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letterautore
Bugia – "La bugia è un
boomerang che non perdona” – Goliarda Sapienza, “Taccuini”, 22 gennaio 1990
(inediti, cit. da Angelo Pellegrino, “Ritratto di Goliarda Sapienza”, in appendice
a G. Sapienza, “L’arte della gioia”, Einaudi, p. 557).
Ciclopi – “Occhi rotondi”:
Savinio ne ricorda l’etimo in “Capri”, 17.
Coerenza - “Parola utopica
a tutto tondo che già negli anni ’40-50 rappresentava una delle tante bugie ideologiche
o certezze dogmatiche in nome delle quali innumerevoli lutti, crimini, dolori,
ecc. hanno potuto essere perpetrati impunemente” – Goliarda Sapienza,
“Taccuini”, 22 gennaio 1990 (inediti, citati da A. Pellegrino, “Ritratto di
Goliarda Sapienza”).
Faraglioni – “Faraglioni non
è il nome particolare dei due celebri scogli che emergono presso la costa sud
di Capri: è un termine marinaresco. Faraglioni pure chiamano in Sicilia i
grandi scogli che sorgono davanti Aci Castello” -A. Savinio, “Capri”, 67.
San Francesco – È tornato (di moda).
Non col papa defunto, con la reintroduzione del giorno festivo. uelo che magnifica la povertà. Le rivisitazioni
del santo si rincorrono, un po’ come anticipatore della green economy,
un po’ come santo che rivaluta la povertà. Cazzullo, “Francesco, il primo italiano”,
a capo di tutte le classifiche, romanzi compresi (naturalmente dietro il romance,
della scrittrice sarda “Hazel Riley”, e l’obbligatorio, benché noioso, Dan
Brown), Barbero, il vecchio Chesterston (e il vecchio Bargellini?) – in attesa di
rivalutare infine anche Chiara Frugoni, che ne sapeva più di tutti?
Italia – “«L’Italia era
coraggiosa, romanzesca, spirituale, generosa. Inoltre, si poteva trovare in
essa tutte le bizzarrie di cui i sensi imperiosi e indigenti hanno bisogno per
essere appagati o eccitati. Tutta la giovinezza dell’Italia si svolge senza
piani, senza progetti, senza seguito, senza alcun controllo. Tutte le sue
azioni avevano un carattere di frivolezza, mancanza di riflessione, corruzione,
astuzia. L’Italia! Vorrei fare in questo libro il ritratto di una passione”,
annotava Jean Giono del suo “Il disastro di Pavia” – “1525: la sconfitta
di Francesco I in Italia”: “Passione
politica, certo, ma prima di tutto passione”.
Leopardi – Fu anche
comico - stroncatore, p.es., nei “Pensieri”, al XX: “Se avessi l’ingegno
del Cervantes, io farei un libro per purgare, come egli la Spagna
dall’imitazione de’ cavalieri erranti, cosí io l’Italia, anzi il mondo
incivilito, da un vizio… non meno crudele… Parlo del vizio di leggere o di
recitare ad altri i componimenti propri, (che) oggi, che il comporre è di
tutti, e che la cosa più difficile è il trovare uno che non sia autore, è
divenuto un flagello, una calamità pubblica, una nuova tribolazione della vita
umana”.
Letteratura impossibile – Ci sono romanzi “impossibili”, spiegava Nabokov nella postfazione alla prima
edizione di “Lolita”, dopo una serie di rifiuti da molti editori: “Esistono
almeno tre temi assolutamente tabù per quanto concerne la maggior parte degli
editori americani”, scriveva spiegando la vicenda editoriale di “Lolita”, il
suo primo romanzo americano (scritto in inglese), sulla pedofilia. “Gli altri
due sono: un matrimonio tra negro e bianca o negra e bianco che sia
completamente e luminosamente fortunato e dia luogo a un gran numero di figli e
di nipoti; e l’ateo completo che conduce un’esistenza serena ed utile, e muore
nel sonno all’età di centosei anni”. Scriveva
nel 1952. Oggi quei romanzi sono possibili, e anzi “hanno mercato”. Ma quel
linguaggio non è più possibile, da tempo.
Modesta – Alla protagonista
de “L’arte della gioia” Goliarda Sapienza ha dato il nome di Modesta Maselli,
pittrice, sorella di Citto Maselli, marito di Goliarda – “una figura femminile
da lei un tempo amata”, secondo Angelo Pellegrino, “Ritratto di Goliarda
Sapienza” (del “passaporto sottratto alla sorella di Maselli, che molto le
somigliava”, la scrittrice si è anche servita per provare a vendere i gioielli
sottratti a un’amica – nella farlocca vicenda messa su per “provare” il carcere,
la vita da reclusa.
Noia – Segno di distinzione - dal Settecento fino al secondo Novecento - in
ambito intellettuale? Lucia Berlin, nel racconto “Andado”, al centro della
raccolta “Sera in paradiso”, la rileva raccontando la sua vita agiata a Santiago
del Cile dopo la guerra, e si chiede il perché. “Perché è segno di raffinatezza
essere annoiati?”, si chiede del bello della compagnia, “altero, sdegnoso in tweed
inglese”: “Viaggiatori eleganti e amanti del teatro affettano lo stesso corrucciato
aspetto di noia. Perché non dire: «Il viaggio? una meraviglia! Bellissima
rappresentazione!»”.
Platone - È venuto in gran
voga, all’improvviso, quale araldo dell’amore: Matteo Nucci, “Platone. Una
storia d’amore”. Pietro Del Soldà, “Amore e libertà”, Massimo Gramellini,
“L’amore è il perché”.
Russia – “Per me
diventa sempre più chiaro che la Russia è la mia patria – tutto il resto è
paese straniero”. Rilke lo scrisse nella foia per Lou Salomé, che gliel’ha fatta
scoprire, la Russia dopo la sessualità a letto, in due lunghe immersioni, nel
1899 e nel 1900. Ma non si smentì a mente fredda – sempre legato a Leonid Pasternak,
il padre pittore, nonché a Boris, e a Marina Cvetaeva soprattutto. E per i mesi
terminali volle a segretaria e confidente una giovane russa, Genija Černosvitova.
“Sciti giganteschi e fulvi” trova Savinio a Capri, alla Marina Piccola,
nel 1926, che “usano troneggiare nell’acqua
assieme con le loro donne non meno fulve e gigantesche” – i russi mezzo emigrati
e mezzo no, come Gorki’j (che allora si era spostato a Sorrento).
Suicidio – Un’“azione
vitale” Goliarda Sapienza lo fa dire al (suo) analista (Ignazio Majore) ne “Il
filo di mezzogiorno” – il romanzo di qualcuno che “muore perché ha vissuto”: “Ci
sono suicidi veri e suicidi, come è stato il suo, che non sono altro che un’azione
vitale, un gesto per uscire fuori da una morte lenta o da una situazione difficile.
Cerchi di ricordare: lei non voleva morire, voleva solo cambiare”.
Telemaco - L’eroe dell’ “Odissea”
lo vuole Piero Boitani. Il “vero eroe”, non solo perché il poema si occupa esclusivamente
di lui nei primi quattro canti, la “Telemachia”, ma di più perché la sua è la
narrazione di come nasce un eroe, e il suo viaggio alla ricerca del padre è un
vero viaggio di ricerca e di scoperta – il viaggio di Ulisse non è quello di Dante,
oltre le colonne d’Ercole della conoscenza, ma un viaggio di ritorno, tra nostalgie
e amnesie, solo accidentato, e di un personaggio non eroico, anzi poco volitivo,
piuttosto anzi passivo. Ne ha trattato ne “Il grande racconto di Ulisse”, ne parla,
in sintesi, e con più nettezza, sul “Sole 24 Ore Domenica”.
Specialista di Letterature Comparate, e di Odisseo-Ulisse, autore anche, prima
de “Il grande racconto”, di un “Miti. Ulisse fonda l’Occidente”, Boitani vede da
ultimo nell’“Odissea” una “metafora della vita”, e nella “Telemachia” il racconto
di una ricerca, benché condita delle solite casualità, occorrenze impreviste.
La “Telemachia”, se non l’“Odissea”, come primo “romanzo di formazione”, nella
ricerca di un sentiero nella vita?
Ulisse - “Eroe di sopportazione”,
lo ricorda Savinio (“Capri”, 13), citando Omero, “i canti iniziali, del viaggio
di Telemaco”.
letterautore@antiit.eu
“Arbasino, Visconti, Praz e Bianca Riccio, il
circuito in cui conobbi Domietta”, ai primi del ‘72. Una “vera principessa” - secondo
il decalogo che in quei primi Settanta Dario Fo andava propagandando col “Mistero
buffo” (“un conte è un conte anche se è nudo”). Già incontrata socialmente a
Firenze, come Laudomia, che era il suo vero nome, Hercolani, che era il nome
del marito, un principe bolognese.
“Non era bela, era bellissima”. Di conversazione “sottile
e ironica”. Di “natura generosa, forse spontanea, ma non semplicce – non pacchiana.
Un ritratto non inappropriato per un giornale “comunista”.
Alvar Gonzalez-Palacios, Domietta Del Drago,
principessa irreale, “il Manifesto - Alias”, online
Giuseppe Leuzzi
“«Non è
fatto ancora», aveva detto Becco d’Avvoltoio del popolo calabrese”, annota
lo scrittore austriaco Friedrich Werner van Oestéren nei suoi ricordi di
viaggio del 1908, “Povera Calabria”. Lo fa dire al vetturino, che chiama Becco
d’Avvoltoio, sempre alludendo al famoso “fatta l’Italia, bisogna fare gli
italiani” di D’Azeglio. Non è “fatto”, intende correttamente van Oestéren, nel
senso che non ha, non padroneggia, il “linguaggio” comune, il modo di essere,
di intendere, e di fare – l’idem sentire de republica.
Detto della
Calabria, ma vale per tutto il Sud – la “questione meridionale” c’è, eccome, e
non solo per il leghismo.
Nel
ritratto esilarante della nonna materna, “Mia nonna e il Conte”, Emanuele Trevi
fa un tributo alla madre,
che non nomina (Eleonora D’Agostino). Psicoterapeuta come il padre Mario. Non influente
come il padre, cui Trevi ha già dedicato un lungo racconto, “La casa del mago”,
né famosa:
“Una divinità tirrenica, appartenente al temibile, indomabile, antichissimo
ceppo calabrese: perspicace,
volubile, testarda, capace di leggerti un pensiero nella testa prima ancora che
tu stesso l’avessi
formulato”. La famosa “donna del Sud”, della letteratura veneto-lombarda.
“I dati sulla lettura non sono
confortanti”, fa notare Cristina Taglietti a Stefano Mauri, il pad di Gems, il
secondo gruppo editoriale italiano dopo Mondadori, sul “Corriere della sera”:
“Ci sono ampie aree di sottosviluppo”, è la risposta, “soprattutto al Sud.
Fatalmente abbassano gli indici di lettura, che al Nord sono invece in linea
con gli altri Paesi europei”. Ci sono due Italie anche nella lettura.
Al voto per
la Regione Campania una sfilza di figli si candidano al consiglio: De Luca
(indirettamente), Mastella, Casillo, Cesaro, Manfredi, Fiola, Demitry,
Mensorio. Tutti impegnati a sostegno del candidato vincente, Fico. Che si dice
di sinistra, ma di sicuro è 5 Stelle, come dire l’anti-politica,
l’anti-affarismo, l’anti-nepotismo, l’anti. Si direbbe anti-conformismo,
salutare. E invece è una forma di
dipendenza – “la” dipendenza micidiale: lo svuotamento della politica.
Savinio,
“Capri”, 23, nota sul più grande degli scogli li Galli le rovine di un castello
medievale, inteso a
impedire che “i pirati musulmani impiantassero in quel luogo una specie di
Fraxinetum marittimo”.
Frascineto – oggi borgo arberëshe in Calabria, nome derivato dai frassini che alberavano
l’antica concessione, il Casale del Duca – era l’insediamento musulmano in
Provenza, di corsari del
regno di Granada, che dominò la costa ligure e le Alpi tra l’887 e il 972.
Facendo la
storia delle Crociate come prima manifestazione del deprecato eurocentrismo si trascura che
si fecero in reazione alle devastazioni dell’Oriente cristiano, e a secoli di scorrerie arabe impunite e durature,
anche di molti decenni, in Sicilia, in Puglia (emirati di Bari e Taranto), in
Calabria (emirati di Tropea, Santa Severina, Amantea).
La donna cucuzza –
o la matriarca del Sud
La “donna del Sud”, dunque,
oltre che vestirsi di nero, è matriarca. Perlomeno lo è stata, ma non in tempi
remoti. La fa matriarca Nadia Terranova nel suo ultimo romanzo, “Corta è la
memoria del cuore”, per come se ne legge sul “Foglio”. Un racconto che partirebbe
“dai silenzi cupi della sicilianissima matriarca Teresa”. Non dell’Ottocento,
la matriarca si laureava negli anni Cinquanta – si laureava in legge, a
Messina, dove col severissimo rettore Pugliatti a Messina in Legge si
laureavano in pochi. Insomma, è la nonna di Terranova. Che Terranova dice
“colta e intelligente”, secondo ne scrive “il Foglio”, ma dall’“occhio
pesante”, cioè predisposto al peggio, premonitore, scrutatore, antevisionario
di sciagure.
Nella sintesi che Maria Pia
Farinella fa sul quotidiano: “Si farà consegnare dal marito tutto ciò che
guadagna per amministrarlo lei. E farà pesare su tutta la famiglia la sua
fatica, il fardello di crescere i figli. Un ricatto morale che è un modo molto
siciliano di esercitare il potere. Alzando il prezzo per poter esercitare
ancora più potere. Una recriminazione continua in cui l’onnivora patriarca si
fa vittima. Per non pagare mai dazio”.
“Falla come vuoi sempre è
cucuzza”, diceva il genitore, rigido sui cibi portati in tavola ma a cui la
“cucuzza” non piaceva in nessun modo.
Ma c’è di più: Farinella esuma
a supporto di Terranova un’intervista di Sciascia a Franca Leosini, per
“L’Espresso”, nel 1974, in cui così risponde al quesito perché non aveva
personaggi femminili nei suoi racconti, se non di sbieco: “La ragione profonda”,
risposta, “era l’avversione per la società matriarcale. Ho visto sempre che le
donne hanno comandato, e hanno comandato sempre annientando l’uomo”. L’uomo?
“In fondo questa virilità siciliana si riduce a ben poco. Brancati l’ha messo
in luce”. Un matriarcato malefico: “È lei, la donna, a consigliare la viltà, la
prudenza, l’opportunismo, l’interesse particolare”.
Peggio, aggiunge Farinella, già capo redattore Rai a Palermo: “Nel lungo video che ho realizzato alla Rai
Sciascia afferma….: «Mi conforta il fatto che uno scrittore straniero, un
osservatore perspicace della realtà siciliana come Dominique Fernandez, abbia
visto anche la mafia collegata a questo impero della donna»”.
Da non credere. Sempre per épater
le bourgeois, scandalizzare i benpensanti? Sciascia non ne aveva bisogno.
Ma è vero che “visse sempre”, nota Farinella, “circondato da donne…. Sei donne
nella stessa casa con Leonardo Sciascia”, moglie, figlie e zie. E che la moglie, si può aggiungere, Maria, insegnante, buona cuoca, ospitando Marcelle Padovani, che col marito scriveva una lunga intervista, cucinò un ottimo pranzo, si schermì col dorso della mano dai complimenti che la ospite si apprestava a tributarle, e non disse verbo per tutto il pasto.
Se l’uzbeko è meglio del cubano
Sui medici
cubani in Calabria paginate, da anni, quasi ogni girono. Sugli infermieri
uzbeki a Milano e
Monza niente, solo il commediografo Massini artiglia la “non notizia” – in una breve riflessione, su un
settimanale letterario,
“Robinson”. Sui medici
cubani in corsia in Calabria una campagna di denigrazione triennale contro il
presidente della
Regione Calabria Occhiuto che ce li ha messi, in mancanza d’altro – prendendosi
la gestione della
sanità regionale, dopo che per un dodicennio era servita a laute pensioni
aggiuntive a cosiddetti “commissari,
prefetti in pensione e generali. E da ultimo una inchiesta giudiziaria scandalistica
della Procura renziana della Repubblica di Cosenza.
“Lombardia,
un progetto di formazione” è invece il titolo pudico (ipocrita) con cui si
comunica l’assunzione di 100 infermieri dell’Uzbekistan. Avanguardia di altre
centinaia - ma non si può dire: per ora sono soltanto “in formazione”. Da uno
dei tanti paesi, cioè, in cui deve operare Medici senza Frontiere – per
debellare la tubercolosi, che da alcuni decenni ha un ritorno in Asia centrale,
fino al Pakistan.
Occhiuto,
del resto, non rivoluzionava. L’Emilia-Romagna, p.es., regione insospettabile e
non criticabile,
impiega personale sanitario asiatico e latinoamericano da almeno un trentennio
– dopo avere
provato incentivare il personale formato al Sud con affitti bloccati e perfino
gratuiti. Ma in Calabria
no, niente funziona, figuriamoci i cubani – al calabrese non si dà da bere. La
questione meridionale
è bene anche una questione dei meridionali.
Singolare
anche la ricezione del “messaggio” della cosa, che la cosa suscita. L’artefice
delle due chiamate
straniere, in Calabria e in Lombardia, è lo stesso, Bertolaso, la ricezione è diversa.
Scandalizzata – “aristocratica”, passatista - in Calabria, la cui sanità
peraltro quotidianamente
ci si diletta a immiserire, mentre in Lombardia, lì sì che ci sanno fare.
Questa
puzza al naso delle pezze al culo farebbe una bella farsa, se non fosse un
dramma.
Cronache della differenza: Aspromonte
“Nessuno può
permettersi una vacanza a via Aspromonte”, intima il protagonista di Antonio Pennacchi,
“Mammut”, p. 116, il sindacalista Benassa, nel mentre che aizza i compagni di lavoro a
“occupare” la centrale nucleare di Latina – a via Aspromonte “dove c’è il
carcere giudiziario”,
spiega l’autore. La montagna forse più simpatica, alberata, luminosa, aperta da
tutti i lati sul mare,
sempre legata a morte e lutto. Anche a Latina.
Lo scrittore austriaco
Friedrich Werner van Oestéren, che vi fece lunga randonnée a
dorso di mulo – mentre la
guida gli trotterellava accanto a piedi, per risparmiare sulla tariffa – “meravigliato”
lo trova “un altopiano completamente piatto, delimitato in lontananza dai margini di un bosco”
non “aspro” come si aspettava – come direbbe il nome. È solo arrivato ai Piani d’Aspromonte
in realtà, luogo privilegiato di colture, allora come oggi, malgrado
l’abbandono delle campagne,
di ortaggi e varietà pregiate di grano. Un terrazzato aperto sul mare:
“L’Aspromonte non era dunque
una catena di montagne, ma un grande altopiano!”. Ma non c’era più ignoranza
allora di oggi.
Il bosco è quello dove Garibaldi “fu ferito a una gamba”. Il ricordo di
fatta di laterizi
disposti a strati in modo grossolano”. Sarà succeduto
da altri monumenti grossolani
e come sinistri, specie quello odierno –
forse legati a sordità massoniche?
Garibaldi
van Oestéren trova affidato a “una lapide commemorativa fatta di laterizi grossolani disposti a strati in modo grossolano". Sarà succeduto da altri monumenti grossolani e come sinistri, specie quello odierno (che nessuno infatti ora più visita) - forse legati a simbologie massoniche?
Van Oestéren trova il suo
Aspromonte anche “incolto, spoglio”, ma
non si rende conto che è nella stagione
morta. È partito da
Sant’Eufemia alle quattro del mattino tra contadini e
contadine che lo
affiancavano a piedi nella lunga salita – “gente armata di
pala e
accetta”, in realtà di zappa e accetta.
Allora
e fino al dopoguerra, agli anni 1960, si saliva alla Montagna per sentieri, oggi
si va per nugoli di strade, ogni piccolo paese ne ha una sua.
Poi
il viaggiatore – in foto un aristocratico austriaco primissimo Novecento,
allora trentaquattrenne, molto azzimato, viaggiatore in solitario – incontra,
come si incontra oggi, l’abetaia, “una vera, magnifica abetaia formata da abeti
rossi, che si levavano imponenti verso il cielo! Dai rami emanava un profumo
delizioso, un forte e gradevole odore di resina”. Con proprietà terapeutiche:
popolate di “casetta di legno… con le pareti di abete rosso e un tetto di
tegole” (costruzioni stagionali, smontabili, in uso fino a qualche decennio fa),
dove “gente affetta da malattie polmonari veniva per curarsi e temprarsi all’aria
di montagna”.
E
poi i faggi: “Dopo una leggera salita cominciava il regno del faggio, un regno
molto esteso che giungeva sino alla cima del Montalto. Secco, e luminoso. Oggetto,
allora come oggi, di frequente disboscamento – c’è sempre una “industria
boschiva”. “Che questo albero stupendo cresca così bene da queste parti” lo gratifica
della interminabile lenta ascesa. Allora come oggi, “ogni tanto un cuculo,
senza mai stancarsi faceva risuonare il suo grido” – “per il resto solo un
grande silenzio”.
“L’acqua
in Alvaro”, lo scrittore dell’Aspromonte, “è l’elemento primario, vitale,
sacrale, liminare. Tra vita e morte, diluvio e fonte di memoria e di vita” -
Vito Teti, “La lunga notte di Alvaro”, in “Corriere della Calabria”, 8 giugno
2025: “Già nel libretto giovanile su Polsi sono dominanti la dimensione del
mangiare insieme, dell’acqua come purificazione, del pellegrino come errante
che cerca acqua fresca, verità e senso”.
Nello
stesso volumetto Alvaro riprende la leggenda dell’“Acqua della prena”,
della donna incinta (“prena” in dialetto), che si riposò a metà dell’erta tra
Polsi e Puntone della Croce, pregando la “Madonna affinché le facesse trovare
un po’ d’acqua per dissetarsi, e la sorgente zampillò.
Van
Oestéren, anche lui, non resiste al richiamo dell’acqua di sorgente dell’Aspromonte,
e nella faticosa ascesa al Montalto a dorso di mulo annota: “Quando un
ruscelletto” si accostò al margine del sentiero, il mulattiere-guida pedestre “si
piegò e bevve con tanto gusto”“ che anche il viaggiatore illustre se ne sente
attratto, e si fa riempire la tazza che porta alla cintura per le emergenze: “L’acqua
ghiacciata, purissima, era rinfrescante e ristorava magnificamente. Bevvi fino
all’ultima goccia”.
leuzzi@antiit.eu
E dunque Putin, come si legge, ha perso la guerra? Il contrario è
sostento da Trump, e quindi è sospetto. Ma la verità dei nostri media è sospetta
al contrario.
Sul “Corriere della sera”, che “il punto militare” affida a Marta
Serafini, inviata a Kiev, in alternativa con Guido Olimpio (da New York? dal Pentagono?
da Milano?), si legge: “Dall’inizio dell’invasione a gennaio di quest’anno le
perdite russe amontano a 640.000-877.000 soldati, di cui 137.000-228.000 sono
morti. E a metà ottobre il bilancio era aumentato di quasi il 60%, passando da
984.0000 a 1.438.000 perdite, di ui 190.000-480.000 morti”.
Dati significativi di fantasia?
L’avvertenza c’è: “Il dato è di Kiev” – i dati, cioè, buttati giù alla
rinfusa. Ma, di suo, il gironale è sicuro: “Per avere il Donbass (che ha già
occupato, n.d.r.) allo zar servono cinque anni”. Questo secondo “una stima dell’Economist”.
Ci piace vincere. Ma credere?
Il riesame di alcun “nuove” divinità femminili in
area germanica, agi albori della sua storia, dei (pochi) riferimenti ricavabili
da lapidi e iscrizioni, porta a collegarle alla presenza romana, di legioni e coloni,
tra le metà del primo secolo a.C. e la metà del successivo. Lungo il limes
romano-germanico sul medio Reno – come anche in Britannia. Aree di guarnigioni
e le circostanti “zone di interscambio” e canabae.
Canaba erano un po’ l’intendenza che segue l’esercito:
l’agglomerato civile e commerciale che si sviluppava attorno alle fortezze
legionarie permanenti (castra), di familiari dei soldato o di locali che
li ospitavano e offrivano merci o servizi – inizialmente capanne o baracche, poi
villaggi, in qualche caso città.
“La Germania Inferior cisrenana e da
considerare un territorio di insediamenti instabili (di genti prevalentemente
celtiche e germaniche), sottoposti periodicamente, dalla meta del sec. I a.n.e.
fino circa alla insurrezione batava del 69-70, a operazioni di rastrellamento e
reinsediamento da parte
dei Romani. In questo modo l’Impero si assicurava,
tra Reno, Mosa e Mosella, un’ampia area limitrofa agli accampamenti militari
ripopolata con un alto numero di veterani e dediticii: gentes, pagi
e civitates”
Sono esaminate cinque di queste “divinità”, tutte
femminili (“per rimettere in discussione un topos militare che ribaltava
i tradizionali ruoli femminili ritagliati funzionalmente nella società patriarcale
Germanica”): Baduhenna, Hariasa, Harimella, Fledimela,Vihanza,
Matres Alatarviae.
Un saggio breve - lungo quanto la bibliografia….. Enigmatico
anche i sottotitolo, “Note di teonimia germanica”. Ma denso senza essere concettoso.
Marco Battaglia, Numina proelii?, SSL,
pp. 16 , free online
spock
Libertà è
liberare?
Cioè: ama il
tuo prossimo, etc.?
La santità è
complicata?
Si può essere
ottimisti solo per essere poveri?
O se la felicità
può essere povera?
Se il povero
può essere ricco (solo) di spirito?
spock@antiit.eu
L’Europa deve pagare dazio, e deve raddoppiare
le spese militari. E non per una difesa comune, europea: per sostenere le
spese Nato, alleviandone gli Stati Uniti.
Trump all’improvviso, ottenuto dall’Eurpa
quanto chiedeva, alza un muro contro la Cina. Non politico, non militare, economico.
Dopo i sorrisi, i colloqui, le intese, le promesse di incontri, che non vengono
rimangiati. Giusto per costringere la Cina a trovare sbocchi in Europa, a qualsiasi
prezzo. Cioè a prezzi imbattibili – si veda per abbigliamento, high fashion compresa, o automobili. Oppure col ricatto:
altrimenti niente terre rare e niente batterie.
È un sospetto. nemmeno un indizio. Ma è
una vita che gli Stati Uniti hanno nel mirino l’Europa. È come se gli Usa di
Biden, da vice con affari in Ucraina e poi da presidente, avessero spinto l’Europa
a separarsi dalla Russia. Quindi inerme ora all’ovvio assalto-ricatto cinese.
"Una disintegrazione inevitabile, caotica e violenta dello Stato ebraico" sarebbe la sintesi del libro. Ma di fatto Pappé non si spinge a tanto. Nella
prima parte lo storico – da sempre in polemica col sionismo, con lo Stato confessionale
e colonizzatore - analizza storia e ideologia del sionismo. Nella seconda la
creazione del “popolo palestinese”, per l’ottusità e la volenza del sionismo. Nella terza, “Verso la fine di Israele”, con gli
esiti fallimentari del sionismo, con l’“incapacità del processo di pace” finora
di proporre soluzioni viabili, che dice il segno tramonto di Israele, propone e
analizza “sette mini-rivoluzioni cognitive” per trasformare-recuperare “lo
Stato collassato” in “uno nuovo”. A cui aggiunge un’ottava “minirivoluzione”:
un disegno o sogno di “una nuova Palestina del dopo Israele nell’anno 2048”. Tra
non molto cioè, e quindi un passaggio infine ottimista. “Il collasso del
sionismo e la pace possibile in Palestina” è il sottotitolo.
Pappé
parte da una constatazione, che questo sito poteva fare il giorno dopo il 7
ottobre, ovvia cioè, che invece non si fa: i palestinesi hanno combattuto una guerra,
feroce ma dura. A cui va aggiunta un’altra ovvia constatazione: Israele ha
vinto, e non poteva che vincere, ma con difficoltà, senza merito, e senza guadagni, anzi con la prospettiva di doversi in qualche modo ricredere e riconfigurare. Ma lo storico israeliano
dice che dopo questa guerra Israele è destinato a una disintegrazione
inevitabile. E questo non è possibile e non è vero: Israele è ben lì, sui suoi
piedi, e ben sorretto dagli Stati Uniti.
“Da
storico, evidenzio che la fine di Israele sembra sia già cominciata”. Un po’ perché
tutta l’area ha un futuro incerto: “La Siria si è già disintegrata come Stato,
il Libano è finito di recente fra gli Stati falliti”, e in Iraq, o “in posti remoti
come lo Yemen, il Sudan, la Libia”, la deflagrazione è il motore. E così “stiamo
assistendo alla fine dello Stato d’Israele”. Una conclusione però temperata da
un “o se non altro (alla fine) del progetto sionista quale lo conosciamo”.
Si
parte per la verità con un interrogativo: “Dovremmo parlare della fine di
Israele?” Gli Stati periscono, la Jugoslavia, il Vietnam del Sud, “o finiscono come
se niente fosse”, e nel caso di Israele è esagerato, nota lo stesso storico. Altri
sviluppi possono venire da esempi che non la Jugoslavia, in forma di cambio di
regime, radicale: Sudafrica, Cile, Argentina, Iraq. Pappé propende per questa seconda
ipotesi. Ma in una forma forse utopistica - a prescindere da Netanyahu e dalle destre
che lo sostengono: uno Stato non teocratico o confessionale, non razziale (c’è
ancora pudore a usare le parole giuste, ma lo Stato di Israele si vuole
ebraico, e quindi non ha spazio per altri).
Alla
fine, il libro nasce dall’intenzione di “offrire un’interpretazione più speranzosa,
più positiva degli eventi che sono seguiti al 7 ottobre 2023”. Quello che si sta
sbriciolando” è “lo Stato d’Israele come uno Stato ebraico”. E questo si rileva non per “una posizione
politica…. : è un processo oggettivo che è già cominciato”.
Con
capitoli del tipo “La morte dell’industria della pace”.
Il tema si moltiplica, da qualche mese. Soprattutto da
parte di ebrei non sionisti - non sioisti attivi, con legami o intrecci con
Israele, o comunque schierati: Furio Colombo e Anna Foa i più eminenti in
Italia. Papp fra i tanti, come già Anna Foa un anno prima, esamina gli eventi da
storico. E quindi è necessariamente
pessimista – o ottimista, se “Israele” è un male, quello di Netanyahu come quello
di Ben Gurion. Ma si sottovaluta, quale che sia il giudizio etico che sottende
a queste trattazioni, la forza di questo - o questa? - Israele: la larga base dello Stato confessionale (senza più cristiani, p. es., a Gerusalemme, Betlemme e altrove) e il sostegno
incondizionato, finanziario e militare, degli Stati Uniti, di cui è la “base” nel
Medio Oriente e nel Mediterraneo.
Su questo Pappé ha giusto un § iniziale “La pax
americana dal 1967 a oggi”. Per dire che gli Stati Uniti hanno sempre protetto
Israele all’Onu nelle votazioni sulla Cisgiordania, sulla politica di
colonizzazione forzata. Ma c’è molto di più.
Per gli Stati Uniti – e in fondo anche per l’Europa –
vale quello che il generale Haig, il capo di gabinetto che nel 1974 convinse
Nixon alle dimissioni, poi segretario di Stato di Reagan, ebbe a dire in questa
funzione: “Israele è la più grande portaerei americana al mondo, è inaffondabile,
non porta nemmeno un soldato americano, e presidia una regione critica per la
sicurezza”. Il presidente egiziano Al Sisi deve a Israele una decina di anni fa
il blocco martellante, con droni, elicotteri e aerei, del tentativo di Hamas di
allungare Gaza al nord del Sinai – una campagna incidentale, come di un
intervento di polizia contro minacce terroristiche, che tuttavia è andata avanti
per un paio d’anni. Lo stesso con i bombardamenti dei siti nucleari di Saddam Hussein
a suo tempo, e dell’Iran ora. Per non dire della “liberazione “ di Beirut,
palazzo per palazzo, casa per casa, dai depositi di Hezbollah.
Ilan Pappé, La fine di Israele, Fazi, pp. 288
€ 18,50
Lo dice Putin (il politologo Karaganov,
“ideologo del capo del Cremlino”) e quindi c’è da sospettare, ma è un dato di
fatto: la guerra Russia-Ucraina ha già un perdente, ed è l’Europa. Più da sospettare
la seconda verità dell’“idelogo di Putin”, “l’America si arricchisce, prosciugando
voi”, ma sconsolante: di fatto l’America si è arricchita in questa guerra e a
causa della guerra (gnl Usa invece del gas russo, armamenti, spesa militare raddoppiata
e triplicata), mentre l’Europa si è come lobotomizzata.
Lo stesso riarmo, che dovrebbe farne
una grande potenza, si presenta come una spesa suntuaria. Per la scena, inutile.
Per armi e munizionamento per lo più americani.
Quello che manca, nell’ipotesi dell’ideologo
del Cremlino, e per un motivo, è il terzo incomodo, ma primattore, della
partita Usa-Ue: la Cina. Si capisce che ora, isolata l’Europa, gli Stati Uniti,
che non hanno sanzionato la Russia, cerchino il dialogo. L’Ucraina è servita
per staccare la Russia dall’Europa. Ora serve slegarla dalla Cina – il dollaro
resterebbe nudo se la supremazia produttiva e tecnologica cinese si coniugasse con
la superpotenza militare russa.
Il Fondo Monetario calcola che manca
poco, qualche mese, per avere un debito pubblico globale pari al pil mondiale. L’ “Economist” calcola che
il debito pubblico dei Paesi ricchi (Ocse) sia al 110 per cento del pil degli
stessi Paesi. Il settimanale paventa una caduta nell’inflazione, per eccesso di
liquidità. Di fatto il debito pubblico è il cespite maggiore dell’ “industria”
finanziaria. Di risparmitori, investitori, fondi privati e pubblici, Stati, speculatori.
Una forza, quest’ultima,che da qualche tempo sembra spuntata, passiva. Ma ha il
potere di provocare uno sboom in un fiat.
Il debito non minaccia inflazione, prelude
a distruzioni – crac, catastrofi.
Al galoppo sfrenato è il debito americano,
il più grande del mondo, il secondo più grande rispetto al pil (primo viene il
Giappone, ma il debito giapponese è detenuto dai giapponesi, privati, fondi,
Banca del Giappone). Un anno fa le previsioni lo davano al 130 per cento del
pil nel 2030. Dopo dodici mesi la previsione si è allarmata: nel 2030 sarà al
143 per cento del pil. Da 25 anni, tra l’11 settembre e il covid, il debito Usa
si è raddoppiato rispetto al pil, dal 60 al 120 per cento.
Due
giovani espatriati, un polacco e un rumeno, uno povero e uno ricco, studiano a
Liegi, conviventi in una modesta pensione - il ricco ha diritto a pranzare,
solo, con cibo cucinato per lui, in sala da pranzo, gli altri in cucina. Non
può funzionare e non funzionerà. Dopo la guerra e qualche decennio, i due si ritrovano
in America, il povero è telefonista in albergo, il ricco è diventato padrone
dell’albergo, della città dell’albergo, delle miniere che hanno fondato la
città. Non ci può essere convivenza, e non ci sarà.
Un
racconto del ricco e del povero che Simenon non ha potuto animare. La seconda
parte, la ripresa in America, ha tutta l’aria di un ripiego per fare di un racconto
un volume, della serie “duri” - il thrilling in secondo piano, rispetto agli ambienti e ai caratteri.
Quello
che è interessante è che i due, il ricco e il povero, sono ebrei. Che sono caratterizzati
per essere ebrei. E che Simenon ha ripreso la prima parte, il racconto originario,
in America, dove si era rifugiato nel dopoguerra per sfuggire alla
denazificazione - all’accusa di collaborazionismo con i
tedeschi nell’Occupazione, e di antisemitismo. Qui mette in scena due “ebrei
erranti”, antipatici, anche a se stessi, e l’uno con l’altro. Simenon impunito?
Un
motivo d’interesse marginale ma non insignificante, è che il polacco è di Vilnius
- tra baltici e slavi il pendolo oscilla sempre agitato.
Georges
Simenon, Delitto impunito, la Repubblica-La Stampa, pp.187 €9,90
“Gli Stati Uniti sono sempre stati una terra di imbroglioni” – “The
Nation”, novembre
Comprendere le storie dei coyote indigeni ti aiuterà a comprendere il
fascino di Donald Trump
di Julian Brave NoiseCat
Per migliaia di anni il mio popolo, i Secwepemc e gli St’at’imc, ha
raccontato storie sul nostro antenato imbroglione Coyote. Il Creatore mandò
Coyote sulla Terra per rimettere ordine nel mondo. Un metamorfo dotato di
poteri soprannaturali che incutevano timore reverenziale, Coyote fece molto
bene. Riempì i fiumi di salmoni, popolò le terre di discendenti, insegnò ai
cannibali a non mangiare gli uomini e collocò molte caratteristiche geografiche
nelle loro attuali posizioni.
Ma pur avendo fatto tanto bene, non era buono a nulla. Sempre a caccia
di donne e di divertimento, desideroso di arricchirsi e accrescere la propria
leggenda, Coyote fu ingannato con la stessa frequenza con cui ingannava. Le
nostre terre sono ancora segnate da storie e rocce che commemorano le sue
numerose disavventure, che spesso si concludevano con la morte e la
resurrezione di Coyote o con la sua trasformazione in pietra dal Creatore per
aver dormito o aver fatto sesso in giro sul lavoro. Incarnazione dell'Es e
delle forze contraddittorie che traggono vantaggio dalle metamorfosi del mondo
– di cultura, clima, ambiente, politica, tecnologia e molto altro – Coyote era
un personaggio, uno stile narrativo e una filosofia, tutto in uno. Una
rappresentazione della trasformazione e una spiegazione di chi e cosa guida il
cambiamento nel mondo.
Coyote ha lasciato dietro di sé così tanti racconti epici che i popoli
indigeni dall’America Centrale al Canada occidentale un tempo raccontavano
storie su di lui. Nonostante le sue abilità soprannaturali – è secondo solo al
Creatore nella nostra cosmologia della Creazione – l’imbroglione era visto come
un esempio di come non essere. Spinto da desideri bassi –
avidità, gola, lussuria, divertimento, una leggenda personale ancora più
grandiosa – Coyote sbagliava più spesso di quanto non correggesse. Dopo aver
ripopolato i fiumi di salmoni, usò il pesce per organizzare quanti più
matrimoni possibile con quante più donne possibile in quanti più villaggi lungo
i nostri fiumi. Dopo aver popolato le terre di discendenti, ci abbandonò.
Abbiamo ereditato alcune delle nostre qualità meno lusinghiere dal nostro
antenato imbroglione. Il suo nome era esaltato, ma era anche una maledizione.
Ma pur avendo fatto tanto bene, non era buono a nulla. Sempre a caccia
di donne e di divertimento, desideroso di arricchirsi e accrescere la propria
leggenda, Coyote fu ingannato con la stessa frequenza con cui ingannava. Le
nostre terre sono ancora segnate da storie e rocce che commemorano le sue 7numerose disavventure, che spesso si concludevano con la morte e la
resurrezione di Coyote o con la sua trasformazione in pietra dal Creatore per
aver dormito o aver fatto sesso in giro sul lavoro. Incarnazione dell'Es e
delle forze contraddittorie che traggono vantaggio dalle metamorfosi del mondo
– di cultura, clima, ambiente, politica, tecnologia e molto altro – Coyote era
un personaggio, uno stile narrativo e una filosofia, tutto in uno. Una
rappresentazione della trasformazione e una spiegazione di chi e cosa guida il
cambiamento nel mondo.
Coyote ha lasciato dietro di sé così tanti racconti epici che i popoli
indigeni dall'America Centrale al Canada occidentale un tempo raccontavano
storie su di lui. Nonostante le sue abilità soprannaturali – è secondo solo al
Creatore nella nostra cosmologia della Creazione – l'imbroglione era visto come
un esempio di come non essere. Spinto da desideri bassi –
avidità, gola, lussuria, divertimento, una leggenda personale ancora più
grandiosa – Coyote sbagliava più spesso di quanto non correggesse. Dopo aver
ripopolato i fiumi di salmoni, usò il pesce per organizzare quanti più
matrimoni possibile con quante più donne possibile in quanti più villaggi lungo
i nostri fiumi. Dopo aver popolato le terre di discendenti, ci abbandonò.
Abbiamo ereditato alcune delle nostre qualità meno lusinghiere dal nostro
antenato imbroglione. Il suo nome era esaltato, ma era anche una maledizione.
E alla fine dei tempi, la nostra gente credeva che Coyote sarebbe
tornato. Così, quando un uomo bianco di nome Simon Fraser discese il nostro
impetuoso fiume dei salmoni (oggi noto come fiume Fraser) nel giugno del 1808 –
il momento più insensato per una simile discesa, poiché il corso d'acqua, già
mortale, era agitato dallo scioglimento primaverile – la nostra gente celebrò l’esploratore
commerciante di pellicce come la reincarnazione di Coyote. Il viaggio di “scoperta”
di Fraser fu in stile Coyote, un fallimento assurdo. Alla fine del loro viaggio
in quella che oggi è chiamata British Columbia, Fraser e il suo equipaggio
fecero ricorso alla pirateria e furono respinti a monte del fiume poco dopo
aver raggiunto l’attuale Vancouver. Il viaggio di Fraser segnò l’inizio della
fine del nostro mondo indigeno. Nel giro di un secolo, il nostro numero fu
drasticamente ridotto, le nostre terre confiscate e i nostri figli portati via
in scuole dove era loro proibito parlare le nostre lingue e praticare le nostre
culture.
Al giorno d'oggi, la mia gente racconta raramente storie sui coyote. In
effetti, ne ho sentita una solo una volta da un membro della mia famiglia.
L'uomo che la raccontò, mio zio, ora è morto”.
Da anni il New Mexico si classifica ultimo, tra gli Stati della federazione americana,
per la cura dell’infanzia. Calcolata su fattori quali il reddito familiare, i
risultati scolastici e la mortalità infantile. Nell’ultimo decennio, quando il
New Mexico non si è classificato al 50mo posto per la cura dell’infanzia, si è
piazzato al 49mo.
Ora la governatrice Michelle Lujan Grisham, che aveva centrato sull’assistenza
all’infanzia a prezzi accessibili la sua campagna del 2018, ha annunciato che dall’1
novembre lo stato offrirà un servizio di assistenza all’infanzia universale e
gratuito. Esteso a tutte le famiglie, indipendentemente dal reddito. Il
programma si calcola che si tradurrà in un risparmio familiare medio annuo di
12.000 dollari per bambino.
I programmi statali retribuiranno il personale di base con un minimo di
18 dollari l’ora e offriranno 10 ore di
assistenza al giorno, cinque giorni alla settimana. Grisham calcola che siano
necessari altri 5 mila specialisti della prima infanzia per realizzare il suo “sistema
universale”.
Ulisse è uno che non sa chi è. La stessa confusione è
degli ebrei, “questi Ulissi erranti che, non diversamente dal loro insigne
prototipo, non sanno chi sono”. Si sono assimilati entusiasti, in questi ultimi
centocinquant’anni (H. Arendt scriveva questo “Noi profughi” nel gennaio del
1943), e poi hanno preso a suicidarsi. “Erano tanto sereni gli ebrei austriaci
fino al 1938”, erano l’invidia di tutti: “Quando poi le truppe tedesche invasero
l’Austria e i gentili cominciarono a manifestare davanti alle case dei loro vicini
ebrei, gli ebrei austriaci cominciarono a suicidarsi, senza spiegazioni,
diversamente dagli altri suicidi” - “parlo di fatti impopolari”, interloquisce Arendt
con se stessa, non del solito ribelle folle, che vuole “uccidere in sé l’intero
universo”, ma di “un modo silenzioso e segreto di scomparire” (in un testo qui
non ricompreso, la recensione nel 1943 di Zweig, “Il mondo di ieri”, fa a pezzi
lo scrittore, come epitome dell’orgoglio dei letterati, che non si spiegavano
il nazismo neanche quando li mise nel mirino).
Ma, poi, anche il sionismo non la persuade, in un saggio
di poco posteriore, ottobre 1945, “Ripensare il sionismo”. I sionisti sono, in
un certo senso, gli unici a volere sinceramente l’assimilazione (“essere come
gli altri”). Sono una piccola élite, di intellettuali sradicati, sia in
patria che nella diaspora. Il loro errore è la valutazione dell’antisemitismo
come conflitto tra nazioni, che si radica nella tradizione ebraica del “noi e
loro” - come dice Herzl, il fondatore del sionismo, “una nazione è un gruppo di
persone tenute assieme da un comune nemico”. Il sionismo spunta dalla - e punta
alla - “eccezionalità” ebraica. Non un grande sforzo intellettuale: “Il
sionismo non è altro che l‘accettazione acritica del nazionalismo tedesco”.
Erano una piccola
élite nel mondo conosciuto, sarebbe stato più giusto dire: ad Hannah
Arendt era completamente ignota l’Europa orientale, dalla Polonia alla Russia, la moltitudine ebraica che ha poi creato e forgiato Israele. E di suo dà poco peso all’impatto sul
mondo ebraico delle patrie nell’Ottocento, dei nazionalismi e degli
irredentismi, dei risorgimenti – a loro volta assortiti di “primato”.
La raccolta, questa come le numerose altre su Hannah
Arendt e l’ebraismo, è interessante come una sorta di dibattito, di assemblea
dell’ebraismo, dei problemi che si pone o deve affrontare – Arendt li espone e
li dibatte. Singolarmente remoti dall’ebraismo dopo Israele. Questo però è
invece motivo d’interesse: un mondo la raccolta rappresenta di cui Israele, più che
la Shoah, sradicherà le certezze – convivenza, democrazia, liberalismo,
prosperità, materiale e morale. Di un umano, ovvio e giusto, disegno di accrescimento,
del reddito, della sicurezza, della soddisfazione.
La raccolta è di testi, per lo più brevi, contribuiti
da H. Arendt, recente immigrata in America, tra la fine del 1941 e l’aprile del
1944 alla rivista “Aufbau”, un settimanale di cultura e problemi ebraici pubblicato
a New York, a cura di un New York Club, per i profughi ebrei di lingua tedesca, dall’impero austro-ungarico e dal Reich germanico,
una sorta di foro della diaspora ebraica. Ma in contemporanea H. Arendt trattava
di argomenti analoghi su “Menorah Journal”, “Jewish Social Studies”, “Jewish
Frontier”, “Commentary”.
Gli scritti su “Aufbau” sono prevalentemente sul tema
l’ebreo come paria.
“Ebraismo e modernità”, la vecchia antologia Feltrinelli,
1993, a cura di Giovanna Bettini, è più significativa, anche sostanziosa, di questa,
pubblicata nel 2002, che ora si riedita – con un vecchio saggio di Leone
Traverso. Ripresa dal tedesco, l’antologia curata da Marie Louise Knot, la pubblicista
che tra i suo interessi ha anche H. Arendt.
Hannah Arendt, Antisemitismo e identità ebraica,
Einaudi, pp. 232 € 421
I lamenti sullo stato della critica sono una storia vecchia. Ma il
mestiere si va perdendo: oggi non conviene
sbracciarsi per incarichi sempre più limitati e non (ben) pagati. Per di più sotto
la concorrenza della rete, dove opinioni anche approfondite sono elargite
gratuitamente.
Non conviene fare il critico, di letteratura come di cinema, teatro, arte
eccetera. Non conviene ai critici e non conviene ai media. Non ci sono
più le critiche musicali, se non in forma di promozione. La “Chicago Tribune”
non ha più il critico dei film. Il “New York Times” ha spostato quattro dei
suoi critici d’arte ad altre sezioni, anche agli obituaries – i necrologi
in forma di biografia.
Ma l’esigenza di una “buona critica” starebbe tornando, in forma
diversa. Mantenendo la critica tradizionale, la prima impressione di una “prima”
(edizione, rappresentazione, esecuzione, mostra) a caldo. Ma in breve: come una
segnalazione, seppure di segno più o meno. Seguita a distanza da una critica
ragionata, se il manufatto o evento la merita.
(“The New York Review of Books”)
zeulig
Fede
–
È femminile, direbbe Karen Blixen: “La relazione fra il mondo e il Creatore è
per la donna una storia d’amore. E in una storia d’amore la ricerca e il dubbio
sono assurdità”.
Freud – Contestato più che
accettato. In ambito analitico. Negli anni 1950 negli Stati Uniti si è
affermata una generazione di analisi radicalmente omofobi e misogini. Negli stessi
anni molto femminismo smise di considerarlo il nemico per eccellenza,
proponendosi invece una psicoanalisi (freudiana) “inclusiva”, liberatoria.
Guerra-Pace – È d’uso citare Tacito, “De Agricola”,
a proposito di pace e guerra in questa forma: “Desertum fecerunt et pacem
appellaverunt”, fecero il deserto e lo chiamarono pace, mentre dice l’opposto
– lo fa dire a Calgaco, re dei Caledoni, e riferendosi non ai Romani ma ai
Britanni contro i Romani: “Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant”,
rimasti soli, quello dissero pace. Un’espressione, se si vuole, più calzante in
molte guerre post-1939 – in molte strategie, tutte fallite.
Occidente – Il cammino dei popoli e delle
civiltà si svolge verso Occidente, usa dire “da sempre” - da quando la piccola Europa
si è staccata dalla grande Asia (Grande Madre)? Ma si vede che andando sempre a
Occidente ha completato il periplo su cui aveva ragionato Colombo, ed è ritornato
alla casa madre. Lasciando macerie sul percorso. Senza che ci sia stato un
terremoto. O forse sì, due guerre mondiali. E guerricciole continue al suo interno,
commerciali e anche armate, all’insegna
del “celodurismo”, o nazionalismo – il disegno ottocentesco, collegato ai
risorgimenti nazionali, dei primati.
Religione - L’incroyance
si vuole di ambito laico. Ma pure la religione di Stato, oggi il mercato,
altrove il marxismo-leninismo, o anche il marxismo-leninismo col mercato, e
prima gli imperi-mondi (India, Cina), o gli imperi e basta (Russia, Cina),
anche imprese disperate della storia (Vietnam), sono partorite e gestire in
ambito laico.
Schiavismo – Di un capitale razionalizzato, da marxologi e anime pie, si
è posta a fondamento la bufala dello schiavismo, la tratta più antieconomica
che ci sia, utile solo alla gloriola e poltroneria dei padroni, gente oberata
dalle ipoteche. Mentre la ragione dello schiavismo fu ed è culturale. Di colture
e di cultura. Per il fine suddetto, di un mercato che si vuole nobile, e quindi
poter fingere di non lavorare, non avere affanni. O per altre esigenze: gli
africani servirono a popolare le Americhe di persone e miti, balli, suoni.
Con una derivata anti-Tocqueville, se lo schiavismo è
la chiave dell’arricchimento: l’America dovrà attendere novecento anni per rinascere,
essendosi liberata dalla schiavitù da cento anni – ottocentocinquanta risalendo
alla guerra civile. La fine di Roma indica che ci vuole un millennio per
riprendersi senza schiavi, coltivando in proprio grano, vite e ulivo. In
quarantena millenaria sono pure gli arabi, e si vede.
E dunque l’America, al momento, non esiste? Mentre è
diventata ed è una potenza dalla fine dello schiavismo, col duro e durissimo West,
la fatica quotidiana.
Storia – Anche nella forma spicciola, événementielle, è
segnata dall’eternità, da percorsi a noi esterni e ignoti.
È arduo, si direbbe impossibile, fare la storia di qualcosa che non c’è. Anche
recente. Anche sorretta – provata – da testimonianze. Nei romanzi
dell’Ottocento l’amore sta per follia, per quanto benigna, oggetto spesso di
necrofilia, spiritismo, magia, giuliette e romei, e altre storie nere. Oggi la
materia è sterile.
“La Storia si può veramente chiamare una guerra illustre
contro la Morte”, o “una guerra meravigliosa contro la Morte”, o “una guerra
illustre contro il Tempo”, sono tre incipit di Manzoni, di “Fermo e Lucia” e dei “Promessi
sposi”. Era Manzoni hegeliano, per la storia della Provvidenza, ma incerto.
È anche vero che ogni storia vera,
per quanto scontata, viene meglio d’un romanzo.
La storia del pensiero è piatta. Anche il progresso è
zero, in quanto ragione.
Vuoto – Il vuoto non esiste in natura, e quindi nemmeno nell’animo
umano – o nell’esistenza.
È uno sbocco – un punto di sbarco – del nichilismo. Che però è una forza (operosità,
pensiero) attiva. Pensarsi nichilista è una contraddizione – il nichilismo è
una deriva, informe.
“A clean, well lighted Place”, 1926, uno dei primi racconti di Hemingway,
che poi saranno detti “minimalisti”, in cui due camerieri si spazientiscono perché
è tardi ma non possono finché un vecchio, che “ha tentato il suicidio tempo fa”,
non smette di chiedere ancora bicchierini, e uno dei due s’interroga sul senso
della vita. Per concludere che “lui lo sapeva che tutto era nada y pues nada y
nada y pues nada” – e recitarci sopra un “Padre nostro” del niente – “nada
nostro che sei nel nada…”. Sforzo notevole per questo nada – il racconto è stato
“lavorato” a lungo, e Hemingway venticinquenne a Parigi era in full swing,
anche come socialite.
zeulig@antiit.eu
“Don Matteo” rovesciato – il don Matteo di Raoul Bova:
il carabiniere diventato sacerdote diventa il sacerdote diventato poliziotto.
Lo svolgimento è un po’ più cruento, siamo in America, ci vogliono inseguimenti,
scazzottate e sparatorie – e senza l’alleggerimento di Frassica. Ma gli
svolgimenti gli stessi, tra ricordi, remore, crisi, e azione.
Brad Ingelsby, Task, Sky Atlantic, Now
astolfo
Plia Albeck – Un’avvocata, “oscura
funzionaria del ministero della Giustizia americano” (R.Bergman - M.Mazzetti,
“L’impunità dei coloni”), è diventata famosa ed è tuttora riverita in Israele per
avere “scoperto” nel 1987, vent’anni dopo l’occupazione, la chiave giuridica
che Israele fa valere per appropriarsi della Cisgiordania, tramite la
colonizzazione. Sfogliando i regolamenti del vecchio impero ottomano, Albeck
trovò la chiave nel Codice Fondiario Ottomano del 1858, un insieme di norme
intese a promuovere una riforma agraria. Nella norma che prevedeva la confisca
dei terreni di proprietari assenteisti – “qualsiasi terreno che non fosse stato
coltivato dai proprietari per un certo numero di anni, e non fosse «a distanza
d’urlo» dall’ultima casa del villaggio”. Di terreni abbandonati e remoti.
Il primo ministro
Begin, impegnato dal presidente americano Carter a un accordo di pace con l’Egitto,
che comportava la restituzione all’Egitto del Sinai e altre concessioni, cavalcò
la “scoperta”: l’avvocata fu fornita di un elicottero militare per mappare la
Cisgiordania e individuare gli appezzamenti che potessero consentire l’avvio
degli insediamenti ebraici sulla base della riforma agraria ottomana del 1858.
Ne tornò con l’individuazione di “oltre cento aree” che si potevano difendere
in tribunale sulla base di quella norma, su cui si impiantarono “legalmente” i
primi coloni – che l’avvocata amava definire “i miei figli”.
San Carlo Borromeo – Santo,
annota la sua biocritica Fragnito, malgrado lo straordinario nepotismo – che
eserciterà anche, un secolo dopo, il Borromeo buono di Manzoni, il cardinale Federico,
grande acquisitore di beni e titoli – esteso a “parenti delinquenti”. Stile Innominato.
Fu santo per il “suo indubbio zelo apostolico, la grande carità che
praticò e fece praticare, l’opera di acculturazione e moralizzazione del clero,
la sua modestia e la sua fede, vissuta talvolta con sorda intransigenza”. Fu
però il vescovo che rinobilitò Francesco Cittadini, un giovane milanese di
buona famiglia che per non saper che fare se ne era andato a Roma, dove aveva
fatto carriera in Vaticano, presto nominato vescovo di Castro, l’antica capitale
degli ipernepotisti Farnese. Qui aveva fatto un figlio con una badessa, Elena
Orsini, della potente famiglia romana (la vicenda è una delle “Cronache italiane”
più note di Stendhal, “La badessa di Castro”), che lo fece imprigionare e processare
per relazione sacrilega. Il futuro santo Borromeo si adoperò per sottrarlo alla
condanna, gli affidò una parrocchia in Lombardia, e lo volle in molte cerimonie,
subito dopo la liberazione, al suo fianco.
La protezione del vescovo Cittadini è però niente al confronto di
quella che il santo spese in favore di un Giovan Battista Borromeo che aveva
trucidato la moglie, Giulia Sanseverino, ed era stato per questo condannato alla
decapitazione. L’uxoricida era un lontano cugino, ma era stato per un breve periodo
accudito, bambino, organo di entrambi i genitori, dal futuro santo.
L’uxoricidio
era stato particolarmente efferato. A conclusione di una lunga vicenda di sopraffazioni
e violenze, compresa la reclusione della vittima in casa con porte e finestre murate.
L’8 marzo del 1577 la uccise a pugnalate, davanti alle due figlie, bambine. Avvenne
a Origgio, dove Giovanni Battista, “signore di Cannobio”, aveva residenza. Nel
feudo Borromeo che prendeva il nome da Angera, sul lago Maggiore, sulla sponda
di fronte al monumento che sarà eretto al santo, il “Colosso di san Carlo
Borromeo”, bronzo alto 35 metri, in cima al Sacro Monte di Arona. I Borromeo,
conti e marchesi, erano padroni di mezzo varesotto – lo “Stato Borromeo” nel
Tre e Quattrocento contava più di mille kmq: il conte risiedeva ad Arona, il
marchese ad Angera.
Lo “zio” cardinale fece
espatriare il “nipote” subito a Locarno. Dove ricevette, una settimana dopo,
l’ingiunzione del Capitano di Giustizia di Milano a comparire. E due mesi dopo,
la sentenza dello stesso Capitano: decapitazione, e confisca dei beni. Il cardinale
si agitò subito a svigorire la condanna, agendo sulla distinzione che la legge
faceva fra l’assassinio premeditato e quello commesso in un impeto d’ira. E a
questo fine raccolse molte testimonianze, senza difficoltà. Mentre le ebbe per salvare
i beni, oltre la vita, e ottenere la libertà, con il perdono di tutte le parti
offese. Su questo trovò l’opposizione della sorella e della madre della moglie
assassinata, Barbara e Lavinia Sanseverino. Di quest’ultima soprattutto. Che tenne
testa alle pressioni del vescovo fino alla morte, un anno e mezzo dopo, il 2
novembre 1578. Morta Lavinia, il vescovo cardinale ottenne rapidamente il perdono
delle figlie, della sorella Barbara e di altri due parenti: ad agosto del 1579
il governatore Guzmán
y Zuñiga condannava il nipote del cardinale a una pena pecuniaria e a cinque anni
di residenza coatta fuori dello Stato – nel finitimo Monferrato.
Frascineto – Oggi borgo arbëreshë,
in Calabria, alle pendici del Pollino, è il nome antico di Saint Tropez. Nato
da una spedizione (“scorreria”) arabo-mussulmana nel secolo X, originata dal
regno di Granada. La calabrese Frascineto viene da ginestra, “frasnita” in arbëreshë
– il borgo aveva finito per chiamarsi, attraverso una serie di derivazioni,
“Porcile” nel primo Novecento. Nella Frascineto-Saint Tropez i corsari cerarono
una base, da cui partire per le scorrerie, sia via mare che via terra, risalendo
i fiumi, e a cui fare capo intermedio al rientro verso le basi sicure. Un
insediamento che nelle cronache latine dell’epoca viene registrato come
Fraxinetum Saracenorum. Con due possibili etimologie. O dalla vegetazione,
oppure dal castrum, oggi detto La Garde Freinet, al bordo nord dell’insenatura,
sopra un rilievo roccioso – che però anche questo era protetto da una densissima
spinarum silva.
L’insediamento fu
stabile per un lungo periodo. Registrato da Ibn Hawqal, il mercante e viaggiatore
originario di Bagdad che rilevò tutto il mondo mussulmano, Sicilia compresa, da
Granada all’India, nel “Libro delle vie e dei regni”: “Il Ğebel ‘al qalâl (rilievo
non identificato, ma sarebbe la Provenza, n.d.r.) era deserto da molto tempo, ma aveva acque,
buone terre, culture e seminati in grado di alimentare chi vi riparasse. Sbarcato
che vi fu un gruppo di mussulmani, ne fecero loro residenza e la mantennero.
Anche contro i Franchi, i quali non poterono nulla contro di essi, e l’inattaccabilità
del luogo”.
Fu la base degli
arabi in Liguria dei racconti di Calvino. Da Frascineto-Saint Tropez fecero
continue incursioni sulle coste provenzali e liguri, saccheggiando a più riprese
la Riviera di Ponente. Più sistematiche le spedizioni nell’entroterra, tra il
Rodano e le Alpi, fino all’Oltregiogo padano – in particolare su Acqui, Alba e l’alto
Tortonese. Oltrepassarono anche le Alpi, in Svizzera si ricorda la devastazione
del monastero di San Gallo.
Sionisti cristiani
–
Il movimento “evangelico” americano, sui cui orientamenti Donald Trump ha basato
e basa gran parte delle sue decisioni, specie su Israele e il Medio Oriente, ha
una forte componente sionista, ampia e di fede assoluta - e sarebbe stato la fonte di ispirazione, a metà Ottocento, dei sionismo propriamente detto, ebraico, israeliano. Lo storico israeliano
Ilan Pappé ricorda (“10 miti su Israele”, p. 235) che “George W. Bush era
fortemente influenzato dai sionisti cristiani, con cui forse condivideva l’opinione
che la presenza degli ebrei in Terra Santa facesse parte del compimento di uno
scenario apocalittico che avrebbe potuto inaugurare la seconda venuta di
Cristo”.
Il sionismo non ha
buona ricezione nelle confessioni protestanti e nella chiesa cattolica – salvo
pochi, recenti, “mediatori teologali”. Ma ha diffusione in America. Specie in
questo movimento “evangelico”, messianico - Martin Luther King si vuole sia stato
anche lui un sionista cristiano.
I sionisti cristiani non si sa quanti
sono, ma sono influenti. L’organizzazione cristiano sionista più grande, i
Cristiani Uniti per Israele, che conterebbe dieci milioni di membri, è anche screditata:
il suo creatore e organizzatore, John Hagee, un ultraottantenne pastore e predicatore
tv, nel 2013 fu a lungo bestseller con un libro in cui profetizzava la
fine del mondo a una certa eclisse lunare del 2014.
Hagee è famoso
anche per avere stabilito che le persecuzioni degli ebrei, Olocausto compreso,
nascono dalla disobbedienza del popolo ebraico a Dio – e in particolare che
Hitler proveniva da una stirpe di “ebrei meticci maledetti e assassini”.
Ma nel 2023, secondo
un sondaggio del Pew Research Center, oltre il 60 per cento dei cristiani
evangelici e circa il 50 per cento degli afroamericani erano convinti che
Israele adempisse la profezia biblica, trovasse le sue radici nella Bibbia, ad
empisse una profezia biblica. Poco più delle metà degli intervistati, il 55 per
cento, affermava di sostenere Israele in base ai racconti e ai precetti
biblici. Un sondaggio meno recente, 2017, di Life Way, rilevava una percentuale
maggiore, l’80 per cento dei cristiani evangelici convinti che la nascita di
Israele nel 1948 fosse un adempimento della profezia biblica che avrebbe
portato al ritorno di Cristo.
Il governo israeliano
sostiene ufficialmente il sionismo cristiano. Nel 1980 è stata aperta una Ambasciata
Cristiana Internazionale - a Gerusalemme, sede privilegiata, e non a Tel Aviv. L’ambasciata
si è segnalata per la raccolta fondi destinati al finanziamento della immigrazione
in Israele dall’Unione Sovietica e poi dall’ex Urss. E ha assistito e assiste i
coloni israeliani in Cisgiordania.
Il sionismo, l’attesa
di una “restaurazione ebraica”, si sarebbe sviluppato per primo tra i cristiani,
e in particolare nel pensiero puritano inglese del Seicento. I “circoli ebraici”
ne sarebbero stati contagiati intorno al 1840, secondo la storica contemporaneista
israeliana Anita Shapira - la stessa studiosa,
biografa dei più forti sionisti, Berl Katznelson, Ben Gurion, Yigal Allon, e
analista dell’identità ebraica, in una ricerca specifica, “The Bible and
Israeli Identity” nel 2005, rilevava che la considerazione della Bibbia era diminuita
nell’identità israeliana.
I cristiani
evangelici, come i sionisti messianici, in realtà, come correttamente spiega lo
storico Pappé nel recente “La fine di Israele”, si esercitano da un secolo o poco
meno sulla fine dello Stato di Israele, e pregano ferventemente per un’apocalisse,
“nella speranza che gli eventi in questi territori precipitino la fine dei
tempi e preparino il ritorno del Messia cristiano o (l’avvento) di quello
ebraico”.
astolfo@antiit.eu
La famiglia allargata non esiste. Cioè esiste, è un
dato di fatto, ma il padre è uno, e la madre è una. Rachel, bellissima,
vivacissima, sapientissima, e anche saggia insegnante di letteratura in un istituto
tecnico, si avvicina alla menopausa senza il figlio che vorrebbe. Il suo ultimo compagno
si scopre avere una figlia, piccola, alla quale Rachel si affeziona, e che la
corrisponde. Al suo modo, con gli umori
da bambina, ma con punte di grande affettuosità. Se non che Rachel non è “della
famiglia”: non delle feste con i nonni materni, non del lutto per l’amica “di
famiglia”, e viene dimenticata quando la madre, seppure non invadente, è presente.
Il ragazzetto che a scuola lei ha letteralmente salvato, e ora ha già fatto carriera
al lavoro, ne fa una santa. E questo (non) è di consolazione.
Con una Virginie Efira perfetta in tutti i registri
del personaggio – l’attrice belga da noi sconosciuta che ricopre da qualche
anno i maggior ruoli femminili del cinema francese, collezionando più premi.
Rebecca Zlotowski, I figli degli altri, Rai 3,
Raiplay
“È giovane, bella e molto rispettata”,
è il complimento di Trump a Meloni a Sharm el Sheikh, alla firma del Trattato di
Pace per il Medio Oriente. Poi nella foto di gruppo lei viene confinata all’estremità
– a una delle estremità, all’altra c’è il suo collega dell’Iraq. Era anche l’unica
donna su 33 partecipanti. Non c’è male come diplomazia (etichetta, precedenze)
e come galanteria (buona educazione).
A Ankara, o era Istanbul, il presidente
turco Erdogan, islamista senza convinzione, per politicanteria, non ha dato una
sedia l’altro anno a Ursula von der Leen, la presidente della Commissione Europea,
in visita.
Un altro mondo? No, è il nostro. Un’altra
etichetta.
Un po’ si capisce che Meloni sia (un po’)
sovranista.
Cominciano le sberle per Meloni. In Toscana era scontata, ma non in quella misura. Beffata dal generale Vannacci, dalle beghe leghiste.
Fra un mese perderà, con un suo candidato, anche in Campania, con le stesse percentuali. Oltre che in Puglia, dove non ci prova nemmeno. E potrebbe perdere perfino in Veneto.
Nel Veneto naturalmente no, ma che se ne possa fare l’ipotesi è già una mezza sconfitta. Come lo è farsi imbrigliare, con tre anni di anticipo, sulle candidature alla Regione Lombardia. Giusto per scontare subito la lite che ci sarà con Salvini – forse senza più la posizione di forza della presidenza del consiglio (questa XIXma legislatura finisce un anno prima).
Anche nazionalmente, il carniere è mezzo vuoto. È pieno sul lato diplomatico e del rigore contabile, che però non hanno mai fatto votare nessuno. Si vota per il benessere – per il reddito. E qui il bilancio è vuoto: più tasse e non meno tasse (il taglio Irpef è d ridere). Con molti artifici. I più odiati le bollette più care del mondo, piene di iva sulle accise (sic) e di false “tasse di scopo”, con una patrimonialina di 25 euro al mese sull’elettricità per le seconde case, che tutti gli italiani hanno. E lo svuotamento delle spese detraibili – ormai non ci sono più medicinali, solo parafarmaci.
Veneto e Lombardia sono contendibili,
dopo quarant’anni, perché sono le regioni dove ci sono i soldi. Nessun governo
si era mai spinto a manomettere le banche, Meloni ci prova ogni anno. In questo
2025, oltre che con la solita patrimoniale (una tantum per modo di dire) sulle banche, persino con l’assalto
a Mediobanca-Generali tramite il piccolo e inesperto Monte dei Paschi. Con la farsa
del golden power sul milanesissimo Bpm, contro Unicredit, che è pure
milanese, a favore di Crédit Agricole, che è francese. E con un serie di leggi su cui sicuramente
si faranno indagini penali: le norme che consentono il controllo azionario della
gestione senza l’obbligo di acquisto dopo una certa soglia, e il nuovo Tuf, il
testo unico di finanza, che si preannuncia rivisto per favorire il passaggio di
Bpm sotto Crédit Agricole.
Capri, Anacapri e Caprile. E il monte Solaro, “greco”
- “Che monte ridente! Che monte misurato! Che monte «greco»!”. Con “le donne
dal collo robusto” di Omero. E i Teleboi – che sono di Virgilio, ma Savinio,
pur professandosi latinista in gioventù, non ne fa cenno.
La partenza è promettente. Allo sbarco gli si erge la
memoria di “quel principe del pompierismo letterario che risponde al nome di C.A.Sainte
Beuve” – che dell’isola arrivando aveva visto “la silhouette severa, il
profilo formidabile, Tiberio”, l’imperatore crudele in persona, “nel golfo della
mollesse, il richiamo grave e terribile”. Subito poi ce n’è per Debussy,
sentendo su per un sentiero “le notine perlate di un preludio di Debussy”: “Che
musica da morticini! Che musica da piccoli annegati gonfi che galleggiano sopra
un mare putrefatto” – ed è uno “uno dei più brutti, uno dei preludi più banali
che abbia scritto magister Claudius: ‘Les collines d’Anacapri’”.
Pochi altri umori. Un Savinio ben disposto ma poco ispirato
– una “guida” scritta nel 1926, ma pubblicata solo nel 1988. Anche lui ci trova
Tiberio, naturalmente, il Salto di Tiberio – ma con la Madonna del Soccorso,
che protegge dalle tentazioni (“se Tiberio faceva precipitare gli schiavi da
questa rupe, era solo per sedare un poco il terribile desiderio che lo
struggeva di buttarsi egli medesimo dal Salto di Tiberio”). Con più agio ci ha
trovato Augusto. E poco altro. In una pagina si affastellano Shakespeare, Verne,
Victor Hugo, Walter Scott e Barbarossa - Khaireddin, non Federico.
Alberto Savinio, Capri, Garzanti, pp. 80 €
5,90
Su una cosa che ancora non esiste, una
procedura Ue contro il governo italiano per la gestione politica, contro le
regole, del golden power (contro Unicredit per l’acquisizione di Bpm, e a
favore di Crédit Agricole, n.d.r.), due europeisti convinti come Osvaldo De
Paolini e sul “Giornale” e Angelo Di Mattia sul “Foglio” si scagliano contro.
Con virulenza. Con violenza.
“Che a Bruxelles si continui a mettere
in discussione la sovranità nazionale in tema di sicurezza economica è ormai
diventata una pericolosa abitudine”, è l’esordio di De Paolini. Il motivo? “Di
nuovo nel mirino della Commissione è finito il decreto Golden Power applicato
all’Ops Unicredit-Bpm”. Dove invece il governo ha solo difeso l’italianità di
Bpm. Perbacco, contro il “lurco” Unicredit? E che diritto ha Bruxelles di intromettersi
in una questione di sovranità? “Il ministro Giancarlo Giorgetti è stato molto
chiaro: la sicurezza, anche economica e finanziaria, non è materia comunitaria,
ma competenza esclusiva dello Stato nazionale. E l’Italia la difenderà «a ogni
costo»”. Cioè, sottraendo Bpm a Unicredit, per affidarlo al Crédit Agricole.
Non è giornalismo (non c’è logica), e nemmeno
politica. Non varrebbe soffermarvisi se fosse una bizzarra concezione del mercato.
Del giornalista come di De Mattia – che pure da ex collaboratore di Fazio alla
Banca d’Italia, dovrebbe ben sapere cosa succede quando la politica “si occupa”
del risparmio (delle prepotenze disastrose della politica si ricorda solo quella
contro Baffi e Sarcinelli, ma la persecuzione di Fazio, sempre alla Banca d’Italia,
è stata ben peggiore). De Mattia riconosce che non sa di che lettera si tratti,
ma ritiene necessario, non richiesto (la sua è una lettera al giornale), di schierarsi:
la non-lettera Ue è “una conferma del modo inaccettabile del funzionamento di
alcune strutture della Commissione”. Tale che “è da attendere una doverosa replica
da parte del governo, essendo in ballo la tutela della sicurezza nazionale nei
diversi aspetti, e, se necessario, il ricorso alla Corte di giustizia europea”.
Diversi da che, dalle regole?
Malumori dell’età? Il giornalista e l’ex
direttore centrale della Banca d’Italia sanno di che parlano – e non sono
anti-europeisti. Sanno anche che in queste materie la Ue non si pronuncia per la
prima volta – proprio Mario Monti nel decennio in cui fu a Bruxelles responsabile
della concorrenza e dei servizi finanziari (“mercato interno, integrazione
finanziaria, fiscalità, unione doganale”) ebbe più occasioni di intervenire nel riavvio della “banca universale” e nelle ristrutturazioni bancarie, allora così radicali (l’opus magnum
del governatore Fazio). Si schierano - De Mattia non invoca il santo Giorgetti
(non è Unicredit una banca straniera, controllata dai diabolici fondi?), ma è
come se. Non sul fronte del risparmio, evidentemente.
Il governo deve proteggere il
risparmio. Come, con la mazza? Con le barricate? Il risparmio si protegge da
sé, con le regole. Non con le manomissioni – al netto delle turbolenze interne
a Forza Italia, e tra Salvini e i meloniani. Si fanno le baŕricate contro le prepotenze UE, che ancora non si vedono, per non parlare del nuovo Tuf, che sottomette il mercato al governo?
Una riflessione sui (non) effetti del covid, se non “gli
adesivi sbiaditi”, e “qualche reparto di terapia intensiva potenziato” – oltre “a
inedite definizioni di paure e fragilità”. Ovvero sull’effetto semplificazione,
se non rimozione: della pandemia come una parentesi - un’influenza un po’ pestifera,
come si voleva agli inizi. Mentre “aveva aperto questioni gigantesche e più
generali, avendo imposto un corpo a corpo con il collasso di alcuni diritti
fondamentali, con le epifaniche e amarissime disuguaglianze di quella che era
per tutti la stessa «tempesta» ma non la stessa «barca»”.
Una riflessione propiziata dalla
mostra “Venezia e le epidemie”. Che invece testimonia di una storia, una realtà
politica, che si intendeva di epidemie, trafficando per i porti di tutto il
Mediterraneo, e sapeva prevenirle e trattarle. Un’esperienza di secoli, che
Gissi sintetizza come efficace. Intanto perché anticipa un concetto
contemporaneo, “la comprensione della relazione reciproca tra salute ed
economia, il valore della governance coordinata, l’esigenza di un’intelligence
sanitaria sovranazionale” – che Venezia non trascurava, uno dei suoi tanti plus.
Ma, soprattutto, si organizzava di conseguenza: “L’esperienza veneziana
dimostra come l’eccellenza nel governo delle emergenze sanitarie non scaturisca
soltanto da saperi scientifici avanzati – all’epoca certamente fragili – ma
dalla facoltà di edificare istituzioni adattive, capaci di trarre insegnamento
dalle emergenze e di trasformarsi”. Il contrario della realtà odierna, da Paese pure “avanzato”, di una “sanità collettiva” che si affronta con “tagli e logiche di
mercato”.
Con
un interrogativo anche sulla funzione della storia, della storiografia. Che a
volte è lì per rimuovere invece che per scoprire – rivelare, spiegare: “Rimozione
e oblio sono evidentemente tentazioni potenti e già sperimentate nel caso della
‘spagnola’ d’inizio Novecento, nascosta a lungo nelle pieghe dei manuali
di storia”.
Alessandra
Gissi, Venezia e le epidemie, un viaggio nella storia e nell’ambiente,
minima&moralia, online
La Francia non ha solo un
problema di debito pubblico, è troppo alto anche il debito delle imprese, rileva
“Il Sole 24 Ore”: “Ha raggiunto i 4.550 miliardi, il 155 per cento del pil”, un
record – in Germania è all’89 per cento, negli Usa al 73,7, in Italia al 57.
La globalizzazione, il “mercato”, si è fatto
a debito. Il Fondo Monetario Internazionale calcola l’indebitamento pubblico “globale”
(mondiale) alla pari quest’anno col pil, con la produzione.
Si scopre, con lo scambio di prigionieri
Israele-Hamas, che “migliaia” di palestinesi sono detenuti in Israele senza processo,
e senza assistenza legale. Anzi in segregazione. E non se ne sapeva niente.
Democrazia? Informazione?
Si modifica il Tuf, testo unico
della finanza, per consentire alla francese Agricole il controllo di Bpm arrivando
a un centesimo sotto il 30 per cento - elevando dal 25 al 30 per cento l’obbligo
dell’offerta pubblica di acquisto dell’intero pacchetto. Dopo avere modificato
le regole di gestione, per cui si controlla un’azienda col poco meno del 30 per
cento. Da parte di un governo “sovranista”, che ha fatto guerra a Generali per l’accordo
con Natixis, francese, e a Unicredit per l’ops su Bpm – dichiarando Unicredit
banca straniera, che mette a rischio il “risparmio degli italiani”.
Sotto il sovranismo la vecchia manovra “bieca”
di potere. A danno del risparmio – lo è sempre stata. Ma questo non si dice. C’è
un perché?
Si litiga su una decisione di
Bruxelles in materia di “golden power” che non è stata presa. Litigano Meloni e
Giorgetti, e i loro fan nei media. Curioso. Anche perché non c’è
mai stata tanta intromettenza politica, sull’informazione e sul risparmio - le
banche, bene o male, ci tengono i conti. Neanche quando le banche erano pubbliche.
Le Casse di risparmio rispondevano ai potentati locali di turno, ma con discrezione
– anche perché le Procure all’epoca vigilavano. Dei grandi banchieri pubblici
era soprattutto nota, e non contestata, l’indipendenza, di Mattioli, per dire,
Cingano, Siglienti, anche Braggiotti, lo stesso Nesi, Sarcinelli – anche nelle
contese, tra Cingano e Braggiotti, o tra Fausti e Arcari.
Meloni giuliva dei viaggi all’estero
- unica peraltro viva (che se non ha qualcosa da dire sa però come dirla) nel
cimitero europeo – non sa che Renzi arcipotente perse tutto imponendo le sue
banche toscane. Dopo di che qualche centinaio di migliaia di famiglie ci rimisero
molto e moltissimo.
Sembra strano oggi, ma in confronto al
potere di Renzi, per dieci lunghi anni, Meloni non è niente al confronto, appena qualche
nomina, da poco, di passaggio, Sangiuliano, Giuli, Lollobrigida, la sorella.
Di una dozzina di frequentazioni
abituali la metà hanno o hanno già avuto l’influenza. La Regione però ha prenotato
il vaccino per novembre. Poi dice che la sanità pubblica non funziona perché
troppo cara, troppo lenta, disertata dalle competenze, etc. Perché manca la testa,
un minimo di giudizio.
Lo screzio fra Angela Merkel e
la Polonia – il governo in carica e l’opposizione – sul mancato dialogo con
Mosca tra il 2018 e il 2022 è intanto verosimile:
Merkel dice che la Ue non parlò con Mosca per l’opposizione della Polonia. Ma è
comunque uno dei tanti segnali che l’Est europeo – che determina purtroppo l’agenda
della Ue da un quinquennio – è un verminaio. Il tono della contesa, se non la sua
verità, parla chiaro.
Roma scopre di avere 1.859.221
autoveicoli immatricolati, per 1.600.000 patentati. Nonché essere anche “capitale
dello sharing”, di auto, moto, bici e monopattini. Di questi
soprattutto. Siamo in transizione, verso dove?
Roma ha anche 330 km di piste
ciclabili, e prevede di costruirne altri 700 km. Al costo di 350 mila euro al
km - un “investimento” da 350 milioni. Per piste che nessuno usa. Un investimento
per restringere la carreggiate ed eliminare qualche centinaio di migliaia di
posti macchine al parcheggio.
Ferrari dimezza gli investimenti sull’auto
elettrica. Mentre per il decimo, o ventesimo, anno non fa più una macchina
competitiva alle corse. Dopo Fiat, Jeep, Alfa Romeo e Lancia, Elkann affonda
anche la corazzata delle vendite e dei profitti?
Continuano le ruminazioni sul voto alla
Regione Calabria, dopo quello alla Regione Marche. Sapendo che domani il risultato
sarà invertito in Toscana – e fra un mese in Campania e Puglia.
Giornali e tg fanno un subisso di
politica, senza dire nemmeno l’ovvio – fare di tutto eccezione, anche dell’alba
e il tramonto, è come abbaiare, senza senso.
Fine ingloriosa del candidato
Pd-5 Stelle in Calabria, Tridico, dopo una serie di gaffes inimmaginabili.
E non si dice che un quarto dei voti che ha raccattato, il 10 per cento del totale
del voto, era di due liste socialiste, sotto mentite spoglie, Democratici
Progressisti e Casa Riformista – questa con una spruzzata di Renzi, “Italia
Viva”. Una delle due ha anche preso un consigliere, l’altra è andata poco
sotto.
Meloni da Vespa fa l’elenco delle
accuse avventate che Conte, Schlein e Avs muovono al suo governo. Compresa una denuncia
alla Corte Penale Internazionale per “complicità in genocidio” – per le forniture
militari a Israele. Il “Corriere della sera” titola: “La premier in tv: presentata
una denuncia alla Cpi. Un portavoce della Cpi: nessun atto formale”. Su un testo
in cui il portavoce spiega: “Solo le decisioni hanno valore, e non esiste
alcuna decisione”. Analfabetismo non è - per fare il caposervizio (quello che
fa i titoli) bisogna sapere un po’più che leggere. Ma è sempre vero che la stupidità
esiste, per quanto “impegnata”.
Si critica Trump per una serie innumerevole di motivi, compresa
naturalmente l’economia Usa, ma non si dice che l’economia in A erica è solida,
la più solida, cresce quasi al livello della Cina, gli investimenti in dollari
al massimo, e l’euro, malgrado questa corsa al dollaro, pure ai massimi, nel cambio
col dollaro. È opposizione? A chi, a se stessi?
Si critica Trump e poi si riporta un conto delle spese
Nato che vede gli Stati Uniti finanziare l’alleanza per i due terzi, 997
miliardi di dollari su 1.506, il 3,4 per cento del pil – più di ogni altro
(secondi solo alla Polonia, che si arma da tempo contro tutti, per ora contro la
Russia).
Negli accordi mediati dalla
Croce Rossa e dalla Turchia, la Russia ha restituito all’Ucraina nei tre anni e
mezzo di guerra 13 mila corpi di soldati morti, l’Ucraina alla Russia “un
migliaio”. Sono la verità della guerra, dietro le “notizie di guerra”, la
propaganda, di cui siamo vittime - anche la restituzione dei prigionieri è stata
salutata come un segno che la Russia sta perdendo la guerra, “troppi morti”.
Su Epstein, il ricco newyorchese che forniva ragazze,
anche minorenni, agli amici, sono chiamati a dare contro alla commissione d’indagine
del Congresso i Clinton, lui e ei. Ma i media parlano solo di Trump, se e
quanto era amico di Epstein, e se ne aveva “approfittato”. C’è uno scollamento,
una voragine, tra l’“opinione pubbica” mediata dai media, e l’opinione
comune, sensata, democratica. I media classici si sarebbero detti del
salotto buono. Ora sono del tinello, piccolo borghese.
Il Napoli calcio indovina sempre
tutti gli acquisti, pagando poco, la Juventus li sbaglia, li sbaglia tutti, spedendo
molto. Una costante da troppi anni. C’è una ragione? Stupidità non è – quello
che si è “sbagliato” di più alla Juventus, roba di un paio di centinaia di
milioni, è un dirigente che se ne intendeva del Napoli.
Il problema del calcio è che non si
conoscono i domicili fiscali dei mediatori – agenti, etc.. Cioè si conoscono,
ma sono coperti dai paradisi fiscali.
Uno smontaggio del teatro, della finzione teatrale.
Del “Gabbiano” di Cechov e del “Santa Govanna” al cinema di Dreyer. Delle tante
incongruenze e anche scemenze implicite nelle figurazioni, nei dialoghi, nelle
situazioni canoniche dei personaggi. Legato dal filo medianico di una nonna
defunta che tutta la vita volle essere attrice di teatro, benché star della radio,
e morì con qualche particina nelle filodrammatiche. Come a dire che teatro siamo
tutti noi, anche fuori della scena.
Una performance tenuta assieme, senza i
sussidi teatrali, scene, luci, costumi, trucchi, macchine, da due attori giovani,
Olga Mouak, franco-francese, e Arne De Tremerie, fiammingo. Lui più invadente,
agitato. Lei più padrona, sottotono, con monologhi da applauso. E più nel
ruolo, volendosi l’esperimento coinvolgente anche degli spettatori: al pubblico romano
offrendo appigli svelta, in una battuta –“si chiude tutto” (i centri sociali?
i teatri? non importa), “speriamo in CasaPound”, etc.. A loro sarebbe dovuta la
scelta del “Gabbiano” e di Giovanna d’Arco: la nonna di De Tremerie è morta quando
lui entrava alla scuola di teatro con un “pezzo” del “Gabbiano, Mouak è
cresciuta a Orléans, il luogo della Pulzella, e ha avuto una nonna in Camerun che
sentiva anche lei le voci, ed è morta bruciata. Ma questi pecedenti sono ininfluenti.
Un esperimento semplice, una “decostruzione”
derridiana, a suo modo memorabile. Se non che il pubblico, impreparato (o
troppo preparato, di addetti ai lavori, attenti ai meccanismi?), ha mostrato di seguire
con apprensione. In attesa dell’esito, di un esito, che invece era nella forma –
decostruzione non significa oggi più nulla, benché tardo novecentesca: il millennio
non ha memoria. E quindi ha fatto mancare la sponda necessaria all’esperimento,
la reattività, il ghigno, la risata, la protesta, il buu, l’applauso. Sordo
anche alle tante “arie”, pezzi di bravura, dei due artefici – specie a quelle,
gestite con piglio da primadonna benché sottovoce, sottotono, soave, di Olga Mouak.
Questa prima uscita dell’esperimento ha in Italia (la pièce
è stata ordinata per il festival di Avignone) lo svantaggio di rimandare alle
traduzioni in didascalia, su un pubblico franco-fiammingo potrebbe fare un ottimo
spettacolo comico.
Milo Rau, La lettre, Romaeuropa Festival, Teatro
Vascello