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venerdì 16 giugno 2017

L’ideale del rottame

“I dispositivi tecnici a Napoli sono essenzialmente rotti: solo eccezionalmente e in virtù di un caso straordinario ce ne sono anche di funzionanti. Col tempo si ha l’impressione che tutto viene prodotto già rotto in anticipo.” È l’attacco. Il seguito è una pirotecnia: “Per il napoletano il funzionamento comincia proprio e soltanto quando qualcosa si rompe… Le riparazioni definitive sono per lui un misfatto; in quel caso, volentieri rinuncerebbe  del tutto all’automobile… Per lui l’essenza della tecnica sta nella messa in funzione del rotto”.
Parallela alla filosofia del rottame, del Kaputt, lo studioso tedesco, filosofo, sociologo, economista, svolge quella del prodotto intangibile, arcano: per il Napoletano “ciò che invece è intatto, ciò che, per così dire, va da sé, è per lui inquietante e sospetto, proprio perché, in quanto va da sé, non si può davvero  mai sapere come e dove andrà”. Questa dice “filosofia del capostazione”: non si può sapere. Del capostazione che gliela enunciò, in risposta a una richiesta, “per il treno da Castellammare a Napoli, che nel corso del suo mezzo secolo è diventato sempre più logoro, e fino all’ultimo minuto non si riesce a sapere quando  arriverà”. Il senso della filosofia del capostazione, e del Napoletano, è questo: “Non si può far nulla, dal momento che ciò che è intatto funziona da sé”.
Illeggibile, come tutta l’eredità del marxismo-leninismo, di cui era un’autorità in fatto di lavoro (
“Lavoro intellettuale e lavoro manuale” è sempre in edizione), quando scrive di cose viste Sohn-Rethel è spontaneo e lieve. Era un tedescianche particolare, essendo nato a Neuilly-sur-Seine, cioè a Parigi. Nel 1921, a 22 anni, senza prospettive a Heidelberg dove aveva studiato, se ne torna al paese, a Gaiberg. Fa la conoscenza in questi anni di Walter Benjamin e di Ernst Bloch, ma la sopravvivenza è faticosa, anche perché si è sposato e ha un figlio.  Finché un editore non gli chiede un’opera di dvilgazione cultural filosofica, per la quale lo paga 250 marchi al mese. Poco per la Germania ma da due zii sa che al Sud Italia bastano. Parte quindi con moglie e figlio per Capri, dove lo zio Otto ha una villa ad Anacapri. E subito dopo per Positano, dove c’erano più case sfitte e meno care, patrocinato dallo zio amato Karli, pittore. Ci starà due anni e mezzo, divertendosi con la corte di “artisti” che lo zio anima, e lavorando moltissimo. Tornerà in Germania con tre lavori completati, preludio, dice Carl Freytag nella postfazione, alla “Critica dell’economia soggettivistica”.
Cinque brevi testi in questa plaquette, di aneddotica leggera. Di cui tre “napoletani”: “Un ingorgo nella via Chiaia”, “L’ascesa al Vesuvio”, “L’ideale del Kaputt”, del rottame, che sbozzano una sorta di postmodernismo della tecnica. Tre testi succulenti, che bizzarramente non si editano in italiano, mentre si pubblica sempre Sohn-Rethel per le opere di sociologia perente – dell’“Ideale del Kaputt” Alfredo Pellecchia regala online la traduzione. E due, “I ratti di Sigurd” e “Lo zoo di Dudley”, come parusie di un ordine differente, un po’ come a Napoli, anche se non superiore, come forse a Napoli.
Sigurd, vedendosi scomparire le due uova cui ha diritto a Londra con la tessera annonaria alla fine della guerra dopo che le ha riposte religiosamente nella dispensa, si apposta la notte del sabato, la notte delle uova, e vede due topi che si indirizzano ognuno su un uovo: sanno cioè il giorno e l’ora, e dove indirizzarsi, come parlandosi. A Dudley la famiglila che infine può passare un giorno allo zoo, anche per inaugurare la Mini nuova, se la trova all’uscita sfasciata. Lo zoo assicura che saranno risarciti: l’ha sfasciata un elefante da circo, che lo zoo aveva comprato, e che attraversando il piazzale nel trasferimento aveva trovato comodo sedersi sulla Mini rossa. La macchina è ancora utilizzabile ma al semaforo un vigile chiede: “Che è successo?” “Un elefante”. Ed è la fine: famiglia in commissariato, esami di alcolismo per il padre alla guida, rimproveri, raccomandazioni.
“Un ingorgo nella via Chiaia”, il primo presumibilmente  dei tre testi napoletani di Sohn-Rethel, è pubblicato qui come primizia. Un anticipo della “meraviglia tecnica” dei Napoletani, con gli aneddoti che saranno le prove dell’“Ideale del Kaputt”. Il principale è il forchettone che, infilato nel mozzo di una moto che va in folle, monta la panna in una latteria – “l’ho visto io”, dice qui. Con la prima e più spiegata filosofia del capostazione, a proposito del “treno forse più veloce in tutta Europa”, che non sa se funziona o no: “Che ne so io, se queste cose vanno da sole? Come si può sapere dove vanno, e quando vanno?”.
“Soprattutto i motori, di qualsiasi specie, riempiono l’arsenale di fortuna del Kaputt”, spiega qui Sohn-Rethel. Che molti aneddoti ha di stile napoletano, fantasioso. Ma forse non inventati. Quello della moto da panna. L’elettricità che va e viene e non impensierisce nessuno – “la corrente non c’è”, in italiano.  Mentre la cura è massima per illuminare la Madonn a. La caffettiera che bolle sul motore del motoscafo e fornisce il caffè fresco per tutta la gita nel Golfo. La manifattura all’aperto, su una strada di centinaio di metri – roba del Seicento descritto da Marx, gongola Sohn-Rethel: “Una manifattura senza un solo pezzo fatto a macchina, solo con martelli, tenaglie, lime e bruciatori, e i materiali liquidi che escono dal forno”. L’ingorgo di via Chiaia, in epoca di poche automobili, è provocato da una “carrozza”, in italiano, tirata da un asino, composta da una cassa su due biciclette, a cui gli “scugnizzi” danno la baia montando, smontando, strattonando. “L’ideale del Kaputt”, contemporaneo probabilmente degli appunti dell’“Ingorgo”, fu pubblicato sulla “Frankfurter Zeitung” nel 1926, il 21 marzo. 
Una chicca. Con una postfazione di Carl Freytag su Sohn-Rethel “a Napoli” nel 1924-27.  Freytag  ricorda che nulla è cambiato: in via Chiaia l’ingorgo è permanente. Ma evoca un Sud non ancora maledetto, malgrado tanto colore, e anzi meta di molti intellettuali, anche tedeschi, Adorno, Benjamin, Kracauer, Ernst Bloch. Sohn-Rethel, aggiunge, va oltre il colore, affascinato anche teoricamente dalla “prassi anarchica napoletana e la indomabile resistenza ai poteri sociali della Chiesa, la Camorra, la Tecnica”. Rideva, ma sul serio. L’ “Ideale” è un pezzo satirico e alla fine filosofico.
“La tecnica comincia piuttosto soltanto dove l’uomo oppone il suo veto contro il chiuso ed ostile automatismo dei macchinari e lo fa rimbalzare nel suo mondo”, concludeva. Il Napoletano “dapprima distrugge la magia, ostile all’umano, dell’intatto funzionamento meccanico, e solo così si installa poi, una volta smascheratane la mostruosità, nella sua anima semplice,  e gode per averne effettivamente incorporato il possesso nell’illimitato dominio di un’esistenza utopicamente onnipotente”.
Alfred Sohn-Rethel, Das Ideal des Kaputten, Bettina Wassmann, pp. 61 € 9,72

giovedì 15 giugno 2017

Letture - 306

letterautore

Avventura – “Una merce molto sovrastimata” la dice Pound in un’annotazione di “A Walk in Southern France”: “Sicuramente l’avventura è di scarso uso se non per un autore, & un autore ha molto meglio da pretendere – pretendere, intendo, che avventure siano capitate a John Donne”.

Croce – “La letteratura della nuova Italia”, argomenta Bruno Migliorini nella “Storia della lingua italiana”, “non è quella di cui Croce ha fatto la storia: la vera si apre con lui, se anche un po’ a suo dispetto”.  Letteratura di prosa, drammatica e narrativa.

Gringoire – La rivista filonazista che accettava le collaborazioni di Irène Némirovsky, benché impedita dalle leggi antisemite, ricava il nome da un Guillem Figiera, troubadour poco rispettabile. La sua razo (o vida, le note biografiche che venivano premesse alle opere) lo dice: “Figlio di un sarto. Lui stesso sarto. Quando i Francesi presero Tolosa se ne andò in Lombardia. Sapeva bene trobar e cantare, e si fece egli stesso joglar (esecutore) nelle città. Non era uomo che sapesse comportarsi bene tra i baroni o le classi agiate, mentre era benvenuto tra puttane e sudicione, e tra osti e tavernieri”.

Letteratura – Una lezione sulla letteratura è, bizzarramente, quella inviata da Bob Dylan alla Fond azione Nobel, in qualità di Laureato 2016 – che la Fondazione ha messo online. Bizzarramente in quanto si vuole musicista, e le parole in musica valuta in quanto musica. Però. Dylan non fa teoria, ma porta l’esempio di Shakespeare, ripetutamente. Anche di Melville, e di Omero. Ma soprattutto di Shakespeare. Che, dice, scommetto che non se lo chiedeva: “Il pensiero che stesse scrivendo letteratura non poteva essergli entrato in testa”, uno indaffaratissimo con gli attori, gli impresari, il pubblico, le autorità – “Le sue parole furono scritte per la scena. Per essere dette e non lette. Scommetterei che la cosa più lontana dalla mente di Shakespeare era la domanda «è questo letteratura»?”  Per finire: “Ma una volta mi sono chiesto: sono queste canzoni letteratura?”

Improvvisazione – Migliorini, “Storia della lingua italiana”, ha il “fenomeno mostruoso” dell’improvvisazione lirica, fino a tutto l’Ottocento:  “per l’astrattezza della lingua codificata… una segreta meccanicità”.

Latino – Il latino del tardo Quattrocento lo storico della lingua Migliorini dice “di gran lunga” più realistico e popolare della letteratura coeva in volgare. È nel primo Cinquece ìnto che il latino è sottoposto a severa disciplina ciceroniana e virgiliana – mentre Bembo codificava il volgare.

Moby Dick – Una lettura eccezionale del capolavoro di Melville - più parlato che letto - è di Dylan nella Lezione alla Fondazione Nobel da premio Letteratura 2016. Eccitata come solo può esserne la lettura – a meno del rifiuto: “Il suo tema (la salvezza impossibile – inutile?) e ciò che esso implica si sarebbero fatto strada in più di una delle mie canzoni”.
Il capitano Ahab, “egomaniaco con una gamba di legno in cerca di vendetta”, e il capitano Boomer, che a Moby ha sacrificato un braccio, ma è contento di essere sopravvissuto: “Il libro dice come uomini diversi reagiscono in modo diverso alla stessa esperienza”. Molto Vecchio Testamento, “allegoria biblica”: Gabriele, Rachele, Geroboamo, Bildah, Elia. Molto paganesimo, di chi adora figurine di cera e chi di legno, chi il fuoco: Tashtego (parodia la resurrezione), Flask, Daggoo, Starbuck, Fleece, Stubb, Martha’s Vineyard. Pequod è il nome di una tribù indiana. L’equipaggio è di razze diverse. Con tanti simboli, zodiacali, religiosi, stereotipi. Il profeta pazzo. L’Ismaele di “Chiamatemi Ismaele” che non viene da nessun posto – “Non è su nessuna carta. I veri posti non ci sono” – tutta la vita imbarcato. Il prete pacifista quacchero, che è in vece un affarista sanguinario.
È il racconto di una “caccia grossa”. Che finisce tra brutti presagi.
“Tutto è mescolato. Tutti i miti: la Bibbia giudeo-cristiana, miti  hindù, leggende britanniche, San Giorgio, Perseo, Ercole – tutti sono balenieri. La mitologia greca, il business sanguinolento di affettare una balena. La scena finale è la lotta per la resurrezione. “Il terzo giorno, altra allegoria”, Ahab torna all’attacco della balena, ma Moby sperona il Pequod e l’affonda - “Ismaele sopravvive. Galleggia in mare su una bara”.
Prima, “molti fatti in questo libro, geografia, olio di balena – buono per incoronare i re – e famiglie nobili nel business baleniero. Storia, storia della balena, frenologia, filosofia classica, teorie pseudo-scientifiche, giustificazione per discriminazione – tutto buttato lì,  niente di esso lontanamente razionale. Highbrow, lowbrow, cacciando illusioni, cacciando la morte, la grande balena bianca, bianca come l’orso polare, bianca come l’uomo bianco, l’imperatore, la nemesi, la personificazione del male”. Sottinteso: cos’è letteratura?
“Vediamo solo la superficie delle cose. Possiamo interpretare cosa c’è sotto quando lo vediamo. I marinai si aggirano sul ponte all’ascolto delle sirene, e pescicani e avvoltoi seguono la nave… “. Pieno anche di “frasi poetiche da citare che non temono confronti”.

Pound – Voleva essere Dante. Appena in Europa (anche prima?), si mette sulla traccia di Dante. Yeats dura poco, Dante è il modello. Ne ripete la Bildung, il processo di formazione, nello studio della poesia cortese provenzale. Viaggia e vive con la “Commedia”. Lo rifarà nei “Cantos”. Probabilmente pure l’impegno politico con Mussolini intende dantesco, “ghibellino” – il tradimento della patria gli sfuggiva, la patria è nozione moderna. E un bisogno lo arrovella di ripeterne le disgrazie, col carcere e il manicomio invece dell’esilio - che comunque si impone infine, coi vent’anni di mutismo dopo la dismissione).

Praga –Non ci sono Cechi a Praga nella letteratura tedesca di Praga. Solo in Rilke, che se ne era andato via prestissimo, e del resto fu sempre transfrontaliero.

Pio Rajna _ Gabriele Pedullà nel racconto “Lame” lo confina tra i “nomi buffi” dei busti del Pincio. Il ricercatore delle “Fonti dell’Orlando Furioso” che sempre fanno testo, a livello dei suoi maestri  D’Ancona e Comparetti. Anche Dante, “De Vulgari Eloquentia” lo ha sistemato Rajna. È la filologia diventata oscura.
Anche wikipedia esclude Rajna dalla lista dei “busti principali”, tra i 227 disseminati lungo i viali di villa Borghese. Una lista che comprende invece Luigi Poletti, Angelo Secchi, Antonio Nibby, e Salvatore Greco dei Chiaramonte.

Storytelling – È nato nel marketing, come capacità di raccontare storie applicata alla vendita, per facilitare il contato, e strappare condizioni migliori. Con tecniche specifiche, per costruire e narrare le storie.

Toscano – Diventa lingua nazionale dopo l’Umanesimo, e da fuori Firenze, a opera del Bembo – Bruno Migliorini, “Storia della lingua italiana”. Se il toscano fosse stata la lingua nazionale con la “Commedia” e il “Decameron”, argomenta Migliorini, non ci sarebbe stato l’Umanesimo.

Viaggio – Quello d’autore è sempre “un altro”. Il fatto, notorio, è riscontrabile. Che Pound bene spiega nei “Saggi letterari”, a proposito di Henry James, e delle sue impressioni di Angoulême mediate da Balzac, “Illusioni perdute”: “Lo svantaggio di dare impressioni del reale invece che di posti immaginari è che esse confliggono con le impressioni di altri. Non vedo Angoulême via Balzac, né sento specialmente notevoli i contatti di Henry James con i posti quando i nostri itinerari s’incrociano. La sua direi una guida abbastanza buona per gente più magramente fornita di associazioni o percezioni”.
Con un’altra cattiveria finale: “Henry James non è proprio profondo in associazioni antiche”, con la storia.

letterautore@antiit.eu

La pubblicità va in rete

Giornali addio, il veicolo che gli inserzionisti e le agenzie di pubblicità privilegiano è l’online: in un mercato di settore in contrazione, cresce in Italia a doppia cifra ogni anno la pubblicità sulla rete.
Gli ultimi dati Nielsen danno il mercato in contrazione rispetto al 2008: nel 2016 la pubblicità ha fatturato 7,8 miliardi di euro – valeva 9 miliardi nel 2008. Metà del fatturato pubblicitario va stabilmente ancora alle tv, come ormai da quarant’anni, dalla “discesa in campo” di Berlusconi, grande venditore, col mobiliere Aiazzone (decuplicando il settore, dai 600 milioni stenti di lire ai seimila miliardi, tre miliardi circa di oggi). L’online è però arrivato in pochi anni a poco meno di un terzo, il 30 per cento del fatturato globale.
I giornali e i periodici diventano marginali come veicoli pubblicitari. Una tendenza in linea con la diffusione, anch’essa decrescente – da sei milioni di copie vendute ogni giorno vent’anni fa i quotidiani sono scesi a due milioni e mezzo – poco più. Ma in parte recuperano con i siti in rete

Non pagare le tasse, da sinistra

Non pagare le tasse se le leggi sono ingiuste? Rilanciato da destra, lo sciopero fiscale è qui teorizzato da Thoreau, naturalista e liberale vero - il liberal americano - icona della sinistra. Lui lo fece, non volendo pagare per lo schiavismo, e per le aggressioni al Messico. Finì in carcere, ma dovettero liberarlo subito. E allora ne fece materia di riflessione. Ci sono dei parametri su cui giudicare, uno non si alza una mattina e non paga le tasse, ma il rifiuto essere “giusto”.
Una riproposta tempestiva, dopo la “Disobbedienza civile” di Hanna Arendt, 1970, appena ripescata. Più radicale, e anche più netta – Arendt doveva mettere in conto la violenza latente nei movimenti di piazza degli anni 1969-1970.
Il tema è ancora attuale, e questo è forse ciò che rende sempre viva la lettura del piccolo classico. ra La stessa prosa ne beneficia, non sembra roba di un secolo e mezzo fa: come se le idee semplici e chiare si sirvessero da sé.
A proposito di violenza, il pamphlet sulla disobbedienza è assortito qui con la “Difesa del capitano John Brown”. Un caso di oltraggio alla giustizia, di cui i tribunali americani sono specialmente fecondi – la “convinzione” del giudice non ha limiti con l’arbitrio.
Henry David Thoreau, Disobbedienza civile, Feltrinelli, pp. 89 € 7

mercoledì 14 giugno 2017

Ombre - 370


Pisapia candida Prodi per il Gran Ritorno, e la foto subito è rimessa in circolo delle Vecchie Glorie: Luciana Sbarbati, Fassino, Arturo Parisi, Prodi, Rutelli, e perfino il povero Bordon. Forse non hanno capito: il partito dei pensionati, perdenti?

Il “Corriere della sera” prende dieci minuti sulla mail per una ricerca di mercato sulla sua cronaca locale. Dopodiché non ti ringrazia. E anzi ti dice che hai fatto un errore, non hai messo la data giusta – che data, non c’erano date? Forse per questo ogni mese si vendono meno giornali del precedente, ad aprile meno che a marzo.

Francesco Ninfole su “Milano Finanza” fa l’anamnesi che i corrispondenti da Bruxelles e Francoforte non fanno delle “dissimmetrie” della Vigilanza Bce e dell’Eba, cioè delle furbate che avvelenano l’Europa. Lo spagnolo Banco Popular, salvato per un euro (cioè fallito) dal Santander, aveva superato tutti gli stress test della Vigilanza Bce. La stessa che faceva invece la difficile con le banche italiane, Unicredit compresa, e ha portato il Monte dei Paschi al salvataggio pubblico – previo bail-in a carico dei risparmiatori.
Incapacità non è.

L’Eba di Bruxelles, l’altro organismo di vigilanza bancaria, Consiglio unico di Risoluzione, ha “messo in risoluzione” il Banco Popular il 31 maggio. Con annuncio pubblico, senza più la discrezione che vincola il settore. Corsa alle vendite, di titoli e obbligazioni, chiusura dei conti, spostamento in massa dei depositi: il “panico”. Ma la “risoluzione” del 31 maggio non è in previsione di un salvataggio pubblico, no, è per dare il Popular al Santander per un euro.
Il Consiglio unico di Risoluzione ha questo scopo, minimizzare l’impatto delle crisi bancarie sulle economie. Ma a favore di un privato?

I due organismi, Cur e Vigilanza Bce, sono diretti da due donne. C’è un femminismo anche nelle crisi bancarie? Improbabile. Tanto più che le due donne, Danièle Nouy e Else König sono lì per imbellire la facciata, i conti li fanno gli steward della Bundesbank - i “distaccati”: a Francoforte, pochi passi a piedi, e a Bruxelles, con diaria. O non saranno pseudonimi di Angela Merkel?

Succedono cose turche fra i carabinieri, ma i giornali non ne parlano: paura?

I giornali fanno scandalo di tutto, pure del mendicante abusivo, ma delle intercettazioni a strascico e manipolate, sia pure in America, no. Le considerano buone e salutari.

Si esalta il mafioso Graviano nel mentre che lo si vuole ingenuo confessore dei propri peccati col compagno di passeggio nell’ora d’aria - il compagno-confessore dello sciocco Graviano oggi, come già quello dell’altro mafioso sciocco, Riina, tra le nebbie e le piogge nel dicembre 2013, o era gennaio 2014. Ricordano, Graviano e Riina, Concetto Lo Bello, l’arbitro milanista professo, poi  deputato Dc, che  si vantava in Transatlantico nel 1979, o era il 1980, di aver “fottuto” più volte non solo la Juventus, ma anche “la moglie dell’avvocato” Agnelli.

Oggi Lo Bello transatlantico democristiano avrebbe avuto le prime pagine dei due grandi giornali i cui cronisti allora ne raccoglievano le confidenze: “la Repubblica” e “Corriere della sera”. Ma senza effetto, si vede, sulle vendite – se non negativo.

Venerdì Crozza imita De Luca che strapazza Di Maio – “nu ciuccio, ha la quinta, l’ha presa a trent’anni....”. Sabato il “Corriere della sera” mette in cattedra Di Maio con una lezione su tutto per una lunga pagina. È la rivoluzione? Un rovesciamento hegeliano?

La squadra saudita non vuole fare un minuto di silenzio per gli australiani vittime della strage al London Bridge, e si sbizzarrisce davanti agli australiani sull’attenti come se li prendesse in giro. Giustificandosi col dire: “Non è nella nostra cultura”. Non è un errore, è un modo di essere. Non è scontro di civiltà perché l’Europa non vuole che sia. Da parte araba lo è.

Non una denuncia mai di un terrorista dai cinquanta o cento milioni di mussulmani che vivono in Europa. Nemmeno anonima. Anche se il terrorismo potrebbe danneggiarli. Loro più che gli europei.
Per non dire di un pentito, che pure potrebbe avvalersi delle leggi europee, e quindi non subirne le conseguenze, anzi con beneficio. Le polizie devono prenderla da lontano, su indizi vaghi, su internet.
Però, non è diverso in un paese arabo o mussulmano.

Di riffe o di raffe Grillo e i suoi hanno quattro cinque cose da dire in ogni Tg Rai. Cinque o sei minuti, che in tv sono tanto: uno spazio fisso. Impaginato variamente, per un’impressione di esclusività - che invece non c’è: è sempre la stessa zolfa, propaganda. Alla pari col Pd, probabilmente, ma l’impressione è che ci sia solo Lui.


Angela Merkel, “troppo poco troppo tardi”, è accreditata da “la Repubblica” di voler “salvare l’Africa”. Dopo la Turchia. E i milioni di migranti. Vasto programma, l’Africa è grande. Merkel santa subito? O paga per questa pubblicità?

Pound in Provenza alla scoperta di se stesso

Il “miglior fabbro” della dedica di “The Waste Land” a Pound riprende l’omaggio di Dante a Arnaut Daniel principe dei troubadour. È in questo circuito l’esperienza maggiore – migliore? – di Pound poeta. Che vuole anche rileggere la poesia cortese nei luoghi d’origine, per ricostituirne la storia e i sensi – “Pound among the Troubadours”  è il sottotitolo.
Il tour in questione è quello di fine maggio 1912 - Pound ci tornerà nel 1919, con Dorothy Shakespear, cinque anni dopo il matrimonio. Che si svolse in due riprese. Il 7 giugno, da Limoges, Pound torna a Parigi per il suicidio di Margaret Cravens, la giovane americana benefattrice delle arti, e dello stesso Pound, nella primavera appena conclusa. Passerà un mese a Parigi, con la zia della suicida, accorsa dall’America, e nel caratteristico attivismo: corregge le bozze di “Ripostes”, la sua sesta raccolta di poesie, studia il gai savoir alla Bibliothèque Nationale, ospita Hilda Dolittle e Richard Aldington (nella casa di Walter Morse Rummel a Passy, il musicista, di cui lui stesso è ospite…), assesta le prime note del tour in due blocchi. Che manda a Dorothy a Londra come primi capitoli di un “opus n. 411”. Il 27 giugno è di nuovo in viaggio per il Sud. Lo girerà per tre settimane, fino al 19 luglio. Un vagabondaggio di circa 1.500 km., la metà a piedi 
Sieburth, traduttore dal francese e dal tedesco, specialista della poesia del Novecento e di Pound, di cui è il curatore di riferimento, riproduce qui i taccuini del primo vaggio di Pound, di cui ha ripercorso l’itinerario, per poterne meglio leggere i contenuti. Con un’introduzione particolareggiata. Due appendici, con i componmenti di Pound che più direttamemte si correlano a questo tour, “Provincia deserta” , “The Gypsy”, “Near Perigord”. Un saggio disincantato sui troubadour, le loro condizioni, più spesso di signorotti in concorrenza con altri signorotti, le tematiche rituali. Con molte fotografie dei luoghi da Pound visitati e citati, e un notevolissimo apparato di annotazioni testuali: storiche, biografiche, di nomi, eventi, luoghi, citazioni. Nonché di rimandi all’opera di Pound, specie a “Provincia Deserta” e ai “Cantos”.
Una lettura di rara intensità. E un’edizione esemplare, un contributo importante a Pound. Di un viaggio che è una nekuia, dice il curatore con riferimento al greco classico: un’evocazione degli spiriti, dei luoghi. Da europeo: il romanticismo americano, nota Sieburth, guarda alla superficie visiva del panorama, mentre quello europeo ama le profondità uditive e le risonanze. Da Woodsworth a Pound, suggerisce Sieburth - passando per Thoreau e Whitman, naturalmente.
Il “gaio sapere” dei trovatori e la poesia cortese, Cavalcanti compreso, sono la passione più intensa e costante di Pound. In tutte le precedenti raccolte, “A lume spento”, 1908, Personae”, 1909, “Exhultations”, 1909, “Provenza”, 1910, “Canzoni”, 1911, e poi nei “Cantos”.  Specialista impegnato e attivo di filologia romanza. Tra insorgenze in questi taccuini di Dante a ogni passo, per ogni aspetto. Citato a memoria, correttamente. A Tolosa ritrova anche Cavalcanti, che di passaggio, pellegrino a Santiago di Compostela, vi incontrò la musa Mandetta, nella chiesa della Daurade.
I taccuini furono ritrovati nel 1958 a Brunnenburg, dove Pound viveva con la figlia Mary, e per molto tempo restarono indecifrati. Sieburth ha deciso di venirne a capo, e ce l’ha fatta. Gli stessi taccuini Pound pensava di mettere in luce a conclusione del secondo tour, in un libro che aveva anche un titolo, “Gironde”, che però non riuscì a pubblicare, e il cui dattiloscritto si è perduto – un breve estatto è qui riprodotto. Ma molto è nei tre componimenti in appendice al “Walking Tour”.
Sieburth c’è riuscito con un metodo semplice. Provando a leggere i taccuini nei luoghi in cui furono scritti: “Quello che questa avventura redazionale peripatetica alla fine (e abbastanza inaspettatamente) rivelò fu il resoconto di un viaggio molto leggibile in cerca delle voci svanite della Provenza che nello stesso tempo rendicontava di Pound la graduale scoperta di se stesso come poeta modernista tra i paesaggi della Francia meridionale”.
Ezra Pound (ed. Richard Sieburth), A walking Tour in Southern France, New Directions, pp. 123, ril., ill. € 18,71 

martedì 13 giugno 2017

Secondi pensieri - 309

zeulig

Canzoni – In “Nessun dorma”, la trasmissione di Massimo Bernardini su Rai 5 giovedì, all’evidenza registrata qualche mese prima, Ivano Fossati argomentava che la canzone è musica, scritta e cantata, e non letteratura – arte ma non letteratura. È l’argomento che Bob Dylan aveva sviluppato nella lezione da Nobel per la Letteratura 2016, inviata all’Accademia di Svezia e pubblicata martedì sul sito della stessa.
Dylan si difende dai sarcasmi sul Nobel alle canzonette. Si diceva che non avesse gradito il premio, invece si difendeva dalle ferite che sapeva gli sarebbero arrivate – gli sono arrivate: il Nobel lo ha soltanto gratificato. Nella lezione ritorna sul tema del discorsetto d’accettazione, sei mesi fa a Stoccolma - che è poi il sottinteso dello “scandalo”: sono le canzoni letteratura?
“Mai una volta”, Dylan concludeva l’accettazione, nella lunga vita di cantautore, “mi sono chiesto: sono queste canzoni letteratura?”  Ma - aveva precisato ampiamente prima - alla maniera di Shakespeare. Che era un uomo di teatro, aveva mille cose da fare, tra attori, impresari, scene e scenografi, spettatori, per chiedersi se stava facendo letteratura: “Le sue parole erano scritte per il palcoscenico. Da dire e non da leggere. Scommetterei che l’ultima cosa nella testa di Shakespeare era la domanda «è letteratura?»”.
A dicembre Dylan si difendeva con uno sberleffo: “Il pensiero che stava scrivendo letteratura non può essergli mai entrato in testa”, non a uno Shakespeare, era l’esordio. Nella lezione cita meno Shakespeare e irride meno i letterati.  Traccia il suo approccio, giovanisismo, alla musica folk. Discute la musica folk. Presenta le letture formative. Di tre delle quali, “Moby Dick”, “l’“Odissea” e “All’Ovest niente di nuovo”, espone lunghe riletture, per significare che la creatività, anche letteraria, viene fuori del canone.  
Le canzoni sono letteratura improbabile, concede. Ma, sottintende, come tutta la buona letteratura. Melville cosa voleva dire, chiede, mettendo assieme quel guazzabuglio di persone, storie, nomi, luoghi, citazioni, mondi diversi, alieni, ostili, che è “Moby Dick”? “Che significa tutto questo? Io e tanti altri cantautori siamo stati influenzati dagli stessissimi temi. Che possono significare tante cose diverse. Se una canzone ti emoziona, questo è importante… Quando Melville mise il suo vecchio testamento, i riferimenti biblici, le teorie scientifiche, le dottrine protestanti, e tutte quelle conoscenze di mari e velieri e balene in una storia, non credo che neanche lui si sia preoccupato – che cosa significa”.
E ritorna, sempre alla fine del discorso di accettazione di dicembre, tenuto dall’ambasciatrice americana a Stoccolma: “Le canzoni sono letteratura improbabile”. Ma al modo dei drammi di Shakespeare: “Le parole nei drammi di Shakespeare sono da recitare sulla scena. Come le liriche delle canzoni sono da cantare, non da leggere sulla pagina”.

Convivialità – “La Dogana”, il grande tempio cinese della cucina fusion a Roma, ha un tavolone per singoli, il vecchia table d’hôte o tavolo comune. Ma i commensali fa sedere sugli scomodi tabouret-seggiolini alti, dalla seduta stretta, cui bisogna avviticchiarsi con i piedi, di moda per gli aperitivi - a mezz’aria. L’era della comunicazione è dell’isolamento: che qualcuno accanto possa attaccare  bottone a pranzo o a cena è un fastidio. Schopenhauer , che viaggiava molto, da solo, parlava invece volentieri con gli altri avventori, benché gente normalmente di poco interesse, venditori, lupi solitari, avventurieri, presuntuosi il più delle volte a misura dell’ignoranza. Si pranzava volentieri al tavolo comune, e comunque senza problemi di contaminazione, ancora qualche anno fa al tavolo comune del “Latini” a Firenze o di Luciano (“Cesaretto”) a Roma.

Eternità – Non c’èternità perché non si può sorpassare il tempo. Il tempo è eternità (lo spazio è infinito)?

Giudizio – È mutevole. Per gli stessi canoni e gli stessi riferimenti. Per circostanze toriche o reali – eventi, fatti, cose – oppure personali (insorgenze, mood). Senza necessariamente “cause di forza maggiore”, accadimenti eccezionali, forzosi, invasivi. Muta come la realtà, se questa muta per un battito d’ali di una farfalla a Singapore – o era a Hong Kong.
Viaggiando per il Sud della Francia nel 1912, in treno e a piedi, Ezra Pound riflette come “i nostri valori di giudizio cambiano per il minimo cambiamento di condizione”. Che ci sia il gelo o la pioggia, o il sole. Che si vada a piedi, da soli, in compagnia, o su un mezzo di trasporto.
Cambiano anche per la semplice letura degli eventi o della storia, sempre variabile.

Riflessione – È fenomeno urbano, palatino, domestico. Tra amici, tra classi sociali – quali si definiscono e delimitano per il comune uso linguistico. Nella forma che Ezra Pound trova girovagando per la Francia della poesia cortese: “L’uomo di città ha la testa piena di astrazioni. L’uomo all’aperto ha la testa piena di oggetti”.
È fenomeno sociale: cambia, molto, sulla pubblica piazza (Socrate, Hitler) o in una cella, sia pure da reclusi volontari.
La riflessione è toponorme, o topopatica. Lo è per esempio, dichiaratamente, per scelta e convinzione, per Heidegger – nel rifugio (la Hütte), in montagna, in Svevia.

Tempo – È la prova di Dio, della creazione. Nell’infinità e nell’istante, ìl tempo di una vita.

Virtuale – È violento, nella trattazione che Baudrillard ne ha fatto prima di Internet. Per la forza della parola – della propaganda, la prospettazione, l’argomentazione. Ne troverà poi un esempio nella guerra del Golfo. Oggi la troverebbe col Russiagate. Che è come se fosse una guerra agli Usa, ma dall’interno degli stessi Usa. Forze opposte all’interno degli Usa (il complesso militare-industriale contro la spesa sociale, gli interessi costituti contro le forse democratiche, l’opinione artefatta contro l’opinione corretta) si combattono agitando le interferenze russe nella vita politica americana. La Russia è un po’ come il vecchio orso alla capanna del cacciatore di pelli. O il leone, in Africa, sul tetto della casupola di periferia.

zeulig@antiit.eu 

il romanzo dell'irrilevante

Salinger aveva fatto mezzo “Franny and Zooey” in bagno, nella vasca. Gabriele Pedullà lo fa tutto sui pattini, a rotelle malgrado il titolo. Sugli anni Ottanta - del narratore adolescente? Sul Pincio e su villa Borghese, la domenica, di giorno, di notte, nelle foto. Su musiche di Michael Jackson, “Thriller”, e Gary Numan, “Cars”.

Un esercizio di bravura. Sulla rilevanza dell’irrilevante. 
Irrilevante è  l’inconveniente dello storytelling, che pure si ascolta volentieri – come ai talk-show, dei belli e gradevoli.
Gabriele Pedullà, Lame, Einaudi, pp. 153 € 18

lunedì 12 giugno 2017

Grillo vince i sondaggi e perde le elezioni

Grillo vince tutti i sondaggi, li stravince, ma poi perde le elezioni. Regolarmente – questo sito lo documentava dieci mesi fa:
Saranno i campioni dei sondaggi dei grillini tipici? Saranno i sondaggi artefatti – magari contro Grillo (“La rana e il bue”)? Si fa il gran battage politico che i media ci infliggono per scherzo?
Grillo ha vinto a Roma e a Torino perché Raggi e Appendino hanno avuto la stampella di Berlusconi. Nelle sue perfide strategie Berlusconi ha mandato le 5 Stelle al ballottaggio con candidature inette o multiple, e al ballottaggio ha fatto riversare su loro i suoi voti (Raggi ha avuto al primo turno 461 mila voti, al secondo, malgrado il fisiologico assenteismo, 771 mila; Appendino è passata da 118 mila a 203 mila). 
Grillo ha fatto il botto alle Politiche del 2013, con il 25,5 per cento del voto, 8,8 milioni. Alle Europee l’anno dopo era sceso a 5,8 milioni di voti. Il voto alle Europee fu minimizzato: era l’effetto, si disse, dell’affluenza limitata al 57 per cento degli aventi diritto contro il 75 per cento delle Politiche – ma il grillino non è uno arrabbiato, che va comunque a votare? In tutte le elezioni successive, le Regionali del 2004, 2005 e 2006, e le amministrative con le eccezioni di Roma e Torino, ha dimezzato i voti (nel Veneto li ha ridotti a un terzo). Anche se non in percentuale, per effetto della contrazione dei votanti, rispetto alle Politiche e alle stesse Europee.

Recessione - 62

Gli investimenti pubblicitari calano in aprile (-2.8%) e nel quadrimestre (-0.3%) (Nielsen). 

Il pil aumenta dello 0,4 per cento solo per effetto della ricostituzione delle scorte. Senza, la crescita sarebbe stata zero (Istat).

La produzione industriale nel primo trimestre ha segnato una contrazione, dello 0,3 per  cento (Istat).

Le aspettative sono in calo: a maggio l’indice della fiducia dei consumatori segna un arretramento, di due punti, da 107,4 a 105.4
L’indice della fiducia delle imprese arretra da 106,8 a 106,2 (Istat).

Gli ordinativi sono stati in calo a marzo, del 4,2 per cento – un tasso alto.

Il tasso di disoccupazione diminuisce dello 0,4 per cento nel primo trimestre, ma il tasso degli “inattivi” o scoraggiati aumenta dello 0,2 (Istat).

Vita dura al cinema

Il romanzo di Maupassant virato all’unidimensionale, la disgrazia. Seriale: le disgrazie si succedono ineluttabili. Femminista anche – non è vero, la vittima è sì donna, ed è tradita dal marito e dal figlio, ma non dal padre, mentre è tradita pure dalla madre (la zia in Maupassant) e dalla sorella di latte, ma così vuole la promozione e questo aumenta il peso. Violento, all’interno della storia e sullo spettatore: due ore di piani stretti, mezze figure e primi e primissimi piani, senza respiro – se c’è la campagna o il mare è in campo medio e in grigio, secca la terra, schiumante l’acqua. Da film d’autore, certo, a basso budget, ma soffocante.
Maupassant realista e visionario è scrittore da cinema, una cinquantina almeno di film sono stati tratti dai suoi racconti e romanzi. “Una vita”, il primo dei suoi sei romanzi, ha un solo precedente, Astruc nel 1958, con Maria Schell, Antonella Lualdi e Christian Marquand, e andava svelto, limitando i lutti al rapporto vittima-marito, poi lei guardava l’avvenire col figlio. Alla maniera di Maupassant.
Maupassant ha solo donne vittime, dacché aveva adottato gli schemi Zola a Meudon, in tutti i romanzi e i racconti – eccetto quelli salaci: borghesi o prostitute, giovani o in età, avvedute o sventate. Di suo era però l’esatto opposto del femminista: era cacciatore, presto sifilitico, che la donna considerava cacciagione come la volpe, su cui non intristiva. Non avrebbe retto a questa sua “Una vita”. Ma il problema non è di Maupassant, è dello spettatore.
Stéphane Brizé, Una vita

domenica 11 giugno 2017

Quando l'Italia fu jugulata col bail-in

Formidabile atto d’accusa di Visco nei confronti della Germania e di Bruxelles. E del governo Letta, di cui Fabrizio Saccomanni, ex della Banca d’Italia, era ministro del Tesoro.
Nell’intervista oggi con Federico Fubini sul “Corriere della sera” – che non sembra aver afferrato la gravità dell’accusa – Visco conferma e insiste che fu la Germania a volere l’anticipo del bail-in, della responsabilità della gestione bancaria estesa agli obbligazionisti e ai correntisti; e che il governo italiano accettò l’anticipo, all’Ecofin di dicembre 2013, malgrado la contrarietà ribadita della Banca d’Italia, in cambio di qualcosa che non sappiamo.
Nell’agosto dello stesso anno, 2013, la Commissione di Bruxelles aveva emanato una Banking Communication, in cui prospettava il burden sharing. Che Visco così spiega: “Prima degli aiuti pubblici bisogna che paghino non solo gli azionisti (e nei nostri interventi avevano sempre pagato), o gli amministratori (e noi li abbiamo mandati via), ma anche i creditori subordinati”, gli obbligazionisti. La Banca d’Italia obietta subito che non va: “Manifestammo le nostre perplessità chiaramente in quella sede ma non fummo ascoltati. Rendemmo poi pubblica la sostanza delle nostre riserve in un riquadro del rapporto sulla stabilità finanziaria del novembre di quell’anno”.

A dicembre la Germania chiede, e il governo italiano accetta, l’anticipo del bail-in, la cui entrata in funzione era stata fissata per il 2018, al 2016. “A marzo”, continua Visco, “abbiamo mandato alla Commissione Ue, che lo ha diffuso a tutti i Paesi, un testo nel quale comunicavamo il nostro punto di vista”. Ma senza esito. La Banca d’Italia chiedeva di “evitare l’applicazione retroattiva delle nuove norme ai titoli subordinati venduti in passato”, e prospettava necessaria “gradualità nell’introdurre le norme, che poi sarebbero state estese per giungere al bail-in”. Conclude Visco: “Abbiamo sempre sostenuto il bail-in per via contrattuale e sempre respinto il bail-in per via legale e applicato in modo retroattivo”. Ma, specifica, la Banca d’Italia non partecipa alle decisioni dei governi.

Si cadeva dalla finestra già con l’Fbi

Si somatizza il bisogno di giustizia, come l’antipatia di Trump, in soggetti anche improbabili. Uno è l’Fbi, che si erige nel subconscio a custode intemerato della legge, mentre ha una storia loffia. Che è inutile ripercorrere se non per una curiosità: fu l’Fbi a inventare l’interrogato caduto dalla finestra.
Da un quattordicesimo piano, è vero, ma anche allora c’era l’America. L’interrogato caduto era anche allora un anarchico, Andrea Salsedo. E anche allora furono condannati quelli che denunciarono la caduta, Sacco e Vanzetti. Il crimine istituzionale va per precedenti.
Un’altra attualità l’Fbi, che pure ora si schiera contro Trump, anticipava nell’occasione: la squalifica trumpiana dello straniero. Sacco e Vanzetti furono accusati di un omicidio per il quale avevano alibi solidi. Ma basati su testimonianze che l’Fbi disse improponibili perché erano di italiani.

La vera storia di Praga

Una serie di quadri, più che due racconti, del “paese della febbre e dell’infanzia”. Pieni di voglie e di energia, a 24 anni, quasi una primizia, nelle pause dell’assorbente relazione con Lou Andreas Salomé che lo apriva a se stesso. Di maniera però, più che acerbi. Contro il nazionalismo.
Rilke, praghese di nascita, conserva della città l’immagine di “enigma e disordine”. Vi aveva passato un’infanzia triste per le liti tra i genitori.  In un contesto culturale che rievoca come “un contatto maledetto tra due corpi linguistici indigesti l’uno per l’altro”.  Ma scrive i racconti per superare la divisione, in qualche modo, con l’ottimismo. Molto si dice sui Tedeschi che escludono i Cechi, li disprezzano.
Cosmopolita per eccellenza, Rilke non ama il nazionalismo, i “nobili e bei discrosi del’entusiasmo anzionale”. Ma lo rappresenta, seppure con ironia e compassione. I cechi sono contro i tedeschi, ma senza odio. “L’odio rende tristi”, ragiona il gobbetto Bohusch dietro cui Rilke si nasconde: “I Tedeschi possono fare tutto ciò che vogliono. Non capiranno mai il nostro paese, dunque non potranno mai prendercelo”. E i Cechi rappresenta nel secondo racconto nazionalisti, ma con juicio. “Secoli separano i Cechi colti dal popolo”, riflettono i giovani nazionalisti: “È questa la nostra tragedia, non i Tedeschi”.

Un apologo anomalo nella tanta letteratura su Praga: da tedesco, dell’occupazione tedesca, più che dell’innesto delle due culture. Unico tedesco di Praga, probabilmente, che scrive dei Cechi, dall’interno.
Rainer Maria Rilke, Due storie praghesi, e\o, pp. 160 € 4,90

sabato 10 giugno 2017

Merkel nuda con la Brexit

Con la Brexit salta la copertura statistica (e legale) dell’anomalia tedesca, l’eccessivo avanzo commerciale. Nella polemica con gli Usa, già con Obama e peggio con Trump, il governo tedesco si è fatto schermo delle tabelle Wto, l’organizzazione mondiale de commercio. Che, considerando l’Unione Europea un mercato unico, escludendo cioè le posizioni dei suoi vari membri, la danno in sostanziale pareggio (attivo di 3-4 miliardi) e non sbilanciata col resto del mondo. Quindi non censurabile ai sensi delle regole e della correttezza del commercio internazionale.
La Gran Bretagna avendo un deficit commerciale pesante, 230 miliardi, la sua uscita dalla Ue evidenzierà questo artificio statistico. 

La ripresa sarà modesta

Ha fatto subito marcia indietro Draghi: voleva supportare Merkel e Macron vista delle elezioni, ma la vantata “ripresa generalizzata” dell’Europa non c’è. L’Italia ha fato meglio del previsto nel primo trimestre ma giusto per la non più rinviabile ricostituzione delle scorte – la domanda resta debole. Produzione industriale e ordinativi sono anzi in contrazione. La Franca fa peggio del previsto – e peggio perfino dell’Italia. Va un po’ meglio la Spagna ma ha tanto da recuperare, e ha un peso specifico limitato nell’eurozona. La Germania doveva rallentare secondo le previsioni, e così fa nel primo trimestre.
Nelle previsioni più favorevoli, del resto, l’eurozona cresce quest’anno dell’1,7 er cento. Della metà cioè del resto del mondo. Gli Usa crescono del 2,3 per cento, i paesi emergenti del 4,5 (con l’uscita dalla recessione di Brasile, Russia, e Nigeria, fra le maggiori economie dell’area), la Cina cresce del 6,6, l’India del 7,2. La ripresa europea è sempre asfittica, unica grande area economica nell’economia globale.

Una regolata alla globalizzazione

Nell’attivismo di Trump la sua promessa più minacciosa, America First, o Fortezza America, tarda a materializzarsi. Trump ha denunciato  vari accordi multilaterali che Obama aveva avviato, transatlantico, transpacifico, e lo stesso Nafta continentale, ma non è andato oltre. Il suo ministro del Commercio è anzi indignato delle accuse di neo protezionismo.
Gli Usa, che hanno voluto e regolato la globalizzazione, con evidenti benefici, ne risentono da qualche tempo. La disoccupazione è bassa, ma il lavoro è depotenziato e con esso il reddito medio. La reazione che si prepara non è però di chiusura. Caso per caso saranno discusse le posizioni relative con le grandi potenze economiche che, a giudizio di Washington, si avvantaggiano surrettiziamente del grande mercato americano, interno e multinazionale: la Cina, il Giappone, e per l’Europa la Germania.

Problemi di base berlusconiani - 333

spock

Tornano le elezioni e si rifà un monumento a Berlusconi col solito mafioso che straparla? 

E ora che le elezioni si fanno tra un anno, quanto deve parlare Graviano?

Bisogna sbarrare la strada a Berlusconi con le armi, i golpe istituzionali, e i giudici. Ma coi mafiosi?

Con le amanti non  è meglio, il metodo Boccassini? Qualcuno, almeno, si diverte

Come mai non ci sono più processi nuovi per Berlusconi – e anche i vecchi languono? Che fa Boccassini? E la Guardia di Finanza? È per questo che siamo scesi ai mafiosi?

Perché  non prendere Berlusconi sul serio?

Più di D’Alema, per esempio (anche di Grillo)?

Vent’anni, quasi venticinque, e il correttore Word non ha imparato Berlusconi – lo scrive Berlsuconi: è dei nostri anche lui?

Quattro governi di fila non berlusconiani e non eletti sono democratici, o che?

spock@antiit.eu


Il Medio Evo si licenzia trionfante

Il Medio Evo che Amedeo Feniello propone di abolire come periodo storico, per l’autorità (anche) di Huizinga, risplende invece, seppure al tramonto, in questo storico vittima di Hitler. Autore di studi vivi ancora dopo un secolo: “Homo ludens”, “Erasmo”, “Il problema del Rinascimento”, “La crisi dela civiltà” - “L’autunno” è del 1919, contemporaneo al trauma della Grande Guerra.
Il Tre-Quattrocento può avere il senso di fine di una civiltà. Essere ossessionato dala morte. È però anche un’epoca di grande civiltà, estetica e morale. Con le più alte forme di pietà, e la più bassa frequenza storica di atti di crudeltà, sopruso, dissolutezza. Di millenarie invenzioni, linguistiche e artistiche. Di una religiosità vicina all’ascesi, depurata delle forme profane e pagane.
Una delle migliori letture di storia che ancora si possano fare. Ma perché, si può aggiungere, chiudere il Medio Evo nel senso di morte, malgrado la peste, e gli esordi delle guerre dinastiche? È la religiosità libera e creativa di questo Medio Evo che induce al Rinascimento.
Johan Huizinga, L’autunno del Medioevo, Bur, pp. 598 €11 

venerdì 9 giugno 2017

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (328)

Giuseppe Leuzzi

A  Palermo, nell’ultima giornata di campionato, l’arbitro e il Palermo giocano per l’Empoli. Ma il Palermo batte, suo malgrado, e malgrado l’arbitro, l’Empoli, che va in B. Mentre il Crotone, malgrado l’arbitro, vince di forza e resta in A. C’è un giustizia compensativa, in effetti, sulle “giuste” ingiustizie umane.

Molte lacrime (di coccodrillo?) di mullah e associazioni mussulmane ogni volta che c’è una strage in Europa o negli Usa, a opera di terroristi islamici. Ma mai una denuncia di un terrorista. Che tutti conoscono, poiché non vivono in clandestinità. Sarà qui l’origine dell’omertà? Nei tanti arabi e saraceni che popolarono mezza Sicilia e mezza Puglia, e s’inguattarono su per le montagne in Calabria e nel Cilento?
Del resto nell’islam la taqiyyah, la dissimulazione, è una virtù.

Ma la verità è che non c’è omertà al Sud. E la dissimulazione mussulmana probabilmente non è omertà, è orgoglio. L’Arabia Saudita ne è una prova, che non osserva il minuto di raccoglimento per le vittime australiane della strage di Londra, prima della partita di qualificazione per il Mondiale con l’Australia
La sfida dell’Arabia Saudita poi è stata perdente. L’orgoglio più spesso lo è.

“Tre volte negli ultimi cento anni la letteratura meridionale ha rinnovato la letteratura dell’Italia”, Bruno Migliorini, “Storia della lingua italiana”. Quattro in realtà, il linguista non censiva il romanesco di Gadda e Pasolini – la sua “Storia” esce nel 1960.

Elogio dell’ombra
Meglio la Grecia, per una vacanza di mare anticipata, con la mezza stagione, che la costa turca, pure così affascinante. Perché in Grecia si coltiva l’ombra. Nella piazza, all’osteria, al caffè, al mare, in albergo e anche in bed and breakfast, alle sorgenti, termali e fredde. Si può perfino parcheggiare all’ombra. Olimpia, l’Olimpo, Dodona, in qualche modo anche la costa erta di Delo, perfino il Partenone, si possono visitare con congrui rifugi nell’ombra. Lo stesso Atene e le città. Si vada a Efeso o a Pergamo, per non dire a Istanbul: non c’è riparo.
La “Grecia in Italia” invece non cura l’ombra. Roma, alberata peraltro dai “piemontesi”, con a capo Garibaldi, si può dire una città dell’ombra. Napoli invece no, e non si saprebbe dire il perché. La stessa curiosa differenza si riscontra tra Messina, molto alberata, e Reggio Calabria, col sole invadente, divise solo dallo Stretto e ricostruite entrambe negli anni 1910 dopo il terremoto. Un rovesciamento tanto più incomprensibile in quanto la Sicilia è stata “turca” (araba) e la Calabria invece greca – ancora fino a ieri: dei dieci cognomi più usati nove sono greci e uno arabo (Morabito). Forse nella mescolanza bizantina o neo greca, comune a Napoli e a Reggio, prevale l’elemento “turco”.

La “Grecia in Italia” istituzionale. Quella domestica ha invece giustamente il culto dell’ombra. Nell’orientamento delle case. Nella disposizione delle imposte con la cura principale per la luce eccessiva e il calore. Vivere in casa in penombra nei mesi e stivi è forse la differenza maggiore nel modo di vita tra il Sud e il Nord. Una differenza culturale.

La pazzia che viene dal Nord
La pazzia di Nord-Nordovest è distintamente dell’“Amleto”, atto 2, scena 2. Lo stesso Amleto lo spiega a Guildenstern, che gli chiede: “In che senso, mio signore?”. Amleto: “Non sono pazzo che a Nord-Nordovest.\ Quando il vento è dal Sud, riconosco un falco da un airone”. 
“Intrigo internazionale”, il famoso film di Hitchcock, si intitola in originale “North by Northwest”. E si basa su tre riferimenti a Shakespeare, all’“Amleto”. Il titolo, derivato dal dialogo fra Guildenstern e il principe. La follia finta – c’è molto nel film che non è quello che sembra. Il tema di fondo, della realtà che si nutre di apparenze, tutte false: il pubblicitario allegrone di Madison Avenue, scambiato per una spia che è anche un freddo killer, una spia inventata dalla Cia per distrarre l’attenzione da un vero infiltrato.

Sicilia
Al museo a Messina - la galleria provinciale, pure ricca di Antonello e Caravaggio - Leo Longanesi scopre “la tristezza siciliana , antica di secoli, che li lega e ci segue da una stanza all’altra”. Di quadri alle pareti “tutti eguali, scuriti e sinistri, come dipinti dallo stesso artista in secoli diversi”.

Al “gran caffè” di Messina, che sarà stato l’Irrera di piazza Cairoli, all’epoca un monumento fastoso degli anni 1930, rutilante di specchi, marmi, pasticceria policroma, Longanesi trova tutti eccitati dalla sua presenza – dalla presenza del forestiero. “Il caffè è gremito di folla rumorosa e eccitata; tutti guardano noi, nuovi del luogo; e ci guardano insistenti, con occhi desolati e teneri che sembrano celare un amoroso lamento”. Come le bestie allo zoo guardano il visitatore.
Ma è verosimile, non è immagine di maniera: la dipendenza è forte.

Patricia Spence, terza moglie di Bertrand Russell, mollò il filosofo brusca, stanca della sua volagerie, nel 1950 alla fine di una vacanza in Sicilia. Lui di 78 anni, lei di 40. Nella vacanza lui corteggiava la trentanovenne Daphne Phelps, inglese di rango a Taormina, bisessuale, che aveva ereditato per matrimonio Casa Cuseni, una villa di campagna da lei arredata con gusto e dotata di un giardino – un’attrazione fino a qualche anno fa.

Patricia, che per l’indignazione poi si nascose tutta la vita, anche al figlio che avevano avuto con lord Russell, ne era diventata l’amante in una precedente vacanza in Sicilia, nel 1936. “Peter”, così Patricia veniva chiamata dal filosofo, era stata aggregata come bambinaia per una vacanza offerta da Bertrand Russell alla sua precedente moglie, la scrittrice  Dora Black, con i figli; e con l’amante di Dora, che ne aspettava un figlio. Capelli “rosso fuoco”, “Peter” dormiva col filosofo, Dora con l’amante.

L’antichista illustre Arthur Rosenberg, “Democrazia e lotta di classe”, contava gli schiavi in Sicilia in “milioni”: “In quest’inferno sociale dell’antichità il numero degli schaivi era superiore alla moltitudine degli uomini liberi”. La Sicilia come “inferno sociale”, dunque, all’origine. Sono eredità che non si dimenticano: schiavi e signori.
Luciano Canfora, nel suo saggio su Rosenberg, “Il comunista senza partito”, un suo alter ego, commenta: “È chiaro che Rosenberg pensa qui alle descrizione di Diodoro delle guerre servili siciliane («l’inferno sociale!»), ma stranamente in questo caso accetta gli alti numeri, spesso contestati, di Diodoro”.

Con i Vespri Siciliani si rianima l’opposizione ghibellina in tutta l’Italia. S’interrompe il predominio della langue d’oïl. Si fa strada un accesso diretto, invece che mediato dalle traduzioni francesi, alle fonti latine (Bruno Migliorini, “Storia della lingua italiana”). C’è la Sicilia all’origine dell’Italia.

Poi venne la Spagna, anche in Sicilia. Secoli di Inquisizione, e di rivolte sterili. Pitré, nella raccolta di osservazione sul palazzo Chiaramonte a Palermo, o dello Steri, sede dell’Inquisizione spagnola a Palermo, pubblicato da Sciascia col titolo “Urla senza suono”, individua tra i graffiti delle celle, “sotto la iniziale B.”, “il celebre Francesco Baronio da Monreale”. Che dice “dei più eruditi sacerdoti della Capitale”. Arruolato nel 1647 da un rivoluzionario, “il battiloro Giuseppe D’Alesi, fattosi Capitano del popolo”, e per questo incarcerato. Tutti gli insorti furono poi in vario modo giustiziati.
Il Capitano del Popolo, si sa dalle cronache, si limitava ad andare, da solo, ai Quattro Canti, a cavallo è vero, e qui, sceso da cavallo, sguainata una sciabola, chiedere a squarciagola la cacciata degli spagnoli.

L’erudito sacerdote, dice Pitré, fu inguaiato “allorché sul finire di quell’anno (1646) un certo Placido Serletti calabrese sognò una repubblica siciliana avente a capo il Baronio”.
Serletti, un siciliano calabrese di origine, non era un provocatore, in termini moderni: lui stesso fu carcerato, torturato e strozzato, o decapitato.

leuzzi@antiit.eu 

Italia vs. Trump

“Trump chiese all’Fbi di fermare il Russiagate”: “la Repubblica” ieri, seguita a ruota dal Tg 1. “Comey: vi svelo le bugie di Trump”: “Corriere della sera” oggi, seguito naturalmente dal Tg 1. Mentre il contrario è vero, stando ai media americani più anti-Trump: il tycoon non è colpevole di “ostruzione alla giustizia” né di aver mentito, sulla base della testimonianza dell’ex capo dell’Fbi.
Viene da ridere al militantismo dei media italiani – se la questione non fosse preoccupante. Il giornale milanese addirittura propone con Lévy, una specie di tuttologo francese, tre metodi di abbattimento di Trump. È l’Italia in guerra con gli Usa? Ma non c’è più il vecchio partito Comunista nelle redazioni, o c’è ancora? Siamo in guerra con Trump? Che motivo abbiamo? È un problema di lingua? Ma ci sono bravi interpreti, anche in simultanea.
L’ex capo dell’Fbi non ha fatto buona impressione al Congresso. Non ai repubblicani nemici di Trump e nemmeno ai democratici - a quelli di sinistra. È probabilmente un buon uomo, questo il giudizio prevalente, ma forse un incapace. Si dice certo che la Russia ha interferito sulle presidenziali americane, ma non dice come, dove, quando, nemmeno per indizi, ed è un anno e mezzo ormai che se ne parla.
La questione è preoccupante per l’intreccio di media e servizi segreti. La “Washington Post” di Bezos pubblica regolarmente pizzini della Nsa, la National Security Agency. Il “New York Times” è – era – rifornito da Comey. Un intreccio che si pensava limitato agli Usa. Alla guerra fredda contro la Russia con cui il complesso industriale-militare si era rilanciato sotto Obama. Di cui ora non ha più bisogno, la prima mossa di Trump essendo stata l’aumento della spesa militare. Da qui anche il limbo del Russiagate, delle interferenze russe?
La Nsa è il servizio segreto che ha messo sotto controllo mezzo mondo. Letteralmente, con le cosiddette “resti a strascico” sulle comunicazioni internazionali: siti, tv, giornali, conversazioni, ufficiali e private. Quattro anni fa si è saputo che aveva intercettato per dodici anni tutti i governi alleati, di Angela Merkel perfino il cellulare. Allora con la scusa del terrorismo islamico invece che della Russia.