giovedì 8 dicembre 2022
Cronache contanti bis
Si legge sul “Corriere della sera” di un signor Gaetano Tarantini cui a Monaco di Baviera la tassista ha fatto pagare il 10 per cento in più la corsa del taxi poiché pagava con la carta di credito. Con suo sgomento, del signor Tarantini: “Devo pur dire che, avendo vissuto per vent’anni in Austria e girato l’Europa parecchio (la Germania in particolare) non avevo mai avuto un’esperienza simile”.
Il miracolo della fede
La storia dei pastorelli
e della Madonna di Fatima raccontata matter-of-fact. Nella sua ordinarietà:
bambini che hanno le visioni, genitori inquieti, autorità Pazienti e poi indignate,
laiche e religiose, il popolo altalenante, entusiasta e minaccioso. Nelle sue incongruità:
la morte precoce predetta dalla Madonna a due dei pastorelli, i segreti di cui li
grava, le durezze fisiche che vuole si infliggano. E in parallelo Lucia adulta,
la sopravvissuta, che non sa né cosa né come, ma ci crede. La fede, che non si
spiega. I miracoli, che pure si compiono.
Un altro recupero
utile delle uscite sfortunate del 2020-2021. Un racconto scontato che Pontercorvo
riesce a vivacizzare, in ogni momento interessante.
Con un cast internazionale,
per la promozione in vari paesi. “Fatima” è un progetto americano, di
produttori di grandi serie, come “Rome” e “Game of Thrones”, cui Pontecorvo ha lavorato.
Partendo dalla canonizzazione di Jacinta e Francisco nel 2017, a un secolo dall’apparizione,
a San Pietro da parte di papa Francesco: la fede promossa dal business.
Marco Pontecorvo, Fatima,
Sky Cinema
mercoledì 7 dicembre 2022
Secondi pensieri - 499
zeulig
Constant – È il commercio e non la guerra che fa la libertà delle nazioni, e la loro ricchezza? Tra gli antichi e i moderni, il liberale insuperato Benjamin Constant rifletteva due secoli fa che è il commercio che connota le società moderne, e non la guerra degli antichi, e che il commercio vale meglio della guerra – fa gli interessi dei più, del popolo, della massa. Nel suo liberalismo storicizzato, non ideologico, Constant spiegava anche l’evidenza: la libertà dei moderni si fonda sulle libertà civili, sulla legge, sulla moderazione dello Stato, cui è delegato l’uso della forza. Ma con una partecipazione limitata dei cittadini ai fatti pubblici, per due evidenti motivi: la taglia enorme assunta dagli Stati moderni – questo detto due secoli fa, prima dello Stato sociale e delle politiche economiche – e l’organizzazione “commerciale” (economica) della società, senza più schiavi, di cittadini lavoratori. Semplice, inattaccabile anche.
Una democrazia
come commercio, all’interno e all’esterno degli Stati, che sembrava inverata
dalla globalizzazione: “mai stai così bene”, avrebbe detto il vecchio statista
britannico MacMillan, allargando lo sguardo a tutta l’umanità, compresi i suoi cinque
sesti relegati ancora trent’anni fa in un paludoso Terzo Mondo. Ma così non è,
nota Sabino Cassese, nel breve saggio “I leader di tutto il mondo e la difficile
arte della pace”, pubblicato ieri sul “Corriere della sera”: tutti incontrano
tutti, i capi di Stato, e si stringono accordi, per il commercio, per i
diritti, per il benessere, ma un disegno di pace non c’è, anzi le guerre si
moltiplicano.
Cassese
non lo ricorda, ma si sono fatte, si fanno, guerre “umanitarie”, nella ex Jugoslavia,
in Afghanistan, in Iraq, in Libia, in Siria. Di fatto per sperimentare bombe all’uranio,
per quanto “impoverito”, bombardamenti aerei d’alta quota “di precisione”, uso tattico
dei missili, sul campo di battaglia. Con centinaia di migliaia di morti, e decine
di milioni di profughi negli ultimi trent’anni, quelli della globalizzazione economica.
Ma ne ha presenti i limiti, anzi le negatività: “La ricerca di un mondo più democratico è entrata in
conflitto con l’inviolabilità dei confini (non solo con quelli territoriali),
con il rispetto della sovranità degli Stati e con il principio di autodeterminazione
dei popoli”. Di cui è difensore il presidente della Repubblica Popolare di
Cina, Xi Jinping, Cassese nota perplesso.
Diritti – La “società dei diritti” cancella più che
affermare? Jonathan Bazzi – “sono uno scrittore e una persona queer” - trova che
“l’enfasi sui traumi vissuti intrappola le voci queer in stereotipi a uso social”.
La sua condizione, spiega, di scrittore e persona queer, “sempre più spesso mi
spinge ad interrogarmi sul rapporto tra trauma e immaginazione”. Che si
penserebbe alimentata dai traumi. Se non che i social, imponendo “loro regole
del gioco”, appiattiscono tutto nella ripetitività: Così l’esperienza
dell’essere vittima e il racconto del trauma subiscono una mutazione: da
marginali diventano, ce ne si (? ci se ne) renda conto o no, una specie di nuovo
canone”. E diversificarsi non si può:
“Di fatto significa rischiare la più grande vergogna contemporanea, quella di
non essere visti”.
Si
sapeva della rete che fosse una grande piazza. Anzi, un mercato. Di imbonitori
e vaiasse. E da prima di internet si sapeva che al mercato in quantità più
si propone della stessa merce, più i prezzi declinano. È colpa dei social se i
“diritti” fanno meno impressione, oppure ce ne sono troppi sul mercato, e fuori
stagione?
I social,
cioè la grande rete dei “diritti”.
Eresia – “Nella storia delle divisioni
ecclesiali è sempre scaturita dalle violenze di un aut-aut. Decidere da
che parte stare è sempre un atto disumano, perché gli esseri umani sono sia da
una parte sia dall’altra. Per la Chiesa il sigillo delle fede si ritrova molto
più riconoscibilmente nella pratica dell’et-et, che spesso tiene insieme
verità in apparenza contradittorie”. Michela Murgia, “God seve the queer”, 5-6.
“Spesso” forse sì, o per la Chiesa. Se vuole essere comunità piuttosto che
maestra di verità e di vita, nel solco del Vangelo frainteso del porgere la
guancia.
Un altro scrittore, il tedesco Günter Grass, curiosamente ha argomentato
il contrario, a proposito della psicologia del suo popolo. Una voce grossa, discordante, quella di Günter Grass, ma
incontrovertibile, che “aspiro”, scrive, “a farvi scettici, aspiro a strappare
le radici di questo idealismo tedesco che continua a sbocciare”, che cresce
come la gramigna, e non ha voglia di libertà, causidico: l’amata formula
“dall’una parte e dall’altra”, dice lo scrittore, si vuole precisa ma è
indecisione. O l’aveva detto Jünger: i tedeschi non sono un popolo dell’aut-aut ma del
tanto-quanto. O già Rivière: i tedeschi non sono il popolo dell’“o…o”, bensì
del “non solo…ma anche”, de “l’uno e l’altro insieme”, Occidente e Oriente,
amore e morte. Da cui la nota immagine, che i tedeschi, come certi vini, vanno
tagliati.
Filosofia - Deve
difendere Gianni Vattimo Franco Debenedetti, che non è un filosofo, nemmeno un
letterato, solo un amico. Nemmeno autorevole, se il giornale lo confina alle
lettere al direttore. Deve difendere il filosofo ottantaseienne dai discepoli e
colleghi e altri filosofi e letterati,
che lo vogliono incapace d’intendere e di volere, e da paio d’anni gli
avvelenano la vita con una causa. Bisogna sempre diffidare della filosofia – che
tanto presume di sé, pretendendosi ultimativa? Anche nei confronti di un mite, che
ha filosofato il “pensiero debole”.
Anzi, tanto più facinorosa in quanto Vattimo è un mite: l’accusa, da cui
indirettamente deve difendersi in tribunale, è di non essere più prodigale,
come soleva – si processa il suo ultimo collaboratore-assistente-badante, che ha
chiuso i rubinetti. Da qui l’assurda accusa: si difenda Vattimo che non
dilapida più i suoi averi. Avallata da un giudice.
Si è sempre detto
la “Repubblica” di Platone utopistica – cioè un qualcosa troppo perfetto o bello
per essere realizzato. In realtà non si realizza, anzi non si insegna e di
fatto non si auspica, perché i suoi profeti e interpreti tendono a fare male –
come lo stesso Platone del resto fece, quando provò a a farsi maestro dello sperimentato
tiranno di Siracusa.
Heidegger – Se ne continua a parlare, a quasi cinquant’anni dalla morte, dopo essere
stato invasivo di ogni aspetto della filosofia, solo
per l’antisemitismo, se non c’era, se c’era, e di che natura. La pubblicazione
dei “Quaderni neri”, accortamente studiata sul piano editoriale-commerciale, ha
avuto fortuna solo per questo aspetto. Il Filosofo Bino (dopo Platone) è tenuto
in vita proprio da quel Judentum che lui in qualche modo disprezzava,
teoretico, ontologico, o anche solo facciale – benché amante focoso e avventuroso
nello stesso Judentum. Avviene per lui come per
Wagner: sono un problema per l’antisemitismo, o del semitismo?
Idealismo – Ha tendenze integraliste. Una volta conduceva al terrorismo.
Se connesso alla tolleranza, come dovrebbe, è
piuttosto pragmatismo – un vedere che succede.
zeulig@antiit.eu
Cronache contanti
Quale
che sia l’opzione politica di Balassone, Banca d’Italia, ora critico con Meloni
per il contante, ma dopo essere stato molto critico con Draghi per il debito
(lo spread era salito di 70 punti, quasi ottanta), è curioso che il
governo di destra, “sovranista”, si appelli alle regole europee, e del diritto,
che l’unica moneta valida considerano quella a corso legale, contro chi, da
sinistra?, vuole invece la “moneta” delle banche, cioè una tassa privata sui
pagamenti, che l’utente paga. Destra e sinistra si scambiano i ruoli anche sulla
moneta? Non c’è più religione.
Si torna alla moneta bancaria come cinquant’anni fa,
poco meno, quando la crisi economica fu analoga, recessione più inflazione, con
i “pizzini”. La tentazione è ricorrente.
Babbo Natale si diverte, tecnologico e corretto
Titolo poco
felice. Per un soggetto non più nuovo, Babbo Natale all’era della tecnologia:
le letterine non chiedono più bambole e giocattoli ma congegni elettronici.
Giocato inizialmente in un napoletano troppo veloce e indistinto, di suoni
inarticolati. Passando dagli elfi della Lapponia a un partenopecentrismo
indigesto. Attorno all’arte, verrà spiegato, della “cazzimma”, neologismo in
uso da qualche decennio, che Ernesto Ferrero e Treccani presentano
negativamente, e anche Pino Daniele nelle sue memorie, ma Siani riabilita: l’arte
di arrangiarsi, con furbizia certo. Che poi si movimenta con le cialtronerie di
Babbo Natale e della Befana: De Sica e Finocchiaro si divertono e divertono.
I due vecchi
concorrenti del dono con scope a reazione riescono anche a battere la
multinazionale delle consegne rapide: recuperano la slitta del tempo e fanno,
come sempre fa Babbo Natale, le consegne in simultanea. Anche se in una notte
indistinta: il Natale non si menziona neanche per caso, come vuole la
correttezza – eccetto che, forza maggiore, nel nome che in italiano ancora si
dà a Santa Claus.
Una felice ripresa,
dopo l’infausta uscita un anno fa, in concomitanza con la reinsorgenzra del
covid.
Alessandro Siani, Chi
ha incastrato Babbo Natale, Sky Cinema, Sky Q
martedì 6 dicembre 2022
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (510)
Giuseppe Leuzzi
“Sono metà siciliano e metà napoletano e
sono cresciuto a Bensonhurst, un’area tutta italiana”, proclama a Monda su “la
Repubblica” Anthony Fauci, il controllore americano della sanità che ha lavorato
con sette presidenti, alcuni dei quali lo hanno avversato con asprezza, da
ultimo Trump. Uno a cui peraltro tutti riconoscono grandi meriti. È straordinario,
e sempre inspiegato, che questo non possa avvenire in Sicilia e a Napoli.
La Corte dedi Conti esamina infine il
bilancio della Regione Sicilia 2020 e lo boccia: deve trovare subito un miliardo
620 milioni. Un decreto del 2019 che consentiva alla Sicilia di spalmare il
debito in dieci anni non è “costituzionale”.
Perché scoprire incostituzionale a fine 2022
un decreto del 2019? Burocratismo? Probabile, trattandosi della Sicilia: la
Corte dei Conti non si sarebbe svegliata tre anni dopo se si fosse trattato
della Toscana, per dire.
Sempre si conferma che il problema del Sud
è l’Italia, lo Stato. E non per ridere, come si argomentava trent’anni fa, “Fuori
l’Italia dal Sud”.
“La vera secessione è degli scrittori del
Sud”. Si rilegge casualmente un vecchio saggio disperso di Luigi Baldacci (“Corriere
della sera”, 15 ottobre 1996, con questo titolo), e si trasale: “Dagli autori
meridionali le denunce delle speranza tradite del Risorgimento”. Subito, dopo l’unità:
Verga, De Roberto, Pirandello. “Per i «nordisti»”, invece, “una visione bonaria
e ottimista. Al Nord dominava l’ottimismo dei «nipotini» dI Manzoni”.
Il libro di Alessandro
Barbano, “L’inganno”, riesplora il giustizialismo. Con intercettazioni a strascico,
indiscrezioni pilotate, testimonianza indotte con i benefici di legge, anche
dei delinquenti più perversi. Per le carriere dei giudici, e degli inquirenti.
Un fascismo giudiziario impiantato sulla legislazione antimafia – su questo “la
linea della palma” ha veramente invaso l’Italia. Cose note. La sorpresa è il pubblico
plaudente alla presentazione del libro: Giuliano Amato, Paolo Mieli, Gianni
Letta, Savona, Brunetta, Bini Smaghi, Giachetti, Maria Elena Boschi… Cioè, la
classe dirigente.
Ma Milano accettò l’Italia a malincuore
Si resuscita Bossi contro Salvini, e Bossi resuscita
il leghismo “puro e duro”. Ma questo leghismo è molto più vecchio di Bossi, di
un secolo. E si manifestò anche, con asprezza – se i letterati erano “bonari”, bonariamente
unitari, come dice Baldacci, i milanesi no.
Avvenne tardi, a fine Ottocento, in preparazione
dell’era Giolitti, che Milano accettò l’unità, pur continuando a diffidare di Roma.
Fu dopo la sconfitta di Adua, 1896. Che fu la sconfitta di Crispi, l’odiato presidente
del consiglio che aveva indispettito i milanesi. Tutti: i federalisti di un
tempo, cattolici e repubblicani, gli unitaristi moderati, e i socialisti, nuovi
alla politica parlamentare.
Ancora un anno prima il socialista Filippo
Turati ribadiva sulla “Critica sociale”: esistono “due nazioni nella nazione,
due Italie nell’Italia, che discutono pel sopravvento”, e dava a Milano un
ruolo di guida politica per l’intera nazione e anzi di moralizzatrice del nuovo
Paese. Milano, federalista nel fondo con Cattaneo, aveva sofferto la politica
delle annessioni plebiscitate, e poi via via molte delle scelte politiche unitarie:
Firenze, Roma, il fiscalismo, il burocratismo, la guerra doganale alla Francia,
la Triplice Alleanza, che si voleva nemica di Parigi e Londra, le capitali cui
Milano guardava – i Verri, Federico Confalonieri, Manzoni.
Crispi individuava in Milano una “Repubblica
ambrosiana”, uno “Stato di Milano”. Che diceva dominato da una “fazione
aristocratica plebea” nemica dell’Italia.
In precedenza la
lamentela era “comune” (Fausto Fonzi, “Crispi e lo ‘Stato di Milano’”) contro l’“oppressione”
delle “classi dirigenti meridionali, che sfruttano le regioni più laboriose per
sostenere una pazzesca politica estera e coloniale”. Dopo Adua Milano fu agitata
da manifestazioni di piazza, che si concentrarono sul Comune, e imposero al
sindaco, Giuseppe Vigoni, di farsi latore a Roma di questo messaggio chiaro:
fine della guerra d’Africa e dimissioni di Crispi. Il che avvenne – Crispi annoterà
nel diario le parole della regina Margherita: “Questa volta ha vinto Milano”.
Milano sempre si mette in rapporto con “Roma”, con l’Italia, in termini rivendicativi, bellicosi. Da ultimo con la Lega e con “Mani Pulite”. Dopo la violenza di piazza, fino al terrorismo.
L'Italia perde terreno, il Sud regge
Le tabelle Eurostat registrano un calo
sostanzioso, un crollo, del peso realtivo dell’Italia nell’economia europea.
Nell’insieme, e pro capite. Dal 2000 in poi, da quanto Eurostat fa questo
calcolo (ma sicuramente da un decennio prima, dal crollo della lira). Ma il
calo è più marcato – molto più marcato - al Centro-Nord che al Sud.
La metà del’Italia che registra un pil pro
capite al di sopra della media europea ha visto il divario ridursi di 15 e 20, anche
30, punti percentuali – Roma di 40. Anche le province meridionali hanno perso
terreno sulla media europea, ma di poche unità: un miglioramento relativo,
rispetto al resto d’Italia.
Se l’Italia non corre il Sud non arranca? Quello
che si può dire è che il Sud mantiene le posizioni nella disgrazia generale: l’Italia
è in forte calo di produttività. È ancora un paese industrial, la seconda
economia manifatturiera d’Europa, pare, dietro la Germania. Che è l’attività
che dà più valore aggiunto. Ma con investimenti insufficienti, soprattuto nelle
infrastrutture (reti, comunicazioni, tecnologie, ricerca applicata). E un
settore dei servizi in grande espansione, ma nell’accoglienza (turismo), che è
un settore poco riproduttivo, piuttosto che in quelli tecnologici, finanziari, alla
persona.
Il
Sud deserto delle cattedrali
Il megarissaficatore
a Gioia Tauro, il Ponte sullo Stretto, e ora “le coste sarde contese dai big
dell’eolico: progetti per 1.500 nuova pale, torri alte 300 metri”.
Ci saranno dei
cicli nell’economia, come qualcuno ancora teorizza? Al Sud evidentemente sì, se
invece della manutenzione ordinaria (strade, ferrovie, ponti, porti, linee telefoniche,
wi-fi, etc.) si ripropongono le vecchie “cattedrali nel deserto” – anche l’eolico è pagato dallo Stato
(cioè da noi, lo paghiamo in bolletta “oneri di sistema”: un affare sicuro,
solo utili). Le raffinerie, i petrolchimici di Gela, Ottana, Brindisi, Crotone,
i tanti veleni disseminati da Montedison, la stessa acciaieria
di Taranto. Che hanno distribuito qualche stipendio, per alcuni anni, diffuso
molti veleni, e lasciato rottami. Senza fare o promuovere il circolo virtuoso
dello sviluppo.
Riproporre oggi
le cattedrali è però colpevole. Perché si sa che non sono motore di sviluppo né
lo avviano - la globalizzazione ha accantonato ogni altra teoria dello sviluppo,
i megainvestimenti come la cooperazione, magnificndo il lavoro: crescono, anzi
si moltiplicano, le economie che sono lasciate libere di lavorare, senza
ostacoli o limiti sui mercati. Ma anche perché si sa che le nuove cattedrali si
fanno al Sud sempre per il vecchio complesso nimby, not in my backyard, non nelle
vicinanze: fumi, polveri e puzze non valgono i (pochi) stipendi.
Milano
Sul “Corriere della sera” Elvira Serra racconta
“Una notte a Milano”. Non incontra che immigrati, o figli di immigrati, pagati
poco e pochissimo anche di notte, e tutti, senza eccezione, anche i più
giovani, preoccupati della violenza dei ragazzi. È vero che Serra viene dalla
Sardegna, però che notte a Milano!
Due francesi, impiegati di banca, dicono a Serra
di trovarcisi bene perché Milano è piccola, mentre Parigi è troppo grande, e vi
“si fuma troppo, ci si droga troppo”. A Parigi e non a Milano? E poi, aggiungono,
“prendiamo le paghe francesi, altrimenti a Milano non potremmo vivere”. Un
sogno.
Bacilieri, veneto,
con molte esperienze fuori, a Parigi e altrove, si considera milanese – “la mia
teoria”, confida a Luca Raffaelli sul “Robinson”, “è che, mentre non si può
diventare napoletani e direi neanche romani, si può diventare milanesi”.
Concludendo: “Magari ci vuole tempo e fatica, e chissà se vale la pena”.
Pronta Milano fa
la fiera del turismo lgbtq+. Con 547 partecipanti, di 39 paesi, di spiega con
orgoglio. Perché è un mercato speciale? Viaggiano molto. Quanti viaggi fanno in
un anno? Tre. Quanto spendono? 2-3 mila dollari, l’uno. Buoni clienti. L’unico
problema è aggiornare i portieri, quando in due, dello stesso sesso, chiedono
una matrimoniale. “Il turismo lgbtq+, che in Italia vale 2,87 miliardi, in
Europa 75, è un mercato che fa gola a molti”.
È a Milano che - si ricorda, ricordando Testori – fu bloccata
la “Arialda”, il dramma messo in scena da Visconti, con la collaudata compagnia Stoppa-Morelli. Dalla Procura di Milano, che già allora “faceva” l’Italia. Da
parte di un Procuratore Capo sempre napoletano, Carmelo Spagnuolo. La miscela
dev'essere micidiale.
Si aspetta per “montare” il caso della curva Inter svuotata
durante la partita perché il capo “ultra”, un pluripregiudicato, è stato
assassinato. Si aspetta di poter dire che c’è dietro la mafia, o la ‘ndrangheta
– ora ci vuole la ‘ndrangheta. Milano altrimenti non fa delitti.
Si indaga a Torino, la Juventus, in continuazione, a ogni assoluzione
segue un nuovo processo, non si indagano Milan e Inter per le stesse ipotesi di
reato, accordi con gli “ultra” e falsi in bilancio, Milano si sa proteggere.
Mafia?
Racconto lungo lusinghiero di Marco Missiroli pubblica “La
Lettura”, “Milano 100%”, dove si spiega così i timori del provinciale immigrato:
“Come in un verso di Enzo Jannacci un frammento di quella pubblicità che a noi
della riviera faceva tanta paura: la bottiglia dell’Amaro Ramazzotti proiettata
su dei palazzoni con sotto il traffico, la notte, e le luci dei neon rossi, la
città da bere”.
Giuseppe
Catozzella, autore di “Italiana”, romanzo “sull’unità dell’Italia”, nato e
cresciuto a Milano, si sente milanese. Pur avendo con Giorgio Dell’Arti su “Robinson”
ricordi tristi di scuola, per essere figlio di genitori lucani: “Ero l’unico di
origine meridionale. Mi sfottevano. Tanta sofferenza…”. Alla domanda: “I
milanesi sono razzisti”, rispondendo deciso. “Oh, sì. Molto razzisti”.
“Sir Thomas
More”, il drama elisabettiano a più mani, compreso Shakespeare, che ora si
recupera, parte da un evento del 1517, lo Ill May Day, il “Malo Calendinaggio”, quando Londra si ribellò contro gli
“stranieri” – “portano le malattie”, “si prendono il lavoro”, “si prendono le donne”
- e il futuro cancelliere del re Thomas More, allora sceriffo di Londra, si
prodigò per far tornare la pace.
Nel dramma More opera
per salvare un tracotante Francois de Barde, che si trascina dietro la moglie
di un onesto lavoratore, “un lombardo”, e un Cavaler, “un lombardo, o un francese”.
De Barde sarebbe
stato un mercante toscano in realtà, della famiglia dei Bardi. Ma la tracotanza
era ritenuta a Londra lombarda.
Tutte le province
meridionali sono al di sotto della media europea del pil pro capite. Ma anche
le province di Como, Lodi e Pavia, con Varese poco sopra, il feudo leghista.
Sadomaso queer
Comincia con Caterina Caselli, “Nessuno mi può giudicare”, finisce con Bach, “La passione secondo san Matteo”, ma è un film sadomaso. In vesti lesbiche, o queer, ma violento, dall’inizio alla fine. È divenuto famoso – è stato promozionato – perché la protagonista fa l’amore con una macchina, un’automobile, che in effetti è l’unica scena “ben fatta”, ma è un’attrazione pubblicitaria a un salone dell’auto, tra passanti distratti o appena incuriositi, in cui le modelle sono professioniste della lap-dance, si contorcono sulle superfici luminescenti invece che attorno al palo. È un momento, presto si passa a strizzoni sanguinolenti, autopunizioni, mutilazioni, incendi, gli incendi sono molti, fano fuoco e fumo, assassinii con gli spilloni in testa, con le sciabole, con le mani, tentati aborti con i ferri infilati, e infine un parto, forse di un mostriciattolo.
Un film del genere
horror. Che però si presenta con la palma d’oro a Cannes, come un film d’autore.
Cannes, il “cinema francese”, si sono voluti adeguare a Venezia, che aveva premiato
il genere - Guillermo del Toro, “La forma dell’acqua”, “Pacific Rim”, o Iñarritu?
Poi anche Oscar, quindi una “tendenza” del cinema mainstream? Rivisto a
distanza è poca cosa: una sorta di bestia selvaggia, in ambiente urbano scuro
come una foresta, che dopo molti grugniti e violenze si lascia infine domare.
Resta l’interrogativo
se i critici vedano i film che recensiscono o presentano, li vedano per intero.
Julia Ducournau, Titane,
Sky Cinema
lunedì 5 dicembre 2022
Il Non Occidente
Nella
nuova guerra fredda, o a distanza, con la Russia riemerge in forma di “Non
Occidente” il vecchio
Terzo Mondo, reduce dal colonialismo. L’umanità che intorno al 1955 si riunì a Bandung,
in Indonesia, a iniziativa della Cina di Mao e Zhu Enlai, cui si accodò l’India
di Nehru, per prendere
le distanze dall’Occidente e dalla Russia sovietica. In realtà uno schieramento asimmetrico:
nella bilancia mondiale indeboliva l’Occidente, riducendolo a Stati Uniti e Europa
occidentale,
e per questo stesso motivo giocava a favore del Patto di Varsavia, l’alleanza
militare del polo sovietico.
Il Non Occidente
che ora si teorizza comprende Cina e India, come allora, con i molti paesi asiatici, Indonesia,
Malesia, etc.. Con in più il Sudafrica, l’Iran e la Turchia.
Il nuovo
concetto è stato elaborato a Mosca, nel corso della guerra all’Ucraina. In particolare
dal presidente
del Consiglio di Politica Estera e di Difesa, Sergei Karaganov, e del direttore
di “Russia in Global
Affairs”, Fjodor Lukyanov. Ma in chiave (auto)critica: come paesi che, pur non condannando
la Russia, si astengono però dal prendere posizione per un ordine mondiale “più equilibrato”,
cioè non americanocentrico.
Cronache dell’altro mondo – tribali (236)
“Il razzismo è negli
Usa un problema centrale, il separatismo etnico no”, Klaus von Dohnanyi, “Nationale Interessen”,
p. 29 – qual è invece il caso, intende l’autore, delle altre superpotenze,
Russia e Cina.
“In America una sorta di segregazione c’è ancora,
non per etnia ma per ceto”, Jacqueline Woodson, autrice di “Bambina nera sogna”:
“I più poveri frequentano scuole peggiori”, e finiscono agli ospedali peggiori,
quando possono.
Woodson è una “tra i primi 20 autori messi al bando
nelle scuole Usa” – “La Lettura”. Questa la sua sintesi della storia degli
Stati Uniti: “Costruiti sulle spalle dei neri, attraverso la schiavitù, su terre
sottratte alle popolazioni native, basandosi su un sistema capitalistico”.
Forza, e illusione, dela memoria
Una delicata reminiscenza dello scrittore a passeggio per Roma con la moglie, di una bellezza femminile nella piazza di Spagna che concentra gli sguardi. In un’Italia da anni Cinquanta? Una visione di ritorno, forse cinematografica, che si confonde con una forse successiva, poiché “tre milioni di persone hanno marciato a Roma contro la guerra” – in Vietnam. O si riferisce a “uno degli ultimi film di Fellini, nel quale Anita Ekberg recita se stessa”, di cui lo scrittore, “in leggero panico”, non ricorda il titolo. Che poi gli sovviene, il film è “Intervista”, e Anita Ekberg è “drappeggiata in enormi teli arancio: ha una casa di campagna e grossi cani saltellanti e somiglia a una custode di nordiche ancelle, quelle che condurranno le anime degli assassinati al Valhalla. I suoi ospiti sono lo stesso Fellini, lo stesso Mastroianni, e una troupe di non-paparazzi dal Giappone”.
Ma la donna della “Dolce
vita” non è “la donna di quel giorno a Roma”. Giorno e visione unici. Poi
Ursula Andress emerge, come in “Casinò Royal”, film che lo scrittore forse non
ha visto, non ne ha memoria, e tuttavia un’immagine che gli riassume tutto 007.
Una celebrazione
del cinema, della cinematica: Roma, piazza di Spagna, la scalinata, la bella donna,
gli sguardi, sono Fellini, i tanti film di 007 sono in un’immagine. Per una conclusione
mesta: “Ogni memoria che abbiamo è, alla fine, di noi stessi. Se la memoria di
un’esperienza è fagliata, c’è una crepa nella continuità del sé”.
Don DeLillo, That
Day in Roma, he New Yorker”, 20 ottobre 2003, free online
domenica 4 dicembre 2022
Cronache dell’altro mondo – grandiose (235)
“Jill e io ci siamo onorati di
ospuitare i Macron al nostro primo pranzo di Stato come Presidente e First Lady - E di celebrare un’amicizia
definita dalle più grandi fra le cause: Democrazia, libertà, eguaglianza, opportunità. E libertà”.
Così il presidente Biden su tweet.
Una grande
vetrata è stata innalzata sul prato sud della Casa Banca a cui sono affluite
per il pranzo d’onore
le delegazioni ufficiali, in dinner jacket (tuxedo) con sparato e fiocchetto
nero, rose rosse e
iris sui tavoli,
e gran numero di celebrità: Claude Lelouch e Xavuier Niel, co-proprietario di “Le Monde” e
della canzone “My Way”, e Claude Lelouch per parte francese, il cantante John
Legend e il presentatore
Stephen Colbert per quella americana.
Nei colloqui Macron si è lamentato del
Biden Act, i 36o miliardi a sostegno dell’industria americana contro la
concorrenza straniera. Biden ha risposto: “Gli Stati Uniti non si scusano.
Tanto più che io mi sono mobilitato per questo piano. Siamo di ritorno agli affari,
l’Europa torna agli affari, contineuremo a creare occupazione in America, ma
non a spese dell’Europa”.
Si suppone si sia discusso anche di sommergibili. La
Francia lamenta di esere stata esclsua d’imperio dagli Stati Uniti un anno fa
dall’accordo già concluso con l’Australia per la fornitura di sommergibili (l’Australia
ha pagato per il mancato accordo una penale di 583 milioni di dollari). Ma non
se ne è fatto cenno nelle dichiarazioni.
Il giorno dopo Macron ha visitato New Orleans, in
compagnia della ministra degli Esteri antitaliana Colonna, per celebrarvi la
francofonia – la colonia, francese, fu venduta agli Stati Uniti da Napoleone
nel 1803. E per lanciarvi il programma French for all, scritto e promozionato
in inglese ma mirante a rafforzare e l’insegnamento del francese, lingua bruscamente
caduta in disuso, anche nell’Africa ex francese.
Con la Russia, senza Putin
È cambiata ultimamente
la prospettiva, o l’assetto delle informazioni: senza la Russia l’Europa è poca
cosa, una pedina nello scacchiere mondiale, un alfiere, non di più. E allora dentro
la Russia, basta che sia senza Putin: non più Russia raus, ma una Russia
democratica – anche se Putin è regolarmente eletto.
C’è un “assetto delle
informazioni”? L’informazione si vorrebbe veritiera, il più possibile, al
limite delle capacità di giudizio, ma di fatto è eterodiretta, in vari modi, e
c’è poco da fare: pochi pensano, sanno (hanno studiato), capiscono, gli altri
scrivono. L’informazione non è un manufatto qualsiasi, ma così viene gestito, e
accettato, anche dai suoi operatori. Per la nuova opinione sulla guerra ora si
recupera il giudizio di analisti russi. O fuoriusciti, cioè antiputiniani da
tempo, oppure comunque critici. Su due fronti: quello interno, del rapporto del
potere, per quanto eletto, con il popolo russo, e quello esterno, dell’isolamento
della Russia nella guerra all’Ucraina, anche nell’ex Terzo Mondo, in qualche
modo o per qualche verso in antitesi con l’Occidente (Usa, Ue), e cioè l’India,
la Cina, il mondo islamico, l’America Latina.
Non si considera però
che Putin non è un dittatore, alla testa di chissà quale forza occulta, anche
se quarant’anni fa è stato ufficiale dello spionaggio russo. È uno che ha fatto
carriera politica, in elezioni non contestate, contro lo sbandamento impresso
alla Russia dalla desovetizzazione. Dall’anarchia violenta in cui maneggioni,
furbastri e mafiosi ex boiardi di Stato, alcuni solo trentenni, anche ventenni,
si sono impadroniti dei beni comuni. Dalla riduzione a provincia remota
dell’impero del “pensiero unico”, malgrado gli arsenali nucleari. Contro una storia
nazionale che invece si vuole imperiale: politica, religiosa, e anche economica.
Con una popolazione considerevole. Con una superficie sterminata, e ricchezze
minerarie in dimensione.
Non si considera
cioè che dopo Putin non ci può essere che un altro Putin. Che gli Yeltsin delle
libere mafie non possono che essere passeggeri, in Russia come in Sicilia - non
ci vuole molta scienza politica per capirlo. Anzi, che Dio ce ne liberi: che ne
sarebbe dei supermissili russi con le mafie al comando?
L’Occidente se lo
chiede? Naturalmente sì, l’Occidente che sa. Ma forse non l’Europa. Certamente
non la sua opinione pubblica, così facile da agganciare al carretto, ma forse
nemmeno l’Europa che dovrebbe sapere, non che si veda.
La vita è asimmetria
“L’universo è asimmetrico”: Louis Pasteur, indirizzandosi alla Società Chimica di Parigi, alla vigilia di Natale del 1883, sintetizza l’esito delle sue prime e durature ricerche. “Se i i principi costituenti della vita sono asimmetrici il motivo è che alla loro elaborazione presiedono delle forze cosmiche asimmetriche (p. 20)... La vita è dominata da azioni asimmetriche di cui noi intuiamo l’esistenza avviluppante e cosmica (23)”. Non tutto il mondo è fatto ala stessa maniera: “C’è una separazione profonda tra regno organico e regno minerale”, l’uno regolato dall’asimmetria, l’altro dalla simmetria. E irriducibile, “nei nostri laboratori attuali”.
Il testo di Primo
Levi, uno dei suoi testi sparsi, ripreso dalla rivista di divulgazione
scientifica “Prometeo”, rievoca in questo ambito gli studi da chimico
effettuati per la sua tesi di laurea, poco prima della caduta del fascismo e
dell’internamento.
Jona-Lasinio, novantenne
decano dei fisici Italia, che ha recuperato e presenta i testi, è un
matematico, e quindi rifugge da generalizzazioni biochimiche, e meno che meno
filosofiche. Ma la sensazione è forte, alla lettura di Pasteur più che di Primo
Levi, che la vita voglia essere ingovernabile – non disordinata ma
irreggimentabile, incasellabile.
Louis
Pasteur-Primo Levi, Chiralità. La vita è asimmetria?, Gattomerlino, pp.
59 € 10
sabato 3 dicembre 2022
Ombre - 644
Formidabili il giudice
romano – giudice civile – e le cronache cittadine, che vogliono “pignorare i
palazzi dei tedeschi per risarcire le vittime della deportazione”: il Goethe
Institut, l’Istituto Storico Germanico, l’Istituto Archeologico Germanico. È
vero che non sanno di che parlano, nel senso che non hanno mai studiato niente
– che ne sanno della Germania, si limitano a titolare quello che sparano un
paio d’avvocati per le réclame gratis sui giornali. A settant’anni dalla guerra,
o ottanta.
Nella vicenda
giudiziaria di Renzi a Firenze è chiaro che c’è una magistratura “deviata”,
come già c’erano i servizi deviati. E trattandosi di Firenze è probabile che sia
di origine massonica, come la P 2 di Gelli. Per questo intoccabile, come la
Procura di Genova si è affrettata a dichiarare? Documenti trasmessi illegalmente
al Copasir, cioè diffusi via Parlamento, o un Procuratore di Firenze che s’intrufola
a Siena, nelle vicende Mps, per la morte (suicidio?) di un alto funzionario,
non sono “irritualità”, come dicono i giudici benevoli con se stessi.
Più indiscrezioni, e più puntute, contro
la Juventus le ha dagli inquirenti - Guardia di Finanza e Procura della
Repubblica di Torino - “la Repubblica”, il giornale degli Elkann, i proprietari
della stessa Juventus. Abilità di cronisti? C’è dell’altro, le indiscrezioni sono
selezionate.
Ciò che più impressiona di questo Mondiale
nel deserto, dagli alloggi carissimi, è il numero degli spettatori. Più
probabilmente di ogni altro Mondiale, con stadi sempre pieni, in un paese di nemmeno
tre milioni di abitanti – comprese le donne, che non vanno allo stadio. Ben 85
mila (è stato costruito uno stadio da 85 mila?) per Arabia Saudita-Messico. Altrettanti
per Camerun-Brasile, senza Neymar. 70 mila per Inghilterra-Usa. 67 mila per
Costarica-Germania – Costarica-Germania?
Manif femminista NonUnaDiMeno a Roma o
delle scimmiette – mafiose: di quell3 che non c’erano, non vedono, non sentono?
“Meloni fascista la prima della lista” è un revival Br, o semplicemente non si
sa (piu) usare il rimario?
“In dodici mesi
100 mila sbarchi”, tanti ne contano Gabanelli e Ravizza. Che sono, niente. Centomila mila sbarchi in Italia. Duecento
sono andati in Francia, il finimondo. Duecento di numero, non migliaia. E poi
si dice che in Italia non c’è il fascismo. Per chi non legge i giornali, forse.
Non c’è obbligo
del pos per i commercianti per una spesa fino a 60 euro. Scandalo: il governo per
la mafia, il riciclaggio, eccetera. Come? Dove? Il pos che c’entra col riciclaggio?
Non si dice – nessuno dice – che l’obbligo del pos è un tassa che il commerciante,
e l’utente, devono pagare alla banca.
328 film prodotti
in un anno, uno al giorno tolte le domeniche, visti (da pochi) in sala meno della
metà, 156. Il miracolo, al rovescio, lo ha fatto il ministro della Cultura
Franceschini, con gli sgravi fiscali. Sgravi, e fondi delle Film Commission regionali,
talvolta di due e tre insieme. Sono un business per sé: si montano due ore di
film, e l’affare è fatto. Lo Stato dove mete mano fa male, con le migliori
intenzioni? Migliori per i produttori, anche improvvisati.
Curiosa, anche irritante,
la telecronaca di Rimedio e Di Gennaro di Spagna-Germania al Mondiale, tifosissimi
della Spagna, che dipingono come una macchina da gol e poi andrà a perdere col Giappone – col Giappone… (mentre la Germania
sarà eliminata, non era granché di suo). Perfino del placido Bizzotto, complice
di Adani “messianista”, in Argentina-Mesico, inguardabile – unico atleta Orsato,
l’arbitro. In mancanza dell’Italia, si tenta di sollevare l’interesse per il
Mondiale con il tifo? No, è conformismo: la Spagna ha rifilato sei gol al Costarica,
che non si sa perché è al Mondiale, e quindi ha vinto.
Non c’è paragone
tra Messi, un pesce freddo, e Maradona, ma la voglia di eroismo è grande: Adani
non è solo, Cazzullo lo mette nell’Olimpo. Ha segnato molti gol, ma perché ha
giocato in supersquadroni – quanti ne ha segnati quando il Barcellona è
decaduto? Non giocava mica a Napoli, nel Napoli.
È esilarante, a
tratti, leggere del Mondiale o seguirlo sulla Rai, con giornalisti e commentatori
sportivi che non sanno parlare di calcio e s’impancano in processi. Mancando l’Italia,
campo d’onore dei giurisperiti, s’impancano su questioni di politica
internazionale di cui non sanno nulla. A volte anche imbarazzante, anche se in
genere si limitano a starnazzamenti sui “diritti”. Sui quali tutti siamo buoni.
Senza immigrati non si lavora
I lavoratori stranieri censiti in Italia sono 2.257.000, in calo quindi dai 2,5 milioni pre-covid. Sono il 10,2 per cento dell’occupazione totale – erano il 10,7. Una percentuale che è più elevata in alcuni settori: sono il 15,3 per cento nell’accoglienza (alberghi, ristoranti), il 15,5 per cento nell’edilizia, il 18 per cento in agricoltura, e due su tre, il 64,2 per cento, nella collaborazione domestica. Oltre che nei servizi alle famiglie, i lavoratori immigrati hano un peso decisivo anche in alcune attività produttive: sono il 38 per cento dei braccianti, il 25,3 per cento dei manovali edili.
Tra il 2019 e il
2022, per le lunghe fermate produttive a causa del covid, sono diminuite le
presenze degli immigrati europei: del 6 per cento i rumeni, che restano la
comunità nazionale più presente (un milione 76 mila), del 3 per cento gli
albanesi, la seconda comunità più numerosa (ora a 421 mila), del 10,3 per
cento i polacchi, dell’11,1 i bulgari. Sono invece molto aumentati gli immigrati
cinEsi (+ 14,4 per cento) e bengalesi (+ 13,8), e in misura minore marocchini
(+ 3,5 per cento), che ora sono la terza comunità straniera in Italia, 414 mila
i censiti.
Un corposo volume,
molto più dettagliato del dossier annuale del ministero del Lavoro, curato dal
centro studi e ricerche Idos (Immigrazione Dossier Statistico), creato all’interno
della Caritas romana per analizzare annualmente l’andamento dell’immigrazione. Con
molte analisi qualitative e tavole dettagliate regione per regione.
Idos, Dossier
statistico 2022, pp. 500 € 2-25
venerdì 2 dicembre 2022
Il fantasma dell’Europa alla Casa Bianca
Biden è uscito dal riserbo e ha aperto la Casa Bianca a Macron, per la rima volta in due anni: visita di Stato, pranzo di gala, e Francia presa alla sua rete, della grandeur, delle apparenze. Ma niente di concluso. Biden si tiene i 369 miliardi di finanziamenti pubblici alle sue industrie, a danno delle imprese europee concorrenti. E non mostra le carte nella battaglia contro la Russia – l’Ucraina ne è vittima, ma pazienza: si farà, perché no, un vertice a Parigi sull’Ucraina, magari da remoto, senza pompa, così la Francia è contenta.
Al gala per la visita di Stato segue una cena “improvvisata”, dietro un esercito di guardie del corpo, fra le coppie presidenziali, l’americana e la francese, in un ristorante italiano. Come a dire l’Europa unita e l’asse transatlantico. Ma queste scene notturne, benché festose, sembrano un racconto di fantasmi.
Migranti no, ma ne abbiamo bisogno
Non c’è solo Salvini, c’è il ministro dell’Interno francese Darmanin, il nemico dell’Italia, il governo tutto intero del cancelliere Scholz, e pure il governo spagnolo, a guida anch’esso socialista come quello tedesco: il fronte anti-immigrazione è ampio, è praticamente tutta Europa. Mentre, però, dappertutto si segnalano problemi nel reperimento di manodopera. Nell’assistenza domiciliare e infermieristica, nell’accoglienza (alberghi e ristoranti), nell’edilizia, perfino nell’industria.
Euractiv, la rete europea di media, censisce sei milioni di posti vacanti nell’Unione. Che sono il 3 per cento della popolazione attiva (calcolata in 193 milioni)), e quindi poco, ma sono in realtà molto. L’elenco paese per paese è allarmante: in Francia un’azienda su due non trova i lavoratori di cui ha bisogno, in Germania nove famiglie su dieci non trovano aiuto, l’Austria registra 250 mila posizioni vacanti, in Polonia ha problemi l’edilizia, lo stesso in Spagna.
Il problema in realtà non è dei sovranisti, ma più generale: dell’incapacità dell’Europa di dotarsi di una politica dell’immigrazione. Che resta in balia dei mercanti, e viene affrontata – quando lo è – solo con miosure di polizia, Frontex, Sophia, o con deleghe plurimiliardarie – i fondi alla Turchia, che peraltro li prende da una mano e dall’altra non può o non vuole fermare il traffico.
Il
problema non è complicato. Oggi lo spiega al direttore di “la Repubblica” il
presidente del Niger con semplicità: Spiega a “la Repubblica”, al direttore
Molinari, il problema immigrazione il presidente del Niger: “In Francia, Spagna
e Italia avete molti posti dove gli africani possono lavorare. Bisogna stabilire
questi numeri, Paese per Paese, e poi affidare ai consolati la responsabilità di
farli rispettare. Così avremo… l’immigrazione regolare, non avremo più a che
fare con quella irregolare che alimenta i peggiori traffici” – e migliaia di
morti. Il presidente del Niger, lo Stato più povero del mondo – quasi: al 189°
posto su 191. Che dice peraltro quello che si è sempre fatto, in America e
nella stessa Europa, avendo bisogno di immigrati.
La legge contro l’aborto
In un mondo già di rapporti sessuali liberi, non impegnativi, una ragazza brava, studiosa, alla scuola di formazione per insegnanti, buona figlia, buona amica, rimane incinta. Che fare? Siamo negli anni 1970, poco più di quarant’anni fa, e l’aborto è proibito dalla legge, con particolare severità. Una difficile ricerca, sempre più ansiosa man mano che le settimane passano, si svolge di sistemni fai-da-e di aborto.
Un film chiuso, come
ferrato. Se non per il volto della protagonista, Anamaria Vartolomei, giocato
in mille sfumature di luce sotto l’espressione apparentemente unica, della determinazione.
Che si segnala per la tensione che la regista riesce a costruire monotematicamente,
senza digressioni e con poche caratterizzazioni, su un “fatto della vita”: tra
vita e morte, legge e realtà, amore e sofferenza, la storia événementielle
e la tradizione (durata, convinzioni, assuefazione).
Un’opera anche
diversa, questa di Audrey Diwan, dal racconto autobiografico di Annie Ernaux dal
quale sarebbe tratta e di cui conserva il titolo, “L’evento”, il fatto innominabile.
Ernaux, che lo racconta in flashback, senza quindi la tensione che il
film fa montare verso un finale che non si sa, lo ha costruito come documento
storico, di un’epoca. Facendo parlare medici, giurisperiti, donne con analogo
problema, amici terrorizzati o inutili. Un percorso doppio, entrambi di
successo, il film col Leone d’oro a Venezia, Ernaux col Nobel: l’aborto è tema
sempre aperto, e divisivo, ma è di tutti.
Audrey Diwan, La
scelta di Anne-L’Évènement, Sky Cinema 2
giovedì 1 dicembre 2022
Problemi di base - 725
spock
“Arrivi sempre primo se corri da solo”, Gino Paoli?
“Society is the happiness of Life”, Shakespeare?
“Il falso vola, e la verità gli viene dietro zoppicando”, Jonathan Swift?
“Il cammino dei più elevati desideri passa spesso per l’indesiderabile”, René Daumal?
“L’uomo è il più crudele degli animali”, Nietzsche?
“Nessuno viaggia mai così bene come colui che non sa dove sta andando”, Cromwell?
“Un religioso è più di qualsiasi altro capace di male”, Graham Greene?
“Figli piccoli guai piccoli, figli grandi guai grandi”, proverbio siciliano?
spock@antiit.eu
All’ombra di Bloomsbury
Tra la statuaria romana, sotto le volte di palazzo Altemps, l’universo umbratile – tutto sommato – di Virginia e Leonard Woolf, delle loro edizioni pregiate, con torchi a mano: un catalogo piccolo, quello qui in mostra, ma dalle copertine tutte per qualche motivo golose. Di più, e soprattutto, una mostra dei quadri e disegni di Vanessa Bell, la sorella di Virginia, e di artisti in qualche modo a lei connessi, nella tarda scoperta londinese degli impressionisti francesi e dei loro epigoni – di un’altra maniera di dipingere. Che la National Portrait Gallery di Londra prova a rilanciare da Roma, dalla sede prestigiosa del Museo Nazionale Romano, opera imponente (e insieme, curiosamente, anch’essa “segreta”) di Melozzo da Forlì, accanto a piazza Navona, luogo denso di turismo – tutto l’opposto di Bloomsbury, il quartiere di Londra che dà il nome al gruppo woolfiano, allora imponente (ospedali, università) e semidisabitato, semiperiferico.
Virginia Woolf non
cessa di stupire - anche al di fuori del femminismo, forse di più. Qui le
ricorrenti psicosi, di cui non riuscì a liberarsi, malgrado i tanti affetti che
la circondavano, emergono come una costante, a fronte dell’esuberanza della
sorella maggiore, che ebbe anche tre amanti in contemporanea, compreso il
marito da cui prendeva il nome, Duncan Bell. In un incrocio di artisti,
letterati, economisti, diplomatici, di eleganza e influenza, artistica e di
costume, che è sfavillante, come si sa (Keynes, Nicholson, Lytton Strachey,
lady Ottoline Morrelle e quindi Bertrand Ruseell, tart i tanti). Ma resta, o
comunque appare, intima, riservata. Come autoemarginata, che è forse l’effetto
dello snobismo - che purtroppo continua a dominare la scena, anche in questa memoria.
Curano i testi, in
schede più narrative che didascaliche, Nadia Fusini e Luca Scarlini.
Nadia Fusini-Luca Scarlini (a cura di), Virginia
Woolf e Bloomsbury. Inventing Life, Roma, Palazzo Altemps
mercoledì 30 novembre 2022
Con la Juventus si vince
Il reato è generale, il colpevole è uno solo, la Juventus. Tutte le squadre di calcio si sono “arrangiate” con la contabilità nei due anni di calcio senza spettatori, e anche senza partite, e di atleti in lunga quarantena. Tanto che la Figc, il tribunale della Figc, ha dovuto chiudere la pratica senza nemeo visionarla. Ma nel caso della Juventus, naturalmente, si fa un’eccezione.
Perché “naturalmente”? Perché non si fa carriera, e non si va sui giornali, colpendo l’Empoli, o il Frosinone (è ancora in A?). I Procuratori della Repubblica napoletani contro la Juventus diventarono d’un colpo Procuratori Capo – malgrado alcune “irritualità”.
Questo sito non è stato tenero con la dirigenza juventina, per tanti aspetti. P.es.:
http://www.antiit.com/2009/10/la-juventus-e-lincompetenza-di-elkann.html
O sulla gestione dilettantistica, balorda, che ora mezza Procura di Torino e tutta la Guardia di Finanza contestano, ancora di recente:
http://www.antiit.com/2022/08/la-squadra-perdere-la-juventus-degli.html
Salvo, da ultimo:
http://www.antiit.com/2021/12/torino-fa-simpatica-la-juventus.html
Perché questo è il punto: che giustizia è questa? Dove sono le plusvalenze fittizie delle altre squadre di calcio? Facendo i giudici.
O anche, facendo i giornalisti: chi ha cominciato questo giochetto contabile (le squadre romane, la Lazio di più).
Conigliera europea
Macron va da Biden per protestare contro le misure protezionistiche dei piani industriali americani, sotto la specie del contrasto all’inflazione (“Inflation Reduction Act”), e per chiedere più gas dagli Stati Uniti “a prezzi non iniqui”. Ci va già da “anatra zoppa” al suo paese, senza il collegamento di prammatica con la Germania (l’asse franco-tedesco, l’asse renano di tanta letteratura), e senza rappresentare altri paesi, non l’Italia per esempio.
Il belga barbuto Michel, presidente
onorario del consiglio europeo, va a Pechino a fare non si sa che, se non
perché dal viaggio ha potuto escludere finalmente Ursula von der Leyen, la
presidente della Commissione di Bruxelles – il vero consiglio dei ministri
europeo. È da Michel meditava questo dispetto.
L’Europa è in guerra con la Russia, ma
non se lo dice. Fa una guerra by proxy, sul fronte ucraino, con i
soldati, e i civili, ucraini. Una guerra doppiamente by proxy, essendoci
stata portata, renitente, dagli Stati Uniti. Fa la guerra fornendo le armi e i
fondi, e castrandosi con sanzioni pesanti.
Al momento di applicare queste sanzioni,
ognuno le tira dove gli fa comodo. Non solo gli Stati Uniti se ne
avvantaggiano, a spese dell’Europa, ma lo stesso avviene tra paesi europei.
L’Olanda per il gas che esporta, la Francia per l’elettricità che esporta, di
fonte nucleare, la Germania perché ha i soldi per pagarsi il gas a qualsiasi
prezzo e non vuole limiti - i rifornimenti prima di tutto.
Macron è giù “anatra zoppa”, appena
rieletto, in quanto non più rieleggibile. È già gara alla successione. A opera
specialmente del suo ministro dell’Interno, Darmanin, il capo dei gollisti, di
cui Macron non può fare a meno in Parlamento, che non ancora quarantenne già si
vede all’Eliseo fra cinque anni e in questa ottica si comporta – è quello che
ha organizzato e alimenta la campagna contro l’Italia.
Non si saprebbe dire che c’è un’Europa
unita – se non nella fantasia dei media italiani. Nemmeno un’Europa, se non per
ridere – sembra una frotta di conigli spaventati.
La morte della madre
La madre muore,
Annie, l’ex marito e i due figli vanno al funerale, Annie racconta gli ultimi
momenti, all’inizio e alla fine, e nel mezzo tenta un ritratto, l’ennesimo ma senza
più irritazione, della madre. Una realtà che le sfugge: “Per me, mia madre non
ha storia”, il luogo è inospitale, “Yvetot è una città fredda”, i ricordi confusi.
Una vita dunque senza storia, se non è raccontata.
“Questa non è una
biografia, né un romanzo naturalmente, forse qualcosa tra la letteratura, la
sociologia e la storia”, è la conclusione. Ma più forse tra la letteratura e la
psicologia, la psicoanalisi (che non si fa) del rapporto madre-figlia: “Di
nuovo, ci rivolgevamo la parola su quel tono particolare, fatto di fastidio e
di irritazione perpetua, che faceva sempre credere, a torto, che litigavamo e
che riconoscerei, tra una madre e una figlia, in qualsiasi lingua”. Ancora un
corpo a corpo con la madre. L’ultimo, e quindi caritatevole – pensando naturalmente
a se stessa, nell’inevitabile corso del tempo. Alla fine, ancora qualche pensiero
cocente: “Ho fatto tutto perché mia figlia fosse felice e lei per questo non ha
potuto esserlo di più”.
Una elaborazione del
lutto, operazione comune. Operazione semplice e liberatoria, ripercorrendo
momenti e impressioni della persona che non c’è più. Oppure no, dolorosa e forse
inestinguibile - per es. per Roland Barthes, maestro di scrittura: è quando ci
si proietta nell’altro, non ci se ne è mai staccati. Ernaux è molto diversa
dalla madre, se ne è staccata già da bambina, sa oggettivare il rapporto madre-figlia
– poco frequentato dai freudiani benché invasivo, costitutivo si direbbe, della
maternità. Aiutata, nel caso personale, dalla saggezza (sapienza) della
narratrice.
Tra le prime prove
di un genere che poi dilagherà, il ritratto della madre senza più memoria.
Dell’Alzheimer che la riduce, nei momenti buoni, e nelle difficoltà materiali,
fisiche, fisiologiche, allo stato infantile, di madre figlia della figlia. Con
effetti negativi, sulla concentrazione, la memoria, l’abilità, il senso della
realtà, anche dell’accudente, se legato da affetto, come ad Annie è successo.
Una delle prime tappe nel percorso che confluirà in “Gli anni”, 2008, del progetto “Scrivere la vita”. “Scrivere la vita” è il titolo
d’insieme che la scrittrice ha voluto dare al Quarto Gallimard, la “Pléiade dei
poveri”, a prezzo cioè accessibile come un tascabile, che l’editore le consacrava
già nel 2011 - una raccolta preceduta da una lunga autobiografia per immagini,
commentata dall’autrice: “Scrivere la vita. Non la mia vita, né la sua, neppure
una vita. La vita, con i suoi contenuti che sono gli stessi per tutti ma che si
provano in modo individuale: il corpo, l’educazione, l’appartenenza e la condizione
sessuali, la traiettoria sociale, l’esistenza degli altri, la malattia, il
lutto. Non ho cercato di scrivermi, di fare opera della mia vita: mi sono servita
di essa, degli avvenimenti, generi altrimenti ordinari…….. per cogliere e
portare alla luce qualcosa dell’ordine di una verità sensibile”.
Annie Ernaux, Una
donna, L’Orma pp. 99 € 15
martedì 29 novembre 2022
Secondi pensieri - 498
zeulig
Coscienza – Riemerge alla fine (provvisoria, certo, non bisogna farci affidamento, troppa religione vi è attaccata) della corsa scientifica. Forse gli scienziati sono stanchi, ma forse la corsa è interminabile. Tononi è uno scienziato, neurologo, che dice: “I concetti non sono altro che forme nella mente, concentrati di informazione integrata grandiosi. La giustizia, il bene, il male sono immense forme nella mente ed esistono in quanto tali. La prima volta che qualcuno arrivò a pensare alla giustizia….”. L’io “odioso” di Pascal, c’è poco d’altro.
Si dice: “Finisce l’io, inizia la
verità”. Nella fantascienza, forse - della verità come “aliena”, un mostro.
Evoluzione – Pone altrettanti misteri che la creazione. Dal punto iniziale, quale che esso sia, aria, polvere, luce. Ma anche il colore senza luce, il grigio per dire, è un problema. Come si arriva al cervello, per esempio. Non per il suo intrico, la sua complessità materiale, ma come si passa dall’evoluzione all’autonomia, di giudizio, di decisione. Come e perché ogni forma è possibile, vegetale, minerale, animale. Senza in realtà ereditarietà, o allora solo casuale alla fine. Come si concilia l’evoluzione con la casualità. O perché la fisica dell’infinitamente piccolo non arriva mai all’indivisibile – al punto d’inizio.
L’evoluzione è un mistero più della
creazione – un mistero in itinere, di oggi, contemporaneo a ogni
vivente. L’inizio come Big Bang è solo sonoro, canoro – di una fisica “tricche,
ballacche e putipù”.
Occidente – Con la Russia esclusa, resta poco. Restano gli Stati Uniti. L’Europa si è ridotta allo stato vegetativo con la guerra americana d’assedio alla Russia, via Ucraina, Baltici, e chiunque altro. In base alle teorie geopolitiche tardoottocentesche di Halford Mackinder, che pone l’area di confine eurasiatica al centro del potere mondiale, riproposte da Zbigniew Brzezinski a fine Novecento ne “Il grande scacchiere”. Delineando l’assedio alla Russia via Ucraina. Come è poi avvenuto: con le “rivoluzioni” colorate di piazza Meidan a Kiev, circoscritte ma abbastanza per rovesciare con patenti di legittimità presidenti regolarmente eletti che non accettavano l’assunzione dell’Ucraina nella Nato. La Russia ha reagito alle “rivoluzioni” colorate annettendosi la Crimea, e ora una parte di Ucraina. Una bellicosità senza fine è stata innescata, nella quale l’Europa sprofonderà. È tutto qui il mancato parallelo – che ogni scienziato politico avrebbe dovuto fare ma non si fa – tra Cuba e Ucraina: i missili russi a Cuba no, quelli americani in Ucraina sì.
Lo stesso Brzezinski ha sancito la fine dell’Occidente indirettamente, vent’anni dopo “La grande scacchiera”. Il teorico dell’assedio alla Russia via Ucraina aggiunse a metà 2016, poco prima di morire, questo “Epilogo” alla riedizione “aggiornata” della “Grande scacchiera”: “Di fronte a una struttura globale in evoluzione”, cioè a seguito dell’emergere della potenza cinese, “l’America deve lavorare ad attirare la Russia in un Occidente allargato e simultaneamente perseguire una visione geopolitica di lungo termine che includa cooperazione tra Stati Uniti, Cina e Russia”. Una nota di ravvedimento? Brzezisnki temeva molto un “eventuale asse Russia-Iran-Cina”. Ma i giochi erano già fatti, nell’“America First” di Trump e Biden.
Puritanesimo – È quella cosa per cui il peccato è tutto sessuale. Si vuole parecchie cose, libertà, indipendenza, anticonformismo, ma si distingue solo nel campo sessuale. È una psicologia ristretta al mondo anglosassone. A un mondo, cioè, che tiene la sessualità in sospetto.
Queer,i- Forse non dovrebbe, ma si confonde con asessuale. Ripulito dalla crosta (luccichio) inglese e new englander, cioè dal puritanesimo, è la realtà di ogni provincia e di ogni famiglia, anche la più semplice o ovvia: c’è sempre stato uno zio e una zia queer, senza nessun minus, di considerazione o di affetto, familiare o sociale - è il celibato o nubilato “naturali”, in assenza cioè di stimoli sessuali. Come è del resto di tutti, e di tutte, a una certa età – anche se un certo marketing vuole il contrario. Issarlo a bandiera dei “diritti” è stato possibile nel corpaccione dell’America – anche perché è un merchandising, anzi un franchising, del freudianismo, per cui non c’è altro verbo che il sesso, del business psicoanalitico, doppiato col pruriginismo puritano.
Da Londra e il New
England esteso alla grande America, che è una grande provincia, e quindi alla
provincia mondo, si ricorda importato con abiti nuovi (mitici) da Arbasino, il
collettore di mondi diversi, Bloomsbury, Keynes, E.M.Forster – prima che lo scrittore si
rimettesse a guardare in casa, dalla “casalinga di Voghera” a Moro e alla “cintura
bassa” dei pantaloni. Associandolo peraltro al camp, che non ha nulla in
comune col queer, ma sì come sbracataggine.
È la scoperta snob dell’acqua calda, o invenzione della storia, altra specialità anglosassone, da Walter Scott a Namier. Per dare e acquisire un che di lustro – come ripulire gli argenti. Reazione anche al pansessualismo, anche questo in definitiva anglosassone – è il brand di Freud ma il dominio era già anglosassone. Cioè del tutto è peccato. Che è un’esagerazione, come tutti gli eccessi, ma anche nella sua sostanza, l’attrazione o stimolo sessuale, che non è poi colpa grave, nemmeno veniale. Tanto più quando manca.
Riso – “Il ridere rientra
tra i fenomeni ritmici del nostro organismo, selezionati dalla natura per rilassarci;
per questo è parente del pianto: si piange per allegria e si piange per
disperazione. Il nostro comportamento include schemi ripetitivi e ritmici, che
vanno dal succhiare al seno dei bambini al respiro”, Carlo V. Bellieni, “Laughter: A signal of ceased alarm toward a perceived incongruity between life and stiffness” (“New Ideas in
Psichology”). Che sono però dei comportamenti, il ridere e il piangere.
Altra cosa che il succhiare o respirare, reazioni fisiologiche. Sono delle
reazioni, che si dicono istintive ma sono eventi psicologici, derivanti dal riflesso
cognitivo ma in modio del tutto soggettivo, variabile per ognuno in riferimento
a una molteplicità inclassificabile di fattori, da ultimo il temperamento.
Scienza - È bellicosa. Parisi afferma: “La pace viene con la scienza”. Ma in un senso particolare, che non è la pace. Il Nobel può infatti proseguire: “La scienza diventa sempre più utile alla società (lo sviluppo economico si basa sul progresso scientifico)”. E quello della salute, si aggiunge di solito. Ma già qui il passo è problematico.
La scienza è innovativa, questo si può
(si deve) dire. Il tipico percorso innovativo, la ricerca (scoperta), è il suo
lavoro, la sua materia. Non è negativa, non di per sé. Ma è dirompente, cerca e
impone il cambiamento. Che andrà nel senso
della selezione - del migliore, più adatto, più innovativo - ma impone
distruzioni in continuo di vecchie ipotesi e assetti, e non garantisce dale spoglie
o vittime del nuovo. L’esempio macroscopico è della rivoluzione industriale,
col balzo prometeico della capacità di fare, e la sua erezione a regola
sociale. O recentemente della globalizzazione, dell’assetto ricardiano,
liberoscambista dei rapporti mondiali, con l’enorme crescita del reddito, e parallelamente
dell’inquinamento, della distruzione di risorse (i vecchi “elementi”) naturali.
Nell’arco di una sola generazione la popolazione mondiale classificata al di
sotto della soglia di povertà è scesa al 10 per cento, dal 37 per cento –
mentre la popolazione mondiale aumentava di due miliardi. Ma si è raggiunta una
soglia di degradazione del clima – aria, acqua, terra – rischiosa per tutta
l’umanità.
zeulig@antiit.eu
Proust perduto nei salotti
Prose inverosimili, invereconde, di Proust, non più agli esordi, del 1903, 1904,1905, e fino al 1907, quando di anni ne aveva 36. Per lo più su “Le Figaro”. Al quale collaborava già dal 1900, e con la più ampia disponibilità del direttore Gaston Calmette. Firmate “Dominique”, “Horatio”, “Écho”, come “echi” mondani, ma ben lunghe, anche di una pagina di giornale, che è comunque troppo.
Primeggia il
ritratto della principessa Mathilde, che più di ogni altra emoziona Proust,
otto o nonagenaria, figlia di Girolamo Bonaparte, “re di Vestfalia”, la
“comandante” di tutti i Bonaparte. Grande pittrice è Madeleine Lemaire, per
il semplice fatto che frequenta uno dei salotti. La poetessa del secolo è Anna
de Noailles. Con un profluvio di “nomi”, da impenitente name dropper, il
lato più faticoso dello snobismo - mostrare di conoscere le eccellenze.
Si potrà dire che
ci vuole genio per scrivere molto senza dire nulla, eccetto i nomi, e allora
Proust è geniale, ma per ridere. Sono paginette, oggi, documentarie, di Fine
Secolo, di chi c’era e di come si era o diventava personaggi. Nella Francia
iperrepubblicana: tutti in qualche modo titolati. Prose quindi come documenti d’ambiente.
Ma c’è poco, oltre i nomi.
Proust se ne fa
perfino una teoria, non balorda. Confortato da un testo di Renan, il discorso
di ricezione all’Accademia: “Quando una nazione avrà prodotto ciò che noi abbiamo
fatto con la nostra frivolità, una nobiltà più coltivata della nostra nel
sedicesimo e diciassettesimo secolo, delle donne più affascinanti di quelle che
hanno sorriso alla nostra filosofia…. una società più attraente e più
spirituale di quela dei nostri padri, allora saremo vinti”. Con qualche dubbio,
però: “Lo charme delle maniere, la cortesia e la grazia, lo stesso spirito,
hanno veramente un valore assoluto?”, chiede Proust a Renan: “Lo si crede
difficilmente oggi”. Questo non lo dissuade.
Marcel Proust, I
salotti di Parigi, Passigli, pp. 128 € 12,50
lunedì 28 novembre 2022
Cronache dell’altro mondo - residenziali (234)
Le migliori città dove vivere in Nord America sono in Canada. Secondo l’indice delle città più vivibili, 172 nel mondo, censite dall’Economist Intelligence Unit, in base a una trentina di fattori (istruzione, cultura, ambiente, sanità, infrastrutture, stabilità politica). Le migliori sono Calgary, Vancouver, Toronto e Montréal.
Negli Stati
Uniti reggono il confronto internazionale solo Atlanta e Washington. Si salvano,
ma non al top, New York e Boston.
Degradata
tutta la West Coast: Seattle, Portland, San Francisco, Los Angeles, San Diego. Sempre
degradate Detroit, Pittsburgh, e ora anche Houston.
Nel
complesso, però, l’indice Eiu fa il Nord America – essenzialmente gli Stati
Uniti – la “seconda area più vivibile al mondo”, appena dietro l’Europa -
segnalando che nella prima metà del 2022, “oltre 630 mila persone” sono passate
negli Stati Uniti da altre aprti del mondo: “Quest’anno, ogni città del Nord America
inclusa nell’indice ha segnato sopra 80 punti percentuali, con una media di 88”.
Quando l’Africa era a corte, in Italia
L’africano era già stato “scoperto” in Europa nel Rinascimento, nelle corti italiane, a Firenze, a Mantova, a Ferrara. E a Venezia naturalmente, ce n’erano a frotte. Questo lungo documentario, “Presenze africane nell’arte”, lo documenta.
Era una presenza spesso
servile e anche di schiavitù – specie dopo che i portoghesi si dedicarono a
questo commercio, con la complicità dei reucci africani. Ma anche di normalità,
senza cioè i pregiudizi e i luoghi comuni degradanti, che poi si affermeranno,
con l’avvicinarsi della “scoperta dell’Africa” a fini coloniali, da fine Seicento
a metà Novecento inoltrato. Come si sa soprattutto dagli archivi fiorentini - “le
fonti archivistiche più complete al mondo”, secondo Kate Lowe, la studiosa
inglese che partecipa alla ricostruzione documentaria dopo averli utilizzati. E
dalle immagini, dalla pittura. Che documenta la vita di corte e quella comune –
quello che oggi fa la cinematografia: Pontormo, i Ghirlandaio, Mantegna, Filippino
Lippi, Botticelli, Michelangelo, Vasari, Tiziano, Carpaccio, Veronese.
Tantissime immagini
e tantissimi personaggi, anche minori e minimi, ma significativi. Fino a Sägga Krǝstòs, il giovane fantasista
che si diceva figlio del re di Abissinia, svelato per impostore dai francescani
d’Egitto, ma da loro esibito quale ragazzo prodigio in Europa, “ospitato e
sostenuto da Propaganda Fide, molti principi italiani, e dalla monarchia francese”:
a Roma presso i Barberini, il papa e la famiglia, infine a Venezia, sempre portato
dai francescani, dove scomparve, per riemergere a Torino, dove fu fatto ritrarre
dalla pittrice di corte, Giovanna Savoia, e infine a Parigi, autore di una
autobiografia, il primissimo scritto di un africano, creduto e protetto da
Richelieu – in Francia morirà di polmonite il (Seicento fu ricco di “re” esotici,
curiosità onoratissima, ce ne fu uno anche della Palestina).
Un documentario di
ricerca su un pezzo di storia italiana, con marginali contributi italiani.
Praticamente uno solo, dell’autore della bio-ricostruzione della vicenda di Sägga Krǝstòs. Cécile Fromont,
martinichese, è di Yale. John Brackett, che sa tutto e di più su Alessandro, primo
duca, dei Medici, un mulatto, è americano, ben bianco, e insegna a Cincinnati. Kate
Lowe, ben bianca anche lei, fellow del Warburg Institute londinese, è
stata cattedratica di Storia e Cultura del Rinascimento a Londra, curatrice della
serie “I Tatti Studies in Italian Renaissance History”, grazie al lascito di
Berenson e all’università di Harvard, e autrice di numerose ricerche “speciali”:
la “cultura” delle monache in convento, a Firenze e altrove, nel Quattro-Cinquecento,
i bambini lasciati all’Ospedale degli Innocenti a Firenze, anche di colore (“Black and Florentine: documenting the
mixed ancestry babies at the Innocenti in the second half of the fifteenth
century”). Unico italiano, di complemento, Matteo Salvadore, uno studioso
riminese confinato all’università di Sharjah, emirato minore dei ricchissimi
Emirati Arabi – gli ex Trucial States - sul Golfo Persico, studioso dei legami
centroafricani, soprattutto abissini, con Roma e l’Europa, “biografo” del temerario
Sägga Krǝstòs. Di Angelica Pesarini, dell’università di Toronto, e Igiaba Scego
gli altri contributi italiani, di contorno.
Christian Di
Mattia, Rinascimento nascosto, Sky Arte, streaming su Now
domenica 27 novembre 2022
Cronache dell’altro mondo - giudiziarie (233)
Il presidente Biden ha nominato più giudici federali nei primi due anni di mandato di ogni altro presidente americano – il presidente nomina i giudici di corte suprema, i giudici di corte d’appello e i giudici distrettuali, sottoponendo le nomine all’approvazione del Senato.
Nel dopoguerra il numero dei giudici
federali, in carica per otto anni, è salito da poche decine a oltre
quattrocento. Ronald Reagan, che ha moltiplicato le nomine, detiene anche il record
delle stesse, 383. Segue Clinton, con 378.
Donald Trump, cui si rimprovera un numero eccessivo di nomine, si è fermato a 234. Trump ha però il record di nomine in un solo mandato, mentre Reagan e Clinton, con Bush jr., 327 nomine, e Obama, 329, hanno governato per due mandati.
Biden è il presidente che ha fatto più nomine nei primi 18 mesi di mandato. Ha inoltre il record delle nomine di giudici donne e di non-bianchi: tre su quattro dele sue nomine sono di donne e un quarto di afro-americani.
La favola della Sila “inospitale e buia”
Il primo volume della serie subito cult di “Cosma & Mito”. Annunciata in quattro volumi, come “epopea nippo-calabra”, forse per il ricorso, in copertina, a proverbi minacciosi tratti dalla pratica dialettale (ma “lupiminari” è nient’altro che lupi mannari), ma ben cosmopolita, o internazionale come ora si dice. Di due quarantenni già affermati tra Roma e Milano. Zurlo sceneggiatore, Filosa noto come “l’uomo del Giappone”, o “il più giapponese degli autori italiani”, dei “mangaka”, scopritore del “manga indipendente” degli anni 1960-1970, curatore della collana di manga Gekiga (anni 1960-70, quando i manga, i fumetti giapponesi per ragazzi, divennero storie per adulti: lotte di classe, drammi storici, storie noir)), e doku (“fumetti contemporanei”).
Ragazzine avventate corrono molti rischi, su e giù per la Calabria. Nei boschi “inospitali e bui” della Sila – che invece è ridente, ma questa è un’altra storia. Minacciate da loschi avventurieri, il clan dei Lupi e quello dei Polpi. Finiranno male? Una madre avventurosa, molto calabrese, per salvare il suo figlioletto sfida i Lupiminari.
Tra favole di folklore locale e narrativa giapponese illustrata. La fine è nota, dopo molte scene paurose, come è di tutte
le favole.
Nicola Zurlo-Vincenzo Filosa, Cosma & Mito. L’antro dei lupiminari,
Coconino Press, pp.112, ill. € 16
