venerdì 2 gennaio 2026
L’Annunciazione a un uomo
Riprogrammato per le feste, puntando al cult, dopo quattro o cinque anni, in qualche misura ci riesce - il racconto è sempre vivo. Una tramina da poco: l’Arcangelo Gabriele, scelto male dal consesso lassù, sbadato e senza esperienze delle cose del mondo, ingravida il primo essere umano in cui s’imbatte. Un uomo, perché la moglie vuole il divorzio. Solo e disperato al bar, e mezzo ubriaco, col suo nuovo compagnone celeste, ma pur sempre un maschio. Una disgrazia? Un miracolo doppio, l’uomo, per quanto benedetto, essendo pur sempre un essere che non potrebbe concepire. Ma senza la greve ironia “laica”.
giovedì 1 gennaio 2026
Sostituto d’amore
Un maestro di scuola di Pico sposò a Roma la figlia della
pescivendola di Ponte Milvio. Donne per bene, anche l’odore era pulito. La
ragazza, in carne e eccitabile per la giovane età, sorrideva e parlava con
senno. I primi anni furono felici. Ebbero un figlio, il maestro divenne
imprenditore, tramite la politica, guadagnarono, e presero casa ai Parioli. La
suocera, che non teneva già più il banco del pesce, morì di tumore.
La crisi data all’incirca da quell’epoca.
Lei volle rendersi indi-pendente e si cercò un lavoro di commessa. Lui la
spinse a prendere un paio di franchising che le diedero buone
soddisfazioni, sia materiali che morali. Intervenne con cautela, poiché lei non
l’aveva messo a parte, e sì che non si separavano mai, della sua decisione di
lavorare. Ma s’instaurò allora quello che sarà lo schema del loro rapporto: lei
brusca, insolente perfino, lui conciliante. Eccetto che per periodi brevi, che
potevano durare una settimana, in cui lei sembrava subire i calori animali -
se lui ne avesse avuto la forza e la voglia lei si sarebbe detta insaziabile,
gli si avvinghiava senza pudore.
0La crisi, per solito muta, a volte durava
mesi. Sempre lui riapriva un contatto, il più delle volte tornando agli inizi,
alla fresca disponibilità di lei, i risentimenti mettendoli a proprio carico.
Ora si diceva assente, ora scortese, ora non abbastanza generoso, e spendeva,
in regali anche costosi, pellicce, diamanti. Ma l’esito era transitorio.
Spesso anzi ebbe la sensazione che la riconoscenza fosse manierata, che i
regali al contrario accrescessero il risentimento. Ogni suo pensiero, dal
risveglio alla notte, e sempre più spesso nelle ore del sonno, era ormai
indirizzato a sciogliere quel grumo d’incomprensione. Con costanza s’immaginò
un aiuto da un medico, un chirurgo famoso, che era stato a scuola con lei e
aveva-no ritrovato coinquilino ai Parioli. Ma l’uomo, affascinante,
s’incontrava di rado, era di modi spicci, evitava le assemblee e ogni altro
problema di condominio. Poi scomparve, si seppe che aveva sposato una
principessa. Avvenne in un periodo di amore sfrenato, lei gli faceva quasi paura.
La crisi si estese con gli anni per
periodi più lunghi, durava anche sei mesi. Gli rimproverava perfino il diploma
di maestro, per dire che era colto e la metteva nel sacco. Intervennero periodi
di separazione. Gli affari non andavano più, mutata la politica, e lui passò
sempre più tempo a Pico, dandosi obblighi inutili. Finì naturalmente anche
l’erratico contatto carnale. Dell’ultima volta mantenne un ricordo via via più
dettagliato, perché avevano appena saputo della morte improvvisa del chirurgo,
for-se di cuore, e per un momento era sembrato che la tensione fosse stata
spazzata via: lei era stata dolce, innamorata come all’inizio.
Poi lui si gonfiò e perse i denti. E
quando la ricerca del grumo gli procurò qualche disturbo mentale lei non volle
più vederlo, lasciò che se ne occupasse il figlio, al quale non chiese mai del
padre. Del resto, lei trovava il figlio somigliante al grande affascinante
chirurgo. Col quale non aveva mai avuto nessun tipo di rapporto.
Morte a Venezia, in musica, a Capodanno
Capodanno triste, malgrado le arie, le romanze e i
cori noti e notissimi e popolarissimi. Orchestra senza gioia, garbo, vigore –
senza fascino: come una banda di impiegati, maldisposti. Il teatro specializzato in musica “italiana”
si sa che è in lite per la nomina di un direttore artistico, Beatrice Venezi,
che si vuole sovranista: i nazionalismi sempre confliggono. Al confronto, subito
dopo, su Rai 2, Wiener Phiarmoniker smaglianti – sembravano lucidati anche gli
ottori: partecipi, divertiti, cantanti
anche. Per non dire, della Fenice, il coro: accigliato, lugubre, a minimo sindacale
– specialmente venendo da una sinfonia n.9 di Beethoven su Sky classica, di Abbado
venticinque anni fa con i Berliner, legnosa come si sa, che il coro della Radio
Svedese animava a ogni piega, alla gioia recondita.
Peggio ancora il balletto, il solito culturismo gay,
esibizionista, con frontali gonfiati opposti alla fragile Abbagnato. Anche qui
impietoso il confronto con i balletti del concerto viennese, specie per la Diplomat
Polka, lieve, veloce, fantasiosa – su un tema assurdo, le scartoffie impiegatizie.
Il giovane maestro Mariotti, specialista di arie e
cori, a Roma felice direttore artistico dell’Opera, provava invano a rianimare
il consesso. Erano della partita perfino gli spettatori: lugubri, mai divertiti,
e come fuori posto – la regia Rai ha dovuto rinunciare a inquadrarli, per
movimentare la scena è finita a inquadrare il pubblico dall’alto, da dietro. Eppure
il biglietto sarebbe costato 1.500 euro, una enormità – erano tutti invitati, “personalità”?
Come già venti anni fa alla Scala, quando cacciarono Muti
(all’unanimità…) - e ancora non si sono ripresi, si vede alle prime Rai ogni
anno - i trinariciuti non promettono nulla
di buono. Non in musica, la quale non è politicanteria – vuole entusiasmo.
L’unico merito di questa Venezia sarà stato la conferma
di Jonathan Tetelman, il tenore americano: finalmente un tenore che canta, non
di naso – Mariotti l’aveva già sperimentato a Roma, Cavaradossi trionfante nella
“Tosca” del giubileo. Ha perfino una dizione italiana perfetta, che per un
americano è un miracolo. E si diverte – e diverte.
Un dubbio è possibile: si voleva il concerto,
intitolato al Capodanno perché lo paga la Rai, in realtà una rievocazione-celebrazione
di “Morte a Venezia”, il film, di Visconti, sicuro compagno, 45 anni fa? Questa
cultura è propensa ai funerali. Ma, allora, perché non ce l’hanno detto, avremmo
visto il tutto con altro occhio.
Michele Mariotti, Concerto di Capodanno La Fenice,
Rai 1, Raiplay
mercoledì 31 dicembre 2025
Ombre - 805
“Fratelli, figli e anche mogli. La «Dinasty»
campana tra eletti, bocciati (e veleni)”. E poltrone. I fratelli Manfredi, i De
Luca padre e figlio, i Mastella padre e figlio, i Fiola padre e figlia, i Mensorio
padre e figlio.
Tutti Pd. Si sarebbe
detto il “familismo amorale” una cosa di destra, ma evidentemente no.
Curiosamente, si
tace sui trascorsi di due eletti in Campania con la destra – quindi semplici
consiglieri regionali non in corsa per assessorati – della “dinasty” campana.
Di Ettore Zecchino (Fdi) che è figlio di Ortensio, lo storico che fu ministro
dell’Istruzione dei governi D’Alema e Amato. Mentre di Michela Rostan, ora leghista - di cui si dice
che è figlia di un sindaco di Melito di Napoli, che non è vero - si tace che è
stata per molti anni parlamentare Ds e poi Pd.
Quanto a Melito di Napoli, che ha avuto sindaci sempre
di sinistra, è il comune italiano più densamente costruito.
Oggi si celebra la “vittoria di Sheinbaum”, la presidente
del Messico: “Export record verso gli Stati Uniti”. Eravamo rimasti alla “guerra”
che Trump faceva al Messico. La merce è passata di contrabbando? Trump aveva
perduto la guerra? Non era vero niente?
Più in generale, brindiamo a fine anno col “Foglio”,
pur apocalittico: “Il commercio batte i dazi, la povertà diminuisce e anche sull’ambiente
ci sono buone notizie”. Con l’aggiunta: “Ma soprattutto le democrazie sono ancora
forti”. Perché, si erano indebolite? “Tutti dati che smontano la catastrofica
fabbrica delle percezioni”, premette Cerasa. Cioè i giornali.
Fondi raccolti pro Palestina sono stati passati a
Hamas, e per questo arresti sono stati disposti a Genova. Ma subito Piacente, il
Procuratore Capo della stessa Genova, e il Procuratore Nazionale Antimafia Melillo
emettono un comunicato per dire che “le risultanze investigative non intendono
in alcun modo oscurare la gravità dei crimini commessi contro la popolazione
palestinese dopo il 7 ottobre 2023 nel corso delle operazioni militari condotte
dal governo israeliano, sui quali è atteso il pronunciamento della Corte
Penale Internazionale”. Cioè, non per dire quello che dicono, che è
nell’ordine delle cose, ma per dire che loro sono con gli arrestati.
Piacente è in contrasto coi suoi Procuratori? E
perché non si dimette? E che c’entra l’Antimafia? O c’entra?
Ma, poi, chi sono questi due giudici, che hanno fatto
di tanto buono da meritare cariche così alte?
Si litiga a destra fra intellettuali di destra, su chi
è più bravo: Veneziani, Giuli, Sangiuliano, Guerri. Litigandosi il “vero”
Nietzsche, e perfino Marx - che non “ci azzeccano”. Avrebbero molti nomi all’arco,
Céline, Pound, Hamsun, oltre il solito Tolkien, ma non si ricorda che li
abbiano letti veramente – non ne hanno mai scritto. Si vede che non gli piace
leggere – questa non è un’invenzione della sinistra.
Un ex parlamentare russo, perseguito in patria con
ordine di cattura internazionale per essersi appropriato di un centinaio di milioni
di euro dei fondi di solidarietà, e per questo arrestato a Linate, è “un magnate”, “il magnate”, etc, per il
“Corriere della sera” e “la Repubblica”. Trump invece è il “tycoon”, in una
mezza dozzina di titoli, ogni giorno – che anche giornalisticamente, come mestiere,
è deprecabile: lo stesso termine in più titoli “sbatte”. Ma si vede che la
desovietizzazione non è ancora arrivata in redazione.
Trump è in Italia inesorabilmente il tycoon, quanto
di più spregevole, dal “Foglio al “Manifesto”. Sa di vecchie zie, che non ammettevano
in casa dei nonni amici-amiche di scuole se-perché figli-e di commercianti –
“negozianti”.
Universale è anche, in Italia, il vilipendio della “borghesia”,
mentre non c’è altra classe: l’Italia è, da destra a sinistra, un paese
“tipicamente” piccolo borghese - checché voglia dire (acrimonioso?).
La Germania scassatissima, in recessione e senza
piani (salvo quello cervellotico dello spilungone Merz, che vuole farne una potenza
militare – la Germania?), se la prende con la Ue – peggio di Salvini. Il problema
dell’Europa non sarà la Germania? È un assunto anche facile da dimostrare, almeno
dalla riunificazione in poi – prima, la Germania di Bonn, con i russi a Berlino,
aveva bisogno di tutti, perfino dell’Italia. Ma non se ne parla. Neanche come
ipotesi.
Si celebra Natale a Betlemme, con gli auguri del
presidente israeliano Herzog. E un messaggio di auguri anche di Netanyahu. Che,
osannato dagli evangelici americani, i più sionisti, può anche dire che i cristiani
“solo da noi nella regione possono professare e prosperare”.
Naufragio su un barcone al largo della Tunisia, morte
“almeno 116 persone”. È la notizia della vigilia di Natale, dopo il papa, Betlemme,
la mensa di Sant’Egidio e Zelensky. Centosedici morti, che sono? Sono che l’Europa
ha bisogno di immigrati ma non sa ancora, dopo trent’anni che ne ha bisogno, organizzarne
i flussi. Dal 1997 ininterrottamente muoiono ogni anno in mare centinaia e poi
migliaia di migranti. Anche quattro o cinquemila l’anno tra la Libia, la Tunisia,
la Turchia e l’Italia o la Grecia. E niente. Che Europa è questa - o lo è sempre
stata, un piccolo uroboro, la “civilizzazione” è solo autoreferente?
Proteste e immigrazione, il pacifista Wilson come Trump
Il presidente americano della “diplomazia aperta” e
del pacifismo, professore di Scienze Politiche, promotore del “14 punti” e
della Società delle Nazioni, per un nuovo ordine mondiale basato su
trasparenza, autodeterminazione dei popoli e cooperazione internazionale,
deportava gli immigrati, come fa un secolo dopo Donald Trump. “Nel 1919, dopo
anni di sforzi per reprimere l’organizzazione sindacale e le agitazioni
socialiste dispiegando truppe federali nelle città americane o appoggiando la
formazione di gruppi di vigilanza nativisti, l’amministrazione Wilson ebbe l’idea
di radunare e deportare i militanti di sinistra. A partire da quel novembre, il
Procuratore Generale A. Mitchell Palmer – con l’assistenza di un ambizioso
funzionario ventiquattrenne del Dipartimento di Giustizia di nome J. Edgar
Hoover (direttore poi dell’Fbi per quarant’anni, dal 1924, n.d.r.) – organizzò
una serie di violente incursioni contro gruppi anarchici, comunisti, socialisti
e immigrati, radunando migliaia di persone, anche cittadini americani. Il 21
dicembre 1919 – 106 anni fa – un gruppo di 249 di questi dissidenti politici,
tra cui l’anarchica Emma Goldman e il suo amante Alexander Berkman, furono
stipati su una nave mercantile e inviati in Unione Sovietica”.
Una ricostruzione del 2011, che la rivista ripropone.
Come se, su certi terreni, il dissenso e l’immigrazione, l’America avesse
sempre usato la forza. Per la sindrome della cittadella assediata. Ma la ricostruzione
è anch’essa “americana”: l’espatrio forzato si risolse in una catastrofe ideale
per molti, confrontati dalla realtà sovietica - tra essi Emma Goldstein: questo
il succo della ricostruzione di Baker.
Russell Baker, Anarchists and Capitalists, “The
New York Review of Books”, 21 dicembre 2025, free online (leggibile anche in italiano,
Anarchici e capitalisti)
martedì 30 dicembre 2025
L'alcol libera
Eugenia,
amabile donna senz’altra attività che la cura del proprio benessere, si accorse
al compimento della media età dantesca, gustando con sorpresa i piaceri
rinnovati della vita multiforme, che non amava suo marito se non quando egli si
teneva discosto da lei. Il suo problema fu quindi di tenerlo lontano senza
rifiutarsi e offenderlo. Finché non addivenne alla soluzione: il dovere
adempiva nella ripetizione, senza lasciarsi andare, nel mentre che studiava
tempi e metodi. Si accorse così che egli diventava pressante quando non aveva
bevuto i suoi tre scotch. Il che avveniva il fine settimana e nelle vacanze. Ma
non era la vacanza la causa dell’effetto, bensì la mancanza di alcol, che il
marito, morigerato, associava nei feriali al dopo lavoro: finita la giornata,
si tirava su con il whisky, che fa bene anche alla circolazione, per non
esserle di peso con le angustie rutiniere, e dopo cena si appisolava. Allo
stesso effetto conducevano infatti le feste durante le vacanze.
Eugenia prese allora ad approntare scotch in gran numero, poiché voleva
bene a suo marito, e presto soddisfazione ebbe doppia: la conferma della sua
intuizione e il marito ideale senza il matrimonio.
La vecchiaia del nostro scontento
“Si chiusero gli
ultimi cinema, però si sono aperte librerie”. Senonché, le “librerie” sono
posti dove bere senza pagare le tasse. E non sono le sole brutte novità. Del resto,
libri perché? Non si scrive più, ci pensa il computer, figurarsi.
Un vecchio che è
uscito a protestare contro la chiusura del cinema Ideal, in piazza Jacinto Benavente,
si racconta. Sorpreso tra i compagni manifestanti da “uno di questi venti intempestivi
che ora mi assaltano con frequenza”, da più di uno, incontrollabili, puzzolenti
oltre che rumorosi. E poi non ricorda la strada di casa.
Uno scorreggione,
involontario, che è di tutte le manifestazioni. Ma non per questo triste, triste
è di ritrovarsi sempre più solo, con pochi sopravvissuti, “eravamo appena
quattro gatti”, quelli delle belle speranze rivoluzionarie. Da “inguaribile conservatore”
(ma “irredento conservatore”, come nell’originale, non suonava meglio, per un orecchio
italiano abitato all’irredentismo politico, nazionalistico?)
Un “viaggio del
nostro scontento” segue, trascinandosi, tra un marciapiedi, una piazza, un
giardino, una panchina. Con i venti che si tramutano in cacca. Tra tutto ciò
che gli altri passanti sorpassano senza notare e invece sono paracarri ostili. Le
biblioteche chiuse. Niente più arte nelle piazze, all’aperto e al chiuso - l’ultima
mostra s’intitolava “Sculture con l’olfatto”. Niente più fidanzatini.
Soprattutto deludono
gli “squilibrati”: nati in Giappone mezzo secolo fa, si aggirano promettenti anche
per Madrid, ma poi fanno ragionamenti assurdi, perfino vegetariani – una bistecca
bella alta… Ma ha infine ritrovato casa, riesce a entrarci pur avendo dimenticato
le chiavi, si può ripulire, e godersi anche il terrazzo. Senza problemi, dovesse
pure morire.
Un racconto
diseguale – lo humour scompare presto. La vecchiaia è brutta, ma ormai
si sa, e il mondo pure. Un omaggio alla memoria. Con una breve nota di Claudio Magris.
Mario Vargas
Llosa, I venti, Einaudi, pp. 96 € 14
lunedì 29 dicembre 2025
Problemi di base amorevoli bis - 894
spock
“Natale è la festa
dell’infanzia come l’estate”, Rosella Postorino?
“Non si dona per
fare il bene, si dona per essere amati”, Annie Ernaux?
“È una
sciagura terribile quella di non essere amati quando si ama; ma assai più
grande è quella di essere amati con passione quando non si ama più”, B. Constant?
“Se
l’azzeramento delle distanze non abbia ucciso anche il desiderio”, Paolo Rumiz?
“I pastori non
accarezzano mai i loro cani”, Ferdinand von Schirach?
“Le cose
migliori non sono cose”, Pietro Terzini?
spock@antiit.eu
L’Africa messa a nudo
“Ho lasciato l’Africa odiandola”. Un libro spaventoso
– coraggioso da parte dell’editore, ma terribile. Per molti aspetti oggi “scorretto”,
a partire dall’uso del “negro”. Scorrettisimo già all’epoca, 1933, per la violenza
verbale, eccezionale per un reportage. Ma onesto – diretto, realista. E
infine vero, al di là o al di sotto del colonialismo, per l’occhio ragionevolmente
critico che si vuole europeo. Se si conosce anche solo un poco l’Africa - quella
ancora di cinquant’anni fa, ma pure quella di oggi.
Un bagno di realtà. Sul colonialismo, sulla foresta e
sulla savana, sui riti e miti, e sulla povertà estrema, anche mentale. Di
colonizzati e di coloni. Sui tre colonialismi. Belga, iperburocratico. Inglese,
semplicemente - si direbbe sportivamente – razzista. E francese, disinvolto. Manca
l’italiano, ma non era meno inutile, in Libia ancora nel 1970 alla vigilia dell’espulsione,
in Somalia, in Eritrea che l’Etiopia negava, ad Addis Abeba al tempo del “comunista”
Menghistù, o del socialismo africano, al club Juventus. Dove ogni perversione,
in buona coscienza, è possibile. Specie a carico dei coloni, quelli che non
vogliono ammettere l’illusione.
E poi “non c’è una sola Africa. Ce ne sono un’infinità”.
Tutte illusorie: “La vera Africa, l’Africa spietata, cattiva, (è) quella per
cui la vita di migliaia di uomini non conta niente”. Si paga in banconote, che
non si conservano, l’umidità se le mangia – gli africani le regalano, pur di
avere in cambio una moneta. Si comprano macchine anche se non c’è la benzina. Le
mogli anche si comprano – è la maggiore materia di liti giudiziarie, fra genero
e suocero. Fiorente il commercio di “cose inutili”: amuleti e oggetti d’arte - “sculture
grossolane…. sedie sbilenche e altro ancora”. “In molti posti votano”. Tutto un po’ fake, si direbbe oggi.
Il capitolo iniziale, “Carichi umani”, è un quadro
irripetuto, ancora partecipato, simpatetico, degli emigranti poveri, la terza o
quarta classe, nelle grandi navi transoceaniche. Compresi i cinesi, che si
giocano tutto. Molti già i “bambini di cinque o sei anni che vbaggiano da soli”.
Anche loro “parte della grande confraternita dei migranti”. Che “non sono migliaia,
sono milioni”, nel 1933, “quelli che, dall’Oriente fino al Cile, sperano,
semrpe, sono milioni quelli che ripartono senza stancarsi”.
Una compilazione originale di Adelphi, nel quadro
della pubblicazione del tutto Simenon. Ena Marchi nella postfazione mette il giovane
Simenon in collegamento con Colette, che su “Le Matin” lo pubblicava e lo indirizzava.
E situa queste prose giornalistiche nell’epoca, gli anni 1932-1933, e in Simenon:
“Non sono mai stato tentato dall’esotismo”; “Non è stato certo il viaggio in Africa
a farmi diventare anticolonialista. Lo sono sempre stato. Per il semplice fatto
che il colonialismo attenta alla dignità dell’uomo”, anche del colono; “Io sono
un antirazzista convinto”.
Con un ricco portafoglio fotografico: 41 scatti dei
tanti che Simenon fece personalmente e si portò dietro dall’Africa. Di un’Africa
nuda, per lo più.
Georges Simenon, L’Africa che dicono misteriosa,
Adelphi, pp. 221 € 16
domenica 28 dicembre 2025
Letture - 601
letterautore
Courte maladie – È – era fino a qualche an fa
per conoscenza diretta – la causa di morte più frequente negli annunci mortuari
che si pubblicavano, numerosi, nei giornali locali nell’Africa occidentale ex
francese. Ora si trova in Simenon, nelle sparse corrispondenze che fece dell’Africa
nel 1932-33, dell’Africa occidentale, belga e francese – ma senza la menzione courte
maladie: frequenti casi di avvelenamento, attraverso pozioni di sciamano,
che invariabilmente finiscono in diarrea. Una sorta di colera ad individuum –
a Simenon l’Africa non piaceva, gli faceva paura, bianchi e neri (“negri”)
insieme, ma il fatto c’era.
T.S.Eliot - “Il poeta
fattosi londinese dal nativo Missouri” – Franco Ferrarotti, “1951: Oltre
l’Oceano”, 44.
Freud – “Nel
temperamento slavo come in quello ebraico – corrispondenza singolare – esiste
un vero e proprio gusto per la confessione più umiliante possibile”.
Corrispondenza non singolare per l’autore, Pierre Pachet, figlio di ebreo russo
francesizzato, nel racconto “Autobiografia di mio padre” – non singolare per
molti, anche ebrei non erranti. “Per alcuni dei miei vecchi compagni di studi”,
Pachet fa proseguire il padre, a Odessa, “ad esempio, la lettura di Dostoevskij
aveva agito come una specie di droga, come un siero della verità; ormai non
pensavano ad altro se non ad esibizioni deliziosamente mortificanti, a crimini
commessi per il piacere di doverli poi confessare, alla comunione più profonda
con l’anima bestiale del popolo. La psicoanalisi, per sua sfortuna, partecipa
di questa disposizione mentale”.
Guerra - Comincia col chiudersi,
nota indirettamente Pierre Pachet, letterato francese figlio di ebreo russo immigrato,
nella “Autobiografia di mio padre”, come la nave si libera della zavorra, in una
sintesi della storia della Francia nel 1939 che in Francia non si fa: “La Francia,
come una nave in balia delle onde, sembrava pronta a gettare in mare ogni cosa per
evitare il naufragio, innanzitutto gli stranieri, lo straniero: tutto poteva
essere sacrificato. La Spagna, la Cecoslovacchia, gli emigrati tedeschi,
l’odiosa Europa entrale, Danzica venivano lanciati in pasto agli squali”.
Natale – È dickensiano,
il Natale di Scrooge, può argomentare la pronipote Lucinda Dicjkens autrice di
un “Victorian Christmas”, a luigi Ippolito su “La Lettura”. Anzi vittoriano: “Allora
presero avvio i canti di Natale, o l’usanza dell’albero, introdotto dal principe
Albert, consorte della regina Vittoria”….. Molte cartoline natalizie han temi
vittoriani, le gente pensa sempre al Natale innevato come a quei tempi”, anche
se ora la neve è rara in città: “Manteniamo questa immagine del Natale
innevato, in gran parte dovuta proprio a Dickens”, e al “grande momento”
familiare, al “Canto di Natale”. A Scrooge, dunque. Indirettamente: “Dopo Dickens
il Natale è diventato di nuovo il momento della beneficenza”: donazioni,
concerti caritatevoli, pasti caldi, celebrativi e non.
Probabilmente è solo in Italia che si celebra ancora – ogni anno tra le resistenze
della “correzione” politica – nella forma come dice Niola, del presepe: “La
formalizzazione del presepe per come lo conosciamo avviene la notte del 24
dicembre 1223 a Greccio, in Sabina, regista il fraticello di Assisi” – è anche
vero, aggiunge l’antropologo, che “da quella prima Natività vivente discendono
simboli come contraddizioni di un’identità nazionale”.
Odessa – Un
focolare e una fucina ebraica brillante, la ricorda Pierre Pachet a inizio
Novecento nella “Autobiografia di mio padre” - p.19. Di una Russia ebraica: “A
Odessa si concentrava il fior fiore della gioventù giudaica, quei giovanotti
erano destinati a diventare capi rivoluzionari, o dirigenti sionisti, o grandi
artisti che avrebbero cambiato per sempre il mondo della pittura, del cinema,
della letteratura. In loro viveva la Russia: non si accontentavano più
dell’Yiddish, alcuni scrivevano in ebraico, tutti leggevano il russo e vi
scoprivano tesori”.
Adriano Olivetti – “L’uomo
che crede nelle idee” – Franco Ferrarotti, “1951: Oltre l’oceano” , 42, in
partenza per l’America”: “”Me ne vado. Lascio l’uomo che crede nelle idee,
atterrato dal primo infarto”.
Palabre – È in francese
discussione lunga – per lo più inconcludente – derivata dai conciliaboli o “assemblee”
di capi o altri eminenti delle tribù africane, per deliberare come tribunali,
in cause civili e penali, oppure su argomenti o interessi comunitari – un paio di
casi di palabres giudiziarie si trova in Simenon, “L’Africa che dicono misteriosa”.
La parola il Petit Robert fa derivare dal portoghese palavra, chiacchiera,
per lo più inconcludente.
Nella forma palaver la stessa parola portoghese è entrata nell’inglese,
attesta il Merriam-Webster. In questa forma fu adottata da Enzensberger nel
1967 per la raccolta di saggi politici sulla forma mediata della
comunicazione. Il libro fu famoso per ridicolizzare il “turismo della
rivoluzione” – tutti a Cuba. Ma il tema e il saggio principale era “Elementi
per una teoria dei media”: un’analisi preventiva dello sviluppo dei media elettronici
che ne rilevava il potenziale di condizionamento per fini occulti, di consumo, economico
o politico – in contrasto con la radiotherapie di Bertolt Brecht
mostrava con esempi di messaggi anonimi e dichiaratamente non politici fossero
in realtà pedagogici, per finalità occulte. Palabre come chiacchiera, ma
non senza conseguenze.
Panettone – Milano era “panettopoli”
già per Gadda, nota il linguista Antonelli su “7”. Ed è “tanto usuale a Milano
da non essere, per i milanesi, un dolce esclusivamente natalizio”. Antonelli può
citare una lettera di Manzoni al figlio Pietro, un 18 luglio del 1850, per chiedergli
“un panettone di tre o quattro libbre” -
lamentando anche che “ad Arona”, dove stava”, “con mia sorpresa, non se ne fa
altro che per il Natale”. La richiesta serviva per la moglie, Teresa Borri. Che
ne era ghiotta tanto da annotare, spiega Antonelli, “qualche anno prima nel suo
diario di essersi svegliata «bene panatonata», ovvero abbondantemente nutrita
di panettone a colazione”.
Vilfredo Pareto – “Il solitario
sociologo riparato a Cligny dopo la fuga della moglie con l’autista” - F.
Ferrarotti,”1951: Oltre l’oceano”, 19.
Rifugiati – “Per chi ama i
simboli, e la magia dei nomi, vale la pena di notare che l’inizio della guerra
coincise con la morte di due esiliati: Joyce in Svizzera, Freud in Inghilterra”,
Pierre Pachet, “Autobiografia di mio padre”, 54 –“due esiliati come tanti
altri”.
letterautore@antiit.eu
Non c’è Cina che tenga, Usa über alles
Contro ogni senso comune – non ci può essere una fine
subito, agli inizi, delle potenze se sono “emergenti” - una argomentazione non priva
di pezze d’appoggio. Anzi, nella scrittura che lo studioso adotta, una
conclusione a cui spingono fatti e dati. Che non mancano.
Il “sorpasso cinese” (sugli Stati Uniti come superpotenza
mondiale) era ipotesi fondata nel primo decennio del millennio. Quando il pil
cinese balzò da 12 al 41 per cento del pil americano: una progessione impressionante,
che avrebbe dovuto portare a pareggiare e superare il divario nei quindci anni
successivi.
Negli stessi anni crescevano tutti i Brics: India e
Brasile raddoppiavano il loro pil in percentuale di quello americano, e la
Russia faceva perfino di più, lo quadruplicava. Nel decennio successivo la rincorsa
è continuata, ma a ritmi e in proporzioni più contenute. Il 41 per cento cinese
galoppa ancora ma non raddoppia: nel 2020 è al 70 per cento del pil americano. E
in declino - nel 2024 è retrocesso al 64 per cento.
E non solo la Cina, scema il peso di tutto il mondo australe
nei cofronti dell’economia americana: Africa, America Latina e Sud-Est asiatico
riducono il loro pil combinato dal 90 al 70 per cento del pil americano.
La supremazia americana è confermata da tutti gli
altri indicatori (Beckley si limita a quelli economici, il confronto militare
non si pone nemmeno). I profitti del settore tecnologico sono ameircani per oltre
la metà del totale mondiale – sono cinesi per una percentuale minima, il 6 per
cento. Il dato più straordinario vede il mercato interno americano, il mercato
di consumo, maggiore di quello cinese ed europeo sommati. E poco dipendente dalle
esportazioni: l’America è il maggiore mercato al mondo per le esportazioni di
ogni altro paese o area, ma dipende poco dal commercio estero, dalle
esportazioni: l’export pesa per un decimo sul pil americano, su quello cinese per
il 30 per cento - la Cina è vulnerarabilissima ai dazi.
È il saggio di apertura della rivista. Beckley, un
professore di Scienza Politica, membro e animatore dell’American Entreprise
Institute, un think thank conservatore, trova un dato positivo, favorevole
agli Usa, anchne nel debito. Che come si sa è gigantesco, e cresce smodatamente
– anche prima del Trump 2. Il debito che conta, che incide sul valore della moneta
e sula fiducia dei mercati finanziari, è quello aggregato, pubblico e privato.
Che in America è elevato, il 250 per cento del pil (il doppio di quello ialiano,
per farsene un’idea), ma la Cina non sta meglio, e anzi molto peggio, col 300
per cento del pil.
Michael Buckley, The Stagnant Order and the End of
the Rising Powers, “Foreign Affairs” nov-dic.2025 (leggibile anche in italiano,
L’Ordine stagnante e la fine delle potenze emergenti)
sabato 27 dicembre 2025
Non ci resta che l’Africa
L’immigrazione in Europa è ancora
alimentata da Bangladesh e Pakistan, ma soprattutto è africana. Come lo è nel
resto del mondo, dagli Stati Uniti al Canada e all’Australia. Tenuto conto che
la demografia è da qualche anno ferma anche in Paesi di tradizionale
emigrazione, come il Messico e le Filippine.
Dall’Africa la spinta all’emigrazione
è sempre forte, e non si ridurrà – non ce ne sono i presupposti politici ed
economici. Alimentata anche da una demografia ancora galoppante. La popolazione
cresce in Africa ogni anno di un 2-2,5 per cento. Ora stimata in un miliardo e
mezzo, dovrebbe arrivare a 2 miliardi e mezzo nel 2050.
Il tasso di fertilità in Africa è sempre
stato elevato. Già a inizi Novecento era la terza popolazione più grande del
mondo, dopo Asia ed Europa. Le migliori condizioni igieniche e di nutrizione ne
hanno aiutato, e trent’anni fa, nel 1995, l’Africa diventava il secondo continente
più popoloso. Ora l’Asia si dibatte anch’essa con una crisi demografica, l’Africa
moltiplica le nascite – e cioè, permanendo le famiglie numerose e la povertà
diffusa, l’emigrazione.
Non ci resta che l’immigrazione
I governi sono ovunque, nell’emisfero
settentrionale, più o meno “sovranisti”, in teoria contrari all’immigrazione,
ma dappertutto aprono le frontiere (e dove le chiudono, negli Usa e in Germania,
è per “scegliersi” gli immigrati): per non fermare l’economia, e i servizi
sociali. A partire dalle pensioni, c’è bisogno di nuovo lavoro, e quindi, nel
deserto demografico del Nord del mondo, di immigrati - perfino il Giappone ha rotto ultimamente la secolare avversione, e ora ha tre milioni di lavoratori immigrati.
L’ultimo decreto del governo Meloni,
il 30 giugno, prevede nel triennio 2026-2028 l’ingresso di mezzo milioni di immigrati:
è un 10 per cento più del decreto precedente, dello stesso governo. La metà dei
nuovi assicurati Inps tra 2019 e 2024 sono immigrati. Il “made in Italy” è per
un quarto opera di immigrati – con punte del 40 per cento in agricoltura.
La Ue restringe il diritto di asilo,
ma perché comporta costi elevati. Mentre si moltiplicano gli accordi extra-Ue
per un’immigrazione controllata, sulla scia del Piano Mattei, sempre del governo
“sovranista” Meloni, con alcuni Paesi africani – la Germania con il Kenya, e tratta
con la Tanzania.
Trump avvicina Corea e Giappone
Il Giappone che si avvicina alla Corea
del Sud non è una novità da poco. Sarà una delle novità della presidenza Trump
che si maschera o non si afferra dietro la teatralità, ma è un fatto storico.
Ancora
nel maggio del 2024 Corea del Sud e Giappone si incontravano, ma per il tramite
della Cina di Xi. Come piccolo grande mercato asiatico, per coordinare i reciproci
interessi economici. Ora è diverso, Tokyo e Seul navigano di concerto, anche
militarmente.
Nel
2024 era Xi che provava ad appianare le storiche rivalità – ferme all’occupazione
giapponese nella seconda guerra mondiale.
Le relazioni tra Giappone e Corea del Sud emergevano da una crisi che, dalla
politica e dalla storia, era tracimata alle relazioni commerciali. Nel 2018 il
Giappone lamentava atti ostili della Corea del Sud in mare, tra schieramenti
militari. E l’anno successivo avviava un’offensiva commerciale, bloccando in pratica
le importazioni dalla Corea.
Di
fatto, le tensioni emergevano sempre dalla vecchia questione dell’occupazione
militare giapponese. Che ora, a iniziativa di Trump, sarebbe definitivamente accantonata,
se non sepolta.
Quando il lavoro era un tesoro
“Il lavoro dovrebbe essere una grande gioia”: O: “Il
lavoro solo ha trasformato il mondo”. Non è il sermone di un baccheettone, né
la furbizia del padrone che lo sfrutta. È il messaggio che un industriale che ci
credeva, al lavoro suo e a quello degli operai, per Natale lo elogiava e lo “prometteva”
– quando promettere un lavoro, anche ai figli dei dipendenti, era un regalo.
Nulla di speciale in questa picola pubblicazione. Non
un progetto arcano o rivoluzionario, o un aneddoto o evento speciale o particolare.
Un industriale parla per Natale ai suoi dipendenti. Per spiegare la situazione
dell’azienda, in fabbrica e nel mercato. Ma è un ebreo che sa festeggiare il
Natale senza riserve – “ci soffermeremo tutti, domani, volgendo il pensiero e
il cuore al messaggio di Gesù, a quel messaggio di verità e di amore che illuminò
un giorno il mondo”. Un industriale di successo che sempre onora la memoria del
padre Camillo, e ricorda il fratello collaboratore. Inalberando il titolo di
ingegnere che condivide coi i familiari. Sempre attento al luogo, alle radici, Ivrea e il Canavese, entro il grande mercato
del mondo. Tutte cose che oggi gli verrebbero imputate, familismo, provincialismo,
paternalismo. Una figura oggi impossibile: scandaloso, e probabilmente illegale
- quanti processi non gli avrebbero fatto?
Adriano Olivetti, Discorsi per il Natale,
Edizioni di Comunità, pp. 55 € 8
venerdì 26 dicembre 2025
Il riarmo è un circolo vizioso
Più difesa, più difesa: le armi
chiamano altre armi. Il riarmo può essere un circolo vizioso. Specie se su premesse deboli:
il riarmo può creare situazioni bellicose dove non c’erano.
Non è una novità, è il dilemma della
sicurezza preventiva, la securitization.
Succede
ora in Europa. L’Europa ha bisogno, non da ora, di una difesa comune, di una
politica e di strategie o piani militari di difesa comuni. Non giustapposte: organizzate e
programmate in un’ottica comune.
Non lo ha fatto. E non lo fa nemmeno
ora che ha deciso di riarmare, raddoppiando e anche triplicando la spesa. Lo fa
per motivazioni e con modalità da circolo vizioso della securitization.
In
questo ha ragione l’opposizione al riarmo. L’Europa si riarma contro una
minaccia della Russia che non c’è. E così facendo porta al “riarmo”
(ridefinizione delle strategie) della Russia contro l’Europa.
Gli ayatollah si appellano a Trump
Il regime iraniano non regge al riarmo, dopo la batosta israelo-americana di questa estate. Il partito del riarmo è praticamente scomparso: non si discute nemmeno come riprendere l’iniziativa a Teheran, ma solo come uscire dall’ipotesi riarmo, su tutte le piazze, Siria, Libano, Yemen. Dove ogni parte attiva risulta abbandonata, dall'armamento al coordinamento politico e militare. Il regime stesso in patria potrebbe essere uscito scosso dalla guerra, avendo perduto manifestamente la fiducia dei bazarì, il ceto finanziario-mercantile che in pratica lo ha portato al governo 45 anni fa - il mitizzato Teheran Sud. I bazarì hanno profittato largamente del regime di sanzioni cui le politiche degli ayatollah hanno condotto il regime. Ma ora i prezzi sono fuori controllo, la moneta non ha valore, i disagi si sono moltiplicati, e i malumori sono diffusi, anche tra i più pii seguaci del regime - sono gli stessi commercianti a protestare contro il carovita. E l’isolamento è un peso, più che una fonte di guadagno - con la Cina sì, ma con la Russia, Cuba e Venezuela non si fanno affari.
Qualcosa potrebbe essere già in atto anche
col governo americano. Per avere una qualche forma di assicurazione politica, con attenuazione delle sanzioni, in
cambio della rinuncia al nucleare, col rientro sotto i controlli dell’Aiea – una
ripresa degli accordi con la presidenza Trump del 2015.
In vista di un riarmo psicologico,
si riprende a Teheran la celebrazione della presidenza Rouhani negli anni 2010.
Un presidente che si era impegnato per la modernizzazione dell’economia, e
aveva promesso, e in parte promosso, una revisione dei diritti civili, a
cominciare dal diritto di famiglia. Avendo maturato in precedenza più di ogni
altro politico conoscenza dei problemi militari e strategici del paese. In suo
nome una discreta pubblicistica favorevole al disgelo è promossa anche nell’America
di Trump.
In passato le due potenze del Male non
avevano disdegnato i rapporti. Erano stati gli Stati Uniti in definitiva a consacrare
il khomeinismo nel 1978, abbandonando lo scià, già Grande Alleato, su
iniziativa personale del presidente Carter, col suo inviato speciale a Teheran,
gen. Huyser. Dopo la presa degli ostaggi da parte del khomeinismo radicale, e
la catastrofe Carter, col tentativo di liberare gli ostaggi e col sostegno a
Saddam Hussein per muovere guerra all’Iran, Reagan aveva ripreso i contatti, finiti
nello scandalo Iran-Contras. A lungo gli Stati Uniti, pur definendo l’Iran “potenza
del Male”, non hanno mai promosso iniziative contro - e probabilmente ne hanno
dissuaso Israele, la strategia degli “attacchi preventivi”. Favorendone il ruolo di
bilanciamento nella regione, avverso gli avventurismi arabi. Dapprima di Saddam
Hussein, con la guerra del Golfo, e poi dell’Arabia Saudita, con la lunga guerra
nello Yemen.
Poi i rapporti con l’Arabia sono
decisamene migliorati, dopo essere decisamente peggiorati, con l’accesso al
trono dell’ultimo re “saudita” (figlio di Abdelaziz el Saud, il fondatore del reame)
Salman, e di suo figlio principe ereditario Mohammed bin Salman. Dopo il giro
di walzer con la Cina, l’India, il Pakistan, e l’assassinio a Istanbul
del giornalista Jamal Kashoggi. Già con la presidenza Biden, ai primi di agosto
2022 - un’apertura di credito cui però Mohammed bin Salman resistette. Prima cioè degli
abbracci e accordi militari, economici e personali con Trump a maggio – affari da
150 miliardi e (forse) pace saudita con Israele (“accordi di Abramo”).
Via dei Matti a perdere
La mini-serie gioiello di musica, a tema ogni giorno
diverso, con Bollani al piano multigenere, jazz, classico, pop, e un ospite a
sorpresa, un nome in genere poco conosciuto, in genere di ricerca musicale,
abbandonata al riciclo. Cenni parlatutto, Bollani limitato a pochi accordi, poco
interessanti, Natale registrato a Ferragosto, in camiciola, abbronzati. Un buco
a perdere, venti minuti da riempire,
Questa Rai si progamma balordamente, a riempimento.
Due-tre sere di seguito di “Sandokan”, o di “Un professore”, dopo le “Imma
Tataranni” d’annata, e non, o gli innumerevoli “Montalbano” alla ennesima ripresa.
Stefano Bollani-Valentina Cenni, Via dei Matti n.0,
Rai 3, Raiplay
giovedì 25 dicembre 2025
Ombre - 804
“la Repubblica”,
in cima alle NOTIZIE DI GUERRA: “La guerra di Putin uccide in Finlandia: i lupi
sconfinano e fanno strage di renne”. Diavolo di zar, ha arruolato perfino i
lupi. E li ha ammaestrati, c’è riuscito.
Ma una seconda
NOTIZIA DI GUERRA incalza: “I cacciatori si sono dovuti arruolare e così questi
predatori si riproducono indisturbati e cercano cibo al di là della frontiera”.
Dare del predatore al lupo? Ma è scorretto, scorrettissimo - se lo sanno a
Bruxelles, dove il lupo è specie “strettamente protetta”, una “procedura
d’infrazione” sarà il minimo.
O allora: Merz e
Macron potrebbero arruolare contro Putin i loro lupi, perché no.
Senza dover essere d’accordo col leghista Salvini,
non ce n’è bisogno, basta la loro prosa che il giornale riproduce in facsimile:
ma dove li prendono questi giudici d’Abruzzo, del tribunale dei Minori poi,
dove si presume che abbiano un certo grado di umanità? E nozioni di pedagogia, di
psicologia. A parte gli appalti. Alla casa famiglia, che pubblicizzano al motto
che fuori di essa non c’è salvezza – l’orfanotrofio in piccolo, tolto alle
suore che lo facevano gratis. O quattro mesi di consulenza, a psicologi di
fiducia naturalmente. Contro bambini gioiosi e belli.
Meloni chiude – avrebbe chiuso – il consiglio dei
ministri, dopo lo scambio di auguri e regali, con un “Mi tocca pure rivedervi
presto”. Grande titolo di “la Repubblica”. Cioè, i lettori del giornale leggono
la battuta di Meloni come un vaffa ai suoi ministri? Da non credere.
Tanto ingenuo il comma o emendamento che voleva l’oro
della Banca d’Italia in capo al Tesoro non era. Si sarebbe ridotto
conseguentemente, e di parecchio, il “rischio Italia”, che fa cari i Bot – la presunzione
che l’Italia non possa reggere il suo debito pubblico, utile a estorcere tassi
alti d’interesse.
Ricorda Craxi, per i venticinque anni della morte, solo
Caterina Caselli, la “ragazza del Piper”, e di “Nessuno mi può giudicare”: “Quelle
idee socialiste (del padre, morto suicida, n.d.r.) mi sono rimaste dentro, sempre.
Molti anni dopo ho incontrato e apprezzato Bettino Craxi. La mia formazione, i
miei valori, sono quelli. Giustizia sociale e libertà”.
L’odio di Berlinguer ancora domina.
Silenzio anche su Anna Kuliscioff, morta cento anni
fa. Che pure era una bella donna. Silenzio anche dalle femministe, di cui pure
fu la prima. Sempre per l’odio berlingueriano – ma è vero che fu, russa,
antileninista. Se ne ricordano due giornalisti socialisti superstiti,
Tiziana Ferrario e Maurizio Punzo. E Fiorenza Taricone, Dottrine Politiche, confinata
a Cassino. Con bio anche gustose. Di cui non un cenno sui media.
Francesco Vanni d’Archirafi, presidente di Euroclear,
che costudisce gli attivi della banca centrale russa che Ursula von der Leyen
voleva sequestrare: “Clienti di tutto il mondo si fidano di Euroclear che
custodisce per loro 42 trilioni di euro di attivi. E ogni mese si affidano a
noi per transazioni finanziarie del valore pari a 132 volte la produzione economica
globale annua”. Possibile che lo sapesse solo Meloni? I “migliori cervelli” al “Sole”, “Corriere della
sera”, “la Repubblica” non lo sapevano?
Meta X, microchip, debutta in Borsa la settimana
scorsa e in cinque giorni si rivaluta del 700 per cento. Avendoci puntato mille
euro di “sudati risparmi” uno si ritrova in poche ore 700 mila euro. In un
paese comunista. È il mercato?
A transizione green avanzata, quest’anno il consumo
di carbone sarà record, il massimo di tutti i tempi, spiega l’Agenzia Internazionale
per l’Energia. E aumenterà (almeno) fino al 2030. Si giudica da questo l’irrilevanza
dell’Europa, che stringe la cinghia sull’energia, facendosela anche carissima,
a nessun effetto. Il mondo è grande, troppo per l’Europa?
Un giorno Daniela Polizzi spiega le ragioni di Mps su
Mediobanca e Generali: niente “concerto”, etc. Un giorno invece Ferrarella
chiama in causa il ministero dell’Economia, cioè la Lega, che si è fatta il
megapolo bancario gratis, a Milano, Mps-Mediobanca-Generali. Il “Corriere della
sera” fa un po’ di qua e un po’ di là – la famosa “politica dei due forni”. Non
ci sono colpe, solo vincitori.
E così, la Cina moltiplica i figli con la
“surrogata”. C’è chi ne ha qualche centinaio, e chi non sa quanti ne ha. Molti li
fanno negli Stati Uniti. Agenzie in Cina procurano anche ovociti di americane
belle per migliorare la razza. Fuffa o colonizzazione demografica? Si direbbe
fantascienza, si cita Philip K. Dick, ma è un fatto. Si direbbe una storiella
di Rodari, manca solo la rima. Ma qual è la morale? Si sottovaluta il
leninismo, lo statalismo.
I russi invece, i ricconi, se ne vanno in giro seminando
figli. Qualcuno l’abbiamo scoperto, un certo Durov, nomen omen,
“ultralibertario ma dirigista”, dice il giornale, che avrebbe 100 figli in12
paesi. Sta a vedere che la Russia ci prende con i figli, a nostra insaputa –
bisognerebbe avvertire le donne, a letto con un russo? per quanto ricco, finiranno collaborazioniste.
Pupi Avati, o miracolo a Bologna
È una sorta di fiaba natalizia questa “vita” di Pupi Avati, col fratello Vittorio che lo sostiene in tutto, e la sorella che li incoraggia da casa. Di uno che lascia il lavoro, con moglie e due figli, per “fare il cinema”. Pretestando incontri fuori Bologna per scappatelle a Roma, dove “si fa il cinema”, ma dove nessuno gli dà retta. Mentre suona il clarinetto, con Paolo Conte e anche Lucio Dalla, musica pop finto jazz, nei localini in Germania per fare soldi – salvo poi abbandonare il clarinetto,.racconta Conte con umorismo, perché quello veramente bravo era Dalla.
I primi film di un
umorismo greve che nessuno capiva e andava a vedere, “Balsamus, l’uomo di Satana”
e “Thomas e gli indemoniati – “ora sono cult”, può aggiungere sempre sornione
Vittorio, che cura l’economia dei film di Pupi, e la Cineteca di Bologna in
effetti prova a recuperare. Poi li restaura. E il successo, da “fuori ruolo” o
fuorisede – non “allineato” politicamente. Roba da non credere, un “miracolo a
Bologna”.
Mauro
Bartoli-Lorenzo K. Stanzani, Pupi Avati, che cinema la vita!. Rai
3, Raiplay
mercoledì 24 dicembre 2025
Macron o la grandeur a Mosca
Sarà la “pace di Macron”, del suo ego. Nell’alveo certo, della grandeur,
che a Parigi sfida vento e tempeste.
Macron che si invita a Mosca non porterà a nulla, già si sa. Ma non senza
danno: è dare ragione a Putin, la certificazione che l’Europa “non esiste”, si
dice a Roma. Il presidente francese, in
calo su tutti fronti, specialmente interni, politici, economici e di opinione,
ma anche esterni, in Africa e con la Cina (a Pechio l’altra settimana non ha
ottenuto nulla), va a Mosca rappresentare se stesso. Non Merz né Starmer, con i
quali non si è coordinato. E quanto al “resto” si sa che non lo considera
comunque.
Nel lungo reportage sul suo presidente, che ha redatto all’ultimo G7,
in Canada, dove si è recato espressamente per studiare Macron da vicino, lo
scrittore Emmanuel Carrère lo descrive così, a proposito di Meloni, di un “intervento
di Meloni”: “Meloni riassume il sentimento generale esclamando: «Non fatevi
illusioni, amici. Non è il 2 per cento del paese di Volodimir che (Putin) vuole
mangiarsi, è il 100 per cento e non si fermerà. Vuole restaurare il suo Impero.
Come se tu (posa la mano sul braccio di Macron) volessi che la metà del mondo fosse
tua perché prima erano colonie francesi, o tu (accenno con il mento verso
Starmer, ancora scosso dall’incidente della vigilia) il Commonwealth. E io,
guarda, già che ci siamo, e se ricostituissi l’impero romano?» Macron sorride
con indulgenza”.
L’“incidente della vigilia” era di Trump a cui cadevano per terra in giardino
alcuni foglietti, e di Starmer che si piegava a raccoglierli – senza che Trump
facesse il minimo movimento, o la sua scorta.
Il Natale impossibile di Pirandello
“Cerco un’anima,
in cui rivivere”, Gesù confessa a Pirandello in sogno la notte di Natale – “era
festa ovunque”. Dopo esserselo portato dietro per “una sterminata pianura”,
cespugli di rovi, “la morbida sabbia di una stretta spiaggia”, col mare di
fronte, e “di nuovo per le vie deserte di una grande città”. Pirandello non
raccoglie l’invito: “E la casa e i miei cari e i miei sogni?”. Non un rimprovero
in risposta, solo tristezza. E la fine del sogno: “È qui, è qui, Gesù, il mio
tormento!”, Pirandello si scusa con se stesso: “Qui, senza requie e senza posa,
debbo da mane a sera rompermi la testa”.
Un racconto breve,
un sogno, del 1896. Quattro anni dopo essersi stabilito a Roma, di ritorno dalla
Germania. Due anni dopo il matrimonio ad Agrigento. Un anno dopo la nascita del
primo figlio. E senza più, si supone, il sussidio paterno.
Pirandello si ricordava
molto religioso, bigotto, da bambino. Salvo perdere presto la fiducia nella chiesa
per un fatto minimo, una riffa truccata dal parroco per far vincere a lui,
Luigi, un’immaginetta sacra. Un aneddoto “piradelliano” – assortito da una professione
di forte religiosità intima, da una ricerca perpetua di misticismo.
Luigi Pirandello, Sogno
di Natale, “Novelle per un anno”, vol. II (free online)
martedì 23 dicembre 2025
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (618)
Giuseppe Leuzzi
La “mala del Brenta”, ricorda “La Lettura”, sembrava temibile
e invincibile ed è finita, molto presto, nel nulla. Come Vallanzasca. O l’Anonima
Sarda, che naturalmente era fatta di persone, note – svanita anche la balentìa
e altre mitizzazioni, dei figuranti sardi come Cossiga, pure ministro dell’Interno.
Bastano i Carabinieri. Al Sud invece non succede, c’è un motivo?
La Sacra Corona unita però sì,
quella è scomparsa poco dopo che si voleva nata - i servizi segreti hanno
optato per il tutto ‘ndrangheta.
Nelle polemiche d’inizio 1975
sull’aborto, Pasolini (contrario) ha a bersaglio fra i tanti il giurista Alfredo
De Marsico, ministro della Giustizia di Mussolini, parlamentare neo fascista.
Del quale, a somma ingiuria, dice: “D’altra parte De Marsico è un meridionale
piccolo e fragile: naturale quindi in lui una specie di patologico (e infine
omosessuale) culto della virilità”. Omosessuale rimosso, cioè, e meridionale: il peggio
del peggio.
Il Nord vince sempre,
anche quando perde
Sugli aiuti finanziari Ue
all’Ucraina, col debito comune invece che con la confisca degli attivi della
banca entrale russa in deposito a Bruxelles, i “nordici” che hanno perso – mai
debito comune – invece hanno vinto. Lo
certifica il “Corriere della sera”. Senza pregiudizio nordico – il Nord vince
sempre, d’autorità.
E il tutto, ancora “Corriere della
sera”, per merito del solerte cancelliere tedesco Friedrich Merz, personaggio straordinario,
eccetera. Il Nord vince sempre, tutte le battaglie.
Merz, insieme con Ursula von
der Leyen, Commissione di Bruxelles, aveva già pronti tutti i piani e li ha
portati all’approvazione del consiglio europeo, per manomettere il tesoro
russo.
Merz è il cancelliere che vede
il suo partito, la Democrazia Cristiana, surclassata nei sondaggi dopo ottant’anni
da un partito di estrema destra, Afd.
Al Sud le
università migliori, ma non diciamolo
Silenzio sui media, in
tema di graduatorie “dove si vive meglio”, eccetera, si scopre per caso che il rapporto
Censis, cui ogni anno riservano attenzione particolare (quest’anno sugli
italiani che a letto lo fanno spesso, e penserebbero solo a quello), fa una valutazione delle università italiane, e assegna il primo posto quest’anno, dopo
due anni consecutivi al terzo posto, a Unical, l’università della Calabria a
Cosenza-Rende.
Silenzio totale anche sul
fatto che tra le prime diciotto (università statali), la metà sono meridionali.
È la graduatoria
delle “grandi università”, cioè con un numero di iscritti compreso tra 20 e 40
mila. Al quinto posto viene Cagliari, al sesto Salerno. Al dodicesimo posto Messina.
E quindi, dal quindicesimo in poi, Campania Vanvitelli, Bari, Chieti e Pescara,
Catania.
Unical è primissima per le borse di studio, col punteggio di 110 su 110
– un primato assoluto, anche davanti ai “mega atenei” (sopra i 40 mila iscritti, Padova, Bologna, la
Sapienza). Questo in virtù di intese con la Regione Calabria – di cui beneficiano anche, con ottimi parametri, l’università Mediterranea di Reggio Calabria (110) e la Magna Grecia di Catanzaro
(108).
Nella categoria
servizi, che vede ancora Unical al primo posto, si tiene soprattutto conto dei pasti erogati e
degli alloggi per studenti, compresi i contributi per l’alloggio degli
studenti. Nonché dei contributi alla
mobilità internazionale, delle rassegne culturali, e dei luoghi e momenti di aggregazione
e socialità – cinema e attività sportive. Alla voce “internazionalizzazione” Unical assomma un
buon 78, mentre a quella “comunicazione e servizi digitali” sale al 94.
Il coefficiente
più curioso è della “occupabilità”, dei laureati che trovano lavoro a un anno
dal titolo: il tasso
sale dai 70 punti del 2023 a 75 nel 2024. Un dato notevole per una università che
si qualifica
soprattutto come “ascensore sociale”: tre su quattro sono i primi laureati in
famiglia.
Del tribalismo, o
delle radici
“Tribalismo e localismo. Ritrovarti
coi materiali che sono disponibili nel tuo ambiente”. E l’ambiente è agreste, un
po’ simile a quello della coppia a cui in Abruzzo i Carabinieri hanno tolto i bambini
e la patria potestà. “Ho viaggiato molto, ho sviluppato un talento per fare casa
e sentirmi a posto dappertutto. …Ora vivo della terra, in una comunità, facciamo
crescere il raccolto, abbiamo i polli, le mie radici stanno entrando
profondamente nella terra, sono davvero locali, non più internazionali, sono una
fan di tutto ciò che è locale. Perché penso che ciò che è locale trovi soluzioni
per i problemi generali”. È materia di autenticità. Comunque di autoriconoscimento,
e solidità. Di socievolezza, infine.
“la Repubblica” consente il panegirico
di sé a Oona Chaplin, in realtà Oona Castilla, perché nipote di Charlie Chaplin,
figlia della figlia Geraldine, ma non è senza fondamento. L’ubi consistam,
se non il “conosci te stesso”, o dell’autenticità, checché essa voglia dire, questa
forza è data dalle radici. E radicamento è nascita, da una madre sicuro, anche
spesso da un padre, fanciullezza, espressione – la prima lingua, “naturale”, familiare
e locale, il dialetto. E tornare indietro è comunque garanzia di esistere.
Senza complessi. Senza auto-rimproveri (self-deprecation), per il mal vissuto o il mal fatto. È anche una necessità. Un diritto-dovere all’esistenza. Contro i legami di ogni
sorta, intervenuti successivamente – ma pure contro i tribalismi aggressivi: un
arroccamento, se si vuole, ma come obbligo di difesa.
La questione della lingua
La
perdita di sé, l’abbandono del Sud, nasce con la questione della lingua, cioè del
dialetto. Comune in varia misura un po’ a tutta l’Italia, ma al Sud in forma
incisiva, radicale - “costituzionale”. Una normalità che implica la perdita di
“tutto”: il suono (soprattutto la vocalità), la sintassi, la grammatica, la saggezza
o rappresentazioni di sé (modi di dire, cadenze, tonalità). La normalizzazione
interviene – è il compito della scuola – contro ogni origjnalità espressiva e
con l’impoverimento della stessa. Che sarà sempre risentito come un limite,
anche se non detto, nemmeno a se stessi.
Fabrizio Bentivoglio, “Piccolo almanacco
dell’attore”, raccoglie anche memorie di esperienze, utili come lezione. Un ricordo
entra diretto in tema: ”Giorgio Strehler, quando vede un attore in difficoltà
su una battuta, gli chiede di tradurla nel suo dialetto d’origine e poi, dopo
averne colto l’autenticità del suono e del significato, di tradurla nuovamente
in italiano mantenendo quell’impronta”.
Sudismi\sadismi –
Gioia Tauro è una piaga
Presto, nel 1975, prima ancora
del porto, prima ancora che si parlasse di scavare un porto, Gioia Tauro, uno
dei posti più ricchi e intraprendenti dell’Italia, era un cesso. Lo ricorda a
futura memoria Pasolini in uno dei suoi famosi articoli sul “Corriere della
sera”, il 19 settembre 1975 (poi non ripreso nelle due collettanee della
sue collaborazione al quotidiano milanese, ora in “Pasolini e il «Corriere della
sera» 1960-1975”, p. 313 segg). A proposito di un’intervista del ministro dell’Industria
Donat Cattin, rilasciata a Piero Ottone, il direttore del “Corriere della
sera”, e da questi relegata al settimanale “Il Mondo”, “senza commenti e senza
nemmeno didascalie”. In cui afferma di possedere “documentazione degli abusi e
degli intrallazzi intorno a Gioia Tauro”. Documentazione, sintetizza Pasolini, “che
egli ha passato a un settimanale, e che questo settimanale non ha pubblicato
«perché sono coinvolti i socialisti»”. Pasolini si meravigliava che un ministro
democristiano potesse accusare di corruzione chicchessia. E che le sue accuse mandasse
ai giornali, il ministro, e non a una Procura della Repubblica”. Ma, a parte il
macostume politico, è un episodio che conferma la natura pregiudiziale della
“narrazione del Sud”.
Nella stessa intervista, non
richiesto, Donat Cattin fa invece l’elogio di Angelo Rovelli. Un faccendiere
trasformato in industriale chimico, per poter usufruire con la sua Sir dei
fondi pubblici, soprattutto in Calabria. Uno famoso
come il “Clark Gable della Brianza nelle balere”, poi diventato un intermediario
dei traffici finanziari pubblici (ma Scalfari progettò “la Repubblica” a un
certo punto, il “Le Monde” italiano, proprio con lui, sostenuto a quel punto da Andreotti) – in competizione con un Raffaele
Ursini, ex giovanotto di Reggio Calabria figlioccio a Milano di Michelangelo
Virgillito, un muratore che vinceva in Borsa, con l’aiuto pare della Madonna di
Paternò, provincia di Catania (allievo però di Attilio Marzollo da Vicenza, il
commissionario di Borsa che sparì con la grana, facendo impazzire Milano). Insomma, la crema. Per Rovelli, per poter finanziare Rovelli “a prescindere”,
la Dc farà arrestare tre anni dopo, poco più, il vertice della Banca d’Italia,
il governatore Paolo Baffi (non andò in carcere per l’età) e il direttore
generale Mario Sarcinelli. Il cinismo non difetta.
Il curatore di “Pasolini e il
«Corriere della sera»” lega questa accusa di Donat Cattin ai progetti per “la
creazione di un centro siderurgico, mai realizzato, e l’ampliamento del porto”.
Ma questi sono progetti successivi – il porto è un progetto del tutto nuovo, non
c’era porto a Gioia Tauro, i pescatori erano anche pochi, non si praticava la
pesca.
Cronache della differenza: Sicilia
“Si
trova in California la città dove si parla ancora siciliano”, trova “Men’s
Health”: Monterey, da un secolo. Dalle prime migrazioni siciliane negli Stati Uniti.
“Un luogo dedito alla pesca, soprattutto di sardine. I siciliani vi introdussero
la «lampara»”. La gente originaria della Sicilia negli anni 1940 era un terzo
della popolazione. Hanno continuato a parlare siciliano, e hanno tramandato gli
usi tradizionali, la cucina, le celebrazioni, in vita e in morte, e il dialetto.
Una
città di pescatori narrata da scrittori, Steinbeck, “Cannery Row” il più
famoso. Luogo di molti film, “Voglia di tenerezza”, “Basic Instinct”, “Forrest
Gump”.
“Io
sono siciliano”, Alain Elkann fa dire a Alfio, un suo personaggio di “Il silenzio
di Pound”, un giovane amico dell’autore che è andato a Venezia giusto per
incontrare il mutangolo Pound, e ne è confidente, in lunghe conversazioni al caffè:
“Io sono siciliano”, gli fa dire, “non sono americano o protestante. Non credo nell’etica
del lavoro, nei doveri e negli obblighi”. O non è al contrario, etica del
lavoro compresa?
Alice
Valeria Oliveri evoca “gli «ulissidi», come diceva Vincenzo Consolo, nato
vicino a Messina e morto a Milano, dei siciliani che se ne vanno a cercare il
loro futuro altrove, sia volontariamente che involontariamente, ma hanno un po’
sempre quella pulsione verso il nostos, il ritorno a casa, che non è
semplice perché nel frattempo l’isola è andata avanti”.
Quella
di Sciascia è quella della “stanza dello scirocco”. Lo spiega Marcelle Padovani,
che con Sciascia fece il libro intervista di grande successo “La Sicilia come
metafora”, sul “Robinson”: “Sciascia raccontò che i nobili siciliani e le
famiglie agiate scavavano nella roccia in prossimità delle fondamenta, per
realizzare la «stanza dello scirocco», uno spazio senza finestre dove
rifugiarsi per proteggersi dalla sabbia, dal vento e dall’afa. Una metafora del
carattere” dei siciliani.
Il
carattere “dei siciliani” come lo era di Sciascia? Sempre Padovani ricorda in
particolare: “Mi colpì di quell’uomo schivo e malinconico il fatto che nelle
tante volte che ci eravamo rivisti non mi avesse mai chiesto niente di me. Era
come se la mia vita ai suoi occhi non esistesse. O non gli interessasse”.
“Forse per discrezione”? “Non credo che si sentisse in imbarazzo, infatti
parlava molto di sé”.
Tanto scandalo del “Corriere della sera”, del suo columnist
principe, Gian Antonio Stella, su Agrigento capitale della cultura, e si tace
che la città ha un teatro Pirandello, che programma una dozzina di messinscena l’anno,
ed è affidato a una milanese, Roberta Torre. O che il sito archeologico è classificato
anche quest’anno il meglio custodito e valorizzato, in Italia e in Europa – il
più grande anche, d’Europa e del Mediterraneo, 1.300 ettari.
leuzzi@antiit.eu
Il morto vive nel cane amico
ll faccione simpatico
di Bill Murray e la grazia inalterabile di Naomi Watts, anche di fronte agli
ottanta chili di Apollo, un alano, che la tiene prigioniera delle sue uscite e
le mette a soqquadro l’appartamentino, fanno tutta la storia. Col contorno
delle mogli di Murray, professore di scrittura creativa e mentore di Naomi, a
sua volta insegnante di scrittura. L’ultima delle quali decreta che l’alano
debba restare nelle cure di Naomi, “figlia” prediletta, per espressa
insindacabile volontà di Murray, buontempone ma suicida. Da un romanzo-memoria di Sigrid Nunez.
La coabitazione
riuscirà, non c’è dubbio – supererà anche le ostilità del condominio. Ma non è
il solito, scontato, amore di cane, o quanto il cane è bello, buono, e ci
salva. È un epicedio, per la scomparsa di persona amata e ammirata, che non si
vuole o può ammettere – ne elide la memoria. Si fa così della disgrazia letizia,
l’inafferrabile anima si è trasferita al cane.
Scott
McGehee e David Siegel, L’amico fedele, Sky Cinema, Now
lunedì 22 dicembre 2025
Problemi di base - 893
spock
“Tutti i miei giorni sono degli
addii... La vita è una morte a ripetizione”, Chateaubriand?
“La verità ha
l’abitudine di rivelare se stessa”, Agatha Christie?
“Il
popolo non accede al palazzo che quando lo costruisce”, Jean Paul?
“Viviamo bene
e i tempi saranno buoni – noi siamo i tempi”, sant’Agostino?
“Se non sai
dove vuoi andare non c’è vento che ti ci porti”, Cristina Scocchia, Illycaffè?
“Il libero
deve crearsi da sé”, R. Wagner?
spock@antiit.eu
Un diritto d’asilo per pochi
La decisione della Ue di autorizzare l’individuazione del diritto d’asilo
dei migranti irregolari fuori dell’area Ue, fa parte di una revisione più generale del diritto internazionale in materia, di chi ha diritto all’asilo
politico. La revisione parte da un dato giuridico, la difficoltà di accertare
il diritto a fronte non tanto di atti di coercizione personale ma di regimi autoritari, più spesso però elettivi,
oppure di regimi autoritari con forte base giurisdizionale libera, di tribunali
cioè non politici. Per cui un esilio per motivi politici resta di difficile accertamento
rispetto a un’immigrazione volontaria.
In varie istanze, soprattutto all’Onu, si lavora intanto a ridefinire il
diritto d’asilo politico.
