure Eugen Levine-Nissen, il capo degli spartachisti che subentrarono agli anarchici.

astolfo@antiit.eu

Un paese attorno al Gianicolo

Un album di foto dei residenti, dei padri, i nonni, del quartiere come cominciò a formarsi, dalle ville fuori porta, che furono la scena, attorno al Gianicolo, della fine della Repubblica Romana, nel 1849. Il secondo di una serie, iniziata, sempre a Roma, col Salario, per riacquistare alla città la dimensione paese, nell’ambito del quartiere – siamo alla nuova questione identitaria, ma Roma è sempre stata una città di quartieri, ognuno con una propria fisionoma. Una dimensione urbana fatta di conoscenze, punti di riferimento comuni, valori condivisi. Illustrata dai nomi importanti ”. Qui soprattutto scrittori, Gadda, Pasolini, Caproni, Elsa Morante – dimenticati stranamente i Bertolucci – e da Escher (trascurati i musicisti, Morricone, Piovani). E dai personaggi comuni, negozianti, artigiani, professionisti, che per un qualche motivo si ricordano, l’anzianità, la cordialità.  
Le immagini familiari sono mescolate con quelle tratte dagli archivi pubblici. Con pochi contributi scritti, ma bastanti a delineare una fisonomia. Di Paolo Masini, ex assessore alla Cultura in circoscrizione e in Campidoglio, che attivò l’archivio storico culturale del Municipio, e presiede il Rome Best Practices Award. Di Simona Marchini con le memorie familiari. Dello scrittore Emanuele De Luca, che per molti anni editò il mensile di quartiere “Quattro passi”. E una serie di aneddoti e figure evocati da Sara Fabrizi e Martina Gatti. Carlo Picozza ricostruisce la “ferita aperta” del Forlanini, il grande ospedale, venti ettari, da venti anni abbandonato – e questa è la storia di Roma città – Roma capitale?
Una realizzazione Typimedia, la società di Luigi Carletti e Edoardo Fedele, che ha avviato a Roma il progetto “Community”; custodire, e in fondo creare, una pratica di vita d’insieme, di quartiere,
Com’eravamo: Monteverde 1849-1950
, Communitybook, pp. 213, il. € 14,90
 

mercoledì 2 dicembre 2020

Il salto nel buio - lo strano caso di Unicredit

Si  dice che i grandi azionisti Unicredit erano scontenti del pay-back, non sufficientemente remunerativo, a partire dalla quotazione in Borsa. Perché, la quotazione dopo Mustier è migliorata – ha perso il 5 per cento il primo giorno, l’8 il secondo? Non volevano, si dice, fanno dire, una presenza più marcata in Germania. Che è la ragion per le quale, spiega Mediobanca, le banche francesi guardano a Unicredit come preda, per entrare nel mercato tedesco. Volevano, si dice anche, dividendi più sostanziosi, e ora non avranno nulla, nemmeno uno di consolazione. Mentre erano al sicuro dalle rischiose avventure M&A, fusioni e acquisizioni, tipo il Monte dei Paschi di  Siena, e ora vi saranno costretti.
La vicenda sembra insensata, ma evidentemente non lo è. Gli azionisti passano da una banca prospera, con l’annuncio di dividendi, e di un solido buy-back, al nulla – all’ipotesi che Unicredit sia vittima di una banca francese. Qual è la ratio  di questo “imbroglio”? L’unica spiegazione è politica, la “vecchia politica” che non si peritava di distruggere pur di comandare. Qui rappresentata dal dominus  dell’operazione, il vice-presidente Lamberto Andreotti, il figlio, per conto delle fondazioni ex casse di risparmio che lo hanno nominato, il quale ha portato dentro Padoan, l’ex ministro del Tesoro di Renzi. Non è bastata, si vede, la rovina di Mps, quella delle banche venete, quella di banca Etruria, Marche, Chieti e Ferrara.

Appalti, fisco, abusi (190)

A  Roma lo straordinario notturno dei Vigili Urbani scatta alle 16.
A Roma è giorno dalle 8 alle 16, poi è notte fonda?
 
Due crolli e mezzo di Unicredit in Borsa per l’allontanamento dell’ad Mustier domenica, senza una discussione preliminare e senza un sostituto. Difficile non vederci una speculazione al ribasso sul titolo. E già si parla di un “cavaliere bianco” che verrebbe dalla Francia a salvare Unicredit. Ma Unicredit non è – era – la migliore banca in Italia, insomma la seconda migliore?
 
Si è proceduto all’allontanamento di Mustier dopo l’ingresso in banca di Padoan, l’ex ministro del Tesoro. Portato dal responsabile nomine per conto del consiglio d’amministrazione, il vice-presidente Lamberto Andreotti (figlio, sì). Per conto delle fondazioni delle ex casse di risparmio torinese e venete. Il vecchio mondo Dc ora Pd. Che ha guastato le banche venete, al fallimento, il Monte dei Paschi di Siena, e le banche tosco-umbro-marchigiane minori. Ora ci prova con Unicredit? Senza difese?
 
Enel fattura 450 kWh mensili per 100 euro – tutto compreso: abbonamento Rai, oneri di sistema, trasporto, accise e iva. Ora propone 200 kWh mensili per 50 euro, come promozione speciale, eccezionale, solo per un anno. L’offerta, cioè, costa più del servizio ordinario.

Il signor Nessuno

“Era il rovescio di ogni cosa che m’incuriosiva, il rovescio delle case, il rovescio dei giardini, il rovescio delle strade, il rovescio delle città, il rovescio dei televisori, il rovescio delle lavastoviglie, il rovescio del mare, il rovescio della luna”. Ancora nel 1978, mentre cogitava  questo “Palomar”, forse lo stava scrivendo, Calvino immaginava un “Fulgenzio” che la sua giovinezza vede così (“Lo specchio, il bersaglio”,  sul “Corriere della sera” 14 dicembre 1978, ora in “Prima che tu dica «Pronto»”). Insoddisfatto: “Ma quando riuscivo a raggiungere il rovescio, capivo che quello che cercavo io era il rovescio del rovescio, anzi il rovescio del rovescio del rovescio, no; il rovescio del rovescio del rovescio….”.
Questo è quello che fa il signor Palomar. In spiaggia d’estate guarda e indaga le onde e il topless, fa la “nuotata serale”, perplesso, forse stanco, trova nel giardino di casa lo strombazzare degli uccelli, specie il “fischio del merlo”, con qualche fastidio (“ma i dialoghi umani sono qualcosa di diverso?”), strappa le erbacce, osserva i tre “pianeti esterni” per una notte visibili tutt’e tre insieme, Marte, Saturno e Giove. Poi si sposta in città. A Roma combatte i piccioni, “lumen-pennuti”, “progenie degenerata e sozza e infetta, né domestica né selvatica ma integrata nelle istituzioni pubbliche, e come tale inestinguibile”. E osserva gli storni, perplesso – sull’intelligenza animale, o delle trasmigrazioni. Indeciso la sera se guardare la tv o il geco. A Parigi va dal formaggiaio, dal macellaio, allo zoo di Vincennes, che gli richiama lo zoo di Barcellona, e al Jardin des Plantes. Ogni capitoletto segnando con tre cifre, 1, 2, 3, ma non nello stesso ordine, spiega infine in nota, le cifre si spostano col racconto. Perché ognuna di essere corrisponde a un particolare senso tematico della zona del capitoletto che designa: “Gli 1 corrispondono generalmente a un’esperienza visiva” (“un’immagine”), “nei 2 sono presenti elementi antropologici, culturali in senso lato”, “i 3 rendono conto di esperienze di tipi più speculativo”, cosmo, tempo, infinito, io, mondo – passando così “dall’ambito della descrizione e del racconto a quello della meditazione”. A Parigi seguono “i viaggi di Palomar”. Che iniziano con “I silenzi di Palomar” – i silenzi per cui Calvino era famoso. Combattuto tra “il parlare in certa misura e il non parlare mai”. Prova ad occuparsi della diatriba tra i giovani e i vecchi. Ma non si appassiona che a modelli, fisici, matematici, logici. Prova a farne forme di vita, non ci riesce. E allora guarda il mondo, come se non fosse mondo. Insomma, ha “difficoltà di rapporti con il prossimo”, ci “soffre molto”, e finisce per pensare al mondo senza di lui.
Una parabola della vita – di Calvino. Un exploit notevole, ma niente più di questo, niente di appassionante o memorabile. Poco empatico, come si dice oggi, e un pizzino anzi misantropo.
Scorre in fretta, come il fischio del merlo, si chiude con disappunto, per il signor Palomar a disagio, e per sé. Il racconto di un’inappetenza.
Italo Calvino,
Palomar, Sorrisi e Canzoni tv + la Repubblica, pp. 132 € 8,90

martedì 1 dicembre 2020

Armi spuntate a Teheran

L’uccisione dell’ing.Fakhrizadeh è un “avvertimento” di Netanyahu a Biden? È la sola conclusione, seppure in forma interrogativa, cui è arrivata la Farnesina, di concerto con le altre cancellerie europee. Pochi o nulli i timori per la minacciata rappresaglia iraniana. La rappresaglia non si è avuta per l’uccisione del generale Suleimani, ben più drammatica, non la si aspetta per il direttore del programma nucleare di Teheran, di cui gli ayatollah non sanno nemmeno spiegare le modalità dell’uccisione, malgrado le minacce solenni di vendetta.
In Libano l’organizzazione sciita filoiraniana degli Hezbollah, in altri tempi una spina nel fianco di Israele, è sulla difensiva, per i disastri provocati dai suoi governi, su iniziativa delle forze sunnite e cristiane. In Europa, la rete dei killer iraniani è ovunque sotto processo dopo le tante morti tra le fila dell’opposizione agli ayatollah.
L’uccisione dell’ing. Fakhrizadeh, indubbiamente per mano israeliana, anche se non rivendicata, viene spiegata come un altolà all’amministrazione entrante Biden in America. In particolare al nuovo segretario di Stato Blinken. A Blinken Nethanyahu imputa la politica di appeasement verso l’Iran del secondo mandato Obama, nella posizione, allora, di vice-segretario di Stato.  

Una nave traghetto è l’ammiraglia iraniana

La “scoperta” che l’ammiraglia della flotta iraniana è una nave traghetto costruita trent’anni fa in Italia, la Galaxy F (riadattando un vecchio cargo, Altinia), non turba la Farnesina. La scoperta è stata fatta dal sito russo Sputnik, con dovizia di particolari.
Galaxy F sembra un nome a effetto, essendo al sigla dell’ultima linea di cellulari Samsung. Una traghetto ro-ro (roll on-roll off, per il trasporto di automezzi) con questo nome c’è stata, varata nel 1992 dai cantieri Visentini sul mare di Rovigo, ma non battente bandiera italiana né armata da italiani.
Del fatto interessa di più la sorgente dell’informativa-denuncia. Che cioè essa sia arrivata da Mosca. Un segno forse che il rapporto già stretto fra Russia e Iran, sul nucleare,  e sulla guerra in Siria, si è incrinato. In parallelo, la Russia ha avviato una concertazione col reame saudita, l’arcinemico degli ayatollah, sulla politica petrolifera e su quella degli armamenti.   
La foto del ponte della nave iraniana, diffusa da Sputnik, è sembrata peraltro una sorta di fiera degli armamenti disponibili per la Marina dei pasdaran, razzi e droni. Cioè un segno di debolezza. Analogamente per l’ipotesi fatta circolare che la Shahid Rudaki, come l’ex cargo è stato ribattezzato, abbia abbattuto il drone stealth americano Global Hawk nello stretto di Hormuz il 20 giugno 2019, e\o abbia lanciato i droni che colpirono i siti petroliferi sauditi (senza peraltro danneggiarli) il 14 settembre dello stesso anno.

L’horror dell’horror

Un affastellamento di identità, storie, orrori, attorno agli scomparsi, tanti i bambini – nel 2018 oltre quindicimila, solo in Italia. Un fenomeno reale, che Carrisi drammatizza sul lato perversioni.
Si va alla follia, e oltre. Attorno a due mostri sacri, Dustin Hoffman e Toni Servillo, ma il filo scappa sempre, per due ore d’immagini tetre, tra personaggi inconcludenti, in luoghi non luoghi, dai nomi vagamente americani – come il dottor Green, ambigua “specie di dottore”. E non finisce mai, il contorcimento di budella dura due ore e passa.
Ci sarà un zoscar dei film di serie B, cui Carrisi avrà voluto concorrere. Ma perché  farsi pagare per mostrarlo?
Donato Carrisi, L’uomo del labirinto, Sky Cinema

lunedì 30 novembre 2020

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (441)

Giuseppe Leuzzi

È al Sud la percentuale più alta di non fumatori: il 70 per cento in Basilicata, il 66 in Calabria, il 63 in Puglia, il 61 in Campania, il 59 in Sicilia. In fatto di prevenzione, della salute, il meridionale è vigile.
 
“È la democrazia”, dice il senatore Nicola Morra a proposito dei calabresi che hanno votato Jole Santelli, colpevole di essere poi morta: “Ognuno deve essere responsabile delle proprie scelte: hai sbagliato, nessuno ti deve aiutare, sei grande e grosso”. Ma anche lui è eletto in Calabria, benché genovese. Che non abbia tutti i torti.
 
A “Non è la D’Urso” su Canale 5 domenica
l’ altra Sansonetti, ora direttore del “Riformista”, un tempo impegnato in Calabria con un paio di giornali sul fronte della legalità, continua a contestare, come soleva, il giudice antimafia Gratteri, che accusa di carrierismo e di troppi processi andati a vuoto. Gli contesta l’arresto del presidente del consiglio regionale Calabria, senza nessuna colpa specifica o addebito agli atti della sua indagine. Salvini, anche lui in studio da remoto, ne approfitta per fare lo statista e si proclama difensore di chi combatte le mafie a rischio della vita. Ma si professa “buon amico” del giudice Gratteri: terminologia equivoca, non lo sa?

Gratteri va da Fazio e ci scherza sopra. Non si querela mai, e quindi non sta a contestare i giornalisti. Salottiero, benché sotto scorta da decenni. Gratteri è autore di best-seller, in tandem con Nicasio, per la Mondadori – il filone aperto dall’indimenticabile “Gomorra”, prodotto editoriale da due milioni di copie, solo in Italia (la mafia rende).
 
Buccini sul “Corriere della sera”, dovendo ritinteggiare la farsa del commissario alla Sanità in Calabria, ripesca lo storico De Cesare, che a Ferdinando II, penultimo re di Napoli, fa trovare “le sue Calabrie”, con sgomento, “divise dal mondo, separate fra loro da distanze assurde” e, come oggi per la sanità, “senza alcun conforto della vita civile”. Ma si dimentica che Ferdinando II era pur sempre il re, anche di quelle Calabrie, di un regno ereditato da molte generazioni.
 
Sudismi\sadismi
Klaus Davi si è trovata la mafia a letto. Non propriamente, forse un semplice carcerato – uno che aveva abbordato in chat, col quale aveva avuto “molti incontri in albergo”, a Reggio Calabria, nella piana di Gioia Tauro, sulla Sila, finché a un certo punto il giovanotto si era cancellato, scomparso. Aveva un tatuaggio, piccolo, un quadrato coi puntini, ricorda Davi. Che ha poi scoperto essere comune tra i carcerati, ma lui preferisce dirlo di ‘ndrangheta - tipo i santini del giudice Gratteri. La mafia è componente necessaria anche all’orgasmo? C’era un dubbio, se tanti non riescono a farne a meno.
Davi dice anche - da sociologo di massa, non più di massmedia: “L’omosessualità è molto diffusa nella mafia. Ogni grande famiglia di ‘ndrangheta ha almeno un omosessuale o una lesbica in casa”. Finalmente una parola chiara, ma a pro della mafia o non contro? Davi rischia il politicamente scorretto.
Forse, indirettamente, nel subconscio - nel subconscio dell’analista Davi? - c’è la nobilitazione della mafia. Le “grandi famiglie”, certo, sono ingorde, di tutto – una volta si sarebbe detto che si permettono tutti i vizi, ma la gloria è quella.
 
Calabria gaudiosa
Eugenio Gaudio, anatomopatologo di fama, con un impact factor elevatissimo, 75, e amministratore capace, all’Aquila e alla Sapienza, che ha retto egregiamente per sei anni, è finito nel ludibrio per avere detto che rinunciava all’incarico di commissario alla Sanità in Calabria perché sua moglie non vuole “andare a Catanzaro”. Magari è una battuta, Gaudio non aveva nessuna voglia di fare il medico dei poveri – aveva avuto una richiesta, non aveva detto sì. Un understatement naturale per lui, che è british di educazione e di modi. Ma siccome lui e la moglie sono calabresi la cosa è stata messa in ridicolo: tutti hanno riso della moglie, come di una cretina – e di Gaudio zimbello della moglie, come nelle vecchie vignette di Manzi su “Tempo” illustrato. Come se Ida Cavalcanti, nata e cresciuta a Cosenza, come il marito, non esistesse. Non potesse dire: “Non voglio trasferirmi a Catanzaro”.  Nemmeno una donna, in epoca di femminismo, solitamente ciarliero sul ruolo della donna, si è sentita di dover protestare: perché un marito non dovrebbe considerare la volontà della moglie? La “donna del Sud”, poi, figurarsi.
La questione in sé è diversa e semplice, e Gaudio, alla calabrese, l’ha detta: la Calabria è considerata, dai commissari valtellinesi, campani, emiliani, zona di confine o coloniale, dove si va qualche giorno l’anno, giusto per scaldare la poltrona. Anche per 200 mila euro, l’anno, ma questo naturalmente non è elegante dirlo.
 
La scoperta di Siracusa
Lunga intervista in punta di penna di Francesco Merlo sul “Venerdì di Repubblica” dieci giorni fa con Lucia Azzolina, l’insegnante siracusana ministra delI’Istruzione, la sola che si batte nel governo, con intelligenza, per tenere aperte le scuole. Cosa che lo stesso Cts, il comitato tecnico-scientifico da cui il governo si fa assistere nella pandemia, raccomanda: “Le scuole vanno aperte. O per i ragazzi sarà un massacro”, va dicendo il presidente del Comitato, Agostino Miozzo. Ma a vuoto: il governo chiude le scuole per evitare di dover limitare o chiudere la produzione,  il commercio – è la posizione anche del giornale di Merlo. E questo si capisce, della sorpresa di Merlo: fa colpo incontrare qualcuno intelligente contrario alle posizioni che uno deve sostenere. Un po’ insegnante, un po’ Teresa Mannino.
Ma non è solo questo. Di più c’è il fatto – Merlo lo ripete più volte, segno della sua sorpresa – che la ministra è di Siracusa. Come dire di origine bassa, “babba” in siciliano – vuota, insipida, muta. Anche se la città si è fatta in pochi anni uno dei posti più civili, in Italia e in Europa. Merlo, di Catania (i giorni in cui non è di Parigi), si vede che da parecchio non ci va, se mai c’è stato. Il più restio a scoprire il Sud è il meridionale. A scoprirlo al di sotto della patina greve di abomini e insulti.
È tanto sorpreso, Merlo, che si dimentica di dire al lettore che la ministra è sostenuta dal Cts. Il quale ha spiegato più volte che, contro il contagio, basta scaglionare gli ingressi a scuola, e predisporre mezzi di trasporto aggiuntivi per l’ora di ingresso e quella di uscita dalle scuole. Bastava, sarebbe bastato. Perché le scuole, con Azzolina, si sono organizzate, i trasporti no. Cioè i sindaci e il governo, la politica.

Oicofobia
“Dopo il caso Calabria esplode il caso Sicilia”. Il ministro della Sanità Speranza manda gli ispettori  a monitorare la sanità in Sicilia. Non l’ha fatto per Vò né per Lodi, o Alzano, dove il contagio era diffuso dagli ospedali, lo ha fatto quando finalmente ha potuto farlo in due regioni del Sud, che invece riescono a contenere disagi e morti. Per consentire i titoli infamanti? Un finto ingenuo, di Potenza, che si conquista i media col tasto leghista? È l’oicofobia di Roger Scruton, l’odio dei luoghi d’origine.
 
Lo stesso è di Annunziata? Faceva rabbia, fino alla pena, l’intervista sdraiata a “Mezz’ora in più” su Rai 3 ieri con l’impresentabile Morra, quello dei calabresi bastardi perché hanno votato Jole Santelli. Dopo avergli letto, ammiccando complice, “una letterina per lei da parte dei vertici…, del vertice aziendale” – una lettera di scuse per avere escluso lo stesso Morra da una precedente trasmissione di Rai 3. Si può cercare lo scandalo – si fa per dire: questo Morra chi è, a chi interessa? – ma non a costo di un minimo di dignità. Anche soltanto di solidarietà femminile. Per una irpina di De Mita la Calabria sarà terra incognita, l’“Affrica”, il deserto.

leuzzi@antiit.eu

Dopo il matrimonio c'è un domani

Un formidabile exploit. Di Annette Benning soprattutto, e del regista-autore William Nicholson, sceneggiatore di film di successo, drammaturgo, che filma in proprio un suo dramma di vent’anni fa, “Hope Gap”. Della donna che il matrimonio vive scontato, finché il marito non la lascia, al trentesimo anno di vita coniugale.
Un dramma senza drammi: niente Ibsen, un dramma borghese, comune, ovvio, nell’inciampo, nello svolgimento, nella conclusione. Fra persone ordinarie, seppure con le loro peculiarità, come è di ognuno. In una relazione di cui niente lasciava presagire la crisi. Ma la stanchezza è un motivo. Sul presupposto ovvio che “il matrimonio funziona se entrambi i coniugi vogliono che funzioni”. E tuttavia un dramma speciale. Come lo è ogni anche minima o consueta o scontata vicenda umana. Ma qui con arte, con pochi “attrezzi” cinematografici: pochi personaggi, poche scene, poche ambientazioni, pochi esterni, e sempre gli stessi, le stesse luci e inquadrature. Sul viso, i tagli, le parole di Benning, eterna giovane amante della poesia, con la quale si esprime.
Un film parlato, di parole, come si diceva il teatro di parola, ma in realtà calcolato finemente, nelle immagini, il taglio, la successione.
La crisi del matrimonio non è un dramma. O meglio, lo è ma non una dannazione. E può aprire una nuova vita – cambiare fa bene.
William Nicholson, Le cose che non ti ho detto, Sky Cinema

domenica 29 novembre 2020

Problemi di base - 609

spock

Non sono morali le azioni per amore di sé, p.es. fare l’elemosina – I. Kant?

Solo il rispetto merita rispetto – I. Kant?
 
“Solo abbattendo ogni pretesa dell’amore di sé si conferisce autorità alla legge morale” – I. Kant?
 
Meglio della “morale delle intenzioni” è la morale della “responsabilità”, delle conseguenze delle nostre azioni - Max Weber?
 
La morale dell’uguaglianza non implica la disuguaglianza – sia pure nella forma della diversità?
 
Si tollera se si comprende, o si comprende se si tollera?
 
Si comprende anche se non si capisce?

spock@antiit.eu

Nabokov ironico, malinconico, e il fascino della Russia

Un’immersione nel fantastico, anche quando è realistico, storico, scientifico, entomologico. Per la scrittura rarefatta che snoda i racconti, eterea, umbratile. Di persone, situazioni, storie come avvolte o dissolte in una nebbia, di certezze, di sentimenti. Nella bizzarria – la bizzarria è il segno di Nabokov, il sorprendente, ma con il coinvolgimento dell’autore, come trasognato. Racconti di sogni, come sogni. Irenici. Anche nei disastri: “La parola”, il racconto di un esiliato cui una schiera di angeli mostra un mondo idilliaco sopra una realtà barbarica, è stato scritto dopo l’assassinio del padre di Nabokov, a Berlino dove i due abitavano - per mano di due emigrati estremisti che non gli perdonavano di essere stato segretario alla presidenza del governo Kerensky, del governo provvisorio dopo la prima rivoluzione, di febbraio (figlio a sua volta di un ministro della Giustizia dello zar Alessandro II, un ministro riformista).
Molti i racconti di figure femminili, che più spesso sono la ragazza piena di felicità. Con Berlino e Parigi, i luoghi dell’emigrazione, e il ricordo costante di Pietroburgo. La Russia – molta Russia d’antan - sempre con malinconia, ma vista indefettibilmente con lente ironica. In “Rumori” l’evocazione nostalgica dell’amore impossibile per la cugina Tatiana Evghenievna Segelkranz, sposata, tra fughe di Bach, abiti vaporosi, gite in bici, chiacchiere perse con l’amico artistoide, nel mezzo reca la domanda: “Ma dov’è questa Sarajevo?” Il racconto del titolo è il matrimonio a trent’anni, dopo molti rifiuti, di una donna affascinante, naturalmente russa, con uno sconosciuto incontrato in casa di amici che le chiede di sposarlo. 
È la summa dei racconti di Nabokov, scritti a partire dal 1921, dapprima a Berlino e poi a Parigi, alcuni ripescati e tradotti dal russo da Dmitri, il figlio dello scrittore, gli altri ritradotti dall’inglese, come li aveva riscritti lo stesso autore, che li ripubblicò in quattro raccolte, tra il 1958, dopo il successo di “Lolita”, e il 1976, un anno prima della morte. Questa, curata da Dmitri, cantante lirico e italianista, li comprende tutti, una cinquantina, eccetto i tredici pubblicati a parte col titolo “La Veneziana”. Compreso un inedito, “Natascia”, datato Berlino 1921 e firmato Vl. Sirine, che compendia Nabokov: le realtà rarefatte, l’emigrazione, la povertà dignitosa, la solitudine, la morte – ma la morte non turba l’innocenza.
Molto avviene in treno. A segnare le distanze, che per un russo sono un fatto, e la casualità, degli incontri, delle conversazioni, delle considerazioni, delle conoscenze. “In balia del caso” inscena un russo emigrato che serve come cameriere nel vagone ristorante di un treno sul quale viaggia la moglie amata, che lui crede dispersa in Unione Sovietica. Il treno è il mezzo dell’avvicinamento e, di più, dell’allontanamento. Il luogo di un mondo sradicato: il successo di Nabokv, non vittimista, e anzi bonario ironista della storia, copre un mondo di fatiche e sacrifici, anche nei casi, pochi, di riuscita, di rinascita.
Con la percezione acuta della violenza nella Germania di Hitler già nel 1933: “Il Leonardo”, slang della mala americana per falsario, traduce il russo “reuccio”, titolo originale del racconto, che mette in scena la violenza insensata tra coinquilini a Berlino. Con le note dello stesso autore. Altri racconti, a volte, nei racconti. Di “Favola”, che non rileggeva, dice, dal 1930, traducendolo in inglese scopre che anticipava Lolita: “Lavorando alla traduzione, ho trasalito incontrando un Humbert un po’ decrepito ma inconfondibile, che già scortava la sua ninfetta”. In nota a “Terrore” ironizza su Sartre: “Precedette di almeno una dozzina d’anni ‘La Nausée’ di Sartre, con cui condivide certe sfumature di pensiero, ma nessuno dei difetti fatali di quel romanzo”.
L’edizione è arricchita da Dmitri di una informata prefazione e di altre note esplicative, con ricordi personali e paterni. Le traduzioni italiane sono dello stesso Dmitri, e di France Pece, Anna Raffetto, Ugo Tessitore.
Vladimir Nabokov, Una bellezza russa e altri racconti, Adelphi, pp. 768 € 22