martedì 31 marzo 2026
Lo smemorato della Passione
“«Si
chiamava Gesù, Gesù il Nazareno, e fu crocifisso non so bene per quale crimine.
Ponzio, ti ricordi di quell'uomo?». Ponzio Pilato aggrottò le sopracciglia e si
portò la mano alla fronte come chi cerca qualcosa nella propria memoria. Poi,
dopo qualche istante di silenzio, mormorò: «Gesù? Gesù il Nazareno? No, non mi
ricordo»”.
lunedì 30 marzo 2026
La storia è scritta
Tonino Di Matteo era stato colpito e isolato dalla fama di
jettatore. Nessuno gli parlò più alla Posta, dove era impiegato, né fuori in
paese. In realtà era uno scrittore, a margine dei timbri e degli infiniti moduli
in triplice copia scriveva. Era orgoglioso delle sue storie e le raccontava
agli amici. In un racconto immaginò che il monte Antico franasse sul paese, la
disgrazia si avverò, e il sospetto cominciò a insidiarlo. Tonino s’incupì,
volle tenere fede per rivalsa ai pettegolezzi e s’inventò brutte storie, le
quali si avverarono, più spesso che non: la bella moglie fedelissima del
farmacista che invece agognava il cognato ufficiale dell’esercito, e con lui se
ne fuggì, il benefattore usuraio, la fattura che portò alla demenza e alla
morte la fattucchiera. Egli stesso finì per considerarsi un menagramo,
concordando a considerare la sua attività non come l’intuito del poeta favorito
dagli dei, che vede oltre le forme della luce e ode oltre i suoni, ma come un
grumo di odio che s’insinua nell’ordine degli altri e lo scompagina. Finché,
non avendo più interlocutori a cui raccontare le storie, perdette anche il
piacere di scrivere. Passò prima i dieci, poi i venti anni migliori della vita,
i più succosi, quelli in cui l’uomo ingravida e prolifica, nell’atonia: la
Posta di giorno, la televisione la notte, Natale e Pasqua a pranzo dalla
sorella, agosto a Fiuggi.
A Fiuggi, uscendo un giorno dal Palazzo
della Fonte, immaginò distrattamente una storia. Non la scrisse, fu un racconto
che si raccontò, goloso di ripetizioni e abbelliture, mentalmente ogni
pomeriggio mentre lasciava scorrere le ore fra la pennichella e la cena, al
caffè, in piazza o al parco delle Terme. E lei si materializzò. La incrociò una
volta, due volte, la seguì, l’aspettò. Anche lei l’aspettava, e la prima volta
che si parlarono fu come se si riconoscessero. Era espansiva e calorosa,
dell’intenso calore dei febbricitanti, che lo accompagna anche ora, a distanza
dal rapido incedere del male che la minava e la stroncò.
Rinascita senza resurrezione
“Un
ragno porta guadagno, porta fortuna”. Non sarà il solo inconveniente della
famiglia di Roma Nord costretta dalle alterne fortune ad accettare, protestando
irriconoscente, la vecchia abitazione in un vecchio paese del vecchio compagno
di scuola senza fortune di famiglia e senza fortuna propria, che ora fa il giardiniere
al circolo del golf (ex) del milionario sfortunato. Marito dell’ex compagna di
scuola che ora fa la collaboratrice scolastica, cioè, per Roma Nord, indefettibilmente
“la bidella”.
Dal
solito fatto di cronaca, dei ricchi di Roma Nord che perdono risparmi e capitali
affidati a money manager truffaldini - in genere senza fantasia:
adottano il vecchio “schema Ponzi” (guadagni sempre molto, fino a che non hai
perso tutto). E dalla normale situazione di ricchi e poveri alla stessa scuola,
un tempo. Un’idea semplice e promettente, che Cortese sceneggia, con Moccia,
nei modi più scontati.
Ottimi
anche i ruoli: Cucinotta si abbassa a fare la bidella, romanesca, e ne fa un (suo primo?)
ruolo brillante, affiancata da un Memphis che sembra nato per quello. Paolo Ruffini
e Ilaria Spada fanno i pariolini cretini, e sembrano nati per quello – Ruffini anche
con la nasale toscana, per dire la puzza al naso. Ma non si ride – si dicono le
solite cose.
Fabrizio Maria Cortese, Poveri noi, Sky Cinema, Now
domenica 29 marzo 2026
Ombre - 817
Che tipo di terrorista è il cardinale
Pizzaballa, al punto da non consentirgli di celebrare Messa la domenica delle
Palme? Certo, Netanyahu non si vergogna di niente – per questo è famoso. Ma non
è solo: “un centinaio” gli oppositori in piazza a Gerusalemme, “un centinaio” a
Tel Aviv.
Nello stesso giorno l’esercito israeliano
uccide tre giornalisti in Libano, a sangue freddo, e gli Houthi geriscono dodici
soldati americani in una base sorvegliatissima in Arabia Saudita. Non è un ritratto
della guerra, ma lo è: è una guerra nata male che va a finire malissimo. Arrivano
i marines, si dice come si diceva quando arrivavano “i nostri”, ma sarebbe
un eccidio, di marines – occupare l’Iran, con i marines?
Accade di vedere Fo,
Feydeau e Plauto di seguito in teatro, e nessuno ride. E poi di leggere Alberto
Barbera, il direttore della Mostra del cinema di Venezia che dice: “Guardo
quattromila film all’anno (ma Zalone ancora mi manca?”. E si capisce il perché,
non ride neppure lui. O non si capisce, non sappiamo più ridere?
Non Trump ma Rubio, che ha o ha assunto
un’aria diplomatica, riservata, all’uscita dal G 7 con i colleghi dell’Occidente,
parla di Zelensky come di un avversario, per giunta bugiardo – “dice, l’ho
sentito io, insiste, ripete, ma non è vero”. Manca poco che gli Usa lo mandino
al plotone d’esecuzione. La guerra del resto gliel’hanno pagata (e un po’, probabile,
gliel’hanno anche fatta, non solo per lo spionaggio). L’America si è accorta che
con gli slavi la partita è sempre aperta.
Callas contro Rubio al G 7 (G 8, con la
Ue invece della Russia?). Callas – Estonia – che accusa gli Stati Uniti di non avere
fatto nulla per difendere l’Ucraina. Risposta ovvia. Mah, ci sono anche i Baltici nella Europa orientale, non solo gli
slavi.
Il papa americano che per la sua prima
visita in Europa sceglie Montecarlo significa che non ha capito nulla di Europa
– e con lui il suo cancelliere Parolin, l’indimenticato autore della mediazione tra
Russia e Ucraina (affidata al cardinale di strada Zuppi….). Che in Europa vige
l’ipocrisia, come sapeva a praticava il suo predecessore, anche lui americano
ma latino.
La Norvegia dei colossi, incubo dell’Italia
del calcio, che spesso umilia, iene battuta con semplicità dall’Olanda. Da
un’Olanda senza più fenomeni. Eccetto uno, Koopmeiners, che invece nella
Juventus, dopo averlo pagato, e pagarlo, a caro prezzo, non lo fanno nemmeno
giocare, se non per fare numero, tanto è inutile. Sarà questo Koopmeiners un
furbo, oppure è il famoso calcio made in Italy?
Ma il gruppo Antenna, a cui Elkann ha
ceduto Gedi, cioè “la Repubblica”, è un gruppo audiovisivo – di intrattenitori,
non di giornalisti. In pratica ha comprato (ha anche pagato, oltre ad assumersi
i debiti?) Deejay, Capital e le altre emittenti del gruppo Gedi. Nel quale la
sola “Repubblica” ha in organico 250 giornalisti – per fare un giornale da 50
mila lettori (con res e al 50 per cento,
essendo un giornale nazionale e non localizzato – non come il ”Corriere della
sera” a Milano, “il Messaggero” a Roma, “La Stampa” a Torino, “Il Mattino” a
Napoli).
Non si celebra Habermas in Germania
tanto quanto sui giornali italiani. Qua e là, curiosamente, non si ricorda che
è un sopravvissuto, giusto perché suo padre era un clinico e lo salvò dall’incenerimento:
nato con una malformazione alla bocca, era destinato al Programma T 4 di Hitler,
di “purificazione della razza”. Il destino di cui fu vittima un cugino di papa
Ratzinger, portato d’autorità “al sanatorio” e mai ritornato. Mentre capita di
leggere in contemporanea, su “7”, il pittore Baselitz, classe 1938, che solo
ricorda: “Non conosco nessuna famiglia, davvero nessuna, dove ci fosse resistenza.
Solo persone fiere di ciò che stava accadendo. I genitori erano orgogliosi dei
loro figli diventati soldati”.
Non suscita scandalo, e nemmeno curiosità,
che Israele abbia una lista di persone a da uccidere nel mondo. Nemmeno fra i
detrattori di Israele. Ci si abitua a tutto? L’odio (la critica si trasforma in
dio) si accumula, e si nasconde?
Una bella cosa non è. Nemmeno come
tattica bellica - rafforza il Nemico, lo moltiplica.
Mentre Netanyahu invade il Libano dopo Gaza (il sud del
Libano, fino al Litani), storici e politologi israeliani affermano e documentano
anche l’invasione della Cisgiordania. Con la tecnica delle infiltrazioni. Di un’avanguardia
di coloni armata, protetta da polizia, esercito e tribunali israeliani. E con l’arresto
indiscriminato di giovani e non più giovani palestinesi, possibili terroristi, In
un quadro di espulsione in massa. Possibile che in Israele bisogna avere una
cattedra universitaria per rendersi conto di cosa succede?
Dopo trent’anni e infiniti lutti lo Stato
rientra nelle telecomunicazioni. Era all’avanguardia nella cablatura, col
progetto Saturno della Stet-Sip, ha voluto bloccare tutto per privatizzare, e si
ritrova in mano una ex Sip fatta di niente, se non del nuovo progetto di cablatura.
Dopo trent’anni. Non è la sola privatizzazione sbagliata. Non si discutono in
Italia le privatizzazioni, perché volute e operate da Ciampi e Draghi. Ma la
buona volontà non basta.
Morte e resurrezione - una Pasqua al cinema
Un
Natale, o meglio una Pasqua, in abiti e situazioni borghesi, di (piccole)
speculazioni, (piccole) superchierie, (ingenui) battesimi-rivelazioni, e (piccolo)
femminismo d’epoca. Un uomo dabbene, solo abbandonato dalla moglie livorosa con
la quale condivide l’affido dei figli, è accusato di colpa nella morte
accidentale della figlia problematica, lasciata “cinque secondi” sola in canoa
per rispondere all’ennesima telefonata intimidatoria della ex moglie. Con richiesta
di risarcimento, da parte della ex moglie e dell’altro figlio, che la madre tiene
sotto custodia. Si fa per questo un processo, cui l’accusato, che ha
abbandonato per senso di colpa compagna e professione, per vivere isolato in un
tugurio, una stalla affittata come immobile d’epoca, in una campagna spoglia,
non ha nessuna voglia di partecipare per difendersi - ma poi ci va.
Un
racconto tanto semplice che sembra di vita vissuta - ma è anche una situazione
comune, a parte la morte accidentale. Sul quale Virzì ha imbastito un piccolo capolavoro.
Aiutato anche da un Mastandrea che sembra in ogni espressione la forma michelangiolesca
– perfetta – del colpevole-vittima.
Ingegnoso
l’innesto, a contrappuntare la miserevole vicenda di odi familiari, di un gruppetto
di giovani patiti che vogliono e fanno rifiorire i campi abbandonati, viti,
erbe e fiori. Capitanati da una “contessina toscanaccia”, personaggio anomalo,
ma Virzì dopotutto è ben toscano, ossia la ragazza adulta. Ruolo per il quale
ha dovuto ricorrere alla francese Galatéa Bellugi, che a trent’anni sa fare la
ventenne senza pensieri.
Paolo
Virzì, Cinque secondi, Sky Cinema, Now
sabato 28 marzo 2026
Il mondo com'è (493)
astolfo
Abate Barruel – Si può dire il padre
del complottismo – dello “stile paranoide” in politica, come lo chiama la Scienza
Politica. Il nome che tanto spesso ricorre nei romanzi di Eco è un gesuita
espulso dalla Francia nel 1783, per la soppressione dell’ordine da parte del
papa Clemente XIV, con la bolla “Redemptor”, che nella città libera di Amburgo
vent’anni più tardi, nel 1803, e nel generale contesto di reazione continentale
alla Rivoluzione francese, fu in grado di far stampare cinque volumi di
“Mémoires pour servir à l’histoire du Jacobinisme”, che divenne subito un classico.
Di elaborazione e “prova” della rivoluzione come cospirazione. Un primo caso –
il secondo in realtà, l’abate pubblicava dopo l’americano John Robison, che però
si era esibito in un solo volume, nel 1798, “Proofs of a Conspiracy against All
the Religions and Governments of Europe”. Come Robison (ma con più argomenti e
maggiore diffusione: la sua opera fu subito tradotta in inglese e pubblicata
sia a Londra che a New York), l’abate denunciava “una cospirazione tripla”. Ordita
cioè da anticristiani, massoni e Illuminati – la società segreta di Monaco di
Baviera, anni 1770, avversaria e concorrente della massoneria. Contro la religione
e la pace. “Dimostreremo ciò che è imperativo far sapere alle nazioni e ai loro
governanti”, premetteva l’abate: “A loro diremo: che ogni aspetto della Rivoluzione
francese, fin ai crimini più orribili, fu previsto, contemplato, architettato,
deciso, decretato; che tutto fu conseguenza della più profonda malvagità, e fu
preparato e prodotto da uomini che soli tirano le fila delle cospirazioni
intrecciate da tempo nelle società
segrete, e che sapevano come scegliere e accelerare i momenti favorevoli ai loro
piani. Sebbene nel quotidiano scorrere degli eventi storici siano capitate
circostanze che non sembravano in alcun modo effetto di cospirazioni, tuttavia
ci fu una causa con i suoi agenti segreti, che provocarono tali eventi, che
seppero come approfittare delle circostanze o perfino come far sì che venissero
in essere, e che indirizzarono ogni cosa al loro fine principale. Le
circostanze possono aver servito da pretesto e da occasione, ma la casa madre
della Rivoluzione, dei suoi grandi crimini, delle sue enormi atrocità, fu
sempre indipendente e autonoma, e consistette di complotti escogitati già da
lungo tempo e profondamente meditati”. Questa è la pagina iniziale, al volume
primo.
Manzoni, che lavorò
a lungo a una storia della rivoluzione francese in comparazione con la
rivoluzione italiana, senza arrivare a una stesura definitiva, di proposito
evitò l’abate Barruel e altre pubblicazioni analoghe – Manzoni morirà in odore
di giansenismo, se non di eresia, e comunque di sostenitore della Rivoluzione (la “Civiltà cattolica”, la pubblicazione dei gesuiti, non ne registrò nemmeno la
morte, e un anno dopo lo ricordò negativament.
Caboto – Scoprì il
baccalà. Ha, in breve, una biografia avventurosissima da Marco Belpoliti in “Nord
Nord”, p. 250: “Giovanni Caboto, un veneziano d’adozione, una delle vittime della
fama di Colombo, noto in Inghilterra come John Cabot, nato probabilmente a
Gaeta, anche se Kurlansky lo dà per genovese e lo suppone conoscente di
Colombo, anzi testimone di un suo trionfale ritorno dal secondo viaggio verso
le Indie. Caboto lavorava per il re d’Inghilterra ed esplorò le coste
settentrionali del Nord America in suo nome aprendo la strada alla
colonizzazione di quelle terre…. È lui che scopre la nuova fonte di merluzzo
nel 1497. In una lettera di tal Raimondo da Soncino al Duca di Milano si riferisce
che Caboto dice d’aver incontrato un
mare che pullula tanto di pesce da eclissare quello dell’Islanda: è la Terra Nuova
di cui parla Artusi. Uomo sfortunato, se ne partì di nuovo verso le terre scoperte.
Era l’anno 1498. E scomparve forse in mare. Nessun ne seppe più nulla”.
Complotto gesuita – Uno, reale, fu quello
di Guy Fawkes a Londra nel 1605 contro il Parlamento eletto e contro il re Giacomo
I, “La congiura delle polveri” o “Il tradimento dei gesuiti” (The Gunpowder
Plot - The Jesuit Treason). Nel
secolo seguente i gesuiti furono risentiti ovunque in Europa, anche nei paesi
cattolici, Portogallo, Spagna, Francia, Austria, Baviera, come un’organizzazione
troppo potente, in parte per essere collegati e influenti presso alcune case
regnanti, in parte perché messi nel mirino delle obbedienze massoniche. In Portogallo nel 1759 il marchese di Pombal,
massone, primo ministro, soppresse formalmente l’ordine, che l’anno prima aveva
accusato di ingerenza politica, e in particolare di essere coinvolti in un attentato
al re, Giuseppe I, attentato che forse non aveva avuto luogo, deportando i gesuiti
nelle Americhe e confiscandone i beni in Portogallo. Tre anni più tardi, nel
1762, i gesuiti vennero sotto accusa in Francia, alla corte di Luigi XV, aperta
agli Illuministi, in quanto “troppo potenti”. Nel 1767, cinque anni più tardi,
il re di Spagna Carlo III espulse i gesuiti col pretesto di “disobbedienza” alla
Corona – su pressione del partito del “regalismo”, che sosteneva il controllo
statale sula chiesa. Lo stesso fecero Giuseppe II a Vienna e il re di Napoli Ferdinando
IV. Nel 1773 il papa Clemente XIV soppresse l’ordine, con la bolla “Dominus ac
Redemptor”, sotto la pressione delle potenze cattoliche”, Austria, Spagna, Portogallo
– verso Prussia, Russia, la stessa Gran Bretagna, e per un breve tempo anche l’Olanda,
tutti paesi non cattolici. Senza argomenti
teologici, giusto “per ristabilire la pace nella Chiesa”. Dopo 41 anni, nel
1814, Pio VII ristabiliva l’ordine.
Ma la questione
non si risolse con la bolla di Pio VII. Nel 1820 era la Russia a ostracizzare i
gesuiti. Altri bandi li colpirono in Spagna, nel 1834 e nel 1932 – saranno riammessi
da Franco, nel 1938.
Ku Klux Klan – Prese
abbigliamento e liturgia dalla chiesa cattolica. Fondato a Natale del 1865, a
Pulaski, nel Tennessee, da un gruppo di
Democratici che avevano combattuto la guerra civile con la Confederazione
sudista, si pose nell’alveo evo del nativismo, avviato trent’anni prima, in ottica
di guerra di religione “nativistica” contro i nuovi immigrati irlandesi,
polacchi e austrotedeschi, cattolici. Adottando, Richard Hofstadter spiega ne
libello “Lo stile paranoide nella politica americana”, una sorta di liturgia
para-cattolica: “Il Ku Klux Klan imitò il cattolicesimo al punto da indossare paramenti
sacerdotali, sviluppare un elaborato rituale e un’altrettanto elaborata
gerarchia”.
Nativismo – Nasce in America
con questo nome nel 1844, ma era già pratica corrente da circa un secolo, da
molto prima della rivoluzione indipendentista, e s’intendeva a protezione dei coloni,
non dei nativi americani. Dei coloni di origine britannica, contro gli immigrati
di altra nazionalità dall’Europa. In particolare contro i tedeschi, i
cosiddetti Pennsylvania Dutch. Si diffuse nel primo Ottocento, subito dopo la
paranoia del complotto massonico, in funzione anticattolica – contro
l’immigrazione irlandese e di lingua tedesca, di tedeschi e austriaci. Un
movimento contro il cattolicesimo, inteso come una cospirazione contro certi valori,
un certo stile di vita.
Due personaggi in
particolare l’animarono. Uno era l’inventore del telegrafo, nonché pittore di
grido, Samuel Finley Breese Morse – il cui padre, Jedidiah, si era già affermato
come denunciatore degli Illuminati, la setta bavarese. L’influenza del cattolicesimo,
perniciosa per la “libertà degli americani”, Morse denunciava dappertutto, nel
1835, col libello “Foreign Conspiracy against the Liberties of the United States”.
Nel mondo della Restaurazione, l’America si ergeva baluardo di libertà
politiche e religiose, e per questo stesso fatto si riteneva – si diceva - bersaglio
inevitabile di papi e despoti. Principalmente del principe di Metternich: “L’Austria
agisce oggi nel nostro Paese…Fa viaggiare per tutto il Paese i suoi missionari
gesuiti, li ha ben riforniti di denaro, ne ha creato una fontana intera perché
non sono mai al secco”. Presto qualche rampollo degli Asburgo verrà insediato
come imperatore degli Stati Uniti, eccetera.
Sempre contro
Metternich, sempre nel 1835, scese in campo anche Lyman Beecher – il padre di
Harriett Beecher Stowe, che sarà l’autrice della “Capanna dello zio Tom”. Con
un pamphlet che intitolò “A Plea for the West”: La battaglia è stata
ingaggiata dai cattolici nel Grande West, argomentava, il futuro del Paese, una
vasta marea di immigrati, ostile alle libere istituzioni, occupa il West, moltiplicando
le violenze, riempiendo le carceri, affollando gli ospizi, moltiplicando le tasse,
mandando “al timone del nostro Paese mani inesperte”. Tutto opera dei gesuiti,
organizzati da Metternich. A differenza di Morse, Beecher disapprovava la violazione
dei diritti civili dei cattolici e gli incendi dei conventi, ma invitava i
protestanti a una più intensa militanza.
L’anno dopo, nel
1836, usciva “il libro probabilmente più letto negli Stati Uniti in quel periodo”
(R. Hofstadter,”Lo stile paranoide nella politica americana”), presuntamente di
una canadese ventenne, Maria Monk: “Awful Disclosures”. Un concentrato di
nefandezze conventuali da “monaca di Monza”, che Maria Monk avrebbe vissuto in
prima persona, per sette anni, dai tredici ai venti anni. Libero accesso a
preti e monaci, anche attraverso tunnel segreti, gravidanze à gogo, neonati
schiacciati, affogati o strangolati alla nascita, poi bruciati etc. Monk cadde
presto in disgrazia: subito dopo la pubblicazione del libro, nell’ottobre dello
stesso 1836, un editore newyorchese di giornali protestanti, il col. William
Leete Stone, fece svolgere un’indagine nel convento teatro delle nefandezze
narrate, da cui risultò che l’autrice non c’era mai stata. Ma le “Awful
Disclosures of Maria Monk, or The Hidden Secrets of a Nun’s Life in a
Convent Exposed” fu il libro più letto negli
Stati Uniti - prima della “Capanna dello Zio Tom”. Tanto da consentire
grosse percentuali di diritti d’autore, che scatenarono tra gli aventi diritto,
veri o presunti, molteplici cause. Maria Monk, che da ragazza era stata in manicomio,
visse e morì in miseria – morì presto, nel 1849, di delirium tremens nell’ospedale
del penitenziario di Roosevelt Island, dove era stata carcerata per furto.
astolfo@antiit.eu
A Milano è sempre resurrezione
Longhi
rifà il “Miracolo a Milano” di De Sica e Zavattini molto diverso da quello
“poetico” originale, ma sulla doppia traccia che De Sica stesso enunciava ai
cronisti che lo avevano scovato sul set milanese – prima quindi del montaggio
del film, della storia come poi si è veduta: “Milano non sa quanta materia di
cinema contenga”. E spiegava: “Di cinema realista e poetico: la sua gente,
voglio dire, e anche il suo paesaggio, eguale e livellato: questo Prato
dell’Ortica, questi treni che passano a ogni minuto, queste baracche
rappezzate, con sullo sfondo i falansteri di cemento, zeppi di
uomini-formiche”. Montandolo come un dramma, più che come la commediola
fiabesca originale. Rimpolpandola come uno storione di Milano quale era e come
è cambiata. Nelle statistiche, più volte aggiornate, nei modi (i personaggi),
nel linguaggio. La Milano com’era e com’è facendo culminare in un sermoncino
della Madunina, scesa dal pinnacolo del Duomo per celebrarla. Celebrare la
città e insieme spronarla, nella lingua che ha dimenticato o trascura, e anche,
nella stessa lingua, per ammonirla.
Il
miracolo di De Sica e Zavattini ripreso a teatro, per una doppia celebrazione, dei 75 anni del film e degli ottanta del
“Piccolo”, l’istituzione milanese voluta da Paolo Grassi e Giorgio Strehler, il
primo teatro stabile d’Italia – oggi forte di ben tre sale, la Grassi e il
Teatro Studio Melato oltre al Teatro Strehler, e di una scuola di recitazione
ambita. Molto manipolato da Longhi. Che ha preso il film di De Sica
e Zavattini, con l’idea del riscatto, della rigenerazione, al lume della bontà, e con alcuni personaggi, alcuni aneddoti, partendo dalla scoperta
iniziale della bontà sotto il cavolo, e il funerale del vecchio, ma come un
canovaccio. Sul quale ha innestato numeri, canzoni, eventi storici, buoni propositi
e inevitabili fallimenti, fantasie, racconti, per uno straordinario spettacolo d’attualità.
Sui
due binari indicati da De Sica un altro tipo di spettacolo, che ha più del grand
opéra che della fiaba originale. Il poetico diventa didattico o anche
magico, o stregonesco. Il reale, il mondo piccolo dei senza dimora
marginalizzato, che diventa invece attore e in qualche modo protagonista del
cambiamento – del “miracolo” economico, che la statistica periodicamente
accerta e fa valere in scena. Con molti arricchimenti. Totò il Buono, il santo
miracoloso del film, è rimpolpato dalle fantasie adolescenziali di Peer Gynt,
con Ibsen quindi (Ibsen in esilio volontario a Ischia, libero da nebbie e
ubbie) sovrapposto a De Sica e Zavattini – una performance straordinaria
di Guanciale. Sulla base del didatticismo alla Brecht – “vi spieghiamo cosa
state vedendo”. E con una spruzzata, verbale invece che pittorica, di
milanesità (a opera del linguista Gino Cervi - anche quando si tratta di versi
di Zavattini, tradotti dal luzzarese: è un recupero, Milano ha dimenticato il
dialetto), alla maniera delle figurine di Bruegel il Vecchio, “Proverbi
fiamminghi”. Il film era di caratteri,
il miracolo di Longhi è di cose - con sconfinamenti inevitabili nella
speculazione edilizia, un tormentone (dei cappelli, per la verità
sinonimo meridionale di notabili). Ma nel quadro di una celebrazione
eccezionale della città, ieri e oggi.
Uno
spettacolo ambizioso, con molta storia e affollati cambi di scena, di
personaggi, di situazioni. Con scene, costumi e ritmi alla Brecht, di un teatro
che immediatamente si autodenuncia o autodenuda – la solita bugia del “questa è
realtà, non finzione”. In una spettacolarizzazione alla Ronconi, alla cui
scuola Longhi si ascrive. Per una recitazione tumultuosa e svelta di tre ore
abbondanti. Retta da un cast che non si dà soste, tra cambi di costume, di
ruoli, di età, di dizione, di fisico e di psicologia. Attorno al mattatore Lino
Guanciale, Totò il Buono, un gruppo ristretto e indiavolato, ognuno con
tre-quattro ruoli da rappresentare: Daniele Cavone Felicioni, Michele Dell’Utri, Diana
Manea, Mario Pirrello, Sara Putignano, Giulia Trivero. In cima, all’inizio e alla
fine, nel ruolo naturalmente di Lolotte, la fatina della favola, Giulia
Lazzarini, la sola milanese, novantenne. Gli allievi della scuola di teatro
aiutano al “tutto è scena”, che è la verità di Brecht, all’ingresso,
nell’intervallo, e soprattutto in scena, ognuno con cinque-sei cambi di
personaggio e di costume. I costumi-non costumi - non disegnati cioè ma in mock-up,
modelli messi su tentativamente dalle sarte con i materiali disponibili – di Gianluca
Sbicca (“le vestizioni sono 235”) sono parte vivente dello spettacolo.
Con un buonissimo programma di sala (consultabile online
liberamente), ricco di molte foto di scena, e di vari saggi, di Valentina
Fortichiari e altri specialisti di Zavattini e di Milano.
Curiosa
opera di non milanesi, anche qui come nel film, su Milano: Paolo Di Paolo, Lino
Guanciale e Longhi - solo Longhi si può dire, come già Zavattini all’epoca,
milanese d’adozione. Che si fa concludere con una vibrata reprimenda\esortazione
dalla “bela Madunina”, scesa dal cielo del Duomo, “tuta d’ora e piscinina”. Programmata
a coronamento dello sforzo ormai quinquennale di Milano di riappropriarsi del “Miracolo”
di De Sica e Zavattini, all’epoca, 1951, materia di polemiche anche aspre.
Questa volta i milanesi hanno apprezzato, lo spettacolo è andato subito esaurito,
e se ne fanno recite straordinarie.
Claudio Longhi, Miracolo a Milano, Teatro Strehler, Milano
venerdì 27 marzo 2026
Problemi di base veritieri - 907
spock
È saggio chi è
sciocco?
È sciocco chi
è saggio?
Se non c’è la
verità tutto è possibile?
Oppure
impossibile?
È vero quello
che è falso?
È falso quello
che è vero?
spock@antiit.eu
Pilato, il primo procuratore e giudice
Il
Procuratore di Venezia, ex, sostituto Procuratore, vecchio Liberale, di quando
c’erano i Liberali del Partito Liberale, seppure allo zoo, specie protetta,
rifà il processo a Gesù sulle carte otto-novecentesche, di studi, analisi, ipotesi,
perplessità e conclusioni non conclusive della vicenda, otto-novecenteschi. Non
da storico dilettante, ma da giurista inquirente. Partendo dalla tesi, fra i
tanti che se ne sono occupati, “di Weiss e Schweitzer, che Gesù avesse del
regno di Dio una concezione esclusivamente escatologica, e che fosse
completamente indifferente alle vicende di questo mondo”. Come dire: fate di me
quello che volete, non me ne importa (Weiss non si sa, ma Albert Schweitzer
sono ben 700 e più pagine per arrivare a questa conclusione).
Una
serie di risvolti gialli si susseguono, che non vale rivelare. Ma chi vuole
Gesù a morte è detto subito: Ponzio Pilato - prefetto della Giudea e non
“procuratore”. Cioè Roma. Soldati romani lo catturarono – addirittura una
coorte. E perché nel Getsemani, di notte? Qui altri due gialli si sommano. L’unica
cosa che si può dire è che al riesame, semplice, del Vangeli, il “deicidio”
sembra invenzione del solo Matteo.
Perché
condannare Gesù? Questo si può dire: troppo popolare a Gerusalemme, appena vi
era entrato, e poi col passaggio al Tempio. Tutto in pochi giorni, in poche
ore. C’era una guerriglia in corso anti-romana, degli zeloti, patrioti ebrei,
oggi diremmo terroristi, e Pilato non si fidava. Gesù non può essere stato
condannato dal sinedrio ebraico, che le condanne a morte comminava per
lapidazione. La crocefissione era “pena capitale tipicamente romana”, e fu
operata da soldati romani. L’arresto sul Getsemani era stato operato da una
coorte – addirittura – romana. E alle nove del mattino il prefetto Pilato era ad
aspettare il reo – “Pilato era già là ad aspettarlo. Era l’ora terza” –
all’apertura dell’orario d’ufficio.
La
crocefissione, attestata anche da Tacito e Flavio Giuseppe, era pena terribile,
oltre che infamante: “Cicerone la definiva «crudelissimum teterrimumque suppplicium», il più crudele e odioso dei
supplizi, Era una morte riservata agli schiavi turbolenti e ai provinciali
ribelli”. Con la flagellazione, “che riduceva il corpo a una massa
sanguinolenta, idonea ad attirare insetti e rapaci durante l’agonia”. E il
sovraccarico del patibulum, “una trave pesante che sarebbe stata posta
trasversalmente sul palo”. Fino al “Golgotha, luogo del cranio” - altrimenti
ignoto. Romana anche la constatazione della morte, nel caso di Gesù con la
lancia infilata nel costato – normalmente si faceva spezzando le gambe delle
vittime, per sollecitare eventuali contrazioni spasmiche. La controprova della
condanna romana, da parte di Pilato, arriva dopo la morte, quando sarà sempre
Pilato ad autorizzare l’onorata sepoltura del crocifisso all’uso ebraico - da
parte di Giuseppe d’Arimatea.
Pilato,
insomma, un grande imbroglio. “Ad esempio, il gesto di lavarsi le mani è
sicuramente una interpolazione, trattandosi di un rituale puramente ebraico estraneo
alla mentalità romana” – qui con qualche dubbio: i romani non si lavavano? Ancora
peggio gli è andata, aggiunge Nordio, con “gli Acta Pilati e tuti i libelli
agiografici fioriti nei decenni successivi, che giunsero alla beatificazione di
questo mediocre burocrate arrivista e della moglie visionaria. Se non fosse stato
per Gesù, il suo nome sarebbe quasi sparito (è menzionato da Tacito e da Flavio Giuseppe)”.
Non
è finita: perché solo Gesù e non anche i discepoli, che pure lo seguivano
armati – lo erano anche la notte sul Getsemani? E qui insorge il problema Giuda:
un discepolo che si vendeva per 30 denari - comunque non pagati dal Sinedrio,
dagli ebrei? Non si sa, ma altre ipotesi
sono più convincenti, soprattutto quella politica (era Giuda uno zelota, un
militante nazionalista) e quella spionistica.
Un
giallo dai molteplici fili, con qualche ricaduta critica sugli stessi Vangeli,
su Matteo specialmente, e su Giovanni. Un passatempo, forse, del Procuratore in
pensione, ma pieno di cose: il problema Gesù, il problema Giuda, il problema
Ponzio Pilato. Di argomentazioni convincenti, seppure di problemi sempre
aperti. E pieno di cose, seppure in poche pagine.
A
p. 40 c’è tutto, quello che un buon investigatore deve sapere: “Quando il
predicatore arrivò a Gerusalemme, durante il periodo pasquale ricco di fermenti
e di tensioni, la vigilanza fu intensificata. Il sospetto diventò certezza
quando Gesù, con la sua irruzione al Tempio, entrò in conflitto con l’apparato
sacerdotale, e soprattutto quando cominciò a circolare l’avvento di un nuovo
regno. Poco importava che nella visione del suo ideatore questa realtà fosse
squisitamente spirituale ed escatologica: nella cultura ebraica il Messia era anche
un condottiero militare che avrebbe riportato Israele alle sue primitive
grandezze”.
Carlo
Nordio,
Processo a Gesù, Il Foglio, p. 64 € 1,50
giovedì 26 marzo 2026
C’è della follia nel metodo Trump
Dopo il Venezuela, il Grande Pacificatore Trump è partito all’assalto dell’Iran. Per farne una cittadella democratica? Un avamposto dell’Occidente – senza velo? Un vassallo d’Israele? Per fare un favore alle petromonarchie, sue amiche e benefattrici (i.d. sunniti contro sciiti)? Per far raddoppiare il prezzo della benzina? Non si sa. Forse soltanto fuorviato dai suoi (non eccellenti) servizi segreti. Forse dall’ignoranza (Khamenei come Maduro). Forse dal suo amico Netanyahu. E ora penserà che abbaiando penultimatum spaventa quattro pretonzoli. Mentre si sa, si vede, che più la guerra dura meglio gli ayatollah si sentono.
Si potrebbe anche pensare che il dealer per eccellenza, il venditore di polizze, questa volta ha toppato. Ma non senza conseguenze: un mese di bombardamenti e assassinii eccellenti e niente - solo mezzo mondo nei guai, specie i più poveri e deboli (con la favola delle petromonarchie disvelata - e Kiev? abbandonata alle 3 M, Macron, Meloni, Merz?).
Tanto furbo e fortunato in affari, tanto maldestro, il presidente degli
Stati Uniti, nell’universo mondo, che è vasto e vario. L’Iran, attaccato
proditoriamente due volte, a giugno e a febbraio, da Trump con Netanyahu, nel
mezzo, in teoria, di un negoziato, venderà cara la pelle. Che altro deve fare?
Attaccare il nemico di sorpresa mentre è venuto a trattare non si è mai
fatto, e quindi – porterà bene o porterà male?
LeMay l'incendiario, col napalm e con l’atomica
Come
la Usaf, l’aviazione americana, passò dai bombardamenti casuali del primo uso bellico
degli aerei nella Grande Guerra, e in quella di Spagna, ad attacchi mirati, diurni
e non notturni (terrificanti), da alta quota, di precisione, su stabilimenti
nemici di produzione. Una strategia che obbediva a un’idea ancora onorevole della
guerra, oggi si direbbe di impegno civile, se non morale. Dei comandi della Usaf
negli anni 1930. Autodefinitisi “Bomber Mafia”. Una strategia che si rafforzò nel
secondo conflitto, grazie anche a un nuovo e più preciso sistema di puntamento,
il Norden. E a un bombardiere, il Boeing B-29, che volava sicuro ad alta quota,
benché solo di giorno, e a lungo raggio – sarà quello di Hiroshima e Nagasaki. Ma
fu soppiantata negli Stati Maggiori dal generale Curtis LeMay, teorico del
napalm. Della distruzione totale e inconsiderata.
“Bomber Mafia” era
stato inizialmente una denominazione peggiorativa, tra le forze armate
americane, per i diplomati della scuola d’aviazione, la Air Corps Tactical
School di Langley, in Virginia, che sapevano, e comunque sostenevano, che la
guerra moderna sarebbe stata essenzialmente aerea. Gli stessi però che, alla
prospettiva di un’ecatombe di civili provocata dall’alto, provarono a sostituire
un piano d’azione basato su attacchi mirati e controllati. Forti, nella seconda
guerra mondiale, di un sistema di puntamento affinato, il Norden, e di un bombardiere
a lungo raggio e di grande portata, detto Superfortress, il Boeing B-29, per il
volo diurno, ad alta quota – lo stesso che bombarderà Hiroshima e Nagasaki.
Alcuni attacchi sull’irraggiungibile
Giappone sembrarono efficaci: la conquista delle isole Marianne, su cui
costruire piste per i B-29 diretti in Giappone, i raid sulle fabbriche di
cuscinetti a sfere per colpire la macchina bellica nipponica, la sorvolata avventurosa
del monte Fuji per bombardare e fabbriche dei caccia nipponici. Senza perdite o quasi. Ma l’America aveva fretta
e il 6 gennaio 1945 sostituì i comandi della Bomber Mafia con il generale Curtis
Emerson LeMay, 38 anni. Presentato come “eroe dei bombardamenti in Germania”,
in realtà teorico e autore della riconquista delle isole del Pacifico con poca
spesa, con bombe incendiarie a tappeto. Una tattica
omicida, di un generale imberbe, il cui credo era “non ci sono civili innocenti”.
Pur sapendo la verità: “Se non vinciamo, saremo criminali di guerra”.
La sua strategia
era semplice: replicare dall’alto il terremoto che nel 1923 aveva polverizzato
mezzo Giappone, da Tokyo a Yokohama, le scintille delle scosse avendo provocato l’incendio
indomabile delle abitazioni, fatte di legno e di cartone, e l’incenerimento
degli abitanti. In sette mesi LeMay distrusse in Giappone
64 città con le bombe incendiarie, e Hiroshima e Nagasaki con l’atomica, un milione
di morti.
“Gli
scienziati, i generali e i piloti che volevano cambiare le sorti della seconda
guerra mondiale” è il sottotitolo. Più prosaicamente: il passaggio dell’Usaf al
napalm, e alla bomba atomica. Alla vittoria, ma niente di onorevole.
Malcom
Gladwell, Bomber Mafia, Utet, pp. 238 € 20
mercoledì 25 marzo 2026
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (628)
Giuseppe Leuzzi
Si celebra Bossi come uno statista. Come quello che ha
rinfrescato, rinnovato, il linguaggio politico. Mentre lo ha pornizzato.
Ammorbando la politica, ridotta all’interesse del più forte – che altro è la “questione
settentrionale” di cui gli si fa merito?
Se ne sono dimenticate le
farneticazoni, se ne celebra l’oratoria, sporca, coi coglioni sul piatto.
Che abbia avuto seguito,
questo è un fatto. Ma questa è la “questione” – non è un monumento.
Capita di rivedere per caso
“Aprile”, il film a episodi di Nanni Moretti. Di cui uno è lo Sposalizio del
Mare, a Venezia, una dette “sacre” cerimonie della Lega. Folklore. Ma si prendevano
sul serio -avevano fatto anche i carri armati, di carta pesta.
L’Italia ha portato con sé,
fino all’entrata nella cosidd etta modernità, una consapevole tradizione di
autonomismi locali in cui il Nord contava ben poco” – Marco Belpoliti, “Nord
Nord”, p. 14.
Istantanee mafia
Nelle mafie fuori sede, tipo
Roma Capitale, e ora il clan Senese, o Delmastro - uno di Biella… - viene sempre
fuori una foto compromettente. Non a letto ma a tavola, al ristorante. Ora di Delmastro
appunto, biellese, e della ex consigliera del ministero della Giustizia Bartolozzi.
Un po’come quella di un uomo dei servizi segreti che si voleva costringere alle
dimissioni, Mancini, con Renzi. Ma più complessa: tutti attorno a un tavolo, e
il tavolo “aperto”, per una foto che inquadri tutti. Insomma professionale. Non
rubata da un cameriere – oppure rubata da un cameriere, ma con arte. Al tempo
di Mafia Capitale quella di Buzzi, l’ex galeotto comunista creatore di
cooperative di ex carcerati per la Lega delle Cooperative, a tavola col sindaco
di Roma ex missino Alemano – poi per questo condannato (Buzzi invece è stato
assolto).
Nelle mafie radicate c’è un profluvio
d’intercettazioni. Romanzi. Anche storici, per anni e decenni, prima che si
proceda con lo scandalo e\o gli arresti – anche qualche condanna, bisogna dire
la verità, dopo qualche decennio d’intercettazioni (i mafiosi più che altro
sono attori, di una sorta di pantomimo sadico). Fuori sede invece c’è la manina
che, sapiente, immortala lo scatto.
Insomma, non è che i tanti
corpi antimafia siano collusi o distratti. Hanno i loro tempi e metodi.
La lingua del
dialetto
Ingeborg Bachmann ha il
“dialetto delle lingue”, alla fine del lungo intervento (ora pubblicato come saggio
a sé stante nella raccolta “A occhi aperti”) intitolato “Diario in pubblico” e
scritto per una rivista letteraria cosmopolita, “europea”, italo-franco-tedesca
che poi non ha visto la luce. Prospettando unificante sotto il trilinguismo del
progetto, “la fiducia nel dialetto delle lingue, la fiducia di ciò che in esso
vi è di traducibile, e in ciò che vi rimane di intraducibile”.
Perché siamo il linguaggio.
La cui prima espressione è dialettale. Circoscritta e quindi limitata, poco evoluta
e quindi modernizzabile, poiché è il linguaggio di una comunità comunque ristretta,
ridotta, e conservativa (ripetitiva) più che innovativa (inventiva). È la radice,
una delle radici – il “mio” mondo era ed è Graz, la Carinzia, non Vienna.
Anche la scrittura Bachman
vuole “dialettale” invece che cosmopolita – sempre in “Diario in pubblico”, (“A occhi aperti”, p. 121): “L’unica cosa certa
è che lo scrittore cerca un idioma suo proprio all’interno di quelli della lingua,
aspira a un suo dialetto e a una dialettica, i quali contano entrambi su di lui
come loro possibile rappresentante su cui appoggiarsi”.
Milano senza più lingua
– e senza più cuore
Milano cura da alcuni anni, da
quando il film ha fatto i settant’anni, nel 2012, il recupero come memoria
propria della grande opera dei poveri che fu il film di De Sica e Zavattini nel
1951, “Miracolo a Milano”. Che la città allora ricevette di malumore, e anzi
osteggiò. Convegni sul film, e su De Sica e Zavattini, si succedono, studi si
promuovono, targhe nei luoghi delle riprese e aiuole e piazzette dedicate agli
artisti, Paolo Stoppa, Anna Catena etc., si moltiplicano. Da ultimo il direttore
del Piccolo di Milano, del teatro e della scuola di teatro, ha voluto onorare i
75 anni del film, e insieme della nascita del Piccolo, con una mega-produzione
teatrale delle storie e i tempi del film. Forte della partecipazione della
decana dei palcoscenici, Giulia Lazzarini, peraltro milanese doc, di Lino
Guanciale nei panni di Totò il buono, il personaggio di Zavattini attorno a cui
gira il “miracolo”, e degli allievi della scuola di teatro. Per una composita -
seriosa e allegra – riduzione teatrale.
Riduzione per modo di dire.
Giacché Guanciale si è assunto, con Paolo Di Paolo, il ruolo del vecchio
dramaturg delle corti tedesche del Settecento: ha innestato nella sceneggiatura
del film altri elementi: la figura del ragazzo donchisciottesco di Ibsen, “Peer
Gynt”, il racconto di Zavattini che è il soggetto del film, “Totò il Buono”, e
la corrispondenza tra Zavattini e Totò, che, allora giovane, era la “persona” sulla
quale il racconto era stato calibrato. Insieme, Di Paolo e Guanciale hanno anche
pubblicato il loro rifacimento – di cui il sito ha già dato conto. E la
pubblicazione hanno fatto precedere da una prefazione di Ferruccio de Bortoli.
Breve, due cartelle. Ma fulminante, come suole dirsi delle rivelazioni.
Ferruccio, che è anche il solo milanese del progetto-riproposta, spiega che Milano
non ha più lingua: “Oggi nessuno parla più il dialetto”. Cosa che il
viaggiatore anche frettoloso constata: i cinesi si parlano in “cinese”, i siciliani
in siciliano, i calabresi in calabrese. Al contrario, p.es., che a Roma, dove
tutti, anche l’immigrato dell’ultima ora, propone una sua koiné romanesca.
De Bortoli lo nota per complimentarsi
per lo spettacolo, che invece ripropone la milanesità. Questo, nota, “è
meraviglioso in sé”. Ma lo nota scoraggiato: “Se potessimo non solo sognare ma
anche vivere ogni giorno parlandoci in un dialetto che sembra scomparso – per
giunta quello di una città che non è incline a guardare il cielo, a coltivare
illusioni – allora si aprirebbe uno spiraglio di civiltà dei sentimenti che
abbiamo perduto nel tempo”. La sua nota avendo aperto col viale Tibaldi, dove
all’epoca del film “c’era la Centrale del latte e non l’estensione avveniristica
della Bocconi….. il campus universitario degli architetti giapponesi Kazuyo
Sejima e Ryūe Nishizawa”. Dove, “proprio lì, nell’anonimo viale Tibaldi che il
milanese percorre in auto come fosse un’autostrada urbana, un’umanità dolente
ma composta si accalca… in coda silenziosa per ricevere un aiuto dai volontari
di Pane Quotidiano”. Nella “semiperiferia, grigia, nebbiosa, informe. Brutta”,
una “lunga fila di persone, ingrossatasi a dismisura in questi anni di povertà
nascosta in una città che non se ne vergogna a sufficienza”. Immigrati, e
“nuovi poveri italiani”. Per i quali de Bortoli immagina quanto volentieri
volerebbero via, “a cavallo di una scopa, se mai ce l’avessero”. Ma “senza
peraltro sorridere”: i poveri degli anni cinquanta “erano tutti uguali, nella
buona e nella cattiva sorte”, e “avevano più libertà di sognare”, gli “invisibili”
di oggi no, la città non dà al neopovero alcuna opportunità “di risalire la
china della disperazione”.
Cronache della
differenza: Puglia
Del Salento Goffredo Fofi fa,
sorpreso, una lunga lista di intellettuali di peso a fine Novecento in
“Arcipelago Sud”, trattando di Rina Durane: Durante stessa, Carmelo Bene, Vittorio
Bodini, Oreste Macrì, Tomaso Fiore.
Grikò. “Il Salento è stato colonizzato dai Greci e c’è una parte dell’interno
che ancora parla questo dialetto che i greci di oggi non capiscono” – G. Fofi,
“Arcipelago Sud”, p.\101. Come non capiscono, per la verità, il greco classico,
quello che si studia al classico – non nella pronuncia standardizzata per i
classici.
Tutto il meridione, non solo il
Salento, era “greco”, “colonizzato” dai Greci, prima di diventare “romano”: il
Salento è stato più a lungo e con più convinzione bizantino.
La “scoperta” del Salento però
è recente – roba di due o tre decenni. Il Salento “fino a vent’anni fa”, primi
Duemila, “era quasi sconosciuto, nelle mie estati salentine incrociavo solo due
milanesi come me (allora arrivavo da Milano), innamorati del Salento: Maria
Corti e Vanni Scheiwiller” – G. Fofi, “Arcipelago Sud”, 102 - … Io li conoscevo
da Milano e ci si ritrovava, spesso ospiti di un piccolo editore, Piero Manni,
regolarmente più o meno a Ferragosto, e ci chiamavano «i milanesi»”.
Con Rina Durante, Fofi celebra
anche Cecilia Mangini, fotografa e documentarista, partendo dai lavori di
Pasolini a Roma, Pratolini a Firenze, Ernesto de Martino in Puglia - “una
figura molto insolita nel cinema del tempo, non solo italiano”. Da sola o in collaborazione,
in una seconda fase, con Lino Del Fra. Poi ancora da sola: “Essere donne”,
“Felice Natale”, sugli eccessi del consumismo, “Tommaso”, il giovane del Sud al
Nord, “La scelta” (l’eutanasia), e nel 2013, da ultimo, “In Viaggio con
Cecilia”, per mostrare il “grande balzo”
della Puglia.
Ne “Il brigante di Tacca del
lupo” il bolognese Bacchelli ha dedicato pregevoli brani al Gargano. Con una
padronanza della Capitanata come se ci fosse nato. Il titolo originario del
racconto, 1936, è “Campagna contro i briganti”, a puntate su “L’illustrazione
italiana”. Racconta l’ultima fas e del brigantaggio, 1863-1864. La provincia di
Foggia era stata teatro di scontri violenti, che avevano attratto l’attenzione
più di altri, dei tanti che si inseguirono nella campagna.
Non ha (più) grande memoria di Rodolfo Valentino. ”il
principale attore cinematografico americano, e quindi del mondo”, dell’epoca
del muto, “che era di origine pugliese, il bell’italiano che ballava il tango
nei ‘Quattro cavalieri dell’Apocalisse’ e in tanti altri film”. Fofi lo ricorda
a proposito di Gilda Mignonette, una cantante napoletana rivale di Elvira Donnarumma,
che, emigrata in America per cantare alle feste italo-americane, vi “scrisse e
cantò una canzone famosa, ‘Povero Valentino’, un lamento per la morte di Rodolfo
Valentino”.
leuzzi@antiit.eu
Il sogno della vita
La
vita incantata di Will of the Mill – il racconto è già nel titolo originale.
Bambino e poi ragazzo nel mulino lungo il fiume sopra la valle, poi stazione di
posta, poi rifugio per escursionisti. Curioso dei mondi a valle, tema di
tanti racconti dei viaggiatori. Dai quali però, dopo le prime coinvolgenti esperienze,
si ritrae. Imprenditore capace. Innamorato. Che all’amore decide di non
concedersi, per non farlo deperire. In dialogo costante con le acque, i fiori,
gli alberi, le stelle. Fino a che il Cavaliere Morte non gli si para dinnanzi.
Un
racconto curioso – specie per l’avventuroso Stevenson: la favola della vita
piena sebbene non vissuta. Come se fosse più piena perché non sprecata.
Un
racconto che nel fluviale Stevenson è un capolavoro di scrittura, rimeditata: si
direbbe la scrittura che prende rilievo sul niente, come suole ma qui piena di
un non si sa che cosa che è la vita: Will pratica nei sentimenti la tecnica indiana
della ritenzione nel rapporto sessuale, i momenti migliori fermano allo zenit.
Robert
Louis Robinson, Will del Mulino, Adelphi, pp. 62 € 5
martedì 24 marzo 2026
Secondi pensieri - 580
zeulig
Ambiguità – “È come uno specchio che rifletta uno
specchio che rifletta un altro secchio ancora”, è riflessione di Thomas Mann in
visita in Texas dal linguista e filologo indo-europeo Prokosch, l’autore di
“The History of Indo-European Languages” - in una conversazione raccolta da Prokosch
figlio, Frederic, in “Voci”, 125. Specialmente intesa, e rivendicata, per la creazione
artistica: “L’opera d’arte deve riflettere l’ambiguità che è nell’anima dell’artista,
ma l’ambiguità dell’opera d’arte è ben diversa da quella dell’artista, sebbene
l’ambiguità dell’una rispecchi l’ambiguità dell’altro…”.
Ambiguo – l’ambiguità vuole ambiguità?
Complessità – È in fisica concetto di forte
valenza conoscitiva: è la scoperta- l’esistenza- di equilibri multipli. Basta
rompere le “simmetrie delle repliche”, individuare la “simmetria nascosta”. Che
sono, matematicamente, infinite – tante quanti i dati, o le ipotesi di ricerca.
Complesso è complicato. Ma anche imprevedibile. E quindi, in fondo,
inconoscibile. Una constatazione di irriducibilità della realtà - la materia
oscura, anche minima, subatomica. Dell’inafferrabilità della vita. Per la
fisica e per la scienza in genere.
L’intelligenza artificiale, che pure si vuole maiuscola, ne è la controprova:
un recipiente pieno di cose preesistenti – per quanto numerose, a milioni, a miliardi.
Dignità -L’uso della parola dignità (a proposito della “buona
morte”, n.d.r.) mi ha sempre irritato”, protesta lo scrittore Michel Houellebcq
su “La Lettura”: “La dignità viene evocata di continuo, a sproposito. Si parla
di dignità per dire che si è ancora in buono stato, presentabili, insomma non
tropo ripugnanti per gli altri. Ma non è affatto il senso filosofico,
tradizionale, della dignità. Normalmente la dignità è qualcosa che non si può
perdere, quale che sia il proprio stato di salute. Mentre la dignità, oggi, è
legata al controllo delle proprie facoltà di espressione”.
Della vita social – altrimenti non è.
Egemonia – Quella “culturale”
si direbbe una sindrome, a carattere fascistoide, proprio del partito Comunista
– io e il mio Dio. Di cui si fa autore Gramsci. Mentre ricorre in Gramsci una
sola volta nelle migliaia di pagine dei “Quaderni”, e in funzione del tutto
accidentale.
Vale
la pena citarne il luogo, per dirne l’incidentalità. È al § 3 del “Quaderno 29”,
ca 1935, sotto il titolo: “Focolai di irradiazione di innovazioni linguistiche
nella tradizione e di un conformismo nazionale linguistico nelle grandi masse
nazionali”: Il conformismo non fa il paio con una “egemonia”, né culturale né
politica.
Questa
la notazione, come ripresa da Andrea Minuz, “Egemonia senza cultura”: “Ogni
volta che affiora, in un modo o nell’altro, la quistione della linga, significa
che si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e allargamento
della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri
tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia
culturale”.
Freud – Freud in Africa? Anche in Asia - in India p.es., o in
Cina. Anche tra gli alienatissimi coreani o giapponesi.
Inadeguatezza – Trova il su acme in Groddeck, “il
medico massaggiatore Georg Groddeck, direttore di una clinica di Baden-Baden”.
Nella pratica e nel “Libro dell’Es”, per tutto quello che ha scritto “ha sempre
avuto in serbo la grande risata dell’inadeguatezza” – Ingeborg Bachmann, appunto
pubblicato postumo, nella raccolta “A occhi aperti”, p. 203: “Inadaguatezza
come risorsa terapeutica della psicoanalisi?” “Dell’inadeguatezza sua propria”,
continua Bachmann, “di quella degli esseri umani, o degli scrittori; di alcuni
come Goethe o Ibsen, ha dato splendide interpretazioni irriverenti perché
coraggiose”, e sempre rispettose.
Intellettualità – Ne senso di privilegio, se non di prevalenza,
si direbbe fascistoide, autoritaria - notabilare. Una sorta di patente autorilasciata
di autorevolezza. La intelligencja sovietica, da cui è fatta derivare,
era un orpello. In regime democratico si presume una prevalenza della riflessione,
degli studi, sulla funzione, che dà autorevolezza – capacità di guida, leadership.
Intelligenza artificiale – Ma è un digesto,
più propriamente un digest, la rimasticazione di quanto è stato detto, o
è dicibile attorno a un termine, una questione, un evento, un mondo.
L’esperimento del “Foglio”, di far fare il giornale all’intelligenza artificiale,
lodato e vantato, non diceva nulla – se non che è inutile leggere il giornale?
È roba da burocrazia - se una pratica risponde agli (innumerevoli)
requisiti richiesti. Da compito in classe. Da “conversazione all’inglese” – di rimasticature,
laterali (uhm, ehm, il tempo, il tè, il prato).
Scienza – È vera, nel senso che i suoi procedimenti sono giusti,
corretti, e gli altri sono sbagliati. Ma la verità non è mai evidente. Il probabilismo
introdotto da Boltzmann, spiega il Nobel Parisi in “Le simmetrie nascoste”, “il
caso molecolare che si “regolamenta” è nelle “possibilità”, per di più
“partendo dall’assunto che la condizione iniziale fosse «casuale»…. suscitò critiche feroci di fisici estremamente
capaci, tra cui il giovane Max Planck,, che successivamente si convertì al punto
di vista probabilistico introdotto da Boltzmann,… Altre critiche furono fatte da
fisici – come Ernst Mach, collega di Boltzmann all’università di Vienna e
considerato da Albert Einstein un suo ispiratore – che negavano l’esistenza stessa
dell’atomo” (mentre la politica gli dava ragione, si diverte a commentare
Parisi: nel 1909, a Mosca, in “Materialismo ed empiriocriticismo”, Lenin
“attacca Mach difendendo l’atomismo che era all’alba della teoria di Boltzmann”).
Perfezione - “La perfezione non è raggiungibile,
anche se è stata resa dimostrabile” – I. Bachmann, “Preparazione a un’antologia
di poesie di B. Brecht”, appunto manoscritto, ora in “A occhi aperti”, p. 231.
Umanità – “L’essere umano è notoriamente un essere oscuro.
L’inesplorato restiamo noi. L’Es” – I. Bachmann, “Georg Groddeck”, frammento,
ora in “A occhi aperti”, p. 205.
zeulgi@antiit.eu
La massa oscura del potere immodificabile
Il giorno che il giornale dei giudici, “la Repubblica”, trionfa col No
al referendum, lo stesso giorno viene venduto per la terza o quarta volta, senza
prezzo, come un giocattolo arrugginito. Senza autocritica. Ma con un senso evidente,
infine, sotto le tante acrobazie. C’è un mondo “conservatore”, che il
quotidiano di Scalfari ha imposto come unico e solo, e anche progressista, che
una volta si chiamava Democrazia Cristiana, e poi si è suddiviso tra destra e
sinistra, Berlusconi e Prodi, Pd e Forza Italia, Pd e Fratelli d’Italia, ma che
in certi momenti vota in massa unito, come se ubbidisse a un comando o a una strategia.
Oggi viva i giudici, e vaffa i giornali.
Data la massa, e l’evidenza, del movimento, si è tentati di dire che
viene agito. Ma da chi? Dalla chiesa no, non più – oggi si saprebbe. È come se
fosse agita da un cervello formattato, “democristiano”. Democristiano per dire “di
tutto, di più”, come la Rai suo araldo, “ma senza capo” (fecero la festa perfino
al mitissimo De Gasperi). Sicuramente si sposta in blocco – chiunque abbia esperienza
del voto ammnistrativo, per il sindaco, a contatto stretto con la massa elettorale,
lo sa: ci sono fenomeni oscuri, ma sicuri, per cui il voto si sposta in blocco.
Nei referendum il gioco è scoperto. In quello sulla riforma parlamentare
il no fu usato per ridimensionare Renzi – poi in effetti scomparso – già beniamino
della stessa massa. In questo sulla giustizia non per ragioni di partito ma per
mantenere intatto il potere dei giudici. Che è molto mal gestito, non c’è fautore
del no che li difenda, ma di questo asse-centro-massa evidentemente è la salvaguardia
o fortezza – il partito dei giudici è molto forte, si sa (la riprova è al
Quirinale, su ogni altro fronte arcipotente e arcipresente ma non sulla
giustizia, di cui cui pure è il capo – Mattarella ha fatto un’eccezione l’altra
settimana, caso unico nella storia della Repubblica, per il no alla riforma).
In questo referendum la “massa ignota” di manovra è scoperta al Sud,
quasi violenta. Che a Napoli, città di “paglietti”, anti-giudici per
definizione, il no sia stato di tre su quattro, o che in Calabria e in Sicilia,
governate da Forza Italia, la riforma di Forza Italia sia stata bocciata E in
Calabria a nemmeno sei mesi dal trionfo elettorale regionale di Forza Italia. Con la provincia di Reggio, l’unica che
non aveva partecipato al plebiscito per Occhiuto, invece polemicamente per il si. Questo
particolare pronunciatissimo no, del Sud, dove peraltro la giustizia è carente
sotto ogni aspetto, e anche lamentevole, dice che il “qualcosa” c’è e fa massa. Altrove il voto si discosta poco
dalla storia politica: le regioni rosse per il no, il Nord-Est per il sì, il Nord-Ovest
oscillante, su margini stretti.
Se non ci sono civili innocenti
Sette minuti dopo la
mezzanotte del 10 marzo 1945 poco meno di 300 B-29 americani, bombardieri a lungo
raggio, noti come Superfortress, occuparono il cielo di Tokyo seminando bombe
incendiarie. Per provocare un incendio di fortissimo calore, fino a 2.800 gradi
fahrenheit, con la liquefazione dell’asfalto e la vaporizzazione di migliaia degli
esseri umani. Circa 100 mila, in un’area di 16 miglia quadrate. Fu la
cosiddetta “neve nera”, di fumo e resti bruciati.
Con le Superfortress
l’Air Force Usa avviò la pratica cosiddetta degli attacchi “di precisione”, e su
obiettivi bellici, militari e industriali, grazia a sistemi di puntamento
dichiarati infallibili. Me nell’ottica di evitarsi le accuse di crimini di guerra.
Ma il bombardamento del 10 marzo non fu l’unico intenzionalmente annientante.
La Missione Neve Nera fu progettata. Sul “disastro di Tokyo e Yokohama” venti
anni prima, o Grande Terremoto del Kanto, violentissimo, alle 17,45 dell’1 settembre
1923, epicentro sotto la baia di Sagami, 48 km a sud di Tokyo, di magnitudo 7.9,
durato 14 secondi. Tanto da abbattere tutti gli edifici di Yokohama, e scatenare
un'onda anomala sull'isola di Honshu con colate di fango che sommersero i
villaggi, seppellendo vivi gli abitanti. Ma questo non fu il peggio, il peggio
fu il, fuoco, e questo diede l’idea in America del “bombardamento finale” –
prima li Hiroshima. Il terremoto del ’23 fu seguito da un incendio incontrollabile.
Nelle cronache dell’epoca, nei quartieri residenziali di Tokyo, densamente
popolati, costituiti da case di legno, i bracieri a carbone si rovesciarono, i
serbatoi di carburante si ruppero, le sostanze chimiche infiammabili nelle
farmacie esplosero, e le fiamme coprirono tutto in pochi minuti, alimentate da forti
venti alimentarono le fiamme nei vicoli. La rottura delle condutture idriche
impedì o rallento l’intervento dei vigili del fuoco. Si contarono 140 mila
morti, le distruzioni e lo shock fecero regredire l’attività economica per
anni.
Scott fa rivivere
il bombardamento incendiario con i ricordi dei sopravvissuti, a Tokyo e nella Air
Force, e con gli archivi americani. Ne viene fuori, senza giudizio ma senza più
ombre, il generale Curtis Le May. Un’eccezione nella pubblicistica americana – il
generale è “esagerato”, un personaggio da cinema, ma non si sono fatti film su
di lui, la persona, e la “cosa”, restano prevalentemente tabù. Prima che a
Tokyo, teorizzò è usò nel Pacifico le bombe incendiarie. La sua “dottrina” dicendo
“omicida”, diretta contro le persone più che contro gli obiettivi bellici. Si
fece nominare a capo della base avanzata di Guam, al posto del giovane e brillante
generale Haywood Hansell – che liquidò bruscamente. Hansell si limitava a organizzare
le missioni, per far tornare il maggior numero di bombardieri alla base. LeMay applicò anche al Giappone i bombardamenti incendiari. Sul
principio che “non ci sono civili innocenti”. In sei mesi distrusse in Giappone
64 città con le bombe incendiarie, “missioni” facili perché le case erano
prevalentemente in legno, e Hiroshima e Nagasaki, che erano in
cemento, con l’atomica, un milione di morti. Mentre professava: “Se
non vinciamo saremo criminali di guerra” – i grandi criminali sono-fanno i
cinici.
Una rara
ricostruzione in America. Non c’è stato finora un ripensamento, né in Gran
Bretagna né negli S tati Uniti, sui bombardamenti a tappeto, sul principio della
guerra totale. Nemmeno per l’evocazione l’anno scorso dei bombardamenti nucleari
– rivissuti dopo 75 anni solo come fatto di cronaca, con nuovi episodi o particolari.
James M. Scott, Black
Snow: Curtis Lemay, the Firebombing of Tokyo, and the Road to the Atomic Bomb,
Norton, pp. 420 € 17,37
lunedì 23 marzo 2026
Letture - 609
letterautore
America – “In ogni americano
c’è un’aria d’incorreggibile innocenza che sembra nascondere un’astuzia diabolica”
– Frederic Prokosch, “Voci”, 83: se lo fa dire dal vecchio Housman, filologo
classico a Cambridge.
Analfabetismo – “Mio nonno
aveva la terza elementare”, Sara Lovallo a proposito del nonno Vitantonio, oggi
112nne, quando fu fatto prigioniero dai tedeschi in Grecia dopo l’8 settembre: “Era
l’unico del suo Raggruppamento Artiglieria a saper scrivere: si occupava della posta
per tutti”. Un Raggruppamento, quindi tre batterie, quindi un centinaio di
sodati? In artiglieria, comunque, bisogna saper leggere i numeri, i centimetri,
i gradi.
Barba – Barba
impossibile in campagna? “La prima volta che gli mostrai una foto di mio marito
lo colpì la barba”, sempre Sara Lovallo del nonno 112nne: “«Solo gli ingegneri
e i medici possono portare la barba», disse, «In campagna non puoi, troppo
pericoloso». Mio marito è ingegnere”.
Comunismo – “Il comunismo deve
essere un lusso, altrimenti non esisterà”, Ingeborg Bachmann annotava, in un foglio
che in “A occhi aperti” viene intitolato “I giovani sono sempre i più stupidi”
- datato nella raccolta a “non prima dell’autunno 1966”.
John Dickson Carr – Frederic
Prokosch, “Voci”, p. 28, ricorda un amico eccentrico all’università, lo Haverford
College “al confine meridionale di Bryn Mawr”, l’esclusiva università per
signorine dove il padre insegnava, che “aveva un compagno di stanza altrettanto
eccentrico, di nome John Dickson Carr, una creatura dagli occhi di lemure e con
una solida predilezione per i neoromantici. In seguito divenne famoso come
autore di romanzi polizieschi, ma a quel tempo scriveva imitazioni di G. K. Chesterston”
- l’amico eccentrico era il futuro scrittore John Lineaweaver.
Europa – “Sentirsi
europei o sentirsi addirittura cittadini del mondo è diventato una questione
privata, almeno quanto, in passato, è stato sul punto di diventare una questione
pubblica, un ideale pubblico, e proprio nel momento in cui ci si avviava vero la
sua distruzione” - I. Bachmann, “Diario pubblico”. Nel momento del trionfo del
“Reich millenario” di Hitler, sembra di dover intendere. Quindi si è migliori
europei restando attaccati ognuno alle proprie radici?
“Pensare in modo europeo?”, continua la scrittrice: “Chi non si sentirebbe
profondamente imbarazzato, dato che non sappiamo neppure cosa
significhi?....Come se, dal momento che è appena nato il Mercato Comune
(Bachmann scriveva nel 1963, n.d.r.), il supermarket dell’Europa, e che sono
disponibili a tutti il burro europeo, le biciclette europee e i giocattoli dell’intera
Europa, dovessimo fondare anche un supermarket dello spirito”.
Non è finita. “Sono finiti i tempi in cui una colta élite, composta di raffinati
intenditori, borghesi istruiti e aristocratici al fianco di una élite
effettivamente produttiva e fiorente, poteva costruirsi una sua Europa tra le
nuvole, con appassionata ammirazione per la letteratura, la pittura e la musica
degli altri, tessendo quella delicata trama «Europa» che si è già dileguata dalla
nostra coscienza, ma che torna a farsi presente ogni volta che leggiamo diari,
memorie e carteggi tra Parigi e Capri, Duino e Zurigo, Londra e Berlino”.
Heine – “Durante il regime
nazionalsocialista nei testi scolastici la famosa poesia di Heine ‘Die Loreley’
era seguita dall’annotazione ‘autore ignoto” - Barbara Agnese, in nota a I. Bachmann,
“A occhi aperti”. Per via dell’ebraismo – ch7e Heine rifiutava.
Hölderlin – “Produce un
effetto di estraneità” – I. Bachmann, a proposito di Brecht (“produce un effetto
id estraneità quanto Hölderlin”), in “A occhi aperti”, p.233.
Iran – “Visitai l’Iran nel 1968, guidammo con un
amico dall’Inghilterra all’India, su una Mini Minor, piano piano, Turchia,
Iran, Pakistan, frontiere aperte. Ricordo le tappe, Tabriz, Teheran, Isfahan, Shiraz,
Persepoli. Che gente meravigliosa, civile, colta, aperta” - Salman Rushdie, “I
Fantasmi di Rushdie”, intervista con Giani Riotta, “Robinson” 22 marzo.
Ironia/umorismo – “In un romanzo l’ironia è come il sale in
un passato di piselli. È quello che dà l’aroma, la sfumatura. Senza il sale
tutto è insipido”. Così Thomas Mann in visita a casa Prokosch in Texas un
secolo fa, come riportato da Frederic Prokosch in “Voci”, p. 23. “Ma l’ironia è
una cosa e l’umorismo un’altra”, proseguiva Mann: “In Dickens c’è umorismo ma
non c’è abbastanza ironia. Qua e là ne troviamo un accesso, ma subito soffocato
dall’umorismo. Non c’è niente di male nell’umorismo. Ce n’è qualche sprazzo perfino
in Dante. Ma elevarlo ad arte – lasciamolo fare ad Aristofane”.
Thomas Mann – “Detto tra
noi”, scrive Joseph Roth a Stefan Zweig il 31 agosto 1933, a proposito
dell’autore dei “I Buddenbrook”, “sarebbe capace di riconciliarsi con Hitler.
Non lo fa solo perché al momento gli è impossibile. È una di quelle persone che
accettano tutto con la scusa di comprendere tutto”.
Popolo – “Nessuno ama
il popolo meno del popolo che crede di avere così tanto a che fare con il
popolo, e non comprende le proprie battute”. I. Bachmann lo nota a proposito di
Brecht, di cui progettava l’introduzione a una raccolta di poesie: “Brecht si è
ispirato guardando ad esso, ma il popolo non gli ha mai restituito lo sguardo,
anzi lo guarda stupito” (“A occhi aperti”, 233”.
Lo stesso può dirsi di Pasolini, oggi amato, letto, commentato nei
circoli di lettura, da quella scuola e quella piccola borghesia che disprezzava
– mentre nelle borgate non “diceva” nulla (se non per la pratica del sesso).
Proust – “Languido come
Maurice Maeterlinck” lo dice una delle insegnanti dell’università femminile
Bryn Mawr invitate a pranzo dal padre di Frederick Prokosch, che professava nella
stessa scuola, “esili zitelle schizzinose”, per fare corona all’ospite d’onore
Thomas Mann: “Puoi dire tutto quello che vuoi, cara Florence, ma io insisto che
è decadente”. “Chi, mia cara?” “Marcel Proust”. “Non l’ho letto. Sarà
sconveniente, ma non l’ho letto!” “Non leggerlo. È languido come Maurice
Maeterlinck. Ma quando leggo Maeterlinck vedo almeno uno sprazzo di luce all’orizzonte,
mentre con Marcel Proust mi perdo in una giungla”.
Roma – “L’incanto: Roma
come città aperta, nessuno dei suo strati può essere considerato a sé stante,
Roma mette in gioco tutte le epoche, l’una contro l’altra e l’una insieme
all’altra, domani l’antico potrà essere nuovo e il contemporaneo già vecchio.
“La vitalità di Roma, un incanto, l’utopia, il messaggio (in
italiano, n.d.r.). Utopica come ogni grande città…
“L’insignificanza del singolo, degli ambienti (id.), questa città se
la cava così bene senza persone particolari, e forse perché dimostra
costantemente che nessuno ha importanza di per sé, perché non le manca mai un
criterio di misura, (assegna) un compito a tutti, e (impartisce) un insegnamento
altrimenti impossibile in qualsiasi altro luogo”. I. Bachmann, testo inedito,
ripreso dal lascito testamentario in “A
occhi aperti”, p. 180, datato dalla curatrice Agnese “probabilmente negli anni
Cinquanta, dopo ‘Quel che ho visto e sentito a Roma’ (1955)”.
letterautore@antiit.eu
L’ultimo “miracolo del re” - la dignità
Gli ultimi giorni di Luigi XVI in realtà. Che viene progressivamente spogliato di ogni riguardo, nel rifugio-prigione alla Tour du Temple. E non se sembra rendersene conto – o lo dà per scontato, un re non decide la sua vita, vive per gli altri. Mangia con cura. Gioca col figlio. Fa il suo ultimo miracolo “di re”. E si acconcia a tutto. La remissività che ha sempre indispettito la regina – “lui e la sua sorella monaca, la sola sua colpa è di essere re”. Che invece lamenta di non poter incontrare l’amante. La dignità del re, a fronte delle isterie della regina - come dalle fonti storiche.
Al
di là delle differenziazioni dei caratteri, delle storie personali, un film “storico”:
come finisce un mondo - un non-evento. Senza grandi scene drammatiche (i reali
sono rinchiusi alla Torre per proteggerli dal popolame tumultuoso, con due
protagonisti “naturalmente” in personaggio – due professionisti francesi, Mélanie
Laurent e Guillaume Canet, sempre misurati, veritieri.
Un
miracolo riuscito anche a Jodice, già autore di un fascismo qual era, con “Il cattivo
poeta”, lo spione messo alle costole di D’Annunzio. Così va la Storia.
Gianluca Jodice, Le
déluge – Gli ultimi giorni di Maria Antonietta, Sky Cinema, Now
domenica 22 marzo 2026
Ombre - 816
Se si va, come Netanyahu ci prova, e
come le petromonarchie minacciano, a una guerra all oil, il mondo entra
in una crisi “di civiltà” come quella di
cinquant’anni fa, a seguito dell’embargo Opec, e la conseguente moltiplicazione dei costi dell’energia:
crisi prolungata, tagli radicali ali consumi elettrici, dagli ascensori all’illuminazione
pubblica, e alla circolazione auto, ristrutturazioni, fallimenti, durezze per tutti.
A beneficio dei petrolieri, di chi produce o commercia petrolio e gas. Che potranno
quindi anche questa volta festeggiare, ma anche loro coi fichi secchi.
Si ridacchia dell’era di Trump, l’apprendista
stregone dovunque mette le mani, ma la rovina è gia in atto, tutti i rincari di combustibile. elettricità, gas sono qui per restare.
Insistente, umiliante sensazione di squallore
delle vicende di governance, col rinnovo delle cariche sociali all’assemblea
dopo Pasqua, del gruppo bancario “centrale” dell’Italia, finanziaria e politica
Mps-Mediobanca-Generali. Liste e controliste,
di Grandi Azionisti anonimi, tutte ugualmente di ripescaggi e carrierismi
(autocandidature), quelle del 20 per cento e quelle dell’1: liste interminabili
di candidati - con Delfin (eredi Del Vecchio), l’azionista di riferimento, che
potrebbe non esprimersi…. Per fare che? Un posto al sole.
È finita male, lo stadio era
deluso, ma la partita Roma-Bologna è stata spettacolare. Per la coreografia,
per i cori, e per il gioco. Due ore di calcio, con i supplementari, di vero gioco
del calcio. Solo perché, la partita giocandosi tra squadre italiane ma in torneo
internazionale, l’arbitro non era italiano. On di quelli che fanno la “mamma”,
che spiegano, rimproverano, tollerano, s’inalberano. E quindi, miracolo, niente
discussioni, e niente simulazioni.
Si dice del calcio italiano che “non
esiste” perché giocano solo stranieri. Ma c’era molto di italiano sugli spalti
e in campo, di straniero c’era l’arbitro. E tanto è bastato.
Trump che invita alla Casa Bianca la premier
giapponese, e davanti ai giornalisti la insolentisce con Pearl Harbour, non fa
notizia. È invece di gravità eccezionale. Si può sempre considerare Trump un attore,
un buffone, un maniaco, tutto il peggio che si vuole, ma è l’America – nessuno ha
denunciato lo sgarbo (la “trumpeide” ogni giorno è agguerrita, non gliene passa
una).
E la storia americana è anche questa: guerre
in continuazione, da un secolo in qua, inframezzate da colpi di Stato, ora
assassinii mirati, di questo o quel Nemico, o anche soltanto Antipatico. Dice:
l’America non è questa. Sì, ma è anche quella che non trova sconveniente invitare
una gentile signora per insolentirla.
Fa senso “la Repubblica” he nell’ultimo
giorno utile per la propaganda referendaria si affida in prima e in abbondanza
a Giuseppe Conte. Che non è nessuno, anche se è stato a capo di due governi. Che
ha da insegnarci questo avvocato, nemmeno di chiara fama, che spessore
culturale, che idea politica? La massoneria è ridotta all’avvocato Conte?
Lacrime e attestati, “grande democratico,”
per Umberto Bossi. “De mortuis nihil nisi bonum”, certo. Ma questo ha
avvelenato la politica. Ha creato il “lumbrad”, seppure tra mille ridicolaggini,
ampolle, matrimoni dell’acqua, padanie, la moneta-marco, e ha incupito-indurito
buona metà degli italiani, quelli sopra l’Appennino. Fra tanti commenti non una
(semplice) analisi storica. Nulla neanche sulla Lombardia, i Veneti, il Piemonte
che quella valanga promossero e alimentano, i più ricchi del paese.
Solo Ceccarelli ricorda che “i
parlamentari che Bossi si portò nella capitale erano personaggi che allora
parvero pazzeschi, senza istruzione né ritegno”. Ma gli concede: “È possibile
che anche per lui si troverà un posticino nella storia che non sia legato solo
al grottesco”.
Curiosamente - curiosamente per
Bianconi che fa l’elenco, da persona onesta – la ragione prima del No al
referendum è che la giustizia in Italia soffre di molti mali, e che la riforma
che va al referendum non ne risolve nessuno. Un’argomentazione ineccepibile, da
vero logico - da asino di Buridano.
Sono sempre crudeli le cronache, seppure
minime, da Israele nei territori che Israele occupa. Ancora in Cisgiordania, e
in Libano dopo Gaza. A opera di un esercito di leva, di giovani cioè. Molto criticato
in America, specie fra gli ebrei americani. Ma non in Europa. Non in Italia. La
politica dello struzzo non è cattiva solo moralmente.
Si fa con rispetto la cronaca dell’arresto
di un giornalista romano di 48 anni e della sua amante, una insegnante romana
di 52, per violenza sessuale aggravata su minori - la figlia e i nipoti dell’insegnante.
Lui ha un lunghissimo nome invece della realtà: “Giornalista romano, 40enne, sposato
con due figli, passato dalla carta stampata alla vicedirezione di un tg
nazionale, quindi a quella della comunicazione di un’importante azienda a
partecipazione statale e infine di una società hi-tech”. Auff! tutto pur di non
dire il nome. F se fosse stato un politico, un manager, uno sbandato?
Il “caso Delmastro”, un vice-ministro della
Giustizia che si fa fotografare abbracciato a un mafioso, scoppia l’antivigilia
della chiusura della campagna referendaria sulla giustizia. Poi dice che non c’è
la giustizia politica, a orologeria. Se si potesse, votando o non votando, cancellare
tutto il “sistema” giudiziario, quella sì sarebbe una vera riforma – rivoluzionaria.
Peggio non si potrebbe fare anche
senza.
Come è insulsa la querelle Giuliuerele uli-utafuoco sla Rssia alaBienale. Noeye ce veder cn la Bienale
de isend, che Rpa di Meana or-Buttafuoco
sula Russia alla Biennale. Rispetto alla Biennale del Dissenso, sempre a
proposito della Russia, voluta da Ripa di Meana quasi mezzo secolo fa, nell’autunno
del 1977. Allora il partito Comunista la avversò, anche allora con molti
giornali al seguito, perché, indipendente da Mosca e tutto come diceva, Berlinguer
ne negava il totalitarismo – che tutti vedevano e soffrivano. Oggi la
situazione si direbbe migliorata – sono solo due camerati, ex, che fanno i
burocrati. O era meglio al tempo dell’Urss – e del Pci indipendente dall’Urss?
“Perché l’Italia sta trasformando il suo
gigante assicurativo in una pedina di politica di potere” è enigma che solo
“The Economist” tenta di decifrare. In Italia no – Generali? che squadra è? Che
un signore siculo-romano di 80 anni, con una famiglia complicata e eredi non all’altezza,
si sia comprato Mps, Mediobanca, Generali e prossimamente Bpm, senza dire che
cosa ne vuole fare - in mancanza anche dei “chi”, né figli né collaboratori. E
che tutto sia stato creato da Meloni. Alla quale però tutto viene rimproverato,
ma non questa (assurda) operazione – Meloni che l’ha costruita con Girogetti
(Lega), con la finta asta per le quote Mps e il blocco della finestra aperta da
Unicredit sulla sporca faccenda.
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Cronache dell’altro mondo – sessual-sindacali (395)
“Il mio silenzio finisce qui”: Dolores Huerta, leader del sindacato dei lavoratori
agricoli, che con Cesar Chavez ha fondato la Unione Farm Workers nel dopoguerra,
ha letto un’inchiesta del “New York Times” sulle intemperanze sessuali di
Chavez, in particolare sugli stupri di ragazzine di 13 e 12 anni, dalle sue
violenze marchiate a vita, e a 95 anni ha fatto outing. “Sono stata
violentata anch’io, due volte. La prima volta non mi opposi, era il leader del
movimento a cui avevo dedicato anni di vita. La seconda volta”, Huerta aveva 36
anni, “guidò fino a una vigna isolata” e la stuprò.
Dai due stupri sono nate due figlie, che Huerta diede in affido – salvo poi
ricostituire con loro un rapporto. Ma intanto aveva sposato il fratello di
Chavez, Ricardo, col quale ha avuto quattro figli.
Dolores Pato è un mito americano. E più di lei lo era Chavez, in campo progressista.
Da lui Obama prese il motto “sì, se puede” – “yes, we can”, e nel suo nome creò
una festa dei braccianti, il 31 marzo – data di nascita di Chavez. Biden, che
ebbe grande aiuto in campagna elettorale da una nipote di Chavez, volle il suo
busto nello Studio Ovale.
Le rivelazioni hanno prontamente portato alla damnatio memoriae di
Chavez, da libri, scuole, targhe, monumenti. Il 31 marzo sarà il Farmworkers Day.
La buona morte non è un progresso, e non è sociale
“La
libertà di morire mi sembra l’unico argomento vero”, Michel Houellebecq spiega in una lunga conversazione con Stefano Montefiori, a proposito della raccolta di poesia
appena pubblicata, “Combat toujours perdant”, del disco in uscita con Frédéric
Lo, “Souvenez-vous de l’homme”, e del voto in calendario al Parlamento francese
sull’eutanasia. Da sempre contrario alla “buona morte”, benché da sempre
teorico e pratico della paranoia della fine del mondo – del nichilismo.
“Da
dove nasce questo suo impegno contro l’eutanasia, al quale lei dedica pagine
bellissime nel suo romanzo «Annientare»?” gli chiede Montefiori. “Parlare di dignità
mi pare falso. Pretendere che si tratti di compassione è un’altra falsità….
Compassione è alleviare le sofferenze, non uccidere”. E se tanta gente si batte
per farne un diritto, “penso che resista ancora l’argomento della libertà”, quello
vecchio del suicidio – “la libertà di morire mi sembra l’unico argomento vero”.
Sul
tema circolano molte idee sbagliate, insiste lo scrittore. “I politici”, p.
es., “sono sconnessi dai cittadini”. L’eutanasia “di solito viene presentata come
un inevitabile e auspicato progresso sociale”, e “una nuova inevitabile battaglia
progressista”. A Houellebecq sembra “non sia affatto progressista: l’eutanasia
e il suicidio assistito mi appaiono come soluzioni del passato, visto che oggi
siamo in grado di combattere il dolore”. La maggioranza dell’opinione comunque
è sempre contro. E “quel che è più sorprendente è che tra gli oppositori all’eutanasia
ci sono più elettori di estrema sinistra che di estrema destra”, e più giovani,
e più abitanti delle città, in particolare i parigini - “tutto l’approccio è
falsato”.
Stefano
Montefiori, Houellebecq: il mio affetto va all’umanità, “La Lettura” #
747, 22 marzo 2026, pp. 1-5 € 1 (free online, pressreader)
sabato 21 marzo 2026
A Mosca, a Mosca, è corsa tra gli europei
A Mosca si ragiona se il legame euroatlantico uscirà rotto dalla guerra,
con o senza Trump. E sulla Russia che invece torna “una di noi”, come si dice
che abbiano detto il cancelliere tedesco Merz e il presidente francese Macron.
Con la guerra in Ucraina declassata a una delle solite guerre tra vicini che
hanno costellato la storia europea.
La riflessione, diffusa negli ambienti governativi, e quindi è da supporre
a fini di propaganda, ma anche tra intellettuali e centri studi di consistente
autonomia intellettuale, è partita dalla National Security Strategy di Trump qualche
mese fa. Si era rafforzata con l’insistenza di Trump che l’Ucraina è una questione
europea e che gli Stati Uniti avevano fatto anche troppo per aiutarla. È montata
di tono dopo la guerra di Trump all’Iran, che l’Europa palesemente subisce e
critica.
Significativa era, un mese prima della guerra all’Iran, ma
quando Trump trattava l’Ucraina escludendo del tutto gli europei, un’intervista
di Lavrov, il ministro degli Esteri di Putin, non ripresa internazionalmente: “Importanti
leader europei ci chiamano e ci pregano di non rendere pubblico il contatto.
Alcuni intrattengono contatti «sotto copertura»”. Come a dire che ci sarebbe
una sorta di corsa degli europei ora a Mosca.
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