mercoledì 25 febbraio 2026
L’Europa prigioniera delle faide slave
“Quale sarà il destino dei milioni di ucraini che vorrebbero il proprio Paese nel «mondo russo» e non europeo? Potranno tornare a votare partiti filorussi, parlare russo?” è la domanda. La risposta di Michailo Podolyak, “consigliere della presidenza ucraina”, è: “Se a qualcuno piace può andare a vivere in Russia, finché esisterà. Non ci sarà alcun «mondo russo» in Ucraina”.
La sagra del democristianesimo
Un rito. Il solito bombardamento
di venti-trenta canzoni, per lo più di sconosciuti – come tenere a mente la
pletora di rapper, di versi senza poesia, di melodie da prosa piana?
Con i suoi indefettibili, almeno per le prime ma lunghissime tre ore, tredici
milioni di italiani - meno, pare, dell’anno scorso, ma pur sempre tanti.
Una sagra. Per quella che
è ormai una “cerimonia”, un rituale, una cresima (confermazione). Quest’anno in
chiaro, avendone l’onesto conduttore Conti spiegato in anteprima la natura: il
festival è “cristiano e democratico”. Da regime politico? No, il festival si ripete
uguale perché è la storia della repubblica. Insipida e-ma autoreferente.
Carlo Conti, 76°
festival della canzone italiana, Rai 1
martedì 24 febbraio 2026
Letture - 607
letterautore
Artiste – “Nella ‘Storia
dell’arte italiana’ di Giulio Carlo Argan, su cui ho studiato, non era citata
neppure una donna!”, Maria Grazia Chiuri. Argan sindaco comunista di Roma, 1976-1979:
la sua “Storia” è del 1968, quando già da oltre mezzo secolo, 1913, Longhi
aveva “scoperto” Artemisia Gentileschi.
Asciugatori delle Pareti – O inquilini asciugatori, ”Trockenmieter” nella parlata di Berlino, in
uso nella Berlino guglielmina, che cresceva troppo, troppo in fretta: “Si era
diffusa l’abitudine di affittare gli appartamenti quando l’intonaco non era
ancora asciugato a inquilini che per la scomodità dell’ambiente pagavano una pigione
ridotta” – Saverio Campanini lo spiega, a proposito dello stesso Scholem, nel
lungo saggio con cui presenta gli studi di Gershom Scholem su Pico della Mirandola
e le sue fonti in materia di Qabbalah, “Cabbalisti cristiani”.
Caratteri nazionali – “All’America
devo i favori della fortuna”, spiega Peer Gynt ai compagni di avventure in
Marocco, all’atto quarto: “La biblioteca ben fornita proviene dalla giovane
scuola tedesca (siamo negli anni 1860. n.d.r.); la Francia mi ha dato l’abito,
i modi, e quel pochino di spirito, l’Inghilterra l’assiduità al lavoro e la acuta
percezione del mio interesse. Dagli ebrei ho imparato l’arte di aspettare, dagli
italiani il piacere del dolce far niente…”.
I caratteri nazionali erano in voga nel secondo Ottocento, l’epoca dei
nazionalismi – Ibsen scriveva “Peer Gynt”, a Casamicciola e poi a Sorrento, nell’estate
del 1867. Ma non si pensa diversamente oggi.
Il primo volume, oltre mille pagine, della “Storia d’Italia Einaudi” del
1972, sei volumi, dieci tomi, i curatori Romano e Vivanti hanno intitolato “I
caratteri originali”.
Complessità – La follia –
nell’accostamento di Guido Paduano, che ci ha scritto sopra un trattato, “Follia
e letteratura”, nella sintesi che ne fa a Gnoli su “Robinson”? “Non c’è un
denominatore comune nella follia. Per parafrasare una celebre frase: tutti i
sani sono uguali alla stessa maniera, mentre ogni folle è diverso a suo modo. Re
Lear e don Chisciotte sono quasi contemporanei e rappresentano il punto più
profondo al quale la follia si è spinta nell’abisso della complessità”.
Dante – La “Commedia”
“di base è un’autobiografia” - la stilista Maria Grazia Chiuri, costumista per
l’opera “Inferno” di Lucia Ronchetti all’Opera di Roma. Un selfie ante litteram?
È per questo, continua Chiuri, che “nei versi ci si può identificare ancora
adesso. Sottolinea l’importanza dell’amore come motore universale, parla di
etica e di decadenza politica, di esilio e sradicamento”.
Per Lucia
Rnchetti “la ‘Divina Commedia’ è una Bibbia studiata e ristudiata, il primo libro
erotico e horror avuto tra le mani”.
Etna –“L’unico vulcano
femmina della nostra Penisola”, Marco Belpoliti, “Nord Nord” - attribuito a
Nadia (Ballo?).
Gaza Dreamland – Il sogno di
Trump era già di “Peer Gynt”, nella sua fantasia in Marocco, al bordo del Sahara,
all’atto quarto: “Gli balena un’idea” nelle note di scena, annaffiare il deserto
- una cornucopia segue, di ogni bene e meraviglia.
Kafka – Cosa ne resta
a Praga? “È diventato una fonte di guadagno per un’intera città, fra gadget,
guide, musei, caffè. c’è sempre più Kafka a Praga, ma è sempre meno vivo. Questo
mi ha spinto a guardarlo dalla prospettiva di oggi”, Agnieszka Holland del suo
ultimo film, “Franz”.
Holland aveva studiato a Praga, alla Scuola del Cinema, all’epoca della
“Primavera” politica, 1968, quando Cecoslovacchia, Polonia et al. erano
parte dell’impero sovietico. E ricorda: “Milan Kundera insegnava storia della letteratura.
Trasmetteva il fascino di Kafka e della letteratura di lingua tedesca. Parlava
di Broch, Musil e altri autori di quel mondo. In Cecoslovacchia all’epoca erano
sconosciuti. Io in Polonia li avevo letti”.
Lotteria – Il lotto, che
il Devoto fa derivare dal gotico “klauts”, sorte, Marco Belpoliti in “Nord
Nord”, p.214, si compiace di associare a Lorenzo Lotto, che in Ancona, in tarda
età, “ridotto in miseria”, accudito dai frati domenicani, ne organizzò una: “La
mise in piedi nell’agosto del 1550, per vendere sedici quadri e trenta cartoni
che aveva preparato per le tarsie di Bergamo, ma vendette quasi nulla”.
Mutilazioni di guerra – Molto praticate dagli italiani in guerra, soprattutto nella Grande
Guerra, secondo gli alti comandi, da arte dei soldati per sfuggire al fronte, sono
prassi normale nel “Peer Gynt” di Ibsen, 1867, in aperura dell’atto terzo, dove
il coboldo protagonista di fughe oniriche “vede” tra i suoi esseri immaginari un
ragazzo che “s’è mozzato netto il dito. Un dito insostituibile! Tutto il dito!
Senza che nessuno lo obbligasse!” E poi si piega il perché: “Ah adesso mi
ricordo… È l’unico modo per liberarsi dal servizio del re. Dev’essere così.
Volevano mandarlo in guerra e lui, si capisce, non voleva partire. Ma mutilarsi….?
Per sempre?”.
Lucio Piccolo – “Teneva
concioni interminabili”, Belpoliti in “Nord Nord” , p. 80, sa fa dire da
Vincenzo Consolo, “Enzo”, che lo aveva praticato in gioventù – “un suo maestro
diceva lui”.
Poeti maledetti – Ma è solo
una definizione di Verlaine perseguitato dall’alcol e dagli ufficiali i giudiziari.
Lo ricorda Piero Boitani recensendone la riedizione nella Pléiade. Era il
titolo che appose all’antologia di Corbière, Rimbaud e Mallarmé, con se stesso
nel ruolo di curatore, con lo pseudonimo “Pauvre Lélian”, nel 1884.
Russia-Urss – L’ultimo impero
europeo? Ma con “il capovolgimento completo dei valori che avevano costruito l’Europa”
– card. Ratzinger (poi papa Benedetto XVI), “Conferenza alla Biblioteca del
Senato”, 13 maggio 2004, ora in “L’Occidente vincerà”). Per “il modello totalitario”,
che “si collegava a una filosofia della storia rigidamente materialistica e ateistica”.
Dopo la “rottura” operata dall’Illuminismo: “Non ci sono più valori indipendenti
dagli scopi del progresso, tutto può, in un dato momento, essere permesso e persino
necessario… Anche l’uomo può diventare uno strumento”. Ed è un fatto che “i sistemi
comunisti sono naufragati innanzitutto per il loro falso dogmatismo economico”.
Non per il totalitarismo, per il pil - è
la lezione che Deng Hsiao Ping aveva tratto dai fallimenti del maoismo, e su
cui ha impiantato il robusto impero cinese, seppure sempre comunista,
strumentale - semplicemente, rilevava Ratzinger vent’anni fa, “i
veterocomunisti sono diventati senza esitazioni liberali in economia”.
letterautore@antiit.eu
L’assegno unico non fa una politica natalista
L’assegno unico universale, introdotto
a fine 2021 dal governo Conte II, di sinistra-destra, che avrebbe dovuto rilanciare
la famiglia e la natalità – insieme con l’aumento di asili nido-scuole materne,
non ha avuto l’effetto sperato, se la denatalità continua a crescere, verso
record sempre negativi.
Ha funzionato sessant’anni fa in Francia,
col governo Pompidou, che riuscì a interrompere una denatalità secolare, ma ora
molte cose sono cambiate. Per almeno cinque fattori, quali sono emersi nelle tavole
rotonde di demografi, giuslavoristi, economisti etc., attivate al dicastero della
Famiglia, la natalità e le pari opportunità. La ritardata nuzialità-procreazione
per effetto degli studi: molte più persone studiano ancora nei loro anni venti.
Si è generalizzato il lavoro femminile, in tutti i tipi e i gradi di qualificazione.
La famiglia, sempre informale, è sempre più “plurireddito” – non può più fare a
meno di un reddito. E contemporaneamente patrimonializzata – in beni mobili e
immobili, a spese elevate costanti. La natalità diventa una pausa molto ardua
in questa situazione.
Il quinto elemento dissuasivo è opera
dello stesso mondo imprenditoriale che più lamenta la denatalità, la scarsità
di manodopera. È la pratica aziendale ancora diffusa di scoraggiare la
maternità, con misure anche esplicite - dimissioni in bianco, contratti a termine
non rinnovabili in caso di licenza prolungata, difficoltà ai permessi parentali,
disparità di retribuzione.
La salvezza viene dall'Ucraina nel paradiso di La Ciotat
Enzo, 16 anni, fa l’apprendista
muratore in un cantiere edile. Non ha voluto studiare, e non ha voglia d’imparare
il mestiere, che pure si è scelto. Non sa spiegarsi col padre professore, che
pure vorrebbe in qualche modo aiutarlo, né con la madre ingegnera, meno
intromettente ma sempre attenta. Ha i suoi approcci con una ragazza, nella
piscina della villa di famiglia vista mare – siamo a La Ciotat. Ma è la frequentazione
di due ucraini tuttofare, che lavorano nella stessa impresa, che gli apre un
orizzonte. I due, cottimisti sul lavoro, anche il sabato e la domenica, e spensierati
fuori orario, devono ora tornare in patria per fare la guerra. Cioè, uno dei
due vuole tornare, l’altro ha deciso di no. Finché, con Enzo, non cambia idea.
La
solita parabola del ragazzo “strano”, perché ha e non lo sa pulsioni omosessuali.
Col solito sogno di ogni pederasta, che il ragazzo s’innamori dell’adulto. Ma
girato con grazia - da Campillo in sostituzione di Cantet, che il film ha ideato
e sceneggiato ma non ha fatto in tempo a dirigere. Ambientato in un luogo di
tutti e di nessuno – Enzo, all’italiana, è il nome originale del protagonista. Con
un attor giovane, esordiente, Eloy Pohu, che non lascia immaginare un altro “Enzo”
possibile. E un contorno sempre misurato, come una ripres dal vero: Favino, il padre, la madre Élodie
Bouchez, e i due “ucraini”, Nathan Japy e Vladyslav Holyk.
Laurent Cantet-Robin
Campillo, Enzo, Sky Cinema, Now
lunedì 23 febbraio 2026
Ombre - 812
L’Olanda terza per medaglie vinte
all’Olimpiade invernale - un Paese di pochi, e d’acqua. È che, come in tutte le
cose, anche negli sport alpini ci vuole pazienza e sapienza. P. es. attirare ogni
anno a Amsterdam un milione di visitatori per l’ennesima, annuale, mostra speciale su Van Gogh (ora per il suo “Yellow”. O anche solo organizzazione. Magari facendo
fare sport ai ragazzi a scuola, dove invece in Italia si ritiene non necessario
e forse insalubre - scoliosi, et.
Sergio Cusani evoca in un suo libro di
memorie, si legge sul “Corriere della sera”, il Procuratore di “Mani Pulite”
Borrelli che nel 2011 avrebbe detto: “Non valeva la pena d buttare all’aria il
mondo precedente per cascare in quello attuale”. Verosimile, è nel personaggio Borrelli,
vero andreottiano – quello che non c’è mai: non ci pensa nemmeno che il “mondo attuale”
lo ha creato lui.
Uno vede Atalanta-Napoli e stralunisce –
tanto più dopo l’horror Inter-Juventus: ma come è possibile che gente
così mediocre, Rocchi, Gravina, Mastrandrea, Chiné “regolino” il calcio? Lo
facciano e lo disfacciano. Per far vincere l’Inter? Ma da dove gli viene tanto
potere? Niente, muti e tetragoni. Ci hanno anche fatto perdere due Mondiali, e
ora ci minacciano il terzo, ma sono immutabili.
Magari non sono nemmeno corrotti. È sempre
il vecchio potere, “democristiano”, altro che Seconda e Terza Repubblica.
“Difficile la rottura dei legami commerciali
tra Stati Uniti e alleati”. Diamine, ci vuole il governatore della Banca d’Italia
per spiegarlo.
Difficile per tutti, si penserebbe, ma
tra alleati poi – da quasi un secolo?
Senza studi, senza conoscenze quali che
siano degli affari internazionali, senza nemmeno l’inglese (“zoppica”, dicono i
sicofanti, cioè dice alcune frasi a memoria), Luigi Di Maio è stato ministro
degli Esteri, in due governi, da tre anni è Rappresentante Speciale della Ue
nel Medio Oriente, che non si sa cosa vuole dire ma implica un congruo appannaggio,
e ora è Professore al King’s College di Londra, ateneo di buon prestigio. È solo
un fatto di fratellanza? È la nuova Italia.
Putin non vince la guerra pur provando
a distruggere fisicamente l’Ucraina con continui bombardamenti. Che le tattiche
del pazzo Trump l’abbiano messo le spalle al muro? Ha cessato ormai da tempo gli
aiuti l’Ucraina, che invece dura e resiste, e come può essere?
C’è malessere per la morte del piccolo
Domenico a Napoli, per il trapianto sbagliato. Per il dolore certo della madre,
e per un generico senso di amarezza, per una salvezza che si è trasformata in una
trappola. Per di più a fronte della dedizione dell’ospedale, testimoniata dalle
quattro infermiere che per due anni lo hanno accudito per 24 ore. Ma anche perché,
senza attendere di sapere dove e da chi è stato commesso l’errore fatale, l’avvocato
della madre con greve accento usa toni minacciosi.
Viene perfino da pensare che un errore
è sempre possibile anche in chirurgia, come in tutta la medicina. I risarcimenti
– la triste pratica americana degli avocati a percentuale - hanno cambiato
tutto. E non per il meglio.
“Nella storia della nostra serie A mancava
un giocatore delle Fær Øer”, può titolare “il Foglio” serioso. Con le Fær Øer
sono112 i Paesi a cui la serie A ha attinto e attinge calciatori. Poi dice che
l’Italia non va ai Mondiali, non si qualifica. Si riempiono le squadre di stranieri
perché costano meno? No, costano di più. No, si comprano perché i loro agenti sono
stranieri, in genere nei paradisi fiscali, comunque fuori dalla portata della
Guardia di Finanza. Più che costruire squadre forti, si fano compravendite.
Un arresto eccellente in casa reale,
solo per fare un interrogatorio, senza garanza di un giudice, nel diritto
sassone un’eccezione, una manna per i media. Un fatto storico: la giustizia
made in Italy ha contagiato o
abolito l’Habeas Corpus millenario – prima ti arresto poi ti dimostro,
se ci riesco, che sei colpevole.
“Se il fisico Rovelli è maestro
Di geopolitica, e il giudice
Mastrandrea di giustizia
Perché non saremmo noi
Il vero Shakespeare?
Aperto è il cammino
Della speranza.
“Ilary tra denunce e ricorsi ha fatto causa
all’ex marito per ben 15 volte”. Mentre se la godeva a Milano, in costanza di
matrimonio, con questo e quell’amante di suo piacimento. Si può azionare la giustizia
a capriccio? I procedimenti sarebbero stati avviati se denunce e ricorsi li
avesse fatti lui, l’uomo? Certo, la giustizia è femminile.
“Giovanni Paolo II è stato il più
grande”: il novantacinquenne cardinale Ruini va ancora veloce e non ha dubbi.
Ma è solo, nessuno se lo fila, in Italia. Dove il sovietismo è ancora molto
forte – nei media: tutti reduci. Di che poi, della vergogna di avere
assassinato una rivoluzione? O così vogliono – gli conviene – i padroni furbi
del vapore, per mettere in scacco il governo, qualsiasi governo.
Qualcuno, un funzionario consolare italiano,
prendeva in Bangladesh due milioni di euro per favorire i visti immigrazione. Non
è il solo, probabilmente, ma già da solo dà l’idea del valore del traffico.
Roma, p.es. è piena di mendicanti
africani, giovani. maschi e femmine, collocati ai supermercati, bar, monumenti
non primari, chiese, banche, marciapiedi, dai rom ogni mattina. E dotati di
cellulare. Come ci sono arrivati?
Tuona tronfio, Giove tonante, il presidente
dell’Inter Marotta, sotto le insegne auguste della Federazione Italiana Gioco
Calcio, tesse l’elogio del simulatore Bastoni, bravo ragazzo, sbertuccia
Saviano, “chi è?”, e minaccia la Juventus, di cui è stato a capo per molti anni,
di svelare segreti inconfessabili. È ridicolo ma fa paura, ai giornalisti.
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Il mondo com'è,
Informazione,
Ombre
Milano-Cortina, la Rai si riprende gli eventi
Uno
spettacolo ricco. Anche sportivo, con le ultime premiazioni. E senza sbavature:
ben ritmato tra suoni, luci, movimenti, tra canti e balletti, per qualche aspetto
evocativi, e comprese perfino le esecuzioni degli inni. Raccolto, pur nell’ambiente
dispersivo dell’areena di Verona. Con la sola sbavatura forse di un folletto in
costume che si voleva Rigoletto, che si aggirava in tv per oscure fondamenta –
per ricordare che l’opera è italiana? Bastavano i due pezzi di Puccini, il coro
muto e “Butterfly”, da pelle d’oca.
Un’ottima
ideazione, fantasiosa e misurata. Che la Rai, tra impostazione e regia, ha tutto
sempre minutamente sincronizzato. Per uno spettacolo “spettacolare” in tv
forse più che dal vivo, di stacchi, movimenti, pause canore o discorsive, e tagli,
luci, colori – nel giorno in cui i critici della concorrente La 7 la davano per
spacciata (“meglio Eurosport….”). Tre ore di diretta con decine se non centinaia
di spostamenti di scena, e tutto perfettamente sincronizzato.
Cerimonia
di chiusura giochi olimpici invernali di Milano Cortina 2026, Rai
1, RaiPlay
domenica 22 febbraio 2026
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (625)
Giuseppe Leuzzi
Una Olimpiade invernale è necessariamente una
Olimpiade del Nord. Ma in questa di Milano-Cortina lombardo-veneta lo è anche
in modo ideologico. Non solo perché gli atleti sono lombardi, veneti e valdostani.
Si inneggia al Nord-Nord sotto le specie della Norvegia: tutti giganti. Nel senso
dei due metri. Che non vuole dire nulla –abbiamo anche noi centravanti di due
metri che non sanno giocare, mentre Haaland è un’altra cosa. Mentre la Norvegia
– che è nostro incubo anche nel calcio, non solo sulla neve, noi che siamo
tri-campioni del mondo – ha da quarant’anni uno statuto speciale per lo sport
dei bambini, dai 6 ai 12 anni. Che consente a tutti di fare sport, in campagna
come in città, con e senza soldi. E nove, quasi dieci, bambini su dieci lo praticano - normalmente più di uno.
Con cadenza mensile, se non ora
settimanale, “Il Sole 24 Ore” affligge il lettore con le classifiche del meglio
e del peggio, dove si vive meglio, dove ci si cura meglio, dove l’aria è
migliore, etc. Che è la maniera milanese di celebrare il Nord: sono graduatorie
per cristallizzare le “inferiorità” del Sud. Ma l’ultima è curiosa. Per tutti
gli esami clinici la regione peggiore (dove più lunga è l’attesa) è l’Abruzzo –
solo per cardiologia e colonoscopia fa peggio la Puglia. Mentre dove tutto fila
liscio è il Veneto - eccetto per l’ecodoppler dei tronchi sovraortici: qui
viene prima Trento.
Solo per ortopedia viene primo
- peggio – il Friuli Venezia Giulia. Cioè una regione di montagne.
Rocco Scotellaro “è vissuto
molto poco ma ha dato tantissimo ed è rimasto un personaggio mitico nella cultura
italiana e meridionale. Quello che ha fatto nella sua breve vita (è morto di
trent’anni, n.d.r.) è bastato a farne um mito, perché?”, si chiede Goffredo Fofi
in “Arcipelago Sud”. E si risponde: “Perché figlio di gente molto povera cresciuto
in un paese di contadini”. E perché “ha avuto una madre di grande forza, come
spesso nel Sud, che ha raccontato e pianto suo figlio”. La famigerata “donna
del Sud”.
E l’uomo del Sud – sempre di Fofi,
a proposito di Sellerio marito? “Enzo Sellerio, palermitano di forte ceppo
ispanico e liberalmente barocco, era un uomo e un artista di forte carattere, un
individualista vero, come ho avuto la fortuna di conoscerne pochi (come Sciascia,
come Levi, come Pasolini, come la Morante e la Ortese)”.
Il Settentrione si
capisce dal Meridione
“Forse adesso ti starai
chiedendo”, dice Belpoliti a “Nord Nord” illustrando Villa Palagonia all’ipotetico
interlocutore con cui sviluppa la narrazione, “perché sto qui a scrivere del
Meridione in un libro che s’intitola ‘Nord Nord’”. E gli risponde. “Credo che tu
sappia bene come il Settentrione lo si capisca solo attraverso il suo
contrario, il Meridione”. Certo, si è il Nord di un Sud – anche Milano, poi,
così piena di sé, è un Sud, in Europa e nel mondo. E si spiega così, sempre Belpoliti col suo
interlocutore, la “Lombardia siciliana” di Sciascia, “sulla scorta di Vittorini”
– che, “nato a Siracusa, nella Magna Grecia, …s’era trasferito anche lui (come Ferdinando
Scianna, il fotografo, n.dr.) a Milano e del tutto identificato con il Nord odierno,
industriale, pragmatico”.
E dunque, com’è il Nord visto
da Sud? “Secondo Vittorini, spiega Sciascia, il Nord si presenta come una forma
d’ordine anche quando è scosso da conflitti; è in contrapposizione all’Isola,
che invece è sempre caos, dispersione, negazione della Storia”.
Bisognava pensarci, a questo
Nord “creato” dal Sud. Come un complesso di colpa. Una impossibilità. Un’impotenza.
Altrimenti, anche
geograficamente la distinzione si complica. Risalendo alle sorgenti della
Drava, “il più lungo fiume nato in Italia”, Belpoliti poi ricorda che fluisce
nel Danubio, e quindi nel Mar Nero, e si
chiede: “Allora il Mar Nero dov’è: a nord o a sud? È a est, anche se nel suo
percorso il Danubio dopo Budapest sembra flettere verso sud: attraversa la
Serbia e la Bulgaria, poi si rialza un poco e sbocca un po’ più in alto”. Ma
“il Mar Nero comunque non è a nord” – suona orientale.
È come al militare, ai quesiti della
prova per ufficiale di complemento: è più a est Trieste o Napoli, è più a sud
Napoli o Bari. E la verità è che l’Italia è come la diceva Churchill, sta nel Mediterraneo non come un pene
eretto ma come uno flaccido. Per concludere – sempre Belpoliti col suo anonimo interlocutore:
“L’avrai già capito anche tu: il Nord non esiste, o meglio è qualcosa di
fluttuante, legato a fattori di varia natura, non solo geografici, ma anche
linguistici e storici. Per cui tutto è relativo e dipende da come si guardano
le cose” – tanto più considerando che “anche la bussola, indispensabile per
orientarsi, è alla fine solo un punto di vista”.
Non è una conclusione, ma Belpoliti
se la “fa bastare”. L’aveva avanzata con il Meridione, di Dante e di Petrarca.
Non c’era allora, aveva notato, il Nord – non un “cosa” italiana. Ma
solo la connotazione geografica, di Settentrione e Meridione. E non tra una
parte e l’altra dell’Italia, si può aggiungere – l’Italia era una, e ben definita
dalle Alpi, benché non ”esistesse”.
Sudismi\sadismi - Mafia Capitale
L’ex
inchiesta Mafia Capitale, poi ribattezzata Mondo di Mezzo (dopo che la Cassazione ha decretato
l’assenza di metodi mafiosi), continua a sgonfiarsi. I giudici della prima sezione penale di
Roma hanno dichiarato, nell’ultimo rivolo dell’inchiesta con venti indagati, il
non doversi procedere per intervenuta prescrizione per
Salvatore Buzzi. Assoluzione
con formula piena, invece, per l’ex segretario del Pd romano, e capogruppo al
Consiglio comunale, Francesco D’ausilio.
D’Ausilio allora giovane, nel 2014, viene
assolto dopo undici anni e una carriera politica troncata dall’accusa di mafia
in un processo farlocco con cui si immortalarono alcuni giudici siciliani, che
non vedevano l’ora di avere la mafia a capo della Città Eterna. Si penserebbe
che la guerra alla mafia si faccia circoscrivendone l’influenza e la
disseminazione. Invece, e questo non è il solo caso, ci si compiace nel vederla
ovunque.
Tra le tante vittime, questa antimafia ha
fatto le cooperative sociali. Di ex detenuti in varie attività. Che Buzzi, condannato a venti o trenta anni
per assassinio, ma plurilaureato, in Lettere prima e poi in Legge, a Rebibbia, attivista
per la riorganizzazione delle carceri, graziato da Scalfaro nel 1994, aveva
creato nel quadro della Lega delle Cooperative. Attive a Roma in molti servizi,
e tutti efficienti. Poi svanite nel nulla – centinaia di ex carcerati senza più
un’attività. Non difese dal Pd né dalla Lega, il sospetto di mafia è
cancerogeno.
Cronache
della differenza: Sicilia
Nell’ampio affettuoso medaglione che fa di Vincenzo
Consolo siciliano di Milano, “Enzo”, nel suo “Nord Nord”, Marco Belpoliti lo
ricorda anche spietato giornalista - corrispondente da Milano de “L’Ora” di
Palermo – a proposito del suicidio di Franco Verga, un notabile democristiano
milanese figlio di siciliani, “nel suo articolo ‘Morte d’un samaritano fra
cinismo e kitsch’”.
“Canis canem non est”, cane non mangia
cane, si diceva in antico. Ma evidentemente siciliano morde siciliano.
Il “Meridione-del-Meridione” la vuole lo stesso
Belpoliti, raccontando di Ferdinando Scianna, la sua Bagheria rifiutata, e la “mostruosa”
Villa Palagonia.
Vincenzo Ferrea, palermitano, è di casa nei teatri di
Napoli. Roberto Andò, palermitano, è direttore del Mercadante a Napoli – città cui
ha dedicato due o tre dei suoi film. Alfio Scuderi, palermitano, è regista importante
a Napoli. Le Due Sicilie si fanno, tardi, a teatro.
“Quando vivevo a Palermo”, Goffredo Fofi ricorda nella
galleria di personaggi che ha lasciato intitolata “Arcipelago Sud”, “dovetti
accompagnare in giro per la città il sindaco (o il vice-sindaco?)
di Oslo, insieme a una traduttrice, e questo signore voleva vedere due cose della Sicilia.
La prima: i fichi d’India, perché aveva letto Grazia Deledda!” – la seconda i casini
(“voleva sapere come fa uno Stato a prendere dei soldi su ogni coito, le
cosiddette «marchette»”).
Ricordando Vittorio De Seta, il cineasta di
“documentari bellissimi di venti minuti o poco più”, dedicati al Sud, specie alla
Sicilia, “Isole di fuoco” (Eolie), “Lu tempu di li pisci spata”, lo Stretto,
“Contadini del mare”, contadini in certi periodi, in altri pescatori, Fofi aggiunge
la sua testimonianza, sui pescatori siciliani che non sapevano nuotare: “Un
fatto che mi sbalordì quando vivevo tra Partinico e Trappeto, non sapevano
nuotare, i loro figli spesso sì, ma loro no, dei vecchi nessuno sapeva nuotare,
anche se di notte andavano in mare a pescare, anche in modi pericolosi, perché, per esempio, il pesce spada non era
facile da catturare”.
“Quasi tutte le città siciliane hanno sante patrone:
Agata, Rosalia, Lucia, Barbara, Venera”, Francesco Merlo, “Posta e riposta”, la
rubrica dei lettori di “la Repubblica” -
e Febronia, Catena, l’Immacolata, l’Assunta, la Madonna della Lettera, dell’Alemanna,
Nera del Tindari, quella di Capo d’Orlando…
Il
catanese Verga “fu il maggiore narratore italiano del Novecento, come asseriva
Elsa Morante”, ricorda Fofi, sempre in “Arcipelago Sud”. E aggiunge che “non
era solo a reggere la bandiera della nuova letteratura”, citando gli altri catanesi,
De Roberto, Capuana, Brancati, “i girgentini Pirandello e Sciascia”, “il
nisseno Savarese”, Tomasi di Lampedusa, Consolo. Ai quali si possono aggiungere
Martoglio e Ignazio Buttitta, perché no? E Natoli (“Wiliam Galt”). E Vittorini,
Quasimodo, Piccolo, Bufalino, Camilleri, Jolanda, Insana, Terranova, la stessa “Luisa Adorno”.
Influenzò anche gli studi ebraici, in materia di Qabbalah, spiega ammirato Gershom Scholem, della Qabbalah massimo studioso, in “Cabbalisti cristiani”, 77 segg.: l’umanista “Flavio Mitridate”, Shemuel ben Nissim Abulfarag, figlio del rabbino di Agrigento, che da cattolico prese il nome di Raimondo Guglielmo di Moncada. Scholem lo dice “di straordinaria erudizione e solerzia, che tradusse in latino, parola per parola, un’intera biblioteca di opere cabbalistiche”, in almeno cinque grossi in folio ora alla Vaticana,“indulgendo non di rado in autoelogi tutt’altro che ingiustificati”.
leuzzi@antiit.eu
Ibsen pìcaro in Italia
Una anticipazione del più
noto – più lieto, rapido, inventivo – “Orlando” di Virginia Woolf. La lettura
di Groddeck ne “Il linguaggio dell’Es” (ma anche nei saggi “Faust” e “Ein
Faistizitaet”, “Nora e Rebecca West”, e il volume “Il teatro di Ibsen. Tragedia o
commedia?”) è sempre attuale: “Peer Gynt” tragedia o commedia? Il ragazzo è l’imperatore
nel quale si riconosce – si è riconosciuto alla prima avventura, fra i troll. È
un folletto che attraversa a balzelloni il tempo e 1a geografia. In un
caleidoscopio di fantasie, memorie, avvenimenti, familiari, nazionali, epocali,
e polemiche, personali e letterarie.
Un racconto
teatralizzato. Costruito come un sogno affollato e asintattico, atemporale, in
versi - in un originale irto, pare, benché in versi e in rima, quindi cantabile:
di danese con molte iniezioni già di norvegese. Si parte con Peer Gynt ragazzo
scioperato, che inquieta la povera madre e il villaggio, dove si vuole arbitro
dei destini di ogni ragazza – infaticabilmente alla ricerca di un marito. Che
poi s’immortala alla corte di un re di troll o coboldi, della cui figlia si
dice padrone. Quindi giovane imperatore di un Marocco di deserti e giardini
ubertosi – che poi trascolora in Egitto. Infine vecchio in un fiordo nel Mare
del Nord, dopo essere stato cercatore d’oro in California, con altri vecchi.
Un racconto frammentato
anche in un numero sterminato di figuranti e personaggi, molti di una-due
battute. Che alla lettura sembra rendere il dramma non rappresentabile, e
invece è uno dei più rappresentati di Ibsen secondo le statistiche, e con più
continuità. Forse per le musiche di scena che Ibsen commissionò a Grieg dopo
l’insuccesso della prima rappresentazione, che ne fanno un po’
l’identificazione - come le musiche di Nino Rota per i film di Fellini. “La
canzone di Solvejg” non solo, molte melodie di Grieg del “Peer Gynt” sono molto
note – Solvejg, la più intelligente delle ragazze con cui Peer Gynt si
confronta, e la più risolut-a-iva, è figlia di “contadini immigrati”.
Un dramma che si può
leggere come una féerie, tumultuosa, affollata, tra fiordi e deserto. O
un viaggio picaresco, senza meta e senza ordine. Sugli umori adolescenziali, di
un ragazzo che sa tutto di se stesso, poiché parla in nome proprio, tra
montagne remote, deserti zampillanti, ragazze al seguito, gentili, regali,
ostili, come in un paradiso islamico, mentre è un buonannulla, chiacchierone,
anche ubriacone – così lo dice la madre, l’amata. Si può scambiarlo per l’eterno
adolescente, che fantastica molti futuri - ma con molta buona volontà.
Oppure, più
verosimilmente alla lettura attenta, è una fantasia ma non del tutto: una una sorta
di autodifesa, in forma fantastica, una autobiografia, con confessione di colpa,
mezza confessione di colpa. Subito dopo “una giornata estiva al Nord”, una mezza
paginetta sull’infanzia, in un Egitto che la pagina prima era Marocco, così la
rappresentazione procede. Dopodiché: “Ho sciolto l’enigma del mio destino….a
buon diritto e mi sento me stesso,
l’uomo Peer Gynt, detto anche «imperatore della vita umana», io rialzo il capo…”.
Dopo avere qua e là riflettuto: “Che innocenza nella vita degli animali…!
Ciascuno si attiene agli ordini del Creatore, conserva la sua impronta
incancellabile, è sempre se stesso, nella lotta e nel gioco, se stesso come nel
primo giorno in cui fu creato”. Che non è una dichiarazione d’innocenza, ma d’impunibilità.
Si può leggere come un’autodifesa,
contro la Norvegia, dall’Italia dove l’autore si era “rifugiato”. Contro i
compromessi, e compresi i liberi fidanzamenti. Una avocazione della libertà del
creativo: “Essere a tuti i costi se stessi, questo sì che si chiama cristianesimo!”.
O, in alternativa, un semplice “divertissement”? Troppo sconnesso – il divertissement
ha una logica interna. Di certo d’insopportabile verbosità. Filerà in versi, in
rima, nell’originale, ma a leggerlo in piano interminabile, ripetitivo, e alla fine sempre
vago. Comunque, un soliloquio, in forma dialogica in realtà dell’autore con se
stesso, in ambienti o situazioni e con interlocutori finti. Con un finale di riflessione
nichilista, dostoevskjana: “Lo spirito è avaro e la natura è prodiga… Fu male donare
asilo e luce a mia madre…è caro pagare con la vita la propria nascita”. Ma in realtà
con l’orgoglio della negazione, non con la disperazione. Con Solvejg risolutrice,
breve e rara ma salvatrice, “mia madre, mia sposa, donna senza colpa”, la
Madonna.
Una commedia-farsa. Senza
unità di nessun genere – si vaga per luoghi impensati, impensabili, per età diverse,
per compagni composite. Se ne parla in chiave realistica. Ma il personaggio è emintemente
romantico, come è di tutti gli adolescenti, fantastico, e il quadro è di ambienti,
paesaggi, situazioni che si sognano. Di un ballista anche – “sono un po’ matto”
- mentre pensa tra di sé: “Poter piantare un chiodo nella pancia di tutta questa
gente!”. Una commedia-farsa in versi. Un “Faust” de noantri, alla buona,
a come viene viene. Senza tormenti, anzi svagato.
Sicuramente è un Singspiel,
alla maniera del “Flauto magico”, sul figlio sognatore e scioperato di una
madre vedova sotto esecuzione forzata, che si sogna – in questa forma sì - eroe
di infinite (dis)avventure. Una sorta di “Miracolo a Milano”, senza l’unità di
tempo e luogo - a un certo punto si segue pure “una donna, a cavallo di una
scopa” (la madre bisbetica, cioè no, preoccupata, in ansia). In questo senso,
curiosamente, Claudio Longhi ne annuncia una contaminazione nella ripresa di
“Miracolo a Milano”, il film di De Sica-Zavattini, in forma teatrale al Piccolo
di Milano - per dare a Toto il buono, il personaggio del film, anche un po’
della fantasia adolescenziale di Ibsen, trabordante la borgata.
Una fantasia concepita e
realizzata da Ibsen nel primo soggiorno italiano (1864-1868), nel 1867, tra
Roma e il Golfo di Napoli, dove si era rifugiato per sfuggire alla calura
estiva, dapprima a Casamicciola poi, dopo un terremoto, a Sorrento. Il secondo
dramma “italiano” di Ibsen dopo “Brand”, anch’esso concepito e scritto nello
stesso periodo del lungo esilio volontario – anche questo in versi ma con
assetto drammatico definito:
il pastore luterano Brand, fermo credente nella
forza della volontà, ha tratti astiosi e duri, e finirà solo, chiedendo al suo
Dio: “Non è dunque sufficiente tutta la volontà di un uomo a conseguire una
sola parte di salvezza?” – per avere la risposta: “Dio è carità”.
Nel
lungo esilio volontario di oltre vent’anni, Ibsen risiedette in Italia per due periodi,
1864-1868 e 1878-1885 – per prima cosa seguendo un corso intensivo, si direbbe
oggi, di italiano, a Venezia. Preferiva l’Italia alla Germania, dove però
soggiornò per periodi più lunghi, per facilitarsi il lavoro in patria. Se ne era
allontanato nel marzo 1863, dopo il fallimento del teatro di Kristiania (Oslo)
di cui era direttore, deluso dall’insensibilità politica. Dichiarando: “Il mio
piccolo figlio non apparterrà mai a un popolo la cui aspirazione è di diventare
inglesi invece che esseri umani”. Una indignazione un po’ a metà – teatrale?
In edizione unicamente in
questa traduzione del 1959, di Anita Rho. Introdotta da un saggio anch’esso
stagionato, di un Rolf Fjelde, per il quale Ibsen è in realtà Hegel. Per lunghe
insistite tirate. Del tipo: “La disastrosa guerra del 1864 tra la Danimarca e
la Prussia, alla quale la commedia di Ibsen era una risposta diretta (sic!), trovò
una replica nel confronto tra l’ultimo dei grandi filosofi esistenzialisti, il tedesco
Hegel, e il primo degli esistenzialisti contemporanei, il danese Kierkegaard”. Con
una filiazione del sogno in teatro che ignora Shakespeare – o Schikaneder per il
Singspiel - e si riproduce in Strindberg, Stanislavsky, Jarry, Artaud,
Beckett, Ionesco e Genet, e mai, neppure per caso, in Pirandello.
Henrik Ibsen, Peer
Gynt, Einaudi, pp. 141 € 13,50
sabato 21 febbraio 2026
Il senso di Mattarella per la giustizia
Si promuove una serie tv che “renderà
giustizia” a Tortora, perseguitato. Dai giudici. Da giudici forse sciocchi, sicuramente avidi, di
notorietà-per-la-futura-carriera, alla Procura e al Tribunale di Napoli. E si
dice, si fa pensare: successe quarant’anni fa, come a dire in un’epoca remota. Mentre
però si dichiarano innocenti negli stessi giorni Vittorio Sgarbi, processato
per furto o ricettazione di un quadro, e molti degli accusati di “Mafia
Capitale”, il maxiprocesso di Roma, dopo molti anni di indagini, accuse,
dibattimenti, alimentati dalla Procura dei giudici Pignatone e Prestipino a mezzo
stampa.
Oppure s’invoca il fato, il destino.
“Ha lottato con il fato come in una tragedia greca”, dice di Tortora Fabrizio
Gifuni, che lo impersona nella serie tv. No, ha lottato contro dei balordi
pluriassasisni, incoraggiati a giocare col suo nome perché “Portobello”, il
programma tv per cui Tortora era famoso, era forse l’unica cosa che capivano e
seguivano.
Tortora non è un caso, il carrierismo dei giudici fa il paio con la
giustizia politica. Si vuole immaginare il presidente della Repubblica
un candido, come i suoi capelli, che nell’arena del Csm che eccezionalmente in
dieci anni ha voluto presiedere per ammonire: “Giù le mani dalla giustizia”,
non era ancora uscito forse dal non augusto palazzo dei Marescialli, di fronte
al “Corriere dello Sport”, che le mafie giudiziarie
considette sindacali (dei gruppi di potere) se lo appropriavano l’una contro
l’altra.
Ma perché tutto quello che ha a che
fare con la giustizia deve sapere di “vil razza dannata” – il presidente della Repubblica,
che è un giurista, se lo è mai chiesto? Nel romanzo, il senso di Smilla per la
neve, da specialista della materia, bastava a svelare molte verità
occultate.
Ps. In piccolo, mentre il candido Mattarella assermentava il suo Csm, il consigliere di Stato Mastrandrea puniva un calciatore per un fallo di cui era stato vittima, e il presidente del calcio Gravina assicurava che si, aveva fatto bene - a punire la vittima: giustizia? sportiva?, errore? su errore? su errore? no, comparaggio apulo-abruzzese, e potere (vetero) democristiano, assoluto.
Solo con gli immigrati resiste la scuola
La denatalità trova riscontro immediato
a scuola, col crollo delle iscrizioni. Eccetto che nella scuola media, dove il
calo è limitato, e alle superiori, dove invece le iscrizioni sono in aumento.
Tra il 2019 e il 2024 l’Istat
documenta un calo della popolazione scolastica di 646 mila unità, il 6,4 per cento.
Ma con un saldo quasi zero nella scuola media e superiore: meno 48 mila alla
media, più 42 mila alle superiori.
Il dato in controtendenza non trova una
spiegazione certa. A meno di non legare i due dati alla presenza, in quelle
fasce di età, di giovani immigrati o figli di immigrati.
250 libri d’immagini
“Un’autobiografia
per immagini” è il sottotitolo, ma più esatto sarebbe stato “con” immagini: la
narrativa è orale, degli ultimi tempi del grande fotografo, raccolta dalla figlia
Susanna, fratta, occasionale, ma è sempre vivace: i ricordi sono eventi. Di Santa
Margherita Ligure, dove Berengo Gardin si dice nato “per caso” – perché la
madre Carmen, svizzera, vedova del gestore dell’Hotel Imperiale, ne aveva continuato
l’impegno. Quindi un’infanzia nell’“nell’ambiente mondano ed elegante dell’Imperiale”
– con una tata in divisa. Per poi passare dopo qualche anno, andando la gestione
dell’Imperiale non bene, a Roma, dove il padre, commesso viaggiatore, era stato
trasferito – al Celio, quartiere che ha mantenuto la sua aria féerique¸ in
via sant’Erasmo. Un’infanzia e un’adolescenza piene di un uno spirito
avventuroso, nella normalità, maalgardo la guerra, l’occupazione, la fame. E dopo
la guerra a Venezia, dove le sorelle del padre gestivano un negozio di bijouterie,
di perle e vetri di Murano – essendo il padre tornato “molto malato” dalla
prigionia, dalla guerra, che aveva voluto fare volontario, lui reduce di tutte
le guerre, compresa quella d’“Abissinia”.
Nulla
di eccezionale, insomma, e tuttavia un racconto attraente dell’infanzia, l’adolescenza,
la prima giovinezza. Poi è soprattutto un racconto di fotografo per appassionati
di fotografia: occasioni, incontri, tecniche, personaggi: Scianna, Cartier-Bresson,
Erwitt, Koch, Salgado, Koudelka, Bruno Barbey, Leonard Fredd - e Francesco
Cito, Romano Cagnoni, Gianni Giansanti. Sotto l’ala di Grazia Neri, l’agente di
molti.
“A
oggi (ai 90 anni, nel 2021) sono oltre 250 i volumi che ho pubblicato”.
Gianni
Berengo Gardin, In parole povere, Contrasto, pp. 207, ill. € 22
venerdì 20 febbraio 2026
Cronache dell’altro mondo – elettorali (386)
Un contrastato disegno di legge (Safeguard American Voter Eligibility
America Act, o Save Act, o Save America Act), che fa obbligo agli elettori di
esibire un documento di identificazione al seggio alle elezioni federali, con
foto, e che attesti la cittadinanza, voluto dalla presidenza Trump, ha ottenuto
l’avallo della Camera dei Rappresentanti al Congresso ma dovrebbe arenarsi al
Senato.
Negli Stati Uniti il voto è libero anche perché non è controllato, né
sull’identità degli aventi diritto, né con scrutini politicamente neutrali.
La legge federale limita il diritto alle elezioni nazionali di voto ai soli
cittadini. Ma non richiede di fornire al seggio prove documentali della cittadinanza.
Non c’è comunque uno strumento per evitare il voto plurimo, in più seggi.
Si può votare col numero della previdenza sociale (sena foto), la
patente (con foto), o un documento d’identità locale, della contea o stato di residenza.
La nuova legge si basa sulla cittadinanza e richiede un certificato di nascita,
e\o il passaporto, o il tesserino di riconoscimento militare.
Il voto politico, federale, oggi è regolato in molteplici modi. Il distretto
di Columbia (Washington) e dodici stati consentono di votare senza alcuna
documentazione d’identità: California, Illinois, Maine, Maryland, Massachusetts,
Minnesota, Nevada, New Jersey, New Mexico, New York, Pennsylvania, Vermont. Vi
risiede circa un terzo della popolazione americana.
In questi stati deve
esibire un documento d’identità chi vota per la prima volta. Un documento che
può variare molto: in California basta una tessera studentesca, una bolletta
recente, una notifica o una lettera di un’agenzia governativa.
Nei restanti 38 Stati un documento d’identità è richiesto. Ma con varie
modalità. Alaska, Colorado, Connecticut, Delaware, Virginia, West Virginia e
Wyoming accettano documenti senza foto. In Texas, Michigan, Louisiana, Iowa, Idaho
e South Dakota chiunque può votare firmando una dichiarazione giurata se non ha
o non vuole esibire un documento.
Gli stati dove si vota principalmente per posta hanno requisiti diversi,
ma tutti senza una identificazione precisa: Hawaii, Oregon, Washington, Utah.
Ma il Piano Mattei dà già frutti
Il Piano Mattei così irriso, “pochi soldi
e molte ambizioni”, però funziona, da tempo. Un rapporto si radica dell’Italia
in molti Paesi africani, come contributo alla modernizzazione e allo sviluppo locale,
e di più come ponte per migliorare l’immigrazione, formando il lavoro immigrato.
Una novità che era da tempo necessaria, per una politica che in regime di
Schengen andrebbe fatta a livello europeo, come i Paesi di grande immigrazione,
Stati Uniti, Canada, Australia, hanno fatto fino al dopoguerra: più generosa ma
anche più redditizia rispetto alla manovalanza selvaggia del mercato schiavista
dell’immigrazione, col suo carico di soprusi, taglieggiamenti, violenze e
morti.
Un piano da uno o due miliardi, non granché, ma bene spesi. Accordi sono già in essere con Algeria, Tunisia, Egitto, Costa d’Avorio, Kenya, Etiopia, Marocco,
Mozambico, Repubblica del Congo (Brazzavile), Angola, Ghana, Mauritania,
Tanzania e Senegal – in totale 14, un quarto dei paesi africani.
La chiesa, alcune grandi imprese, le associazioni
cattoliche di base e le reti di associazioni industriali, settoriali, locali, hanno
avviato numerosi coirsi di formazione, in vista di assunzioni regolari. La Cattolica di Milano ha in attività
un Piano Africa di formazione. Il gruppo Danieli, con i salesiani, fa formazione
e reclutamento in Egitto. La Confindustria Alto Adriatico (Friuli) ha un “progetto
Ghana” bene avviato. La Confindustria Bergamo in Etiopia e in Egitto. Fincantieri
assume ovunque in Africa.
Il governo Meloni, che si segnala per
la lotta all’immigrazione illegale, già col “decreto Cutro”, successivo cioè all’ultima
strage di migranti sule spiagge italiane, ha raddoppiato i numeri annuali del “decreto
flussi”, e ha riscritto la regolamentazione della manodopera straniera per semplificarla.
Alla scoperta della Brianza
Un “viaggio attorno alla mia
stanza” in formato gigante: per i settant’anni Belpoliti si regala una
ricognizione della sua casa di elezione, a più riprese, molto particolareggiata, e della Brianza che la ospita – oltre che di Milano, dove di preferenza lavora.
Dal “lavorerio” brianzolo ai colli, come erano e come sono ridotti, ai laghetti
che ancora pullulano, alle erbe, agli animali e animaletti che malgrado tutto la
abitano, alle tante personalità che la animano, ora molte allo stadio
fantasmatico. Con una puntata a Bergamo, e una mini-gita a Chiasso. Con “foto d’epoca”
e alcune cartine fatte a mano.
Una
ricognizione didascalica, poco narrativa. Se non per alcuni personaggi sbalzati,
seppure nel “non finito”. Giulia Niccolai per prima, troppo presto dimenticata,
e Lea Vergine, viste da vicino, Con i numi del luogo. Stendhal naturalmente, col
“Diario del viaggio in Brianza, agosto 1918” che Belpoliti aveva fatto
pubblicare una ventina d’anni fa – famoso per la descrizione di una scopata in
barca sul laghetto di Oggiono, di poco costo ma di poca soddisfazione (forse per
lo sciabordio?). E i numi Gadda - lagnoso, legnoso - e Arbasino. Giampaolo Dossena di scorcio, alto,
allampanato e remoto. Ferdinando Scianna e Vincenzo Consolo, “Enzo”, gli amici milanesi
di Sicilia, sono altri vivaci ritratti.
Di
più pesano nella economia della narrazione gli amici - oltre alla casa di Mondonico: Silvia Mazzucchelli, Gabriele Basilico, Guido Ballo, Aldo
Ballo e Marirosa Ballo Toscani, Marina Ballo, Umberto Fiori. E molti altri designer: AG Franzoni, Alessandro Mendini, Nanni Valentini, etc. Con qualche snobismo,
come si addice a “Milano”: Marirosa Ballo Toscani, figlia di Vincenzo, fotografo
del “Corriere della sera”, ha anche “un fratello minore, di nome Oliviero, pure
lui fotografo”.
Un
atto d’amore per Milano. Esteso alla “sua” Brianza, dépendance della città.
Milano, ex “città d’acqua” e ora d’irsuti grattacieli, Belpoliti rivisita nelle sue
tante strade, che quelle senza storia, nei numeri civici di amici e personalità, nei palazzi di un tempo
e di ora, nei tram e i filobus, la metro e le brume, i bar e le osterie com’erano
– gli mancano le latterie.
Marco Belpoliti, Nord Nord, Einaudi, pp. 278,
ril. ill. € 20
giovedì 19 febbraio 2026
Quante guerre ha fatto l’Europa
Si
discute del riarmo contrapponendosi un’Italia pacifista, di sinistra, a una
guerrafondaia. In una Europa che anch’essa si propone un vasto riarmo per guerre
future, quasi pronte. Ma l’Europa viene da tante guerre, recenti, anche non
onorevoli - una Italia di sinistra compresa.
Si
discute del riarmo come non di un rafforzamento o un’accelerazione della difesa, ma come
un salto rispetto a un lungo periodo di pace. No, l’Europa le sue guerre le ha
fate. E senza molti giustificativi. Anche con presidenti e presidenti del consiglio
ex Pci. Contro la Serbia per tagliarle l’accesso al mare, inventandosi il
Kossovo. E ha distrutto la Libia, volontariamente, una prova di forza sotto la falsa bandiera della democrazia. Provandoci poi in Niger, da cui però è stata prontamente allontanata.
Senza contare le guerre combattute da
molti paesi europei singolarmente in posizione ausiliaria degli Stati Uniti, con
dubbi mandati Onu o Nato: nel Golfo, e nelle guerre disastrose in Iraq e in Afghanistan - disastrose per gli abitanti, cone in Libia.
L’Italia è un paese di migrazioni
Con 5,5 milioni di immigrati residenti,
il 9 per cento della popolazione, l’Italia è al disotto di altri paesi europei,
per i quali la percentuale arriva anche all’11-12 per cento, ma lo è ormai
stabilmente, un paese di forte immigrazione. L’afflusso si è stabilizzato sui ventimila
ingressi al mese, tra 250 e 280 mila l’anno. Con la tendenza a crescere, in numeri
costanti ogni anno, e più in percentuale, come quota della popolazione totale, per
il declino demografico.
In parte, la quota immigrati sul
totale è accentuata anche dall’emigrazione italiana, verso Germania, Gran Bretagna
e Spagna in particolare. Ma si tratta di numeri limitati, ancorché di forza-lavoro
qualificata.
Più interessante è il dato socio-psicologico
che la nuova immigrazione – di “extracomunitari” – arriva in un Paese, l’Italia, dove un
residente su sette-otto ha a sua volta origini migratorie.
Problemi di base sportivi bis - 902
spock
(Quasi) fuori
dalla Champions e (quasi) fuori dal Mondiale, l’Italia del calcio affonda, dopo
la Fiat e dopo l’acciaio?
L’Italia del calcio
è fuori, anche di testa, e per questo non lo sa?
Con gli arbitri
che vogliono fare i registi tv?
Senza capire
nulla di immagini - luce, velocità, taglio: come è possibile tanta presunzione?
Se ne vedono
in Turchia, in Norvegia diligenti, precisi, rapidi, saranno gli arbitri italiani
appestati – è il morbo dell’aggiustizia?
E i cronisti-commentatori
sportivi, tanto numerosi e tanto incompetenti, giocano fuori campo, anche loro?
spock@antiit.eu
Deserto al concerto – o la memoria (sbiadita) di Allende
La
sala Sinopoli del Parco della Musica di Renzo Piano, che ospita la Stagione da
camera dell’Accademia di Santa Cecilia, non è la più grande, ma ha ben 1.200
posti, e solitamente è piena. Per il recital di Emanuele Arciuli è semivuota. Forse
perché il pianista è poco noto – in Italia (a Roma solo alla Iuc, l’Istituzione
universitaria dei concerti, e solo una volta), mentre lo è molto in America. O non
sarà per il programma, che prevede, con una breve sonata di Haydn, una lunga di
Rzewski – chi è costui?
Alla
fine il poco pubblico è entusiasta. Tanto da impegnare Arciuli a una serie di
bis. Anche di Rzewski, di cui lo storico della musica Mattietti spiega nel
programma di sala che si è formato da giovane in Italia, con Dallapiccola, e ha
operato in duo con Severino Gazzelloni. Cosa di cui sicuramente abbonati e musicofili
erano al corrente. Perché allora hanno disertato?
Non
resta che il tema del concerto. Una serie di variazioni, 36, che Rzewski ha
ricamato sulla canzone di Sergio Ortega “El Pueblo unido jamàs serà vencido”, che
si cantava in Cile e nel mondo nei tre anni della presidenza socialista di Salvador
Allende, e poi sotto la dittatura di Pinochet – Ortega era anche l’autore dell’inno
di Unidad Popular, la coalizione politica di Allende, “Venceremos”.
Il
golpe del 1973 contro Allende, contro una democrazia che finalmente funzionava in
America Latina, tenendo ben lontana Mosca e i missili, commosse allora il mondo.
Sanciva anche la dottrina che Trump ora rinverdisce, con grande scandalo di
tutti: l’America è dell’America, cioè degli Stati Uniti. Oggi Allende è ricordo
sbiadito? Oppure tale da tenere lontano il pubblico? Se è così, la musica di
Rzewski non c’entra, il tema è: dopo cinquant’anni c’è più o meno desiderio o
tensione di sentìdo democrático, per dirla alla sudamericana.
Frederik Rzewski, The
People United will never be defeated!, Accademia Nazionale di Santa
Cecilia, Parco della
Musica, Roma
mercoledì 18 febbraio 2026
La debolezza è doppia per Khamenei
L’Iran di Khamenei tratta con Trump da
una doppia debolezza, militare ed economica. Khamenei non è messo in
discussione perché conta sull’esercito-polizia, e una rete ormai molto vasta di
connivenze con le pratiche più dure del regime. Ma dopo la guerra di Gaza non
se ne teme più la capacità di fare male, non con le armi né con altri mezzi – radicalizzazioni,
terrorismo (perfino sulla Palestina, da sempre la sua bandiera, raccoglie solo diffidenza
e ostilità nel movimento pro-Palestina). E da un anno – un anno almeno – è in
crisi economica. Tale da alienare al regime il ceto finanziario-mercantile (i “bazarì”)
e quello professionale – la piccola-media borghesia urbana, che è stata il suo
fondamento sociale. Il budget 2026 presentato a Natale dal presidente
(capo del governo) Pezeshkian, che nella dialettica di regime si inscrive tra i
“riformisti”, denuncia un’inflazione incontenibile. E tenta di arginarla con la
svalutazione – ma ormai il rial non ha più valore, il dollaro, qualsiasi valuta
è privilegiata), e con tagli alla spesa pubblica. Tagli specialmente elevati,
dieci miliardi di dollari, sono nei sussidi finora erogati ai beni di consumo largo,
la benzina e gli alimentari.
L’economia non è migliorata per la legge
di bilancio, e le condizioni sono anzi peggiorate in questo mese e mezzo, per l’embargo
che Trump ha accentuato sull’export di petrolio.
Mascherando il malcontento, ma
sottolineandolo, si fanno da qualche tempo raffronti con la finitima Turchia.
Che ha lo stesso potenziale demografico e capacità di formazione, e la stessa
struttura produttiva dell’Iran, senza la rendita petrolifera, e cinquant’anni fa
aveva lo stesso standing economico, mentre ora la Turchia è una potenza,
industriale e politica, locale e internazionale, e l’Iran è isolato, e fuori dai
mercati internazionali.
Problemi di base sportivi - 901
spock
S’inaugura
dunque un codice Mastrandrea, che punisce gli innocenti, seppure acclarati?
Si dice questo
Gerardo Mastrandrea consigliere di Stato, nel senso che consiglia lo Stato –
poveri noi?
Ma questo
Mastrandrea che punisce gli innocenti è giudice e pure sportivo?
Campione di punching-ball?
Voleva fare
l’arbitro, anche lui?
Meglio arbitro,
dunque, che consigliere di Stato - si guadagna di più, si va su giornali, si è
temuti?
spock@antiit.eu
Elogio del coltello - Borges vecchio maranza
Fatti di sangue per questioni di onore - non di donne, non necessariamente, non prevalentemente. Compreso un fratello maggiore che uccide il minore per essere il numero uno degli assassini. Imprese disperate, per lo più anche criminali. Di vite destinate alla violenza e non sanno perché – non se lo chiedono. In una Buenos Aires, una Argentina di individualità, così le fantastica il poeta, per questo violente, per quanto minori, marginali, escluse, e soggette al destino. In versi veloci, cantabili: quartine di ottonari, scansionate da una rima semialternata, secondo e quarto verso.
Storie d’altri tempi, dell’onore,
della dépense in termini antropologici, di cuchilleros, gente di coltello, una sorta di maranza d’epoca, non altrimenti definibili
che per la spavalderia, senza altro orizzonte che l’obbligo di fare fronte,
come la vecchia guapperia a Napoli, ”petto a petto, faccia a faccia”, anche senza
odio o passione: “Tra le cose ve n’è una\ della quale mai nessuno\ può pentirsi.
Questa cosa\ è esser stato valoroso. \\ Il coraggio vince sempre,\ la speranza
non è vana” (p. 79).
Ce n’è per tutti. Anche per i morenos, i mori venuti dall’Africa, e per gli orientali - questi però da intendersi uruguaji, fratelli separati della vecchia provincia Orientale. L’onore, inteso come onore
delle armi, è sempre stato all’orizzonte, luminoso, incendiario, dello scribacchino Borges alla scrivania di Palermo a Buenos Aires, da giovane e da vecchio. Quando non
può che recriminarne la scomparsa “Dove sono quegli audaci\\... Cosa fu di
tanto ardire\ Cosa fu di quel coraggio?” (pp. 19, 21). Il poeta supplisce cantandolo,
immortalandolo con la poesia: “Canti storie la chitarra\ di coltelli luccicanti\\
Canti imprese del passato\ che dilettino i più semplici;\ Il destino non fa accordi\
e nessuno lo condanni” (p.15) – col tema ricorrente in Borges della
predestinazione.
Non manca la ripetizione
della storia, con quella dei destini. Nella “Milonga di due fratelli” “la
storia di Caino\ che in eterno uccide Abele” (p.17). O la caducità del tutto: “Dove
sono quegli audaci\\... cosa fu di tanto ardire?\ Cosa fu di quel coraggio?\ Li
ha annientati tutti il tempo\ li ricopre tutti il fango” (p. 21). Anche se “il tempo è oblio ed è memoria” (p. 59).
Il genere milonga è sempre
stato amato e coltivato da Borges. Amava la milonga e disprezzava il tango, il canto
per chitarra e non quello per bandoneon, il tango alla Gardel. Contribuì nel
1965 a un disco poi famoso, “El Tango”, con musiche di Astor Piazzolla. Che però
cantava di Borges quattro milonghe. Più una “Ode intima a Buenos Aires”, scritta
per l’occasione e poi mai raccolta in volume, e un balletto ispirato al racconto
“Uomo all’angolo della casa rosa” (in “Storia universale dell’infamia”). Il disco
conteneva anche la poesia “Il tango”, pubblicata l’anno prima da Borges nella
raccolta “L’altro, lo stesso”, che però non ne è la celebrazione.
Un piccolo capolavoro di Tommaso Scarano, che ha provveduto alla traduzione salvando il ritmo. A tratti gli ottonari facendo pure marcianti, alla Sor Pampurio. Ne esce evidenziata la lieve ironia dei tanti ricordi che Borges ama evocare - l’ironia in Borges, di cui pure si compiace, è tema vergine. E mette in chiaro in breve la quaestio annosa milonga-tango-Borges. Solo gli è mancato che Piazzolla è bandoneista anche lui e non chitarrista, come si vorrebbe del narratore di milonga, e allievo, il prediletto, del vituperato tangueiro Gardel. E non era Piazzolla un progressista, poco o anti peronista? Non dobbiamo riequilibrare il conservatorismo di Borges - peraltro anti-peronista eroico, resistenziale?
Jorge Luis Borges, Per le sei corde, Adelphi, pp. 90 € 5
martedì 17 febbraio 2026
Se forcaiola è la sinistra
Il “Corriere della sera” ripesca, per
il No al referendum, Massimo D’Alema. Il quale, sempre sarcastico, nota: “La destra
mi sembra un po’ forcaiola”. Mentre forcaiola è la sinistra – al carro del
furbo Scalfari, ma pur sempre sinistra: da Tortora, qarant’anni fa, a Sofri,
Mani Pulite, la “berlusconeide”, con vette da commedia dell’arte, fino a Mafia
Capitale e a Sgarbi ricettatore d’arte, tutti processi “montati”, cioè
politici, a opera di giudici di sinistra – che si dichiarano tali, comunque,
perché è il solo modo di fare carriera Basti per tutti la storia di Falcone e di Borsellino,
osteggiati dall’ancora Pci fino a metterli nel mirino.
La giustizia che si vuole politica non
è onorevole ed è anzi, in regime democratico, costituzionale, il vero “fascismo”.
Il potere cioè assoluto e incontrollabile. Poi, alla fine, siamo bene in
regime costituzionale, o no?, arrivano le assoluzioni. Ma il gioco dei furbi è
evidente. Anche quando vittime sono pure esponenti di sinistra, come il povero Francesco
D’Ausilio, già segretario Pd a Roma, assolto dopo dodici anni. Come pure, perché no?, Salvatore
Buzzi, l’assassino neo compagno, creatore delle efficienti cooperative sociali,
seppure assolto per prescrizione. Immolati al piedistallo di due giudici Pd, Pignatone e Prestipino. Mentre
per lo stesso reato, “Mafia Capitale”, è rapidamente finito in carcere, e ci
rimane, Alemanno, perché è di destra.
Se Dracula diventa lei, Matilda
“Un racconto d’amore” è
il titolo originale – in inglese, Besson gira per il mercato americano. Si
comincia con una serie vertiginosa di amplessi in tutte le posizioni, in primo
e primissimo piano, tra il principe Vlad di Transilvania e la consorte
Elisabetta. Richiamato al dovere dai suoi generali, il principe si dimostra anche
valente condottiero, e salva l’Europa dall’invasione mussulmana. Ma perde la
moglie, colpita da un nemico. Una perdita a cui non si rassegnerà. Per quattro secoli.
Che vivrà succhiando sangue. Fino a che, fine Ottocento, alle celebrazioni del
centenario della Rivoluzione francese, non la ritroverà nelle sembianze di Mina,
l’amica amorevole di una Maria-Matilda De Angelis animatrice dei
festeggiamenti. Non finirà bene, ma l’amore del conte Dracula non morirà.
Besson, ideatore, produttore
e regista di film da grande pubblico, ripropone la vicenda del nobile vampiro transilvano,
e dell’altrettanto sanguinaria sua sposa Elisabetta, come un dramma borghese,
di amore eterno e invincibile, nei secoli - solo (un po’) nutrito col sangue. Col
ruolo maschile ancora eroico, fino al sacrificio di sé quando infine ritrova
viva l’amata, per salvarla – per riaprire a lei le porte del paradiso. Con
molti gesti estremi a poco sangue. Con ruoli tradizionali molto forti: maschili,
Dracula e il prete esorcista che gli dà la caccia (Caleb Landry Jones e
Christoph Waltz), e femminili, la regista della storia e l’amata ritrovata (De
Angelis e Zoë Bleu) – De Angelis senza freni, pazza, finta pazza, tessitrice d’inganni,
amica sincera, etc., un grande ruolo.
Luc Besson, Dracula – L’amore perduto, Sky
Cinema, Now
lunedì 16 febbraio 2026
Ombre - 811
Dopo un anno e passa di gloom and
doom sull’economia americana, come neanche ai tempi della “Pravda”,
mascherato da pareri esperti, il “Corriere della sera” scopre che il dollaro è
forte, e gli Stati Uniti pure. Lo scopre con due battitori liberi, Bertolino e
Gabanelli, non con i suoi direttori specializzati e collaboratori illustri. Sembra
impossibile, ma è così.
Lo stesso giornale si accorge solo oggi,
alla vigilia della presa di possesso di Bpm da parte di Crédit Agricole, degli “aspetti
che appaiono grotteschi” del “Golden power esercitato dal governo di
Roma contro l’italiana Unicredit” quando lanciò l’opas su Bpm, “mentre il
medesimo governo ha silenziosamente avallato l’entrata e la crescita nel
capitale della banca milanese di un soggetto a tutti gli effetti francese”.
Già, “il governo di Roma”, non il
ministro milanese leghista Giorgetti - col fido Stefano di Stefano.
Fa senso vedere la foto del calciatore
Bastoni raggiante che “dice” ai compagni con le mani, col ghigno, con l’occhio furbo: “Ce l’ho fatta, li ho fregati”. Dopo avere simulato un attacco
atomico. Ghigna davanti all’arbitro, che invece di punire la simulazione la premia. Non
ci sono “errori” nel calcio. Non se ne vuole prendere nota ma è l’evidenza, per
troppi casi. Quello stesso arbitro non era stato sospeso per malaffare?
Si guardano con sgomento le rovine di
Gaza, di cui tornano le immagini perché i bombardamenti proseguono malgrado la
tregua, ma anche con ammirazione. Di edifici di sei, otto, dieci piani che ancora
stanno in piedi, non solo con la struttura, anche con le mura intatte, benché
minati e sventrati alle fondamenta. A Roma, in Italia, non sarebbero che polvere
– cascano per niente. Bisogna rivalutare pure il levantinismo, il Medio Oriente.
Due manager della Juventus, Comolli e
Chiellini, si prendono in tv il post-partita con l’Inter per protestare contro
l’arbitro – Comolli, francese, in un inglese incomprensibile, ma il volto dice
tutto. E uno pensa che hanno comprato a caro prezzo, nella sessione estiva, quando
si può scegliere, due centravanti che è come se in campo non ci fossero, mentre
Napoli e Roma obbligate dagli infortuni hanno dovuto ricorrere a ripieghi,
Hojlund e Malen, rifiutati dai rispettivi club, che da soli fanno squadra. Non
ci sono “errori” nel calcio. E a questi livelli non può essere stupidità.
“Gaza, uomini armati in ospedale”. Fa
tenerezza “Il Sole 24 Ore”, il giornale degli affari, che la domenica non cessa
di ricordare Gaza e la Cisgiordania. Col cardinale Pizzaballa questa domenica che
spiega: “Anche se oggi se ne parla meno, ogni giorno si continua a morire”.
Netanyahu non è un grande personaggio, ma nella vendetta è proprio biblico.
Pizzaballa è “preoccupato” anche per le
annessioni israeliane di pezzi della Cisgiordania. Ma qui non è che non se ne
parli per imposizione di Netanyahu, o della “lobby ebraica”, è solo per ignoranza,
superficialità.
“Passione come amore, ma anche passione
come dolore”, riflette sul “Sole 24 Ore” Ali Reza Arabnia, imprenditore automotive (Geico):
“L’imprenditore italiano è straordinario per la passione. Ed è l’unico ad affrontare
difficoltà che altrove non sono nemmeno pensabili….La durezza e l’irrazionalità
regolamentari, la rigidità delle banche che finanziano soltanto chi ha già i
soldi, la diffusa cultura antindustriale”.
Piero Sansonetti ha fatto campagna per
anni contro Gratteri, con asprezza, per il vezzo del giudice di carcerare centinaia di persone
per mafia, che poi, magari dopo aver perso i beni (i prefetti sono immediati
con i sequestri e la cessione dei beni degli accusati di mafia ai mafiosi dei beni
sequestrati), venivano liberati, spesso senza processo. Ora invece è il solo che
non pubblica le sciocchezze di Gratteri - mafioso chi vota sì al referendum - e
anzi raccoglie commenti a difesa. Effetto “l’Unità”, memoria della doppia
verità? Ma questa “L’Unità” che Sansonetti dirige non è di Alfredo Romeo (salvata
all’asta giudiziaria), l’imprenditore già arrestato a Roma per gli appalti
dieci anni fa, e ora sub judice a Napoli, dove è Procuratore Capo Gratteri,
condannato in prima battuta a sette anni e mezzo?
Stupefacente scoperta sui file Epstein:
tra i chiamanti assidui Noam Chomsky e moglie, coppia certo non da bordello.
Poi magari si scoprirà che tutti frequentavano Epstein perché, oltre che ricco
e bravo gestore d’affari, era “affidabile”. Solo si è trovato al passaggio delle
ragazze “pronte a tutto” dai “regalini” alle denunce. Il delitto cioè non è nella
prestazione, volontaria, ma nella percezione della cosa, e nell’uso
giudiziario.
Bisogna pensarci, non è riflessione
sessista. È come nel calcio - giusto per fare chiarezza: da sport di contatto a teatro di distruzioni anche a un’ombra di contatto, dacché i regolamenti lo
puniscono.
Si ascoltano a Monaco, alla Conferenza
per la Sicurezza, prima il cancelliere tedesco Merz, quasi svogliato, o come se
non ricordasse quello che voleva o doveva dire, e il giorno dopo il segretario
di Stato Rubio, una lezione di eloquenza, e di cultura. Dell’America all’Europa.
Che non sa o non capisce.
Curioso, emerge nella vicenda del
comico Pucci che la comicità è, può essere, solo “di sinistra”. Cioè si deve
qualificare “di sinistra”, altrimenti non può essere – non può prodursi,
esibirsi. Tanto più curioso oggi che il Pci è morto, da una trentina d’anni – il
partito marcava stretta ogni forma di opinione, sospettava perfino di Scola, un
“trinariciuto”. E – sulla scia del partito? – la commedia all’italiana subiva
la riprovazione di Pasolini e di Calvino. Ancora nel 1986 il “Tango” di Staino
era sospetto. L’accettazione arriva, con “Cuore”, nel 1989, per alleviare la
“caduta”.
Prima era vietato ridere, la comicità
era di Guareschi, quanto vituperato, Longanesi, Flaiano, quanto sospetto e isolato,
“Candido”.
“la Repubblica” apre il suo settimanale
con dieci pagine contro Trump. Di cui otto dedicate a una sua nipote che deve capitalizzare
con un libro l’odio familiare contro lo zio. Ma davvero il lettore (ex) di Eugenio
Scalfari vive di Trump – dell’odio contro Trump? Non è possibile. Però, magari
è un fatto.
“Tortora, i 40 anni di un errore giudiziario”,
Bellocchio annuncia la sua miniserie riparatrice. Ma non fu un errore. Questo è
il problema: si può infierire su un sicuro innocente, farsene una croce al merito,
e fare carriera.
Stefano di Stefano, il megadirettore
delle Finanze indagato per insider trading, si dimette da consigliere di
Mps. Mentre avrebbe dovuto dimettersi da direttore del ministero – era in Mps
non a titolo personale ma per conto del ministero, azionista del banco senese.
Ma a Roma vige sempre Andreotti – “il potere logora chi non ce l’ha”.
Di Stefano di Stefano perfino questo sito
aveva potuto segnalare la non limpida attività al ministero, gestore della vendita “accelerata” (Accelerated
Book Building) di Mps agli “amici della parrocchietta”, e subito poi del golden
power contro Unicredit per l’opas su Bpm. Ma non da solo: per l’Abb lo ha
favorito la Consob di Savona, nominato da Salvini, e contro Unicredit è stato
lo sherpa della decisione, che si prende a palazzo Chigi.
L’As Roma, la squadra di calcio,
riempie lo Stadio Olimpico, 60 mila posti, per qualsiasi partita. La SS Lazio,
l’altra squadra cittadina, lo stadio trova invece sempre vuoto, per protesta
contro il presidente-padrone Lotito. Che però fu scovato – aveva una semplice
azienda di pulizie – e obbligato al passo da Geronzi, l’ultimo banchiere romano,
che provava a coagulare nella capitale un mercato di capitali: non c’era niente
di meglio.
L’As Roma Geronzi riuscì solo ad addebitarla
a oscuri, all’origine, investitori americani (che poi l’hanno traghettata a un family
business Usa specialista di affari col calcio europeo). Una capitale di
capitali da “pezze al culo”.
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Jane Austen transetnica
Nell’Inghilterra
Regency, pre-vittoriana, una trama Jane Austen, di amicizie e amori tra diseguali,
parroci di campagna e relative figlie, signorotti con etiche rigide, cugini
londinesi à la page ma per qualche verso inaffidabili, su un aneddoto
anche attraente: il ricco signore concupito cerca una moglie che risponda a una
sua segreta lista di requisiti. Ma non si ride e non si piange - il fim si
continua a vdere per curiosità.
Il Lord ricco,
concupito ed eccentrico è di pelle nera e riccioluto. La sua madra-matrona è mezzosangue, con taglio asiatico agli occhi.
Le amicizie femminili diseguali sono tra un’attrice indiana a una anglo-ugandese.
Con due bianchi un po’ coglioni, una zia sciocca isterica e un cugino che fa il
femminella.
Forse un nuovo
genere, transetnico, espressione di un’Inghilterra multietnica, ma dall’effetto
conventuale, edificante. Improbabile, e anche un po’ ridicolo.
Emma, Holly Jones, La lista del signor
Macolm, tv2000
domenica 15 febbraio 2026
Cronache dell’altro mondo – costituzionali (385)
Per la prima volta, con le ultime nomine che risalgono alla prima presidenza
Trump, la Suprema
Corte degli Stati Uniti, l’istituzione americana “più rispettata” (meno
soggetta al giornalismo
d’assalto), è a maggioranza non wasp (white anglo-saxon
protestant): sei dei nove giudici sono cattolici, cinque di essi di ascendenza afro, oppure italiana e irlandese.
John G. Roberts, 70 anni, è di origini irlandesi-gallesi per parte di padre
e slovacco-ungheresi di
madre. È a capo della Corte Suprema dal 2005.
Clarence Thomas,78 anni, è afroamericano.
Samuel A. Alito,75 anni, è italo-americano di seconda generazione – il nonno
paterno immigrato dalla Calabria, quello materno dalla Basilicata.
Brett M. Kavanaugh, 56 anni, è di famiglia irlandese.
Amy Coney Barrett, 53 anni, è di famiglia franco-irlandese.
Neil. M. Gorsuch, 58 anni, non ha ascendenze etniche, è cattolico di
famiglia.
La sei nomine non establishment sono dovute ai presidenti repubblicani
di questi anni Duemila, tre (Roberts, Thomas e Alito) a G.W.Bush, e tre (Gorsuch,
Kavanaugh e Barrett) a Trump.
Ipotesi di Eurafrica
L’unica apertura di credito, politico ed economico, alla sterminata Africa,
è dell’Italia, cui la Oua, Organizzazione per l’Unità Africana, si aggrappa ad
Addis Abeba invitando Meloni alla sua assemblea annuale. L’unica apertura d’interesse che l’Africa, dopo
tanti decenni di appelli inevasi, ha ricevuto è infatti attraverso Meloni, il
suo “Piano Mattei”.
I media hanno trascurato o denigrato la cosa. Dicendo il Piano
Mattei il piano dei poveri, del poco o niente, pochi soldi, poche iniziative, partnership
inferiori a quelle che l’Africa ha con la Germania, con la Francia, con gli
Stati Uniti – e con la Cina? Ma questo è
parte della partita politica interna, che fa ormai l’unico atto di esistenza in
vita dei media. La verità è che ne due anni dal lancio questo piano ha
attivato iniziative e progetti per una decina di miliardi. Non è molto, ma
prima nn c’era niente. Per l’attivazione di progetti di formazione in loco, in
vista di un’immigrazione qualificata e regolare. Con modalità varie. Dalle scuole
professionali dei salesiani a moderni istituti tecnologici – in Algeria. E per
alcune infrastrutture multiregionali – le infrastrutture sono il peggiore, forse
ineliminabile, handicap dell’Africa, in uno schema di sviluppo
tradizionale, agricoltura-industria-esportazione.
La cosa insomma c’è – nei limiti delle risorse italiane. Ma di più conta
l’approccio: Francia, Germania, Gran Bretagna, se non gli Stati Uniti, trattano
l’Africa sempre col paradigma coloniale. Il Piano Mattei su un piede di parità,
con la partecipazione cioè attiva dei Paesi coinvolti. Non di questo o quell’interesse
della ex madrepatria.
È un cammino lento e lungo, perché l’Africa è quella che è: un mondo di
potentati, praticamente senza mobilitazione e strutture politiche, istituzionali.
Ma è l’unica via per lo sviluppo, accertata dopo oltre settant’anni di teorie e
pratiche dello sviluppo, dalla Decade degli Aiuti, anni 1960, alle teorie e
critiche dello “scambio ineguale”: l’Africa deve crescere al suo interno.
L’approccio italiano ha peraltro mobilitato l’inerzia europea nei confronti
del Mediterraneo, la “sponda Sud” dell’Italia, dopo un quarto di secolo di
disattenzione – dagli accordi preferenziali con il Maghreb – e con la infausta
guerra alla Libia nel 2011. E ha stimolato una prima manifestazione d’interesse
per l’Africa nel suo insieme. Era una vecchia – pia? – illusione, questa dell’Eurafrica
- per i primi autori del “risveglio” africano
o dell’“Africa delle indipendenze”, dopo la guerra, di Senghor, Houphouët-Boigny,
Burghiba, Nyerere, ‘Nkumah. L’Europa non ascoltò, era pur sempre ancora, o si
riteneva, coloniale, imperiale. Ora ha bisogno dell’Africa, a ancora non lo sa.
L’aggiustizia del calcio
Gli arbitri di calcio non sono garantiti dalla costituzione, e quindi
non ci sarà un referendum sugli arbitri di calcio (cacio, insiste il correttore, incorreggibile). Ma è sicuro che lì si vincerebbe:
non c’è giustizia più odiata, tanto più per essere a capriccio e inappellabile,
degli arbitri di calcio. Ma, invece, inattaccabile: protetta dalla sacralità
dello sport, l’offa dei poveri (di spirito) più inattaccabile di qualsiasi
costituzione.
Ieri tre milioni di spettatori hanno seguito, a pagamento, Inter-Juventus
– e una decina di milioni fuori d’Italia. Dove un arbitro La Tella doveva e voleva
condurre a vittoria una squadra e lo ha fatto, dall’inizio, ammonendo quelli
che dovevano perdere, i calciatori chiave, non ammonendo quelli che dovevano vincere,
anche quando lo insultavano (un certo Barella spiritato, dopato?, lo insultava per una
rimessa laterale…), e quando, sempre, bloccavano le “ripartenze”
avversarie col “fallo tattico”, che il regolamento vuole punito con l’ammonizione,
ma non per La Tella. Finché non ha completato l’opera, decretando l’espulsione,
in un fallo di simulazione, non del simulatore ma dell’incolpevole avversario. Altero,
sprezzante – napoleonico, come ogni buon giudice italico. Anche se tutti vedevano, anzi per questo: che si sapesse
che lui faceva vincere chi doveva vincere.
I sicofanti dei vincenti, variamente distribuiti tra Sky, Dazn, i
postpartita e i giornali, hanno cercato di giustificare la pastetta con l’errore.
Senza dire che l’errore c’è in quasi ogni partita, sempre determinante, e sempre
a favore della stessa squadra.
La corruzione c’è nel calcio. Lo sanno tutti. In molte forme.
Questo La Tella fu anche sospeso, per un anno o più, per vari abusi. Ma
qui non si tratta di La Tella: lui interpreta il canone. Che è il famoso arbitro
Collina. Uno che si creò un personaggio intoccabile come punitore della Juventus,
la squadra che i due terzi degli italiani odiano, su questo si creò una claque, fortissima alla Rai, che lo incoronava ogni domenica il miglior
arbitro del mondo, e gestiva arbitrariamente il campionato, la partita che arbitrava e quelle
in calendario (ammoniva o espelleva chi non doveva giocare la-le partita-e
seguente-i). Consultandosi ogni settimana senza pudori con l’addetto del Milan
agli arbitri, al ristorante. Con un contratto pubblicitario, mentre ancora arbitrava,
con la Opel, sponsor del Milan. Un fulgido esempio di carriera per la specie – che
poi culminò alla Uefa, quella che si era liberata dell’incorruttibile Platini,
accusandolo di ogni obbrobrio, per affidarsi a un certo, malleabile, Ceferin (e
lucrare con i potentati della penisola arabica, che pagano in lingotti d’oro, non
tracciabili).
Grand’Italia dei Comuni
Manufatti e modi di vita,
documentati con una larga messe di immagini, illustrano la nascita del
sentimento cittadino. Di come le popolazioni di mezza Italia nel Medioevo si
sono costruite quelle insigni realtà che poi saranno chiamate dei Comuni. Non
un saggio storico, o non uno in senso stretto di storia: molte le figurazioni,
con ampi estratti di cronache o riflessioni d’epoca, di questo o quell’avvenimento,
che costruiscono la tela dell “città”: mura per difendersi dai nemici, dalla natura,
dagli imprevisti, e forti costruzioni simboliche comuni, chiese, conventi,
palazzi di città, di governo, giardini, monumenti ricordo o celebrativi, che
cementano la comunità, come oggi si direbbe. Nela specificità di ognuno, di mestiere,
di pratica, di ambizione. Da Milano a Perugia e Siena. Napoli compresa, ma non per
molto – presto sarà tagliata fuori, poco dopo i Boccaccio.
È un revival. Si recuperano
gli studi e i mondi che l’insigne medievista rivitalizzò in vita - per lo più
trascurati in vita, il mondo di cui si occupava forse più che il lavoro suo proprio.
E si leggono con stupore: possibile che potesse passare così underrated –
lei e/o il suo campo di studi? E si sa la risposta – non era “in linea”. L’Italia
l’ha scampata, ma a che pezzo? E tuttora che scuse deve inscenare mentre gli epigoni
del passato regime culturale ancora imperversano— saldi sempre ai posti di comando?
“Sentimenti e immagini
del Medio Evo” era – ed è restato - l’anodino sottotitolo dell’opera, quasi l’editore
chiedesse venia per l’intrusione in libreria. È invece uno spaccato della vita urbana
emergente, civile e politica, che ha fatto la specificità del Centro-Nord della
futura Italia – ed è forse il crinale dirimente fra Nord e Sud, l’origine e la
causa della “questione meridionale”. Dell’impossibilità per il Sud, che è
largamente incapacità, di recuperare il gap sociale ed economico col Nord
– molto più, sicuramente, delle politiche postunitarie (che probabilmente, a una
sommatoria, sarebbero a favore del Sud).
Una riedizione, superba
di illustrazioni, delle opere di Chiara Frugoni che Il Mulino viene recuperando.
“Una lontana città” è prima apparso nel 1983, uno degli ultimi titoli della vecchia
collana “Saggi” di Einaudi.
Chiara Frugoni, Una lontana città, Il Mulino, pp.
290, ril,, ill. € 39
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